Il padre biologico che nega la figlia: la Cassazione condanna il disinteresse genitoriale e tutela il diritto al risarcimento del minore

La Prima Sezione civile della Corte di Cassazione, con ordinanza n. 14886/2026, affronta il tema del mantenimento del figlio nato fuori dal matrimonio e del risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla minore per l’assenza volontaria del padre. Una pronuncia che chiarisce i confini del divieto di ultrapetizione e conferma la centralità del principio di proporzionalità nella determinazione dell’assegno Tutto inizia nel 2021, quando una madre si rivolge al Tribunale di Como per ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità di un uomo nei confronti della propria figlia, nata nell’ottobre del 2019. La richiesta non si limita all’accertamento dello stato di filiazione: l’attrice chiede anche l’affidamento esclusivo della minore, un assegno di mantenimento mensile, il rimborso delle spese già sostenute per il mantenimento della bambina dal momento della nascita e, infine, il risarcimento dei danni morali subiti dalla piccola a causa del totale disinteresse paterno. Il convenuto nega la paternità e chiede il rigetto di tutte le domande. Nel 2024, tuttavia, il Tribunale di Como gli dà torto su tutti i fronti: accerta la paternità biologica, dispone l’aggiornamento dell’atto di nascita, stabilisce l’assegno di mantenimento in 700 euro mensili, liquida a titolo di rimborso spese pregresse un importo calcolato dalla nascita sino alla proposizione della domanda e riconosce alla minore 30.000 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. La Corte d’Appello di Milano, investita del gravame dal padre, conferma integralmente la decisione di primo grado e respinge anche l’appello incidentale con cui la madre aveva chiesto la decadenza dalla responsabilità genitoriale. La vicenda approda così in Cassazione. I tre motivi di ricorso e la struttura della decisione Il padre propone ricorso per cassazione articolato in tre motivi. Con il primo lamenta la violazione degli artt. 316-bis e 337-ter, comma 4, c.c., assumendo che la Corte d’Appello si sarebbe limitata a un mero confronto reddituale tra le parti senza svolgere le necessarie valutazioni di merito, in particolare trascurando la sua incapacità economica — dichiarava circa 1.600 euro netti mensili — rispetto alla più solida posizione patrimoniale della madre. Con il secondo motivo deduce la violazione degli artt. 112 e 709-ter c.p.c., sostenendo che il giudice avrebbe pronunciato ultra petita liquidando in favore della minore un risarcimento del danno endofamiliare in assenza di una specifica domanda sul punto. Con il terzo denuncia la nullità della sentenza per difetto di motivazione, lamentando che la Corte d’Appello non avrebbe esplicitato il percorso logico-giuridico seguito per valutare le circostanze incidenti sulla misura dell’assegno e del rimborso spese. La Prima Sezione civile rigetta tutti e tre i motivi. Il principio di proporzionalità nella determinazione dell’assegno di mantenimento Il cuore del ragionamento della Corte sul primo e terzo motivo — esaminati congiuntamente — riguarda i criteri che il giudice deve seguire nella determinazione dell’assegno di mantenimento per i figli. Il riferimento normativo è l’art. 337-ter, comma 4, c.c., introdotto dall’art. 55 del D.Lgs. n. 154 del 2013, che impone al giudice di considerare le attuali esigenze del figlio, il tenore di vita goduto durante la convivenza dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi, le risorse economiche di entrambi e la valenza economica dei compiti di cura e domestici assunti da ciascun genitore. La Cassazione ribadisce un principio già consolidato nella sua giurisprudenza: nel quantificare il contributo del genitore non collocatario occorre osservare il principio di proporzionalità, che nei rapporti interni richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori. Ciò significa che l’assegno non può essere calibrato guardando solo al reddito dichiarato del genitore obbligato, ma deve tenere conto del quadro economico complessivo: disponibilità liquide, patrimonio immobiliare, titoli e qualunque altra risorsa. Nel caso esaminato, il ricorrente risultava titolare di cinque conti correnti, cinque conti deposito e di più unità immobiliari, oltre all’abitazione in cui viveva. L’importo di 700 euro mensili, benché pari a circa il 43% del reddito dichiarato, viene ritenuto congruo alla luce di queste disponibilità complessive. Il passaggio è importante perché la Corte chiarisce che la lagnanza del ricorrente — il quale evidenziava che la madre aveva redditi superiori e un patrimonio immobiliare più consistente — non scalfisce la correttezza del ragionamento dei giudici di merito. Il principio di proporzionalità non si traduce in una semplice aritmetica dei redditi, ma impone una valutazione globale che considera tutto ciò che ciascun genitore può effettivamente mettere a disposizione del figlio. Il danno endofamiliare e il problema dell’ultrapetizione La questione più delicata, e giuridicamente più interessante, è quella affrontata nell’ambito del secondo motivo. Il padre sosteneva che il risarcimento di 30.000 euro riconosciuto alla figlia fosse stato liquidato ultra petita, cioè senza che la madre avesse formulato una domanda specifica in tal senso: quest’ultima aveva chiesto il risarcimento del danno morale subito da sé stessa, non dalla bambina. La Cassazione nega che vi sia stata violazione dell’art. 112 c.p.c. Il ragionamento segue un percorso che vale la pena ripercorrere con attenzione. La Corte precisa anzitutto i confini del divieto di pronuncia ultra petita: esso impedisce al giudice di decidere su un’azione diversa da quella proposta, di attribuire all’attore un bene diverso da quello richiesto o di porre a base della decisione fatti non ritualmente introdotti nel processo. Ciò che conta, però, è l’oggetto sostanziale della domanda, non la sua qualificazione giuridica. Nel caso di specie, la madre aveva chiesto — in modo non equivoco — il risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla figlia, correlando tale pregiudizio alla violazione dei doveri genitoriali e al disinteresse del padre nei confronti della bambina. La circostanza che la domanda non fosse stata ricondotta specificamente alla categoria dogmatica del “danno endofamiliare” non ne modifica la sostanza. La lesione dei diritti costituzionalmente garantiti al minore — tra cui il diritto all’identità, alle cure, all’educazione, sanciti dagli artt. 2 e 30 Cost., dall’art. 24, comma 3, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e dalla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989 — può configurare un illecito civile risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c., e su questo la domanda era stata correttamente proposta. Su questo punto