Caduta su scalinata monumentale: quando il Comune non risponde dei danni

La Cassazione chiarisce i limiti della responsabilità per custodia e l’onere probatorio del danneggiato

Scivolare su una scalinata può causare gravi lesioni, ma non sempre il proprietario della struttura è tenuto a risarcire il danno. La Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 29760/2025 dell’11 novembre 2025, ha tracciato con estrema precisione i confini della responsabilità degli enti pubblici per i danni subiti dai cittadini che utilizzano beni monumentali, chiarendo quando una caduta può essere attribuita allo stato della cosa custodita e quando, invece, dipende esclusivamente dalla condotta imprudente di chi la utilizza.

La pronuncia offre importanti spunti di riflessione sull’equilibrio tra tutela del danneggiato e ragionevolezza delle pretese risarcitorie, specialmente quando si tratta di beni storici e monumentali naturalmente soggetti all’usura del tempo e caratterizzati da irregolarità strutturali evidenti.

La vicenda: una caduta sulla scalinata monumentale

La vicenda trae origine da un incidente avvenuto il 5 luglio 2014 su una celebre scalinata monumentale romana. Una donna, mentre scendeva lungo la prima rampa, cadde rovinosamente a terra riportando gravi lesioni: lussazione del gomito sinistro con frattura di capitello radiale e coracoide, frattura di scafoide tarsale e cuboide del piede sinistro. Le conseguenze furono serie, tanto da richiedere un ricovero ospedaliero e un intervento chirurgico, con postumi permanenti valutati al 22% e un periodo di inabilità temporanea totale di 90 giorni, seguita da un’ulteriore inabilità parziale al 50% per altri 90 giorni.

La danneggiata convenì in giudizio Roma Capitale chiedendo il risarcimento del danno biologico quantificato in oltre 128.000 euro, oltre alle spese mediche, sulla base della responsabilità per custodia prevista dall’art. 2051 del codice civile. Questa norma stabilisce che ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. Si tratta di una responsabilità oggettiva, che non richiede la prova della colpa del custode, ma solo del nesso causale tra la cosa e il danno.

A sostegno della propria domanda, la danneggiata lamentava che la scalinata si trovava in stato di cattiva manutenzione, con gradini disconnessi e consumati, estremamente scivolosa anche in assenza di pioggia. Inoltre, sosteneva l’assenza di cartelli di pericolo e di presìdi antinfortunistici. Il restauro della scalinata, del resto, era iniziato solo nel 2015, quindi dopo l’incidente e a distanza di vent’anni dal precedente intervento conservativo.

Roma Capitale si oppose sostenendo che la responsabilità per custodia non fosse applicabile, trattandosi di bene di utilizzazione generale e diretta da parte di terzi, e che risultava impossibile esercitare una vigilanza effettiva sull’enorme estensione viaria e sui manufatti comunali. L’ente rilevava inoltre che la scalinata, in quanto bene monumentale vincolato risalente alla prima metà del Settecento, veniva pulita solo mediante acqua a pressione, e che il sinistro era avvenuto in condizioni di buona visibilità, su un bene naturalmente sottoposto a usura quotidiana per il transito di migliaia di visitatori.

Sia il Tribunale di Roma che la Corte d’Appello rigettarono la domanda, giudicando insufficiente la prova del nesso causale tra le condizioni della scalinata e il danno subìto. Di qui il ricorso in Cassazione.

I motivi del ricorso: violazione delle regole probatorie

La ricorrente articolò due motivi di impugnazione, entrambi fondati sulla violazione di norme sostanziali e processuali. Con il primo motivo denunciò la violazione degli artt. 2697, 1227 e 2051 del codice civile, nonché dell’art. 115 del codice di procedura civile, contestando alla Corte d’Appello di aver erroneamente affermato che non era stato provato il nesso di causalità tra le condizioni della scalinata e il danno, e di aver ritenuto sussistente un’ipotesi di caso fortuito identificato nel comportamento imprudente della danneggiata, senza specificarne gli estremi concreti.

Con il secondo motivo denunciò la violazione dell’art. 2729 del codice civile in materia di presunzioni, sostenendo che la Corte territoriale aveva valorizzato elementi di prova privi delle necessarie qualità di gravità, precisione e concordanza espressamente imposte dalla legge. Le presunzioni semplici, infatti, possono costituire prova solo quando sono gravi, precise e concordanti tra loro.

In sostanza, la ricorrente contestava alla Corte di merito di aver effettuato una valutazione errata delle prove e di aver attribuito il sinistro esclusivamente alla propria condotta imprudente, senza riconoscere alcuna responsabilità dell’ente custode.

La risposta della Cassazione: inammissibilità del ricorso

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione della Corte d’Appello e riaffermando principi consolidati in materia di responsabilità per custodia e onere della prova.

Prima di esaminare nel dettaglio le censure, la Cassazione ha richiamato il proprio orientamento costante in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia. Il principio fondamentale è che la condotta del danneggiato, quando entra in interazione con la cosa, assume rilevanza diversa a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso. Occorre infatti valutare il dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione.

La regola è questa: quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno. In altre parole, se il pericolo era evidente e prevedibile, e il danneggiato non ha adottato le normali precauzioni, la sua condotta può interrompere il nesso eziologico tra la cosa e il danno, fino a escludere del tutto la responsabilità del custode.

La Corte ha poi ribadito che la responsabilità ex art. 2051 del codice civile ha natura oggettiva, nel senso che si fonda unicamente sulla dimostrazione del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, non già su una presunzione di colpa del custode. Tale responsabilità può essere esclusa in due modi: dalla prova del caso fortuito, oppure dalla dimostrazione della rilevanza causale, esclusiva o concorrente, delle condotte del danneggiato o di un terzo. Nel primo caso si tratta di un fatto giuridico estraneo alla sfera di controllo del custode, nel secondo caso rileva la colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 del codice civile.

Fondamentale è un ulteriore aspetto: la valutazione del giudice di merito sulla rilevanza causale esclusiva della condotta del danneggiato costituisce un tipico apprezzamento di fatto, come tale incensurabile in sede di legittimità, salvo che risulti viziata da errori logici manifesti, travisamento delle prove o contraddittorietà intrinseca della motivazione.

L’onere della prova sul nesso causale: non basta cadere “su” una scala

Applicando questi principi al caso concreto, la Cassazione ha ritenuto che entrambi i motivi di ricorso fossero inammissibili, in quanto sostanzialmente diretti a contestare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alla ricostruzione del fatto storico, alla valutazione delle prove e all’attendibilità della versione prospettata dalla danneggiata. Censure di questo tipo, che sollecitano una nuova valutazione del materiale istruttorio, sono estranee al sindacato di legittimità e pertanto inammissibili.

La Corte ha rilevato che la Corte d’Appello aveva fornito una motivazione completa e coerente in ordine alla mancata prova del nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, argomentando su molteplici aspetti che meritano di essere evidenziati perché costituiscono una vera e propria guida operativa per chi deve gestire casi analoghi.

Anzitutto, era stata rappresentata con genericità la dinamica del sinistro nell’atto di citazione: non era stato precisato né l’ora esatta dell’incidente (dato rilevante per valutare le condizioni di visibilità e meteorologiche), né il punto preciso della caduta lungo la scalinata. Questa genericità impediva al giudice di verificare le effettive condizioni della struttura nel punto esatto dove si era verificato l’evento.

In secondo luogo, anche i capitoli di prova richiesti risultavano generici e inidonei ad accertare non tanto su quali gradini la danneggiata stesse transitando, quanto piuttosto le cause effettive dell’evento. Non erano state prodotte fotografie rappresentative del punto di caduta che consentissero di valutare concretamente la dinamica del sinistro.

Significativo era inoltre il contegno processuale della ricorrente: a fronte della revoca dell’ordinanza ammissiva della prova testimoniale da parte del Tribunale, non aveva richiesto la revoca di tale provvedimento, né aveva riproposto le istanze istruttorie né in primo grado né in appello, evidenziando una sorta di rinuncia implicita all’acquisizione di elementi probatori decisivi.

Dall’interrogatorio formale della danneggiata erano emerse circostanze importanti: aveva dichiarato di aver già percorso quella scalinata in precedenza, che il tempo era bello e non aveva piovuto, che nello scendere non era preceduta da altre persone (quindi la condizione delle scale era visibile), e che indossava scarpe basse e senza tacco. Tutte circostanze che evidenziavano come le condizioni di pericolo, se esistenti, fossero comunque prevedibili e superabili con normali cautele.

La Cassazione ha posto l’accento su un passaggio cruciale: non si può pretendere che l’allegazione generica di una caduta “su di una scala” equivalga a quella di una caduta “a causa della scala”. Occorre fornire al giudice elementi certi e affidabili sulle complessive condizioni della struttura nel punto esatto della caduta, in modo da consentire la conclusione che il sinistro sia stato conseguenza normale delle specifiche e particolari condizioni della cosa custodita.

Questo principio assume particolare rilievo quando si tratta di scalinate monumentali, caratterizzate da una naturale staticità e prive di un dinamismo proprio. In tali casi, nell’interazione tra la cosa e il suo fruitore assume un ruolo pregnante la condotta di quest’ultimo. Le condizioni specifiche della cosa assumono determinante rilevanza per valutare, in rapporto alle cautele normalmente attese, il ruolo della stessa nella determinazione dell’evento. La carenza di prova sulle medesime nel punto esatto della caduta esclude quindi la prova di un nesso causale tra la cosa e il sinistro.

Il caso fortuito e la condotta imprudente del danneggiato

Sul secondo motivo, relativo alle presunzioni, la Cassazione ha ribadito che la Corte di merito aveva ritenuto che la condotta della danneggiata integrasse un’ipotesi di caso fortuito idoneo a recidere il nesso eziologico, argomentando sia sulla prevedibilità e superabilità con normali cautele delle condizioni dei gradini (trattandosi di bene monumentale antico e notoriamente caratterizzato da irregolarità), sia sulla circostanza che il tempo era bello, non aveva piovuto e la visuale era piena.

La Corte territoriale aveva quindi esposto le ragioni per le quali riteneva plausibile l’attribuzione dell’evento ad una condotta disattenta della ricorrente, evidenziando l’assenza di elementi oggettivi di pericolosità della scalinata e la prevedibilità del rischio. Questa conclusione appariva conforme al costante orientamento giurisprudenziale secondo cui quanto più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata dall’utente mediante l’adozione di normali cautele, tanto più rilevante è l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo.

La verifica del carattere di gravità, precisione e concordanza delle presunzioni costituisce inoltre un apprezzamento di merito, non sindacabile in Cassazione se sorretto da motivazione non illogica. La dedotta violazione dell’art. 2729 del codice civile non attingeva quindi la corretta interpretazione della norma, ma riguardava l’uso che il giudice aveva fatto delle presunzioni semplici nella ricostruzione del fatto, censura anch’essa inammissibile in sede di legittimità.

Implicazioni pratiche: cosa significa questa sentenza

Questa pronuncia della Cassazione ha rilevanti conseguenze pratiche in molteplici contesti, offrendo indicazioni operative preziose per diversi soggetti.

Per i cittadini che subiscono danni su strutture pubbliche, la sentenza evidenzia l’importanza di raccogliere tempestivamente elementi probatori specifici e dettagliati. Non è sufficiente allegare genericamente di essere caduti su una scalinata: occorre documentare con precisione il punto esatto della caduta, le condizioni specifiche della struttura in quel punto, l’ora dell’incidente, le condizioni meteorologiche e di visibilità, l’eventuale presenza di testimoni. Fotografie immediate del luogo, testimonianze circostanziate e perizie tecniche tempestive diventano elementi decisivi per dimostrare il nesso causale tra lo stato della cosa e il danno.

Per gli enti pubblici proprietari di beni monumentali, la decisione conferma che la responsabilità per custodia non è automatica, ma richiede la dimostrazione del nesso causale da parte del danneggiato. Gli enti possono difendersi efficacemente evidenziando la natura monumentale del bene, la sua storica conformazione irregolare, l’impossibilità di interventi strutturali incompatibili con la conservazione, le operazioni di manutenzione effettuate con tecniche compatibili con il vincolo monumentale, e soprattutto la prevedibilità e visibilità delle condizioni della struttura da parte degli utenti.

Per gli avvocati che assistono danneggiati, la sentenza rappresenta un monito a curare con estrema attenzione la fase di raccolta delle prove sin dall’atto introduttivo, evitando genericità e allegazioni non supportate da elementi concreti. Fondamentale è insistere sulle istanze istruttorie e non rinunciare implicitamente alla prova attraverso comportamenti processuali inerti. La mera descrizione dell’evento dannoso, senza la dimostrazione delle condizioni specifiche della cosa custodita nel punto esatto del sinistro, risulta insufficiente a superare il vaglio probatorio.

Per i difensori degli enti pubblici, la pronuncia offre una strategia difensiva chiara: contestare la genericità delle allegazioni, evidenziare le caratteristiche naturali e storiche del bene, valorizzare il contegno processuale della controparte in ordine alla raccolta delle prove, dimostrare la prevedibilità del rischio e l’adottabilità di normali cautele da parte dell’utente, richiamare la natura oggettivamente non pericolosa della struttura nelle sue caratteristiche generali.

Per i giudici di merito, la sentenza conferma l’importanza di un’analisi rigorosa degli elementi probatori acquisiti, con particolare attenzione alla specificità delle allegazioni, alla completezza dell’istruttoria e all’applicazione dei principi sul riparto dell’onere probatorio. La responsabilità oggettiva ex art. 2051 del codice civile non esime il danneggiato dalla dimostrazione del nesso causale, che costituisce il fulcro della domanda risarcitoria.

Il principio del dovere di autoproteggersi: solidarietà e responsabilità individuale

Un aspetto di particolare interesse teorico e pratico è il richiamo della Cassazione al principio di solidarietà costituzionale come fondamento del dovere generale di ragionevole cautela che grava su ciascuno. Questo dovere, espresso dall’art. 2 della Costituzione, comporta che ognuno debba adottare le precauzioni normalmente attese in rapporto alle circostanze per evitare di subire danni.

Si tratta di un principio che bilancia la tutela del danneggiato con l’esigenza di responsabilizzare gli utenti dei beni, specialmente quando si tratta di beni di uso pubblico caratterizzati da irregolarità strutturali evidenti o comunque prevedibili. La solidarietà sociale non si traduce in un’assicurazione illimitata contro ogni infortunio, ma richiede che ciascuno adotti un comportamento prudente e avveduto, evitando di pretendere un risarcimento quando l’evento dannoso è riconducibile alla propria condotta imprudente.

Nel caso delle scalinate monumentali, questo principio assume particolare rilevanza: trattandosi di strutture antiche, notoriamente caratterizzate da irregolarità nei gradini, da materiali storici naturalmente levigati dall’uso secolare, da conformazioni non standardizzate secondo i moderni criteri di sicurezza, gli utenti devono adottare una cautela maggiore rispetto a quella richiesta su una scala moderna. La notorietà del bene, la sua rilevanza storica e artistica, la sua conformazione visibilmente irregolare costituiscono elementi che accrescono il dovere di cautela dell’utente e riducono correlativamene la responsabilità del custode.

Conclusioni: equilibrio tra tutela e ragionevolezza

L’ordinanza n. 29760/2025 della Cassazione rappresenta un importante contributo alla definizione dei confini della responsabilità per custodia, specialmente quando oggetto della custodia sono beni monumentali destinati all’uso pubblico.

La pronuncia ribadisce che la natura oggettiva della responsabilità ex art. 2051 del codice civile non esonera il danneggiato dall’onere di provare con precisione e specificità il nesso causale tra le condizioni della cosa custodita e il danno subìto. Non è sufficiente allegare genericamente di essere caduti su una scala: occorre dimostrare che la caduta è avvenuta “a causa” delle specifiche condizioni della scala nel punto esatto dell’incidente.

La Cassazione evidenzia inoltre che, quando si tratta di beni caratterizzati da staticità e privi di dinamismo proprio, come le scalinate, assume particolare rilevanza la condotta dell’utente. Il comportamento imprudente del danneggiato, quando la situazione di pericolo era prevedibile e superabile con normali cautele, può interrompere il nesso causale ed escludere la responsabilità del custode.

Per chi si trova coinvolto in sinistri di questo tipo, sia come danneggiato che come ente custode, diventa essenziale comprendere l’importanza della prova specifica e dettagliata. La genericità delle allegazioni, la mancata documentazione delle condizioni del luogo, l’inerzia nell’acquisizione di elementi probatori possono risultare fatali per l’esito della causa.

Se hai subito un danno per caduta su strutture pubbliche o se, come amministratore di un ente pubblico, devi gestire richieste risarcitorie di questo tipo, il nostro studio è a disposizione per valutare la tua situazione specifica. L’analisi tempestiva delle prove disponibili, la corretta strategia processuale e la conoscenza approfondita dei principi giurisprudenziali in materia possono fare la differenza tra il successo e il rigetto della domanda. Contattaci per una consulenza personalizzata: ogni caso merita un’attenta valutazione delle circostanze concrete e delle prove acquisibili.

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