Revocatoria di donazione in comunione legale: serve chiamare in causa anche il coniuge non debitore?

La Cassazione rivoluziona l’azione pauliana tra coniugi: quando la banca agisce per inefficacia della donazione, entrambi i coniugi devono partecipare al giudizio Quando una banca creditrice scopre che il proprio debitore ha donato un immobile alla figlia, privandosi così delle risorse per pagare il debito, può agire in revocatoria per rendere inefficace quella donazione. Ma cosa succede se l’immobile donato era in comunione legale tra i coniugi? Deve essere citato in giudizio solo il coniuge debitore, oppure anche l’altro coniuge che ha partecipato alla donazione? La risposta a questa domanda, tutt’altro che scontata, è stata fornita dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4523 del 2026, che segna un importante cambio di rotta nella giurisprudenza di legittimità. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda ha origine da un’azione revocatoria promossa da una banca nei confronti di un ex presidente del suo consiglio di amministrazione e della figlia di questi. La banca aveva promosso azione di responsabilità nei confronti dell’ex presidente e, successivamente, aveva scoperto che quest’ultimo aveva donato alla figlia la quota della metà indivisa di un immobile situato a Palermo, depauperando così il proprio patrimonio. L’istituto di credito ha quindi convenuto in giudizio sia il donante che la figlia donataria, chiedendo la dichiarazione di inefficacia della donazione ai sensi dell’articolo 2901 del codice civile, la norma che disciplina l’azione revocatoria ordinaria. Tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello di Palermo hanno accolto la domanda della banca, dichiarando inefficace la donazione. La donataria ha però impugnato la sentenza davanti alla Cassazione, sollevando una questione fondamentale: la moglie del donante, pur essendo in comunione legale dei beni con il marito e pur avendo partecipato all’atto di donazione, non era stata chiamata in giudizio. Secondo la ricorrente, questa mancata partecipazione avrebbe dovuto comportare la nullità della sentenza per violazione delle regole sul litisconsorzio necessario. La comunione legale: una comunione senza quote Per comprendere la portata della decisione della Cassazione, occorre richiamare le caratteristiche peculiari della comunione legale tra coniugi, che la distinguono nettamente dalla comunione ordinaria. Come la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire in numerose occasioni, nella comunione legale la quota non costituisce elemento strutturale della proprietà. A differenza della comunione ordinaria, dove ciascun comproprietario è titolare di una quota ideale del bene, nella comunione legale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni della comunione, non essendo nemmeno ammessa la partecipazione di estranei. Questo principio, confermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 311 del 1988, ha una conseguenza fondamentale: nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge non può disporre della propria quota, ma può disporre dell’intero bene comune. Il consenso dell’altro coniuge, richiesto dall’articolo 180, secondo comma, del codice civile per gli atti di straordinaria amministrazione, è un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio di un potere. La mancanza di tale consenso, quando si tratta di beni immobili o mobili registrati, costituisce un vizio del negozio che lo rende annullabile su domanda del coniuge che non ha prestato il consenso, entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto. La questione del litisconsorzio necessario nell’azione revocatoria Il tema centrale affrontato dalla Cassazione riguarda quindi la configurabilità del litisconsorzio necessario tra i coniugi in regime di comunione legale nel giudizio di revocatoria dell’atto dispositivo compiuto da entrambi. La giurisprudenza precedente della Suprema Corte aveva affermato che il coniuge non debitore non fosse parte necessaria del giudizio revocatorio, sulla base della considerazione che l’azione pauliana è finalizzata alla conservazione della garanzia del credito vantato nei confronti di uno solo dei coniugi, e quindi limitata alla sola metà del diritto oggetto di comunione legale. La Terza Sezione civile ha però ritenuto che questo orientamento non tenga conto della peculiare fattispecie rappresentata da un atto di straordinaria amministrazione compiuto da entrambi i coniugi con un terzo, come la donazione di un immobile. Tale atto non è limitato alla quota di proprietà del coniuge debitore, ma incide necessariamente anche sul diritto del coniuge non disponente. La Corte ha quindi chiarito che la garanzia del creditore, nel caso di bene oggetto di comunione legale, è data dal bene nella sua interezza, non da una quota astratta e indivisa dello stesso, che nella comunione legale non esiste come tale nella realtà giuridica e nel patrimonio del debitore. I principi affermati dalla Cassazione La Suprema Corte ha formulato alcuni principi di diritto destinati a guidare la soluzione di casi analoghi. In primo luogo, ha ribadito che nella comunione legale, essendo il rapporto inscindibile e unitario, rimane preclusa l’applicabilità sia della disciplina dell’espropriazione di quote prevista dall’articolo 599 del codice di procedura civile e seguenti, sia di quella contro il terzo non debitore. Ammettere un’espropriazione per la sola quota della metà significherebbe, infatti, applicare in via analogica una disciplina eccezionale, consentendo l’assegnazione della quota del coniuge debitore ad estranei o la sua vendita giudiziaria, con conseguente introduzione di un estraneo all’interno della comunione legale. In secondo luogo, la Cassazione ha affermato che l’atto dispositivo di un immobile è un atto di straordinaria amministrazione che, ai sensi dell’articolo 184 del codice civile, per la sua validità ed efficacia richiede il consenso anche dell’altro coniuge in regime di comunione dei beni. Da questa previsione normativa è possibile dedurre il principio generale secondo cui un coniuge non può singolarmente compiere gli atti di straordinaria amministrazione, dato che nella comunione legale i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto di quota, ma di una situazione giuridica inscindibile. Ne consegue che, in relazione all’azione revocatoria esperita dal creditore, anche il coniuge non debitore che ha prestato il consenso all’atto dispositivo deve essere posto in condizione di difendersi rispetto alla evenienza dell’inefficacia della sua volontà, dirimente per giungere al perfezionamento negoziale, conseguente all’eventuale accoglimento dell’azione. Tale incidenza comporta la sussistenza del litisconsorzio processuale, stante il carattere unitario e inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, e attesa la natura di atto eccedente l’ordinaria amministrazione compiuto dai coniugi sul bene in comune che, secondo la regola codicistica dettata dall’articolo 180, secondo
Il subentro della curatela fallimentare nell’azione revocatoria ordinaria: principi consolidati e nuove conferme

La recente pronuncia della Corte d’Appello di Napoli, Seconda Sezione Civile, sentenza del 30 aprile 2025 (RG nn. 3146/2021 e 3475/2021) offre l’occasione per un approfondimento sistematico sui rapporti tra azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c. e procedure concorsuali, con particolare riguardo alla legittimazione della curatela fallimentare ai sensi dell’art. 66 L.F. La decisione in esame conferma orientamenti giurisprudenziali consolidati, dirimendo questioni di particolare rilevanza pratica che frequentemente si presentano nei rapporti tra procedimenti individuali e collettivi. La fattispecie e il quadro normativo di riferimento I fatti di causa La vicenda trae origine da un’azione revocatoria ordinaria promossa da due creditori nei confronti di un notaio per ottenere la dichiarazione di inefficacia di due distinti atti di donazione immobiliare, rispettivamente del 18 ottobre 2012 e del 31 ottobre 2012, con i quali il debitore aveva trasferito ai propri figli la proprietà di numerosi cespiti immobiliari. Nel corso del giudizio sopravveniva la dichiarazione di fallimento del debitore, con conseguente interruzione del processo ex art. 43, comma 3, L.F. La curatela fallimentare, assistita nell’occasione dall’Avv. Pasquale Tarricone dello studio TMC Avvocati Associati, riassumeva il giudizio manifestando la volontà di subentrare nell’azione revocatoria. Il quadro normativo L’art. 66, comma 1, L.F. attribuisce al curatore del fallimento la legittimazione all’esercizio dell’azione revocatoria ordinaria, stabilendo che “il curatore può esercitare l’azione revocatoria secondo le norme del codice civile”. Tale disposizione si coordina con l’art. 2901 c.c., che disciplina l’azione revocatoria ordinaria volta a rendere inopponibili al creditore gli atti dispositivi pregiudizievoli. Le questioni giuridiche controverse La legittimazione esclusiva della curatela fallimentare Il Tribunale di Benevento, con sentenza n. 1107/2021, aveva erroneamente ritenuto procedibile l’azione revocatoria promossa dai singoli creditori, fondando la propria decisione su un travisamento dei principi affermati dalla Suprema Corte con la pronuncia Cass. Sez. Un. n. 29420/2008. La Corte d’Appello di Napoli ha invece correttamente chiarito che, quando sopravviene il fallimento del debitore durante la pendenza di un’azione revocatoria ordinaria, “ricorre la legittimazione esclusiva della curatela appellante a proseguire nell’azione revocatoria originariamente promossa”, con conseguente improcedibilità della domanda proposta dagli originari attori. Tale principio trova il proprio fondamento nella considerazione che l’azione revocatoria ordinaria, pur non essendo propriamente un’azione esecutiva, “è naturalmente orientata a finalità esecutive” e, quando il debitore sia un imprenditore commerciale dichiarato fallito, “il pregiudizio che giustifica l’esercizio dell’azione revocatoria si riflette necessariamente sulla posizione dell’intera massa dei creditori”. Il subentro processuale ex art. 66 L.F. La Corte ha ribadito che il curatore, subentrando nell’azione revocatoria, “accetta la causa nello stato in cui si trova” ed esercita “un’azione che già esiste nella massa fallimentare; non quindi un’azione nuova, ma un’azione che si identifica con quella che lo stesso creditore ha esperito prima del fallimento”. Questo subentro comporta una modifica oggettiva limitata dei termini della causa, poiché “la domanda d’inopponibilità dell’atto di disposizione compiuto dal debitore, inizialmente proposta a vantaggio soltanto del singolo creditore che ha proposto l’azione, viene ad essere estesa a beneficio della più vasta platea costituita dalla massa di tutti i creditori concorrenti”. L’irrilevanza dell’ammissione al passivo Una delle questioni più significative affrontate dalla pronuncia riguarda la rilevanza dell’ammissione o meno al passivo fallimentare del credito degli originari attori in revocatoria. La Corte, in adesione al recente orientamento della Suprema Corte (Cass. Sez. I, ord. n. 6795/2023), ha chiarito che “la prosecuzione del giudizio in corso da parte della curatela, secondo la legittimazione concessa dall’art. 66 l.fall., comporta sul piano probatorio che il curatore costituitosi debba soltanto dimostrare il pregiudizio derivante dall’atto dispositivo, a prescindere dall’insinuazione al passivo fallimentare del credito inizialmente dedotto nel giudizio dall’attore originario”. Tale principio trova la propria ratio nella considerazione che il curatore “assume la stessa posizione dell’originario attore, in quanto l’azione revocatoria ordinaria, proposta ai sensi dell’art. 66 legge fall., non nasce col fallimento”. I profili processuali La tempestività della riassunzione La sentenza ha anche affrontato la questione della tempestività della riassunzione dopo l’interruzione per fallimento, chiarendo che “il termine per la relativa riassunzione o prosecuzione decorre dal momento in cui la dichiarazione giudiziale dell’interruzione è portata a conoscenza del curatore o delle parti processuali”, secondo quanto stabilito dalla recente giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. III, sent. n. 322/2024). I requisiti dell’azione revocatoria ordinaria Quanto ai presupposti sostanziali dell’azione, la Corte ha confermato che l’art. 2901 c.c. “accoglie una nozione molto ampia di credito, comprensiva della ragione od aspettativa”, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità. In particolare, “anche il credito eventuale, in veste di credito litigioso, è idoneo a determinare l’insorgere della qualità di creditore abilitato all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria”, purché non si tratti di “un credito manifestamente pretestuoso”. Le implicazioni pratiche Per i curatori fallimentari La pronuncia conferma che i curatori fallimentari possono efficacemente subentrare nelle azioni revocatorie ordinarie pendenti, anche quando: Per i creditori I creditori che abbiano promosso azione revocatoria prima del fallimento del debitore devono essere consapevoli che il sopravvenuto fallimento determina: Per i terzi acquirenti I terzi che abbiano acquisito beni dal debitore successivamente dichiarato fallito devono considerare che l’eventuale subentro della curatela in azioni revocatorie pendenti non modifica i presupposti sostanziali dell’azione, ma estende gli effetti dell’eventuale pronuncia di inefficacia a favore di tutti i creditori concorrenti. Conclusioni La sentenza in commento si inserisce nel solco di un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, offrendo ulteriori chiarimenti su aspetti di particolare rilevanza pratica. La par condicio creditorum che governa le procedure concorsuali impone che, una volta dichiarato il fallimento, le azioni conservative del patrimonio del debitore siano esercitate nell’interesse della collettività dei creditori, secondo le regole del concorso. L’affermazione della legittimazione esclusiva della curatela a proseguire l’azione revocatoria, indipendentemente dall’ammissione al passivo del credito degli originari attori, rappresenta un approdo ermeneutico coerente con i principi generali della procedura fallimentare e con le finalità conservative proprie dell’istituto revocatorio. La pronuncia costituisce quindi un utile punto di riferimento per la prassi, confermando principi consolidati e dirimendo questioni controverse che spesso si presentano nel rapporto tra procedimenti individuali e collettivi.