Con l’ordinanza n. 2568/2026, la Sezione Tributaria della Corte Suprema di Cassazione ricostruisce in modo sistematico il regime di responsabilità del liquidatore e del socio dopo l’estinzione di una società, stabilendo principi destinati a incidere concretamente su migliaia di situazioni pendenti.
Immaginate una società a responsabilità limitata cancellata dal registro delle imprese. La partita sembra chiusa: niente più sede legale, niente più codice fiscale attivo, niente più organi sociali. Eppure, qualche anno dopo, il socio unico e liquidatore si vede recapitare a casa una serie di avvisi di accertamento: uno per i debiti tributari della società (IRES, IVA e IRAP), uno per la sua responsabilità personale di liquidatore, e un terzo — il più oneroso, per oltre un milione di euro — per le imposte sul reddito personale derivanti dalla presunta distribuzione di utili non dichiarati.
Questa è la situazione concreta al centro di Cass. Trib. n. 2568/2026, una vicenda che ha attraversato tre gradi di giudizio e che la Corte di Cassazione ha risolto con una pronuncia densa di principi applicabili ben al di là del singolo caso.

Il problema dell’omessa pronuncia: quando il giudice d’appello tace
Il primo blocco di questioni riguarda un vizio procedurale di non secondaria importanza: la violazione dell’art. 112 c.p.c., che impone al giudice di pronunciarsi su tutto ciò che viene richiesto e solo su quello (c.d. principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato). Il ricorrente aveva sollevato, sia in primo grado che in appello, precise questioni relative alla validità degli atti impositivi e ai presupposti della responsabilità del liquidatore. La Commissione Tributaria Regionale, però, aveva semplicemente ignorato queste doglianze, concentrandosi su altri profili.
La Cassazione ha accolto questa censura, ritenendo i tre motivi fondati. Non è bastato che il ricorso per cassazione non indicasse le pagine esatte dell’appello in cui quelle questioni erano state riproposte: la trascrizione integrale dei passaggi rilevanti direttamente nel ricorso rendeva superflua quella indicazione formale. È un principio processuale utile da ricordare: la sostanza prevale sulla forma, purché il contraddittorio sia garantito e il contenuto sia chiaramente identificabile.
Lo scudo fiscale non è un’amnistia automatica: l’onere della prova grava sul contribuente
La seconda questione riguarda il c.d. scudo fiscale, ovvero la procedura di regolarizzazione delle attività detenute all’estero introdotta dall’art. 13-bis d.l. n. 78/2009. Il ricorrente sosteneva che, avendo aderito alla procedura, l’Amministrazione finanziaria non potesse più accertare le somme rientrate, e che l’effetto preclusivo fosse automatico e incondizionato.
La Corte ha respinto questa tesi, richiamando un orientamento consolidato (Cass. n. 4719/2021 e Cass. n. 30776/2023). Lo scudo fiscale è una misura agevolativa di carattere eccezionale, e come tutte le agevolazioni tributarie chi vuole avvalersene deve provare — quando contestato dall’Ufficio — che i presupposti siano effettivamente integrati. In particolare, il contribuente deve dimostrare una correlazione oggettiva, almeno in termini di compatibilità cronologica e quantitativa, tra il reddito accertato e le somme effettivamente rimpatriate o regolarizzate. Non basta, insomma, aver aderito allo scudo: occorre dimostrare che i redditi contestati siano proprio quelli “coperti” dall’adesione. Questa interpretazione, precisa la Corte, è coerente anche con il principio di vicinanza della prova: sono i dati rilevanti nella disponibilità del contribuente, non dell’Amministrazione.
La cancellazione dal registro non azzera i debiti fiscali: il meccanismo successorio
Il cuore più innovativo della pronuncia riguarda la sorte dei debiti tributari della società dopo la sua estinzione. Il ricorrente assumeva che l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società già cancellata fosse nullo, e che tale nullità si riverberasse automaticamente sull’accertamento personale nei suoi confronti.
La Cassazione ha risposto con una ricostruzione sistematica che parte da lontano. Le Sezioni Unite del 2013 avevano già chiarito che la cancellazione di una società dal registro delle imprese non fa scomparire i rapporti giuridici ad essa riferibili: si produce un fenomeno di tipo successorio per cui le obbligazioni non si estinguono ma si trasferiscono ai soci. Questo principio è stato recentemente ribadito anche in materia tributaria con Cass. Sez. U. n. 3625 del 12/02/2025, che ha specificamente affermato la persistenza dei debiti erariali dopo l’estinzione societaria.
Ne deriva una conclusione pratica di grande rilievo: il Fisco può accertare i debiti della società anche dopo la sua cancellazione, e le pretese fiscali così accertate possono poi essere azionate nei confronti dei soci (ai sensi dell’art. 47 TUIR o dell’art. 2495 c.c.) e nei confronti del liquidatore (ai sensi dell’art. 36 d.P.R. n. 602/1973). Pretendere che l’accertamento debba avvenire necessariamente prima dell’estinzione, chiarisce la Corte, equivalrebbe a svuotare di ogni contenuto la normativa tributaria.
Avviso societario invalido e accertamento al socio: la distinzione cruciale tra vizi di rito e vizi di merito
L’ultima questione — forse la più delicata sul piano tecnico — attiene al rapporto tra l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società e quello emesso nei confronti del socio per la presunta distribuzione di utili extracontabili. La presunzione operante nelle società di capitali a ristretta base partecipativa — cioè quelle con pochi soci — consente all’Amministrazione di presumere che i maggiori ricavi non dichiarati dalla società siano stati distribuiti tra i soci proporzionalmente alle loro quote.
Il ricorrente sosteneva che, essendo l’avviso societario invalido (perché notificato a una società ormai estinta), cadesse anche l’accertamento personale, privo del suo presupposto logico-giuridico.
La Corte ha operato una distinzione essenziale, già tracciata da Cass. n. 40844/2021 e confermata da Cass. n. 34549/2024: l’annullamento dell’avviso societario per vizi di merito — cioè perché la pretesa tributaria era infondata nel suo contenuto — ha effetto pregiudicante e travolge anche l’accertamento nei confronti dei soci. Diversamente, l’annullamento per vizi di rito — come l’inesistenza della notifica o l’estinzione del soggetto destinatario — produce solo un giudicato formale, che non accerta l’insussistenza del reddito imponibile e non impedisce quindi all’Ufficio di agire direttamente nei confronti dei soci.
In questi ultimi casi, il socio non resta senza tutela: può contestare i fatti costitutivi dell’obbligazione tributaria societaria (ad esempio dimostrando che gli utili non furono distribuiti ma accantonati o reinvestiti, ovvero provando la propria estraneità alla gestione), ma non può limitarsi a invocare la nullità dell’atto a monte per paralizzare l’accertamento a suo carico.
Cosa cambia nella pratica: le implicazioni per soci, liquidatori e professionisti
Le ricadute pratiche di questa pronuncia sono significative e meritano attenzione. Per i soci di società di capitali a ristretta base, il messaggio è chiaro: la cancellazione della società dal registro delle imprese non chiude automaticamente i conti con il Fisco. Un accertamento tributario fondato su ricavi non contabilizzati può arrivare anche dopo anni, e la responsabilità personale per la distribuzione presunta di quegli utili rimane concretamente attivabile.
Per i liquidatori, la pronuncia conferma che il loro operato durante la fase liquidatoria è soggetto a scrutinio fiscale anche postumo, ai sensi dell’art. 36 d.P.R. n. 602/1973: chi abbia soddisfatto crediti di rango inferiore a quelli erariali, o abbia distribuito patrimonio ai soci prima di estinguere i debiti tributari, può essere chiamato a rispondere personalmente.
Per i professionisti e i consulenti che assistono aziende in fase di liquidazione o cessazione, questa sentenza rafforza l’importanza di una verifica scrupolosa delle pendenze tributarie prima della chiusura. Non solo quelle già accertate, ma anche quelle potenzialmente accertabili per i periodi d’imposta non ancora definiti al momento della cancellazione.
Conclusione
Cass. Trib. n. 2568/2026 è una pronuncia che offre un quadro sistematico e coerente su temi di grande rilevanza pratica: la sopravvivenza dei debiti fiscali dopo l’estinzione societaria, la responsabilità personale di soci e liquidatori, i limiti dello scudo fiscale e i riflessi procedurali dell’omessa pronuncia del giudice di merito. Chi si trovasse in situazioni analoghe — come socio, ex liquidatore o professionista incaricato della gestione fiscale di una realtà societaria in fase di dismissione — farebbe bene a valutare attentamente la propria posizione alla luce di questi principi.
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