La Corte Suprema conferma che i costi di sponsorizzazione per gare di Formula 2 vanno qualificati come spese pubblicitarie e sono integralmente deducibili dal reddito d’impresa, purché risultino inerenti all’attività aziendale.
Una società aveva sostenuto costi di sponsorizzazione per automobili partecipanti a gare di Formula 2, esponendo il proprio nome e marchio sulla carrozzeria dei veicoli. L’Agenzia delle Entrate, in sede di accertamento per l’anno d’imposta 2013, aveva contestato la qualificazione giuridica di tali spese, ritenendo che esse non potessero essere ricondotte alla categoria delle spese di pubblicità — integralmente deducibili — bensì a quella delle spese di rappresentanza, soggette ai limiti di deducibilità previsti dall’art. 108, comma 2, del TUIR. Questa riqualificazione comportava, in concreto, il disconoscimento parziale dei costi dichiarati dalla contribuente.
La Commissione tributaria provinciale e poi quella regionale avevano entrambe dato ragione alla società. L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso per cassazione, che la Corte Suprema ha definitivamente rigettato con l’ordinanza n. 8124/2026.

La distinzione tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza
Prima di esaminare la soluzione adottata dalla Corte, è utile chiarire la differenza tra le due categorie di costo, che è al centro dell’intera vicenda. Le spese di pubblicità sono quelle sostenute per promuovere direttamente prodotti, marchi o servizi dell’impresa, con l’obiettivo di incrementare i ricavi attraverso una maggiore visibilità commerciale. Esse sono integralmente deducibili dal reddito d’impresa, senza limitazioni di importo, purché siano inerenti all’attività svolta. Le spese di rappresentanza, invece, sono quelle finalizzate ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa in via mediata, senza un diretto collegamento con la promozione di specifici prodotti o servizi. Per queste ultime, l’art. 108, comma 2, TUIR prevede una deducibilità limitata, vincolata al rispetto di determinati parametri quantitativi commisurati ai ricavi. Che una spesa ricada nell’una o nell’altra categoria non è dunque una questione di forma, ma produce effetti fiscali concreti e rilevanti.
L’orientamento della Cassazione: inerenza qualitativa e non quantitativa
La Corte di Cassazione, nella sua ordinanza, ha colto l’occasione per fare ordine nel panorama giurisprudenziale in materia, richiamando e componendo una serie di pronunce precedenti che avevano contribuito a definire il concetto di inerenza applicabile ai costi di sponsorizzazione. Il dato più significativo emerso dalla motivazione è il seguente: l’inerenza dei costi di sponsorizzazione all’attività d’impresa va intesa in senso qualitativo, come potenziale e indiretto beneficio per l’attività imprenditoriale, e non in senso meramente quantitativo, come utilità concreta o incremento misurabile dei ricavi. Ciò significa che non è necessario dimostrare un ritorno economico immediato e preciso dalla sponsorizzazione; è sufficiente che la spesa risulti collegata, anche in via indiretta o prospettica, all’attività svolta dall’impresa.
La Corte ha poi affrontato un passaggio argomentativo particolarmente rilevante: chi sponsorizza una squadra o una società sportiva lo fa, nell’uso comune, nell’intento di pubblicizzare il proprio marchio affinché possa essere meglio conosciuto, creando i presupposti per penetrare sul mercato con ricadute — immediate o mediate — sui ricavi. In questa prospettiva, il nodo interpretativo non è la qualificazione della spesa come di rappresentanza o di pubblicità, ma semmai il problema dell’inerenza. Le sponsorizzazioni, quindi, rientrano per loro natura nella categoria delle spese pubblicitarie, non in quella di rappresentanza: tra le due vi è, come precisa l’ordinanza, una diversità ontologica.
Il caso concreto: la coerenza tra la posizione dell’Agenzia e la decisione della Corte
Un elemento di particolare rilievo nella motivazione è il seguente: la stessa Agenzia delle Entrate, nel ricorso per cassazione, aveva definito il contratto stipulato dalla contribuente con il team automobilistico come “contratto pubblicitario”. Questa qualificazione, proveniente direttamente dalla parte ricorrente, ha reso evidente alla Corte che la vera questione in gioco non era la natura della spesa, ma la sua adeguatezza rispetto al ritorno commerciale atteso, ossia un problema di inerenza e proporzionalità. L’ufficio finanziario aveva sostanzialmente riqualificato i costi come spese di rappresentanza per contestarne l’eccessiva onerosità, senza però fornire la prova della macroscopica antieconomicità della spesa, che la giurisprudenza individua come unico presupposto per disconoscere l’inerenza. In assenza di tale prova, la riqualificazione operata dall’Agenzia è risultata infondata.
Cosa cambia nella pratica per le imprese che sponsorizzano eventi sportivi
La pronuncia in commento offre indicazioni operative chiare per le imprese che utilizzano le sponsorizzazioni sportive come strumento di comunicazione commerciale. In primo luogo, i costi sostenuti per la sponsorizzazione di eventi o competizioni sportive, accompagnati dall’esposizione del marchio aziendale, devono essere ricondotti alle spese di pubblicità e sono integralmente deducibili, senza i limiti quantitativi previsti per le spese di rappresentanza. In secondo luogo, non è richiesto all’imprenditore di dimostrare un incremento diretto dei ricavi riconducibile alla sponsorizzazione: è sufficiente che il collegamento con l’attività svolta sia plausibile anche in via indiretta o futura. In terzo luogo, l’impresa non è tenuta a giustificare analiticamente i criteri di quantificazione del corrispettivo della sponsorizzazione, purché l’importo resti nell’ambito della ragionevolezza e non emerga una macroscopica antieconomicità della spesa, che è onere dell’Amministrazione finanziaria dimostrare. Diverso e distinto è invece il regime delle sponsorizzazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche ai sensi dell’art. 90, comma 8, della L. 289/2002: in quel caso opera una presunzione legale assoluta di natura pubblicitaria della spesa, a condizione che siano rispettate specifiche condizioni di legge, tra cui il limite quantitativo di spesa e l’effettivo svolgimento di attività promozionale da parte del soggetto sponsorizzato.
Conclusione
L’ordinanza n. 8124/2026 della Sezione Tributaria della Cassazione consolida un indirizzo interpretativo favorevole alle imprese che investono in sponsorizzazioni sportive, chiarendo che tali spese appartengono strutturalmente alla categoria della pubblicità e non della rappresentanza. Il vero confine fiscalmente rilevante non sta nella scelta tra le due qualificazioni, ma nel giudizio di inerenza, che deve essere condotto in senso qualitativo e non meramente quantitativo. Per le aziende, questo significa che le sponsorizzazioni sportive — opportunamente documentate e collegate all’attività imprenditoriale — possono essere gestite e dedotte in modo pieno ed efficace. Il nostro studio è a disposizione per valutare la corretta qualificazione fiscale delle spese di comunicazione e sponsorizzazione della vostra impresa.

