Alberi caduti sulla strada statale: chi risponde dei danni tra responsabilità oggettiva e caso fortuito

Quando il maltempo non basta a esonerare l’ente proprietario della strada dalla responsabilità ex art. 2051 c.c. Lungo il ciglio di una strada statale, in un tratto della Via Appia gestito dall’ente proprietario, quattro pini di alto fusto crollano al suolo, abbattendosi su un fondo agricolo privato e sull’impresa che vi operava. Il proprietario del fondo agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni, invocando la responsabilità da cose in custodia prevista dall’art. 2051 del codice civile a carico dell’ente che ha in gestione la strada e, con essa, gli alberi che vi insistono. La domanda viene tuttavia respinta sia in primo grado sia in appello. La Corte d’Appello di Napoli ritiene che il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno sia stato interrotto da un caso fortuito, individuato nelle avverse condizioni atmosferiche del giorno del sinistro. A sostegno di questa conclusione, il giudice di merito valorizza tre elementi: un dato tecnico sulla velocità del vento fornito dal consulente tecnico d’ufficio, la circostanza che la caduta degli alberi non fosse un episodio isolato ma avesse interessato più esemplari lungo lo stesso tratto stradale, e la presenza di profonde buche nel terreno in corrispondenza dei punti in cui si trovavano i pini sradicati. La responsabilità da cose in custodia: un criterio oggettivo Il caso consente alla Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24158/2026, di ribadire l’impianto sistematico della responsabilità disciplinata dall’art. 2051 c.c., ormai consolidato a partire dalle note pronunce del 2018 e confermato da una giurisprudenza costante, inclusa quella delle Sezioni Unite. Si tratta di una responsabilità di natura oggettiva: il danneggiato non deve provare la colpa del custode, ma soltanto il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento dannoso. Specularmente, il custode può liberarsi da responsabilità unicamente dimostrando il caso fortuito, ossia un fattore esterno alla relazione di custodia, dotato di autonoma ed assorbente efficacia causale, tale da spezzare il collegamento tra la cosa e il danno. Quando il caso fortuito viene individuato in un evento atmosferico, la giurisprudenza di legittimità richiede un accertamento rigoroso: non basta il ricorso a nozioni di comune esperienza, ma occorre un’indagine fondata su dati scientifici di tipo statistico, riferiti al contesto specifico in cui la cosa custodita si trovava al momento dell’evento. Solo un fenomeno realmente imprevedibile ed eccezionale, verificato con questo grado di precisione, può assumere rilievo causale esclusivo ed escludere la responsabilità dell’ente. Perché la motivazione della Corte territoriale non ha retto Applicando questi principi al caso concreto, la Cassazione ha ritenuto che gli elementi posti a fondamento della decisione di appello fossero privi di reale concludenza. Il numero di alberi caduti nello stesso contesto, di per sé, non permette alcuna inferenza sull’intensità del vento, perché occorrerebbe conoscere la natura, la tipologia, le dimensioni e le condizioni specifiche di ciascuna pianta, elementi del tutto trascurati dalla sentenza impugnata. Le buche rinvenute accanto ai tronchi caduti, a loro volta, non fotografano lo stato dei luoghi al momento del sinistro, bensì una situazione successiva, generata dalla stessa operazione di estirpazione degli alberi ormai abbattuti: un posterius inidoneo a provare alcunché sulla dinamica dell’evento. Ma il punto più significativo riguarda il dato tecnico posto a fondamento della qualificazione del vento come “massimo grado di tempesta” secondo la scala Beaufort. La relazione peritale, trascritta senza alcun vaglio critico nella sentenza di merito, indicava una velocità di 5,8 metri al secondo definendola equivalente a 170 chilometri orari. Si tratta di un’equivalenza matematicamente errata: applicando la conversione corretta, 5,8 m/s corrispondono a circa 20,88 km/h, un valore che sulla scala Beaufort individua un vento moderato, non certo una tempesta di massima intensità. Di fronte a un’incongruenza così manifesta tra le due unità di misura, la Cassazione ha ricordato che il giudice di merito non può recepire acriticamente le conclusioni del consulente tecnico, ma è tenuto a esercitare un controllo sulla loro intrinseca razionalità. La decisione Sulla base di questi rilievi, la Corte ha accolto il ricorso, cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, per un nuovo esame che tenga conto dei principi enunciati e demandando al giudice del rinvio anche la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità. Le implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti per più categorie di soggetti. Per i proprietari di fondi confinanti con strade pubbliche o di alberature soggette a custodia altrui, la decisione conferma che l’onere probatorio a proprio carico si esaurisce nella dimostrazione del nesso causale tra la cosa e il danno, senza dover indagare profili di colpa dell’ente gestore. Per gli enti proprietari e gestori di strade, e più in generale per chiunque abbia in custodia beni potenzialmente pericolosi come alberature di alto fusto, l’ordinanza segnala che l’esimente del caso fortuito da evento atmosferico non può fondarsi su valutazioni generiche o su perizie tecniche non sottoposte a un effettivo controllo di coerenza interna: occorrono dati scientifici solidi, statisticamente riferiti al contesto specifico, e una motivazione che dia conto in modo puntuale della loro attendibilità. Per i professionisti che assistono le parti in controversie di questo tipo, la pronuncia rappresenta un utile riferimento sulla tecnica di contestazione delle CTU meteorologiche, spesso decisive in questo tipo di contenzioso. Conclusioni La vicenda ricorda come, in tema di responsabilità da cose in custodia, il rigore probatorio richiesto per la prova liberatoria del caso fortuito non ammetta scorciatoie argomentative, specie quando si tratti di eventi atmosferici: solo dati scientifici verificabili e coerenti possono spezzare il nesso causale che la legge presume a carico del custode. Il nostro studio è a disposizione per approfondire le implicazioni di questa pronuncia e per assistere chi si trovi ad affrontare controversie analoghe in materia di responsabilità da cose in custodia.
Il CTU può acquisire documenti non prodotti dalle parti? La Cassazione fa chiarezza in tema di espropriazione

Quando la stima del terreno espropriato passa anche da un contratto trovato dal consulente Una proprietaria di un terreno situato in un comune dell’Emilia-Romagna, succeduta nella titolarità del bene all’originaria proprietaria, si è vista riconoscere dalla Corte d’appello di Bologna un’indennità di espropriazione calcolata sulla base del valore venale del fondo, ritenuto non edificabile. La Corte territoriale, dopo aver disposto due consulenze tecniche d’ufficio nel corso del giudizio, ha individuato il valore di riferimento richiamandosi a un atto notarile relativo a terreni agricoli limitrofi, nel quale il prezzo pattuito per metro quadro risultava significativamente inferiore rispetto a quanto sostenuto dalla proprietaria. Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione articolato su cinque motivi. Il nucleo della controversia, ai fini che qui interessano, riguardava in particolare il rapporto tra il criterio residuale del valore venale pieno e le più favorevoli valutazioni emerse dalle due consulenze tecniche svolte in corso di causa, oltre alla legittimità del rifiuto, da parte della Corte d’appello, di ammettere un contratto di affitto prodotto dalla parte proprio nel corso di una di quelle consulenze. La questione giuridica centrale: i poteri istruttori del consulente tecnico d’ufficio Il terzo motivo di ricorso, accolto dalla Corte, poneva una questione di particolare rilievo pratico per chi si occupa di contenzioso civile: può il consulente tecnico d’ufficio acquisire, nel corso delle proprie indagini, documenti che le parti non hanno tempestivamente prodotto negli atti processuali, senza che ciò determini l’inammissibilità di tale produzione? La Corte d’appello aveva risposto negativamente, dichiarando inammissibile l’acquisizione di un contratto di affitto ritenuto rilevante ai fini della stima del terreno secondo il criterio della capitalizzazione della redditività, in quanto tardivamente prodotto rispetto alle preclusioni istruttorie ordinarie. Il principio delle Sezioni Unite richiamato dall’ordinanza Per risolvere la questione, con ordinanza n. 22666 del 3 luglio 2026, la Corte di Cassazione ha richiamato un principio già affermato dalle Sezioni Unite, secondo cui il consulente tecnico nominato dal giudice, nei limiti dell’incarico affidatogli e nel rispetto del contraddittorio tra le parti, può acquisire autonomamente tutti i documenti necessari per rispondere ai quesiti posti, anche a prescindere dall’iniziativa delle parti stesse. Ciò perché al consulente non si applicano le preclusioni istruttorie che vincolano invece l’attività assertiva e probatoria delle parti in causa. Questo potere, tuttavia, non è illimitato: incontra un confine preciso nei fatti principali della controversia, ossia quei fatti costitutivi della domanda o delle eccezioni che rimangono onere esclusivo delle parti allegare e provare, salvo che si tratti di fatti rilevabili d’ufficio dal giudice. Al di fuori di questo perimetro — quindi per i fatti secondari, per gli elementi tecnici accessori e per i criteri operativi utilizzati nell’espletamento dell’incarico — l’acquisizione documentale del consulente resta pienamente legittima. L’applicazione al caso concreto: un criterio di stima, non un fatto principale Applicando questo principio al caso in esame, la Cassazione ha osservato che il contratto di affitto prodotto nel corso della consulenza tecnica non riguardava un fatto principale della controversia — che restava circoscritto all’entità del danno da esproprio e ai criteri legali applicabili — bensì unicamente uno strumento tecnico utile a individuare correttamente il criterio di stima del valore del terreno. Su questo piano, anzi, opera un principio ancora più ampio: è il giudice stesso a dover acquisire d’ufficio gli elementi necessari per pervenire a una corretta valutazione del bene. La Corte ha inoltre precisato un secondo profilo, altrettanto rilevante sul piano pratico: anche a voler ipotizzare una qualche irregolarità nell’acquisizione documentale, questa non avrebbe determinato una nullità assoluta rilevabile in ogni stato e grado, bensì una nullità relativa, sanabile se non eccepita tempestivamente dalla controparte nella prima difesa utile. Nel caso di specie, tale eccezione non risultava essere mai stata sollevata dal Comune controricorrente. Le implicazioni pratiche per il contenzioso civile Questa pronuncia offre indicazioni operative di sicuro interesse per chi assiste parti in giudizi che prevedono l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, non solo in materia di espropriazione ma in ogni ambito in cui la stima di un bene o la ricostruzione di un dato tecnico richieda l’apporto di un ausiliario del giudice. Per i professionisti che assistono privati cittadini, il principio rassicura sulla possibilità di veicolare, tramite il consulente, elementi tecnici sopravvenuti o non tempestivamente allegati, purché essi non riguardino direttamente i fatti costitutivi della domanda. Per le imprese e gli enti pubblici convenuti in giudizio, la pronuncia richiama invece l’attenzione su un profilo spesso trascurato: l’eventuale contestazione dei poteri istruttori del consulente deve essere sollevata tempestivamente, pena la sanatoria del vizio. Sul piano più generale, la Cassazione conferma inoltre, richiamando propri precedenti in materia di espropriazione, che il criterio del valore venale pieno resta la regola per i terreni non edificabili, salvo la dimostrazione di una destinazione intermedia riconducibile alla normativa vigente e non alla mera edificabilità di fatto. Conclusione L’ordinanza in commento consolida un principio di equilibrio tra rigore delle preclusioni processuali e funzionalità dell’istruttoria tecnica: il consulente d’ufficio resta uno strumento al servizio dell’accertamento tecnico, non un canale per aggirare le regole sull’allegazione dei fatti principali, ma nemmeno un ausiliario vincolato dalle stesse rigide preclusioni riservate alle parti. Il nostro studio è a disposizione per approfondire le implicazioni di questa pronuncia rispetto a controversie in materia di espropriazione, consulenze tecniche e contenzioso civile in generale.
Contratto di assicurazione senza polizza firmata: basta lo scambio di mail per provarlo?

La Cassazione conferma che l’esistenza e il contenuto della polizza possono emergere anche da email, condotte delle parti e altri documenti, purché ne sia dimostrata la provenienza Una compagnia assicurativa conveniva in giudizio una società operante nel settore dell’autotrasporto merci, sostenendo di avere con essa concluso un contratto di assicurazione per la responsabilità civile e per i danni alle cose trasportate. La polizza prevedeva un meccanismo di regolazione del premio: una parte fissa annua e una parte variabile, calcolata in percentuale sul fatturato dell’assicurata al netto dell’IVA. Secondo la compagnia, la società di trasporti non aveva versato il conguaglio dovuto in base all’andamento del fatturato dichiarato. La società convenuta si difendeva negando di avere mai sottoscritto quel contratto. A suo dire, l’accordo effettivamente concluso – per il tramite di un diverso intermediario assicurativo – prevedeva un premio fisso, senza alcuna clausola di conguaglio. Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda della compagnia. La società di trasporti impugnava la decisione, ma la Corte d’appello di Milano confermava la condanna. I giudici di merito osservavano che il disconoscimento della sottoscrizione sulla polizza prodotta in giudizio era stato validamente operato dalla società, e che pertanto – in assenza di un’istanza di verificazione della scrittura privata – quel documento non poteva essere utilizzato come prova. Tuttavia, la stessa società di trasporti aveva ammesso di avere comunque concluso un contratto assicurativo con la controparte, e dallo scambio di corrispondenza elettronica intercorsa tra le parti, oltre che dalla loro condotta complessiva, risultava con sufficiente chiarezza che il contenuto sostanziale dell’accordo coincidesse con quello prospettato dalla compagnia: premio in quota fissa, con conguaglio a fine annualità. La società soccombente proponeva quindi ricorso per Cassazione, affidato a due motivi. La compagnia assicurativa resisteva con controricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale. La questione giuridica: la forma scritta del contratto di assicurazione Il primo motivo di ricorso poneva una questione di sicuro interesse pratico per chi opera nel settore assicurativo e, più in generale, per chiunque concluda contratti che la legge richiede in forma scritta ad probationem. L’articolo 1888 del codice civile impone infatti che il contratto di assicurazione sia provato per iscritto. La ricorrente sosteneva che, una volta disconosciuta validamente la sottoscrizione della polizza prodotta in giudizio, e in mancanza di un’istanza di verificazione della scrittura privata, la domanda avrebbe dovuto essere respinta senza possibilità di dimostrare altrimenti l’esistenza e il contenuto del contratto. La Corte di cassazione ha ritenuto infondata questa impostazione, richiamando un orientamento risalente e mai smentito, secondo cui il requisito della forma scritta ai fini della prova non impone necessariamente la produzione della polizza sottoscritta da entrambe le parti. L’esistenza e il contenuto del contratto possono infatti risultare anche da documenti diversi, purché provengano dalle parti stesse e ne siano sottoscritti, e purché da essi sia possibile desumere con sufficiente certezza l’accordo e le sue clausole essenziali. Applicando questo principio, la Corte ha ricordato che la giurisprudenza ha in passato attribuito valore di prova scritta, tra l’altro, allo scambio di messaggi di posta elettronica tra assicurato e assicuratore – anche in assenza di firma elettronica qualificata o digitale -, alla ricevuta provvisoria di copertura rilasciata dall’agente munito di potere di rappresentanza, e alla quietanza di pagamento dell’indennizzo rilasciata dall’assicurato. Nel caso concreto, la Corte d’appello aveva correttamente valorizzato lo scambio di email tra le parti – nel quale la compagnia richiedeva la regolazione del premio e la società comunicava l’ammontare del proprio fatturato – come elemento idoneo a dimostrare l’esistenza della clausola di conguaglio. La Cassazione ha inoltre precisato che stabilire se, in concreto, i documenti disponibili costituiscano prova sufficiente o insufficiente dell’esistenza del contratto e del suo contenuto è un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, salvo che entro i ristretti margini del vizio di sussunzione manifesto o del travisamento della prova. Il secondo motivo: obiter dictum e onere della prova Con il secondo motivo, la società ricorrente censurava un passaggio della sentenza d’appello in cui si osservava che essa, pur avendo ammesso di avere concluso un contratto assicurativo, non ne aveva depositato copia: a suo avviso, tale rilievo avrebbe illegittimamente invertito l’onere della prova a proprio carico. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo, chiarendo che il passaggio censurato costituiva un mero obiter dictum e non la ratio decidendi della pronuncia. La domanda della compagnia, infatti, era stata accolta non perché la società non avesse dimostrato l’esistenza del contratto da essa affermato, ma per la diversa e autonoma ragione che l’esistenza del contratto – nel contenuto sostenuto dalla compagnia – era stata ritenuta dimostrata dalla stessa compagnia attrice. Una distinzione tecnica ma rilevante: si può censurare in Cassazione solo ciò che ha effettivamente sorretto la decisione, non ogni singola affermazione contenuta nella motivazione. Il ricorso incidentale: omessa pronuncia sull’appello incidentale La compagnia assicurativa, dal canto suo, aveva proposto ricorso incidentale lamentando che la Corte d’appello avesse omesso qualsiasi pronuncia sui due motivi del proprio appello incidentale, relativi alla quantificazione del debito. La Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente fondato, avendo verificato che l’appello incidentale era stato effettivamente proposto e articolato nella comparsa di costituzione in appello, senza che la Corte territoriale ne avesse dato alcun conto in motivazione. La decisione La Corte ha pertanto rigettato il ricorso principale della società di trasporti, confermando il principio secondo cui l’esistenza e il contenuto di un contratto di assicurazione possono essere provati anche in assenza della polizza sottoscritta, tramite altri documenti provenienti dalle parti e idonei a dimostrarne l’accordo. Ha invece accolto il ricorso incidentale della compagnia, cassando la sentenza impugnata nella parte relativa all’omessa pronuncia sul quantum debeatur e rinviando la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Implicazioni pratiche Questa pronuncia della Corte di cassazione, pubblicata il 22 luglio 2026 (racc. gen. n. 23855/2026), offre indicazioni operative di rilievo per imprese e professionisti che operano nel settore assicurativo e per chiunque gestisca rapporti contrattuali soggetti a un requisito di forma
Licenziamento e incapacità naturale: le Sezioni Unite fissano i termini per l’impugnazione

Cosa succede se una lavoratrice, colpita da un grave disturbo psichico, riceve la lettera di licenziamento senza essere in condizione di comprenderne il contenuto? La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la pronuncia n. 23486/2026, ha risposto a questo interrogativo, chiudendo una vicenda giudiziaria complessa che ha attraversato tre gradi di giudizio, un rinvio alla Corte Costituzionale e una rimeditazione dei principi consolidati in materia di decadenza. La vicenda storica Una dipendente, assente ingiustificata dal lavoro per diciotto giorni consecutivi nell’estate del 2015, riceveva dalla società datrice di lavoro una contestazione disciplinare, cui non seguiva alcuna giustificazione nei termini concessi. Il datore di lavoro procedeva quindi al licenziamento senza preavviso, comunicato con lettera regolarmente ricevuta e sottoscritta dalla destinataria. Il termine di sessanta giorni previsto dall’art. 6 della legge n. 604 del 1966 per l’impugnazione, tuttavia, decorreva inutilmente: solo mesi dopo la lavoratrice contattava l’azienda, e soltanto con ricorso notificato alla fine del 2016 proponeva l’impugnazione giudiziale del recesso. A giustificazione del ritardo, la dipendente allegava di essere stata affetta, nel periodo rilevante, da una grave crisi depressiva con dissociazione dalla realtà, tale da comportare uno stato di incapacità di intendere e di volere, accertato attraverso una consulenza tecnica svolta in un separato giudizio di affidamento del figlio minore e confermata da un ausiliario nominato nel corso del giudizio di impugnazione del licenziamento. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Palermo respingevano tuttavia le sue ragioni, ritenendo maturata la decadenza e richiamando l’orientamento tradizionale secondo cui la validità degli atti recettizi prescinde dallo stato soggettivo del destinatario. La questione giuridica: decadenza e presunzione di conoscenza Il nodo interpretativo riguardava l’art. 1335 del codice civile, norma che disciplina l’efficacia degli atti recettizi (tra cui rientra la lettera di licenziamento) stabilendo che essi si reputano conosciuti nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario, salvo che questi provi di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia. Secondo l’orientamento risalente della Sezione Lavoro, tale prova contraria deve fondarsi su circostanze oggettive esterne (un disguido postale, un impedimento materiale nella consegna) e non può valorizzare condizioni soggettive del ricevente, quale l’incapacità naturale: diversamente, si finirebbe per introdurre una causa di sospensione della decadenza non prevista dalla legge, in contrasto con l’art. 2964 del codice civile. La ricorrente sosteneva invece che questa lettura, se applicata rigidamente al rapporto di lavoro, sacrificasse in modo sproporzionato diritti di rilievo costituzionale come il diritto alla salute, il diritto di difesa e il diritto al lavoro, tutti coinvolti quando il licenziamento colpisce una persona incapace di comprendere il significato dell’atto ricevuto. Il percorso processuale: dalla Sezione Lavoro alla Corte Costituzionale Investita del ricorso, la Sezione Lavoro rimetteva la questione alle Sezioni Unite, evidenziandone la particolare importanza. Le Sezioni Unite, dal canto loro, pur confermando l’interpretazione tradizionale dell’art. 1335 cod. civ. — la conoscenza rilevante ai fini della norma è una conoscenza legale, fondata sulla conoscibilità oggettiva, non una conoscenza psicologica effettiva — hanno ritenuto che l’irrigidimento di questo principio nel rapporto di lavoro subordinato potesse risultare costituzionalmente inadeguato, data la peculiare natura dei diritti in gioco rispetto alla ordinaria disciplina dei contratti. Hanno perciò sollevato, con ordinanza interlocutoria, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, primo comma, della legge n. 604 del 1966, nella parte in cui fa decorrere il termine di impugnazione dalla ricezione dell’atto anche quando il lavoratore versi, incolpevolmente, in stato di incapacità naturale. La pronuncia della Corte Costituzionale La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 111 del 2025, ha accertato il contrasto della norma con gli artt. 4 e 35 della Costituzione, che tutelano il diritto al lavoro. Ha però evitato di accogliere la soluzione originariamente prospettata — far decorrere il termine dalla cessazione dello stato di incapacità — perché ciò avrebbe introdotto un elemento di incertezza indefinita, incompatibile con la funzione stessa dell’istituto della decadenza. Ha optato invece per una soluzione intermedia: il lavoratore incapace è esonerato dall’onere di impugnazione, anche stragiudiziale, nel termine breve di sessanta giorni, ma resta comunque tenuto a proporre l’impugnazione giudiziale entro il più ampio termine di duecentoquaranta giorni dalla ricezione della comunicazione di recesso. La decisione delle Sezioni Unite Tornata la causa all’esame delle Sezioni Unite, la Corte ha preso atto che, nel caso concreto, anche il termine di duecentoquaranta giorni indicato dalla Consulta non era stato rispettato: a fronte di un licenziamento ricevuto a settembre 2015, l’impugnazione giudiziale era stata proposta soltanto a novembre 2016, ben oltre la scadenza. La Corte ha dunque rigettato il ricorso, confermando la sentenza impugnata sia pure con motivazione parzialmente diversa rispetto a quella dei giudici di merito, e ha disposto la compensazione integrale delle spese di lite, in ragione della complessità della vicenda e dell’esito solo parzialmente favorevole del giudizio costituzionale per la ricorrente. Implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti sia per i lavoratori sia per le imprese. Per i lavoratori, e in particolare per chi si trovi, o si sia trovato, in condizioni di fragilità psichica documentabile, la decisione chiarisce che l’incapacità naturale non paralizza indefinitamente i termini di decadenza, ma offre una finestra temporale più ampia — duecentoquaranta giorni anziché sessanta — entro cui attivarsi, anche attraverso l’intervento di familiari, tutori o delle istituzioni preposte alla protezione delle persone incapaci. Per i datori di lavoro, la pronuncia conferma la stabilità del principio dell’affidamento sulla definitività del recesso una volta decorso il termine massimo, riducendo il rischio di contestazioni tardive fondate su condizioni soggettive del lavoratore non tempestivamente fatte valere. Conclusioni La sentenza n. 23486/2026 delle Sezioni Unite rappresenta un tassello importante nel bilanciamento tra certezza dei rapporti giuridici e tutela dei diritti fondamentali della persona nel rapporto di lavoro. Chi si trovi ad affrontare una situazione analoga, in cui una condizione di salute abbia inciso sulla tempestività di un’impugnazione, farebbe bene a verificare con attenzione i termini applicabili: il nostro studio è a disposizione per una valutazione personalizzata del caso.
Canna fumaria e decoro architettonico: quando il condominio può dire no

La Cassazione conferma: l’installazione di un impianto su parete comune deve fare i conti con l’estetica del fabbricato, non solo con la funzionalità Un condomino, titolare di un locale commerciale in un edificio di Roma, chiedeva di installare una canna fumaria sulla parete perimetrale secondaria dello stabile, necessaria per adeguare l’immobile alla normativa igienico-sanitaria e per lo smaltimento dei fumi della cucina e dell’impianto termico. L’assemblea condominiale respingeva la richiesta e il condomino impugnava la delibera davanti al Tribunale di Roma, chiedendone la nullità per difetto di motivazione. Il giudice di primo grado, dopo una consulenza tecnica d’ufficio, rigettava la domanda: dalle fotografie versate in atti e dagli accertamenti del perito emergeva che la canna fumaria, per il posizionamento previsto, per le dimensioni e per l’assenza di qualunque coerenza con l’ordito architettonico dell’edificio, avrebbe alterato negativamente il decoro del fabbricato, creando una vistosa disarmonia visiva rispetto ai prospetti esistenti. La Corte d’appello di Roma confermava integralmente questa lettura, precisando che la valutazione sul diritto ad installare l’impianto non potesse essere condotta in astratto, ma dovesse fondarsi sul progetto concretamente presentato dalla parte in causa, sul quale era stata svolta la perizia. Il condomino ricorreva quindi in Cassazione articolando sei motivi di doglianza, contestando sia presunti vizi processuali (tra cui un’ipotizzata mutatio libelli nella definizione della domanda) sia il merito della decisione, lamentando altresì una disparità di trattamento rispetto ad altro condomino a cui l’assemblea avrebbe consentito, in altra occasione, di installare un condizionatore sulla medesima parete.nuano ad adottare approcci tradizionali che, pur consolidati nel tempo, potrebbero non essere più adeguati alle esigenze di un contesto normativo e fiscale in continua evoluzione. Il quadro normativo: l’articolo 1102 del codice civile La disciplina di riferimento è l’articolo 1102 c.c., che riconosce a ciascun condomino il diritto di servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso. In tema di parti comuni condominiali, la giurisprudenza ha da tempo chiarito che l’appoggio di un impianto — come una canna fumaria — al muro perimetrale comune costituisce, in linea di principio, una modifica lecita, che il singolo condomino può realizzare a proprie cure e spese senza necessità di autorizzazione assembleare, purché rispetti tre condizioni cumulative: non impedisca l’altrui pari uso del bene, non pregiudichi la stabilità e la sicurezza dell’edificio, e non ne alteri il decoro architettonico. È proprio quest’ultimo requisito, quello del decoro architettonico, il cuore della decisione qui esaminata. La soluzione della Corte: cosa si intende per decoro architettonico La Cassazione, con l’ordinanza identificata dal numero di raccolta generale 22813/2026, ha confermato l’impostazione dei giudici di merito, richiamando un orientamento consolidato secondo cui il decoro architettonico va inteso come l’estetica complessiva del fabbricato, risultante dall’insieme delle linee e delle strutture che gli conferiscono una fisionomia armonica e un’identità propria. La sua lesione non si verifica soltanto quando si mutano le linee architettoniche originarie, ma anche quando la nuova opera si riflette negativamente sull’aspetto armonico dell’insieme dell’edificio, pur senza stravolgerne la struttura. La Corte ha inoltre precisato che il giudice di merito deve valutare caso per caso, con criteri di maggiore o minore rigore a seconda delle caratteristiche specifiche dell’edificio, accertando se lo stabile possedesse originariamente un’unità di linee e di stile suscettibile di essere significativamente alterata dall’innovazione contestata, e se su tale unità avessero già inciso precedenti modifiche operate da altri condomini. Nel caso di specie, la circostanza che la facciata interessata fosse un prospetto secondario, già dotato di condizionatori e pluviali, non è stata ritenuta sufficiente a escludere il pregiudizio estetico, proprio perché l’alterazione del decoro va valutata in concreto sull’opera specificamente progettata, non in termini generali e astratti. Sul piano probatorio, la pronuncia ribadisce un principio significativo: una volta accertata l’alterazione della fisionomia architettonica dell’edificio, il pregiudizio economico per gli altri condomini si presume come conseguenza normale di tale menomazione, poiché il decoro architettonico costituisce di per sé una qualità del fabbricato meritevole di tutela autonoma, a prescindere dalla prova di un danno patrimoniale ulteriore. Quanto ai profili di rito, la Corte ha escluso che vi fosse stata una mutatio libelli: la successiva memoria difensiva, con cui il ricorrente aveva fornito le caratteristiche tecniche precise del manufatto, non aveva mutato la causa petendi né il petitum, ma aveva semplicemente consentito di individuare con maggiore precisione l’oggetto della domanda originaria, ai fini dello svolgimento della consulenza tecnica. Anche le censure relative alla presunta disparità di trattamento rispetto ad altro condomino sono state dichiarate inammissibili, sia per difetto di specificità nella trascrizione degli atti richiamati, sia perché formulate tardivamente nel corso dei gradi di merito. Implicazioni pratiche Per i condomini che intendano installare canne fumarie, condizionatori o altri impianti a servizio della propria unità immobiliare su parti comuni, la pronuncia offre indicazioni operative precise. In primo luogo, il diritto di cui all’articolo 1102 c.c. non richiede una preventiva autorizzazione assembleare quando l’installazione non comporti modifica strutturale delle parti comuni; tuttavia, l’eventuale parere contrario dell’assemblea, pur non vincolante, segnala l’esistenza di pretese concrete degli altri condomini che vanno tenute in considerazione. In secondo luogo, e questo è l’aspetto più rilevante per la prassi, la valutazione sulla lesione del decoro architettonico va condotta sempre in concreto, sulla base del progetto specifico e delle sue caratteristiche tecniche — dimensioni, materiali, colori, posizionamento — e non genericamente sul tipo di impianto. Chi progetta un’installazione di questo tipo farebbe bene, dunque, a documentare fin da subito con precisione tecnica il manufatto che intende realizzare, poiché è su tale documentazione che il giudice, eventualmente supportato da una consulenza tecnica, fonderà il proprio giudizio. Infine, per gli amministratori di condominio e per le assemblee, la pronuncia ricorda che un diniego motivato sulla base di elementi oggettivi — quali l’assenza di pertinenza architettonica con i prospetti esistenti — regge il vaglio giudiziale, mentre censure generiche di disparità di trattamento, se non tempestivamente e specificamente documentate, sono destinate a essere dichiarate inammissibili. Conclusioni L’ordinanza n. 22813/2026 consolida un principio già presente nella giurisprudenza di legittimità, ma lo applica con rigore
Autovelox, entra in vigore il decreto sull’omologazione: cosa cambia davvero per gli automobilisti

Dopo trentaquattro anni di vuoto normativo, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato le regole tecniche che il Codice della Strada attendeva dal 1992. Ecco il quadro completo, tra novità legislative, giurisprudenza di legittimità e conseguenze pratiche per chi riceve una multa. Dal 12 luglio 2026 è operativo il decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 159 dell’11 luglio 2026, che disciplina per la prima volta in modo organico le caratteristiche, i requisiti e le procedure di omologazione, taratura e verifica di funzionalità dei dispositivi utilizzati per l’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità ai sensi dell’art. 142 del Codice della Strada. Si tratta della novità più rilevante degli ultimi mesi, perché interviene proprio sul nodo che per anni ha alimentato il contenzioso stradale italiano: la distinzione tra approvazione e omologazione degli apparecchi. Fino a ieri, infatti, l’art. 45, comma 6, del Codice della Strada imponeva l’omologazione degli strumenti di rilevazione automatica senza che esistesse una procedura definita per ottenerla. Il Ministero si era limitato, negli anni, a rilasciare semplici approvazioni tecniche, ritenute da una parte della giurisprudenza non equivalenti alla più rigorosa omologazione. Il nuovo decreto abroga gran parte del precedente D.M. n. 282 del 2017 – fatta salva una finestra transitoria di un anno per le disposizioni sulle tarature periodiche – e introduce una procedura strutturata: ogni prototipo dovrà essere sottoposto a una verifica ministeriale preventiva, e solo dopo il rilascio del relativo decreto di omologazione il produttore potrà realizzare e commercializzare gli esemplari conformi. Le soglie tecniche e i controlli previsti dal nuovo decreto La normativa fissa parametri di precisione non più derogabili. È richiesta una capacità di misurazione della velocità compresa almeno tra 30 e 230 km/h, con uno scarto massimo tollerato di 3 km/h per le velocità inferiori a 100 km/h e del 3% per quelle superiori. Accanto all’omologazione iniziale, il decreto introduce un sistema di controlli continui: taratura iniziale prima della messa in servizio, tarature periodiche con cadenza almeno annuale e verifiche di funzionalità che, in caso di esito negativo, sospendono l’utilizzabilità del dispositivo fino a un nuovo controllo positivo. Per i produttori diventa inoltre obbligatoria, ai fini delle nuove richieste di omologazione, la certificazione di qualità ISO 9001, con controlli di conformità della produzione a cadenza triennale per chi la possiede e annuale per chi ne è privo, su un campione non inferiore al 5% degli esemplari realizzati nell’ultimo anno solare. Sul fronte della protezione dei dati, il decreto impone la cifratura e la firma digitale delle immagini raccolte, oltre al mascheramento automatico dei volti ripresi nelle rilevazioni frontali, in continuità con le indicazioni già fornite dal Garante per la protezione dei dati personali. Un aspetto di immediato impatto riguarda il regime transitorio: l’Allegato B del decreto individua i decreti di approvazione dei prototipi già ritenuti conformi ai nuovi requisiti, che vengono così considerati omologati d’ufficio, mentre i dispositivi non richiamati nell’elenco dovranno essere sottoposti a verifica tecnica, restando frattanto inutilizzabili ai fini sanzionatori. Secondo i dati diffusi dal Ministero in concomitanza con l’entrata in vigore del provvedimento, su oltre diecimila apparecchi complessivamente censiti nel Paese, circa 3.150 risultano già regolari e conformi, mentre circa 850 sono stati sospesi in attesa di ottenere la necessaria omologazione. Il precedente normativo: il censimento nazionale del 2025 Il decreto del 2026 si innesta su una base normativa già posta dalla legge 18 luglio 2025, n. 105, di conversione del decreto-legge 21 maggio 2025, n. 73 (il cosiddetto Decreto Infrastrutture). L’art. 5, comma 3-bis, di quel provvedimento ha imposto alle amministrazioni e agli enti da cui dipendono gli organi di polizia stradale l’obbligo di comunicare al Ministero tipo, marca, modello e stato di conformità o omologazione di ogni apparecchiatura utilizzata ai fini dell’art. 142 CdS, precisando che tale comunicazione costituisce condizione necessaria per il legittimo utilizzo del dispositivo. La piattaforma telematica per il censimento, attivata con i decreti direttoriali n. 305 del 18 agosto 2025 e n. 367 del 29 settembre 2025, ha portato alla pubblicazione, il 28 novembre 2025, dell’elenco ufficiale dei dispositivi autorizzati, oggi consultabile sul portale velox.mit.gov.it. È proprio l’incrocio tra questo database e i nuovi requisiti tecnici del decreto 2026 a determinare, nell’immediato, la sospensione dei circa 850 apparecchi non ancora in regola. Il nodo giurisprudenziale: un orientamento consolidato e una lettura controversa Sul piano della giurisprudenza di legittimità, la linea interpretativa prevalente resta quella tracciata dalle ordinanze della Cassazione n. 10505 del 2024, n. 20913 del 2024 e n. 1332 del 2025, secondo cui l’omologazione costituisce condizione necessaria e non sostituibile con la mera approvazione ministeriale, e spetta all’amministrazione fornirne prova positiva in caso di contestazione. Su questo assetto è intervenuta, il 27 marzo 2026, l’ordinanza della Sezione Seconda civile n. 7374, che ha rigettato il ricorso di un’automobilista sanzionata a Pescara ritenendo sufficiente la prova della regolare taratura periodica del dispositivo. Una parte della stampa specializzata ha letto questa pronuncia come un cambio di rotta verso l’equiparazione sostanziale tra approvazione e omologazione; la dottrina più attenta e la successiva ordinanza della medesima Sezione, la n. 8797 dell’8 aprile 2026, hanno invece chiarito che non vi è stato alcun reale mutamento di indirizzo: quest’ultima pronuncia ha ribadito con nettezza che l’apparecchio deve essere debitamente omologato e che le circolari amministrative non possono equiparare i due istituti, in continuità con l’orientamento più rigoroso. Il quadro giurisprudenziale, dunque, resta segnato da una lettura non del tutto univoca, ed è proprio in questo contesto che il nuovo decreto ministeriale assume un valore chiarificatore, fornendo per la prima volta una procedura di omologazione effettivamente praticabile. Le implicazioni pratiche per i cittadini Per l’automobilista, la novità normativa ridisegna la strategia difensiva. Prima di impugnare un verbale conviene oggi verificare, nell’ordine, se il dispositivo che ha effettuato la rilevazione risulti censito nel database nazionale consultabile online, se sia effettivamente omologato secondo i nuovi criteri o rientri tra i prototipi transitoriamente equiparati dall’Allegato B, se la taratura risulti aggiornata entro i dodici mesi previsti e se la postazione rispetti le
Il danno da perdita del rapporto parentale spetta anche al figlio non ancora nato al momento della morte del padre

La Cassazione chiarisce: se il concepimento è già avvenuto, il diritto al risarcimento sussiste secondo le regole ordinarie della causalità adeguata Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 2006, un uomo perdeva la vita presso il Pronto Soccorso di un ospedale della provincia di Caserta, a causa di un’ostruzione coronarica che aveva provocato un edema polmonare. La moglie, anche in nome e per conto della figlia minore, conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere i medici che avevano avuto in cura il paziente e l’Azienda Sanitaria Locale di Caserta, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subìti. Un elemento della vicenda merita particolare attenzione: la figlia, al momento del decesso del padre, non era ancora nata, sebbene già concepita. Il Tribunale accoglieva parzialmente la domanda, condannando l’Azienda Sanitaria e i due medici, in solido, al pagamento di una somma complessiva superiore al milione di euro, comprensiva anche del danno da perdita del rapporto parentale riconosciuto alla figlia, pur non ancora nata al momento del fatto. La Corte d’Appello di Napoli, investita dei gravami proposti dalle parti, riduceva la condanna e, in particolare, escludeva integralmente il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in favore della figlia, ritenendo che nei suoi confronti non fosse configurabile né un pregiudizio dinamico-relazionale né un pregiudizio morale soggettivo, proprio in ragione della mancata nascita al momento del decesso paterno. Avverso questa decisione la madre, in proprio e quale esercente la responsabilità genitoriale, proponeva ricorso per cassazione, articolato su tre motivi. La questione è stata decisa dalla Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, con la pronuncia identificata dal numero di raccolta generale 22064/2026. La questione giuridica: due orientamenti a confronto Il cuore della controversia riguardava un interrogativo tutt’altro che scontato: il figlio che non era ancora nato, ma era già stato concepito, al momento della morte del padre naturale causata dall’illecito di un terzo, ha diritto al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale? La Cassazione ricostruisce l’esistenza, nella propria giurisprudenza, di due orientamenti contrapposti. Il primo, più risalente, riconosce il diritto al risarcimento anche al soggetto nato dopo la morte del genitore, ritenendo che gli elementi costitutivi dell’illecito (condotta, evento lesivo, conseguenze dannose) possano manifestarsi in momenti diversi senza che ciò interrompa il nesso causale. Il secondo orientamento, più restrittivo, richiede invece che il rapporto familiare sia già esistente al momento dell’illecito, escludendo quindi il risarcimento quando il presunto danneggiato non fosse ancora nato. Il quadro normativo e la soluzione della Corte Per dirimere il contrasto, la Cassazione opera una distinzione decisiva tra le fattispecie che avevano dato origine ai due orientamenti. Il precedente più restrittivo, infatti, riguardava una situazione diversa: quella di fratelli nati dopo un evento lesivo occorso al loro congiunto, quando essi non erano ancora stati nemmeno concepiti. Nel caso oggi deciso, invece, la figlia era già concepita al momento della morte del padre: una differenza che, per la Corte, non è di poco conto. L’art. 315-bis del codice civile, introdotto dalla riforma della filiazione del 2012-2013, tipizza il rapporto genitoriale come un vero e proprio statuto di diritti e doveri, riconoscendo al figlio un fascio di situazioni giuridiche soggettive fondate sull’interesse a crescere e a formare la propria personalità in modo pieno ed equilibrato. Secondo la Corte, se il concepimento è già avvenuto, l’instaurazione del rapporto genitoriale costituisce la conseguenza “normale” di quel concepimento; di conseguenza, se la morte del padre naturale impedisce che tale rapporto si consolidi, la perdita del legame affettivo ed educativo rappresenta la conseguenza normale dell’illecito, secondo la regola della causalità adeguata. La Cassazione precisa inoltre che, trattandosi della peculiare relazione genitoriale, le conseguenze pregiudizievoli della lesione (sofferenza morale e pregiudizio relazionale) sono oggetto di una presunzione che non ammette prova contraria da parte del danneggiante, a differenza di quanto avviene per le altre ipotesi di danno da perdita del rapporto parentale, dove il responsabile può dimostrare l’indifferenza affettiva o financo l’ostilità tra le parti. Né rileva, ai fini della causalità giuridica, il fatto che le conseguenze dannose si manifestino solo dopo la nascita: la giurisprudenza in tema di danno lungolatente e di decorrenza della prescrizione conferma che uno scarto temporale tra evento lesivo e conseguenze risarcibili è fenomeno del tutto ordinario nell’illecito civile. I principi affermati In sintesi, la Corte afferma che il diritto al risarcimento del danno da perdita del rapporto genitoriale spetta anche al figlio non ancora nato, purché già concepito, al momento della morte del genitore causata da fatto illecito altrui. Il diritto sorge in capo al figlio dopo la nascita, ma trova il proprio fondamento causale nell’illecito subìto dal genitore durante la gestazione, senza che rilevi la questione, dogmaticamente distinta, della capacità giuridica del concepito. Per questi motivi, il secondo motivo di ricorso viene accolto, con assorbimento del primo e del terzo. La sentenza impugnata è cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, che dovrà riesaminare la domanda risarcitoria attenendosi ai principi enunciati. Implicazioni pratiche Per le famiglie coinvolte in vicende di responsabilità sanitaria o, più in generale, di responsabilità civile che abbiano causato la morte di un genitore durante la gravidanza del figlio, la pronuncia rappresenta un chiarimento significativo: la circostanza che il figlio nasca dopo il decesso del genitore non preclude, di per sé, il diritto al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, se il concepimento era già avvenuto al momento del fatto. Per i professionisti sanitari e le strutture ospedaliere, la decisione conferma che l’ambito dei soggetti risarcibili in conseguenza di un errore medico fatale può includere anche i figli non ancora nati al momento del decesso, con conseguenze rilevanti in termini di quantificazione del danno risarcibile e di gestione del rischio assicurativo. Per gli avvocati che assistono le vittime “di riflesso” di un illecito, la sentenza offre un criterio distintivo prezioso: occorre sempre verificare se, al momento del fatto lesivo, il presunto danneggiato fosse già concepito, poiché da questa circostanza dipende l’applicabilità del principio più favorevole qui affermato. Il nostro studio
Salire in auto con chi ha bevuto: la Cassazione dice no agli automatismi nella valutazione della colpa del trasportato

La Corte di Cassazione, sezione III civile, ordinanza R.G. n. 09027/2024, esclude che la conoscenza dello stato di ebbrezza del conducente comporti, di per sé e in ogni caso, un concorso di colpa del passeggero coinvolto nel sinistro Nella notte tra il 21 e il 22 settembre 2014 un giovane, trasportato su un’automobile condotta da una persona in stato di ebbrezza alcolica, perde la vita in un grave incidente stradale. I congiunti della vittima, madre, fratelli e nipoti, agiscono in giudizio davanti al Tribunale di Brescia nei confronti della proprietaria del veicolo, del conducente e della compagnia assicuratrice, chiedendo il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale. Il Tribunale accerta un concorso di colpa della vittima nella misura del 50%, motivato dal fatto che questa fosse salita a bordo di un’auto guidata da persona ubriaca, essendo essa stessa in stato di alterazione, e non avesse indossato la cintura di sicurezza. Liquida quindi il danno da perdita del rapporto parentale in favore dei congiunti, dimezzando gli importi in ragione del concorso accertato. La Corte d’appello di Brescia, decidendo sugli appelli contrapposti, riduce ulteriormente gli importi risarcitori applicando le tabelle dell’Osservatorio per la Giustizia Civile di Milano, nella versione antecedente al 2022, e dichiara improponibile la domanda proposta dalle nipoti della vittima per difetto della richiesta stragiudiziale ex art. 145 del Codice delle assicurazioni. Contro questa decisione i congiunti propongono ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi. La questione giuridica: il concorso di colpa del trasportato Il cuore della pronuncia riguarda la seconda e la terza censura del ricorso, esaminate congiuntamente dalla Corte. La sentenza d’appello aveva confermato l’accertamento del concorso di colpa della vittima nella misura del 50%, ritenendo che la scelta di farsi trasportare da un conducente ubriaco, unita al proprio stato di alterazione, integrasse di per sé una condotta colposa concorrente nella produzione del danno. I ricorrenti contestano questa impostazione sotto un duplice profilo: da un lato, sostengono che la mera consapevolezza dello stato di ebbrezza altrui non equivalga a una cooperazione attiva nella causazione del sinistro; dall’altro, evidenziano che l’art. 2054, primo comma, del codice civile pone una presunzione di colpa a carico del conducente del veicolo, che non può essere ribaltata sulla vittima trasportata sulla base di un automatismo. Il quadro normativo: l’art. 1227 c.c. letto alla luce del diritto dell’Unione La Corte ricostruisce la disciplina applicabile muovendo dalla Direttiva 2009/103/CE, che armonizza a livello comunitario l’assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli. Il ventitreesimo Considerando della direttiva chiarisce che l’obiettivo del legislatore europeo è includere tutti i passeggeri trasportati nella copertura assicurativa, salvo il caso di circolazione consapevole su un veicolo di provenienza illecita, e che tale obiettivo sarebbe vanificato da una normativa nazionale che escludesse dal risarcimento, in base a criteri generali e astratti, chi fosse a conoscenza dello stato di ebbrezza del conducente. L’art. 13, ultimo comma, della stessa direttiva impone agli Stati membri di considerare priva di effetto qualunque clausola contrattuale o disposizione di legge che escluda il passeggero dalla copertura assicurativa sulla base della sola consapevolezza dello stato di alterazione del conducente. Resta invece salva, secondo la legislazione nazionale applicabile, la valutazione della responsabilità concreta del trasportato e la misura del risarcimento dovuto nel singolo caso. Su questo apparente contrasto, tra il divieto di esclusioni automatiche e la salvezza dell’autonomia degli Stati membri in tema di responsabilità civile, è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella nota pronuncia Candolin (causa C-537/03), affermando due principi complementari: il diritto dell’Unione sarebbe privato del proprio effetto utile se una normativa nazionale negasse o limitasse sproporzionatamente il risarcimento in base a criteri generali e astratti, mentre resta consentita agli Stati membri una limitazione fondata su una valutazione caso per caso di circostanze eccezionali. La soluzione della Cassazione: nessun automatismo, valutazione caso per caso Sulla base di questi principi, già recepiti dalla giurisprudenza di legittimità in un precedente del settembre 2024, la Corte afferma che il concorso di colpa del passeggero che si lasci trasportare da un conducente in stato di ebbrezza deve essere accertato con un giudizio sintetico a posteriori e non con un giudizio analitico e astratto a priori. Il giudice di merito è cioè chiamato a valutare, caso per caso, le condizioni della vittima e del conducente, l’entità del tasso alcolemico, le circostanze di tempo e di luogo, la prevedibilità del rischio, dando conto in motivazione di ciascuno di questi elementi. Nella vicenda esaminata, la Corte d’appello si era limitata a richiamare, con motivazione ritenuta sostanzialmente apparente, le condotte accertate e non contestate, incorrendo peraltro in una contraddizione interna: da un lato attribuiva il sinistro alla colpa esclusiva del conducente, dall’altro desumeva la consapevolezza della vittima circa lo stato di ebbrezza da una singola deposizione testimoniale, senza chiarire quale rilievo causale tale consapevolezza avesse avuto sull’evento lesivo e sulla percentuale di responsabilità attribuita. La Cassazione precisa inoltre che il residuo dubbio sulla prova della colpa della vittima ricade a sfavore di chi la eccepisce, trattandosi di un fatto impeditivo o estintivo della pretesa risarcitoria, sia pure rilevabile anche d’ufficio. Ne consegue che l’art. 1227, primo comma, del codice civile, interpretato in senso conforme al diritto europeo, non consente di ritenere sempre e necessariamente in colpa chi, dopo avere accettato consapevolmente di farsi trasportare da un conducente in stato di ebbrezza, rimanga vittima di un sinistro imputabile alla responsabilità di quest’ultimo. Resta invece confermata, perché ritenuta immune da vizi, la diversa statuizione relativa al mancato uso della cintura di sicurezza, che la Corte considera un’omissione colposa autonomamente rilevante sul piano causale, in quanto violazione di una specifica norma del codice della strada, avendo la Corte territoriale motivatamente accertato che l’uso della cintura avrebbe, con elevato grado di probabilità, evitato l’espulsione della vittima dall’abitacolo. Le altre questioni: richiesta stragiudiziale e criteri tabellari L’ordinanza accoglie anche il primo motivo di ricorso, relativo alla richiesta stragiudiziale di risarcimento prevista dall’art. 145 del Codice delle assicurazioni: la Corte chiarisce che tale richiesta ha la funzione di consentire all’assicuratore di formulare un’offerta, sicché la sua
La responsabilità del CTU: quando la consulenza tecnica diventa un rischio professionale

Perché un ausiliario del giudice deve rispondere come un pubblico ufficiale Quando un professionista accetta l’incarico di consulente tecnico d’ufficio non si limita a mettere a disposizione della giustizia la propria competenza tecnica: assume una funzione pubblica, sia pure temporanea, che lo rende partecipe dell’accertamento dei fatti su cui il giudice fonderà la propria decisione. Il magistrato, infatti, non possiede necessariamente gli strumenti tecnici per valutare una perizia contabile, una stima immobiliare o un accertamento medico-legale, e per questo delega tale compito a chi detiene lo strumento della scienza. La giurisprudenza ha da tempo chiarito la natura di questo ruolo: la Corte d’Appello di Palermo, nella sentenza n. 206/2023, ha affermato che il consulente tecnico d’ufficio, pur non esercitando funzioni giudiziarie in senso proprio, svolge una pubblica funzione quale ausiliario del giudice nell’interesse generale della giustizia. Questa investitura pubblica non è un dettaglio formale privo di conseguenze: è il presupposto da cui discende un sistema di responsabilità particolarmente articolato, disciplinato dall’art. 64 del codice di procedura civile, che merita di essere conosciuto non solo dai tecnici che accettano incarichi di CTU, ma anche dagli avvocati e dalle parti dei processi civili, poiché da una consulenza errata può dipendere l’esito stesso della controversia. La struttura piramidale della responsabilità: dal dolo alla colpa lieve L’art. 64 c.p.c. costruisce un sistema di responsabilità che può essere rappresentato come una piramide, nella quale la gravità della condotta determina l’intensità della sanzione. Al vertice si colloca la responsabilità penale più severa, quella per falsa perizia: il primo comma della norma rinvia all’art. 373 c.p., estendendo al consulente civile i medesimi reati previsti per il perito nel processo penale. Qui il legislatore punisce il dolo, cioè la condotta di chi afferma il falso o tace il vero con piena consapevolezza e volontà. Un gradino più in basso si colloca una fattispecie più recente e per certi versi più insidiosa, introdotta dal secondo comma della medesima disposizione: la responsabilità penale per colpa grave nell’esecuzione dell’incarico. In questo caso non è necessario il dolo, ma è sufficiente una negligenza macroscopica o un’imperizia inescusabile per esporre il tecnico a sanzioni comunque rilevanti, quali l’arresto fino a un anno o l’ammenda fino a 10.329 euro. Alla base della piramide si trova infine la responsabilità civile, che rappresenta il livello più ampio e, nella pratica, quello con cui il consulente si confronta più di frequente. Fino al 1985 la responsabilità civile del CTU era legata a quella penale dal termine “inoltre”, quasi a suggerire una dipendenza tra i due piani. La legge n. 281/1985 ha sostituito quella congiunzione con l’espressione “in ogni caso”, sancendo l’autonomia piena della responsabilità civile rispetto a quella penale: oggi il consulente risponde civilmente anche per colpa lieve, indipendentemente dal fatto che la sua condotta integri o meno un reato. Se dalla consulenza deriva un danno, sorge l’obbligo di risarcirlo, a prescindere dall’elemento soggettivo che ha caratterizzato l’errore. Accanto a questi tre livelli, occorre ricordare che il tecnico può incorrere anche in responsabilità disciplinare, quando la sua condotta non risulti conforme ai doveri deontologici richiesti dall’iscrizione all’albo, e in responsabilità amministrativo-contabile, qualora il suo operato produca un danno erariale, con conseguente chiamata in giudizio davanti alla Corte dei conti. CTU e stimatore delle esecuzioni immobiliari: differenze che non eliminano la responsabilità Il sistema descritto non riguarda soltanto il consulente tecnico nominato nei giudizi di cognizione, ma si estende anche alla figura dell’esperto stimatore incaricato nelle procedure esecutive immobiliari. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18313/2015, ha equiparato le due figure sotto il profilo della responsabilità ex art. 64 c.p.c., equiparazione poi confermata dall’ordinanza n. 21444/2025. Le differenze funzionali restano comunque significative. Il consulente tecnico d’ufficio interviene per risolvere una controversia tra le parti di un giudizio di cognizione, mentre lo stimatore fornisce al giudice dell’esecuzione gli elementi tecnici necessari alla vendita forzata del bene, con una funzione essenzialmente informativa. Cambia anche il momento in cui si esercita il contraddittorio: nel caso del CTU esso è preventivo e obbligatorio, mentre per lo stimatore è spesso differito, in quanto le osservazioni delle parti intervengono solo dopo il deposito della stima. Vi è infine una differenza che rivela un diverso approccio epistemologico ai due incarichi: il CTU giura di far conoscere al giudice la verità, secondo la formula dell’art. 193 c.p.c., mentre lo stimatore giura più pragmaticamente di adempiere fedelmente alle operazioni affidategli, come previsto dall’art. 161 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile. Nonostante queste differenze, entrambe le figure condividono lo stesso punto critico: sono ausiliari della giustizia che non possono tradire la fiducia riposta in loro dal giudice, pena il risarcimento del danno eventualmente causato. Perché il tecnico è così esposto: la deferenza cognitiva del giudice La ragione per cui il consulente tecnico è particolarmente esposto al rischio risarcitorio risiede in un meccanismo che potremmo definire di deferenza cognitiva: non potendo sindacare nel merito le valutazioni tecniche, il giudice tende a fare proprie le conclusioni dell’ausiliario, attribuendo così alla relazione peritale un’efficacia causale determinante sulla decisione finale. Il giudice, tuttavia, non perde il proprio ruolo di controllo: resta custode del metodo con cui l’accertamento tecnico è stato condotto, anche quando non ne possiede la competenza specialistica. In questa prospettiva assume un significato particolare il contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, che non va inteso come un adempimento burocratico, ma come una verifica sostanziale della tenuta delle conclusioni raggiunte: se le osservazioni critiche dei consulenti di parte non riescono a intaccare le conclusioni del CTU, la relazione ne esce rafforzata; se invece individuano errori fondati, la loro funzione preventiva evita che l’errore si consolidi in una decisione giudiziaria. Un aspetto pratico rilevante riguarda la distinzione tra l’errore di valutazione e l’errore di accertamento: la responsabilità colpisce raramente il consulente che esprime un giudizio valutativo opinabile, rientrante nel margine fisiologico delle opinioni tecniche, mentre colpisce con maggiore severità chi commette un errore nell’attività istruttoria, ad esempio misurando in modo scorretto una superficie o ignorando una servitù regolarmente trascritta. È in questa fase, quella dell’accertamento
La cappella di famiglia e il diritto di sepoltura: la Cassazione torna sui confini tra sepolcro familiare ed ereditario

Quando la volontà del fondatore prevale sulla parità di genere: un caso che parte dal 1914 Esistono controversie che attraversano intere generazioni prima di trovare una parola definitiva nelle aule di giustizia. È quanto accaduto in una vicenda decisa di recente dalla Corte di Cassazione (Sez. II civile, ord. raccolta generale n. 20252/2026), che ha origine in un atto di divisione del 1914, con cui alcuni fratelli regolavano la titolarità di una cappella mortuaria custodita in un cimitero toscano, rimasta in comunione tra i discendenti della famiglia. Quella clausola, all’epoca del tutto comune, riservava il diritto di sepoltura a chi portasse, per legge, il cognome della famiglia fondatrice, con una limitata estensione a favore delle discendenti dirette che, pur avendo acquisito altro cognome con il matrimonio, avessero manifestato il desiderio di essere sepolte nella cappella. Era inoltre previsto il divieto di rimuovere le salme già inumate e l’indivisibilità del bene. Nel corso dei decenni, però, la prassi familiare si era progressivamente discostata da questa impostazione: la sepoltura era stata di fatto consentita a tutti i discendenti, senza distinzione di sesso o di linea di provenienza, purché vi fosse il consenso degli altri eredi. Questa evoluzione informale venne infine messa per iscritto in alcune deliberazioni assunte dalla comunione ereditaria tra il 2008 e il 2013, con le quali si riconosceva il diritto di sepoltura a tutti i discendenti in linea retta, uomini e donne, e persino ai coniugi. Il conflitto giudiziario: due visioni della stessa cappella Proprio queste deliberazioni hanno innescato il contenzioso. Due discendenti della famiglia, ritenendosi le uniche legittime titolari del diritto in forza della clausola originaria del 1914, hanno chiesto al Tribunale competente di dichiarare nulle le decisioni assunte dalla comunione ereditaria, sostenendo che fossero state approvate da soggetti privi di legittimazione. I convenuti, di contro, sostenevano che la cappella avesse natura ereditaria — e non familiare — e che, in ogni caso, la clausola fosse divenuta nulla per contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza, oppure fosse stata superata dal comportamento concludente della famiglia, mantenuto nel tempo. Il Tribunale di primo grado ha accolto la domanda delle ricorrenti, qualificando il sepolcro come gentilizio (o familiare) e non ereditario, e dichiarando nullo il regolamento del 2013 perché approvato senza il consenso di una delle aventi diritto. La Corte d’appello ha confermato integralmente questa lettura, respingendo il ricorso proposto contro la decisione di primo grado. La vicenda è quindi giunta in Cassazione, sulla base di sei distinti motivi di ricorso. La questione giuridica: sepolcro ereditario o sepolcro familiare? Il nodo centrale della controversia riguarda una distinzione che il diritto privato porta con sé da tempo immemorabile: quella tra sepolcro ereditario e sepolcro familiare (o gentilizio). Si tratta di una differenza tutt’altro che teorica, perché determina in modo opposto chi ha diritto a essere sepolto in una determinata tomba. Nel sepolcro ereditario il diritto di sepoltura (ius sepulchri) si trasmette come un bene qualsiasi, secondo le regole ordinarie della successione: per atto tra vivi o per testamento, anche a persone estranee alla famiglia. Nel sepolcro familiare, invece, il diritto si acquista iure proprio fin dalla nascita, in base al legame con il fondatore previsto nell’atto costitutivo o desunto dagli usi: non è cedibile per atto tra vivi, non si trasmette per successione, non si perde per prescrizione né per rinuncia. Soltanto con l’estinzione dell’intera cerchia dei familiari individuata dal fondatore il sepolcro muta natura, trasformandosi in ereditario e tornando soggetto alle regole successorie ordinarie. Per stabilire quale dei due regimi si applichi, occorre sempre risalire alla volontà del fondatore al momento della costituzione del sepolcro: una volontà che può essere espressa direttamente nell’atto, ma che può risultare anche da elementi indiziari. Solo quando tale volontà non sia ricostruibile, si applicano le regole consuetudinarie, le quali, secondo la tradizione, riservavano il diritto al fondatore, al coniuge, ai discendenti maschi e alle loro mogli, nonché alle figlie nubili, escludendo invece i discendenti delle figlie e le altre discendenti femmine. La giurisprudenza più recente ha ampliato questa nozione, riconoscendo il diritto di sepoltura anche alle figlie del fondatore e ai loro discendenti, pur sempre “salva la contraria volontà del fondatore”. Il ragionamento della Corte: la volontà del fondatore è sovrana La Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, articolando un percorso argomentativo netto. Il punto decisivo, secondo gli Ermellini, è che nel caso specifico la Corte d’appello non aveva applicato le regole consuetudinarie — quelle, appunto, oggetto di censura per il loro presunto carattere discriminatorio — ma aveva accertato, con un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, l’esistenza di una volontà specifica del fondatore, espressa proprio nella clausola n. 13 dell’atto del 1914. Questo accertamento ha reso irrilevanti le numerose questioni di legittimità costituzionale sollevate dal ricorrente, relative al presunto contrasto tra le regole consuetudinarie in materia di sepoltura e i principi di parità di genere sanciti dalla Costituzione, dalle Carte europee e dalla Convenzione di New York del 1979. La Corte ha chiarito che, quando il fondatore ha manifestato una volontà specifica, non si tratta più di applicare (e dunque eventualmente di disapplicare per illegittimità) gli usi consuetudinari, ma semplicemente di darle attuazione: la volontà del fondatore, ha ribadito la Cassazione, è sovrana e può restringere o ampliare senza limiti la cerchia dei beneficiari. La Corte ha inoltre escluso che la previsione contrattuale, volta a privilegiare la trasmissione del cognome, integrasse un intento discriminatorio: tale impostazione si spiegava storicamente con la considerazione che i figli maschi conservavano il cognome del fondatore, mentre le figlie, con il matrimonio, entravano a far parte di una nuova famiglia che avrebbe potuto disporre di un proprio sepolcro. Quanto al comportamento concludente tenuto dalla famiglia nei decenni successivi — che secondo il ricorrente avrebbe reso inoperante la clausola originaria — la Cassazione ha richiamato il principio, già affermato dalle Sezioni Unite con la pronuncia raccolta generale n. 17122/2018, secondo cui il diritto al sepolcro familiare è imprescrittibile e irrinunciabile, e non può essere trasmesso né per atto tra vivi né per causa di morte.