Giustizia riparativa: nessun reato è escluso. La Cassazione abbatte i muri anche per i casi di violenza sessuale

La Terza Sezione penale della Suprema Corte afferma principi di portata storica sull’accesso ai programmi riparativi: il diniego fondato sulla gravità del reato o sull’età della vittima è illegittimo. Con la sentenza R.G.N. 21345/2025, pronunciata il 22 ottobre 2025 e depositata il 5 marzo 2026, la Terza Sezione penale della Corte di Cassazione interviene in modo deciso e chiarificatore sul tema della giustizia riparativa, affermando principi destinati a incidere profondamente sulla prassi dei tribunali italiani. La pronuncia nasce da un caso di violenza sessuale ai danni di una persona minorenne, in cui i giudici di merito avevano negato l’accesso al programma riparativo richiesto dall’imputato, ritenendo che la gravità del reato e l’età della vittima fossero ostacoli insuperabili. La Cassazione ha ritenuto questa motivazione errata in diritto e l’ha annullata, delineando con precisione i confini entro cui il giudice può legittimamente negare l’avvio di un percorso di giustizia riparativa. Che cos’è la giustizia riparativa e perché è importante Prima di entrare nel merito della decisione, è utile richiamare le coordinate del sistema. Il d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150 — la cosiddetta “riforma Cartabia” — ha introdotto nel nostro ordinamento una disciplina organica della giustizia riparativa, dedicandole gli articoli da 42 a 67. Il legislatore, raccogliendo le sollecitazioni delle principali fonti internazionali ed europee — tra cui la Risoluzione ONU 12/2002, la Raccomandazione del Consiglio d’Europa CM/Rec (2018) e la Direttiva 2012/29/UE — ha scelto di affiancare al tradizionale sistema sanzionatorio un nuovo paradigma: quello della giustizia che non si limita a punire, ma che mira a ricucire il tessuto sociale lacerato dal reato. L’articolo 42 del decreto definisce la giustizia riparativa come ogni programma che consente alla vittima del reato, alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti della comunità di partecipare liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario, alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un mediatore terzo e imparziale. Il reato, in questa visione, non è solo una violazione di una norma astratta: è una frattura sociale, un’offesa che tocca persone reali, le cui conseguenze non si esauriscono nella pena. Il caso: un diniego fondato su argomenti sbagliati Nel procedimento deciso dalla sentenza R.G.N. 21345/2025, l’imputato — condannato in sede di appello per il reato di cui agli artt. 609-bis, comma 2, n. 1, e 609-ter u.c. c.p., con riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 89 c.p. per parziale incapacità di intendere e di volere derivante da un disturbo neurocognitivo lieve — aveva chiesto sin dal giudizio di primo grado di essere ammesso a un programma di giustizia riparativa ai sensi degli artt. 42 e ss. del d.lgs. 150/2022 e dell’art. 129-bis c.p.p. La richiesta era stata rigettata sia dal Giudice dell’udienza preliminare sia dalla Corte d’appello di Brescia. Le motivazioni addotte erano, in sintesi: il disinteresse manifestato dai genitori della persona offesa minorenne — che non era nemmeno presente personalmente in udienza —; il rischio di destabilizzazione della vittima in quanto minorenne; l’impossibilità di trovare una “giusta collocazione” in un programma riparativo per reati di violenza sessuale; la mancata ammissione del fatto da parte dell’imputato; infine, la mancata offerta risarcitoria. La Cassazione ha smontato, uno per uno, tutti questi argomenti. Le condizioni ostative: solo quelle tassativamente previste dalla legge Il primo e più importante principio affermato dalla Corte riguarda il catalogo delle condizioni che il giudice può legittimamente valorizzare per negare l’invio al Centro per la giustizia riparativa. L’art. 129-bis c.p.p., che regola il sub-procedimento di autorizzazione, individua due sole condizioni ostative tassative: il pericolo concreto per l’accertamento dei fatti e il pericolo concreto per gli interessati. Nessun’altra considerazione — la gravità del reato, la tipologia del fatto, l’età della vittima, il comportamento processuale dell’imputato — può essere elevata a causa ostativa autonoma. Si tratta di un punto fondamentale: il giudice non dispone di una discrezionalità illimitata nel negare l’accesso; il suo sindacato è circoscritto a verificare se ricorrano, in concreto, queste due condizioni. Accanto a esse, la norma individua un presupposto positivo — l’utilità del programma rispetto alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato — che tuttavia, come precisa la sentenza, non richiede al giudice un sindacato di merito in concreto, a differenza di quanto previsto per i due “pericoli”. La gravità del reato non è un ostacolo: la legge lo dice chiaramente Uno degli aspetti più significativi della pronuncia riguarda la rilevanza — rectius, l’irrilevanza — della tipologia e della gravità del reato. L’art. 44, comma 1, del d.lgs. 150/2022 è esplicito: i programmi di giustizia riparativa sono accessibili «senza preclusioni in relazione alla fattispecie di reato o alla sua gravità». La Corte rileva che la Corte d’appello di Brescia aveva essa stessa riconosciuto in premessa che la legge non esclude alcun titolo di reato, per poi contraddirsi dedducendo che, in un caso di violenza sessuale, la vittima non avrebbe mai potuto partecipare liberamente e attivamente. La Cassazione definisce questo ragionamento «incongruo ed errato in diritto», segnalando la manifesta contraddittorietà tra la premessa corretta e la conseguenza illegittima. Il dissenso della vittima non blocca l’avvio del programma Un secondo principio di grande rilevanza pratica riguarda il ruolo del consenso della vittima nella fase di ammissione. La sentenza chiarisce che il mancato interesse della persona offesa — o dei suoi rappresentanti legali — non costituisce condizione ostativa all’invio al Centro per la giustizia riparativa. Il consenso alla partecipazione è cosa ben diversa dall’autorizzazione giudiziale all’avvio del programma: il primo è regolato dall’art. 48 del d.lgs. 150/2022 ed è rimesso al mediatore nella fase successiva; la seconda è di competenza del giudice procedente, che verifica esclusivamente la sussistenza dei presupposti di legge. L’art. 43, comma 4, dello stesso decreto stabilisce anzi che «l’accesso ai programmi di giustizia riparativa è sempre favorito». Nel caso di specie, la Corte evidenzia una circostanza particolarmente significativa: il disinteresse era stato manifestato solo dai genitori della minore, che neppure era presente in udienza, mentre la legge — segnatamente l’art. 48, comma 2 e 3 — costruisce un sistema articolato e specifico per raccogliere il consenso del minorenne

Quando una denuncia archiviata non significa calunnia: la Cassazione fissa paletti fondamentali

La Sesta Sezione Penale afferma principi garantisti contro il rischio di “calunnia presunta” nelle denunce di violenza sessuale Una donna denuncia molestie sessuali subite sul posto di lavoro. La Procura archivia per mancanza di riscontri. A questo punto, la denunciante viene processata e condannata per calunnia. È una sequenza che desta allarme, perché trasforma il diritto di denunciare in un rischio giuridico per chi non riesce a dimostrare l’accusa. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1205/2025 della Sesta Sezione Penale (R.G.N. 21432/2025, depositata il 3 febbraio 2026), interviene con fermezza per ribadire un principio fondamentale: l’archiviazione di una denuncia per mancanza di prove non equivale automaticamente alla dimostrazione che il denunciante abbia calunniato. La vicenda processuale Il caso trae origine da una denuncia-querela presentata nel 2017 da una lavoratrice che aveva riferito di aver subito reiterati palpeggiamenti nelle parti intime da parte di un collega, in tre distinte occasioni. Gli episodi si erano verificati in assenza di testimoni, in un contesto lavorativo già segnato da conflittualità derivante da ammanchi di cassa. La donna aveva sporto denuncia alle autorità dopo l’ultimo episodio, ritenendo necessario tutelare la propria dignità e incolumità sul luogo di lavoro. Il Pubblico Ministero, dopo aver ascoltato la denunciante, una testimone e il denunciato, acquisiti anche i tabulati telefonici, aveva richiesto l’archiviazione nei confronti del collega accusato, ritenendo insufficienti gli elementi per sostenere l’accusa in giudizio. Il Giudice per le Indagini Preliminari aveva accolto la richiesta, motivando con l’inverosimiglianza delle accuse in quanto inserite in un clima lavorativo conflittuale e non confermate dai tabulati telefonici relativamente ad alcune telefonate denunciate. A seguito di questa archiviazione, la lavoratrice veniva imputata per calunnia continuata e, dopo il processo di primo e secondo grado, condannata a due anni e quattro mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore del collega costituitosi parte civile. La questione giuridica: quando si configura il dolo di calunnia L’articolo 368 del Codice Penale punisce con la reclusione da due a sei anni chiunque incolpi di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato. In altri termini, il delitto di calunnia richiede non solo che l’accusa sia oggettivamente falsa, ma soprattutto che il denunciante sia pienamente consapevole dell’innocenza della persona accusata. Si tratta di un dolo diretto particolarmente qualificato, che esige la certezza soggettiva della falsità dell’imputazione. La ricorrente, attraverso il suo difensore, aveva articolato quattro motivi di impugnazione. Con il primo motivo, deduceva violazione dell’art. 368 c.p., sostenendo che la Corte d’Appello aveva fondato la responsabilità sulla sola pronuncia del decreto di archiviazione, nonostante tale provvedimento non equivalesse ad accertamento giudiziale dell’innocenza del denunciato. Con il secondo e terzo motivo, lamentava vizio di motivazione relativamente all’elemento soggettivo del reato, sottolineando l’errata qualificazione del rapporto lavorativo e l’insufficienza della sola infondatezza della denuncia a integrare il dolo calunnioso. Con il quarto motivo, censurava il diniego delle circostanze attenuanti generiche. Il ragionamento della Cassazione: decreto di archiviazione e autonomia del giudizio sulla calunnia La Suprema Corte accoglie integralmente il ricorso, annullando senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato. La motivazione è articolata su diversi livelli di approfondimento, tutti convergenti verso un principio garantista fondamentale. Innanzitutto, la Cassazione chiarisce che il delitto di calunnia è autonomo rispetto al reato, reale o potenziale, attribuito al calunniato. Questo significa che anche una sentenza irrevocabile pronunciata nell’eventuale processo a carico dell’incolpato non fa stato nel giudizio contro il calunniatore, nel quale il giudice può rivalutare i fatti. L’innocenza dell’incolpato costituisce un presupposto ontologico del delitto di calunnia, il cui accertamento è necessariamente pregiudiziale al giudizio sulla sussistenza del reato. Tuttavia, e qui sta il punto centrale, questo accertamento pregiudiziale afferisce soprattutto alla decisione sull’imputazione di calunnia e non richiede necessariamente l’accertamento processuale dell’infondatezza dell’accusa nel separato procedimento a carico del denunciato. Il decreto di archiviazione, in particolare, è un provvedimento di natura endoprocedimentale, non irrevocabile, che non attesta l’insussistenza del reato contestato ma soltanto che la notizia di reato è infondata e non vi sono elementi idonei a sostenere l’accusa, secondo la regola di giudizio di cui all’art. 125 disp. att. c.p.p. (norma oggi abrogata ma applicabile ratione temporis). Come precisato dalla Corte, il decreto di archiviazione è concepito dal legislatore come anteriore all’esercizio dell’azione penale, correlato all’insussistenza degli estremi per esercitarla, e proprio per questo è ritenuto un atto neutro. Ai fini dell’accertamento del presupposto logico della calunnia, cioè l’innocenza dell’incolpato, non può quindi prescindersi dalla strutturale instabilità del decreto di archiviazione, fondato su una regola di giudizio incerta e comunque sempre aperta a modifiche. L’errore di prospettiva logico-giuridica La Cassazione individua un vero e proprio errore di prospettiva nella motivazione dei giudici di merito. Il Tribunale di Catania aveva fondato la condanna per calunnia ritenendo “di tutta evidenza” la consapevolezza della denunciante dell’innocenza del collega e “l’assoluta falsità” delle accuse, sulla base di meri convincimenti soggettivi che non tenevano conto di elementi essenziali del caso concreto. In particolare, la sentenza di primo grado aveva concluso per l’inverosimiglianza della denuncia perché nessuno aveva assistito alle condotte denunciate, la donna aveva subito le violenze senza dimettersi, aveva denunciato tardivamente, si era in parte contraddetta nelle diverse sommarie informazioni e infine per l’infondatezza cristallizzata nel provvedimento di archiviazione. La Suprema Corte evidenzia come questi elementi non possano costituire, di per sé, prova della volontà calunniatrice né della sicura falsità delle accuse. Il Tribunale aveva valorizzato “minimali contraddizioni” tra le dichiarazioni della denunciante, senza considerare che il solo carattere mutevole o la progressione delle dichiarazioni accusatorie non ne dimostrano la falsità. La giurisprudenza consolidata chiarisce infatti che quando la prova della colpevolezza si fonda esclusivamente su elementi di carattere logico (come specificazioni o parziali modifiche delle accuse) o di segno negativo (come la mancanza di riscontri), non è possibile ritenere automaticamente formata la prova della volontà calunniatrice. La valutazione delle dichiarazioni nei reati sessuali Un passaggio particolarmente rilevante della motivazione riguarda la specificità delle denunce di violenza sessuale. La Cassazione richiama la consolidata giurisprudenza secondo