Stalking e molestie: la Cassazione chiarisce quando scatta il reato più grave

La Quinta Sezione Penale fissa i criteri per distinguere gli atti persecutori dalle semplici molestie e ribadisce la piena utilizzabilità delle videoregistrazioni private come prova documentale Una donna costretta ad abbandonare la città in cui lavorava da anni, a chiedere il trasferimento in altra sede scolastica, a rifugiarsi presso i genitori per sottrarsi agli atteggiamenti sistematici dell’ex marito: questo lo sfondo della vicenda esaminata dalla Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza n. 41156/2025, pronunciata il 16 febbraio 2026. La pronuncia offre l’occasione per tornare su una distinzione di centrale importanza pratica — quella tra il reato di atti persecutori (il cosiddetto stalking) e il reato di molestie — e per chiarire, in modo netto, qual è il confine che separa le due fattispecie. La questione non è di secondaria importanza: si tratta di due reati molto diversi per gravità, sanzione e conseguenze processuali. Eppure, nella realtà concreta dei procedimenti penali, la linea di demarcazione può risultare sfumata, al punto che la difesa dell’imputato aveva sostenuto con forza che i comportamenti contestati avrebbero dovuto essere qualificati come mere molestie, e non come stalking. Il quadro normativo: due reati, un confine sottile Per comprendere la decisione della Corte è necessario partire dalle norme in gioco. L’art. 660 cod. pen. punisce chiunque rechi molestia o disturbo a una persona: si tratta di una contravvenzione punita in modo relativamente lieve, che presuppone comportamenti fastidiosi ma privi di un impatto psicologico profondo sulla vittima. Ben diversa è la fattispecie prevista dall’art. 612-bis cod. pen., introdotta nel 2009 per contrastare il fenomeno dello stalking: questa norma punisce come delitto — con pene assai più severe — chiunque, con condotte reiterate, provochi nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure un fondato timore per la propria incolumità o quella di persone care, oppure ancora la costringa ad alterare le proprie abitudini di vita. Il criterio che la Cassazione utilizza per distinguere le due ipotesi è dunque incentrato sulle conseguenze della condotta, più che sulla natura dei singoli atti. Le stesse azioni — telefonate insistenti, appostamenti, accessi alla casa comune — possono integrare molestie o stalking a seconda dell’effetto che producono sulla persona offesa. Quando la molestia diventa stalking: la prova del turbamento psicologico La Corte ribadisce un principio già consolidato nella giurisprudenza di legittimità: la prova del turbamento psicologico che caratterizza lo stalking non può fondarsi esclusivamente sulle dichiarazioni della vittima, ma deve ancorarsi anche all’obiettiva natura delle condotte molestatrici, valutandone l’astratta idoneità a causare l’evento e il profilo concreto in riferimento alle condizioni di luogo e di tempo in cui si sono realizzate. Nel caso esaminato, i giudici di merito avevano ricostruito in modo coerente non soltanto la prova dello stato d’ansia — documentata dall’accesso della vittima al pronto soccorso con diagnosi di stato ansioso e prescrizione di terapia farmacologica — ma anche quella di un secondo evento alternativo tipico dello stalking: il mutamento delle abitudini di vita. La donna aveva chiesto e ottenuto il trasferimento in altra città, abbandonando un lungo e radicato percorso professionale, per sottrarsi agli atteggiamenti dell’ex marito. Colleghe di lavoro e altri testimoni avevano confermato de visu i danneggiamenti, gli imbrattamenti e lo spoglio di arredi nell’abitazione condivisa, oltre agli appostamenti. La difesa aveva tentato di valorizzare il fatto che la vittima facesse ritorno, sia pure raramente, nella città in cui risiedeva l’imputato, argomentando che tale circostanza escludeva un reale stato di paura. La Corte respinge l’argomentazione: la rarità e la brevità di quei soggiorni — nei quali la donna evitava comunque di uscire da sola, facendosi sempre accompagnare da amiche — confermano semmai il perdurare dello stato di timore, non lo smentiscono. Il confine tra l’esercizio di un diritto e la condotta persecutoria Uno degli argomenti difensivi più suggestivi era quello relativo alla comproprietà dell’immobile: l’imputato sosteneva che i propri ingressi nell’abitazione, anche notturni, costituissero legittimo esercizio di un diritto riconosciuto in sede giudiziaria. La Cassazione, confermando quanto già affermato dai giudici di merito, opera una distinzione netta tra l’esercizio legittimo di prerogative dominicali e le condotte ulteriori — asportazione di mobili, rumori molesti notturni, appostamenti — che nulla avevano a che vedere con la tutela giudiziaria dei propri diritti e che erano oggettivamente dirette a spaventare ed esasperare la persona offesa. Il diritto di comproprietà non può mai costituire uno schermo per giustificare comportamenti persecutori. Le videoregistrazioni private come prova documentale: un punto fermo Di particolare interesse pratico è il passaggio della sentenza dedicato all’utilizzabilità, come prova, del filmato estrapolato dal sistema di videosorveglianza installato dalla vittima nella camera da letto — l’unica stanza che, a seguito delle procedure giudiziarie, era rimasta ad uso esclusivo della donna. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità del filmato, assimilandolo a un’intercettazione di comunicazioni. La Corte respinge la tesi con argomenti rigorosi. Le videoregistrazioni effettuate da privati non sono assimilabili alle intercettazioni di cui all’art. 266 cod. proc. pen.: esse costituiscono prove documentali, acquisibili ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen., e i fotogrammi da esse estrapolati non ricadono nella sanzione processuale dell’inutilizzabilità. La Corte richiama sul punto anche la pronuncia delle Sezioni Unite n. 26795 del 2006, che aveva già chiarito la piena acquisibilità delle videoriprese afferenti al fatto oggetto di conoscenza giudiziale, nei limiti previsti dalla norma citata. A ciò si aggiunge che la tutela della riservatezza non è assoluta e cede dinanzi alle esigenze di accertamento probatorio proprie del processo penale. Va peraltro precisato che, anche qualora si volesse ipotizzare un profilo di inutilizzabilità, la difesa non aveva assolto all’onere di dimostrare la cosiddetta prova di resistenza: non aveva cioè illustrato in che misura l’eventuale espunzione del filmato avrebbe inciso sul quadro probatorio complessivo, che risultava già solido per la convergenza di numerose prove dichiarative e documentali. L’attendibilità della vittima costituita parte civile Merita attenzione anche il tema dell’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa che sia anche costituita parte civile. La Corte conferma un orientamento consolidato: in questo caso il controllo di attendibilità deve essere più rigoroso rispetto a quello ordinariamente
Stalking “indiretto” e gelosia ossessiva: la Cassazione conferma la condanna anche quando la vittima non era il bersaglio dichiarato

La Quinta Sezione Penale della Corte Suprema, con il provvedimento n. 10088/2026, traccia un confine netto: chi sorveglia ossessivamente la vita privata di una persona — anche con il pretesto di controllare un ex partner — risponde pienamente del reato di atti persecutori. Una storia di gelosia, controllo e danneggiamenti: così si può sintetizzare la vicenda esaminata dalla Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, che con il provvedimento n. 10088/2026 ha rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza della Corte d’appello di Trieste, confermando la condanna per i reati di atti persecutori e danneggiamento aggravato e continuato, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita. Il nucleo della vicenda riguardava una donna che, incapace di accettare la fine della propria relazione sentimentale, aveva intrapreso un sistematico monitoraggio delle frequentazioni del suo ex compagno, giungendo a controllare ossessivamente la vita quotidiana della nuova compagna di quest’ultimo: ispezionandone l’autovettura, transitando ripetutamente davanti al suo luogo di lavoro, rivolgendole espressioni idonee a ingenerare timore, e infine rigandone la carrozzeria in più occasioni. La questione centrale che la difesa poneva alla Corte era di particolare interesse dogmatico: può configurarsi il reato di atti persecutori quando la condotta sia formalmente diretta a controllare l’ex partner, e non già la persona offesa? Il reato di atti persecutori e la struttura dell’art. 612-bis c.p. L’art. 612-bis del codice penale punisce chiunque, con condotte reiterate, minacci o molesti taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Si tratta di un reato abituale proprio, che si perfeziona attraverso la reiterazione di atti che, considerati isolatamente, potrebbero apparire privi di rilevanza penale, ma che, nella loro concatenazione sistematica, comprimono la libertà e la serenità della vittima. La difesa aveva articolato la propria tesi sostenendo che le condotte dell’imputata fossero esclusivamente finalizzate a smascherare le presunte infedeltà dell’ex compagno, e non a molestare o minacciare la persona offesa. In punto di diritto, si richiamava la necessità, per configurare le cosiddette “molestie indirette”, di una finalità di “subdola interferenza” nella vita privata della vittima, che nella specie — si sosteneva — sarebbe mancata. Dolo eventuale e molestie indirette: la risposta della Cassazione La Corte ha disatteso integralmente questa impostazione. Il percorso motivazionale della sentenza è lineare e persuasivo: la condotta di ispezione sistematica dell’autovettura della persona offesa, il transito ripetuto davanti al suo luogo di lavoro, la rivolta espressione “ciao bella” nel contesto in essere — idonea, secondo i giudici, a ingenerare timore in chi sa di essere costantemente osservata — dimostrano che l’imputata agiva ben consapevole che le proprie condotte sarebbero inevitabilmente giunte a conoscenza della vittima. Il fatto che l’ex compagno riferisse alla persona offesa le telefonate dell’imputata esclude ogni possibilità di sostenere l’assenza di consapevolezza. La Cassazione conferma così un principio già consolidato nella giurisprudenza di legittimità: l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori non richiede che la condotta sia primariamente e dichiaratamente rivolta alla vittima. È sufficiente che l’agente agisca nella piena consapevolezza che le proprie azioni raggiungeranno la sfera psichica di quest’ultima, producendo quegli effetti di ansia, paura e alterazione delle abitudini di vita che la norma intende prevenire. L’evento del reato: il mutamento delle abitudini come prova della persecuzione Uno degli aspetti più significativi della pronuncia riguarda la prova dell’evento del reato, che la difesa contestava sostenendo l’assenza di riscontri clinici o comportamentali oggettivi circa il “perdurante e grave stato di ansia”. La Corte respinge questa lettura restrittiva, indicando un criterio ermeneutico di grande utilità pratica: il mutamento delle abitudini di vita della vittima costituisce di per sé prova sufficiente dell’evento, quando sia logicamente riconducibile alle condotte persecutorie. Nel caso esaminato, era emerso che la persona offesa era stata costretta a spostare ripetutamente il proprio veicolo dall’abituale parcheggio presso un supermercato a quello di un centro commerciale, nel tentativo di sottrarsi al controllo dell’imputata; la quale, tuttavia, aveva localizzato l’auto anche nel nuovo sito, proseguendo nell’opera di ispezione e danneggiamento. Questo dato fattuale, secondo la Corte, è sufficiente a dimostrare che la vittima aveva percepito la persecuzione come inevitabile, con conseguente insicurezza diffusa nel proprio vivere quotidiano. La natura abituale del reato e il valore dei singoli episodi nel mosaico persecutorio Un secondo profilo di grande interesse riguarda la collocazione temporale dei fatti. La difesa sosteneva una contraddizione tra la data di inizio del reato indicata nel capo di imputazione e la ricostruzione operata dai giudici di merito, che avevano ancorato alcuni episodi a epoche successive. La Cassazione chiarisce un punto di diritto fondamentale nella dogmatica del reato abituale: ogni singolo atto, pur apparentemente neutro se considerato isolatamente, acquista rilevanza penale in quanto “tessera di un mosaico persecutorio” volto a comprimere la libertà della vittima. Ne consegue che l’individuazione di un episodio databile con certezza — come l’avvistamento riferito da un testimone nel settembre 2020 — non costituisce una rettifica del tempus commissi delicti, bensì la mera identificazione di uno dei momenti di riscontro esterno di una condotta abituale che si è dipanata nel tempo con atti reiterati e omogenei. Questa impostazione è coerente con il principio, già affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui le decisioni di merito conformi si saldano in un unicum motivazionale da valutare nel suo complesso. La prova indiziaria nel reato di danneggiamento: i requisiti dell’art. 192 c.p.p. La sentenza affronta con chiarezza anche la questione della prova indiziaria in relazione agli episodi di danneggiamento aggravato. L’art. 192, comma 2, del codice di procedura penale stabilisce che l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi se questi non sono gravi, precisi e concordanti. La difesa contestava che la responsabilità per alcuni episodi di danneggiamento fosse stata desunta da un unico indizio — l’identificazione certa dell’imputata come autrice dell’ultimo episodio — in violazione del canone della pluralità degli indizi. La Corte smonta questa censura evidenziando che gli elementi valorizzati dai giudici di
Stalking condominiale e comportamenti reciproci: la Cassazione fa chiarezza

Quando i litigi tra vicini diventano atti persecutori: i criteri per distinguere il conflitto dal reato La convivenza condominiale può trasformarsi in un vero incubo quando i rapporti di vicinato degenerano. Ma quando i litigi tra condomini superano la soglia del semplice fastidio e diventano reato di atti persecutori? E soprattutto, cosa succede quando entrambe le parti si accusano reciprocamente di comportamenti molesti? A queste domande ha risposto la Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza n. 36576/2025 del 10 novembre 2025, tracciando i confini tra il conflitto condominiale – seppur aspro – e la condotta penalmente rilevante di stalking. La vicenda: quando il vicinato diventa persecutorio Il caso trae origine da una situazione di grave tensione tra condomini, caratterizzata da anni di comportamenti reciprocamente molesti. L’indagato si è visto applicare dal giudice delle indagini preliminari il divieto di avvicinamento con presidi elettronici e divieto di comunicazione, misure successivamente aggravate dal Tribunale del riesame con l’aggiunta dell’obbligo di presentazione trisettimanale alla polizia giudiziaria, su appello del Procuratore della Repubblica. Le condotte contestate all’indagato comprendevano un ventaglio di comportamenti molesti reiterati nel tempo: rumori fortemente molesti anche in orari notturni, offese personali dirette, dispetti di varia natura. Tutti elementi che, secondo la persona offesa, avevano creato uno stato d’ansia costante e la necessità di modificare le proprie abitudini di vita. La difesa dell’indagato ha proposto ricorso per cassazione sollevando due questioni fondamentali. In primo luogo, ha denunciato l’esistenza di una contraddizione interna nella motivazione del Tribunale del riesame: come poteva riconoscersi la natura conflittuale e reciproca dei rapporti tra le parti e, contemporaneamente, ravvisare gravi indizi di colpevolezza a carico del solo ricorrente? In secondo luogo, ha contestato la necessità delle misure cautelari applicate, rilevando che la persona offesa si era nel frattempo trasferita in altro appartamento, facendo venire meno il presupposto stesso del pericolo. Il principio di diritto: la reciprocità non esclude il reato La Suprema Corte ha respinto il ricorso, affermando un principio di grande rilevanza pratica: la reciprocità dei comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto di atti persecutori previsto dall’art. 612-bis del codice penale. Questa norma, introdotta nel nostro ordinamento per contrastare il fenomeno dello stalking, punisce chiunque con condotte reiterate minacci o molesti taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, o comunque da costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. La Corte ha chiarito che, anche quando esiste un clima di conflittualità bilaterale, il reato può sussistere. Tuttavia, in questi casi particolari, il giudice deve assolvere a un più rigoroso onere motivazionale, dovendo dimostrare con maggiore accuratezza che nella persona offesa si è effettivamente prodotto l’evento tipico del reato: lo stato d’ansia, la paura, il timore per la propria incolumità o la necessità di cambiare le abitudini di vita. In altre parole, la circostanza che anche la presunta vittima abbia tenuto condotte moleste non trasforma automaticamente la vicenda in un semplice litigio tra vicini, ma richiede un’analisi più approfondita dell’impatto psicologico subìto da ciascuna delle parti coinvolte. I limiti del sindacato di legittimità sulle misure cautelari La sentenza offre anche un importante insegnamento sul controllo che la Corte di Cassazione può esercitare sulle decisioni del Tribunale del riesame in materia di libertà personale. La Suprema Corte ha ribadito, richiamando le Sezioni Unite (sentenza n. 11 del 22 marzo 2000, Audino), che il sindacato di legittimità non può comportare un riesame diretto del materiale probatorio o delle valutazioni discrezionali del giudice del merito. Il compito della Cassazione si limita a verificare se il Tribunale del riesame abbia motivato adeguatamente le proprie conclusioni, controllandone la logicità e la conformità ai principi di diritto. Nel caso di specie, il ricorrente non era riuscito a dimostrare manifeste lacune o incongruenze logiche nella motivazione del Tribunale torinese. Le censure proposte si risolvevano, in realtà, in una diversa lettura degli elementi di fatto, valutazione che non compete alla Cassazione ma esclusivamente al giudice di merito. Questo principio è fondamentale per comprendere i limiti del ricorso per cassazione: non si tratta di un terzo grado di giudizio nel quale far rivalutare nel merito gli elementi probatori, ma di uno strumento per sindacare la legittimità e la logicità della decisione impugnata. La proporzionalità delle misure cautelari tra rigore e garanzie Un altro aspetto di grande interesse pratico riguarda la scelta della misura cautelare applicabile. Il Tribunale del riesame aveva aggiunto all’originario divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico anche l’obbligo di presentazione trisettimanale alla polizia giudiziaria. La Cassazione ha ritenuto questa scelta pienamente legittima e adeguatamente motivata. Il Tribunale di Torino aveva infatti richiamato i criteri fissati dalla Corte Costituzionale nella recente sentenza n. 173 del 2024, che ha tracciato i principi per l’applicazione delle misure cautelari personali nel rispetto dei criteri di proporzionalità e adeguatezza. Secondo la valutazione del giudice del riesame, condivisa dalla Cassazione, l’obbligo di presentazione rappresentava una misura idonea a fungere da “monito responsabilizzante” per l’indagato, rafforzando l’efficacia del divieto di avvicinamento senza risultare sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti contestati e alle esigenze cautelari da soddisfare. Quanto alla circostanza – sollevata dal ricorrente – del trasferimento della persona offesa in altro appartamento, la Corte ha rilevato che di tale fatto non vi era traccia nel provvedimento impugnato né risultava essere stato documentato nel corso del procedimento di riesame. La difesa, peraltro, non aveva chiarito se si trattasse di un evento sopravvenuto alla decisione impugnata, circostanza che avrebbe richiesto una diversa iniziativa processuale. Implicazioni pratiche: cosa significa per condomini e vittime di stalking Questa pronuncia della Cassazione ha rilevanti conseguenze pratiche per diverse situazioni: Per le vittime di stalking condominiale: anche se i rapporti con il vicino sono conflittuali e reciprocamente tesi, la vittima mantiene il diritto alla tutela penale, a condizione che dimostri l’effettivo impatto psicologico negativo subìto. Non è necessario essere “angeli” per essere tutelati: ciò che conta è provare di aver subìto conseguenze serie sulla propria serenità e sulle