La Cassazione conferma che omettere la valutazione di un rischio equivale a non formare il lavoratore su quel rischio: le due condotte sono facce della stessa medaglia
Un amministratore unico di una società, nella sua qualità di datore di lavoro, veniva condannato per il reato di lesioni personali gravi ai sensi dell’art. 590-bis, commi 1, 2 e 3, cod. pen., a seguito di un infortunio occorso a un proprio dipendente mentre utilizzava una sega circolare a banco: il lavoratore, perdendo la presa durante l’operazione di taglio di una tavola di legno, impattava la mano destra contro la lama riportando l’amputazione parziale del terzo dito.
La condanna si fondava su due addebiti colposi distinti: la redazione di un documento di valutazione dei rischi (DVR) incompleto — privo di qualsiasi riferimento ai pericoli connessi all’uso della sega circolare a banco — e la mancata formazione del lavoratore su quella specifica lavorazione. Dopo la conferma della condanna da parte della Corte d’appello di Trieste, l’imputato proponeva ricorso per cassazione articolando due motivi. La Quarta Sezione Penale della Suprema Corte, con la pronuncia n. 10956/2026, li rigettava entrambi.

Il DVR incompleto come condotta omissiva: la contestazione «commissiva» e quella «omissiva» sono la stessa cosa
Il primo nodo giuridico affrontato dalla Corte attiene al principio di correlazione tra imputazione e sentenza, sancito dagli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. La difesa eccepiva che l’imputato fosse stato condannato per una condotta omissiva — l’aver omesso di valutare il rischio e di formare il lavoratore — mentre l’imputazione descriveva una condotta commissiva: la redazione di un DVR incompleto. La Cassazione respinge la tesi con un ragionamento lineare ma di grande rilevanza pratica: affermare che il datore di lavoro ha redatto un documento di valutazione dei rischi incompleto, in quanto non contemplante il rischio da sega circolare a banco, equivale in tutto e per tutto ad affermare che ha omesso di valutare quel rischio. Si tratta, precisa il Collegio, della medesima condotta osservata da due diversi angoli prospettici, ma pur sempre identica nei suoi elementi soggettivi e oggettivi. Il principio di correlazione — lo ricorda la Corte richiamando un orientamento consolidato — non ha carattere formale o meramente letterale: la sua funzione è garantire il diritto al contraddittorio e l’esercizio effettivo del diritto di difesa. Ne discende che la violazione non è configurabile in astratto, ma solo quando l’imputato sia stato concretamente colto di sorpresa, ovvero posto per la prima volta di fronte a un fatto radicalmente nuovo senza aver avuto alcuna possibilità di difendersi (Cass. pen. Sez. 5, n. 30387/2025; Sez. 4, n. 18366/2024; Sez. 3, n. 24932/2023).
La mancata formazione come conseguenza inevitabile dell’omessa valutazione del rischio
Con un passaggio ancora più significativo per le ricadute pratiche, la Corte affronta la questione relativa alla condanna per la mancata formazione del lavoratore, profilo che non era espressamente menzionato nel capo di imputazione originario. La Cassazione conferma che neppure su questo punto si realizza alcuna violazione del principio di correlazione. Il ragionamento è rigoroso: se il datore di lavoro avesse correttamente adempiuto all’obbligo previsto dall’art. 28, comma 2, lett. a), del D.Lgs. n. 81/2008 — il decreto che disciplina la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro e che impone la valutazione di tutti i rischi per la sicurezza dei lavoratori — avrebbe inevitabilmente individuato il rischio da taglio connesso alla sega circolare a banco. Questa individuazione avrebbe a sua volta comportato l’obbligo di formare il lavoratore sulla corretta procedura di utilizzo di quello specifico e pericoloso strumento. Dunque, la mancata formazione non è un addebito autonomo e sorprendente, ma la diretta e prevedibile conseguenza dell’omissione già contestata: il nesso tra i due profili di colpa è logico, prima ancora che giuridico.
Il nesso causale tra omissioni datoriali e infortunio
Il secondo motivo di ricorso investiva il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, censurando la motivazione come apparente. La difesa sosteneva che l’infortunio non fosse riconducibile all’uso scorretto della sega, ma a fattori del tutto peculiari: una menomazione fisica del lavoratore — l’assenza dell’ultima falange del mignolo — che aveva lasciato un lembo di guanto libero, poi risucchiato dalla lama. Secondo questa tesi, né il DVR incompleto né la mancata formazione avevano contribuito causalmente all’evento. La Cassazione non condivide la ricostruzione. Le sentenze di merito — che costituiscono una doppia conforme, leggibile come unico corpo decisionale (Cass. pen. Sez. 2, n. 6560/2021; Sez. 2, n. 37295/2019) — avevano accertato in modo convincente che l’infortunio si era verificato nella fase di lavorazione e non in quella di recupero del pezzo, come dimostrato dalla posizione della cuffia di protezione. Il vero antecedente causale era la mancanza di distanza adeguata tra le mani del lavoratore e la lama rotante, in violazione della procedura di utilizzo dell’attrezzo — procedura che il lavoratore non conosceva proprio perché non era mai stato formato. La menomazione fisica e il tipo di guanto erano elementi irrilevanti, perché il contatto non sarebbe avvenuto se le mani fossero rimaste a distanza di sicurezza tramite il corretto uso dello spingipezzi. La catena causale era dunque integra: omessa valutazione del rischio → mancata formazione → uso scorretto della sega → infortunio.
Le implicazioni pratiche per datori di lavoro e professionisti
La pronuncia n. 10956/2026 offre indicazioni di grande rilievo operativo per chiunque rivesta la qualifica di datore di lavoro o si occupi di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
In primo luogo, il DVR deve essere completo e specifico: non è sufficiente un documento generico che elenchi i rischi comuni a tutte le lavorazioni. Ogni mansione, ogni attrezzatura e ogni lavorazione specifica deve essere analizzata singolarmente. La lacuna nella valutazione non è una mera irregolarità formale, ma produce effetti a cascata su tutti gli obblighi connessi: dalla formazione alla sorveglianza sanitaria, fino all’adozione dei dispositivi di protezione individuale.
In secondo luogo, il nesso tra DVR e formazione non è uno slogan: è un vincolo giuridico e causale riconosciuto dalla Cassazione. Il datore che omette di valutare un rischio non solo viola l’art. 28 D.Lgs. 81/2008, ma si pone nella condizione di non poter adempiere neppure agli obblighi formativi previsti dall’art. 37 del medesimo decreto, aprendo la porta a responsabilità penali concrete.
In terzo luogo, la presenza di fattori concausali — come una menomazione fisica del lavoratore o un comportamento improprio — non è di per sé sufficiente a interrompere il nesso causale, quando il datore di lavoro avrebbe potuto e dovuto prevedere e prevenire quelle situazioni attraverso una corretta gestione del rischio.
Conclusione
La sentenza della Quarta Sezione Penale della Cassazione ricorda con chiarezza che la sicurezza sul lavoro non tollera approssimazioni. Un documento di valutazione dei rischi lacunoso non è soltanto una violazione burocratica: è il primo anello di una catena che può condurre a infortuni gravi e a responsabilità penali per chi riveste posizioni di garanzia. Se sei un datore di lavoro e vuoi verificare la conformità del tuo DVR, o se sei coinvolto in un procedimento connesso a un infortunio sul lavoro, il nostro studio è a disposizione per una consulenza specializzata.

