Errore diagnostico e consenso informato: la Cassazione riconosce il diritto del paziente a scegliere dove curarsi

Con l’ordinanza n. 13660/2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione afferma che l’omessa informazione al paziente circa il corretto quadro clinico lede autonomamente il diritto all’autodeterminazione, anche quando l’intervento chirurgico era comunque necessario e sarebbe stato praticato Una paziente si sottopone a un esame endoscopico delle vie biliari — la cosiddetta CPRE, Colangio Pancreatografia Retrograda Endoscopica — all’esito del quale il medico formula la diagnosi di un grosso calcolo biliare bloccato. Sulla base di questa diagnosi, la paziente viene operata in una prima struttura ospedaliera. Circa quaranta giorni dopo, una seconda struttura specializzata riscontra che non vi era alcun calcolo biliare, bensì un adenocarcinoma infiltrante. Si rende così necessario un secondo e ben più invasivo intervento — la cosiddetta DCP, DuodenoCefaloPancreasectomia — con asportazione di parte del duodeno, del coledoco e della testa del pancreas, cui consegue l’insorgenza di diabete mellito. La paziente, poi deceduta nel corso del giudizio, aveva proposto domanda risarcitoria sia per il danno alla salute derivante dall’errore diagnostico, sia — autonomamente — per la violazione del diritto all’autodeterminazione: se fosse stata correttamente informata della sua situazione clinica reale, avrebbe scelto di rivolgersi sin dall’inizio a una struttura specializzata.La gestione del patrimonio familiare rappresenta una delle sfide più complesse e delicate per le famiglie italiane, particolarmente quando questo patrimonio è costituito prevalentemente da beni immobili. Secondo i dati Istat-Bankitalia, oltre la metà della ricchezza delle famiglie italiane è rappresentata da asset illiquidi, con gli immobili che costituiscono la componente predominante. Nonostante l’importanza economica e affettiva di questi beni, molte famiglie continuano ad adottare approcci tradizionali che, pur consolidati nel tempo, potrebbero non essere più adeguati alle esigenze di un contesto normativo e fiscale in continua evoluzione. Il percorso processuale: dal Tribunale alla Cassazione Il Tribunale aveva accolto parzialmente la domanda, rigettando però la pretesa per violazione del consenso informato. La Corte d’Appello di Roma, investita dall’impugnazione promossa dagli eredi, aveva confermato che l’errore diagnostico era stato, per così dire, “assorbito” dall’idoneità e dalla radicalità degli interventi poi effettivamente praticati: il danno biologico permanente nella misura del 30% si sarebbe comunque prodotto. Era stata riconosciuta soltanto l’inabilità temporanea riconducibile al primo intervento, reso necessario nella forma in cui si era svolto dall’incompletezza dei prelievi istologici. Anche in sede di appello era stata negata la risarcibilità autonoma del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione. Avverso questa decisione gli eredi hanno proposto ricorso per cassazione, articolando tre motivi. La decisione della Cassazione: cosa viene respinto e cosa viene accolto Con l’ordinanza n. 13660/2026, la Terza Sezione Civile rigetta i primi due motivi di ricorso. Sul punto del danno biologico permanente e sulla questione della necessità o meno di un intervento meno radicale, la Corte conferma la ricostruzione della Corte d’Appello: si trattava di censure che chiedevano sostanzialmente un riesame del merito istruttorio, precluso in sede di legittimità. La responsabilità civile, ricorda la Corte, ha natura compensativa e non sanzionatoria: essa imputa soltanto le conseguenze concretamente evitabili e integranti un reale pregiudizio. Poiché il danno biologico permanente si sarebbe in ogni caso prodotto, non residuava spazio per ulteriori addebiti a quel titolo. Il terzo motivo, invece, è accolto. Ed è su questo punto che la pronuncia assume il suo maggiore rilievo. Il diritto di scegliere dove curarsi: un profilo autonomo del consenso informato La Corte affronta la questione della violazione del diritto all’autodeterminazione in una prospettiva che vale la pena esaminare con attenzione. Gli eredi della paziente non sostenevano che quest’ultima avrebbe rifiutato l’intervento chirurgico: riconoscevano, anzi, che quell’intervento era necessario e non evitabile. Sostenevano invece che, se correttamente informata del proprio quadro clinico reale — e in particolare della presenza di indicatori tumorali che avrebbero dovuto indurre il medico ad approfondire ulteriormente la diagnosi — la paziente avrebbe scelto di farsi operare direttamente in una struttura specializzata, quale quella che effettivamente la prese in carico in seconda istanza. Avrebbe cioè esercitato consapevolmente la libertà di scegliere dove curarsi. La Cassazione accoglie questa impostazione. Richiamando il proprio consolidato orientamento in materia di consenso informato — secondo cui il consenso del paziente deve essere non solo informato ed esplicito, ma anche consapevole e completo, dovendo coprire tutti i rischi prevedibili e ogni singola fase dell’intervento (cfr. Cass., 12/06/2023, n. 16633) — la Corte osserva che la Corte d’Appello aveva accertato che il medico avrebbe dovuto tener conto dei marker tumorali ed effettuare ulteriori esami. Ebbene, quell’obbligo informativo non riguardava soltanto la diagnosi in sé, ma anche la scelta della struttura presso cui procedere. L’inadeguata informazione ha privato la paziente della possibilità concreta di orientarsi verso una struttura specializzata sin dal primo intervento: una scelta che avrebbe potuto evitare l’errore che rese necessaria la seconda operazione. Da questa omissione informativa, afferma la Corte, derivano conseguenze dannose di natura non patrimoniale distinte dal danno alla salute, riconducibili alla lesione della libertà di disporre di sé (cfr. Cass., 22/02/2022, n. 4682). E non vale obiettare che la paziente aveva poi liberamente accettato il secondo intervento: quella scelta era stata dettata dalla necessità, non dalla libera autodeterminazione. Il danno era già consumato nel momento in cui, per l’insufficiente informazione ricevuta, la paziente non aveva potuto esercitare quella libertà di indirizzo in tempo utile. La sentenza impugnata è cassata sul punto e la causa è rinviata alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Cosa cambia nella pratica: implicazioni per pazienti e strutture sanitarie Questa pronuncia ha implicazioni concrete che meritano di essere sottolineate. Per i pazienti, la decisione conferma che il diritto all’autodeterminazione non si esaurisce nel rifiutare o accettare una terapia: comprende anche la libertà di scegliere dove e da chi essere curati. Questa libertà — che trova fondamento negli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione nonché nell’art. 1223 c.c. — può essere lesa anche quando l’intervento in sé era necessario e inevitabile, se l’omessa informazione ha impedito di esercitarla in modo consapevole e tempestivo. Per le strutture sanitarie e i medici, la sentenza rafforza il contenuto dell’obbligo informativo: non è