Il compenso dell’avvocato e la prescrizione presuntiva: cosa succede se il cliente dice di aver già pagato?

La Cassazione con l’ordinanza n. 2588/2026 chiarisce gli strumenti di tutela del professionista e i limiti della prova testimoniale nel recupero del credito per prestazioni legali.

Il professionista che vuole recuperare il proprio compenso può trovarsi di fronte a un ostacolo insidioso: la prescrizione presuntiva. Si tratta di un istituto giuridico poco noto al grande pubblico, ma capace di paralizzare anche un credito reale e documentato, con conseguenze molto concrete per gli avvocati e per qualsiasi altro professionista che eroga prestazioni d’opera intellettuale.

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2588/2026 pubblicata il 6 febbraio 2026, ha offerto importanti chiarimenti su questo tema, confermando un orientamento rigoroso e tracciando con precisione i confini entro i quali il creditore può difendersi.

Che cos’è la prescrizione presuntiva e perché colpisce i professionisti

Prima di esaminare il caso deciso dalla Cassazione, occorre comprendere di cosa si tratta. La prescrizione ordinaria estingue il diritto per il decorso del tempo senza che il titolare lo abbia esercitato. La prescrizione presuntiva funziona in modo diverso e, per certi versi, ancora più severo: essa non si fonda sul semplice trascorrere del tempo, ma su una presunzione di pagamento. In altre parole, la legge presume che certi debiti, di natura ricorrente e legati alla vita quotidiana, vengano normalmente estinti a breve distanza dalla loro nascita.

L’articolo 2956 del codice civile prevede che si prescrivano in tre anni i diritti dei professionisti, tra cui gli avvocati, per le prestazioni rese nell’esercizio della loro attività. Ma la vera peculiarità sta nell’effetto: decorso questo termine, il cliente non deve dimostrare di aver pagato, basta affermare di non ricordare se il pagamento sia avvenuto. È la legge stessa a presumere che il debito sia stato soddisfatto.

Il professionista, a quel punto, si trova in una posizione processuale delicata, perché non può semplicemente presentare documenti o testimoni per dimostrare che il credito esiste ancora: deve superare la presunzione legale con strumenti specifici e tassativi, indicati dagli articoli 2957, 2958 e 2959 c.c.

Il caso deciso dalla Cassazione: una vicenda emblematica

La vicenda che ha dato origine all’ordinanza n. 2588/2026 è emblematica delle difficoltà pratiche che il professionista può incontrare. Un avvocato, dopo aver rinunciato al mandato difensivo conferito da un cliente, aveva chiesto al Tribunale competente la liquidazione del compenso maturato, avvalendosi del procedimento speciale previsto dall’art. 14 del d.lgs. n. 150/2011 e, per i giudizi introdotti prima della riforma Cartabia, dall’art. 28 della legge n. 794/1942. Questo rito, riservato alle controversie tra avvocati e clienti per onorari e diritti, prevede la trattazione davanti a un tribunale in composizione collegiale.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda in entrambe le fasi di merito — la prima sentenza era stata addirittura dichiarata nulla dalla Cassazione con l’ordinanza n. 15980/2024 per un vizio formale di sottoscrizione — ritenendo maturata la prescrizione presuntiva triennale. In particolare, i giudici di merito avevano osservato che gli atti interruttivi erano stati inviati alla debitrice con intervalli superiori a tre anni e che, a fronte dell’eccezione della controparte (la quale sosteneva di aver già pagato), il professionista non aveva fatto ciò che la legge imponeva: ottenere dalla debitrice una dichiarazione di non avvenuto pagamento, oppure deferirle il giuramento decisorio.

La Cassazione ha confermato questa impostazione, rigettando tutti e quattro i motivi di ricorso.

Il principio cardine: come si vince la prescrizione presuntiva

Il cuore della decisione riguarda le modalità con cui il creditore può superare la presunzione di pagamento. La Corte ribadisce, richiamando il consolidato orientamento (Cass. 16/6/2021, n. 17061; Cass. 28/10/2019, n. 27471), che la prova contraria alla presunzione può essere fornita esclusivamente attraverso due strumenti:

il primo è il giuramento decisorio: il creditore può chiedere al debitore di giurare solennemente in giudizio di avere effettivamente pagato. Se il debitore si rifiuta di giurare o ammette di non aver pagato, la prescrizione presuntiva perde il suo effetto. Il secondo è l’ammissione giudiziale: se nel corso del giudizio il debitore stesso dichiara di non aver adempiuto, tale dichiarazione neutralizza la presunzione. Ricorda la Corte — con un principio già fissato da Cass. 14/10/2019, n. 25838 e Cass. 14/12/2017, n. 30058 — che la prescrizione presuntiva non può nemmeno essere invocata da chi abbia apertamente ammesso il mancato adempimento.

Ciò che non è sufficiente, come confermato dall’ordinanza n. 2588/2026, è la prova testimoniale. Il ricorrente aveva chiesto di essere ammesso a prova per testi, ma il Tribunale aveva ritenuto tale richiesta superflua. La Cassazione approva questa impostazione: nel sistema della prescrizione presuntiva, la testimonianza non è uno strumento idoneo a vincere la presunzione legale di pagamento. Questo limite può apparire severo, ma risponde alla logica dell’istituto: se bastassero i testimoni, la presunzione perderebbe ogni concreta operatività.

Gli altri profili processuali: immutabilità del giudice e giudizio di rinvio

L’ordinanza si segnala anche per le precisazioni in materia processuale. Sul tema della composizione del collegio, la Corte chiarisce che nel rito “cartolare” — il modello di trattazione scritta introdotto ormai stabilmente dall’art. 127-ter c.p.c. — il principio di immutabilità del giudice sancito dall’art. 276, comma 1, c.p.c. va riferito al momento dell’ultima attività processuale rilevante, non all’intera durata del giudizio. Se la composizione del collegio cambia dopo la scadenza del termine per il deposito delle note scritte, ma prima della decisione, ciò non integra alcuna nullità. Il principio era già stato affermato in relazione al rito pandemico (Cass. 21/7/2025, n. 20523) ed ora viene esteso con coerenza al rito cartolare a regime.

Sul tema del giudizio di rinvio, la Cassazione ribadisce che, nel rinvio c.d. prosecutorio, la riassunzione del processo — anche ad opera di una sola parte — ripristina la situazione processuale originaria. Il giudice del rinvio è quindi tenuto a pronunciarsi su tutte le domande ed eccezioni suo tempo proposte, indipendentemente dal fatto che la parte non costituita le abbia formalmente riproposte (Cass. 3/7/2024, n. 12065; Cass. 17/3/2022, n. 8773).

Le implicazioni pratiche: cosa deve fare il professionista

Per i professionisti — non solo avvocati, ma anche medici, commercialisti, architetti e qualsiasi figura soggetta alle prescrizioni presuntive del codice civile — questa pronuncia offre indicazioni operative molto precise. La prima regola è non lasciare trascorrere più di tre anni senza interrompere la prescrizione, inviando periodicamente richieste di pagamento scritte e documentate. La seconda, e più importante, è impostare correttamente la strategia processuale nel momento in cui la controparte eccepisca la prescrizione presuntiva: in quella sede il ricorso alla prova per testi è inutile e occorre concentrarsi sul deferimento del giuramento decisorio o sull’eventuale ammissione già resa in atti dal debitore.

Un ulteriore suggerimento pratico: qualsiasi pagamento ricevuto nel corso del rapporto professionale dovrebbe essere documentato con imputazione espressa e specifica alle prestazioni di riferimento, per evitare che la controparte possa sostenere — come avvenuto nel caso di specie — che quei versamenti si riferivano ad altri incarichi precedenti.

Conclusione

L’ordinanza n. 2588/2026 della Cassazione conferma un quadro normativo severo per il professionista che voglia resistere all’eccezione di prescrizione presuntiva: le vie sono strette, i rimedi tassativi, e la prova testimoniale non è tra essi. Conoscere questo istituto — e gestire preventivamente i rapporti con i clienti in modo da non trovarsi mai nella posizione di doverlo fronteggiare in giudizio — è parte integrante di una corretta gestione dello studio professionale.

Il nostro studio è a disposizione per una consulenza personalizzata sui contratti di prestazione d’opera intellettuale e sulle strategie di tutela del credito professionale. Contattaci per un approfondimento sul tuo caso specifico.

Share the Post:

Related Posts