Una recente sentenza della Prima Sezione Penale rivoluziona l’accesso alla detenzione domiciliare speciale per il genitore detenuto unico sopravvissuto, alla luce di una storica pronuncia della Corte Costituzionale
Immaginate un padre detenuto, unico genitore rimasto in vita, con tre figli affetti da gravi disabilità fisiche e cognitive. Per anni, la legge sembrava escluderlo dalla possibilità di tornare a casa per accudire i propri figli, perché esisteva un’altra opzione: affidarli a una famiglia esterna. Sembrava una soluzione ragionevole. Ma era davvero giusta?
Con la sentenza n. R.G.N. 5276/2025, depositata il 6 febbraio 2026, la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione (Pres. De Marzo, rel. Grieco) ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Catania che, per la seconda volta in sede di rinvio, aveva rigettato l’istanza di detenzione domiciliare speciale avanzata dal ricorrente, padre unico sopravvissuto di tre figli con disabilità. La Suprema Corte ha così dato piena attuazione a una fondamentale pronuncia della Corte Costituzionale, apendo definitivamente la strada a una tutela più equa per i figli dei detenuti.

Il quadro normativo: cosa prevedeva la legge e cosa è cambiato
Per comprendere la portata di questa decisione, è necessario fare un passo indietro. La legge 26 luglio 1975, n. 354 sull’ordinamento penitenziario, all’art. 47-quinquies, comma 7, disciplinava la cosiddetta detenzione domiciliare speciale: una misura alternativa alla detenzione che consente, a determinate condizioni, al genitore condannato di scontare la pena tra le mura domestiche per potersi occupare dei propri figli minorenni o con grave disabilità.
Il problema era in una precisa clausola della norma: il padre detenuto poteva accedere a questa misura soltanto quando non vi fosse «modo di affidare la prole ad altri che al padre». In pratica, bastava che esistesse la possibilità teorica di affidare i figli a una famiglia esterna — come nel caso esaminato, dove veniva prospettata l’assistenza di un’associazione — per negare al padre detenuto il diritto di tornare a casa.
Questa disparità di trattamento tra madre e padre detenuti è stata ritenuta incostituzionale. Con la sentenza n. 52 del 2025, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima quella clausola, eliminando le parole «e non vi è modo di affidare la prole ad altri che al padre» dall’art. 47-quinquies, comma 7, Ord. pen. La declaratoria si fonda sugli artt. 3, 30 e 31, secondo comma, della Costituzione — rispettivamente il principio di uguaglianza, il dovere di mantenimento e istruzione della prole, e la protezione della famiglia e dell’infanzia — in continuità con i principi già affermati nella sentenza n. 219 del 2023.
Perché la vecchia norma era ingiusta: il cuore del ragionamento costituzionale
La Corte Costituzionale, nella sua analisi, ha richiamato anche la precedente sentenza n. 18 del 2020, con cui aveva già esteso la detenzione domiciliare speciale alle madri di figli con handicap grave ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (la Legge-quadro per l’assistenza alle persone con disabilità). Il ragionamento si è poi esteso ai padri nella medesima posizione.
Il punto centrale è questo: i figli del condannato sono soggetti del tutto estranei al reato. Privarli definitivamente della possibilità di una relazione continuativa con l’unico genitore rimasto in vita — e per di più idoneo a prendersi cura di loro — solo perché esiste un ipotetico affidamento a terzi, significa imporre a quei bambini un sacrificio sproporzionato e irragionevole, in contrasto con il principio del superiore interesse del minore riconosciuto dalla Costituzione e dagli obblighi internazionali assunti dall’Italia.
La Corte ha precisato che il superiore interesse del minore non è un valore assoluto e incondizionato: può essere bilanciato con le esigenze dell’esecuzione della pena. Ma quando si tratta di bambini o ragazzi con disabilità grave, che hanno già perso un genitore e l’altro è l’unico in grado di assisterli, quel bilanciamento deve inclinare verso la tutela del legame familiare, non verso la sua recisione in nome di un’alternativa teoricamente disponibile.
Cosa ha deciso la Cassazione nel caso concreto
La Prima Sezione Penale ha rilevato due distinti vizi nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Catania. In primo luogo, il tribunale aveva del tutto omesso di pronunciarsi sull’istanza relativa alle due figlie del ricorrente, entrambe affette da patologie psichiche con deficit cognitivi di media e grave entità: un silenzio assoluto che integra un vizio di omessa motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. In secondo luogo, il diniego relativo al figlio con grave handicap era stato fondato sull’applicazione di una norma che, successivamente, la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale.
Per questi motivi, la Cassazione ha annullato l’ordinanza con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Catania, che dovrà effettuare una valutazione complessiva e individualizzata su tutti e tre i figli.
Un’apertura che non equivale a un automatismo
È importante chiarire che la sentenza non introduce una corsia preferenziale o un diritto automatico alla detenzione domiciliare speciale per tutti i padri detenuti con figli disabili. La Corte Costituzionale ha been chiara: la declaratoria di incostituzionalità non elimina il necessario scrutinio individuale da parte del giudice di sorveglianza.
Il tribunale dovrà verificare concretamente se il genitore presenta un pericolo di recidiva o di fuga; se il ritorno alla convivenza con i figli sia effettivamente nell’interesse dei minori, e non uno strumento per aggirare l’esecuzione della pena; se le esigenze di cura e assistenza siano meglio tutelate dalla convivenza con il padre o dall’affidamento a terzi. Questo giudizio dovrà essere sorretto dall’apporto dei servizi sociali e monitorato nel tempo attraverso i controlli previsti dall’art. 284, comma 4, c.p.p. e dall’art. 47-quinquies, comma 5, Ord. pen.
In altri termini, il giudice non può più rifiutarsi di esaminare la domanda adducendo la semplice esistenza di una famiglia affidataria disponibile. Deve invece valutare caso per caso, bilanciando tutti gli interessi in gioco: quello del minore, quello della difesa sociale, quello dell’esecuzione della pena.
Le implicazioni pratiche: chi può beneficiarne e come
Questa evoluzione giurisprudenziale e costituzionale ha conseguenze concrete per diverse categorie di persone. Per i detenuti che siano padri unici sopravvissuti di figli minorenni o con disabilità, si apre oggi la possibilità di presentare o rinnovare un’istanza di detenzione domiciliare speciale che in passato sarebbe stata rigettata in limine. Per gli avvocati che assistono questi soggetti, diventa cruciale costruire un fascicolo documentale solido: perizie sulle condizioni di salute dei figli, relazioni sui legami familiari, valutazioni sull’idoneità genitoriale, e ogni elemento utile a dimostrare che la convivenza con il padre è nell’effettivo interesse dei minori.
Per i servizi sociali e i tribunali di sorveglianza, la pronuncia impone un approccio più articolato e sensibile alla specificità di ogni nucleo familiare coinvolto, superando automatismi applicativi che la Corte Costituzionale ha definitivamente stigmatizzato.
Conclusione
La sentenza n. R.G.N. 5276/2025 della Prima Sezione Penale della Cassazione è uno dei primi provvedimenti applicativi della storica sentenza costituzionale n. 52 del 2025. Essa segna un cambio di paradigma: il sistema dell’esecuzione penale non può più ignorare i diritti dei figli fragili dei condannati adducendo la mera disponibilità di soluzioni alternative. La famiglia, anche quando ferita dalla detenzione, resta un valore che lo Stato è chiamato a proteggere, nel rispetto degli equilibri costituzionali.
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