La clinica paga, ma non può sempre rivalersi sul medico: la Cassazione chiarisce i limiti dell’azione di rivalsa nella responsabilità sanitaria

Con l’ordinanza n. 9949/2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione conferma che l’art. 9 della legge Gelli-Bianco governa in via esclusiva i rapporti interni tra struttura sanitaria e medico, anche quando quest’ultimo opera come libero professionista. Una casa di cura privata viene condannata a risarcire una paziente per i danni subiti a seguito di un intervento di lipoaspirazione eseguito in modo non conforme alle regole dell’arte. La struttura aveva chiamato in causa il chirurgo che aveva materialmente eseguito l’operazione — un libero professionista che aveva ricevuto il compenso direttamente dalla paziente, operante in regime di solvenza — formulando nei suoi confronti una domanda di regresso e di manleva, fondata sia su una clausola contrattuale che lo obbligava a tenere indenne la clinica, sia sulle norme codicistiche che regolano i rapporti interni tra condebitori solidali. La questione giuridica è tutt’altro che marginale: può la struttura sanitaria rivalersi integralmente sul medico che ha causato il danno? E questa possibilità è condizionata dal tipo di rapporto che intercorre tra la struttura e il professionista, o dalla circostanza che il medico avesse un contratto diretto con il paziente? Il quadro normativo: la legge Gelli-Bianco e l’art. 9 Per comprendere la risposta della Cassazione è necessario partire dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 — nota come legge Gelli-Bianco — che ha profondamente riformato la responsabilità civile in ambito sanitario. Questa legge ha introdotto il cosiddetto “doppio binario”: la struttura risponde sempre contrattualmente verso il paziente ai sensi dell’art. 1218 c.c., mentre il medico dipendente risponde di norma solo per fatto illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c., salvo che abbia assunto direttamente un’obbligazione contrattuale con il paziente. L’art. 9 della stessa legge disciplina il piano interno dei rapporti tra struttura e medico, condizionando l’azione di rivalsa della struttura al ricorrere del dolo o della colpa grave del sanitario. Non è una limitazione qualunque: significa che anche quando la struttura ha pagato il risarcimento al paziente, non può automaticamente pretendere il rimborso dal medico se la condotta di questi integrava una semplice colpa professionale, per quanto accertata. L’argomento della struttura: la norma non si applica al libero professionista La casa di cura ricorrente sosteneva che l’art. 9 della legge Gelli-Bianco dovesse applicarsi soltanto ai casi in cui il medico risponde verso il paziente a titolo extracontrattuale — cioè come dipendente della struttura — e non alle ipotesi in cui il professionista abbia assunto direttamente un’obbligazione contrattuale con il paziente solvente. In questo secondo caso, ragionava la ricorrente, entrambi rispondono contrattualmente verso il paziente, e il regresso interno dovrebbe seguire le ordinarie regole codicistiche degli artt. 2055, 1298 e 1299 c.c., senza il filtro del dolo o della colpa grave. Si aggiungeva che sarebbe irragionevole negare alla struttura un diritto che avrebbe riconosciuto al medico nel caso in cui fosse stato quest’ultimo a risarcire il paziente. La risposta della Cassazione: conta l’organizzazione, non il titolo contrattuale La Corte rigetta questa impostazione con argomenti puntuali e sistematicamente coerenti. Il discrimine per l’applicabilità dell’art. 9 non è il titolo della responsabilità del medico verso il paziente — contrattuale o extracontrattuale — bensì il fatto che il danno si sia prodotto nell’ambito di una prestazione sanitaria erogata attraverso l’organizzazione della struttura. Quando la clinica mette a disposizione sale operatorie, apparecchiature, personale e supporti logistici, il medico — anche se libero professionista e anche se contrattualmente obbligato verso il paziente — opera come ausiliario della struttura ai sensi dell’art. 1228 c.c. È questa ausiliarietà, fondata sull’utilizzo dell’apparato organizzativo della struttura, a determinare l’applicazione dell’art. 9. La Cassazione richiama in proposito un orientamento già consolidato. Con la sentenza n. 34516 del 2023, la Corte aveva già chiarito che il principio opera «in ogni caso in cui la struttura operi per il tramite di un medico che per ciò stesso diviene suo ausiliario» e che l’ausiliarietà non è esclusa dalla pluralità di contratti, dall’esternalizzazione di segmenti organizzativi, né dall’autonomia tecnico-professionale del prestatore d’opera. La natura imperativa dell’art. 9 e la clausola contrattuale Un ulteriore profilo esaminato dall’ordinanza riguarda la possibilità che le parti abbiano pattuito contrattualmente una disciplina più favorevole alla struttura — nel caso specifico, mediante una clausola del contratto libero-professionale che obbligava il medico a tenerla indenne da qualsiasi responsabilità. La Cassazione, affrontando la questione, chiarisce un punto di portata sistematica rilevante: l’art. 9 ha natura imperativa, strettamente funzionale agli scopi di rilievo pubblicistico perseguiti dalla legge Gelli-Bianco nel suo complesso, e la conseguente nullità della clausola contrattuale che vi deroghi è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Questa affermazione ha un impatto concreto immediato: qualunque patto tra struttura e medico che aggravi la posizione di quest’ultimo oltre la soglia del dolo o della colpa grave è nullo per contrasto con una norma imperativa. L’autonomia negoziale cede rispetto alla disciplina legale speciale. Cosa significa colpa grave in ambito sanitario L’ordinanza affronta anche la nozione di colpa grave rilevante ai fini dell’art. 9. La struttura ricorrente contestava che la Corte d’appello avesse adottato una definizione eccessivamente restrittiva — quella di “eccezionale e inescusabile devianza dal programma condiviso di tutela della salute” — trasformando il requisito della colpa grave in una soglia praticamente irraggiungibile. La Cassazione respinge la critica. La nozione di colpa grave non coincide con qualsiasi scostamento dalle regole dell’arte; richiede invece una valutazione qualificata della condotta, tale da evidenziare un grado di negligenza, imprudenza o imperizia che eccede l’ordinaria colpa professionale. La valutazione in concreto di questo requisito — che il giudice di merito ha svolto sulla base delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio — è insindacabile in sede di legittimità. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per strutture e medici L’ordinanza consolida un assetto che ha conseguenze molto concrete per tutti gli operatori del settore sanitario privato. Per le strutture, il messaggio è chiaro: assumere il rischio organizzativo significa rispondere verso il paziente anche per il fatto del medico ausiliario, ma non significa poter trasferire automaticamente sul professionista l’intero onere risarcitorio. Il regresso è possibile, ma solo in presenza di dolo o colpa
Indennità di accompagnamento: anche la “supervisione continua” dà diritto alla prestazione

La Cassazione chiarisce quando spetta l’indennità: nuova interpretazione sui requisiti della deambulazione assistita L’indennità di accompagnamento rappresenta un sostegno economico fondamentale per chi non è in grado di deambulare autonomamente o di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua. Ma cosa si intende esattamente per “impossibilità di deambulare senza aiuto”? Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, ordinanza n. 28212/2025) offre un’interpretazione importante che amplia le tutele per i beneficiari. La pianificazione patrimoniale moderna richiede un approccio sistematico che vada oltre la semplice proprietà diretta dei beni, abbracciando invece strategie di controllo strategico e protezione strutturale. Attraverso l’analisi di cinque aspetti fondamentali spesso sottovalutati, emergerà come la gestione professionale del patrimonio familiare richieda competenze multidisciplinari e una visione d’insieme che sappia anticipare e gestire i rischi futuri. Il caso esaminato dalla Corte La vicenda processuale si è protratta per anni attraverso diversi gradi di giudizio. Un cittadino aveva richiesto il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, ma la sua domanda era stata inizialmente rigettata. Gli eredi, dopo la morte del ricorrente, hanno proseguito la battaglia legale fino alla Cassazione. Il punto centrale della controversia riguardava l’interpretazione delle condizioni cliniche documentate: le perizie mediche attestavano che il paziente necessitava di “supervisione continua” durante la deambulazione e di “aiuto” per l’elevato rischio di cadute. La deambulazione avveniva “con base allargata, con l’aiuto di appoggi e supervisione continua”. L’INPS e il giudice di merito avevano ritenuto che questa situazione non integrasse il requisito richiesto dalla legge, sostenendo che mancasse la “necessità dell’aiuto continuo di un accompagnatore durante la deambulazione”. In altre parole, secondo questa interpretazione restrittiva, la semplice supervisione non equivaleva all’assistenza fisica diretta. Il quadro normativo di riferimento L’indennità di accompagnamento è disciplinata dalla legge n. 18 del 1980 e successive modifiche (in particolare la legge n. 508 del 1988). L’articolo 1 della legge 18/1980 stabilisce che hanno diritto all’indennità “i mutilati ed invalidi civili totalmente inabili” che si trovano in una di queste due condizioni alternative: È sufficiente che si verifichi anche solo una delle due condizioni per avere diritto alla prestazione. La norma, quindi, non richiede che entrambi i requisiti siano contemporaneamente presenti. La decisione della Cassazione: un’interpretazione estensiva La Corte Suprema ha accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata e affermando un principio interpretativo di grande rilevanza pratica. I giudici di legittimità hanno chiarito che la “necessità di supervisione continua” durante la deambulazione integra pienamente il requisito dell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore. L’argomentazione della Cassazione è lineare e convincente: la supervisione implica necessariamente che l’attività di deambulazione non possa essere compiuta in autonomia. Se è necessaria una presenza costante per evitare cadute o incidenti, significa che la persona non è in grado di muoversi da sola in sicurezza. La distinzione tra “supervisione” e “aiuto fisico diretto” viene quindi superata: entrambe le forme di assistenza rientrano nel concetto di “aiuto permanente” previsto dalla legge. La Corte ha inoltre sottolineato che tale necessità deve essere continua e non episodica, requisito che nel caso concreto era pienamente soddisfatto dalle risultanze mediche. Un aspetto importante chiarito dalla sentenza riguarda il rapporto tra i due requisiti alternativi previsti dalla legge. La Cassazione ha precisato che la residua autonomia funzionale del soggetto, valutata secondo parametri come la scala di Barthel (uno strumento standardizzato per misurare l’autonomia nelle attività quotidiane), non incide sulla valutazione del requisito della deambulazione assistita. Si tratta infatti di due presupposti distinti e alternativi: l’impossibilità di deambulare da un lato, l’impossibilità di compiere gli atti quotidiani dall’altro. La presenza di una parziale autonomia nelle attività quotidiane non esclude quindi il diritto all’indennità se sussiste l’impossibilità di deambulare senza assistenza. Le implicazioni pratiche della pronuncia Questa sentenza ha ricadute concrete importanti per diverse categorie di soggetti. Per i cittadini con disabilità motorie, la decisione rappresenta un’apertura significativa: non è più necessario dimostrare che si è completamente immobili o che si necessita di sostegno fisico diretto durante ogni spostamento. È sufficiente provare che, per la sicurezza della persona, è indispensabile la presenza costante di qualcuno che supervisioni i movimenti. Pensiamo, ad esempio, a una persona anziana con disturbi dell’equilibrio, a chi soffre di patologie neurologiche che comportano rischio di cadute improvvise, o a soggetti con deficit cognitivi che rendono pericolosa la deambulazione autonoma. In tutti questi casi, anche se tecnicamente la persona riesce a muovere qualche passo da sola, la necessità di supervisione continua per evitare incidenti integra il diritto all’indennità. Per i familiari e i caregiver, questa interpretazione riconosce il valore e la necessità dell’assistenza che quotidianamente prestano, anche quando questa non si traduce in un sostegno fisico diretto ma in una vigilanza costante e indispensabile. Dal punto di vista procedurale, la sentenza offre indicazioni importanti anche per la fase di accertamento sanitario. Le commissioni mediche e i consulenti tecnici d’ufficio dovranno prestare attenzione non solo alla capacità fisica di deambulazione, ma anche alla necessità di supervisione per garantire la sicurezza del soggetto. La documentazione clinica dovrà attestare non soltanto le difficoltà motorie in senso stretto, ma anche i rischi connessi alla deambulazione autonoma e la conseguente necessità di presenza assistenziale continua. Per gli avvocati e i professionisti del settore, questa pronuncia costituisce un precedente giurisprudenziale da richiamare nelle controversie previdenziali, specialmente quando l’INPS oppone un diniego basandosi su un’interpretazione restrittiva del requisito della deambulazione assistita. La sentenza della Cassazione n. 28212/2025 deve essere citata per sostenere che la supervisione continua equivale all’aiuto permanente richiesto dalla legge. È importante notare che la Corte ha cassato la sentenza di merito con rinvio, disponendo quindi che un altro giudice riesamini la questione alla luce dei principi affermati. Questo significa che il procedimento non è ancora concluso, ma l’orientamento interpretativo è ormai chiaramente fissato dalla Suprema Corte. Come far valere i propri diritti Se ti trovi in una situazione simile o hai ricevuto un diniego dall’INPS per l’indennità di accompagnamento nonostante tu necessiti di supervisione continua durante la deambulazione, è importante sapere che hai strumenti di tutela. Il primo passo è sempre verificare attentamente la motivazione del provvedimento di