Documenti tardivi, preclusione ridimensionata

La Cassazione, sulla scia della Consulta, restringe l’inutilizzabilità delle prove non consegnate al Fisco Il socio unico di una società a responsabilità limitata si vede recapitare un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2007. L’Amministrazione finanziaria gli contesta un maggiore reddito di capitale, e la storia comincia da una compravendita. Il 29 gennaio 2007 la società aveva venduto un immobile. L’Ufficio, ritenendo non dichiarato parte del reddito derivante da quell’operazione, aveva rideterminato il reddito imponibile dell’ente con un atto notificato alla società e mai impugnato. La somma, superiore a novecentomila euro, era stata qualificata come utile extracontabile e quindi presunta distribuita al socio, da cui l’avviso ai fini IRPEF. Il contribuente si difende sostenendo che quegli utili non gli sono mai stati distribuiti. In ogni caso, afferma, almeno una parte del ricavato era stata impiegata per altre finalità. La Commissione tributaria provinciale respinge il ricorso. Il contribuente propone allora appello e spiega perché non aveva potuto documentare la destinazione delle somme. Dal 20 maggio 2007 non era più amministratore della società, e il verbale che ne dava atto era stato depositato presso il Registro delle imprese solo il 9 agosto 2010, prima della notifica dell’avviso. Non aveva quindi la disponibilità materiale delle scritture e dei documenti. Solo nel corso del giudizio era riuscito a ottenere alcune fatture, allegate all’atto di appello, che provavano lavori di ristrutturazione sull’immobile venduto per quasi cinquecentomila euro. La Commissione tributaria regionale del Lazio respinge anche l’appello. Ritiene tardiva la documentazione prodotta soltanto in giudizio, per effetto della preclusione prevista dall’art. 32 del d.P.R. n. 600/1973. Il contribuente ricorre per cassazione, con un unico motivo. Che cosa dice l’articolo 32 Per capire la decisione occorre partire dalla norma. L’art. 32, quarto comma, del d.P.R. n. 600/1973 consente all’Amministrazione finanziaria di invitare il contribuente a fornire dati, notizie e documenti. Se il contribuente non risponde, o non esibisce quanto richiesto, quei documenti non possono essere presi in considerazione né in sede amministrativa né in giudizio. Il quinto comma prevede però una via d’uscita. Il contribuente può depositare i documenti non consegnati insieme al ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, dichiarando di non aver potuto rispondere all’invito per causa a lui non imputabile. La giurisprudenza di legittimità ricorda che la finalità dell’invito è instaurare un dialogo preventivo tra Fisco e contribuente, nel rispetto dei canoni di lealtà e correttezza, per definire le rispettive posizioni ed evitare il contenzioso. L’inutilizzabilità scatta automaticamente in caso di inottemperanza e può essere rilevata d’ufficio dal giudice, anche senza eccezione dell’Ufficio. La dichiarazione di non imputabilità deve essere resa in modo chiaro ed esplicito nel ricorso di primo grado, e spetta al giudice verificarne la sussistenza e la plausibilità. Il vaglio della Corte costituzionale L’ordinanza, identificata con il numero di raccolta generale 27658/2026 e pubblicata il 23 ottobre 2026, dedica ampio spazio alla sentenza n. 137/2025 della Corte costituzionale. Quella pronuncia ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità sollevate sull’art. 32, commi quarto e quinto, con riferimento, tra gli altri, al diritto di difesa e al giusto processo. Il principio nemo tenetur se detegere, cioè il diritto a non autoincriminarsi, è parte essenziale del diritto di difesa. Poiché l’inutilizzabilità produce effetti non solo processuali ma anche sostanziali, la norma supera il controllo di costituzionalità solo se letta in senso fortemente restrittivo, come strumento per spingere il contribuente a collaborare e non come sanzione. Da questa premessa la Corte costituzionale, come richiamata dalla Cassazione, ricava due indicazioni. La prima è che la preclusione opera soltanto per gli elementi informativi dal contenuto univocamente «a favore del contribuente». Sono quelli che, se consegnati subito, avrebbero potuto impedire l’accertamento o ridurre la pretesa dell’Amministrazione. Restano fuori i documenti a contenuto misto, ad esempio un registro con annotazioni anche sfavorevoli al contribuente. La seconda è che il principio per cui non si possono chiedere documenti già in possesso dell’Amministrazione va ampliato, alla luce delle nuove banche dati. La decisione della Cassazione Applicando questi principi, la Suprema Corte accoglie il motivo e cassa la sentenza. Il giudice regionale aveva dichiarato inutilizzabili le fatture senza compiere le verifiche necessarie. La Cassazione le indica in un ordine preciso. Il giudice deve accertare anzitutto se l’invito fosse stato rivolto davvero al contribuente e non, per esempio, alla società. Deve poi verificare se il questionario contenesse un invito specifico a depositare i documenti idonei a contestare la pretesa erariale. Infine deve valutare se la documentazione, che nel caso aveva contenuto unicamente favorevole al contribuente, potesse comunque entrare nel giudizio. Questo accade se nel ricorso di primo grado era stata dichiarata la non imputabilità dell’inadempimento, oppure se in appello il contribuente aveva dedotto di esserne venuto in possesso solo dopo l’inizio della lite, senza colpa. La Corte giustifica la necessità di dedurre la causa non imputabile con l’esigenza di un controllo del giudice sulla ricorrenza e sulla plausibilità di circostanze che non dipendano da un mero atteggiamento soggettivo del contribuente. La causa è rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio, in diversa composizione, per un nuovo esame e per le spese. Che cosa cambia in pratica Per i contribuenti la decisione conferma che la preclusione dell’art. 32 non è una ghigliottina. Prima di dichiarare inutilizzabile un documento, il giudice deve accertare a chi l’invito fosse indirizzato, quanto fosse specifico e quale contenuto abbia il documento. Chi è stato amministratore di una società e ha perso l’accesso alle scritture, come nel caso esaminato, può far valere la circostanza. Lo stesso vale per chi entra in possesso di una prova solo dopo l’avvio del giudizio, purché la ragione sia dedotta tempestivamente e sia credibile. Per imprese e professionisti il messaggio è duplice. Da un lato conviene rispondere sempre agli inviti dell’Ufficio, perché la collaborazione resta la regola. Dall’altro, se non è possibile farlo, la causa dell’impedimento va dichiarata in modo chiaro già nel ricorso di primo grado, e documentata quanto più possibile. Un questionario generico, o rivolto a un soggetto diverso dal contribuente, non è sufficiente a far scattare

Accordi di separazione e divorzio

La Cassazione distingue clausole necessarie, negozi autonomi e patti nulli: cosa sopravvive al divorzio Si sposano nel 1989 con rito concordatario e hanno tre figlie. Dopo trent’anni di vita comune, nel febbraio 2019, i coniugi chiudono la crisi con una separazione consensuale davanti al Tribunale. L’accordo è articolato e non si limita alla casa e ai figli. La moglie recede dalla società familiare. Viene assunta come dipendente nella nuova società del marito, con uno stipendio mensile di 1.200 euro. Il marito si impegna a versarle un contributo al mantenimento di 1.300 euro al mese, aggiornato all’ISTAT e accompagnato dall’assunzione a suo carico di oneri fiscali. Quel contributo sale a 2.400 euro se la moglie lascia volontariamente il lavoro. Con una scrittura aggiuntiva dei giorni precedenti, un assegno di pari importo scatta anche in caso di licenziamento illegittimo, accanto al trasferimento di una quota societaria. Alla fine compare la clausola numero 13, con cui i coniugi stabiliscono che tutto quanto pattuito troverà conferma anche nell’eventuale giudizio di divorzio. Nel febbraio 2022 il marito chiede il divorzio e contesta l’assegno, sostenendo che la sua situazione economica sia peggiorata e quella dell’ex moglie migliorata. La moglie replica che quelle condizioni sono il frutto di accordi negoziali non rivedibili in sede divorzile. Il Tribunale pronuncia il divorzio e qualifica le clausole patrimoniali come contenuto eventuale della separazione, quindi non modificabili. Esclude poi l’assegno divorzile, perché la donna sarebbe già adeguatamente compensata dall’assetto concordato. La Corte d’appello ribalta la decisione. Qualifica come contenuto necessario le clausole sul mantenimento e le ritiene superabili. Nega efficacia vincolante alla clausola 13, ma la considera un indizio del riconoscimento, da parte degli stessi coniugi, dell’apporto della moglie alla famiglia. Riconosce così un assegno divorzile di 1.000 euro mensili, valorizzando la durata trentennale del matrimonio. Entrambi ricorrono per cassazione. La questione giuridica La Prima Sezione civile decide con la sentenza n. 27533/2026 di raccolta generale, pubblicata il 22 ottobre 2026. Rigetta sia il ricorso principale sia quello incidentale e compensa le spese. La causa è stata trattata in pubblica udienza per il rilievo nomofilattico delle questioni, cioè per la loro importanza nel garantire un’applicazione uniforme del diritto. Il tema è se, e in che misura, gli accordi presi con la separazione condizionino il giudice del divorzio quando decide sull’assegno. La specificità dell’appello e il giudicato interno Il ricorrente sosteneva che l’appello della moglie fosse privo della specificità richiesta dagli artt. 342 e 343 c.p.c., perché non avrebbe criticato ogni passaggio della sentenza di primo grado. La Corte osserva che il Tribunale non aveva negato lo squilibrio economico né il contributo della donna alla famiglia. Aveva rigettato la domanda per un motivo preliminare e autonomo: la funzione perequativo-compensativa dell’assegno sarebbe già soddisfatta dall’assetto patrimoniale della separazione. L’appello ha contestato proprio quel presupposto, e questo basta. La Corte formula un principio di diritto. Per verificare la specificità dell’impugnazione conta che l’appellante investa la ratio decidendi, cioè la ragione fondante della decisione, senza dover censurare singolarmente ogni elemento della domanda. In questi casi viene devoluto al giudice dell’appello l’intero capo sull’assegno e sui suoi presupposti, senza che si formi giudicato interno sulle questioni che ne sono sviluppo o conseguenza. Il giudicato, richiama la Corte, si forma sulla statuizione come unità decisoria e non sui singoli argomenti che la sorreggono. Nessuna violazione dell’art. 112 c.p.c., dunque, e nessuna pronuncia ultra petita. Tre categorie di clausole Sul ricorso incidentale la Corte fissa il criterio per qualificare gli accordi di separazione. Distingue tre ipotesi, con tre regimi diversi. La prima riguarda le clausole che hanno la loro causa nella separazione e attuano i doveri di solidarietà coniugale, anche se realizzate con prestazioni atipiche. Sono il contenuto necessario dell’accordo. Possono essere superate dalla disciplina del divorzio, dopo un autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno. La seconda riguarda i negozi patrimoniali autonomi, che nella separazione trovano solo l’occasione e non la causa concreta. Qui il giudice del divorzio si ferma alla qualificazione della clausola, e il rapporto resta governato dall’autonomia privata e dai canoni ermeneutici degli artt. 1362 e seguenti c.c. La distinzione si compie guardando alla funzione concretamente perseguita dalle parti e non alla tipicità o atipicità della prestazione. La terza categoria riguarda le clausole necessarie ma prive di efficacia vincolante, perché nulle per illiceità della causa. Rientra qui la pattuizione con cui i coniugi pretendono di predeterminare l’assetto del futuro divorzio. Per la Corte il limite non nasce dal carattere patrimoniale dell’accordo, ma dalla sua idoneità a interferire con diritti indisponibili ai sensi dell’art. 160 c.c. e con il giudizio riservato al giudice. L’autonomia privata resta piena sugli interessi patrimoniali disponibili. Come la Corte ha applicato questi criteri La Corte d’appello, osserva la Cassazione, non ha trattato gli accordi del 2019 come un blocco inscindibile. Ha ricondotto al regolamento autonomo il recesso dalla società e la definizione dei rapporti societari, e ha considerato a parte il rapporto di lavoro. Ha escluso dalla propria cognizione il trasferimento del cinque per cento delle quote e la ripartizione del canone dell’immobile comune. Ha invece individuato nelle clausole 5, 7 e 8, nella parte sul mantenimento e sugli oneri fiscali connessi, una funzione unitaria di sostegno alla coniuge nella fase separativa. Quelle sono state ritenute superate dal divorzio. La clausola 13 non vincola il giudice. Può però essere valorizzata sul piano probatorio e indiziario, come fatto storico che concorre a ricostruire il contributo dato dalla richiedente alla vita comune. La Corte richiama sul punto l’utilità del ragionamento presuntivo e il principio di acquisizione probatoria, per cui le risultanze del processo appartengono al processo e sono utilizzabili. L’accertamento dell’assegno Quanto ai motivi del ricorso principale sul merito dell’assegno, la Cassazione richiama le Sezioni Unite n. 18287 del 2018. La comparazione delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi è il punto di partenza, ma una disparità significativa non basta da sola. Va messa in relazione con il contributo dato alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge, tenendo conto della durata del matrimonio e dell’età. La Corte d’appello ha

Il Fisco dissente, decide Lussemburgo

La Cassazione rinvia alla Corte di Giustizia UE il cram down fiscale nel concordato preventivo Una società operante nel settore edile, nel giugno 2022, chiede di essere ammessa al concordato preventivo in continuità aziendale indiretta, con transazione fiscale. L’amministrazione finanziaria è tra i creditori e vota contro la proposta, con un dissenso formale e motivato. Il suo credito è però così rilevante che, senza di esso, la maggioranza necessaria all’approvazione non sarebbe stata raggiunta. Il Tribunale di Brindisi omologa comunque il concordato nel giugno 2023: l’offerta al Fisco risultava più conveniente della liquidazione fallimentare e non peggiore delle alternative concretamente praticabili. La Corte d’appello di Lecce respinge il reclamo dell’amministrazione, ritenendo che il giudice debba valutare in modo pragmatico la migliore soddisfazione possibile dei crediti tributari, senza indagare sulla meritevolezza del debitore. L’amministrazione ricorre per cassazione. Sostiene che la società abbia sistematicamente violato gli obblighi fiscali, costruito riserve di patrimonio netto fittizie e poi assorbito le perdite con sopravvenienze passive prive di una giustificazione contabile chiara. Il risultato sarebbe una crisi preordinata, risolta con l’esdebitazione di un debito pubblico pagato solo in parte, a danno delle imprese che pagano le imposte. Con l’ordinanza interlocutoria n. 27546/2026, pubblicata il 22 ottobre 2026, la Prima Sezione civile non decide il ricorso: sospende il giudizio e interpella la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Il quadro normativo applicabile La domanda di concordato è anteriore all’entrata in vigore del Codice della crisi, perciò si applica la legge fallimentare. L’art. 177 l.fall. richiede, per l’approvazione, la maggioranza dei crediti ammessi al voto. L’art. 180, comma 4, l.fall. prevede il cosiddetto cram down fiscale. Quando l’adesione dell’amministrazione finanziaria o degli enti previdenziali è determinante per raggiungere la maggioranza, il tribunale omologa anche se questi creditori hanno votato contro. Il giudice verifica soltanto che la proposta sia conveniente rispetto alla liquidazione fallimentare e, se un creditore con almeno il venti per cento dei crediti si oppone, che il suo credito non sia soddisfatto in misura inferiore alle alternative concretamente praticabili. In altri termini, il voto negativo del Fisco viene trasformato dalla legge in voto favorevole, con una finzione giuridica. L’ordinanza ricorda che questo assetto è diritto vivente e richiama tre precedenti della stessa Corte, che cita come Cass. n. 1033/2024, n. 9981/2025 e n. 5866/2026. Le citazioni sono tratte dal testo dell’ordinanza e vanno verificate sulle banche dati ufficiali prima di ogni uso in atti. I dubbi del Collegio sulla compatibilità interna La Corte riconosce che il sistema ha una sua coerenza interna. Il tribunale non giudica la fondatezza della pretesa tributaria e si limita a estenderne il trattamento. L’interesse fiscale, tutelato dall’art. 53 della Costituzione, non prevale in modo irragionevole sugli altri crediti. Il giudizio di convenienza attenua l’effetto espropriativo sul credito pubblico. Per il diritto italiano, inoltre, la meritevolezza del debitore non è un requisito di accesso al concordato e un comportamento illecito pregresso, se fin dall’inizio rivelato ai creditori, non basta a revocare l’ammissione ai sensi dell’art. 173 l.fall. Il problema europeo: la direttiva 2019/1023 Il dubbio nasce dal diritto dell’Unione. La direttiva (UE) 2019/1023 sui quadri di ristrutturazione preventiva riconosce il diritto di voto ai creditori incisi dal piano e affida all’autorità giudiziaria o amministrativa l’esame dei diritti di voto in sede di omologa. Secondo la Cassazione non è chiaro se questa verifica sia un semplice controllo aritmetico o un esame sostanziale della volontà e delle ragioni del dissenso. Non è chiaro neppure se sia compatibile una norma che costringe il creditore pubblico a subire la conversione del suo voto e, per tutelarsi, a contestare la convenienza della proposta in giudizio, con un onere processuale ulteriore. Il secondo nodo riguarda i destinatari della direttiva. Fin dai primi considerando essa si rivolge a imprenditori in difficoltà ma «sani». La Corte si domanda se tra questi possa rientrare anche chi abbia causato l’insolvenza in modo deliberato e preordinato, occultando utili e simulando scritture contabili per sottrarsi al Fisco. Valorizza poi il considerando 33, che consente agli Stati di prevedere presunzioni di rifiuto della ristrutturazione in caso di inadempimenti fiscali rilevanti, e l’art. 23, che permette di negare o limitare l’esdebitazione al debitore disonesto o in malafede. A questo proposito richiama le sentenze della Corte di Giustizia del 16 marzo 2017 (causa C-493/15) e del 10 aprile 2025 (causa C-723/23), citate nell’ordinanza. Il profilo degli aiuti di Stato L’ultimo profilo riguarda gli aiuti di Stato. L’art. 107 TFUE vieta gli aiuti che falsano la concorrenza, e per le imprese in difficoltà valgono gli Orientamenti della Commissione del 2014. Secondo il Collegio, l’azzeramento di quote significative del debito tributario, imposto dalla legge a un’impresa già insolvente contro il voto del Fisco, potrebbe configurare una rinuncia a entrate pubbliche. Avrebbe i caratteri di un vantaggio selettivo, capace di incidere sulla concorrenza rispetto alle imprese che pagano regolarmente le imposte. L’ordinanza richiama anche una sentenza della Corte di Giustizia del 24 settembre 2026 (cause riunite C-503/25 e C-504/25), in materia di imprese in amministrazione straordinaria. I quesiti alla Corte di Giustizia La Cassazione ritiene che non vi sia né un «acte clair» né un «acte éclairé». Pone quindi due quesiti. Il primo chiede se la direttiva osti a una disciplina interna secondo cui il debitore può avere causato l’insolvenza deliberatamente e preordinatamente, e l’omologazione è obbligatoria nonostante il voto negativo del Fisco, se determinante, purché la proposta sia più conveniente della liquidazione. Il secondo chiede se tale approvazione forzosa sia compatibile con la disciplina degli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà. Il giudizio resta sospeso fino alla pronuncia europea. Implicazioni pratiche Per le imprese in crisi, la decisione non cambia le regole oggi in vigore, ma introduce un elemento di incertezza per le transazioni fiscali fondate sul cram down. Chi presenta una proposta dovrebbe curare con particolare attenzione la trasparenza sulle cause della crisi, perché la disclosure iniziale resta il presidio più solido. Per i professionisti che redigono attestazioni e piani, la completezza della ricostruzione dei fatti pregressi diventa ancora più importante. Per i creditori pubblici, l’ordinanza apre

Fornitori fantasma, detrazione a rischio

La Cassazione chiarisce quando l’apparenza di un’organizzazione fornitrice può davvero tutelare chi detrae l’IVA. Una società commerciale acquista beni da alcuni fornitori e detrae l’IVA indicata in fattura. Per l’anno d’imposta 2010 l’amministrazione finanziaria le notifica un avviso di accertamento con riprese a titolo di IVA. A suo avviso gli acquisti sono transitati da imprese che compaiono nella catena delle forniture senza svolgere alcuna reale attività economica. Alcune sono vere e proprie “cartiere”, cioè società che emettono fatture ma non versano l’imposta. Altre sono società “filtro”, in apparenza regolari, inserite tra la cartiera e il compratore finale per rendere più difficili i controlli. Queste ultime acquistano la merce da soggetti a loro volta cartieri e la rivendono senza alcun ricarico, il che rivela l’assenza di una vera funzione commerciale. La società contribuente impugna l’atto e perde davanti alla Commissione tributaria provinciale. In appello ottiene invece ragione dalla Commissione tributaria regionale, che riconosce la natura cartiera di alcuni fornitori. Tuttavia ritiene non provato il coinvolgimento della società acquirente. Valorizza la documentazione prodotta sin dal primo grado, da cui risultava che i fornitori avevano un’organizzazione di facciata ma credibile. Avevano un giro d’affari non limitato a quel solo cliente, interlocutori professionali con cui i dipendenti dell’acquirente si interfacciavano, consegne puntuali e fatturazione regolare. L’amministrazione ricorre per cassazione. Il ricorso attraversa gli anni, subisce un rinvio a nuovo ruolo per un evento che ha colpito il difensore della società e viene infine deciso con l’ordinanza n. 27144/2026 della Sezione tributaria, pubblicata il 18/10/2026. La questione giuridica Il quesito è di grande rilievo pratico. Un’impresa che acquista da un fornitore rivelatosi fittizio può comunque detrarre l’IVA se dimostra la propria buona fede? E quali elementi può portare a prova di quella buona fede? La questione tocca quotidianamente le imprese che operano in settori esposti alle frodi, in particolare le frodi cosiddette “carosello”. Il quadro normativo e la regola sull’onere della prova La detrazione dell’IVA è disciplinata dagli artt. 19 e 54 del d.P.R. n. 633/1972. In termini semplici, l’impresa può scomputare l’imposta pagata sugli acquisti inerenti alla propria attività, ma il diritto non è riconosciuto a chi partecipa a una frode o sa di parteciparvi. Rilevano poi le regole generali sulla prova, e in particolare gli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c. sull’onere della prova e sulle presunzioni, cioè sulle conclusioni che si traggono da fatti noti, purché gravi, precisi e concordanti. L’ordinanza riprende lo schema consolidato, ricavato anche dalla giurisprudenza unionale, che si articola in due tempi. Nel primo tempo spetta all’amministrazione dimostrare, anche in via presuntiva, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere di inserirsi in una frode. Può farlo provando un coinvolgimento diretto. Oppure può indicare elementi oggettivi che avrebbero dovuto indurre un operatore normale e diligente del settore a sospettare dell’irregolarità. Nel secondo tempo, assolto quell’onere, tocca al contribuente provare che il fornitore non era un soggetto fittiziamente interposto e che l’operazione è stata realmente conclusa con lui. A tal fine non bastano la regolarità contabile dei documenti né la prova che la merce sia stata consegnata o pagata. Sono circostanze che già rientrano nella stessa nozione di operazione soggettivamente inesistente. La soluzione della Corte La Cassazione accoglie il primo motivo del ricorso dell’amministrazione e assorbe il secondo. Rileva che il giudice regionale non si è attenuto a quei criteri. Aveva infatti accertato che i fornitori erano cartiere e, nello stesso tempo, aveva dato peso alla loro capacità organizzativa e commerciale, alla consegna della merce e alla fatturazione. Il passaggio decisivo è quello sulla natura della buona fede. Per la Corte la struttura organizzativa del fornitore, se deve fondare la buona fede dell’acquirente, non può essere meramente immaginata. Non può neppure essere desunta da rapporti epistolari con persone che si dichiarano dipendenti della cartiera, né dai dati che la società stessa ha dichiarato al registro delle imprese. Quest’ultimo ha una funzione pubblicitaria di ciò che l’imprenditore dichiara, non di verifica dei contenuti. La buona fede conta soltanto se la presenza di una struttura operativa era tale da far ritenere esistente il fornitore a un operatore professionale diligente. In altre parole, i dati da cui si desume la buona fede, pur dirigendosi a provare uno stato soggettivo, devono essere oggettivamente riscontrabili da tutti gli operatori del settore. Non possono essere riferibili soltanto al contribuente che chiede la detrazione. La Corte aggiunge un secondo rilievo, in chiave presuntiva. Non è irrilevante la condotta complessiva dell’acquirente, soprattutto nell’anno oggetto di accertamento. Rapporti con più cartiere e numerosi scambi commerciali nel tempo sono elementi dotati di gravità ai sensi dell’art. 2729 c.c., di cui l’amministrazione può avvalersi per provare l’elemento soggettivo. La sentenza regionale è quindi cassata con rinvio al giudice tributario di secondo grado del Lazio, in diversa composizione. Un’osservazione sul valore del precedente. Si tratta di un’ordinanza della sezione semplice, non di una pronuncia delle Sezioni Unite. Essa si colloca tuttavia in continuità con l’indirizzo che la stessa motivazione richiama, ricordando fra gli altri Cass. n. 13803/2014 e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di frodi IVA. Non risultano dalla motivazione contrasti interpretativi. Le implicazioni pratiche Per le imprese la lezione è netta. Archiviare fatture regolari, bonifici e documenti di trasporto non basta a rendere la detrazione inattaccabile. Se il fornitore si rivela una cartiera, la difesa deve poggiare su riscontri che chiunque nel settore avrebbe potuto verificare al momento dell’affare. Occorre valutare se esistessero una sede e dipendenti effettivi, mezzi e magazzini, e una presenza commerciale reale e autonoma. Le dichiarazioni del fornitore e le visure camerali, da sole, non bastano. Conta anche la storia dei rapporti. Chi nel tempo ha acquistato da più soggetti poi risultati cartieri, o ha concentrato gli acquisti presso società filtro prive di ricarico, offre all’amministrazione indizi che un giudice può valutare come gravi. Una prassi aziendale di selezione e verifica dei fornitori, con controlli documentati prima di ogni nuovo rapporto, è quindi una tutela concreta. Va costruita in anticipo, non improvvisata in giudizio. Per i professionisti che assistono il

Maggiorenni: mantenimento dello studente fuori sede e legittimazione della madre

La Cassazione chiarisce quando il genitore convivente può chiedere l’assegno per il figlio adulto Una famiglia, un matrimonio celebrato nel gennaio 2001, due figlie. Nel giugno 2021 il marito promuove il giudizio di separazione. La primogenita diventerà maggiorenne pochi mesi dopo, a novembre 2021. Con l’ordinanza presidenziale dell’8 ottobre 2021 i genitori concordano l’affidamento condiviso delle due ragazze, che continuano a vivere con la madre. La casa familiare non viene assegnata, perché appartiene a una società amministrata dal padre. Il padre è tenuto a versare alla madre un contributo di 1.500 euro per ciascuna figlia, e alla moglie viene riconosciuto un assegno provvisorio di 2.500 euro mensili. Il 9 aprile 2024 il Tribunale pronuncia la sentenza definitiva. Addebita la separazione al marito, per la violazione del dovere di fedeltà, e respinge la domanda di addebito a carico della moglie. Conferma l’affidamento condiviso della figlia ancora minorenne e fissa a carico del padre un contributo di 2.500 euro per ciascuna figlia, da versare alla madre, per un totale di 5.000 euro mensili. Conferma inoltre l’assegno di 2.500 euro per la moglie. Il marito impugna la sentenza. Nel corso dell’appello la secondogenita compie diciotto anni e, a settembre 2024, lascia la casa materna per trasferirsi in un’altra città, dove frequenta la scuola. Interviene volontariamente nel giudizio chiedendo che l’assegno le sia versato direttamente dal padre, ma poi rinuncia all’intervento. Il padre modifica a sua volta le conclusioni: chiede di ridurre il contributo e di pagarlo direttamente alle figlie. La madre insiste per la conferma della sentenza di primo grado. La Corte d’appello decide il 10 febbraio 2025, con una pronuncia che stupisce entrambe le parti. Respinge le domande di addebito reciproche, quindi anche quella a carico del marito, che il Tribunale aveva accolto. Riduce a 800 euro l’assegno per la moglie. Soprattutto revoca, dalla data della pubblicazione, il contributo paterno per entrambe le figlie, pur essendo pacifico che nessuna delle due fosse economicamente autonoma. La madre ricorre allora per cassazione con dieci motivi. La Corte ha deciso con l’ordinanza della Prima Sezione civile, numero di raccolta generale 27140/2026, pubblicata il 18 ottobre 2026. La questione giuridica Il punto centrale riguarda la legittimazione ad agire della madre. In altre parole: quando un figlio è maggiorenne ma non ancora indipendente, chi può chiedere all’altro genitore il contributo al suo mantenimento? La Corte d’appello aveva sostenuto che la madre non avesse spiegato su quale fondamento chiedesse di ricevere «in prima persona» il contributo, e che mancasse la prova della sua legittimazione ad agire in nome e per conto delle figlie. Il quadro normativo L’art. 337-septies c.c. consente al giudice di disporre, in favore dei figli maggiorenni non indipendenti, il pagamento di un assegno periodico, da versare di regola direttamente all’avente diritto. L’art. 315-bis c.c. e l’art. 30 della Costituzione affermano il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. La Cassazione ricorda che tali norme non distinguono, salvo che per l’ascolto, tra figli minorenni e maggiorenni. Il compimento dei diciotto anni non fa dunque cessare l’obbligo di mantenimento. Questo prosegue fino all’indipendenza economica, entro limiti di ragionevolezza e di autoresponsabilità del figlio, che non può trasformarsi in un «parassitismo» a carico dei genitori. La Corte rileva anche che la lettura dell’art. 337-septies come norma che farebbe nascere il diritto solo con la decisione del giudice è rimasta isolata. La legittimazione del genitore convivente L’ordinanza richiama un orientamento che definisce costante. Se il figlio maggiorenne non ha ancora conseguito l’autonomia economica e non agisce in proprio, il genitore con cui convive e che anticipa le spese per il suo sostentamento è legittimato iure proprio a chiedere all’altro genitore l’assegno. Questa legittimazione non si sovrappone a quella del figlio, titolare del diritto al mantenimento: le due sono autonome e concorrenti. Se agisce il genitore convivente, non occorre integrare il contraddittorio nei confronti del figlio, perché la sua inerzia indica che non c’è conflitto con la posizione del genitore. La legittimazione resta ferma anche quando il figlio si allontana per ragioni di studio, a patto che la casa del genitore rimanga un punto di riferimento stabile e che questi continui a provvedere materialmente alle sue esigenze. La Corte distingue poi due piani. La legittimazione ad agire è una condizione dell’azione e si valuta sulla base di ciò che la parte afferma. La titolarità effettiva del diritto, che riguarda la fondatezza della domanda, appartiene invece al merito. Il difetto di legittimazione va esaminato per primo, perché, se accertato, elimina in radice ogni possibilità di proseguire l’azione. La Corte richiama sul punto le Sezioni Unite (Cass., sez. un., 8 marzo 2022, n. 7514, richiamata nell’ordinanza). La soluzione per le due figlie Per la secondogenita il ricorso è respinto. Era un dato pacifico che, almeno da settembre 2024, la ragazza avesse lasciato la casa materna, restituito le chiavi e trasferito la residenza in un’altra città. Cessata la convivenza, la madre non aveva più titolo per chiedere al padre l’assegno. La figlia, che aveva rinunciato all’intervento, non ha impugnato la decisione, e la Corte d’appello nulla ha detto sulla fondatezza della sua pretesa diretta verso il padre. Per la primogenita la Cassazione decide in senso opposto. Dagli atti risultava, senza contestazioni, che la ragazza convivesse con la madre nella casa presa in locazione dopo la separazione e che fosse una studentessa universitaria. Risultava anche che non avesse mai chiesto di ricevere l’assegno dal padre e che, sentita dal giudice, avesse espressamente preferito che fosse la madre a occuparsi delle sue necessità materiali. La Corte d’appello non aveva accertato alcuna cessazione della convivenza e non aveva rilevato alcun conflitto tra madre e figlia. I presupposti della legittimazione erano già stati allegati e accertati in primo grado, quindi nessun’altra spiegazione era dovuta. La revoca dell’assegno non era conforme ai principi richiamati. La Corte ha disposto il rinvio per un nuovo esame del merito, cioè dell’effettiva sussistenza dei presupposti del diritto, della sua fondatezza e del suo importo. L’addebito e l’assegno alla moglie Sul fronte dell’addebito, i motivi della ricorrente sono dichiarati

Provvigione dell’agente immobiliare: quando spetta

Rogito, preliminare, mutuo e informazioni omesse: cosa deve sapere chi compra, vende o gestisce immobili Quando si acquista o si vende un immobile, il momento in cui l’agenzia può chiedere il compenso è una delle questioni che generano più contrasti. Molti sono convinti che senza rogito notarile non si debba pagare nulla. Altri ritengono che basti aver visitato un appartamento con un’agenzia per essere tenuti a versarle la provvigione. Nessuna delle due convinzioni è esatta. La soluzione dipende da come è stato costruito il rapporto, da cosa è stato firmato e da cosa ha realmente fatto l’intermediario. Per un cittadino che compra casa e per un imprenditore che gestisce un patrimonio immobiliare, sapere dove passa il confine può far risparmiare somme rilevanti. Natura dell’intermediazione e soggetti obbligati al pagamento Il codice civile definisce il mediatore come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato a nessuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o rappresentanza (art. 1754 c.c.). L’art. 1755 c.c. aggiunge che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. In altri termini, il compenso nasce dal risultato raggiunto grazie alla sua attività, e non da un modulo firmato da entrambi i contraenti. Ne discende che non è corretto sostenere che paghi soltanto chi ha sottoscritto l’incarico. È altrettanto scorretto dire che paghino sempre venditore e acquirente. Occorre guardare alla funzione concretamente svolta dall’agenzia. Se promuove in modo imparziale l’incontro tra le parti, siamo nell’ambito della mediazione. Se invece cura esclusivamente l’interesse di chi le ha dato l’incarico, come farebbe un mandatario, non si può trasferire automaticamente sull’altra parte l’obbligo di pagare. Contano anche il comportamento di chi si è avvalso consapevolmente dell’opera dell’agenzia e gli accordi sul compenso. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19161 del 2 agosto 2017, hanno riconosciuto la configurabilità della mediazione negoziale atipica, anche unilaterale, e hanno chiarito che l’intermediazione immobiliare resta soggetta ai requisiti professionali previsti dalla legislazione speciale. È una pronuncia di grande rilievo, ma va applicata guardando il contenuto del singolo rapporto e non per automatismi. Quando l’affare è concluso: proposta, preliminare e rogito La conclusione dell’affare non coincide necessariamente con il passaggio di proprietà davanti al notaio. La Corte di cassazione, sezione seconda civile, con l’ordinanza n. 9395 pubblicata il 10 aprile 2025, ha ribadito che l’affare è concluso quando tra le parti si costituisce un vincolo che consente di agire per l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, ai sensi dell’art. 2932 c.c., oppure per il risarcimento del danno derivante dal mancato conseguimento del risultato programmato. Un contratto preliminare può dunque far maturare la provvigione, senza attendere il rogito. Questo non significa che ogni proposta accettata faccia nascere il diritto al compenso. Il nome dato al documento, che sia «proposta», «compromesso» o «accordo preliminare», non risolve la questione. Bisogna chiedersi quali obbligazioni siano effettivamente sorte. Una lettera d’intenti o un accordo preparatorio, che segna solo una tappa delle trattative, non è sufficiente. Una proposta accettata può invece valere come vero preliminare, se esprime un impegno vincolante e sufficientemente determinato. Il fatto che sia prevista una scrittura successiva non rende irrilevante l’accordo precedente: bisogna verificare se quella scrittura debba soltanto riprodurre un vincolo già nato o sia necessaria per definirlo. L’acquisto subordinato al mutuo e il successivo mancato rogito È molto frequente che l’acquirente condizioni l’acquisto all’ottenimento di un finanziamento. Sentiamo spesso dire che senza mutuo l’agenzia non si paga, ma la formula è imprecisa. L’art. 1757 c.c. stabilisce che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. Se invece la condizione è risolutiva, il diritto non viene meno al verificarsi dell’evento. Tutto dipende allora da come è scritta la clausola. Un conto è subordinare l’efficacia dell’acquisto alla concessione del finanziamento, e allora si ha una vera condizione sospensiva. Un altro conto è limitarsi a indicare che il prezzo sarà pagato con un mutuo, e allora la condizione non c’è. Se la condizione è validamente prevista e non si avvera, manca il presupposto temporale della provvigione. Se però era già stato concluso un preliminare efficace, l’inserimento di una condizione in un momento successivo richiede una ricostruzione cronologica e non cancella automaticamente il credito dell’intermediario. Allo stesso modo, il rogito che salta per inadempimento di una delle parti dopo la conclusione dell’affare non significa che il diritto al compenso non sia mai esistito. Nesso causale, trattative dirette e pluralità di agenzie Un altro scenario molto comune è quello in cui le parti, dopo aver conosciuto l’immobile tramite un’agenzia, proseguono da sole, concludono dopo la scadenza dell’incarico o si rivolgono a un secondo intermediario. Qui il criterio è il collegamento causale richiesto dall’art. 1755 c.c.: l’affare deve essere concluso per effetto dell’intervento del mediatore. La sola successione nel tempo tra la visita e l’acquisto non dimostra nulla. D’altra parte, il fatto che l’agenzia non abbia partecipato alle ultime trattative non basta a escluderne il diritto, se l’affare è comunque effetto della sua attività precedente. Il foglio di visita può documentare un contatto, ma non è un titolo automatico di pagamento. Occorre ricostruire cosa le parti sapessero dell’immobile e della controparte, quale attività abbia svolto l’agenzia, perché le trattative si siano interrotte e come si colleghino all’accordo finale. Quando intervengono più agenzie, l’art. 1758 c.c. riconosce a ciascun mediatore una quota della provvigione se l’affare è concluso per l’intervento di più intermediari. Bisogna però distinguere l’attività concorrente sull’unico affare da una prima iniziativa rimasta priva di efficacia causale. Non è vero che il cliente debba sempre pagare due provvigioni intere, e non è vero che abbia diritto al compenso soltanto l’ultima agenzia intervenuta. Obblighi informativi e restituzione della provvigione Il mediatore è tenuto a riferire le circostanze che conosce o che dovrebbe conoscere secondo la diligenza qualificata della sua categoria, se incidono sul buon esito dell’affare (art. 1759 c.c.). La stessa ordinanza n. 9395 del 10 aprile

Dichiarazione errata, difesa sempre possibile

Integrativa tardiva: il contribuente può comunque contestare nel merito la pretesa del Fisco, dice la Cassazione La storia inizia con una società, oggi in liquidazione, che riceve una cartella di pagamento. Con quell’atto l’Amministrazione finanziaria, in base all’art. 54 bis d.P.R. 633/1972, recupera oltre 232.000 euro di IVA relativi al 2008. Secondo l’Ufficio la società aveva indicato in dichiarazione un credito di pari importo che in realtà non esisteva più. Si trattava infatti di un credito maturato nel 2002, per il quale era già stato chiesto il rimborso. A complicare il quadro, mancavano le dichiarazioni relative al 2006 e al 2007. La società si difende raccontando una vicenda aziendale tutt’altro che lineare. L’attività era rimasta sospesa dal 2002 al 2009 e, in quel periodo, era stata gestita da un custode nominato dal tribunale. Per questo, spiega, l’errore era sfuggito. Nell’ottobre del 2012 presenta dichiarazioni integrative per gli anni dal 2008 al 2011, togliendo l’indicazione del credito, e due giorni dopo chiede all’Amministrazione di annullare la cartella in autotutela. Sostiene che l’errore non aveva causato alcun danno all’Erario, perché quel credito non era mai stato utilizzato né richiesto a rimborso. L’Amministrazione però respinge l’istanza: l’integrativa, a suo dire, era arrivata oltre il termine previsto dall’art. 2 d.P.R. 322/1998. La società impugna allora il rifiuto, ma perde sia davanti al giudice di primo grado sia in appello. Entrambi i giudici ritengono decisiva la mancata presentazione della dichiarazione dell’anno precedente, che avrebbe impedito di portare il credito in detrazione nel periodo successivo. A quel punto la società si rivolge alla Corte di cassazione. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza n. 26768/2026 di raccolta generale, pubblicata il 13 ottobre 2026, la Sezione tributaria accoglie entrambi i motivi di ricorso, cassa la sentenza e rinvia al giudice di secondo grado in diversa composizione. Prima di arrivare al merito, la Corte risolve due questioni preliminari. Dichiara inammissibile, perché tardivo, il controricorso dell’Agenzia delle Entrate, notificato ben oltre il termine previsto dall’art. 370 c.p.c. nella formulazione applicabile prima della riforma del 2022. Esclude poi che vi fosse litisconsorzio necessario tra la società e i soci, dato che l’atto impugnato riguardava soltanto l’IVA e non altri tributi fondati su elementi comuni. Gli errori in dichiarazione e il rimedio dell’integrativa Il cuore della pronuncia riguarda le conseguenze di un errore commesso in dichiarazione. La Corte richiama l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite, citato nell’ordinanza stessa. Secondo quell’orientamento il contribuente che sbaglia, con un danno a proprio carico, deve correggere la dichiarazione entro il periodo d’imposta successivo. Resta però fermo che può sempre opporsi, nel giudizio tributario, alla maggiore pretesa dell’Amministrazione. In termini semplici: l’errore non si trasforma in una condanna definitiva. La possibilità di correggere la dichiarazione e il diritto di difendersi davanti al giudice sono due piani diversi, e il secondo non si perde perché il primo è stato esercitato in ritardo. Il tempo, naturalmente, conta. La Corte precisa che al caso si applica la disciplina anteriore alle modifiche introdotte dal d.l. 193/2016, convertito dalla l. 225/2016. Dopo quella riforma tutte le dichiarazioni integrative possono essere presentate fino alla scadenza del termine con cui l’Amministrazione decade dal potere di accertamento. Quelle modifiche, ricorda la Corte richiamando un proprio precedente, non operano retroattivamente. Nel regime precedente, il termine più ampio dell’esercizio successivo valeva solo per correggere errori che avessero comportato un maggior reddito, un maggior debito d’imposta o un minor credito. Il giudice avrebbe quindi dovuto verificare, innanzi tutto, se l’integrativa fosse tempestiva alla luce di questa distinzione. Anche se tardiva, l’integrativa non chiude la partita Il passaggio più rilevante per chi si trova in situazioni simili è un altro. Anche se l’integrativa fosse stata tardiva, dice la Cassazione, il giudice non poteva fermarsi lì. Doveva considerare che il contribuente si era opposto alla ripresa dell’Amministrazione e verificare nel merito se la dichiarazione fosse viziata da un errore emendabile. Doveva inoltre accertare se il credito fosse stato effettivamente utilizzato in compensazione, perché è questo che distingue un errore formale da un vero pregiudizio per l’Erario. I giudici di merito, invece, si erano limitati a osservare che l’omessa dichiarazione dell’anno precedente impediva di riportare il credito in avanti, aggiungendo considerazioni sul rimborso già ottenuto per altre annualità. La Corte le giudica irrilevanti. Nessuno discuteva che il credito non potesse essere detratto, come la stessa società aveva riconosciuto con l’integrativa. Il punto era un altro: se l’Amministrazione potesse recuperare quell’importo, tenuto conto della condotta del contribuente e del fatto, da lui affermato, che il credito non era mai stato usato fino alla correzione. Cosa cambia in concreto per imprese e professionisti La lezione pratica è duplice. L’errore in dichiarazione va corretto il prima possibile, e il rispetto dei termini resta una condizione che il giudice deve verificare con attenzione. Ma la scadenza di un termine non toglie al contribuente il diritto di dimostrare che l’errore era emendabile e che non ha prodotto alcun danno. Per un’impresa che si trova una cartella basata su un credito indicato per errore, questo significa poter far valere in giudizio che quel credito non è mai stato utilizzato, e chiedere al giudice di esaminare la sostanza dei fatti. Per i professionisti che assistono i contribuenti, ne discende l’importanza di documentare sin dall’inizio il mancato utilizzo del credito e le ragioni dell’errore. Va poi costruita la difesa su entrambi i fronti: la tempestività dell’integrativa e, in subordine, la natura emendabile dell’errore. Conclusioni La decisione conferma un principio di equilibrio. Chi sbaglia nella dichiarazione ha l’onere di correggersi nei tempi previsti, ma il sistema non può trasformare ogni ritardo in una perdita automatica del diritto di difesa. Se hai ricevuto una cartella fondata su un errore dichiarativo, o vuoi capire come correggere una dichiarazione già presentata, il nostro studio è a disposizione per una consulenza personalizzata.

Fondo patrimoniale: scudo o illusione?

Cosa protegge davvero il vincolo familiare, quali debiti restano esposti e perché l’atto notarile non basta Chi ha una casa, un’attività o un’esposizione verso le banche si imbatte prima o poi nel consiglio di «mettere tutto in fondo patrimoniale». Spesso viene presentato come la soluzione che rende il patrimonio di famiglia al riparo dai creditori. La realtà giuridica è molto più sfumata. Il fondo è uno strumento lecito e utile, ma la protezione che offre è limitata e condizionata, e chi lo costituisce senza conoscerne i limiti rischia di scoprirlo nel momento peggiore. Natura e funzione del fondo patrimoniale Gli artt. 167-171 c.c. consentono di destinare determinati beni ai bisogni della famiglia: immobili, mobili iscritti in pubblici registri e titoli di credito. Il fondo può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi con atto pubblico, oppure da un terzo, anche per testamento. Il fondo non è un soggetto giuridico autonomo e non è una cassaforte esterna al patrimonio dei coniugi. Si tratta di un vincolo di destinazione: i beni restano soggetti a regole particolari perché servono alla famiglia. Non è nemmeno una donazione ai figli. Il genitore che vincola un immobile non lo sta regalando alla prole, né sta regolando la propria successione. Come ogni vincolo, incide sul modo in cui il bene può essere gestito, venduto e aggredito dai creditori, ma non cambia di per sé chi ne è proprietario. I vantaggi effettivi: destinazione familiare e protezione selettiva Il cuore della disciplina è l’art. 170 c.c.: l’esecuzione sui beni del fondo e sui relativi frutti non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. In altri termini, la protezione richiede due condizioni distinte: il debito deve essere oggettivamente estraneo ai bisogni familiari, e il creditore deve averne conosciuto l’estraneità. Se manca anche una sola delle due, il pignoramento è possibile. Per bisogni della famiglia si intende molto più dello stretto indispensabile: rientrano le esigenze di mantenimento e di equilibrato sviluppo del nucleo familiare, compreso il potenziamento della capacità lavorativa. Restano fuori le spese voluttuarie o speculative. L’ampiezza di questa nozione spiega perché la tutela sia meno estesa di quanto lasci intendere certa pubblicità. I vantaggi reali sono dunque due. Il primo è l’imposizione ai beni di una destinazione familiare giuridicamente rilevante, utile anche a organizzare le risorse destinate al sostentamento della famiglia. Il secondo è la possibilità di opporre un limite all’esecuzione quando ricorrono tutte le condizioni dell’art. 170. C’è poi un terzo effetto: in presenza di figli minori, il fondo continua fino alla maggiore età dell’ultimo, anche dopo l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (art. 171 c.c.). La casa, però, non diventa intangibile per il solo fatto di essere stata inserita nel fondo. Debiti professionali e fideiussioni: la criticità centrale Per imprenditori, professionisti e garanti il problema si fa serio. L’origine imprenditoriale di un debito non risolve da sola la questione. Sarebbe sbagliato sostenere che tutti i debiti d’impresa siano estranei ai bisogni familiari, ma lo sarebbe altrettanto affermare che ogni debito professionale li soddisfi, solo perché dall’attività deriva il reddito di casa. Conta il collegamento concreto tra l’obbligazione e la funzione familiare. Nel caso di una fideiussione a favore di una società, non basta guardare alla qualità di garante o di socio. Bisogna considerare l’operazione garantita, la destinazione del finanziamento, il rapporto tra l’impresa e il nucleo familiare e ciò che il creditore poteva sapere. Il confine tra famiglia e gruppo imprenditoriale familiare, specie quando le società sono partecipate da figli maggiorenni economicamente autonomi, è tutt’altro che assestato, e la giurisprudenza continua a occuparsene. Pesa poi l’onere della prova. Chi invoca l’impignorabilità deve dimostrare la regolare costituzione del fondo, la sua opponibilità, l’estraneità del debito ai bisogni familiari e la conoscenza di tale estraneità da parte del creditore. Produrre l’atto notarile non è sufficiente. Conoscere l’esistenza del fondo, inoltre, non equivale a sapere che il debito è estraneo ai bisogni della famiglia: sono due oggetti di prova diversi. Pubblicità e ipoteche: perché il rogito non basta Un fondo validamente costituito non è automaticamente opponibile ai terzi. Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 21658 pubblicata il 13 ottobre 2009, hanno chiarito che per l’opponibilità è decisiva l’annotazione della convenzione a margine dell’atto di matrimonio. La sola trascrizione del vincolo sull’immobile non supplisce a quella mancanza. Su questo punto l’indirizzo è consolidato. Anche l’ipoteca incide sul fondo. Se i beni vincolati vengono validamente ipotecati, ai sensi dell’art. 169 c.c., il creditore ipotecario può farli espropriare per soddisfare il credito garantito, senza i limiti dell’art. 170. Chi concede una garanzia reale sul bene del fondo deve dunque sapere che ne sta riducendo in modo significativo la protezione. Nella pratica, verificare un fondo significa controllare l’annotazione, la sua data e la cronologia delle formalità pregiudizievoli, e non fermarsi al rogito. Revocatoria ed esecuzione diretta: il fondo non neutralizza i creditori La costituzione del fondo è un atto a titolo gratuito e può essere impugnata con l’azione revocatoria (art. 2901 c.c.), perché il vincolo può rendere più incerta la soddisfazione del credito. I presupposti dipendono dai tempi: se il fondo precede il sorgere del credito, occorre la dolosa preordinazione; se è successivo, rileva la consapevolezza del pregiudizio. Non basta, quindi, la formula semplificata secondo cui «si deve provare che il debitore voleva frodare». Esiste poi un percorso più rapido. L’art. 2929-bis c.c. permette al creditore munito di titolo esecutivo di procedere direttamente al pignoramento, senza una preventiva sentenza di inefficacia, quando l’atto gratuito è successivo al credito e ha per oggetto immobili o mobili registrati. Il pignoramento va trascritto entro un anno dalla trascrizione dell’atto. Trascorso quel termine non si ottiene però un’inattaccabilità generale e definitiva. Occorre dunque tenere distinti tre percorsi: l’esecuzione consentita perché non operano le condizioni dell’art. 170, la revocatoria del vincolo e l’esecuzione ai sensi dell’art. 2929-bis. Una preventiva revocatoria non è condizione di ogni pignoramento sui beni del fondo. Per questo il fondo

Algoritmi al lavoro: decide l’uomo

Rinvio dell’AI Act non significa moratoria: dal 23 ottobre il decreto 179/2026 impone decisioni umane Si sente ripetere che l’AI Act, per quanto riguarda il lavoro, sia stato rinviato al 2027 e che le imprese abbiano dunque tempo per organizzarsi. L’affermazione è esatta solo a metà, e leggerla per intero evita errori costosi. Il Regolamento (UE) 2026/1744, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 24 luglio 2026, ha differito al 2 dicembre 2027 l’applicazione degli obblighi sui sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio dell’Allegato III, categoria in cui rientrano gli strumenti per selezionare, valutare, promuovere o licenziare il personale. Il Regolamento (UE) 2024/1689 resta però applicabile in via generale dal 2 agosto 2026. Soprattutto, il diritto nazionale non ha aspettato Bruxelles. Il decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 234 dell’8 ottobre 2026, entra in vigore il 23 ottobre 2026 e contiene regole già vincolanti per chi usa algoritmi nella gestione del personale. Che cosa cambia nei processi decisionali sul rapporto di lavoro Il cuore della novità è l’articolo 41 del decreto 179/2026. Esso stabilisce che le decisioni sulla costituzione, sulla modifica o sulla risoluzione del rapporto di lavoro, compresi i provvedimenti disciplinari e i licenziamenti, non possano essere adottate unicamente sulla base di un trattamento automatizzato. In altri termini, l’algoritmo può proporre, suggerire, classificare, ma la decisione finale deve restare a una persona fisica. Non basta una persona qualsiasi, né una firma apposta in calce all’output del sistema: la norma richiede che l’essere umano eserciti un potere effettivo e autonomo, cioè sia davvero in grado di discostarsi dal suggerimento della macchina. La sanzione per la violazione è la nullità della decisione assunta. Questa scelta del legislatore italiano si spinge oltre il perimetro dell’AI Act. Il regolamento europeo classifica come ad alto rischio i sistemi usati per le decisioni in materia di lavoro e li assoggetta a requisiti di conformità, trasparenza e sorveglianza umana, ma il legislatore nazionale ha ritenuto di anticipare il presidio sostanziale, riservando all’uomo l’ultima parola. La disposizione si innesta, inoltre, su una tutela già esistente: l’articolo 22 del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) riconosce a ogni persona il diritto di non essere sottoposta a una decisione basata unicamente su un trattamento automatizzato che produca effetti giuridici significativi nei suoi confronti. L’articolo 41 fa espressamente salva questa garanzia e la affianca a una disciplina specifica per il rapporto di lavoro. Trasparenza, motivazione e informativa L’intervento normativo non si limita al divieto di automatismo integrale. Il lavoratore può ottenere, tramite una persona fisica, una motivazione intelligibile della decisione che lo riguarda, con l’indicazione dell’eventuale incidenza dei sistemi di intelligenza artificiale e dei principali parametri considerati. Prima di avviare il trattamento, il datore di lavoro è tenuto inoltre all’informativa prevista dall’articolo 1-bis del decreto legislativo n. 152 del 1997, che impone di rendere noti ai dipendenti i sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati. La norma richiede infine che l’uso dell’IA avvenga nel rispetto della dignità, della riservatezza e del principio di non discriminazione. Il tema della trasparenza algoritmica ha un importante riscontro a livello europeo. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 7 dicembre 2023 nella causa C-634/21, ha chiarito che la formazione di un valore probabilistico automatizzato, da cui dipenda in modo determinante la decisione di un terzo, costituisce essa stessa una decisione automatizzata ai sensi dell’articolo 22 del GDPR. Con la sentenza del 27 febbraio 2025 nella causa C-203/22, la stessa Corte ha poi affermato che l’interessato ha diritto di conoscere la logica sottesa al processo decisionale automatizzato e che il segreto commerciale non può tradursi in un diniego assoluto di informazioni. Discriminazione algoritmica: un precedente che resta attuale Un algoritmo può essere apparentemente neutro e, al tempo stesso, produrre effetti discriminatori. Lo ha mostrato l’ordinanza del Tribunale di Bologna del 31 dicembre 2020 (R.G. n. 2949/2020), riguardante il sistema con cui una piattaforma di consegne a domicilio gestiva l’accesso dei collaboratori alle sessioni di lavoro. Il giudice ha ritenuto discriminatorio un meccanismo che, trattando allo stesso modo situazioni diverse, penalizzava chi non si rendeva disponibile per ragioni legate, per esempio, all’esercizio del diritto di sciopero o a motivi di salute. Il principio è tutt’altro che superato: la cecità dell’algoritmo rispetto alle ragioni dell’assenza non lo mette al riparo dal divieto di discriminazione indiretta, e chi lo utilizza ne risponde. Salute, sicurezza e controllo a distanza Il decreto 179/2026 coinvolge anche la sicurezza sul lavoro. L’articolo 42 richiede che l’impiego di sistemi di IA incidenti sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi produttivi o sulle modalità di esecuzione della prestazione sia considerato nella valutazione dei rischi di cui all’articolo 28 del decreto legislativo n. 81 del 2008, con conseguente obbligo di informazione e formazione dei lavoratori. Resta inoltre ferma la disciplina dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori: se lo strumento consente anche un controllo a distanza dell’attività, occorrono l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, e i dati raccolti in violazione delle regole non possono essere utilizzati a fini disciplinari. Implicazioni pratiche per imprenditori e cittadini Per l’imprenditore il primo passo è una ricognizione: quali strumenti, nella selezione, nella valutazione delle prestazioni, nell’assegnazione dei turni o nell’applicazione delle sanzioni, producono output che incidono sulle decisioni? Bisogna poi verificare che a valle vi sia un responsabile in carne e ossa, formato e munito di un reale potere di correzione, e che di tale intervento resti traccia documentale. Una procedura in cui il decisore si limita a convalidare il risultato del sistema espone l’azienda al rischio di nullità del provvedimento, per esempio di un licenziamento o di una sanzione disciplinare. A ciò si aggiungono l’informativa preventiva, l’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e, per i trattamenti ad alto rischio, la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati prevista dall’articolo 35 del GDPR. Sul piano sanzionatorio, va ricordato che per le pratiche vietate dall’articolo 5 dell’AI Act, tra cui rientra l’inferenza delle emozioni dei lavoratori nei luoghi di lavoro, le sanzioni possono arrivare a 35 milioni di euro o al 7 per cento

Fidanzamento: quali obblighi?

Promessa di matrimonio, doni e contributi economici: cosa prevede la legge tra fidanzati Il fidanzamento è comunemente considerato una condizione di fatto, priva di rilievo giuridico. In realtà l’ordinamento gli attribuisce conseguenze precise, e il tema è tornato d’attualità con l’ordinanza della Corte di cassazione, Sezione III civile, n. 5497 di raccolta generale, pubblicata l’11 marzo 2026. Alla luce della decisione della Suprema Corte, conviene interrogarsi su cosa è, giuridicamente, il fidanzamento, e su quale sorte subiscono tutti i contributi economici versati in vista di una futura vita in comune. La questione: il fidanzamento crea obblighi? La domanda è se due persone che si promettono di sposarsi assumano obblighi reciproci e quali. Il codice civile non impone ai fidanzati i doveri del matrimonio, come fedeltà, assistenza o contribuzione ai bisogni della famiglia. Dedica però alla promessa di matrimonio tre norme, che ne disegnano un regime limitato ma concreto. Il quadro normativo: gli articoli 79, 80 e 81 del codice civile L’art. 79 c.c. stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a sposarsi né a eseguire ciò che le parti avessero convenuto per il caso di inadempimento. In altri termini, nessuno può essere costretto alle nozze, e nessuno può validamente promettere una penale o una somma per il caso in cui il matrimonio salti. Una clausola di questo tipo non produce effetti. L’art. 80 c.c. disciplina la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, quando il matrimonio non viene celebrato. La domanda deve essere proposta entro un anno dal rifiuto di celebrare le nozze o dalla morte di uno dei promessi sposi. L’art. 81 c.c. prevede il risarcimento del danno nei confronti di chi rifiuta di mantenere la promessa senza un giustificato motivo. L’obbligo riguarda le spese sostenute e le obbligazioni contratte a causa della promessa, ed è contenuto entro i limiti in cui queste corrispondono alla condizione delle parti. Anche questa domanda va proposta entro un anno dal rifiuto. La norma richiede inoltre che la promessa sia reciproca e rivesta una forma qualificata: atto pubblico, scrittura privata oppure richiesta di pubblicazione. Gli obblighi che i fidanzati possono assumersi Dal sistema emerge un’indicazione netta. I fidanzati non sono vincolati a sposarsi, ma rispondono delle conseguenze economiche della rottura quando questa avviene senza giustificato motivo, oppure quando è stata causata da un loro comportamento colpevole. Il risarcimento, però, non copre il mancato matrimonio: ristora soltanto le spese e gli impegni assunti in funzione di esso, come l’organizzazione della cerimonia, l’acquisto dell’arredo o gli impegni per la casa comune. I contributi economici: oltre gli articoli 79-81 L’ordinanza n. 5497 del 2026 evidenzia un punto di grande rilievo pratico: il fidanzamento non esaurisce il campo dei rapporti patrimoniali tra futuri coniugi. Spesso uno dei due versa somme di denaro, o acquista beni in capo all’altro, in vista della futura famiglia, e la rottura lascia aperta la questione di cosa ne sia di quei contributi. E’ ragionevole dedurre, quindi, che si va delineando un avvicinamento tra la disciplina del fidanzamento, della promessa di matrimonio e della convivenza prematrimoniale, da un lato, e le questioni conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla fine di un’unione di fatto, dall’altro. Per tutte queste situazioni deve farsi riferimento agli strumenti ordinari del diritto comune delle obbligazioni, fra cui la ripetizione dell’indebito e l’arricchimento ingiustificato, osservando che anche altri ordinamenti, con strumenti tecnici diversi, giungono a soluzioni analoghe. Sullo sfondo della questione si pongono poi le norme in materia di obbligazioni naturali tra conviventi di fatto, a conferma di quanto sia articolato il confine tra doveri morali e obblighi giuridicamente azionabili. Va detto che la Suprema Corte aveva avuto già modo di pronunciarsi sul tema con una pronuncia precedente, la Cass. civ. n. 29980 di raccolta generale, pubblicata il 25 ottobre 2021. In quel caso la Corte ricondusse alla donazione indiretta l’ipotesi del pagamento, da parte del futuro sposo, del prezzo di un immobile acquistato dalla sola futura sposa in vista della costituenda famiglia. Il commentatore osserva che la qualificazione adottata nel 2021 differisce da quella che egli prospetta per casi di questo genere. La questione della natura giuridica di tali attribuzioni, dunque, non è pacifica, e da essa dipende la possibilità di recuperare quanto versato. La prova della promessa Un profilo spesso trascurato riguarda la prova. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione a marzo del 2026 la promessa risultava soltanto da prova orale, inammissibile perché eccedente il limite di valore previsto dall’art. 2721 c.c. per la prova testimoniale dei contratti. Tuttavia la parte interessata non aveva eccepito tempestivamente l’inammissibilità, cioè al momento dell’assunzione della prova o nella prima difesa successiva, e l’inammissibilità risultava perciò sanata. L’ordinanza richiama in proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. civ. n. 3959 di raccolta generale, pubblicata il 13 marzo 2012, da Cass. civ. n. 3956, pubblicata il 19 febbraio 2018, e da Cass. civ. n. 18971, pubblicata il 13 giugno 2022. Sulla portata dell’onere probatorio nell’azione fondata sull’art. 81 c.c. può essere ricordata anche la pronuncia Cass. civ. n. 9052 di raccolta generale, pubblicata il 15 aprile 2010. Le implicazioni pratiche Per chi è fidanzato, e magari sta per affrontare spese importanti, le conseguenze sono concrete. Chi intende sostenere costi rilevanti in vista del matrimonio, o contribuire all’acquisto di un bene intestato al partner, farebbe bene a documentare per iscritto la natura dell’attribuzione: un dono, un prestito, un contributo alla futura vita familiare. Una prova solo testimoniale, oltre i limiti di valore, espone al rischio di inammissibilità, e il fatto che la controparte possa non eccepirla non è una garanzia su cui fare affidamento. Chi riceve doni o somme dovrebbe sapere che, se il matrimonio non si celebra, la restituzione dei doni può essere chiesta nel termine di un anno. Per i professionisti che assistono le coppie, come notai e consulenti, la lezione è altrettanto chiara: le attribuzioni patrimoniali tra futuri coniugi vanno qualificate con cura fin dall’inizio, perché la qualificazione determina i rimedi disponibili. Conclusione Il fidanzamento non obbliga a sposarsi, ma non è giuridicamente neutro. Le norme