La Cassazione a Sezioni Unite cassa la decisione del CSM che aveva qualificato come episodica la condotta di un magistrato responsabile di centinaia di provvedimenti depositati con ritardi anche ultrannuali
Un’ispezione ordinaria presso un ufficio giudiziario porta alla luce numeri che difficilmente potrebbero passare inosservati: centinaia di provvedimenti civili depositati ben oltre i termini di legge, alcuni con ritardi che superano l’anno. Nello specifico, l’attività ispettiva accerta 182 sentenze depositate in ritardo e altre 32 ancora da depositare al momento del controllo, 77 ordinanze tardive con 11 ulteriori ancora pendenti, e 178 decreti ingiuntivi rilasciati oltre 120 giorni dalla richiesta. Il magistrato interessato, un giudice con funzioni civili, viene tratto a giudizio dinanzi alla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura per l’illecito disciplinare previsto dagli articoli 1, comma 1, e 2, comma 1, lettera q), del d.lgs. n. 109 del 2006, norma che sanziona proprio l’inosservanza grave e reiterata delle disposizioni sul deposito dei provvedimenti.
La Sezione Disciplinare, pur riconoscendo la sussistenza dell’illecito, decide di applicare la clausola di non punibilità prevista dall’articolo 3-bis dello stesso decreto legislativo, quella che esclude la rilevanza disciplinare dei fatti di “scarsa rilevanza”. Nella motivazione della sentenza n. 114 del 2025, l’organo disciplinare valorizza alcuni elementi: l’elevata qualificazione professionale del magistrato, la stima di cui godeva presso colleghi e foro locale, la complessità dei procedimenti trattati e lo scrupolo con cui erano stati redatti i provvedimenti, giungendo così a qualificare l’intera condotta come “episodica e occasionale” e a escludere quindi la sanzione.

Il ricorso del Ministro della Giustizia
Contro questa decisione propone ricorso il Ministro della Giustizia, affidandolo a due motivi che, pur formalmente distinti, convergono su un unico nucleo argomentativo: il vizio di motivazione. Secondo la prospettazione ministeriale, la sentenza della Sezione Disciplinare non fornisce elementi adeguati a sostenere la conclusione della scarsa gravità della lesione al bene giuridico protetto, e risulta per di più contraddittoria nel qualificare come episodica una condotta che la stessa decisione riconosce essersi protratta e reiterata nell’arco di un intero quinquennio.
Il principio di diritto: quando il ritardo cessa di essere “episodico”
Le Sezioni Unite civili, chiamate a decidere sul ricorso, ricostruiscono innanzitutto il perimetro del vizio di motivazione rilevante in sede di legittimità: esso è configurabile solo quando dal ragionamento del giudice disciplinare emerga la totale obliterazione di elementi potenzialmente decisivi, oppure quando sia riscontrabile un’obiettiva carenza del percorso logico che sorregge la decisione. Su questa base, la Corte individua nella sentenza impugnata proprio quel vizio.
Il punto cruciale della pronuncia riguarda il dato quantitativo. La stessa Sezione Disciplinare aveva accertato, per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2017 e il 31 dicembre 2021, il ritardato deposito di 484 provvedimenti, di cui 18 ordinanze e 22 sentenze con rilievo ultrannuale, con un picco massimo di 1.210 giorni per una singola sentenza, ossia quasi tre anni e mezzo. Nonostante questo, l’organo disciplinare aveva concluso per la natura episodica e occasionale della condotta. Le Sezioni Unite ritengono tale conclusione logicamente insostenibile: un ritardo che riguarda centinaia di provvedimenti, distribuito lungo cinque anni e con picchi che superano di gran lunga il termine massimo previsto per il giudizio di legittimità (fissato in un anno), non può essere ricondotto alla nozione di episodicità, la quale presuppone per definizione un fatto isolato e non un segmento significativo dell’intera attività professionale del magistrato.
La Corte affronta poi gli elementi che la Sezione Disciplinare aveva posto a fondamento della propria valutazione attenuante, ossia la complessità delle cause trattate e lo scrupolo redazionale dei provvedimenti. Su questo punto le Sezioni Unite tracciano un principio destinato ad avere applicazione generale: l’approfondimento nello studio delle cause rientra tra i doveri ordinari del giudice nella redazione dei provvedimenti, e la complessità delle controversie costituisce un fattore fisiologico dell’attività giurisdizionale, non un elemento eccezionale idoneo a scriminare il ritardo, salvo che non venga specificamente dimostrato il contrario con riferimento a questioni realmente inedite sul piano giurisprudenziale.
La gravità del ritardo come lesione di un bene costituzionale
È qui che la pronuncia assume il suo significato più ampio, al di là del singolo procedimento disciplinare. Le Sezioni Unite ricordano che i beni giuridici protetti dalla norma disciplinare non si esauriscono nell’immagine del singolo magistrato, ma comprendono il buon andamento della giustizia e la ragionevole durata del processo, valori che l’ordinamento colloca a livello costituzionale. Il ritardo nel deposito dei provvedimenti non lede soltanto la reputazione di chi lo determina, ma incide direttamente sull’interesse delle parti a ottenere una risposta di giustizia in termini adeguati: un principio che, ricorda la Corte, rileva anche come elemento sintomatico della fiducia che la collettività deve poter riporre nella magistratura.
Su questa base la Corte censura anche il richiamo, operato dalla Sezione Disciplinare, all’assenza del cosiddetto strepitus fori, cioè all’assenza di clamore mediatico o di proteste sulla vicenda: una circostanza che, per le Sezioni Unite, non è di per sé sufficiente a escludere la rilevanza negativa dei ritardi accertati, tanto più se richiamata solo nella parte finale della motivazione e non accompagnata da un’adeguata valutazione complessiva.
La decisione
Le Sezioni Unite accolgono il ricorso del Ministero, cassano la sentenza della Sezione Disciplinare e rinviano la causa allo stesso organo, in diversa composizione, per un nuovo esame che tenga conto dei principi affermati. Resta invece confermata, in linea generale, l’applicabilità dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto anche a questa tipologia di illecito disciplinare: ciò che la Corte censura non è l’astratta possibilità di applicare la clausola di non punibilità, ma la sua concreta applicazione a una fattispecie che, per numeri e persistenza, non poteva essere qualificata come episodica.
Implicazioni pratiche
La pronuncia, pubblicata con numero di raccolta generale 22593/2026, offre un criterio applicativo destinato a incidere sulla valutazione di futuri procedimenti disciplinari a carico di magistrati per ritardi nel deposito dei provvedimenti. Per gli avvocati che assistono le parti in procedimenti analoghi, la decisione chiarisce che la scarsa rilevanza del fatto disciplinare non può fondarsi sulla sola qualità professionale del magistrato o sulla complessità delle cause trattate, ma richiede una valutazione complessiva che tenga conto dell’entità, della reiterazione e della durata dei ritardi. Per i cittadini e le imprese che attendono una decisione giudiziaria, la sentenza ribadisce, in termini che vanno oltre il singolo procedimento disciplinare, che la tempestività del deposito dei provvedimenti non è un valore meramente organizzativo, ma attiene al nucleo stesso del diritto a una risposta di giustizia in tempi ragionevoli.
Chi si trova ad affrontare le conseguenze di un ritardo giudiziario, sia in veste di parte che di professionista, può valutare con il nostro studio gli strumenti di tutela disponibili, anche alla luce dei principi ora ribaditi dalle Sezioni Unite.

