Sponsorizzazioni sportive e deducibilità fiscale: quando i costi pubblicitari non reggono al controllo del Fisco

La Cassazione conferma: senza prova concreta di inerenza, le spese di sponsorizzazione non sono deducibili. E il contribuente ne risponde con le spese.

Può un’impresa che commercializza motori e componenti per veicoli dedurre fiscalmente le spese sostenute per sponsorizzare gare automobilistiche e motociclistiche? In linea di principio, sì. Ma a una condizione irrinunciabile: che quei costi siano concretamente inerenti all’attività imprenditoriale. È attorno a questa domanda che si sviluppa l’Ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, n. 3018/2026, depositata l’11 febbraio 2026, che ha rigettato il ricorso di una società dopo un lungo percorso giudiziario culminato in una sconfitta su tutti i fronti.

La vicenda riguarda gli anni d’imposta 2010 e 2011, durante i quali la società aveva dedotto spese pubblicitarie di notevole entità — oltre 210.000 euro per ciascun anno — relative all’acquisto di spazi su vetture e moto da competizione. L’Agenzia delle Entrate aveva contestato quei costi come non inerenti, avviando un accertamento che ha percorso tre gradi di giudizio con esito invariabilmente sfavorevole al contribuente.

Che cos’è l’inerenza e perché è centrale nel diritto tributario

Prima di esaminare come la Corte ha deciso, vale la pena spiegare cosa si intende per “inerenza” nel linguaggio fiscale. L’art. 109, comma 5, del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, d.P.R. n. 917/1986) stabilisce che le spese e gli altri componenti negativi del reddito d’impresa sono deducibili solo se si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito. In termini semplici: un costo è deducibile solo se è collegato all’attività che genera il reddito dell’impresa. La giurisprudenza della Cassazione ha nel tempo affinato questo concetto, precisando che l’inerenza va intesa in senso ampio: non è necessario che il costo produca un ricavo diretto e immediato. Può essere sufficiente anche un collegamento indiretto, potenziale o riferito a una prospettiva futura di sviluppo dell’attività. Tuttavia — e questo è il punto cruciale della sentenza n. 3018/2026 — la valutazione dell’inerenza è qualitativa, non meramente quantitativa, ma ciò non esclude che la sproporzione tra la spesa e l’utilità che ne deriva, rapportata agli altri dati contabili dell’impresa, possa costituire un segnale rilevante del difetto di inerenza. La Corte richiama al riguardo il precedente Cass. Sez. 5 del 07/05/2025, n. 11999, Rv. 675038 – 01.

Le anomalie documentali che hanno fatto la differenza

Nel caso esaminato, le irregolarità emerse in sede di controllo fiscale erano di natura tanto sostanziale quanto formale. Gli accertatori avevano riscontrato, attraverso controlli incrociati sui fornitori esteri coinvolti, firme su contratti attribuibili a soggetti estranei alla società, eventi promozionali in cui il marchio del contribuente risultava di fatto assente, nonché discrepanze tra le fatture emesse e i contratti, questi ultimi modificati più volte nel medesimo periodo. È su questi elementi che entrambi i giudici di merito — la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia con sentenza n. 555/03/2015, e la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna con sentenza n. 296/18 — hanno fondato il proprio giudizio di non inerenza, ritenendo che il contribuente non avesse dimostrato l’esistenza di un reale progetto imprenditoriale di crescita cui ricondurre quelle spese. L’onerosità dei costi sostenuti — sproporzionata rispetto all’utile netto e al fatturato in calo di quegli anni — ha funzionato da ulteriore indice sintomatico del difetto di inerenza, rendendo ancora più pesante il quadro a carico della società ricorrente.

Il doppio errore tecnico del ricorso per cassazione

Dinanzi alla Suprema Corte, il contribuente ha proposto ricorso articolato in due motivi, entrambi dichiarati inammissibili o rigettati. Il primo motivo presentava un vizio strutturale che i processualisti chiamano “motivo misto”: la ricorrente aveva mescolato nella stessa censura la deduzione di un errore di diritto (violazione dell’art. 109, comma 5, TUIR e degli artt. 2697 c.c., 116 e 118 c.p.c.) con la deduzione dell’omesso esame di fatti decisivi ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. La Cassazione ha ribadito con fermezza — richiamando Cass. Sez. 5, 28/04/2025, n. 11152, Rv. 674878 – 01 — che questi due vizi sono ontologicamente incompatibili e non possono essere prospettati congiuntamente in un unico motivo, pena l’inammissibilità. Il giudice di legittimità non può essere chiamato a decifrare e ricostruire autonomamente le censure del ricorrente. L’inammissibilità per vizio di forma è peraltro insanabile: non può essere rimediata con le memorie successive presentate ex art. 380-bis.1 c.p.c., come invece aveva tentato di fare la difesa della società. Questo lo precisa espressamente Cass. Sez. 1, 17/07/2025, n. 19811, Rv. 675237 – 01.

La “doppia conforme” e l’invalicabile confine del sindacato di legittimità

Il secondo motivo di ricorso si scontrava con un ulteriore ostacolo insormontabile: la cosiddetta “doppia conforme”. Quando due giudici di merito, in primo e in secondo grado, convergono sulla stessa soluzione seguendo il medesimo percorso logico-argomentativo, si configura la fattispecie prevista dall’art. 348-ter, commi 4 e 5, c.p.c., che preclude al contribuente di impugnare in Cassazione per vizio di motivazione ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., salvo che dimostri che le due decisioni poggiano su ragioni di fatto diverse. La ricorrente aveva tentato di sostenere che le motivazioni di CTP e CTR fossero parzialmente difformi, ma la Corte ha respinto questa lettura: la “doppia conforme” sussiste anche quando il giudice d’appello aggiunge argomenti ulteriori per rafforzare o precisare la statuizione del primo giudice, purché il nucleo logico-argomentativo resti il medesimo (Cass. Sez. 6, 09/03/2022, n. 7724, Rv. 664193 – 01). E in ogni caso, come ricorda la Corte, la valutazione delle prove spetta in via esclusiva al giudice di merito: in sede di legittimità è consentito solo il controllo formale e giuridico di quell’apprezzamento, non la sua sostituzione con uno diverso (Cass. Sez. 5, 22/11/2023, n. 32505, Rv. 669412 – 01).

Le conseguenze economiche dell’opposizione alla proposta di definizione accelerata

Un ulteriore profilo della sentenza n. 3018/2026 merita di essere segnalato per le sue implicazioni pratiche. Nel 2025 era stata depositata una proposta di definizione accelerata del procedimento, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., che evidenziava l’inammissibilità del ricorso. Il contribuente si era opposto a quella proposta, insistendo per la trattazione in pubblica udienza. La Cassazione, avendo poi deciso nel merito in conformità alla proposta, ha applicato la condanna per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell’art. 96, commi 3 e 4, c.p.c. — richiamando Cass. Sez. U. 13/10/2023, n. 28540 — con condanna al pagamento di 2.800 euro in favore della controparte e di 1.000 euro in favore della Cassa delle ammende, in aggiunta alle spese processuali liquidate in 5.600 euro. La norma configura una vera e propria ipotesi di abuso del processo: chi si oppone a una proposta di inammissibilità e poi vede la propria opposizione disattesa risponde economicamente di quella scelta.

Cosa cambia nella pratica: le implicazioni per le imprese

La sentenza n. 3018/2026 non introduce principi nuovi, ma li consolida e li applica con rigore, mandando un segnale chiaro alle imprese che utilizzano le spese di sponsorizzazione come strumento di marketing deducibile. Non basta produrre fatture e contratti: occorre dimostrare in modo convincente il nesso causale tra quella spesa e l’attività d’impresa, con elementi concreti che attestino un reale beneficio economico o almeno un progetto imprenditoriale plausibile e documentato. Elementi come la sproporzione tra la spesa e il fatturato dell’impresa, l’assenza del marchio aziendale negli eventi sponsorizzati, le irregolarità nella documentazione contrattuale e l’impiego di soggetti estranei alla società possono convergere in un quadro che il Fisco e poi i giudici possono interpretare come segnale di operazioni non genuine. Sul piano processuale, la pronuncia ricorda che i motivi di ricorso per cassazione devono essere formulati con precisione chirurgica: un motivo “misto” è inammissibile, e l’inammissibilità non è emendabile. Infine, opporsi a una proposta di definizione accelerata che poi viene confermata espone a conseguenze economiche significative, che si aggiungono alle ordinarie spese di soccombenza.

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