Dar da mangiare ai gatti randagi non fa di te un “custode”

la Cassazione traccia il confine della responsabilità penale

Una sentenza della Cassazione penale chiarisce i limiti della responsabilità di chi accudisce le colonie feline urbane, distinguendo tra l’illecito amministrativo legato alle ordinanze comunali e il reato di getto pericoloso di cose previsto dall’art. 674 c.p.

La pianificazione patrimoniale moderna richiede un approccio sistematico che vada oltre la semplice proprietà diretta dei beni, abbracciando invece strategie di controllo strategico e protezione strutturale. Attraverso l’analisi di cinque aspettiIl Tribunale territoriale aveva assolto la donna dalla contravvenzione di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità (art. 650 c.p.), ritenendo che il fatto costituisse un mero illecito amministrativo, ma l’aveva condannata per il reato di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.), sul presupposto che le deiezioni dei felini, ormai stanziali nel giardino di una vicina, avessero arrecato un’offesa alla quiete e al benessere della persona offesa. La condanna, seppur limitata a un’ammenda di 200 euro, comportava anche il risarcimento del danno in favore della parte civile e il pagamento di quasi duemila euro per le spese di costituzione.

Contro questa pronuncia l’imputata ha proposto ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi. La Corte, con la decisione in commento (R.G.N. 11228/2026), ha accolto il ricorso limitatamente al capo relativo all’art. 674 c.p., annullando la condanna senza rinvio, e ha dichiarato inammissibile il resto dell’impugnazione. fondamentali spesso sottovalutati, emergerà come la gestione professionale del patrimonio familiare richieda competenze multidisciplinari e una visione d’insieme che sappia anticipare e gestire i rischi futuri.

La questione sull’ordinanza sindacale e l’art. 650 c.p.

Il primo motivo di ricorso riguardava la formula assolutoria adottata dal Tribunale per il capo relativo alla violazione dell’ordinanza comunale. La ricorrente lamentava che l’assoluzione fosse stata pronunciata “perché il fatto non costituisce reato”, anziché con la formula più ampiamente liberatoria “perché il fatto non sussiste”, sostenendo l’illegittimità dell’ordinanza sindacale posta a fondamento dell’imputazione.

La Corte ha innanzitutto ricordato che l’imputato conserva un interesse concreto a impugnare anche una sentenza di proscioglimento, quando la formula adottata dal giudice di merito sia meno favorevole di quella richiesta, atteso che le formule di proscioglimento per questioni di fatto (come “il fatto non sussiste”) escludono ogni rilevanza della vicenda anche in sede civile o amministrativa, diversamente da quelle per questioni di diritto. Nel caso di specie, peraltro, la Cassazione ha rilevato che la formula corretta, alla luce della motivazione del Tribunale, sarebbe stata “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, trattandosi di un’ipotesi di sussidiarietà dell’art. 650 c.p. rispetto alla sanzione amministrativa già prevista dall’ordinanza.

Ciò nondimeno, il motivo è stato dichiarato inammissibile per genericità: la ricorrente si era limitata a richiamare in modo generico alcuni precedenti della giurisprudenza amministrativa in materia di ordinanze sindacali, senza confrontarsi puntualmente con il contenuto specifico del provvedimento impugnato, che la Corte ha ritenuto tutt’altro che irragionevole, poiché faceva espressamente salva la possibilità di nutrire le colonie feline nei luoghi privati o in punti pubblici autorizzati, purché con immediata pulizia del luogo.

Il reato di getto pericoloso di cose e le “molestie olfattive”

Il cuore della decisione riguarda invece il secondo motivo di ricorso, relativo alla condanna per l’art. 674 c.p., norma che incrimina, tra l’altro, la condotta di chi getta o versa, in luogo di pubblico transito o in luogo privato ma di comune o altrui uso, cose atte a molestare le persone. Si tratta di un reato di pericolo, per la cui configurabilità non serve un danno effettivo, essendo sufficiente l’idoneità della condotta a offendere, imbrattare o molestare, anche sotto forma di “molestie olfattive” derivanti da esalazioni maleodoranti riconducibili ad animali detenuti in condizioni di sporcizia.

La Corte ha individuato due autonomi vizi nella sentenza impugnata. Il primo attiene alla cosiddetta “ambientazione” tassativa della condotta: il getto o il versamento devono avvenire in luogo pubblico oppure in luogo privato ma di comune o altrui uso, non già in un luogo privato tout court. Nel caso di specie, l’istruttoria aveva accertato che le deiezioni si erano formate non sulla pubblica via, come contestato nell’imputazione, bensì nel giardino privato della persona offesa, luogo rispetto al quale non risultava alcuna facoltà d’uso spettante a soggetti terzi. Difettando quindi un elemento costitutivo tipico del reato, la Cassazione ha potuto rilevarlo d’ufficio, con conseguente annullamento senza rinvio.

La posizione di garanzia e i limiti della responsabilità omissiva

Il secondo, e più rilevante, profilo riguarda la qualificazione della condotta come omissiva impropria, ai sensi dell’art. 40, comma 2, c.p., che equipara il non impedire un evento che si aveva l’obbligo giuridico di impedire al cagionarlo attivamente. Il Tribunale aveva ritenuto che la donna, accudendo volontariamente i gatti, avesse assunto una posizione di garanzia consistente nell’obbligo di controllarli e custodirli, così da prevenire danni a terzi.

La Cassazione ha smentito questa ricostruzione, distinguendo nettamente il caso dai precedenti richiamati dal Tribunale, tutti riferiti ad attività economico-produttive o alla custodia di animali domestici pericolosi come i cani. Una colonia felina, per definizione normativa e per caratteristiche etologiche, è composta da gatti che vivono in libertà: chi si occupa volontariamente del loro nutrimento, in assenza di qualsiasi rapporto di detenzione anche solo materiale e di fatto, non assume alcuna posizione di garanzia rilevante ai fini dell’art. 40 cpv. c.p. Non essendo inoltre i felini randagi qualificabili come animali pericolosi ai sensi dell’art. 672 c.p., la giurisprudenza formatasi sui cani non è a essi estensibile. In altre parole, chi nutre i gatti liberi non ne diventa “detentore” e non può essere chiamato a rispondere delle conseguenze delle loro condotte spontanee, pena un’inaccettabile responsabilità oggettiva mascherata da colpa.

Implicazioni pratiche

La decisione offre indicazioni utili sia per i cittadini che si dedicano volontariamente alla cura delle colonie feline, sia per le amministrazioni comunali chiamate a disciplinare la materia. Sul piano penale, l’attività di foraggiamento di gatti randagi, di per sé, non genera responsabilità per le conseguenze imprevedibili del comportamento animale, salvo che sussista un effettivo rapporto di detenzione, anche di fatto, dell’animale. Resta invece pienamente legittimo il potere dei Comuni di disciplinare, tramite ordinanza, le modalità di somministrazione di cibo, imponendo cautele igieniche a tutela della collettività, il cui mancato rispetto può tuttavia rilevare, al più, come illecito amministrativo. Per chi si trovi coinvolto in vicende analoghe, la corretta qualificazione giuridica della condotta e l’individuazione dell’effettivo locus commissi delicti risultano decisive per l’esito del procedimento.

Il nostro studio è a disposizione per approfondimenti su questa e altre questioni di diritto penale e amministrativo legate alla tutela degli animali e ai rapporti di vicinato.

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