Droga in casa e in auto: quando la “non occasionalità” fa saltare la lieve entità

La Cassazione ridisegna i confini tra occasionalità, non occasionalità e abitualità dopo la riforma del 2026 sulla detenzione di stupefacenti Un uomo viene fermato alla guida della propria auto, dove gli agenti rinvengono alcune dosi di cocaina già confezionate e pronte per la cessione. La perquisizione si estende alla sua abitazione, dove viene trovato un quantitativo ben più consistente della stessa sostanza, non ancora suddiviso in dosi. Il Giudice per le indagini preliminari applica la custodia cautelare in carcere per il reato di cui all’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990; il Tribunale del riesame conferma la misura, escludendo che il fatto possa essere qualificato come di lieve entità. Contro tale decisione viene proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi: da un lato la contestazione della mancata applicazione della fattispecie lieve, dall’altro la richiesta di sostituire il carcere con gli arresti domiciliari, anche in ragione della situazione familiare dell’indagato. La Corte di cassazione, sesta sezione penale, si è pronunciata sul ricorso con provvedimento identificato dal numero di ruolo generale 20253/2026, depositato il 2 settembre 2026, dichiarandolo inammissibile. La questione giuridica Il nodo centrale della decisione riguarda la linea di confine tra la fattispecie ordinaria di detenzione e cessione di stupefacenti, punita con pene severe, e quella di lieve entità prevista dal comma 5 dell’art. 73, che comporta un trattamento sanzionatorio assai più contenuto. La questione si è complicata a seguito di una recente modifica normativa: il decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, ha infatti riformulato il comma 5, introducendo un’espressa esclusione della lieve entità quando la condotta, per le modalità dell’azione o l’allestimento di mezzi e strumenti, risulti posta in essere “in modo continuativo e abituale”. La Corte è stata quindi chiamata a chiarire come si articoli, dopo la riforma, il rapporto tra occasionalità del fatto, non occasionalità e abitualità, tre concetti che il ricorrente aveva sovrapposto ma che il Collegio ha ritenuto nettamente distinti. Il quadro normativo L’art. 73, comma 2, del d.P.R. n. 309/1990 punisce la detenzione e la cessione di sostanze stupefacenti con pene severe, salvo che il fatto rientri nella previsione del comma 5, dedicata ai casi di lieve entità. Prima della riforma, la qualificazione come fatto lieve dipendeva da una valutazione complessiva di più indici: i mezzi utilizzati, le modalità e le circostanze dell’azione, la qualità e quantità delle sostanze. Il decreto-legge n. 23 del 2026 ha aggiunto a questo quadro una soglia ulteriore, stabilendo che la lieve entità è comunque esclusa quando la condotta assume carattere continuativo e abituale, e ha previsto, per il caso di condotta non occasionale ma non ancora abituale, un trattamento sanzionatorio intermedio, più severo di quello ordinariamente riservato al fatto lieve. Il ragionamento della Corte Il punto qualificante della pronuncia sta nella distinzione tra tre situazioni che, pur apparendo simili, producono conseguenze giuridiche diverse. Il fatto lieve occasionale è quello episodico ed estemporaneo, riconducibile a circostanze contingenti e non inserito in un’attività stabilmente orientata allo spaccio: in questa prospettiva, secondo la Corte, la mera esistenza di un precedente specifico non è di per sé incompatibile con il riconoscimento dell’occasionalità, specie se risalente nel tempo o riferibile a un contesto diverso. Il fatto lieve non occasionale presuppone invece una condotta non meramente episodica, pur senza raggiungere il grado di reiterazione e stabilità che caratterizza l’abitualità: su questo punto il Collegio richiama il principio secondo cui l’elemento specializzante della non occasionalità ricorre quando l’agente abbia già riportato almeno un precedente specifico, precisando però che tale circostanza costituisce soltanto uno degli indici rilevanti e non esaurisce da sola il giudizio. Infine l’abitualità, che esclude in radice la configurabilità della fattispecie lieve, postula un grado di reiterazione più intenso, tale da rivelare una stabile propensione all’attività criminosa; su questo terreno la Corte richiama l’insegnamento delle Sezioni Unite, che in altra materia avevano individuato nell’esistenza di almeno due precedenti il presupposto per configurare un comportamento abituale. Applicando questi criteri al caso concreto, la Corte ha ritenuto che il complesso degli elementi valorizzati dal Tribunale del riesame – l’assenza di reddito dell’indagato, la conseguente verosimiglianza che il quantitativo rinvenuto fosse stato acquistato con i proventi di precedenti cessioni, l’esistenza di un precedente specifico e l’ammissione stessa dell’indagato di cedere abitualmente la sostanza a un ristretto numero di clienti – dimostrasse un inserimento non episodico nella filiera dello spaccio, tale da escludere sia l’occasionalità sia la semplice non occasionalità, e da collocare il fatto fuori dal perimetro della lieve entità. Il primo motivo di ricorso è stato pertanto giudicato manifestamente infondato. Le esigenze cautelari e la richiesta di arresti domiciliari Anche il secondo motivo, relativo alla misura cautelare, è stato respinto. La Corte ha condiviso la valutazione del Tribunale, che aveva ritenuto il pericolo di reiterazione ancora attuale, alla luce della capacità dimostrata dall’indagato di approvvigionarsi di ingenti quantitativi di stupefacente e della disponibilità di strumenti destinati al confezionamento e alla pesatura delle dosi. Il comportamento collaborativo tenuto al momento del controllo non è stato considerato sufficiente a superare tale pericolo, così come le esigenze familiari non sono state ritenute idonee a giustificare una misura meno afflittiva del carcere. Quanto, infine, alla richiesta di applicazione dell’art. 275, comma 4, del codice di procedura penale – che consente la concessione degli arresti domiciliari al padre quando la madre si trovi nell’impossibilità di accudire la prole – la Corte ne ha rilevato l’inammissibilità, trattandosi di una domanda proposta per la prima volta in sede di legittimità, e dunque preclusa dal principio devolutivo proprio del giudizio di cassazione. Implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative di rilievo non trascurabile per chi si occupa di difesa in materia di stupefacenti dopo la riforma del 2026. Per la difesa diventa cruciale, fin dalle prime fasi del procedimento, documentare e argomentare l’effettiva episodicità della condotta contestata, poiché la presenza di un precedente specifico, se isolata e non accompagnata da altri indici di continuità, non preclude di per sé il riconoscimento della lieve entità. Al contrario, elementi come la disponibilità di strumenti di confezionamento, l’assenza di redditi leciti che giustifichino la
Stalking condominiale e comportamenti reciproci: la Cassazione fa chiarezza

Quando i litigi tra vicini diventano atti persecutori: i criteri per distinguere il conflitto dal reato La convivenza condominiale può trasformarsi in un vero incubo quando i rapporti di vicinato degenerano. Ma quando i litigi tra condomini superano la soglia del semplice fastidio e diventano reato di atti persecutori? E soprattutto, cosa succede quando entrambe le parti si accusano reciprocamente di comportamenti molesti? A queste domande ha risposto la Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza n. 36576/2025 del 10 novembre 2025, tracciando i confini tra il conflitto condominiale – seppur aspro – e la condotta penalmente rilevante di stalking. La vicenda: quando il vicinato diventa persecutorio Il caso trae origine da una situazione di grave tensione tra condomini, caratterizzata da anni di comportamenti reciprocamente molesti. L’indagato si è visto applicare dal giudice delle indagini preliminari il divieto di avvicinamento con presidi elettronici e divieto di comunicazione, misure successivamente aggravate dal Tribunale del riesame con l’aggiunta dell’obbligo di presentazione trisettimanale alla polizia giudiziaria, su appello del Procuratore della Repubblica. Le condotte contestate all’indagato comprendevano un ventaglio di comportamenti molesti reiterati nel tempo: rumori fortemente molesti anche in orari notturni, offese personali dirette, dispetti di varia natura. Tutti elementi che, secondo la persona offesa, avevano creato uno stato d’ansia costante e la necessità di modificare le proprie abitudini di vita. La difesa dell’indagato ha proposto ricorso per cassazione sollevando due questioni fondamentali. In primo luogo, ha denunciato l’esistenza di una contraddizione interna nella motivazione del Tribunale del riesame: come poteva riconoscersi la natura conflittuale e reciproca dei rapporti tra le parti e, contemporaneamente, ravvisare gravi indizi di colpevolezza a carico del solo ricorrente? In secondo luogo, ha contestato la necessità delle misure cautelari applicate, rilevando che la persona offesa si era nel frattempo trasferita in altro appartamento, facendo venire meno il presupposto stesso del pericolo. Il principio di diritto: la reciprocità non esclude il reato La Suprema Corte ha respinto il ricorso, affermando un principio di grande rilevanza pratica: la reciprocità dei comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto di atti persecutori previsto dall’art. 612-bis del codice penale. Questa norma, introdotta nel nostro ordinamento per contrastare il fenomeno dello stalking, punisce chiunque con condotte reiterate minacci o molesti taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, o comunque da costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. La Corte ha chiarito che, anche quando esiste un clima di conflittualità bilaterale, il reato può sussistere. Tuttavia, in questi casi particolari, il giudice deve assolvere a un più rigoroso onere motivazionale, dovendo dimostrare con maggiore accuratezza che nella persona offesa si è effettivamente prodotto l’evento tipico del reato: lo stato d’ansia, la paura, il timore per la propria incolumità o la necessità di cambiare le abitudini di vita. In altre parole, la circostanza che anche la presunta vittima abbia tenuto condotte moleste non trasforma automaticamente la vicenda in un semplice litigio tra vicini, ma richiede un’analisi più approfondita dell’impatto psicologico subìto da ciascuna delle parti coinvolte. I limiti del sindacato di legittimità sulle misure cautelari La sentenza offre anche un importante insegnamento sul controllo che la Corte di Cassazione può esercitare sulle decisioni del Tribunale del riesame in materia di libertà personale. La Suprema Corte ha ribadito, richiamando le Sezioni Unite (sentenza n. 11 del 22 marzo 2000, Audino), che il sindacato di legittimità non può comportare un riesame diretto del materiale probatorio o delle valutazioni discrezionali del giudice del merito. Il compito della Cassazione si limita a verificare se il Tribunale del riesame abbia motivato adeguatamente le proprie conclusioni, controllandone la logicità e la conformità ai principi di diritto. Nel caso di specie, il ricorrente non era riuscito a dimostrare manifeste lacune o incongruenze logiche nella motivazione del Tribunale torinese. Le censure proposte si risolvevano, in realtà, in una diversa lettura degli elementi di fatto, valutazione che non compete alla Cassazione ma esclusivamente al giudice di merito. Questo principio è fondamentale per comprendere i limiti del ricorso per cassazione: non si tratta di un terzo grado di giudizio nel quale far rivalutare nel merito gli elementi probatori, ma di uno strumento per sindacare la legittimità e la logicità della decisione impugnata. La proporzionalità delle misure cautelari tra rigore e garanzie Un altro aspetto di grande interesse pratico riguarda la scelta della misura cautelare applicabile. Il Tribunale del riesame aveva aggiunto all’originario divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico anche l’obbligo di presentazione trisettimanale alla polizia giudiziaria. La Cassazione ha ritenuto questa scelta pienamente legittima e adeguatamente motivata. Il Tribunale di Torino aveva infatti richiamato i criteri fissati dalla Corte Costituzionale nella recente sentenza n. 173 del 2024, che ha tracciato i principi per l’applicazione delle misure cautelari personali nel rispetto dei criteri di proporzionalità e adeguatezza. Secondo la valutazione del giudice del riesame, condivisa dalla Cassazione, l’obbligo di presentazione rappresentava una misura idonea a fungere da “monito responsabilizzante” per l’indagato, rafforzando l’efficacia del divieto di avvicinamento senza risultare sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti contestati e alle esigenze cautelari da soddisfare. Quanto alla circostanza – sollevata dal ricorrente – del trasferimento della persona offesa in altro appartamento, la Corte ha rilevato che di tale fatto non vi era traccia nel provvedimento impugnato né risultava essere stato documentato nel corso del procedimento di riesame. La difesa, peraltro, non aveva chiarito se si trattasse di un evento sopravvenuto alla decisione impugnata, circostanza che avrebbe richiesto una diversa iniziativa processuale. Implicazioni pratiche: cosa significa per condomini e vittime di stalking Questa pronuncia della Cassazione ha rilevanti conseguenze pratiche per diverse situazioni: Per le vittime di stalking condominiale: anche se i rapporti con il vicino sono conflittuali e reciprocamente tesi, la vittima mantiene il diritto alla tutela penale, a condizione che dimostri l’effettivo impatto psicologico negativo subìto. Non è necessario essere “angeli” per essere tutelati: ciò che conta è provare di aver subìto conseguenze serie sulla propria serenità e sulle