Mediazione obbligatoria: due principi e un contrasto aperto nella giurisprudenza della Cassazione.

Con l’ordinanza n. 9608 del 2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione interviene su due questioni centrali nella gestione pratica dei procedimenti di mediazione obbligatoria. La prima: l’assenza ingiustificata della parte chiamata non determina l’improcedibilità della domanda. La seconda, più dirompente: l’avvocato che assiste la parte non può, al tempo stesso, rappresentarla sostanzialmente — una conclusione che si pone in consapevole contrasto con l’orientamento affermatosi nella stessa Sezione con la sentenza n. 14676/2025, e che apre una frattura interpretativa destinata a riflettersi sulla prassi di migliaia di procedimenti. La vicenda da cui origina la pronuncia riguarda una controversia in materia di locazione di edilizia residenziale pubblica. Il giudice di primo grado aveva demandato le parti al procedimento di mediazione; una di esse vi aveva partecipato regolarmente, mentre l’altra aveva scelto di non presentarsi, limitandosi a comunicare la propria mancata adesione. Il Tribunale di Roma, pur accertando la fondatezza della pretesa dell’ente locatore, aveva irrogato a quest’ultimo la sanzione prevista dalla legge per l’ingiustificata assenza dalla mediazione. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato integralmente la sentenza di primo grado. La parte soccombente aveva quindi proposto ricorso per cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la mancata partecipazione dell’altra parte avrebbe dovuto comportare la dichiarazione di improcedibilità della domanda giudiziale. Il D.Lgs. n. 28/2010 regola il procedimento di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali. In alcune materie — locazione, condominio, diritti reali, responsabilità medica, controversie bancarie e assicurative, tra le principali — la mediazione costituisce una condizione di procedibilità della domanda giudiziale: prima di instaurare o proseguire un giudizio, le parti devono tentare di risolvere la controversia davanti a un mediatore qualificato. L’art. 8 del decreto stabilisce che le parti partecipano assistite dai propri avvocati, e che la mancata partecipazione senza giustificato motivo può comportare conseguenze sanzionatorie — un’ammenda pari al contributo unificato — e probatorie, consentendo al giudice di desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto in mediazione. Primo principio: l’assenza della parte chiamata non blocca il processo Sul primo punto la Terza Sezione è netta. La condizione di procedibilità è collegata all’effettivo esperimento del procedimento, non al suo mero avvio formale. L’esperimento si considera realizzato quando, al primo incontro davanti al mediatore, compare almeno la parte onerata dell’attivazione, personalmente o tramite un rappresentante munito di adeguati poteri sostanziali. Ne consegue che la mancata partecipazione della parte chiamata in mediazione non genera improcedibilità: quella condotta rileva esclusivamente sul piano sanzionatorio e probatorio, ai sensi dell’art. 8, comma 4-bis, del D.Lgs. n. 28/2010. La Corte è esplicita nel motivare questa conclusione: consentire alla parte chiamata di paralizzare il processo semplicemente non presentandosi significherebbe renderla arbitro della procedibilità della domanda avversaria, esito incompatibile con il diritto costituzionale alla tutela giurisdizionale. Viceversa, se nessuna delle parti si presenta al primo incontro, l’esperimento manca e la condizione di procedibilità non può dirsi avverata. Secondo principio: l’avvocato non può cumulare i ruoli di assistente e rappresentante sostanziale È sul secondo punto che l’ordinanza n. 9608 del 2026 introduce la novità più rilevante e più controversa. Nella prassi dei procedimenti di mediazione si è ampiamente diffuso l’uso di conferire al proprio avvocato, oltre alla procura alle liti, anche una procura sostanziale che lo autorizza a rappresentare la parte in mediazione e a disporre eventualmente dei diritti controversi. In questo modo il difensore si presentava al primo incontro svolgendo entrambe le funzioni: assistente legale e rappresentante della parte. La Cassazione, con l’ordinanza n. 9608 del 2026, dichiara questo schema incompatibile con la struttura che il D.Lgs. n. 28/2010 imprime al procedimento. Il ragionamento prende le mosse dalla lettura coordinata dell’art. 5, comma 1-bis, e dell’art. 8 del decreto, che prevedono che le parti esperiscano il procedimento di mediazione “con l’assistenza degli avvocati”. La formula — osserva la Corte — implica una distinzione strutturale tra la parte che partecipa e il difensore che la assiste. Assistere significa affiancare un soggetto già presente nella propria autonoma veste; non sostituirsi a lui. Il difensore non può quindi cumulare in sé il ruolo di assistente e quello di parte assistita, trattandosi di funzioni logicamente incompatibili che presuppongono la presenza di due soggetti distinti. La conseguenza è netta: la presenza del solo avvocato al primo incontro di mediazione — anche se munito di procura sostanziale — non è idonea a soddisfare la condizione di procedibilità. A rafforzare la conclusione sistematica, la Corte aggiunge un argomento funzionale: la mediazione mira a riattivare la comunicazione diretta tra i litiganti; questa finalità richiede la presenza dei titolari degli interessi in gioco, non dei soli difensori, che per obbligo professionale già conoscono pienamente l’istituto e le sue regole. Il contrasto con la sentenza n. 14676/2025: un orientamento opposto della stessa Sezione Il principio appena enunciato si pone in aperto contrasto con la sentenza n. 14676/2025, pronunciata dalla medesima Terza Sezione Civile appena undici mesi prima, su un caso che poneva esattamente la stessa questione. In quella vicenda, una società assicuratrice aveva partecipato al primo incontro di mediazione tramite il proprio difensore, munito di procura notarile che attribuiva sia i poteri processuali sia quelli sostanziali di disposizione dei diritti controversi, con espressa menzione della facoltà di partecipare al procedimento di mediazione. La Corte d’Appello di Milano aveva dichiarato improcedibile la domanda, ritenendo che quella procura fosse inidonea a conferire al difensore la rappresentanza sostanziale nel procedimento. La Cassazione, con la sentenza n. 14676/2025, aveva invece accolto il ricorso, enunciando il principio di diritto opposto: per il valido conferimento del potere di rappresentanza in mediazione è necessario e sufficiente che il rappresentante disponga di tutti i poteri sostanziali di disposizione dei diritti controversi e di tutte le conoscenze necessarie per l’utile esperimento del procedimento; non è invece necessario che la procura contenga un riferimento specifico alla singola controversia, né che sia conferita caso per caso. Il rappresentante poteva quindi essere lo stesso difensore, purché la procura avesse contenuto sostanziale e non meramente processuale. Si tratta, con ogni evidenza, di una soluzione diametralmente opposta a quella adottata dall’ordinanza n. 9608 del 2026: là il cumulo
Figlio maggiorenne e mantenimento: quando finisce davvero l’obbligo del genitore?

La Cassazione, con l’ordinanza n. 10335/2026, chiarisce che il diritto al mantenimento del figlio adulto non è automatico né illimitato: serve la prova concreta di un impegno attivo nella ricerca dell’autonomia economica, e il giudice non può esimersi dal verificarlo. C’è un momento nella vita di ogni famiglia separata in cui la questione si pone inevitabilmente: il figlio ha compiuto diciotto anni, ma non lavora ancora, dipende economicamente dai genitori, magari studia ancora o ha concluso gli studi da poco. Il genitore che corrisponde l’assegno di mantenimento può smettere di pagare? E se sì, a quali condizioni? La risposta non è né semplice né uniforme, e la giurisprudenza ha nel tempo elaborato criteri precisi che il giudice è chiamato ad applicare con rigore. Con l’ordinanza n. 10335/2026, pubblicata il 20 aprile 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ribadisce e precisa questi criteri, cassando una sentenza d’appello che li aveva del tutto ignorati. Il quadro normativo: cosa dice la legge Il punto di partenza è l’art. 337-septies del codice civile, che disciplina il mantenimento dei figli maggiorenni. La norma stabilisce che il giudice può disporre, in favore dei figli maggiorenni non ancora economicamente indipendenti, il pagamento di un assegno periodico. La disposizione, però, non trasforma il mantenimento in un diritto perpetuo e incondizionato: esso presuppone che il figlio si trovi in una condizione di non autosufficienza non imputabile a propria negligenza o disimpegno. Non è sufficiente essere ancora senza reddito: occorre che questa condizione sia il frutto di circostanze oggettive e non di una scelta di comodo. Accanto a questa norma, il legislatore ha previsto all’art. 337-ter c.c. i criteri generali per la determinazione dell’assegno di mantenimento, fondati sul principio di proporzionalità rispetto alle risorse di ciascun genitore e alle esigenze effettive del figlio. Non si tratta quindi di un importo fisso né di un diritto acquisito per il solo fatto di non avere ancora trovato lavoro. Il principio affermato dalla Cassazione: l’onere della prova è sul figlio La Corte di Cassazione, richiamando un orientamento consolidato (Cass. n. 17183/2020; n. 27904/2021), enuncia con chiarezza il principio cardine: il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il percorso formativo prescelto, dimostra — con onere probatorio a suo carico — di essersi adoperato effettivamente per conseguire l’autonomia economica. Questo impegno deve essere concreto e verificabile: significa essersi attivamente mossi nel mercato del lavoro, aver cercato occupazione compatibile con le reali opportunità disponibili, aver eventualmente ridimensionato le proprie aspirazioni quando il contesto lavorativo lo richiedeva, senza indugiare nell’attesa di un’occasione ideale o di un impiego perfettamente corrispondente alle proprie ambizioni. In altri termini, la Cassazione tratteggia un figlio “diligente” come colui che non aspetta passivamente, ma si attiva, si adatta, documenta i propri sforzi. Chi invece rimane inerte, attendendo un’opportunità che corrisponda esattamente ai propri desideri senza confrontarsi con la realtà del mercato, non può pretendere che i genitori continuino a sostenerlo economicamente a tempo indeterminato. Cosa ha sbagliato la Corte d’appello Nel caso esaminato dalla Cassazione, il giudice d’appello aveva confermato l’assegno di mantenimento per le figlie — una delle quali nel frattempo divenuta maggiorenne — limitandosi a richiamare il provvedimento presidenziale emesso sei anni prima, senza svolgere alcuna verifica autonoma sulla situazione attuale. Non aveva accertato se la figlia maggiorenne convivesse ancora con la madre, se fosse economicamente dipendente, se avesse o meno intrapreso un percorso di ricerca attiva di lavoro, né aveva applicato il principio di proporzionalità in relazione ai redditi aggiornati dei genitori e alle esigenze reali delle ragazze nel momento della decisione. Questo approccio, secondo la Cassazione, è radicalmente errato. I provvedimenti sul mantenimento dei figli hanno natura rebus sic stantibus — una formula latina che significa, in pratica, “validi finché le cose stanno così”. Cambiano le circostanze, cambia la valutazione. Un assegno fissato quando la figlia era minorenne non può essere automaticamente esteso alla maggiore età senza verificare se ne ricorrano ancora i presupposti. Il giudice ha il dovere di motivare autonomamente, verificando caso per caso se le condizioni che giustificano il mantenimento persistano o siano venute meno. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per genitori e figli Per il genitore che corrisponde l’assegno, questa pronuncia offre uno strumento concreto: quando il figlio raggiunge la maggiore età, è legittimo chiedere al giudice una revisione delle condizioni economiche, documentando l’assenza di un impegno attivo da parte del giovane nella ricerca del lavoro. Non si tratta di un atto ostile nei confronti del figlio, ma dell’esercizio di un diritto che la legge riconosce espressamente. L’assegno di mantenimento non è una rendita vitalizia: è una misura di sostegno temporanea, condizionata al permanere di una situazione di effettiva e non colpevole dipendenza economica. Per il genitore collocatario — quello che di solito riceve il contributo a favore del figlio — la sentenza ricorda che il diritto al mantenimento del figlio adulto va coltivato e documentato. Non basta affermare che il figlio non ha ancora trovato lavoro: bisogna dimostrare che si è impegnato seriamente per trovarlo, che ha sostenuto colloqui, inviato candidature, partecipato a selezioni. La documentazione di questi sforzi diventa rilevante in sede giudiziaria. Per i figli maggiorenni, infine, il messaggio è altrettanto chiaro: il mantenimento genitoriale è un diritto subordinato a un comportamento attivo e responsabile. La legge tutela chi si trova in difficoltà oggettiva, non chi sceglie la comodità dell’attesa. La Cassazione non chiede l’impossibile — non pretende che il giovane accetti qualunque lavoro a qualunque condizione — ma esige che l’impegno sia reale, documentato e proporzionato alle opportunità concretamente disponibili. Quando il giudice deve rideterminare l’assegno Un passaggio ulteriore della pronuncia riguarda il momento in cui il giudice è tenuto ad aggiornare la propria valutazione. La Corte chiarisce che, ogni volta che viene pronunciata una decisione sul mantenimento dei figli — sia in primo grado che in appello — il giudice non può limitarsi a confermare quanto stabilito in precedenza senza verificarne l’attualità. Questo vale a maggior ragione quando tra il provvedimento originario e la nuova decisione sia trascorso
50.000 euro per discriminazione: quando il giudice mette un prezzo alla dignità sul lavoro

Una dirigente licenziata in gravidanza ottiene il reintegro e un risarcimento complessivo che supera i 160.000 euro. La sentenza del Tribunale di Treviso segna un punto fermo sulla tutela antidiscriminatoria e sulla funzione deterrente del risarcimento. Cinquantamila euro per il danno da discriminazione. Centododici mila euro per le retribuzioni arretrate. Più una somma per il danno biologico da stress. Il conto totale supera i 160.000 euro e grava su chi ha scelto di licenziare una dirigente mentre era in stato di gravidanza, costruendo attorno a quel licenziamento una serie di contestazioni disciplinari che il Tribunale di Treviso ha smontato una per una. La sentenza emessa nella causa R.G. n. 244/2025 non è soltanto la storia di un licenziamento illegittimo: è la misura concreta di quanto può costare, oggi, la discriminazione di genere in azienda. Il caso: un licenziamento che non regge Una dirigente con ruolo apicale in una società a conduzione familiare viene licenziata durante la gravidanza. Le contestazioni disciplinari poste a fondamento del recesso sono due: l’utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali e il presunto sovraccarico del magazzino di una società del gruppo. Il giudice le esamina entrambe applicando il parametro normativo corretto e giunge alla medesima conclusione: nessuna delle due integra quella “colpa grave” che, ai sensi del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico sulla maternità e paternità), costituisce l’unica condizione che consente di licenziare una lavoratrice durante la gestazione e fino al compimento di un anno di vita del bambino. Non si tratta di un cavillo formale. Il divieto di licenziamento delle lavoratrici madri è una delle tutele più robuste del nostro ordinamento, presidio diretto della Costituzione (artt. 31 e 37) e del diritto dell’Unione Europea. Superarlo richiede la prova di una condotta di eccezionale gravità, non la semplice allegazione di inadempimenti aziendali. Contestazioni smontate: la carta di credito e il magazzino Sul primo addebito — l’uso personale della carta di credito aziendale — il Tribunale accerta che quella prassi era ampiamente tollerata all’interno del gruppo familiare che controllava la società, avallata nel tempo dagli stessi vertici aziendali. La dirigente, peraltro, si era attenuta al plafond concordato: la somma contestata, detratte le voci espressamente escluse dall’accordo, risulta inferiore al limite stabilito. Non c’è colpa, figuriamoci colpa grave, in chi si comporta esattamente come facevano tutti gli altri, con il tacito consenso di chi adesso contesta. Sul secondo addebito — il sovraccarico del magazzino — il difetto è ancora più radicale: la contestazione è generica. Non specifica quali azioni o omissioni avrebbe posto in essere la dirigente, non chiarisce in cosa consistesse la sua negligenza, non indica quale condotta diligente avrebbe dovuto tenere. Il Tribunale, richiamando Cass. n. 19632/2018, ribadisce che la genericità della contestazione disciplinare non è un vizio sanabile: essa preclude al lavoratore una difesa adeguata e rende illegittimo il licenziamento che su quella contestazione si fonda. La discriminazione: dal caffè alle frasi sui “compiti delle donne” Fin qui si è parlato di illegittimità del licenziamento. Ma il Tribunale va oltre e accerta qualcosa di più grave: il carattere discriminatorio dell’intera vicenda. La dirigente aveva documentato una serie di comportamenti subiti in ambito lavorativo da parte dell’amministratore delegato della società: l’obbligo di servire il caffè durante le riunioni aziendali “in quanto donna”, dichiarazioni pubbliche tese a sminuirne il ruolo professionale con espliciti riferimenti alla preferibilità di avere al suo posto un uomo di esperienza, e un clima sistematicamente degradante legato alla sua condizione di donna e di madre. Il giudice qualifica tali condotte come “discriminazioni” ai sensi dell’art. 26, comma 1, del d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle Pari Opportunità), che ricomprende nella nozione di discriminazione le molestie basate sul sesso, intese come comportamenti indesiderati aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità della persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo. La norma non richiede contatto fisico: bastano le parole, i gesti, l’atmosfera costruita attorno a una lavoratrice per umiliarla in ragione del suo sesso. Il licenziamento stesso viene valutato come ritorsivo: la dirigente aveva inviato una diffida formale in cui denunciava le condotte subite, e il recesso era sopraggiunto come diretta risposta a quell’atto di tutela. I 50.000 euro: non solo riparazione, ma deterrenza È qui che la sentenza assume il suo valore più significativo sul piano sistematico. Il Tribunale liquida il danno da discriminazione in cinquantamila euro, con esplicito riferimento a criteri di dissuasività e gravità della condotta. Questa scelta non è casuale: riflette un orientamento sempre più diffuso nelle corti di merito, che sta progressivamente superando il paradigma tradizionale del “danno-conseguenza” — quello che richiede la prova puntuale del pregiudizio patito — per approdare a una liquidazione che tiene conto anche della funzione deterrente della tutela antidiscriminatoria. Il fondamento di questa evoluzione è nel diritto dell’Unione Europea. La Direttiva 2006/54/UE, che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione, impone agli Stati membri di prevedere sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. “Dissuasive” significa che il risarcimento deve essere abbastanza elevato da scoraggiare condotte analoghe in futuro: non basta coprire il danno del singolo caso, bisogna mandare un segnale all’intero mercato del lavoro. Cinquantamila euro per il danno non patrimoniale da discriminazione — somma che si aggiunge ai 112.000 euro di arretrati e al risarcimento del danno biologico — è un segnale tutt’altro che trascurabile. La responsabilità del datore di lavoro: l’art. 2087 c.c. La vicenda pone anche un tema di responsabilità datoriale che vale la pena sottolineare. L’art. 2087 c.c. impone all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare la personalità morale dei prestatori di lavoro. Quando le condotte discriminatorie provengono direttamente dai vertici societari — come nel caso in esame — la responsabilità è immediata e non mediata: è la struttura aziendale stessa a essere fonte del pregiudizio, e non c’è alcuna possibilità di invocare un difetto di vigilanza su un dipendente terzo. Chi comanda e discrimina espone l’azienda in modo diretto e integrale. Cosa cambia per le lavoratrici e per
Costi in outsourcing e deducibilità fiscale: quando la fattura generica costa cara

La Cassazione conferma che documentare non basta: serve provare l’inerenza concreta dei costi. Un caso emblematico su antieconomicità, genericità delle fatture e onere della prova. Immaginate uno studio professionale che affida una parte delle proprie attività — elaborazione dati, gestione documentale, supporto operativo — a una società esterna, con la quale stipula un contratto quadro. Fin qui nulla di anomalo: l’outsourcing è una scelta organizzativa legittima, praticata ogni giorno da imprese e professionisti. Il problema sorge quando l’Agenzia delle Entrate si accorge che lo studio e la società fornitrice condividono gli stessi soci, la stessa sede legale e lo stesso luogo di esercizio dell’attività, e che i servizi acquistati sembrano sovrapporsi a quelli già svolti internamente. È questo il contesto della vicenda decisa dalla Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con ordinanza n. 9887/2026, depositata il 16 aprile 2026. La questione giuridica: chi deve provare cosa? Il nodo centrale del caso riguarda la distribuzione dell’onere della prova in materia di deducibilità dei costi. L’Ufficio aveva contestato, per l’anno d’imposta 2014, la deducibilità ai fini IRAP e la detraibilità ai fini IVA di costi relativi a fatture emesse dalla società fornitrice, riprendendoli a tassazione per un importo eccedente di circa 34.000 euro. Agli associati, in forza del principio di trasparenza fiscale previsto dall’art. 5 del TUIR — la norma che attribuisce ai soci di associazioni professionali i redditi prodotti dall’associazione in proporzione alla loro quota di partecipazione — veniva imputato il corrispondente maggior reddito ai fini IRPEF. I contribuenti sostenevano che l’Ufficio avesse contestato esclusivamente l’antieconomicità delle operazioni, senza mettere in discussione l’effettiva esecuzione delle prestazioni o la loro inerenza, e che quindi il peso della prova contraria non potesse ricadere su di loro. La Corte di Giustizia Tributaria di II grado del Lazio aveva però accolto l’appello dell’Agenzia, e i contribuenti si erano rivolti alla Cassazione con tre motivi di ricorso. Il quadro normativo di riferimento Per comprendere la decisione, è utile richiamare alcune coordinate normative fondamentali. L’art. 109 del TUIR stabilisce i requisiti per la deducibilità dei costi: questi devono essere certi nell’esistenza, determinabili nell’ammontare e — soprattutto — inerenti all’attività d’impresa. L’inerenza non è un requisito meramente formale: esprime una correlazione concreta tra il costo sostenuto e l’attività produttiva del soggetto, ed è oggetto di un giudizio prevalentemente qualitativo. L’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972 disciplina i requisiti formali della fattura, richiedendo tra l’altro la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e servizi. L’art. 226 della Direttiva UE 2006/112 riproduce lo stesso principio a livello europeo, prescrivendo che la fattura indichi l’entità e la natura dei servizi forniti nonché la data in cui la prestazione è effettuata o ultimata. Antieconomicità e inerenza: un rapporto delicato La Cassazione ribadisce con questa ordinanza un principio già consolidato nella propria giurisprudenza (richiamando espressamente Cass. n. 33568/2022 e Cass. n. 19232/2024): l’antieconomicità di un costo — intesa come sproporzione tra la spesa e l’utilità che ne deriva — non coincide di per sé con il difetto di inerenza, ma può fungere da elemento sintomatico di tale difetto. Si tratta di una distinzione non banale. Cosa significa in pratica? Che se il contribuente fornisce elementi idonei a ricondurre il costo all’attività d’impresa, l’Amministrazione non può limitarsi a contestare la sproporzione quantitativa: deve dimostrare, anche mediante indizi, che la condotta del contribuente è inattendibile. L’onere della prova, in altre parole, si distribuisce in modo dinamico: la contestazione dell’Ufficio apre uno spazio difensivo per il contribuente, ma se questi non lo riempie adeguatamente, la ripresa a tassazione regge. La genericità delle fatture: un vizio che azzera la presunzione di veridicità Uno degli aspetti più rilevanti della pronuncia riguarda la genericità delle fatture. La Corte conferma che la fattura irregolare — non redatta in conformità ai requisiti dell’art. 21 D.P.R. n. 633/1972 — fa venire meno la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, rendendola inidonea a costituire titolo per la deduzione del costo. Di conseguenza, l’Amministrazione può contestare l’effettività delle operazioni sottostanti e ritenere indeducibili i costi indicati. Per l’IVA, la Corte di Giustizia europea (sentenza 15 settembre 2016, causa C-516/14) ha precisato che l’Amministrazione non può limitarsi all’esame della sola fattura, ma deve considerare anche i documenti integrativi forniti dal soggetto passivo. L’onere di dimostrare il diritto alla detrazione ricade però su chi quella detrazione la chiede: spetta al contribuente fornire prove — anche integrative rispetto alle fatture — che l’Amministrazione ritenga necessarie per valutare la spettanza del beneficio. Perché i contribuenti hanno perso La Cassazione rigetta tutti e tre i motivi di ricorso. Il primo e il secondo vengono dichiarati in parte inammissibili e in parte infondati. Quanto al primo motivo, la Corte osserva che la censura non coglieva la ratio decidendi della sentenza impugnata: la CGT di II grado aveva correttamente rilevato che l’accertamento dell’Ufficio non si fondava solo sull’antieconomicità, ma anche sulla genericità delle fatture e sulla sovrapposizione soggettiva tra lo studio e la società fornitrice — profili che gli atti impositivi documentavano esplicitamente. Sul piano probatorio, i contribuenti avevano prodotto un contratto del 2006 privo di data certa, alcune deleghe di pagamento, il bilancio della società fornitrice e due quietanze. Non avevano invece prodotto il contratto di locazione (rilevante per una delle fatture contestate) né alcun riscontro concreto rispetto ai servizi effettivamente resi. Questa lacuna probatoria, ad avviso della Corte, era decisiva: il contribuente non aveva indicato i fatti idonei a ricondurre i costi contestati all’attività d’impresa, e pertanto l’onere della prova a contrario non poteva dirsi assolto. Il terzo motivo — fondato sulla pretesa violazione dell’art. 10-bis della legge n. 212/2000 (lo Statuto del contribuente, che disciplina l’abuso del diritto) e degli artt. 3 e 53 della Costituzione — viene dichiarato inammissibile perché proposto per la prima volta in sede di legittimità, senza che i ricorrenti avessero allegato di averlo dedotto nei gradi di merito. In ogni caso, la Corte chiarisce che la CGT non aveva censurato le scelte organizzative dello studio né ravvisato un’ipotesi di evasione: aveva semplicemente ritenuto non assolto l’onere probatorio sulla deducibilità
Licenziamento per riorganizzazione aziendale: il datore di lavoro deve davvero provare tutto

La Cassazione conferma che esternalizzazione e repêchage non si presumono: senza prova concreta, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è illegittimo Capita più spesso di quanto si immagini: un’azienda decide di ristrutturare la propria organizzazione, affida all’esterno una parte delle attività e licenzia uno o più dipendenti. Sulla carta, tutto sembra coerente. Ma nella realtà processuale, la distanza tra ciò che il datore di lavoro afferma e ciò che riesce concretamente a provare può fare tutta la differenza. È questa la vicenda al centro dell’ordinanza n. 8646/2026 della Sezione Lavoro della Corte Suprema di Cassazione, pubblicata il 7 aprile 2026. Il ricorso, proposto da una società datrice di lavoro avverso la sentenza della Corte d’Appello di Napoli n. 3393/2023, è stato integralmente respinto. La Cassazione ha confermato che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato alla lavoratrice era illegittimo, e ha ribadito principi di grande importanza pratica in materia di onere della prova, repêchage, inquadramento contrattuale e diritti retributivi accessori. Il giustificato motivo oggettivo e l’onere della prova a carico del datore Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, disciplinato dall’art. 3 della legge n. 604 del 1966, è quello che l’azienda dispone non per ragioni disciplinari, ma per esigenze produttive, organizzative o di riduzione dei costi. In questo tipo di recesso, la legge pone saldamente in capo al datore di lavoro l’onere di provare due elementi distinti e cumulativi: l’effettiva sussistenza della ragione organizzativa addotta e l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in una posizione alternativa all’interno dell’azienda — il cosiddetto obbligo di repêchage. Nel caso esaminato dalla Cassazione, la società aveva sostenuto di aver esternalizzato il servizio al quale era addetta la lavoratrice, affidandolo a una società esterna. A sostegno di questa tesi aveva prodotto un contratto di esternalizzazione e alcune fatture. Tuttavia, la Corte d’Appello di Napoli — e con essa la Cassazione — ha rilevato che il contratto prodotto non era registrato e quindi non opponibile ai terzi, e che le fatture erano state emesse nel 2021 per operazioni del 2019: una circostanza che ne sminuiva significativamente il valore probatorio. A ciò si aggiungeva un elemento difficilmente spiegabile: dopo il licenziamento, la stessa società aveva effettuato otto nuove assunzioni, senza dimostrare l’incompatibilità dei profili assunti con la professionalità della lavoratrice licenziata. Il repêchage: un obbligo che non ammette scorciatoie L’obbligo di repêchage è uno dei cardini del sistema di protezione del lavoratore nel licenziamento individuale per motivi economici. Prima di procedere al licenziamento, il datore è tenuto a verificare — e a provare di aver verificato — se esistano posizioni disponibili compatibili con la professionalità del dipendente, anche a livello inferiore rispetto a quello ricoperto. Si tratta di un onere probatorio specifico, non assolvibile con affermazioni generiche. Nel caso in esame, la Corte ha osservato che degli altri lavoratori che svolgevano le stesse mansioni della dipendente licenziata, tre erano stati ricollocati in diverse funzioni aziendali, mentre nessuna ragione plausibile era stata addotta per non aver fatto altrettanto con la ricorrente. La datrice si era limitata a indicare che gli altri dipendenti avevano competenze in materia di contrattualistica, senza provare né tale circostanza né il fatto che quella fosse l’unica attività svolta dall’ufficio di destinazione. L’argomento non ha retto all’esame giudiziale. L’inquadramento contrattuale: conta ciò che si fa, non ciò che si dice Accanto alla questione del licenziamento, la pronuncia affronta un secondo tema di grande rilevanza pratica: il corretto inquadramento del lavoratore nel contratto collettivo applicabile. La lavoratrice era stata inquadrata dalla società al IV livello del CCNL Vigilanza e Servizi Fiduciari, con mansioni esecutive. La Corte d’Appello, però, aveva accertato che la sua attività reale era quella di procacciatrice d’affari: contattava clienti, gestiva trattative e stipulava contratti. Il tesserino aziendale la ritraeva come agente commerciale, e le testimonianze raccolte confermavano questo ruolo. La Cassazione ha confermato che la sussunzione nella declaratoria del II livello contrattuale — quello proprio dell’agente o produttore commerciale — era corretta e non sindacabile in sede di legittimità, in quanto frutto di un’apprezzamento di fatto motivato e rispettoso del procedimento trifasico di qualificazione delle mansioni (identificazione delle mansioni in concreto svolte, confronto con le declaratorie del CCNL, verifica della corrispondenza). Il principio è chiaro: l’inquadramento si determina sulla base dell’attività effettivamente prestata, non dell’etichetta che il datore di lavoro attribuisce alla posizione. I diritti retributivi accessori: indennità di mensa, divisa e ferie L’ordinanza n. 8646/2026 si occupa anche di tre ulteriori voci retributive — indennità di mensa, indennità di manutenzione della divisa e rimborso per ferie non godute — rispetto alle quali il ricorso della società è stato ugualmente respinto. Quanto all’indennità di mensa, la Corte ha confermato che essa spetta ogni volta che la giornata lavorativa superi le sei ore, computando nell’orario anche la pausa per il pasto quando quest’ultima non costituisce una cesura tra due distinte giornate lavorative ma è integrata nella medesima giornata di otto ore. In assenza di mensa aziendale, l’indennità è dovuta. In merito alla divisa, il dato fotografico del tesserino aziendale — che ritraeva la lavoratrice in uniforme — è stato ritenuto prova sufficiente e prevalente rispetto alle testimonianze contrarie prodotte dalla datrice. Il tema delle ferie ha rivelato una prassi particolarmente problematica: dalle buste paga era emersa la trasformazione unilaterale di periodi di malattia documentata in ferie, senza che la datrice fornisse prova del godimento effettivo delle stesse né di una valida giustificazione giuridica. La Cassazione ha confermato che questa operazione è illegittima e che la lavoratrice ha diritto al rimborso corrispondente. La questione processuale: la notifica via PEC Prima di entrare nel merito, la Cassazione ha dovuto confrontarsi con i motivi processuali proposti dalla società, che contestava la ritualità della notifica dell’impugnazione del licenziamento via PEC, sostenendo l’intervenuta decadenza ai sensi dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966. La Corte ha respinto queste censure richiamando un orientamento consolidato: l’onere probatorio del notificante si considera assolto con la produzione delle ricevute di accettazione e consegna, e la Corte d’Appello aveva accertato in fatto — circostanza non specificamente contestata dalla datrice — che la PEC
Sponsorizzazioni automobilistiche e deducibilità fiscale: la Cassazione chiarisce la distinzione tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza

La Corte Suprema conferma che i costi di sponsorizzazione per gare di Formula 2 vanno qualificati come spese pubblicitarie e sono integralmente deducibili dal reddito d’impresa, purché risultino inerenti all’attività aziendale. Una società aveva sostenuto costi di sponsorizzazione per automobili partecipanti a gare di Formula 2, esponendo il proprio nome e marchio sulla carrozzeria dei veicoli. L’Agenzia delle Entrate, in sede di accertamento per l’anno d’imposta 2013, aveva contestato la qualificazione giuridica di tali spese, ritenendo che esse non potessero essere ricondotte alla categoria delle spese di pubblicità — integralmente deducibili — bensì a quella delle spese di rappresentanza, soggette ai limiti di deducibilità previsti dall’art. 108, comma 2, del TUIR. Questa riqualificazione comportava, in concreto, il disconoscimento parziale dei costi dichiarati dalla contribuente. La Commissione tributaria provinciale e poi quella regionale avevano entrambe dato ragione alla società. L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso per cassazione, che la Corte Suprema ha definitivamente rigettato con l’ordinanza n. 8124/2026. La distinzione tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza Prima di esaminare la soluzione adottata dalla Corte, è utile chiarire la differenza tra le due categorie di costo, che è al centro dell’intera vicenda. Le spese di pubblicità sono quelle sostenute per promuovere direttamente prodotti, marchi o servizi dell’impresa, con l’obiettivo di incrementare i ricavi attraverso una maggiore visibilità commerciale. Esse sono integralmente deducibili dal reddito d’impresa, senza limitazioni di importo, purché siano inerenti all’attività svolta. Le spese di rappresentanza, invece, sono quelle finalizzate ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa in via mediata, senza un diretto collegamento con la promozione di specifici prodotti o servizi. Per queste ultime, l’art. 108, comma 2, TUIR prevede una deducibilità limitata, vincolata al rispetto di determinati parametri quantitativi commisurati ai ricavi. Che una spesa ricada nell’una o nell’altra categoria non è dunque una questione di forma, ma produce effetti fiscali concreti e rilevanti. L’orientamento della Cassazione: inerenza qualitativa e non quantitativa La Corte di Cassazione, nella sua ordinanza, ha colto l’occasione per fare ordine nel panorama giurisprudenziale in materia, richiamando e componendo una serie di pronunce precedenti che avevano contribuito a definire il concetto di inerenza applicabile ai costi di sponsorizzazione. Il dato più significativo emerso dalla motivazione è il seguente: l’inerenza dei costi di sponsorizzazione all’attività d’impresa va intesa in senso qualitativo, come potenziale e indiretto beneficio per l’attività imprenditoriale, e non in senso meramente quantitativo, come utilità concreta o incremento misurabile dei ricavi. Ciò significa che non è necessario dimostrare un ritorno economico immediato e preciso dalla sponsorizzazione; è sufficiente che la spesa risulti collegata, anche in via indiretta o prospettica, all’attività svolta dall’impresa. La Corte ha poi affrontato un passaggio argomentativo particolarmente rilevante: chi sponsorizza una squadra o una società sportiva lo fa, nell’uso comune, nell’intento di pubblicizzare il proprio marchio affinché possa essere meglio conosciuto, creando i presupposti per penetrare sul mercato con ricadute — immediate o mediate — sui ricavi. In questa prospettiva, il nodo interpretativo non è la qualificazione della spesa come di rappresentanza o di pubblicità, ma semmai il problema dell’inerenza. Le sponsorizzazioni, quindi, rientrano per loro natura nella categoria delle spese pubblicitarie, non in quella di rappresentanza: tra le due vi è, come precisa l’ordinanza, una diversità ontologica. Il caso concreto: la coerenza tra la posizione dell’Agenzia e la decisione della Corte Un elemento di particolare rilievo nella motivazione è il seguente: la stessa Agenzia delle Entrate, nel ricorso per cassazione, aveva definito il contratto stipulato dalla contribuente con il team automobilistico come “contratto pubblicitario”. Questa qualificazione, proveniente direttamente dalla parte ricorrente, ha reso evidente alla Corte che la vera questione in gioco non era la natura della spesa, ma la sua adeguatezza rispetto al ritorno commerciale atteso, ossia un problema di inerenza e proporzionalità. L’ufficio finanziario aveva sostanzialmente riqualificato i costi come spese di rappresentanza per contestarne l’eccessiva onerosità, senza però fornire la prova della macroscopica antieconomicità della spesa, che la giurisprudenza individua come unico presupposto per disconoscere l’inerenza. In assenza di tale prova, la riqualificazione operata dall’Agenzia è risultata infondata. Cosa cambia nella pratica per le imprese che sponsorizzano eventi sportivi La pronuncia in commento offre indicazioni operative chiare per le imprese che utilizzano le sponsorizzazioni sportive come strumento di comunicazione commerciale. In primo luogo, i costi sostenuti per la sponsorizzazione di eventi o competizioni sportive, accompagnati dall’esposizione del marchio aziendale, devono essere ricondotti alle spese di pubblicità e sono integralmente deducibili, senza i limiti quantitativi previsti per le spese di rappresentanza. In secondo luogo, non è richiesto all’imprenditore di dimostrare un incremento diretto dei ricavi riconducibile alla sponsorizzazione: è sufficiente che il collegamento con l’attività svolta sia plausibile anche in via indiretta o futura. In terzo luogo, l’impresa non è tenuta a giustificare analiticamente i criteri di quantificazione del corrispettivo della sponsorizzazione, purché l’importo resti nell’ambito della ragionevolezza e non emerga una macroscopica antieconomicità della spesa, che è onere dell’Amministrazione finanziaria dimostrare. Diverso e distinto è invece il regime delle sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche ai sensi dell’art. 90, comma 8, della L. 289/2002: in quel caso opera una presunzione legale assoluta di natura pubblicitaria della spesa, a condizione che siano rispettate specifiche condizioni di legge, tra cui il limite quantitativo di spesa e l’effettivo svolgimento di attività promozionale da parte del soggetto sponsorizzato. Conclusione L’ordinanza n. 8124/2026 della Sezione Tributaria della Cassazione consolida un indirizzo interpretativo favorevole alle imprese che investono in sponsorizzazioni sportive, chiarendo che tali spese appartengono strutturalmente alla categoria della pubblicità e non della rappresentanza. Il vero confine fiscalmente rilevante non sta nella scelta tra le due qualificazioni, ma nel giudizio di inerenza, che deve essere condotto in senso qualitativo e non meramente quantitativo. Per le aziende, questo significa che le sponsorizzazioni sportive — opportunamente documentate e collegate all’attività imprenditoriale — possono essere gestite e dedotte in modo pieno ed efficace. Il nostro studio è a disposizione per valutare la corretta qualificazione fiscale delle spese di comunicazione e sponsorizzazione della vostra impresa.
I conti correnti dell’amministratore possono essere usati contro la società?

La Cassazione chiarisce quando le movimentazioni sui conti personali del socio-amministratore sono riferibili all’ente e quando, invece, l’accertamento non regge Può l’Amministrazione finanziaria utilizzare le movimentazioni bancarie rilevate sui conti correnti personali dell’amministratore unico e socio di maggioranza di una società per rettificare il reddito di quest’ultima, ricostruendo in via presuntiva ricavi non dichiarati? È questa la questione giuridica che sta al cuore dell’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, n. 8092/2026, pronunciata il 4 febbraio 2026 e pubblicata il 1° aprile 2026. La vicenda trae origine da una verifica della Guardia di Finanza che, attraverso l’analisi delle movimentazioni bancarie su conti intestati a un soggetto terzo rispetto alla società contribuente — il quale tuttavia ne era l’amministratore unico e socio con quota di maggioranza — aveva rilevato versamenti e prelevamenti ritenuti presuntivamente riferibili all’attività d’impresa della società. Sulla base di tale processo verbale di constatazione, l’Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2007, con contestazione di maggiori ricavi non dichiarati e conseguente liquidazione di imposte, interessi e sanzioni. La presunzione bancaria: che cos’è e come funziona Per comprendere la portata della pronuncia, è necessario inquadrare il meccanismo che l’Amministrazione finanziaria aveva inteso attivare. L’art. 32 del D.P.R. n. 600/1973 — norma cardine degli accertamenti bancari in materia di imposte dirette, cui fa da specchio l’art. 51 del D.P.R. n. 633/1972 per l’IVA — prevede una presunzione legale in favore dell’erario: i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari del contribuente si considerano, salvo prova contraria, riferibili ad operazioni imponibili. Questa presunzione, come chiarito dalla giurisprudenza costante della Cassazione, è di carattere legale e non richiede i requisiti di gravità, precisione e concordanza previsti dall’art. 2729 c.c. per le presunzioni semplici. In altri termini, l’Ufficio non deve dimostrare, operazione per operazione, che i movimenti bancari corrispondono a ricavi: lo presume la legge, ed è il contribuente a dover fornire la prova contraria, in modo analitico e specifico per ciascuna movimentazione. Il problema, nel caso esaminato dalla Corte, era tuttavia a monte: i conti correnti oggetto di indagine non erano intestati alla società, bensì a una persona fisica, ovvero all’amministratore unico della medesima. L’applicazione della presunzione bancaria, dunque, richiedeva un passaggio preliminare: dimostrare che quei conti fossero effettivamente riferibili alla società contribuente. Il principio affermato dalla Corte: non basta essere amministratore e socio Su questo punto cruciale la Sezione Tributaria ha accolto il primo motivo di ricorso, ritenendo che la sentenza della Commissione Tributaria Regionale impugnata avesse violato i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia. La CTR aveva, in sostanza, ritenuto sufficiente, ai fini della riferibilità alla società dei conti correnti personali, il fatto che il soggetto intestatario fosse amministratore unico e socio di maggioranza dell’ente, qualificandolo come il “dominus” della compagine sociale. La Cassazione ha invece chiarito, con un’argomentazione di notevole spessore sistematico, che la qualità di amministratore unico e di socio di maggioranza non è, di per sé sola, sufficiente a determinare quella riferibilità. Non rileva, ai fini dell’art. 32 D.P.R. n. 600/1973, il mero profilo amministrativo-gestorio, per quanto espressivo di un controllo penetrante sulla società. Ciò che conta è l’emersione di un centro di potere tale da annullare, in una sostanziale sovrapposizione di piani, gli interessi sociali in quelli personali. Solo questa commistione concreta e dimostrabile tra sfera privata e sfera imprenditoriale consente di collegare i conti del soggetto persona fisica alla società. La Corte richiama a sostegno di tale impostazione una serie di precedenti conformi della stessa Sezione Tributaria, tra cui Cass. n. 34747 del 12/12/2023, Cass. n. 20816 del 21/07/2024 e Cass. n. 31759 del 2024, affermando che gli elementi sintomatici utili a dimostrare la riferibilità — quali la stretta familiarità tra i soci, la incompatibilità reddituale del terzo intestatario con le movimentazioni rilevate, o la concreta commistione tra operazioni societarie e personali transitate sui medesimi conti — devono essere specificamente allegati dall’Ufficio e non possono essere surrogati dalla mera posizione formale di controllo societario. Il dovere del giudice di motivare sull’efficacia delle prove difensive Il terzo motivo accolto dalla Corte attiene a un profilo distinto ma egualmente rilevante: il vizio di omesso esame di fatti decisivi ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. La contribuente aveva prodotto documentazione giustificativa delle movimentazioni contestate sui conti personali dell’amministratore, ma la CTR si era limitata a ritenerla inidonea senza alcuna verifica analitica, senza cioè esaminare singolarmente le giustificazioni offerte per ciascuna operazione. La Cassazione ribadisce qui un principio ormai consolidato: il contribuente che intende superare la presunzione bancaria deve fornire una prova analitica, e il giudice di merito è a sua volta obbligato a verificare con rigore l’efficacia dimostrativa di ciascuna giustificazione, dando conto espressamente in motivazione degli esiti di tale verifica. L’abdica a questo compito — ossia la valutazione apodittica e sintetica delle prove difensive — costituisce un vizio della sentenza che giustifica la cassazione con rinvio. La CTR, nel caso di specie, aveva omesso proprio questo esame analitico, con la sola eccezione di un prelievo di 25.000 euro a favore di una parrocchia, per il quale aveva ritenuto adeguatamente giustificata la causale indicata nella lista movimenti. L’irrilevanza dell’archiviazione penale nel giudizio tributario L’ordinanza contiene anche un’utile precisazione in materia di rapporti tra processo penale e processo tributario. La CTR aveva correttamente escluso che l’archiviazione del procedimento penale a carico del soggetto intestatario dei conti potesse avere efficacia vincolante nel giudizio tributario: si tratta, infatti, di un provvedimento reso allo stato degli atti, privo di qualsiasi efficacia di accertamento e per sua natura revocabile. La Cassazione conferma questa impostazione, aggiungendo che il provvedimento di archiviazione è irrilevante anche alla luce del neo-introdotto art. 21-bis del D.Lgs. n. 74/2000, il quale riconosce efficacia di giudicato nel processo tributario alla sola sentenza penale dibattimentale irrevocabile di assoluzione: una soglia ben più elevata, che non può essere abbassata per via interpretativa. Le implicazioni pratiche per le imprese e i loro amministratori La pronuncia n. 8092/2026 riveste importanza pratica considerevole per le società a ristretta base partecipativa e per i loro
L’immobile familiare pagato da chi non ne è diventato proprietario: la Cassazione tutela il coniuge depauperato

Quando la casa coniugale viene acquistata con le risorse di entrambi ma intestata a uno solo, l’azione di arricchimento senza causa può essere lo strumento corretto: con l’ordinanza n. 8793/2026, la Sezione III della Corte di Cassazione fissa i limiti della sussidiarietà, esclude ogni automatismo nella qualificazione come donazione indiretta e ridisegna i confini del dovere di contribuzione familiare. Accade più spesso di quanto si pensi: due coniugi decidono, per ragioni fiscali o di opportunità, di intestare la nuova abitazione familiare a uno solo di loro, anche se entrambi hanno contribuito economicamente all’acquisto. Quando poi il matrimonio finisce, chi ha versato il denaro senza diventare proprietario si ritrova a mani vuote. È esattamente questa la situazione che ha dato origine al giudizio concluso con l’ordinanza n. 8793/2026. Un ex coniuge aveva convenuto in giudizio l’ex marito davanti al Tribunale di Milano, chiedendo il rimborso di oltre cinquecentomila euro versati per l’acquisto dell’immobile familiare, poi intestato esclusivamente al convenuto. La scelta dell’intestazione esclusiva era stata motivata da ragioni fiscali, ma aveva prodotto, a seguito della crisi coniugale, un effetto patrimoniale squilibrato: l’ex marito si ritrovava proprietario di un bene acquistato in larga parte con i soldi dell’ex moglie. Il Tribunale aveva accolto la domanda e condannato al pagamento di circa 491.500 euro; la Corte d’Appello di Milano aveva confermato la decisione. Il ricorso in Cassazione è stato rigettato. L’azione di arricchimento senza causa: cos’è e quando si può usare L’art. 2041 c.c. prevede che chi si arricchisce a danno di un’altra persona, senza una giusta causa, è tenuto a indennizzare quest’ultima nei limiti del proprio arricchimento. È un rimedio generale, pensato per correggere squilibri patrimoniali che non trovano rimedio in strumenti più specifici. Il suo limite principale è la cosiddetta sussidiarietà, disciplinata dall’art. 2042 c.c.: l’azione non è proponibile quando il danneggiato potrebbe agire con un’altra azione (contrattuale, restitutoria o di altro tipo). Questo principio ha generato nel tempo interpretazioni contrastanti: c’è chi sosteneva che bastasse la mera astratta configurabilità di un’azione alternativa per bloccare quella di arricchimento, e chi invece riteneva necessario verificare in concreto la praticabilità di detti rimedi. La sussidiarietà secondo le Sezioni Unite: niente paralisi con mere astrazioni Su questo punto dirimente, la Corte richiama il recente orientamento delle Sezioni Unite (sent. n. 33954/2023), che ha chiarito come la sussidiarietà non possa essere letta in senso “assolutistico”. L’azione di arricchimento è preclusa solo quando l’azione alternativa sia concretamente praticabile, ossia sorretta ab origine da un titolo giustificativo reale e non meramente ipotetico. Ammettere il contrario significherebbe consentire al convenuto di paralizzare qualsiasi domanda di arricchimento con la sola evocazione astratta di rimedi ipotetici, anche del tutto infondati. Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva accertato — con valutazione di merito — che nessuno degli strumenti alternativi invocati dal ricorrente (accordo fiduciario, ripetizione dell’indebito, revoca della donazione indiretta) era concretamente percorribile: mancava il titolo negoziale per l’azione contrattuale, difettava l’animus donandi per la revocazione, e l’entità della prestazione eccedeva i confini del dovere coniugale. La Cassazione conferma questa impostazione. Nessun automatismo nella qualificazione come donazione indiretta tra coniugi Il secondo profilo di grande interesse riguarda la qualificazione delle attribuzioni patrimoniali tra coniugi. Il ricorrente sosteneva che le somme versate dall’ex moglie per l’acquisto della casa familiare dovessero qualificarsi automaticamente come donazione indiretta, con la conseguenza di escludere l’azione di arricchimento. La Cassazione respinge questa tesi con fermezza. La donazione indiretta — ricorda la Corte — è il negozio che, pur privo della forma della donazione, è animato dall’intenzione liberale (animus donandi) e produce l’effetto di arricchire gratuitamente il beneficiario. Tale intenzione non può essere presunta automaticamente dal solo rapporto familiare. Le attribuzioni tra coniugi possono essere sorrette, invece, dalla cosiddetta causa familiare: la funzione di concorrere alla realizzazione di un progetto di vita comune, connotata dai doveri di solidarietà e contribuzione. Nel caso esaminato, la sproporzione tra la somma versata e le modeste condizioni economiche dell’ex moglie al momento delle dazioni rendeva incompatibile qualsiasi lettura liberale dell’operazione. La Corte richiama sul punto il precedente n. 5385/2023. Il tasso di interesse sulle obbligazioni da arricchimento: si applica l’art. 1284, comma 4, c.c. Un terzo motivo di ricorso riguardava gli interessi applicati dalla Corte d’Appello sull’importo liquidato. Il ricorrente contestava l’applicazione del tasso previsto dall’art. 1284, comma 4, c.c. — il cosiddetto tasso delle transazioni commerciali, applicabile dalla domanda giudiziale — sostenendo che tale norma fosse riservata alle obbligazioni contrattuali e incompatibile con le obbligazioni da arricchimento, di fonte legale. La Cassazione rigetta anche questo motivo. Richiamando un più recente orientamento (Cass. n. 61/2023, seguita da Cass. n. 7677/2025), la Corte chiarisce che il tasso di cui all’art. 1284, comma 4, c.c. si estende a tutte le obbligazioni pecuniarie, comprese quelle restitutorie e quelle nascenti da fatto illecito o da altra fonte legale, poiché la norma mira a neutralizzare il vantaggio del debitore correlato alla durata del processo. La Corte segnala che le Sezioni Unite non si sono ancora pronunciate sul punto, ma il citato orientamento di legittimità risulta ormai abbastanza consolidato. Il dovere di contribuzione familiare ex art. 143 c.c. e il tema delle restituzioni Il cuore sistematico della pronuncia si trova nel trattamento del quinto motivo, dedicato ai versamenti del marito sul conto corrente cointestato e alla loro pretesa ripetibilità. La Corte coglie l’occasione per una riflessione approfondita sul dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia, enunciato dall’art. 143, comma 3, c.c., secondo cui entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. Il principio fondamentale che emerge è il seguente: le attribuzioni eseguite durante la convivenza matrimoniale per concorrere a un progetto di vita comune si presumono effettuate in adempimento di tale dovere e risultano, pertanto, irripetibili, in quanto sorrette da una giusta causa. Chi pretende di ottenere la restituzione di somme versate in costanza di matrimonio ha l’onere di dimostrare una causa diversa (come un prestito), ovvero che l’apporto sia stato sproporzionato e inadeguato rispetto alle proprie
Il consulente di parte e le spese di lite: non serve dimostrare di averlo pagato

La Corte di Cassazione risolve un contrasto giurisprudenziale e afferma che la nomina del consulente tecnico di parte è di per sé sufficiente a far presumere l’assunzione dell’obbligazione: il giudice liquida le spese d’ufficio, senza necessità di prova documentale dell’avvenuto esborso. Quando si affronta una controversia in tribunale, specie se si tratta di accertare danni fisici, è prassi comune nominare un consulente tecnico di parte — un professionista, spesso medico legale, che assiste il cliente nell’analisi della perizia disposta dal giudice o che redige una valutazione autonoma prima ancora di avviare il giudizio. Il costo di questa attività è tutt’altro che trascurabile. La domanda che si è posta più volte la giurisprudenza è: il giudice può condannare la controparte soccombente a rimborsare queste spese anche quando la parte vittoriosa non ha prodotto ricevute o fatture che dimostrino l’effettivo pagamento? La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 6949/2026, ha risposto in modo netto e ha fissato un principio destinato a orientare la prassi dei tribunali italiani. Il contrasto giurisprudenziale preesistente Prima di questa pronuncia, la giurisprudenza di legittimità si era divisa in due indirizzi contrapposti, spesso senza che le sezioni stesse se ne avvedessero pienamente — come la Corte stessa ha rilevato nella motivazione, parlando di una divisione avvenuta «in modo inconsapevole». Secondo un primo orientamento, la condanna del soccombente al rimborso delle spese per il consulente tecnico di parte esigeva la prova documentale dell’esborso effettivamente sostenuto. In assenza di tale prova, il rimborso non poteva essere accordato, poiché la mera assunzione dell’obbligazione non equivaleva a dimostrazione del pagamento. Secondo un secondo orientamento, invece, era sufficiente che la parte vittoriosa avesse assunto la relativa obbligazione, a prescindere dall’avvenuto pagamento al momento della decisione. Questo secondo filone considerava le spese di consulenza tecnica di parte alla stregua di tutte le altre spese processuali, soggette alla medesima disciplina. La regola generale sulle spese processuali Per comprendere la soluzione adottata dalla Cassazione è utile richiamare il quadro normativo di riferimento. L’art. 91 c.p.c. stabilisce che il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte. Tra queste spese rientrano, da tempo consolidato, anche i compensi dovuti al consulente tecnico di parte, al pari degli onorari del difensore. L’art. 92 c.p.c. consente al giudice di compensare le spese in tutto o in parte, oppure di escludere dal rimborso quelle ritenute eccessive o superflue. Ora, nessuno ha mai sostenuto che la parte vittoriosa, per ottenere il rimborso delle spese legali, debba dimostrare di avere già pagato il proprio avvocato. Le spese di difesa vengono liquidate d’ufficio dal giudice, che applica i parametri forensi, indipendentemente da qualsiasi documentazione di pagamento. La Corte ha ritenuto che non vi sia alcuna ragione per trattare diversamente le spese del consulente di parte. Il principio di diritto enunciato La Cassazione ha enunciato il seguente principio di diritto, che vale come regola vincolante per i giudici di merito: «la nomina di un consulente di parte fa presumere de facto che la parte abbia assunto l’obbligazione di remunerarlo, ai sensi dell’art. 1709 c.c.. Pertanto la relativa spesa, in quanto rientrante nelle spese di lite di cui all’art. 91 c.p.c., va liquidata ex officio a prescindere dall’avvenuta dimostrazione del relativo esborso, salvo che l’altra parte dimostri che la prestazione sia avvenuta a titolo gratuito o il debito sia altrimenti estinto». Il fondamento di questa presunzione risiede in due norme del codice civile. L’art. 1709 c.c. prevede che il mandato si presume oneroso. L’art. 2233 c.c., che disciplina il contratto d’opera professionale — quale è quello che lega la parte al proprio consulente —, stabilisce che la determinazione del compenso non è elemento essenziale del contratto e può essere rimessa anche al giudice. Da ciò discende che il solo conferimento dell’incarico professionale è sufficiente a far sorgere l’obbligazione di pagamento, senza che sia necessaria alcuna ulteriore prova documentale. Come deve comportarsi il giudice in concreto La Corte ha chiarito anche il procedimento che il giudice deve seguire in sede di liquidazione. Se la parte ha documentato la spesa sostenuta per il consulente, il giudice dovrà rimborsare quell’importo, salvo ritenerlo eccessivo o superfluo ai sensi dell’art. 92, primo comma, c.p.c. Se invece la parte non ha prodotto documentazione, il giudice liquiderà d’ufficio le spese, applicando le tariffe professionali di riferimento ovvero, in via analogica, le tariffe previste dal d.m. 30 maggio 2002 per i compensi dei consulenti tecnici d’ufficio. Un ulteriore profilo di rilievo riguarda il giudizio di superfluità della consulenza di parte. La Corte ha censurato la motivazione del giudice di merito che aveva dichiarato «superflua» la nomina del consulente tecnico di parte: tale giudizio è logicamente incompatibile con il fatto che nel giudizio di primo grado era stato nominato un consulente tecnico d’ufficio, circostanza che — ai sensi dell’art. 201 c.p.c. — legittima di per sé la parte a nominare un proprio consulente di assistenza. Le ricadute pratiche per i cittadini e i professionisti Questa pronuncia ha conseguenze concrete che è bene non sottovalutare. Per i cittadini che abbiano intrapreso o stiano valutando una causa civile — in materia di danni da sinistro stradale, controversie condominiali, responsabilità medica o qualsiasi altra vicenda che richieda accertamenti tecnici — il costo sostenuto per il consulente di parte è una voce di spesa che, in caso di vittoria, può essere recuperata integralmente senza necessità di conservare e produrre in giudizio fatture o ricevute di pagamento. Non si tratta di un beneficio di poco conto, considerato che le parcelle dei professionisti tecnici, specie medici legali o ingegneri, possono essere molto rilevanti. Per gli avvocati, il principio chiarisce che la richiesta di rimborso delle spese di consulenza tecnica di parte va formulata sistematicamente negli atti difensivi, e che l’eventuale contestazione del soccombente fondata sulla mancanza di prova del pagamento è destinata a essere respinta. Il rischio opposto — quello che il giudice di merito, come avvenuto nel caso deciso dalla Cassazione, riconduca la questione a un inammissibile giudizio di eccessività formulato senza riscontro
La maternità surrogata tra reato universale e diritti del minore: l’Italia al bivio

Mentre il legislatore punta sulla repressione globale, la Corte Costituzionale rimette al centro la tutela del bambino già nato. Un sistema in tensione permanente tra istanze punitive e garanzie costituzionali. C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui l’ordinamento italiano affronta oggi il tema della gestazione per altri. Da un lato, un legislatore che allunga il braccio del diritto penale fin oltre i confini nazionali; dall’altro, una Corte Costituzionale che ricuce pazientemente i vuoti di tutela che quella stessa politica legislativa rischia di produrre a danno dei minori già nati. È in questa tensione irrisolta che si consuma uno dei capitoli più complessi del biodiritto italiano contemporaneo. La riforma che ha fatto discutere: il “reato universale” di surrogazione Con il D.d.l. n. 824/2024 il Parlamento italiano ha modificato l’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004, elevando la surrogazione di maternità a cosiddetto “reato universale”. La norma prevede che il cittadino italiano possa essere perseguito penalmente anche quando la gestazione per altri sia praticata all’estero, indipendentemente dalla legalità della pratica nello Stato in cui essa avviene. La pena prevista va da tre mesi a due anni di reclusione, con sanzioni accessorie fino a un milione di euro. La qualifica di “reato universale” è storicamente riservata ai crimini più gravi contro l’umanità: genocidio, crimini di guerra, tortura. Applicarla a una condotta che in numerosi ordinamenti — dalla California alla Grecia — è perfettamente lecita e regolamentata genera un’anomalia giuridica di non poco conto. In particolare, la riforma ignora il principio della doppia incriminazione, secondo cui un fatto dovrebbe essere reato anche nel Paese in cui è stato commesso perché possa essere perseguito all’estero. Il risultato pratico è che un cittadino italiano che abbia fatto ricorso alla gestazione per altri in uno Stato che la consente pienamente si troverebbe comunque esposto a un procedimento penale nel proprio Paese al rientro. La Corte Costituzionale e la sentenza n. 68/2025: il bambino al centro Mentre la politica costruisce barriere repressive, la Corte Costituzionale fa un passo in direzione opposta. Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge n. 40/2004 nella parte in cui non consentiva il riconoscimento del rapporto di filiazione tra il nato e la cosiddetta “madre intenzionale” — ovvero la donna che ha voluto e progettato la nascita ma non ha portato avanti la gravidanza — nei casi di procreazione medicalmente assistita eterologa praticata all’estero. La Corte ha abbandonato la visione esclusivamente biologica della maternità, spostando il fulcro verso quella che potremmo chiamare responsabilità generativa: ciò che conta non è chi ha partorito, ma chi ha assunto l’impegno concreto di crescere e accudire il bambino. In questo senso, la sentenza ha ritenuto che l’esclusione della madre intenzionale dal riconoscimento del nato violasse l’art. 2 della Costituzione — ledendo l’identità personale del minore — l’art. 3, per l’irragionevole disparità rispetto ai figli di coppie eterosessuali, e l’art. 30, che impone ai genitori doveri di cura, istruzione e mantenimento. Il bambino ha diritto a uno stato giuridico certo e stabile sin dalla nascita: questo il principio cardine affermato dalla Consulta. Il “vicolo cieco” della sentenza n. 69/2025: le donne single restano escluse La stessa Corte Costituzionale, però, con la contestuale sentenza n. 69/2025, ha confermato la legittimità del divieto di accesso alla procreazione medicalmente assistita per le donne single. La Consulta ha tracciato una distinzione netta: il desiderio di genitorialità, inteso come aspirazione individuale ancora non realizzata, può essere disciplinato — e limitato — dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità politica; i diritti del minore già nato, invece, non possono essere sacrificati sull’altare di alcuna scelta di valore. In altri termini, prima che il bambino venga al mondo lo Stato può fissare condizioni e requisiti; una volta che egli esiste, la sua tutela diventa priorità assoluta e inderogabile. Questo doppio binario produce un risultato che non manca di suscitare riflessioni critiche: l’ordinamento italiano chiude la porta all’accesso alla PMA per la donna sola, ma al tempo stesso — attraverso la sentenza n. 68/2025 — tutela il bambino che sia comunque nato da percorsi intrapresi all’estero. La dimensione europea: la sentenza CEDU del 9 ottobre 2025 Il quadro si arricchisce di una prospettiva sovranazionale con la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 9 ottobre 2025. In quel caso, la Corte di Strasburgo ha ritenuto che l’Italia non avesse violato l’art. 8 della Convenzione EDU — che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare — nell’ambito di una controversia relativa al mancato riconoscimento della madre intenzionale. La motivazione della Corte si fonda su un rilievo procedurale di rilievo: i genitori avevano a disposizione lo strumento dell’adozione in casi particolari, previsto dall’art. 44 della legge n. 184/1983, e avevano scelto di non percorrere quella via, contribuendo di fatto all’incertezza giuridica che aveva poi colpito il minore. Significativa, in senso contrario, è l’opinione dissenziente allegata alla sentenza: è accettabile, si chiede la giudice dissenziente, che un bambino debba vivere anni in un limbo identitario e giuridico solo perché i genitori hanno optato per una strategia processuale rivelatasi errata? La “colpa” di una scelta difensiva sbagliata non può ricadere sull’identità e sulla stabilità di un essere umano innocente. Il confronto con altri modelli: la via californiana Guardare oltre confine aiuta a mettere a fuoco le alternative praticabili. Il modello californiano — elaborato a partire dal caso deciso con la sentenza Johnson v. Calvert — si fonda sul concetto di procreative intent: genitore è chi ha voluto e progettato la nascita, a prescindere dal contributo biologico. La legge californiana prevede il Written Assisted Reproduction Agreement, un accordo che deve essere stipulato prima del concepimento con l’assistenza obbligatoria di legali indipendenti per ciascuna parte, consenso informato e revocabile, copertura integrale delle spese mediche da parte dei genitori intenzionali e screening psicologici preventivi. È un sistema che coniuga tutela della gestante e certezza giuridica del nato, dimostrando che repressione e protezione non sono le sole alternative disponibili. Implicazioni pratiche: cosa cambia per chi si trova in