Le società a ristretta base partecipativa: quando il socio risponde dei redditi non dichiarati dalla società

La Cassazione chiarisce i problemi fiscali derivanti dalla concentrazione dell’azionariato e i diritti di difesa del socio La Cassazione Tributaria, Sezione Tributaria, con ordinanza n. 25681/2025, ha affrontato una delle questioni più complesse del diritto tributario societario: le conseguenze fiscali per i soci delle società di capitali a ristretta base partecipativa quando l’Amministrazione finanziaria contesta maggiori redditi non dichiarati dalla società. Comprendere il concetto di società a ristretta base partecipativa Prima di analizzare la pronuncia, è essenziale comprendere cosa caratterizza una società a ristretta base partecipativa. Si tratta di società di capitali in cui il controllo è concentrato in poche persone, tipicamente quando pochi soci detengono la maggioranza delle quote o azioni. Questa particolare configurazione societaria genera automaticamente una serie di presunzioni fiscali che possono avere effetti molto gravosi sui soci. Il legislatore tributario ha infatti stabilito che, quando una società a ristretta base partecipativa non dichiara tutti i redditi effettivamente conseguiti, si presume automaticamente che i maggiori utili siano stati distribuiti ai soci in proporzione alle loro partecipazioni. Questa presunzione opera indipendentemente dal fatto che i soci abbiano effettivamente ricevuto denaro o altri beni dalla società. Il meccanismo delle presunzioni fiscali: un’arma a doppio taglio Il sistema delle presunzioni rappresenta uno strumento potente nelle mani dell’Amministrazione finanziaria, ma può creare situazioni di particolare gravosità per i contribuenti. Quando l’Agenzia delle Entrate accerta che una società ha conseguito maggiori redditi non dichiarati, scatta automaticamente un doppio binario di tassazione. Da un lato, la società viene tassata sui maggiori redditi accertati con le aliquote IRES e IRAP applicabili. Dall’altro lato, e qui sta il problema più insidioso, ogni socio viene tassato individualmente come se avesse percepito una quota dei maggiori utili corrispondente alla sua percentuale di partecipazione, con applicazione delle aliquote IRPEF progressive che possono arrivare fino al 43%. Questo meccanismo può portare a una doppia imposizione economica particolarmente onerosa: la stessa ricchezza viene tassata prima in capo alla società e poi in capo al socio, anche se questi non ha mai materialmente incassato alcunché. Il caso concreto: quando la ricostruzione dell’Agenzia si rivela errata La vicenda analizzata dalla Cassazione illustra perfettamente i rischi di questo sistema. L’Amministrazione finanziaria aveva ricostruito una complessa operazione commerciale tra una società di costruzioni e una ditta fornitrice di infissi, ipotizzando l’esistenza di ricavi occultati per circa 36.000 euro. L’accertamento si fondava sull’interpretazione di contratti di appalto con permuta che, secondo l’Agenzia, celavano una simulazione. Tuttavia, i giudici di merito hanno successivamente accertato che la ricostruzione dell’Agenzia era completamente errata: non esisteva alcuna simulazione e la società aveva regolarmente versato tutte le imposte dovute. Nonostante questo, il socio si è trovato comunque coinvolto in un accertamento per reddito di partecipazione, creando una situazione paradossale. Il problema della frammentazione dei giudizi Uno degli aspetti più problematici emersi dal caso riguarda la frammentazione dei procedimenti. Quando l’Amministrazione finanziaria contesta maggiori redditi a una società a ristretta base partecipativa, si aprono automaticamente procedimenti separati: uno nei confronti della società e uno per ciascun socio. Questa moltiplicazione dei giudizi può portare a decisioni contraddittorie sugli stessi presupposti fattuali. Nel caso esaminato, la stessa Corte tributaria regionale aveva contemporaneamente accolto il ricorso della società (riconoscendo l’inesistenza dei maggiori redditi) e rigettato quello del socio (confermando la tassazione del reddito di partecipazione), generando un’evidente contraddizione logica. Il principio di diritto stabilito dalla Cassazione La Suprema Corte ha risolto questa contraddizione stabilendo un principio fondamentale per la tutela dei soci. I giudici di legittimità hanno chiarito che il socio non può essere limitato nella sua difesa alle sole eccezioni relative alla mancata distribuzione degli utili, ma può contestare radicalmente l’inesistenza del maggior reddito societario. La logica sottostante è inoppugnabile: se la società non ha conseguito alcun maggior reddito, evidentemente non ha potuto distribuire nulla ai soci. Pertanto, viene meno il presupposto stesso per l’applicazione della presunzione di distribuzione. Le strategie difensive disponibili per il socio La pronuncia chiarisce che il socio di una società a ristretta base partecipativa dispone di molteplici linee di difesa negli accertamenti sui redditi di partecipazione. Queste strategie possono essere articolate su diversi livelli di complessità crescente. Il primo livello di difesa consiste nel dimostrare che, pur avendo la società conseguito maggiori redditi, questi non sono stati distribuiti ai soci ma sono stati accantonati, reinvestiti nell’attività aziendale o utilizzati per altri scopi societari. Il secondo livello, più radicale ed efficace, permette al socio di contestare che la società non abbia affatto conseguito i maggiori redditi contestati dall’Amministrazione finanziaria. Questa strategia comporta un esame approfondito della ricostruzione operata dall’Agenzia delle Entrate e può portare all’annullamento completo dell’accertamento. L’importanza del coordinamento processuale La Cassazione ha posto l’accento sulla necessità di coordinare le valutazioni nei procedimenti paralleli che coinvolgono società e soci. I giudici non possono assumere valutazioni contraddittorie sugli stessi presupposti fattuali, pena la violazione dei principi di logicità e coerenza delle decisioni giurisdizionali. Questo approccio richiede una gestione integrata dei contenziosi, spesso attraverso la riunione dei procedimenti o la trattazione congiunta delle cause, per garantire uniformità nelle decisioni sui presupposti comuni. Le implicazioni pratiche per professionisti e consulenti La pronuncia offre agli operatori del settore strumenti più efficaci per la gestione degli accertamenti sui redditi di partecipazione. La possibilità di contestare l’esistenza stessa del maggior reddito societario amplia significativamente le opzioni strategiche disponibili. Particolare attenzione deve essere posta alla documentazione delle operazioni societarie e alla loro corretta qualificazione giuridica, per prevenire ricostruzioni errate da parte dell’Amministrazione finanziaria. Inoltre, è fondamentale curare il coordinamento tra le difese della società e quelle dei soci per evitare contraddizioni che possano pregiudicare l’esito dei contenziosi. I rischi della ristretta base partecipativa e le possibili soluzioni La qualificazione come società a ristretta base partecipativa comporta rischi fiscali intrinseci che devono essere attentamente valutati nella strutturazione dell’assetto societario. Le presunzioni di distribuzione possono infatti operare anche in assenza di effettive distribuzioni, creando oneri tributari che non corrispondono a reali flussi di ricchezza. Una possibile strategia preventiva consiste nell’ampliamento della base sociale, introducendo nuovi soci anche con partecipazioni minoritarie, per uscire dal regime delle presunzioni.