Contratto di assicurazione senza polizza firmata: basta lo scambio di mail per provarlo?

La Cassazione conferma che l’esistenza e il contenuto della polizza possono emergere anche da email, condotte delle parti e altri documenti, purché ne sia dimostrata la provenienza Una compagnia assicurativa conveniva in giudizio una società operante nel settore dell’autotrasporto merci, sostenendo di avere con essa concluso un contratto di assicurazione per la responsabilità civile e per i danni alle cose trasportate. La polizza prevedeva un meccanismo di regolazione del premio: una parte fissa annua e una parte variabile, calcolata in percentuale sul fatturato dell’assicurata al netto dell’IVA. Secondo la compagnia, la società di trasporti non aveva versato il conguaglio dovuto in base all’andamento del fatturato dichiarato. La società convenuta si difendeva negando di avere mai sottoscritto quel contratto. A suo dire, l’accordo effettivamente concluso – per il tramite di un diverso intermediario assicurativo – prevedeva un premio fisso, senza alcuna clausola di conguaglio. Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda della compagnia. La società di trasporti impugnava la decisione, ma la Corte d’appello di Milano confermava la condanna. I giudici di merito osservavano che il disconoscimento della sottoscrizione sulla polizza prodotta in giudizio era stato validamente operato dalla società, e che pertanto – in assenza di un’istanza di verificazione della scrittura privata – quel documento non poteva essere utilizzato come prova. Tuttavia, la stessa società di trasporti aveva ammesso di avere comunque concluso un contratto assicurativo con la controparte, e dallo scambio di corrispondenza elettronica intercorsa tra le parti, oltre che dalla loro condotta complessiva, risultava con sufficiente chiarezza che il contenuto sostanziale dell’accordo coincidesse con quello prospettato dalla compagnia: premio in quota fissa, con conguaglio a fine annualità. La società soccombente proponeva quindi ricorso per Cassazione, affidato a due motivi. La compagnia assicurativa resisteva con controricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale. La questione giuridica: la forma scritta del contratto di assicurazione Il primo motivo di ricorso poneva una questione di sicuro interesse pratico per chi opera nel settore assicurativo e, più in generale, per chiunque concluda contratti che la legge richiede in forma scritta ad probationem. L’articolo 1888 del codice civile impone infatti che il contratto di assicurazione sia provato per iscritto. La ricorrente sosteneva che, una volta disconosciuta validamente la sottoscrizione della polizza prodotta in giudizio, e in mancanza di un’istanza di verificazione della scrittura privata, la domanda avrebbe dovuto essere respinta senza possibilità di dimostrare altrimenti l’esistenza e il contenuto del contratto. La Corte di cassazione ha ritenuto infondata questa impostazione, richiamando un orientamento risalente e mai smentito, secondo cui il requisito della forma scritta ai fini della prova non impone necessariamente la produzione della polizza sottoscritta da entrambe le parti. L’esistenza e il contenuto del contratto possono infatti risultare anche da documenti diversi, purché provengano dalle parti stesse e ne siano sottoscritti, e purché da essi sia possibile desumere con sufficiente certezza l’accordo e le sue clausole essenziali. Applicando questo principio, la Corte ha ricordato che la giurisprudenza ha in passato attribuito valore di prova scritta, tra l’altro, allo scambio di messaggi di posta elettronica tra assicurato e assicuratore – anche in assenza di firma elettronica qualificata o digitale -, alla ricevuta provvisoria di copertura rilasciata dall’agente munito di potere di rappresentanza, e alla quietanza di pagamento dell’indennizzo rilasciata dall’assicurato. Nel caso concreto, la Corte d’appello aveva correttamente valorizzato lo scambio di email tra le parti – nel quale la compagnia richiedeva la regolazione del premio e la società comunicava l’ammontare del proprio fatturato – come elemento idoneo a dimostrare l’esistenza della clausola di conguaglio. La Cassazione ha inoltre precisato che stabilire se, in concreto, i documenti disponibili costituiscano prova sufficiente o insufficiente dell’esistenza del contratto e del suo contenuto è un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, salvo che entro i ristretti margini del vizio di sussunzione manifesto o del travisamento della prova. Il secondo motivo: obiter dictum e onere della prova Con il secondo motivo, la società ricorrente censurava un passaggio della sentenza d’appello in cui si osservava che essa, pur avendo ammesso di avere concluso un contratto assicurativo, non ne aveva depositato copia: a suo avviso, tale rilievo avrebbe illegittimamente invertito l’onere della prova a proprio carico. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo, chiarendo che il passaggio censurato costituiva un mero obiter dictum e non la ratio decidendi della pronuncia. La domanda della compagnia, infatti, era stata accolta non perché la società non avesse dimostrato l’esistenza del contratto da essa affermato, ma per la diversa e autonoma ragione che l’esistenza del contratto – nel contenuto sostenuto dalla compagnia – era stata ritenuta dimostrata dalla stessa compagnia attrice. Una distinzione tecnica ma rilevante: si può censurare in Cassazione solo ciò che ha effettivamente sorretto la decisione, non ogni singola affermazione contenuta nella motivazione. Il ricorso incidentale: omessa pronuncia sull’appello incidentale La compagnia assicurativa, dal canto suo, aveva proposto ricorso incidentale lamentando che la Corte d’appello avesse omesso qualsiasi pronuncia sui due motivi del proprio appello incidentale, relativi alla quantificazione del debito. La Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente fondato, avendo verificato che l’appello incidentale era stato effettivamente proposto e articolato nella comparsa di costituzione in appello, senza che la Corte territoriale ne avesse dato alcun conto in motivazione. La decisione La Corte ha pertanto rigettato il ricorso principale della società di trasporti, confermando il principio secondo cui l’esistenza e il contenuto di un contratto di assicurazione possono essere provati anche in assenza della polizza sottoscritta, tramite altri documenti provenienti dalle parti e idonei a dimostrarne l’accordo. Ha invece accolto il ricorso incidentale della compagnia, cassando la sentenza impugnata nella parte relativa all’omessa pronuncia sul quantum debeatur e rinviando la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Implicazioni pratiche Questa pronuncia della Corte di cassazione, pubblicata il 22 luglio 2026 (racc. gen. n. 23855/2026), offre indicazioni operative di rilievo per imprese e professionisti che operano nel settore assicurativo e per chiunque gestisca rapporti contrattuali soggetti a un requisito di forma