Salire in auto con chi ha bevuto: la Cassazione dice no agli automatismi nella valutazione della colpa del trasportato

La Corte di Cassazione, sezione III civile, ordinanza R.G. n. 09027/2024, esclude che la conoscenza dello stato di ebbrezza del conducente comporti, di per sé e in ogni caso, un concorso di colpa del passeggero coinvolto nel sinistro Nella notte tra il 21 e il 22 settembre 2014 un giovane, trasportato su un’automobile condotta da una persona in stato di ebbrezza alcolica, perde la vita in un grave incidente stradale. I congiunti della vittima, madre, fratelli e nipoti, agiscono in giudizio davanti al Tribunale di Brescia nei confronti della proprietaria del veicolo, del conducente e della compagnia assicuratrice, chiedendo il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale. Il Tribunale accerta un concorso di colpa della vittima nella misura del 50%, motivato dal fatto che questa fosse salita a bordo di un’auto guidata da persona ubriaca, essendo essa stessa in stato di alterazione, e non avesse indossato la cintura di sicurezza. Liquida quindi il danno da perdita del rapporto parentale in favore dei congiunti, dimezzando gli importi in ragione del concorso accertato. La Corte d’appello di Brescia, decidendo sugli appelli contrapposti, riduce ulteriormente gli importi risarcitori applicando le tabelle dell’Osservatorio per la Giustizia Civile di Milano, nella versione antecedente al 2022, e dichiara improponibile la domanda proposta dalle nipoti della vittima per difetto della richiesta stragiudiziale ex art. 145 del Codice delle assicurazioni. Contro questa decisione i congiunti propongono ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi. La questione giuridica: il concorso di colpa del trasportato Il cuore della pronuncia riguarda la seconda e la terza censura del ricorso, esaminate congiuntamente dalla Corte. La sentenza d’appello aveva confermato l’accertamento del concorso di colpa della vittima nella misura del 50%, ritenendo che la scelta di farsi trasportare da un conducente ubriaco, unita al proprio stato di alterazione, integrasse di per sé una condotta colposa concorrente nella produzione del danno. I ricorrenti contestano questa impostazione sotto un duplice profilo: da un lato, sostengono che la mera consapevolezza dello stato di ebbrezza altrui non equivalga a una cooperazione attiva nella causazione del sinistro; dall’altro, evidenziano che l’art. 2054, primo comma, del codice civile pone una presunzione di colpa a carico del conducente del veicolo, che non può essere ribaltata sulla vittima trasportata sulla base di un automatismo. Il quadro normativo: l’art. 1227 c.c. letto alla luce del diritto dell’Unione La Corte ricostruisce la disciplina applicabile muovendo dalla Direttiva 2009/103/CE, che armonizza a livello comunitario l’assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli. Il ventitreesimo Considerando della direttiva chiarisce che l’obiettivo del legislatore europeo è includere tutti i passeggeri trasportati nella copertura assicurativa, salvo il caso di circolazione consapevole su un veicolo di provenienza illecita, e che tale obiettivo sarebbe vanificato da una normativa nazionale che escludesse dal risarcimento, in base a criteri generali e astratti, chi fosse a conoscenza dello stato di ebbrezza del conducente. L’art. 13, ultimo comma, della stessa direttiva impone agli Stati membri di considerare priva di effetto qualunque clausola contrattuale o disposizione di legge che escluda il passeggero dalla copertura assicurativa sulla base della sola consapevolezza dello stato di alterazione del conducente. Resta invece salva, secondo la legislazione nazionale applicabile, la valutazione della responsabilità concreta del trasportato e la misura del risarcimento dovuto nel singolo caso. Su questo apparente contrasto, tra il divieto di esclusioni automatiche e la salvezza dell’autonomia degli Stati membri in tema di responsabilità civile, è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella nota pronuncia Candolin (causa C-537/03), affermando due principi complementari: il diritto dell’Unione sarebbe privato del proprio effetto utile se una normativa nazionale negasse o limitasse sproporzionatamente il risarcimento in base a criteri generali e astratti, mentre resta consentita agli Stati membri una limitazione fondata su una valutazione caso per caso di circostanze eccezionali. La soluzione della Cassazione: nessun automatismo, valutazione caso per caso Sulla base di questi principi, già recepiti dalla giurisprudenza di legittimità in un precedente del settembre 2024, la Corte afferma che il concorso di colpa del passeggero che si lasci trasportare da un conducente in stato di ebbrezza deve essere accertato con un giudizio sintetico a posteriori e non con un giudizio analitico e astratto a priori. Il giudice di merito è cioè chiamato a valutare, caso per caso, le condizioni della vittima e del conducente, l’entità del tasso alcolemico, le circostanze di tempo e di luogo, la prevedibilità del rischio, dando conto in motivazione di ciascuno di questi elementi. Nella vicenda esaminata, la Corte d’appello si era limitata a richiamare, con motivazione ritenuta sostanzialmente apparente, le condotte accertate e non contestate, incorrendo peraltro in una contraddizione interna: da un lato attribuiva il sinistro alla colpa esclusiva del conducente, dall’altro desumeva la consapevolezza della vittima circa lo stato di ebbrezza da una singola deposizione testimoniale, senza chiarire quale rilievo causale tale consapevolezza avesse avuto sull’evento lesivo e sulla percentuale di responsabilità attribuita. La Cassazione precisa inoltre che il residuo dubbio sulla prova della colpa della vittima ricade a sfavore di chi la eccepisce, trattandosi di un fatto impeditivo o estintivo della pretesa risarcitoria, sia pure rilevabile anche d’ufficio. Ne consegue che l’art. 1227, primo comma, del codice civile, interpretato in senso conforme al diritto europeo, non consente di ritenere sempre e necessariamente in colpa chi, dopo avere accettato consapevolmente di farsi trasportare da un conducente in stato di ebbrezza, rimanga vittima di un sinistro imputabile alla responsabilità di quest’ultimo. Resta invece confermata, perché ritenuta immune da vizi, la diversa statuizione relativa al mancato uso della cintura di sicurezza, che la Corte considera un’omissione colposa autonomamente rilevante sul piano causale, in quanto violazione di una specifica norma del codice della strada, avendo la Corte territoriale motivatamente accertato che l’uso della cintura avrebbe, con elevato grado di probabilità, evitato l’espulsione della vittima dall’abitacolo. Le altre questioni: richiesta stragiudiziale e criteri tabellari L’ordinanza accoglie anche il primo motivo di ricorso, relativo alla richiesta stragiudiziale di risarcimento prevista dall’art. 145 del Codice delle assicurazioni: la Corte chiarisce che tale richiesta ha la funzione di consentire all’assicuratore di formulare un’offerta, sicché la sua

Investito da un capriolo: chi paga i danni? La Cassazione chiarisce le regole del gioco

La Terza Sezione civile riordina la materia con la sentenza n. 16888/2026: spetta al danneggiato provare l’intera dinamica del sinistro, compresa la propria condotta di guida Era il 17 maggio 2020 quando un motociclista percorreva la SS 361, nelle Marche, e si trovò improvvisamente davanti a un capriolo che attraversava la carreggiata. L’impatto fu inevitabile. Il veicolo riportò danni per oltre duemila euro. L’uomo si rivolse al giudice per ottenere il risarcimento, convenendo in giudizio la Regione Marche come soggetto responsabile della gestione della fauna selvatica presente sul territorio. La vicenda giudiziaria percorse tutti i gradi del merito: il Giudice di Pace di Macerata accolse la domanda e condannò la Regione al pagamento di euro 2.250 oltre interessi e spese; il Tribunale di Macerata, in sede d’appello, confermò la decisione, escludendo qualsiasi concorso di colpa del conducente sul rilievo che nessuna prova era stata fornita di una sua condotta di guida inadeguata. La Regione ricorse quindi per cassazione, sollevando tre motivi che hanno offerto alla Terza Sezione Civile l’occasione per ribadire e consolidare i princìpi già enunciati nelle sentenze gemelle del febbraio 2026. La questione: quale norma regola i danni da fauna selvatica? Il primo nodo da sciogliere era di natura squisitamente sistematica: i danni causati da animali selvatici vanno risarciti sulla base dell’art. 2052 c.c. — che prevede la responsabilità oggettiva del proprietario o utilizzatore dell’animale — oppure in base all’art. 2043 c.c., che richiede la prova di un comportamento colposo in capo al soggetto convenuto? La Regione sosteneva di non essere né proprietaria né utilizzatrice degli animali selvatici, facenti parte del patrimonio indisponibile dello Stato, e che pertanto avrebbe dovuto rispondere soltanto ove fosse stata accertata una sua specifica negligenza nella gestione del territorio. La Corte ha respinto questa impostazione, confermando un orientamento ormai consolidato: la fauna selvatica protetta ai sensi della legge 11 febbraio 1992, n. 157 rientra nel patrimonio indisponibile dello Stato ed è affidata alla cura e alla gestione di soggetti pubblici in funzione della tutela generale dell’ambiente e dell’ecosistema. Il criterio di imputazione dell’art. 2052 c.c. si fonda non sul dovere di custodia bensì sulla proprietà o sull’utilizzazione dell’animale; e la legittimazione passiva nell’azione risarcitoria spetta in via esclusiva alla Regione, quale titolare delle funzioni amministrative di programmazione, coordinamento e controllo della fauna selvatica, anche quando tali funzioni siano in concreto esercitate da altri enti. Il nodo cruciale: cosa deve provare chi è rimasto danneggiato? Risolto il primo punto, la sentenza affronta la questione più delicata e di maggiore impatto pratico: qual è l’onere probatorio che grava sul conducente del veicolo che agisce per ottenere il risarcimento? Il Tribunale aveva ragionato in termini semplici: era avvenuto l’impatto, non vi era prova di imprudenza del conducente, dunque la Regione doveva rispondere. La Cassazione, richiamando integralmente le sentenze nn. 2526 e 2528 del 5 febbraio 2026, ha chiarito che questo ragionamento è errato sotto un duplice profilo. Il primo errore stava nell’aver posto a carico della Regione l’onere di dimostrare la colpa del conducente ai fini del concorso causale. Il secondo, ancora più grave sul piano logico-giuridico, consisteva nell’aver escluso ogni responsabilità del motociclista per il solo fatto che mancassero prove di una sua condotta inadeguata: come a dire che l’assenza di prove contrarie equivale a prova positiva di diligenza. Cosa occorre provare: la dinamica completa del sinistro La Corte enuncia con precisione chirurgica il contenuto dell’onere probatorio gravante sul danneggiato. Non è sufficiente dimostrare che vi è stato un impatto tra il veicolo e l’animale selvatico. Chi agisce in giudizio deve allegare e provare la dinamica esatta e completa dell’incidente, articolata in tutti i suoi elementi costitutivi: le condizioni di tempo e di luogo in cui si è verificato il sinistro; la posizione e l’andatura del veicolo al momento dell’impatto; il punto preciso della collisione; le tracce o gli altri indizi dell’urto; la situazione finale successiva all’impatto. Ma non basta ancora: occorre anche fornire prova positiva della condotta di guida tenuta dal conducente, dimostrando l’osservanza delle regole di prudenza e diligenza prescritte dal Codice della Strada — in particolare dagli artt. 140 e 141 — e l’adozione di tutte le misure idonee a impedire il sinistro, comprese quelle di emergenza. Questa ricostruzione deve essere tale da ricondurre causalmente il sinistro al comportamento dell’animale ed escludere, in modo positivo e senza incertezze, qualsiasi ruolo causale o concausale della condotta del conducente. Ove manchi una simile prova completa e certa, la domanda risarcitoria non potrà essere accolta, nemmeno parzialmente. Il coordinamento tra art. 2052 e art. 2054 c.c.: niente “concorso di presunzioni” La sentenza chiarisce altresì un punto di teoria generale che aveva generato oscillazioni giurisprudenziali: il rapporto tra la responsabilità oggettiva per i danni da animali (art. 2052 c.c.) e la presunzione di colpa del conducente prevista in materia di circolazione stradale (art. 2054, primo comma, c.c.). Non si tratta, afferma la Corte, di un «concorso fra presunzioni». L’art. 2052 c.c. non prevede alcuna presunzione di condotta colposa dell’animale: stabilisce esclusivamente un criterio di imputazione oggettiva della responsabilità in capo al proprietario o all’utilizzatore. La presunzione dell’art. 2054, comma primo, c.c. invece opera sul versante del conducente del veicolo. Ne consegue che, quando il danneggiato riesce a dimostrare che il sinistro è stato causato dal comportamento dell’animale e non anche dalla propria condotta colposa, risulta al tempo stesso integrato il presupposto applicativo dell’art. 2052 c.c. e superata — sotto un profilo più logico che temporale — la presunzione di cui all’art. 2054, comma primo, c.c. Rimane in ogni caso devoluto al giudice, anche d’ufficio e sulla base dell’intero compendio istruttorio, il potere-dovere di valutare l’eventuale concorso causale del conducente ai sensi dell’art. 1227, comma primo, c.c., senza automatismi presuntivi in alcuna direzione. Cosa cambia nella pratica: le implicazioni per conducenti, motociclisti e automobilisti Il principio enunciato dalla Cassazione ha conseguenze concrete rilevantissime per chiunque si trovi coinvolto in un sinistro con fauna selvatica — cinghiali, caprioli, cervi, volpi — situazione tutt’altro che infrequente nelle strade statali e provinciali che attraversano zone boschive o di montagna.

Strade pericolose e responsabilità dell’ente gestore: la Cassazione chiarisce cosa deve provare il danneggiato

La Corte di Cassazione torna sul regime probatorio della responsabilità per danni da cose in custodia e supera definitivamente la nozione di “insidia stradale”: al danneggiato basta dimostrare il nesso causale tra la cosa e il danno. Una vicenda giudiziaria che si trascina da oltre due decenni offre alla Terza Sezione civile della Corte di Cassazione l’occasione per ribadire principi di fondamentale importanza in materia di responsabilità civile delle pubbliche amministrazioni e degli enti gestori di strade. Il sinistro risale al gennaio del 2003: un’automobilista perde il controllo del veicolo lungo una strada statale, fuoriesce dalla carreggiata, percorre la banchina e precipita in un fosso-canale laterale, andando infine a collidere con il basamento di un ponte. Nessuna barriera di contenimento era presente a protezione del margine stradale. Il giudizio si conclude nei gradi di merito con il rigetto della domanda risarcitoria, e la vicenda approda in Cassazione attraverso quattro motivi di ricorso. Con l’ordinanza n. 9580/2026, la Corte accoglie il secondo e il quarto motivo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione. La responsabilità da cose in custodia: natura oggettiva e onere probatorio del danneggiato Il nodo giuridico centrale riguarda l’interpretazione dell’art. 2051 c.c., che disciplina la responsabilità del custode per i danni cagionati dalla cosa che ha in custodia. Si tratta di una responsabilità di natura oggettiva: ciò significa che il custode risponde del danno indipendentemente da qualsiasi accertamento di colpa, a meno che non provi che il danno è stato causato da un caso fortuito. La norma, che si applica anche agli enti pubblici e ai gestori di infrastrutture stradali, ha generato nel tempo un dibattito interpretativo significativo su cosa esattamente il danneggiato debba dimostrare per ottenere il risarcimento. La Corte d’Appello di Ancona aveva richiesto alla ricorrente di provare che lo stato dei luoghi presentasse “una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile se non inevitabile il danno”. La Cassazione smonta questa impostazione con nettezza: nella responsabilità ex art. 2051 c.c., il danneggiato non deve provare altro che il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento lesivo. Nient’altro. L’elaborazione è ormai consolidata, e la pronuncia si inserisce in una linea giurisprudenziale recente e coerente, richiamando espressamente Cass., Sez. 3, n. 3062 del 2026 e Cass., Sez. 3, n. 2453 del 2026. Pretendere che il danneggiato dimostri la pericolosità oggettiva della cosa — quasi a reintrodurre un requisito aggiuntivo non previsto dalla norma — significa stravolgere il meccanismo di ripartizione del rischio che il legislatore ha voluto costruire con quella disposizione. Il tramonto definitivo dell’insidia stradale Il secondo profilo su cui la Cassazione interviene con eguale fermezza riguarda la nozione di “insidia” o “trabocchetto”, categoria elaborata dalla giurisprudenza tradizionale per selezionare i casi di responsabilità dell’ente gestore della strada. Secondo questa concezione, risalente alla giurisprudenza formatasi prima dell’evoluzione interpretativa dell’art. 2051 c.c., il danneggiato avrebbe dovuto dimostrare che il pericolo era imprevedibile e inevitabile, caratteristiche proprie dell’insidia in senso tecnico. La Corte d’Appello aveva fatto applicazione proprio di questa categoria, richiamando precedenti giurisprudenziali ormai superati, ed aveva escluso la responsabilità dell’ente gestore per l’assenza di tali requisiti. La Cassazione censura con decisione questa impostazione: i concetti di imprevedibilità e inevitabilità dell’alterazione della cosa sono stati superati dall’evoluzione della giurisprudenza di legittimità e non possono più costituire il metro di giudizio nella materia. Ciò che rileva non è se il pericolo fosse o meno imprevedibile per l’utente, ma se il gestore abbia adempiuto ai propri obblighi di manutenzione e protezione della strada in relazione alle obiettive caratteristiche del tratto. Gli obblighi del gestore stradale tra colpa specifica e colpa generica La pronuncia offre anche un chiarimento prezioso sulle fonti dell’obbligo di custodia gravante sul gestore della strada. L’art. 14 del Codice della Strada (D.Lgs. n. 285 del 1992) impone agli enti proprietari di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade e delle relative pertinenze in modo da garantire la sicurezza degli utenti. Ma la Cassazione precisa che il proprietario della strada non è esente dall’onere di valutare, caso per caso, se quella strada costituisca un rischio per l’incolumità degli utenti in relazione alle caratteristiche del singolo tratto stradale. La colpa del gestore, quindi, può derivare sia dalla violazione di specifiche norme prescrittive — la cosiddetta colpa specifica — sia dall’inosservanza delle regole generali di prudenza e perizia, vale a dire la colpa generica. Nel caso esaminato, il tratto stradale presentava una banchina ridottissima e la presenza di un fosso profondo immediatamente a margine: in presenza di tali caratteristiche, la sentenza impugnata avrebbe dovuto valutare se l’omessa installazione di barriere di protezione fosse o meno conforme agli obblighi di custodia. Non averlo fatto costituisce un vizio di motivazione che giustifica la cassazione della pronuncia. Il governo del nesso causale nel giudizio di rinvio Con l’accoglimento del secondo e del quarto motivo, il terzo — relativo alla ricostruzione del nesso causale e al concorso di cause nella produzione dell’evento — resta assorbito, nel senso che il giudice del rinvio dovrà affrontarlo d’ufficio. La Corte chiarisce che, nella corretta ricostruzione del nesso di causalità tra la cosa custodita e il danno, dovrà essere valutata anche la presenza di eventuali fattori concausali, inclusa la condotta della stessa danneggiata. In teoria, una condotta esclusivamente colposa del danneggiato potrebbe anche da sola interrompere il nesso causale ed elidere la responsabilità del custode. Spetterà alla Corte d’Appello di Ancona, in diversa composizione, ricostruire il quadro causale nella sua complessità, applicando i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia. Cosa cambia nella pratica: implicazioni per cittadini e professionisti Questa pronuncia ha un impatto diretto e concreto su chiunque abbia subito un danno in conseguenza di un sinistro avvenuto su una strada pubblica — sia essa una strada statale, provinciale o comunale — per effetto di condizioni della carreggiata, dell’assenza di barriere protettive, di segnaletica assente o inadeguata, o di qualsiasi altra anomalia strutturale. Per il cittadino danneggiato, il messaggio è chiaro: non è necessario dimostrare che la strada fosse “insidiosa” in senso tradizionale, né

Danno Morale e Danno Biologico: la Cassazione ricorda la distinzione che non va dimenticata

Quando il risarcimento per lesioni personali è incompleto: importante pronuncia della Suprema Corte sulla necessaria liquidazione autonoma della sofferenza soggettiva oltre al danno biologico Con l’ordinanza n. 27102 del 9 ottobre 2025, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione è intervenuta su una questione tecnica ma di grande rilevanza pratica nell’ambito del risarcimento dei danni alla persona: la necessità di liquidare separatamente tutte le componenti del danno non patrimoniale, compreso il danno morale inteso come sofferenza soggettiva e dolore patito dalla vittima. La pronuncia rappresenta un importante richiamo ai giudici di merito affinché non omettano, nell’operare la liquidazione equitativa dei danni, di considerare e quantificare autonomamente anche la componente morale del pregiudizio subito. La vicenda processuale e il contesto fattuale La controversia trae origine da un sinistro stradale avvenuto in una giornata di pioggia battente del giugno 2013. Una pedona, mentre attraversava una strada comunale nei pressi di una scuola dell’infanzia, veniva investita da un furgone. L’impatto, violento, la proiettava a terra causandole lesioni che richiedevano il ricovero ospedaliero e determinavano postumi permanenti quantificati nella misura dell’11-12% di invalidità. La vittima agiva quindi in giudizio contro il conducente del veicolo e la sua compagnia assicuratrice, chiedendo il risarcimento integrale dei danni subiti. Il giudizio di primo grado si concludeva con esito sfavorevole per la danneggiata. Il Tribunale, infatti, riteneva provata la sua esclusiva responsabilità per non aver utilizzato correttamente le strisce pedonali nell’attraversamento della carreggiata, rigettando quindi la domanda risarcitoria. La sentenza veniva però riformata in appello dalla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado di Venezia, che riconosceva un concorso di colpa tra pedona e conducente, attribuendo alla prima una responsabilità del settanta per cento e al secondo del trenta per cento. La Corte territoriale fondava questo riparto sulla considerazione che, da un lato, la pedona aveva effettivamente attraversato la strada al di fuori delle strisce pedonali, ma dall’altro il conducente viaggiava a una velocità che, sebbene ridotta, non era adeguata alle condizioni meteorologiche avverse e alla presenza di una scuola nelle immediate vicinanze. Applicando quindi le percentuali di concorso di colpa e utilizzando le Tabelle del Tribunale di Milano per la liquidazione equitativa, la Corte d’Appello condannava il conducente e la compagnia assicuratrice al pagamento della somma di euro 2.477,35, già comprensiva delle spese mediche sostenute e già ridotta in ragione del settanta per cento di responsabilità della danneggiata. Contro questa sentenza la pedona proponeva ricorso per cassazione articolando ben sette motivi di impugnazione. La struttura del ricorso e le questioni sottoposte alla Suprema Corte Il ricorso per cassazione si componeva di due gruppi distinti di censure. I primi quattro motivi contestavano l’accertamento della responsabilità civile e il riparto di colpa operato dalla Corte d’Appello, lamentando vizi di motivazione e violazioni di legge in relazione alla ricostruzione della dinamica del sinistro, all’applicazione degli artt. 2043 e 2054 c.c. in tema di responsabilità civile e circolazione stradale, nonché dell’art. 1227 c.c. sul concorso del fatto colposo del danneggiato. Gli ultimi tre motivi riguardavano invece la quantificazione del danno, contestando la determinazione dell’invalidità permanente, l’omessa liquidazione del danno morale e la mancata rifusione delle spese di consulenza tecnica di parte sostenute in primo grado. La Suprema Corte ha respinto o dichiarato inammissibili le censure relative alla responsabilità civile, confermando sostanzialmente l’impianto motivazionale della sentenza d’appello. In particolare, quanto al primo motivo che lamentava la carenza o apparenza della motivazione sulla ricostruzione dinamica del sinistro, i giudici di legittimità hanno ricordato il principio consolidato secondo cui il sindacato sulla motivazione della sentenza impugnata resta circoscritto alla sola verifica dell’esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto minimo costituzionale richiesto dall’art. 111, comma 6, Cost., senza che sia necessario esaminare le risultanze processuali. La Corte d’Appello aveva infatti richiamato puntualmente la documentazione prodotta, le dichiarazioni testimoniali, il verbale delle autorità intervenute e gli elaborati fotografici, fornendo quindi una motivazione non apparente e costituzionalmente adeguata. Per quanto riguarda i motivi secondo, terzo e quarto, tutti relativi all’accertamento della responsabilità e al concorso di colpa, la Cassazione li ha dichiarati inammissibili rilevando che, al di là dei vizi di legge formalmente evocati, essi mascheravano nella sostanza una richiesta di riesame del merito e della ricostruzione fattuale operata dai giudici di appello. Tale rivalutazione del giudizio di fatto sull’attribuzione di responsabilità e sulla comparazione delle condotte costituisce profilo estraneo al sindacato di legittimità, che non può sostituirsi alla valutazione delle prove compiuta dai giudici del merito. Il cuore della decisione: l’omessa liquidazione del danno morale Il punto decisivo della pronuncia riguarda il sesto motivo di ricorso, con il quale la ricorrente denunciava, in via principale, la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno morale inteso come dolore e sofferenza soggettiva. In via subordinata, qualora la Cassazione avesse ritenuto che la sentenza d’appello contenesse implicitamente un rigetto di tale domanda, veniva lamentata la nullità della sentenza per violazione dell’obbligo di motivazione previsto dagli artt. 132, n. 4, c.p.c. e 111, comma 6, Cost. La Suprema Corte ha accolto questa censura, rilevando che la Corte d’Appello aveva effettivamente omesso di pronunciarsi sulla specifica richiesta di ristoro del danno morale quale componente autonoma del danno non patrimoniale. Per comprendere la fondatezza del motivo occorre analizzare nel dettaglio come la Corte territoriale aveva operato la liquidazione del danno. La sentenza impugnata, dopo aver determinato l’invalidità permanente nella misura dell’undici per cento, aveva applicato le Tabelle del Tribunale di Milano edizione 2021. Considerando l’età della danneggiata al momento del sinistro (trent’anni) e la percentuale di invalidità accertata, la Corte aveva liquidato a titolo di danno non patrimoniale permanente la somma di euro 22.112,00, alla quale aveva poi aggiunto le somme relative all’invalidità temporanea totale e parziale e le spese mediche, giungendo a un totale di euro 35.154,50, poi ridotto in ragione del settanta per cento di concorso di colpa della vittima. Il problema rilevato dalla Cassazione risiede nel fatto che le Tabelle Milanesi, correttamente richiamate e applicate dalla Corte d’Appello, prevedono per un soggetto di trent’anni con invalidità permanente dell’undici per cento un