Distanze tra edifici: nessuna deroga alla regola dei 10 metri anche con convenzione privata

La Cassazione ribadisce l’inderogabilità assoluta dell’art. 9 del DM 1444/1968 anche in caso di sopraelevazione in aderenza a parete finestrata Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha riacceso i riflettori su una questione che interessa molti proprietari immobiliari: fino a che punto è possibile derogare alle distanze minime tra edifici quando si realizza una sopraelevazione? La risposta del giudice di legittimità è stata netta e inequivocabile, confermando principi consolidati ma spesso sottovalutati nella pratica edilizia. La vicenda trae origine da una controversia tra vicini di casa in provincia di Brescia. Un proprietario aveva deciso di sopraelevare il proprio fabbricato per circa sette metri, realizzando la nuova porzione in aderenza all’edificio confinante. Il problema è sorto quando si è scoperto che la parete dell’immobile vicino, quella verso cui la sopraelevazione era stata costruita, presentava tre finestre. Il vicino si è opposto, lamentando la violazione delle distanze minime previste dalla legge. La questione giuridica al centro della controversia riguarda l’applicazione dell’articolo 9 del decreto ministeriale n. 1444 del 1968, norma fondamentale in materia urbanistica che stabilisce le distanze minime tra fabbricati nei centri abitati. Questa disposizione prevede che, quando almeno una delle pareti fronteggiantesi sia finestrata, debba essere rispettata una distanza minima di dieci metri tra gli edifici. La ratio della norma è chiara: tutelare l’interesse pubblico-sanitario, garantendo una sufficiente intercapedine tra le costruzioni per assicurare condizioni di salubrità, illuminazione e aerazione degli ambienti. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 33145/2025 pubblicata il 18 dicembre 2025, ha confermato quanto già stabilito dai giudici di merito, respingendo integralmente il ricorso proposto dai proprietari dell’immobile sopraelevato. La Suprema Corte ha ribadito tre principi fondamentali che meritano particolare attenzione. Il primo principio riguarda il criterio di calcolo delle distanze quando è presente una parete finestrata. La Corte ha chiarito che non è possibile distinguere, sulla stessa parete, una porzione finestrata da una porzione priva di finestre. Sono infatti le pareti, non le singole finestre, a costituire il dato di riferimento per il calcolo della distanza. La conseguenza pratica è che, se una parete presenta anche una sola finestra, l’intera parete deve considerarsi finestrata agli effetti della normativa sulle distanze. Il rispetto della distanza minima di dieci metri è quindi dovuto anche per quei tratti di parete che risultano privi di aperture. Questo orientamento, consolidato nella giurisprudenza di legittimità attraverso numerose pronunce (tra cui le sentenze n. 13547/2011, n. 3739/2018, n. 12129/2018, n. 24471/2019 e n. 11048/2022), impedisce ai proprietari di aggirare la norma costruendo in aderenza alle porzioni cieche di pareti che, nel loro complesso, presentano finestre. Il secondo principio concerne l’inderogabilità dell’articolo 9 del DM 1444/1968 da parte dei regolamenti edilizi comunali. Le Norme Tecniche di Attuazione del Comune di Sarezzo prevedevano disposizioni specifiche per le sopraelevazioni e per la costruzione in aderenza, che i ricorrenti ritenevano applicabili al loro caso. Tuttavia, la Cassazione ha confermato che le norme comunali non possono in alcun modo derogare ai limiti minimi fissati dal decreto ministeriale del 1968. Questo significa che anche quando un regolamento locale sembri consentire una costruzione in aderenza o una sopraelevazione con distanze inferiori, tale disposizione deve sempre essere letta in combinazione con i vincoli inderogabili stabiliti dalla normativa statale. Nel caso specifico, la norma comunale che disciplinava le sopraelevazioni richiedeva espressamente il rispetto della distanza minima tra pareti con vedute, confermando la piena applicabilità dell’articolo 9 del decreto ministeriale. Il terzo principio, forse il più rilevante per le sue implicazioni pratiche, riguarda l’impossibilità di derogare alle distanze minime attraverso accordi privati. I proprietari dell’immobile sopraelevato avevano sostenuto l’esistenza di una convenzione stipulata per atto pubblico e regolarmente trascritta, che avrebbe consentito la costruzione in aderenza. La Corte ha ribadito con estrema chiarezza che l’articolo 9 del DM 1444/1968 costituisce una norma imperativa, sottratta alla disponibilità delle parti. Non è quindi possibile, nell’ambito dell’autonomia privata, prevedere validamente una distanza inferiore ai dieci metri tra pareti fronteggiantesi quando almeno una di esse presenti finestre. La valutazione sul determinarsi di intercapedini dannose o pericolose è stata infatti effettuata preventivamente e inderogabilmente dal legislatore, e non può essere rimessa alla volontà dei singoli proprietari. La Cassazione ha inoltre precisato che la sopraelevazione deve essere qualificata come nuova costruzione agli effetti della disciplina sulle distanze. Questa qualificazione comporta l’applicazione integrale delle norme urbanistiche vigenti al momento della realizzazione dell’intervento, senza possibilità di invocare situazioni preesistenti o diritti acquisiti. Le implicazioni pratiche di questa pronuncia sono significative per diverse categorie di soggetti. I proprietari che intendono realizzare sopraelevazioni devono essere consapevoli che, qualora la parete dell’edificio confinante presenti anche una sola finestra, sarà necessario rispettare la distanza minima di dieci metri. Non è sufficiente verificare che la porzione di parete direttamente prospiciente sia cieca: occorre considerare l’intera parete nel suo complesso. Eventuali convenzioni private che prevedano distanze inferiori non avranno alcuna efficacia e non potranno essere opposte al vicino che richieda il rispetto delle distanze legali. Per i Comuni, la sentenza conferma l’impossibilità di prevedere, nei propri strumenti urbanistici, deroghe alle distanze minime stabilite dall’articolo 9 del DM 1444/1968. Le norme tecniche di attuazione dei piani regolatori devono quindi essere interpretate e applicate nel rispetto dei vincoli inderogabili della normativa statale. Per i professionisti tecnici che predispongono progetti edilizi, la pronuncia costituisce un richiamo importante alla necessità di verificare attentamente, prima di depositare qualsiasi pratica edilizia, che le distanze rispettino integralmente i limiti di legge. La presenza di convenzioni private favorevoli o di interpretazioni estensive delle norme comunali non può giustificare il rilascio di titoli abilitativi in contrasto con la normativa statale. Per chi ha già realizzato opere in violazione delle distanze minime, la sentenza conferma la possibilità per il vicino di ottenere la riduzione in pristino dell’opera abusiva, con obbligo di arretramento fino al rispetto della distanza legale di dieci metri. Si tratta di un rimedio particolarmente gravoso per il proprietario che ha costruito in violazione delle norme, con conseguenze economiche potenzialmente molto rilevanti. La pronuncia della Cassazione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale assolutamente consolidato, che da decenni afferma la natura cogente e
Responsabilità sanitaria: quando il comportamento del paziente interrompe il nesso causale

La Cassazione chiarisce che l’omessa diagnosi del Pronto Soccorso non determina automaticamente il diritto al risarcimento se il paziente non segue le prescrizioni ricevute Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (Sez. III Civile, n. 33160/2025) offre importanti spunti di riflessione sul delicato equilibrio tra responsabilità sanitaria e comportamento del paziente. La vicenda, che ha avuto origine da un accesso al Pronto Soccorso nel 2008, ci ricorda che anche in presenza di un errore medico, il diritto al risarcimento non è automatico quando il danneggiato stesso contribuisce con la propria condotta alla verificazione del danno. Il caso: una lesione non diagnosticata Una paziente si era recata al Pronto Soccorso dopo essere stata vittima di un’aggressione, lamentando dolori al ginocchio e alla mano sinistra. I sanitari, dopo aver effettuato una radiografia, avevano diagnosticato un semplice trauma, prescrivendo una prognosi di cinque giorni e raccomandando alla paziente di sottoporsi a visita specialistica ortopedica qualora il dolore fosse persistito. Nei giorni successivi, la paziente aveva continuato ad avvertire difficoltà nel movimento del quinto dito della mano sinistra, ma si era limitata a consultare il proprio medico di famiglia. Solo dopo oltre quaranta giorni dalle dimissioni dal Pronto Soccorso aveva finalmente effettuato la visita ortopedica prescritta, che aveva rivelato una lesione sottocutanea dei tendini flessori. Un intervento chirurgico tardivo aveva consentito solo un parziale recupero della funzionalità, residuando un danno biologico permanente del tre per cento. La questione giuridica: chi ha causato il danno permanente? Il cuore della controversia ruotava attorno a una domanda apparentemente semplice ma giuridicamente complessa: la responsabilità per il danno permanente era da attribuire ai sanitari del Pronto Soccorso, che non avevano diagnosticato tempestivamente la lesione tendinea, oppure alla stessa paziente, che aveva atteso oltre quaranta giorni prima di effettuare la visita specialistica prescritta? La consulenza tecnica d’ufficio aveva accertato che una diagnosi immediata della lesione tendinea avrebbe permesso un intervento tempestivo, evitando le conseguenze permanenti poi verificatesi. Questo dato sembrava orientare verso la responsabilità dei sanitari. Tuttavia, la Corte ha dovuto confrontarsi con un principio fondamentale del diritto della responsabilità civile: il nesso di causalità tra condotta e danno. Il quadro normativo di riferimento L’articolo 1223 del codice civile stabilisce che il risarcimento del danno comprende sia la perdita subita che il mancato guadagno, purché siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento. Ma è l’articolo 1227 del codice civile a fornire la chiave di lettura della sentenza: questa norma prevede che il risarcimento non sia dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza. In altri termini, anche quando esiste un inadempimento del debitore (nel nostro caso, l’omessa diagnosi da parte dei sanitari), se il danneggiato con la propria condotta colposa contribuisce a determinare o aggravare il danno, la responsabilità viene ripartita in base al grado di incidenza causale di ciascuna condotta. Nei casi più estremi, se la condotta del danneggiato assume efficacia causale esclusiva, il diritto al risarcimento viene meno completamente. La soluzione della Cassazione: causa sopravvenuta esclusiva La Suprema Corte ha confermato le decisioni dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso della paziente. Il ragionamento della Corte si articola su due pilastri fondamentali. In primo luogo, i giudici hanno sottolineato che i sanitari del Pronto Soccorso, pur non diagnosticando la lesione tendinea, avevano comunque prescritto alla paziente di sottoporsi a visita ortopedica specialistica in caso di persistenza della sintomatologia dolorosa. Questa prescrizione costituiva un’indicazione chiara e specifica, idonea a garantire un tempestivo approfondimento diagnostico. In secondo luogo, e questo è il punto cruciale, la Corte ha ritenuto che il comportamento omissivo della paziente (che aveva atteso oltre quaranta giorni prima di effettuare la visita prescritta, nonostante la persistenza dei sintomi) si fosse configurato come causa sopravvenuta esclusiva del danno permanente. In sostanza, quel ritardo aveva “tolto ogni efficienza causale” all’iniziale omissione diagnostica dei sanitari, ponendosi come l’unico vero fattore determinante del pregiudizio irreversibile. I principi affermati e il loro significato pratico La sentenza ribadisce un principio cardine della responsabilità civile: l’obbligo di diligenza del danneggiato nella gestione della propria sfera giuridica. Questo principio opera in tutti i settori della responsabilità civile, ma assume particolare rilevanza in ambito sanitario, dove la collaborazione tra medico e paziente è essenziale per il buon esito delle cure. La Corte chiarisce che la valutazione sulla reciproca efficienza causale dei diversi comportamenti costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito. Ciò significa che in ogni caso concreto sarà necessario verificare se e in quale misura la condotta del paziente abbia concorso a determinare il danno, tenendo conto di tutte le circostanze specifiche: la chiarezza delle prescrizioni ricevute, la gravità dei sintomi, il tempo trascorso, le eventuali giustificazioni del ritardo. Implicazioni pratiche: cosa significa questa sentenza per i pazienti Questa pronuncia contiene insegnamenti importanti per tutti coloro che si trovano a dover gestire una vicenda di malasanità. Innanzitutto, è fondamentale seguire scrupolosamente le indicazioni ricevute dai sanitari, soprattutto quando viene prescritta una visita specialistica o un controllo successivo. Il mancato rispetto di queste prescrizioni può compromettere gravemente il diritto al risarcimento, anche in presenza di errori medici iniziali. In secondo luogo, è essenziale documentare tutti i passaggi della vicenda: le visite effettuate, i sintomi persistenti, eventuali difficoltà incontrate nell’accesso alle cure specialistiche. Questi elementi possono rivelarsi decisivi per dimostrare che il ritardo non è imputabile al paziente ma a fattori esterni (liste d’attesa, difficoltà di accesso al servizio sanitario, indicazioni poco chiare). La sentenza ci ricorda inoltre che la responsabilità sanitaria non si limita all’aspetto diagnostico e terapeutico in senso stretto, ma comprende anche l’obbligo di fornire al paziente tutte le informazioni e le indicazioni necessarie per gestire correttamente il proprio percorso di cura. Una prescrizione chiara e motivata può fare la differenza tra una condotta medica diligente e un inadempimento. Implicazioni per le strutture sanitarie Dal punto di vista delle strutture sanitarie e dei professionisti, la pronuncia sottolinea l’importanza della corretta documentazione delle prescrizioni e delle indicazioni fornite al paziente. Nel caso specifico, è stata proprio la prescrizione di visita ortopedica “in caso di persistenza del
L’AVVENTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: SOSTITUIRÀ PRIMA GLI AVVOCATI O I GIUDICI?

Una riflessione sulle trasformazioni in corso nel mondo del diritto I. LA DOMANDA CHE INQUIETA LE PROFESSIONI LEGALI Il 14 marzo 2025, il Tribunale di Firenze è stato teatro di un episodio che potrebbe segnare una svolta nel rapporto tra intelligenza artificiale e giustizia in Italia. Un avvocato aveva depositato una memoria citando sentenze della Cassazione che, si è poi scoperto, non esistevano affatto. Le «decisioni» erano state generate da ChatGPT e utilizzate senza alcuna verifica. I giudici del Tribunale di Firenze, Sezione Imprese, nelle motivazioni dell’ordinanza parlarono di «allucinazioni giurisprudenziali». Il caso fece clamore, ma rappresentava solo la punta dell’iceberg di una trasformazione già in corso. La domanda che oggi attraversa gli uffici giudiziari e gli studi legali è tanto semplice quanto inquietante: l’intelligenza artificiale sostituirà prima gli avvocati o i giudici? Per rispondere, dobbiamo andare oltre le paure e le suggestioni, analizzando con rigore scientifico cosa l’IA sa realmente fare oggi, come si stanno evolvendo le due professioni e quali sono i fattori strutturali che determineranno il ritmo del cambiamento. I dati parlano chiaro: secondo lo studio Censis-Confcooperative del 2024, nei prossimi dieci anni 15 milioni di lavoratori italiani saranno esposti all’impatto dell’intelligenza artificiale, di cui 6 milioni a rischio sostituzione. Tra le professioni considerate «ad alta complementarità» con l’IA figurano proprio avvocati e magistrati, insieme a notai ed esperti legali. Ma il concetto di «complementarità» merita un’analisi più approfondita: significa trasformazione, non eliminazione. Intanto, già oggi esistono sistemi di risoluzione automatizzata delle controversie che gestiscono milioni di casi: eBay risolve 60 milioni di dispute all’anno, il 90% delle quali viene gestito automaticamente senza alcun intervento umano. Questa realtà, spesso ignorata nel dibattito italiano, ci offre una finestra concreta sul futuro della giustizia digitale – e sulle sue condizioni di possibilità. II. IL NUOVO QUADRO NORMATIVO: LE REGOLE DEL GIOCO SONO CAMBIATE L’AI Act europeo e la sua implementazione Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act, UE 2024/1689), entrato in vigore nell’agosto 2024, ha stabilito un principio cardine: l’IA potrà rappresentare un prezioso strumento di supporto per il lavoro dei magistrati, facilitando la ricerca di precedenti giurisprudenziali, la gestione dei procedimenti o la redazione di atti, ma l’essenza stessa della funzione giurisdizionale dovrà sempre restare nelle mani dei giudici. La timeline di implementazione si è ormai definita: dal febbraio 2025 sono in vigore i divieti per le pratiche a rischio inaccettabile, inclusa la «giustizia predittiva penalmente rilevante»; dall’agosto 2025 operano le norme sui modelli di IA per finalità generali; dall’agosto 2026 entreranno in vigore le regole per i sistemi «ad alto rischio», categoria nella quale l’Allegato III, punto 8, include espressamente i sistemi «destinati a essere usati da un’autorità giudiziaria o per suo conto per assistere un’autorità giudiziaria nella ricerca e nell’interpretazione dei fatti e del diritto». Il 10 luglio 2025 la Commissione europea ha pubblicato la versione finale del General-Purpose AI Code of Practice, strumento di soft regulation che accompagnerà l’industria verso la conformità. La Legge italiana n. 132/2025: un primato europeo Il 25 settembre 2025, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Legge n. 132/2025 (in vigore dal 10 ottobre), l’Italia è diventata il primo Paese europeo a dotarsi di una legge quadro nazionale in materia di intelligenza artificiale, affiancandosi all’AI Act con una disciplina che ne specifica l’applicazione all’ordinamento interno. Il legislatore italiano ha adottato un approccio dichiaratamente «antropocentrico», enunciando principi quali la centralità della persona umana, la trasparenza e spiegabilità dei sistemi, la non discriminazione, la protezione dei dati personali e la responsabilità degli operatori. Due articoli definiscono il perimetro per le professioni legali: L’articolo 13 disciplina le professioni intellettuali, stabilendo che l’utilizzo di sistemi di IA è consentito «esclusivamente per attività strumentali e di supporto», con «prevalenza del lavoro intellettuale» oggetto della prestazione. Soprattutto, introduce un obbligo di informativa preventiva al cliente circa l’eventuale utilizzo di tali sistemi, specificandone finalità e modalità. Si configura così un nuovo standard deontologico: la «disclosure tecnologica» entra a pieno titolo nel dovere di lealtà e correttezza professionale. L’articolo 15 disciplina l’attività giudiziaria con un principio netto: è «sempre riservata al magistrato la decisione sulla interpretazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sulla adozione di ogni provvedimento». Il Ministero della Giustizia disciplina gli impieghi dei sistemi di IA per l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario, autorizzando sperimentazione e impiego negli uffici giudiziari previa consultazione di AGID e ACN. È significativo che l’articolo 17 attribuisca al Tribunale (escluso il Giudice di Pace) la competenza esclusiva sulle cause riguardanti il funzionamento di sistemi di IA: si prospetta la nascita di un contenzioso specializzato in materia di algoritmi, nuovo terreno professionale per gli avvocati. III. LA DELIBERA DEL CSM: LA MAGISTRATURA TRACCIA I PROPRI CONFINI L’8 ottobre 2025, a soli due giorni dall’entrata in vigore della L. 132/2025, il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato le «Raccomandazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’amministrazione della giustizia», primo quadro organico di riferimento per i magistrati italiani. La delibera merita un’analisi attenta, perché rivela la postura culturale con cui la magistratura italiana affronta la sfida dell’automazione. Divieti espliciti e utilizzi ammessi Il CSM vieta espressamente l’uso di ChatGPT, Copilot, Gemini e sistemi generativi simili per scrivere sentenze o motivazioni. Vieta l’uso di sistemi di IA non autorizzati nell’attività giudiziaria in senso stretto. Vieta la «giustizia predittiva» nel senso di decisioni automatizzate. Sono invece ammessi, nella fase transitoria, alcuni utilizzi in ambiente protetto e tracciato: consultazione di banche dati giurisprudenziali e dottrinali, costruzione di stringhe di ricerca complesse, sintesi di provvedimenti per classificazione e archiviazione, redazione di report statistici, bozze di relazioni o pareri su incarichi direzionali. Le proposte operative Il CSM propone: la creazione di un registro nazionale delle applicazioni IA certificate; percorsi formativi obbligatori per i magistrati in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura; tavoli tecnici congiunti con il Ministero della Giustizia; un piano strategico per l’introduzione dell’IA in giustizia entro il 2026; un sistema IA interno al «dominio giustizia», basato su infrastrutture pubbliche. Una tensione istituzionale latente La delibera segnala una criticità significativa: il mancato coinvolgimento del
Dividendi internazionali: quando la holding danese è davvero “beneficiario effettivo”?

La Cassazione chiarisce i criteri per verificare chi sia il reale destinatario dei dividendi nelle operazioni transfrontaliere Quando una società italiana distribuisce dividendi a una controllante estera, quale aliquota di ritenuta alla fonte deve applicare? E soprattutto: quale Convenzione contro le doppie imposizioni si applica quando la società madre europea è a sua volta controllata da una capogruppo extra-UE? La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 32149/2025 pubblicata il 10 dicembre 2025, ha fornito importanti chiarimenti sul concetto di “beneficiario effettivo” dei dividendi, cassando una sentenza che aveva trascurato di applicare correttamente i test sostanziali previsti dalla giurisprudenza comunitaria. Il caso concreto e la questione giuridica La vicenda riguarda una società italiana che nel 2008 ha corrisposto dividendi alla propria controllante danese, la quale era a sua volta partecipata da una capogruppo statunitense. L’Agenzia delle Entrate ha contestato alla società distributrice l’omessa applicazione della ritenuta alla fonte del 27% sui dividendi erogati, sostenendo che si fosse trattato di un utilizzo abusivo (il cosiddetto “treaty shopping”) della Convenzione bilaterale Italia-Danimarca contro le doppie imposizioni. Secondo l’Amministrazione finanziaria, la holding danese avrebbe costituito uno schermo fittizio dietro il quale si celava la vera beneficiaria dei dividendi, da individuare nella capogruppo americana. La società italiana si era difesa sostenendo di aver correttamente applicato l’art. 10, paragrafo 2, lettera a), della Convenzione Italia-Danimarca del 5 maggio 1999, che prevede un’aliquota dello 0% quando la società madre detenga almeno il 25% del capitale della società figlia per un periodo di dodici mesi anteriore alla distribuzione. La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto le ragioni della contribuente, annullando l’avviso di accertamento. In appello, però, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio aveva ribaltato la decisione, applicando invece la Convenzione Italia-USA del 25 agosto 1999 e rideterminando la ritenuta al 5%. Secondo i giudici d’appello, dagli atti emergeva che la direzione e il controllo sulle operazioni di distribuzione dei dividendi provenivano dalla società americana, mentre la struttura operativa della società danese era “sostanzialmente inesistente”. La soluzione della Cassazione: i tre test del beneficiario effettivo La Suprema Corte ha accolto il ricorso della società italiana, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa a un nuovo esame. Il punto centrale della decisione riguarda la corretta individuazione del “beneficiario effettivo” dei dividendi, concetto fondamentale per determinare quale regime fiscale applicare. La Corte richiama innanzitutto il quadro normativo di riferimento. L’art. 27-bis del DPR n. 600 del 1973, che attua la direttiva comunitaria “madre-figlia”, prevede l’esenzione dalla ritenuta sui dividendi distribuiti da società figlie a società madri comunitarie, anche quando queste ultime sono controllate da società extra-UE. Tuttavia, questa esenzione può essere negata se la partecipazione è detenuta allo scopo esclusivo o principale di beneficiare indebitamente del regime fiscale agevolato. Per verificare se un soggetto sia il reale beneficiario effettivo dei dividendi, la giurisprudenza comunitaria e di legittimità ha elaborato tre test autonomi e disgiunti, denominati dalla dottrina: Il “substantive business activity test” verifica se la società percipiente svolga un’attività economica effettiva o sia una costruzione di puro artificio. Questo test esamina se esista una struttura operativa reale, con dipendenti, locali, mezzi aziendali, oppure se si tratti di una mera scatola vuota. Il “dominion test” rappresenta il cuore dell’indagine e valuta se la società percipiente possa disporre liberamente delle somme ricevute a titolo di dividendi o sia tenuta a rimetterle a un soggetto terzo. In altre parole, si analizza se la società madre trattenga per sé i dividendi, utilizzandoli per i propri scopi, sì da disporre del diritto di uso e godimento dei flussi reddituali. Il “business purpose test” esamina le ragioni dell’interposizione della società nel flusso reddituale transfrontaliero, per appurare se essa abbia una funzione economica di finanziamento o sia una mera “conduit company” o “société relais”, ossia una società-canale utilizzata artificiosamente per beneficiare di un trattamento fiscale favorevole. L’errore della Commissione Tributaria Regionale La Cassazione ha censurato la sentenza d’appello proprio perché non aveva applicato correttamente questi criteri. I giudici regionali si erano concentrati sui poteri di direzione e controllo esercitati dalla capogruppo americana e sulla sostanziale inesistenza di una struttura operativa della controllata danese, senza però verificare l’elemento decisivo: se quest’ultima trattenesse per sé, in tutto o in parte, i dividendi ricevuti, utilizzandoli per i propri scopi. La Corte sottolinea che tale indagine avrebbe dovuto essere condotta anche esaminando i bilanci prodotti in giudizio dalla contribuente, dei quali viene fatta menzione nella motivazione della sentenza ma che non sono stati analizzati sotto questo profilo. Inoltre, nell’applicare il “substantive business activity test”, la CTR aveva escluso che la società danese esercitasse un’effettiva attività economica a causa della sostanziale inesistenza di una struttura operativa, senza considerare le peculiarità di una holding o sub-holding pura. Questo tipo di società, infatti, non svolge direttamente attività commerciale, ma gestisce le partecipazioni in altre società. Il consolidato orientamento della Cassazione ha chiarito che anche una holding pura può essere riconosciuta come beneficiario effettivo dei dividendi, purché sussistano determinate condizioni. Le implicazioni pratiche per le operazioni transnazionali Questa decisione ha rilevanti conseguenze per tutte le società coinvolte in operazioni di distribuzione di dividendi transfrontaliere, specialmente quando la catena partecipativa coinvolge più giurisdizioni. Per le imprese che distribuiscono dividendi, la sentenza evidenzia l’importanza di una documentazione completa e sostanziale. Non basta che la società madre estera sia formalmente residente in uno Stato UE: occorre dimostrare che essa sia effettivamente il beneficiario dei dividendi percepiti. Questo richiede di conservare e produrre elementi probatori che attestino l’effettivo utilizzo dei flussi finanziari, l’autonomia decisionale della holding, l’esistenza di valide ragioni economiche per la struttura adottata. Per le società holding intermedie, la decisione chiarisce che la mera esistenza di una struttura societaria europea non è sufficiente a garantire l’applicazione del regime agevolato previsto dalle Convenzioni bilaterali. È necessario dimostrare l’esistenza di una sostanza economica reale, anche se compatibile con la natura di holding pura. La certificazione rilasciata dall’autorità fiscale estera sulla residenza e sulla soggettività passiva alle imposte dirette costituisce un elemento rilevante ma non decisivo. Per i consulenti fiscali e i professionisti, l’ordinanza ribadisce l’importanza di strutturare le operazioni
Società estinta e debiti fiscali: quando risponde il socio? I chiarimenti della Cassazione

La Corte chiarisce che nelle società a ristretta base gli utili occulti si presumono distribuiti ai soci, che rispondono dei debiti tributari anche dopo la cancellazione Con l’ordinanza n. 32475/2025 depositata il 12 dicembre 2025, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su una questione cruciale per imprenditori e professionisti: cosa succede ai debiti fiscali di una società quando questa viene estinta e cancellata dal registro delle imprese? I soci possono davvero “chiudere i conti” con il passato aziendale, oppure restano responsabili verso il Fisco? Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda una società a responsabilità limitata a ristretta base societaria, cancellata dal registro delle imprese nel 2008. Anni dopo la cancellazione, nel 2012, l’Agenzia delle Entrate notifica al socio unico un avviso di accertamento con il quale gli contesta la responsabilità solidale per il pagamento delle imposte dovute dalla società per l’anno 2007. L’Ufficio aveva accertato ricavi occulti derivanti dalla vendita di appartamenti a prezzi superiori rispetto a quelli dichiarati. Il quadro normativo: l’articolo 36 del DPR 602/1973 Il fondamento giuridico della pretesa del Fisco si trova nell’art. 36, terzo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973, norma cardine in materia di responsabilità dei soci per i debiti tributari societari. Questa disposizione stabilisce che i soci o associati che hanno ricevuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione denaro o altri beni sociali in assegnazione, o che hanno avuto in assegnazione beni dai liquidatori durante la liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte dovute dalla società, nei limiti del valore dei beni ricevuti. La norma introduce inoltre una presunzione importante: il valore del denaro e dei beni sociali ricevuti si presume proporzionalmente equivalente alla quota di capitale detenuta dal socio, salva la prova contraria. In altre parole, se un socio detiene il 50% del capitale sociale, si presume che abbia ricevuto il 50% dei beni distribuiti, a meno che non dimostri il contrario. L’orientamento consolidato: l’estinzione non cancella i debiti La Cassazione richiama i principi affermati dalle Sezioni Unite nel 2013 (sentenze nn. 6070, 6071 e 6072), secondo cui l’estinzione della società, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, determina un fenomeno di tipo successorio. I rapporti obbligatori facenti capo all’ente non si estinguono – altrimenti verrebbe sacrificato ingiustamente il diritto dei creditori sociali – ma si trasferiscono ai soci, che ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione, o illimitatamente, a seconda del regime giuridico cui erano soggetti quando la società era ancora attiva. Più recentemente, le Sezioni Unite con l’importante sentenza n. 3625 del 12 febbraio 2025 hanno precisato che il presupposto dell’avvenuta riscossione di somme in base al bilancio finale di liquidazione integra, oltre alla misura massima dell’esposizione debitoria personale dei soci, una condizione dell’azione attinente all’interesse ad agire del Fisco. Questo presupposto, se contestato dal socio, deve essere provato dall’Amministrazione finanziaria. Il caso particolare: le società a ristretta base e gli utili occulti Nel caso esaminato, il socio aveva contestato di non aver mai ricevuto beni societari né per assegnazione né in base al bilancio finale di liquidazione, sostenendo quindi che mancasse uno dei presupposti della responsabilità. La Cassazione però ha respinto questa tesi, affermando un principio di diritto di grande rilevanza pratica. Quando si tratta di società a ristretta base societaria – ovvero società con pochi soci, spesso a conduzione familiare – opera una presunzione consolidata nella giurisprudenza di legittimità: il dato oggettivo della ristretta compagine sociale è sufficiente a fondare la presunzione di distribuzione ai soci degli utili accertati in capo alla società ma non reinvestiti né accantonati. Questa presunzione è giustificata dal fatto che, in un contesto a ristretta base societaria, grava sul socio un onere di conoscibilità degli affari che riguardano la società proprio per lo scarso numero di soci facenti parte della compagine. Nel caso di utili occulti – come i maggiori ricavi accertati dall’Agenzia delle Entrate nel caso in esame – non esiste una deliberazione ufficiale di approvazione del bilancio. La Corte ha quindi chiarito che deve ritenersi che la distribuzione di tali utili sia avvenuta nello stesso periodo di imposta in cui sono stati conseguiti, salva la facoltà per il contribuente di offrire prova contraria. Il principio di diritto: la prova semplificata per il Fisco Il principio affermato dalla Cassazione con l’ordinanza n. 32475/2025 può essere così sintetizzato: nelle società a ristretta base, la prova della riscossione di somme ai fini della responsabilità ex art. 36 d.P.R. n. 602 del 1973 può fondarsi sulla presunzione di distribuzione degli utili extracontabili accertati in capo all’ente. La Corte ha inoltre precisato che la questione della limitazione della responsabilità dei soci alle sole somme riscosse in sede di liquidazione non risulta dirimente quando si verta in tema di ricavi occulti, non rilevabili documentalmente, ma che in ragione della ristrettezza della base societaria si presumono distribuiti a favore dei soci. Come ha ribadito la Suprema Corte, l’assenza di evidenza contabile di utili non rende necessarie particolari rilevazioni ai fini della legittimazione dei soci, né ai fini dei requisiti di cui all’art. 36 d.P.R. n. 602 del 1973. In sostanza, quando l’Amministrazione finanziaria accerta ricavi occultati in una società a ristretta base, non ha bisogno di dimostrare con documenti specifici che quei ricavi siano stati materialmente distribuiti ai soci: la distribuzione si presume. Onere della prova e prova contraria È importante sottolineare che questa presunzione non è assoluta ma relativa: spetta al socio l’onere di fornire la prova contraria, dimostrando cioè che in concreto non ha ricevuto somme corrispondenti agli utili occulti accertati. Nel caso esaminato, la Cassazione ha ritenuto che il socio non avesse assolto questo onere probatorio, confermando quindi la legittimità della pretesa fiscale. La Corte ha anche affrontato l’obiezione relativa al presunto divieto di doppia presunzione – secondo cui non sarebbe possibile fondare una presunzione su un’altra presunzione. Su questo punto, la giurisprudenza consolidata ha chiarito che nel sistema processuale non esiste un tale divieto: il fatto noto, accertato in via presuntiva (l’esistenza di maggiori ricavi),
Domanda rigettata e spese processuali: quale scaglione si applica quando l’attore indica “o quella minore ritenuta di giustizia”?

La Cassazione chiarisce come determinare il valore della causa per liquidare le spese a carico del soccombente quando la richiesta contiene una somma specifica con alternativa al ribasso Quando si perde una causa, il giudice condanna il soccombente al pagamento delle spese legali della controparte. Ma come si calcola l’importo? Il parametro fondamentale è il valore della causa, che determina lo “scaglione” di riferimento per la liquidazione degli onorari secondo le tariffe professionali. E qui nascono i problemi: cosa succede quando l’attore chiede una somma determinata ma aggiunge “o quella minore che si riterrà di giustizia”? Quale scaglione va applicato se la domanda viene completamente rigettata? La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31996/2025 pubblicata il 9 dicembre 2025, ha fornito una risposta chiara che risolve un contrasto interpretativo di lunga data. La decisione rappresenta un importante punto di riferimento per avvocati, giudici e tutti coloro che si trovano a gestire le conseguenze economiche della soccombenza processuale. Il caso: un avvocato chiede il risarcimento per lite temeraria La vicenda trae origine da una causa per risarcimento danni da sinistro stradale. Un avvocato, oltre ad assistere il proprio cliente, aveva proposto in proprio una domanda di risarcimento nei confronti della compagnia assicurativa convenuta, invocando l’art. 96 c.p.c. sulla responsabilità processuale aggravata. L’avvocato aveva chiesto la condanna della compagnia al pagamento di “euro 1.000,00 o in quel minor importo meglio ritenuto di giustizia e/o di equità”. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dichiarato inammissibile la domanda dell’avvocato, ritenendolo privo di legittimazione ad agire in proprio. Di conseguenza, l’avvocato era stato condannato alle spese processuali. Ma qui sorgeva il problema: quale scaglione applicare per liquidare le spese a suo carico? Il Tribunale aveva liquidato le spese nell’intero in euro 1.200,00, facendo riferimento allo scaglione da euro 1.100,00 a euro 5.200,00, basandosi sul valore della domanda principale proposta dal cliente (circa 4.600 euro). L’avvocato, tuttavia, sosteneva che si sarebbe dovuto applicare lo scaglione inferiore, quello fino a euro 1.100,00, poiché la sua domanda personale era pari a soli 1.000 euro. Il quadro normativo: come si determina il valore della causa Il sistema processuale italiano prevede regole precise per determinare il valore di una controversia. L’art. 14 c.p.c. stabilisce che “nelle cause relative a somme di danaro o a beni mobili, il valore si determina in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall’attore”. Si tratta del cosiddetto principio del “disputatum”: conta ciò che l’attore domanda, non quanto effettivamente ottiene. Per la liquidazione degli onorari degli avvocati, il d.m. n. 55 del 2014 all’art. 5, comma 1, richiama espressamente le norme del codice di procedura civile. Quindi, per stabilire quanto il soccombente deve pagare alla controparte a titolo di spese legali, bisogna guardare al valore dichiarato nella domanda e applicare lo scaglione tariffario corrispondente. Ma quando la domanda viene formulata con espressioni come “somma X o quella maggiore/minore ritenuta di giustizia”, si apre un problema interpretativo: il valore va considerato determinato o indeterminabile? Il contrasto giurisprudenziale risolto dalle Sezioni Unite Sulla questione si erano formati due orientamenti contrapposti nella giurisprudenza di legittimità. Un primo indirizzo riteneva che quando l’attore chiede una somma specifica ma aggiunge “o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore della causa deve essere considerato indeterminabile. La ratio di questo orientamento era che, ai sensi dell’art. 1367 c.c. applicabile anche agli atti processuali, non si può presumere che tale espressione sia una semplice clausola di stile. Al contrario, si deve ritenere che l’attore abbia voluto indicare solo un valore orientativo, rimettendo la quantificazione effettiva al giudice. In questi casi, secondo tale orientamento (Cass. n. 10984/2021, n. 19455/2018, n. 15306/2018, n. 6053/2013), si applica lo scaglione previsto per le cause di valore indeterminabile. Un secondo orientamento, invece, sosteneva che anche in presenza della formula “somma maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore resta comunque determinato almeno nel suo importo minimo. Secondo questa tesi (Cass. Sez. 3, n. 35966/2023), la somma “eventualmente minore” rappresenta solo una domanda subordinata. La prova di questa interpretazione starebbe nel fatto che, se il giudice condannasse a una somma inferiore a quella espressamente richiesta, l’appello dell’attore per ottenere il maggiore importo sarebbe certamente ammissibile, non potendosi sostenere che l’attore avesse rimesso completamente al giudice la quantificazione. A risolvere il contrasto sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione che, con sentenza n. 20805 del 23 luglio 2025, hanno affermato il seguente principio di diritto: nel caso di integrale rigetto della domanda di condanna al pagamento di una somma determinata di denaro, contenente l’indicazione alternativa del “diverso importo che dovesse risultare dovuto in corso di causa”, la liquidazione delle spese in favore della parte vittoriosa si determina sulla base dello scaglione corrispondente alla somma specificamente indicata dall’attore, qualora lo stesso attribuisca compensi superiori rispetto a quelli previsti per le cause di valore indeterminabile. La soluzione della Cassazione: conta la somma specificamente indicata Applicando il principio fissato dalle Sezioni Unite al caso concreto, la Terza Sezione Civile ha accolto il ricorso dell’avvocato. La Corte ha chiarito che nella fattispecie in esame la situazione era ancora più netta rispetto a quella esaminata dalle Sezioni Unite, perché l’avvocato non aveva chiesto “1.000 euro o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, bensì “1.000 euro o quella minore ritenuta di giustizia”. In altri termini, l’alternativa posta nella domanda riguardava solo un possibile ribasso, non anche un eventuale aumento. Se c’è dunque incertezza, questa riguarda unicamente il limite minimo dell’importo richiesto, mentre il limite massimo resta fermamente determinato in euro 1.000,00. La Cassazione ha evidenziato inoltre un profilo logico-sistematico decisivo: sarebbe contraddittorio liquidare spese di soccombenza commisurandole a un importo (quello della domanda principale del cliente, pari a circa 4.600 euro) per il quale non si era verificata alcuna soccombenza, essendo anzi la parte assistita dall’avvocato risultata vittoriosa. La domanda proposta dall’avvocato in proprio era oggettivamente e soggettivamente distinta da quella proposta nell’interesse del cliente. Si trattava di un credito risarcitorio autonomo, che l’avvocato riteneva (erroneamente, secondo i giudici di merito) di poter richiedere direttamente in quanto anticipatario delle
Separazione e divorzio: quando gli accordi sul mutuo coniugale non sono modificabili

La Cassazione chiarisce la distinzione tra contenuto essenziale dell’accordo di separazione e patti patrimoniali autonomi: l’ordinanza n. 31486/2025 sulla non modificabilità dell’accollo del mutuo La gestione della casa coniugale: uno dei nodi più complessi della separazione. La separazione consensuale rappresenta uno dei momenti più delicati nella vita di una coppia. In questa fase, i coniugi si trovano a regolare non solo gli aspetti personali della loro nuova condizione, ma anche complesse questioni patrimoniali. Tra queste, la gestione della casa coniugale e del mutuo che la grava costituisce spesso uno dei nodi più problematici da sciogliere. La recente ordinanza della Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, n. 31486 del 3 dicembre 2025, offre importanti chiarimenti su quando gli accordi economici assunti in sede di separazione possano o meno essere modificati successivamente, in particolare al momento del divorzio. Il caso esaminato dalla Suprema Corte: accollo del mutuo fino all’estinzione La vicenda esaminata dalla Suprema Corte prende le mosse da una coppia che, in sede di separazione consensuale, aveva concordato che il marito si accollasse il pagamento integrale delle rate residue del mutuo gravante sulla casa coniugale “sino ad estinzione dello stesso”, mentre la moglie avrebbe continuato a vivere nell’immobile insieme alla figlia minore. L’accordo prevedeva inoltre che il coniuge obbligato provvedesse al pagamento delle utenze e delle tasse relative all’abitazione. La richiesta di modifica in sede di divorzio e le decisioni dei giudici di merito Anni dopo, in sede di divorzio, il coniuge onerato ha chiesto di essere liberato da tali obblighi, sostenendo che si trattasse di forme di mantenimento correlate allo stato di separazione e quindi modificabili con la nuova situazione giuridica. Il Tribunale di primo grado aveva accolto parzialmente tale richiesta, revocando l’obbligo di pagare il mutuo e riconoscendo invece un assegno divorzile alla ex moglie. La Corte d’Appello di Bologna ha però riformato la sentenza, distinguendo tra le diverse obbligazioni assunte nell’accordo di separazione. La natura degli accordi patrimoniali: il nodo giuridico della questione La questione giuridica centrale riguarda la natura degli accordi patrimoniali inseriti nella separazione consensuale. Non tutti gli impegni economici assunti dai coniugi in quella sede hanno infatti la stessa natura giuridica e, di conseguenza, non tutti sono modificabili quando la coppia passa dalla separazione al divorzio. Contenuto essenziale e contenuto eventuale della separazione consensuale Come chiarito dalla Cassazione, richiamando un orientamento ormai consolidato, la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare che presenta due livelli di contenuto. Da un lato, vi è il contenuto essenziale, costituito dal consenso reciproco a vivere separati, dall’affidamento dei figli e dall’assegno di mantenimento, ove ne ricorrano i presupposti. Dall’altro lato, vi è un contenuto eventuale, formato da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, ma che trovano solo occasione nella separazione. Le conseguenze pratiche della distinzione: quali accordi sono modificabili La distinzione non è meramente teorica, ma produce conseguenze pratiche decisive. Gli accordi che rientrano nel contenuto essenziale, essendo strettamente correlati allo status di separazione, possono essere modificati sia con ricorso ex art. 710 c.p.c. durante la separazione, sia in sede di divorzio. Al contrario, i patti patrimoniali autonomi, pur essendo stati stipulati in occasione della separazione, restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. e non sono quindi suscettibili di modifica o conferma né in sede di ricorso per la revisione delle condizioni di separazione, né tantomeno in sede di divorzio. La valutazione della Corte d’Appello: utenze modificabili, mutuo no Nel caso esaminato, la Corte d’Appello ha ritenuto che l’obbligo di pagare le utenze e le tasse sulla casa familiare costituisse una forma indiretta di mantenimento, strettamente correlata allo stato di separazione e quindi modificabile in sede di divorzio. Per questa ragione, il giudice di appello ha revocato tale obbligo. Diversa è stata invece la valutazione riguardo all’accollo del mutuo. L’elemento decisivo: la formulazione della clausola contrattuale L’elemento determinante nell’interpretazione dell’accordo è stato individuato nella formulazione specifica della clausola. I coniugi avevano infatti previsto che l’obbligo di pagare le rate residue del mutuo sarebbe durato “sino ad estinzione dello stesso”, e non già “sino alla cessazione dello stato di separazione” o “fino al divorzio”. Questa precisazione temporale ha indotto la Corte a ritenere che le parti avessero voluto regolamentare in via definitiva, fino alla scadenza naturale del mutuo, i relativi obblighi di pagamento, indipendentemente dall’evoluzione del loro status giuridico. Un patto contrattuale autonomo rispetto alla separazione In altre parole, l’aver collegato la durata dell’obbligo all’estinzione del mutuo, e non allo status di coniugi separati, ha portato a qualificare tale pattuizione come un patto contrattuale autonomo rispetto al regime della separazione, che costituiva solo l’occasione per la sua stipulazione. Di conseguenza, tale obbligo non poteva essere modificato in sede di individuazione del regime economico correlato al divorzio. La conferma della Cassazione e i principi di interpretazione contrattuale La Cassazione ha confermato questa interpretazione, respingendo il ricorso del coniuge obbligato. Nel motivare la decisione, la Suprema Corte ha richiamato i principi generali in materia di interpretazione dei contratti, stabiliti dall’art. 1362 c.c. e seguenti. L’interpretazione di un atto negoziale costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità solo nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale o di motivazione inadeguata. I limiti del controllo di legittimità sull’interpretazione dei contratti Per far valere una violazione delle regole interpretative, non è sufficiente proporre una lettura alternativa dell’accordo, anche se questa possa apparire più convincente in astratto. Occorre invece dimostrare che il giudice di merito si sia discostato in modo specifico dai criteri legali di interpretazione, mediante la puntuale indicazione dei canoni asseritamente violati e dei principi in essi contenuti, precisando in quale modo e con quali considerazioni il giudice se ne sia discostato. L’infondatezza delle censure del ricorrente sulla comune intenzione delle parti Nel caso di specie, il ricorrente lamentava una scorretta applicazione del criterio interpretativo principale, quello della ricerca della comune intenzione delle parti. La Corte di legittimità ha però rilevato che l’interpretazione data dalla Corte
Responsabilità disciplinare dell’avvocato: quando il mancato pagamento verso i terzi diventa illecito deontologico

Le Sezioni Unite della Cassazione chiariscono i confini della condotta sanzionabile e l’elemento soggettivo richiesto per l’illecito ex art. 64 del Codice Deontologico Forense Può un avvocato essere sanzionato disciplinarmente per non aver pagato un debito contratto nella sua vita privata? La risposta è sì, se quel debito compromette la dignità della professione e l’affidamento dei terzi. Con l’ordinanza n. 30771/2025, pubblicata il 22 novembre 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno fatto chiarezza su una questione delicata che tocca da vicino la deontologia forense: quando l’inadempimento dell’avvocato a obbligazioni assunte nei confronti di terzi integra un illecito disciplinare. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda trae origine da un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista che aveva commissionato lavori di manutenzione su un proprio natante per un importo di oltre 10.000 euro. Nonostante l’esecuzione dei lavori, l’avvocato non aveva mai corrisposto quanto dovuto all’impresa, costringendo il creditore ad instaurare un procedimento monitorio per ottenere il pagamento. Il Consiglio dell’Ordine territoriale aveva contestato la violazione degli articoli 4, 9 comma 2 e 63 comma 1 del Codice Deontologico Forense, ritenendo che tale condotta avesse arrecato disdoro alla professione. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina Forense aveva applicato una sanzione di quattro mesi di sospensione dall’esercizio della professione. Il Consiglio Nazionale Forense, in sede di gravame, aveva confermato la responsabilità disciplinare ma ridotto la sanzione a due mesi, riconducendo la fattispecie all’articolo 64 del Codice Deontologico, che disciplina specificamente l’obbligo di provvedere all’adempimento di obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. L’avvocato aveva proposto ricorso per cassazione lamentando, tra l’altro, l’involontarietà della propria condotta, adducendo precarie condizioni di salute, l’età avanzata e le vicende legate a un lungo processo penale conclusosi con assoluzione. Aveva inoltre evidenziato di aver avanzato una proposta transattiva per ottenere la rateizzazione del debito e contestato la rilevanza della natura voluttuaria della spesa contratta. Il quadro normativo di riferimento L’articolo 64 del Codice Deontologico Forense stabilisce l’obbligo per l’avvocato di provvedere all’adempimento delle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. Questa disposizione rappresenta un presidio fondamentale per tutelare la dignità e il prestigio della professione forense, evitando che comportamenti irresponsabili in ambito privatistico possano riflettersi negativamente sull’immagine dell’intera categoria. Il codice deontologico non si limita a regolare la condotta professionale stricto sensu, ma si estende anche alla sfera dei rapporti privati dell’avvocato quando questi assumono rilevanza tale da compromettere la fiducia che i cittadini ripongono nella professione legale. Si tratta di un principio consolidato nella giurisprudenza disciplinare, che riconosce come l’avvocato debba essere un modello di correttezza non solo nell’esercizio del mandato professionale, ma anche nei rapporti della vita quotidiana. L’articolo 21 del medesimo Codice Deontologico, richiamato dalle Sezioni Unite, attribuisce agli organi disciplinari il potere di applicare sanzioni adeguate e proporzionate alla violazione commessa, valutando il comportamento complessivo dell’incolpato. La sanzione deve essere commisurata alla gravità del fatto, al grado della colpa, all’eventuale sussistenza del dolo e alla sua intensità, nonché al comportamento dell’incolpato precedente e successivo al fatto, tenuto conto delle circostanze soggettive e oggettive nelle quali è avvenuta la violazione. Il principio affermato dalle Sezioni Unite Le Sezioni Unite hanno respinto il ricorso, affermando un principio di grande rilevanza pratica: affinché sia integrato l’illecito disciplinare di cui all’articolo 64 del Codice Deontologico Forense, non è necessario che l’avvocato abbia la coscienza dell’antigiuridicità della propria condotta. È sufficiente che il comportamento sia volontariamente posto in essere. In altri termini, l’elemento soggettivo richiesto per configurare l’illecito si concretizza nella coscienza e volontarietà dell’azione o dell’omissione, ma non richiede anche la consapevolezza che tale comportamento integri una violazione deontologica sanzionabile. L’avvocato che non paga un debito, dunque, non può difendersi sostenendo di non sapere che tale inadempimento potesse costituire un illecito disciplinare: è sufficiente che abbia volontariamente scelto di non adempiere. La Suprema Corte ha tuttavia precisato che può venire in rilievo un’assoluta impossibilità della prestazione derivante da causa obiettiva estranea alla volontà dell’avvocato, quale il caso fortuito o la forza maggiore. In presenza di tali circostanze eccezionali, l’elemento soggettivo dell’illecito potrebbe essere escluso o attenuato. Tuttavia, nel caso di specie, il Consiglio Nazionale Forense aveva accertato che l’obbligazione era stata contratta quando i problemi di salute dell’avvocato erano già parzialmente presenti, che aveva avuto ad oggetto spese per un bene voluttuario e che non emergeva alcuna causa di forza maggiore idonea a escludere o attenuare l’elemento soggettivo dell’illecito. I limiti del sindacato di legittimità Le Sezioni Unite hanno ribadito l’orientamento consolidato in materia di ricorsi per cassazione avverso le decisioni del Consiglio Nazionale Forense. Tali decisioni sono impugnabili soltanto per incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge o per difetto del “minimo costituzionale” di motivazione. Ne consegue che l’accertamento del fatto e la valutazione della sua rilevanza ai fini della individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare, nonché la determinazione dell’adeguatezza della sanzione, non possono essere oggetto del controllo di legittimità se non nei limiti di una verifica di ragionevolezza. Il ricorrente, nel caso esaminato, aveva sostanzialmente richiesto un riesame della fattispecie di merito, lamentando l’ingiustizia della decisione e invocando un nuovo apprezzamento delle circostanze del caso concreto. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno rilevato che il motivo di ricorso si sostanziava in una diffusa critica della decisione impugnata senza sussumere le ragioni di censura nelle tassative categorie logiche contemplate dall’articolo 36, comma 6, della legge n. 247 del 2012, che disciplina il ricorso per cassazione in materia disciplinare forense. Le censure non allegavano l’omesso esame di fatti storici oggetto di discussione tra le parti e aventi carattere decisivo, ma sollecitavano un diverso esame, più favorevole al ricorrente, di fatti tutti comunque presi in considerazione dal Consiglio Nazionale Forense. Tale richiesta eccede i limiti del sindacato di legittimità sulla motivazione, come risultanti dall’interpretazione costante dell’articolo 360, comma 1, numero 5, e dell’articolo 132, comma 2, numero 4, del codice di procedura civile. Implicazioni pratiche per gli avvocati Questa pronuncia delle Sezioni Unite riveste un’importanza fondamentale per la categoria forense, in quanto chiarisce i confini entro i quali anche i comportamenti privati dell’avvocato possono assumere rilevanza
Pensioni, la stangata UE alla Spagna che fa tremare l’Italia

La Corte di Giustizia europea boccia ancora il sistema pensionistico spagnolo: i principi affermati nelle cause C-623/23 e C-626/23 rappresentano un monito diretto per il nostro sistema previdenziale Le norme sulla parità di genere nascono storicamente per tutelare le donne da svantaggi strutturali nel mondo del lavoro. Ma cosa accade quando una legge, concepita proprio per promuovere l’uguaglianza, finisce per creare una discriminazione speculare a danno degli uomini? È esattamente ciò che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha contestato alla Spagna in una serie di pronunciamenti che meritano un’analisi approfondita, anche in prospettiva italiana. La CGUE ha infatti sistematicamente smantellato l’architettura normativa spagnola in materia di integratori pensionistici per genitori, giudicandola incompatibile con i principi fondamentali del diritto europeo. L’ultima sentenza in ordine cronologico, pronunciata nelle cause riunite C-623/23 e C-626/23 il 15 maggio 2025, rappresenta il capitolo più recente di questa vicenda. Da questa complessa evoluzione giurisprudenziale emergono tre insegnamenti fondamentali, che costituiscono un avvertimento diretto e potenzialmente molto oneroso per l’Italia e per l’INPS. Prima lezione: correggere una discriminazione con un’altra non funziona mai Il primo principio cardine emerge proprio dalla sentenza del 15 maggio 2025 nelle cause C-623/23 e C-626/23. Questa pronuncia ha dimostrato come il tentativo di sanare una disparità di trattamento attraverso l’introduzione di una nuova discriminazione sia una strategia giuridicamente destinata al fallimento. La storia inizia nel 2019, quando la Corte europea aveva già condannato la Spagna per una legge che riconosceva un’integrazione pensionistica esclusivamente alle madri. Il legislatore spagnolo aveva quindi modificato la norma con l’obiettivo dichiarato di ridurre il divario di genere. Tuttavia, la nuova versione prevedeva che l’integrazione venisse concessa automaticamente alle donne con figli, mentre per i padri erano richieste condizioni aggiuntive molto stringenti. In particolare, un uomo doveva provare un effettivo danno alla propria carriera lavorativa, come un’interruzione dei versamenti contributivi per almeno centoventi giorni successivi alla nascita di un figlio. Inoltre, anche in presenza di questo requisito, l’integrazione spettava solo se la pensione complessiva del padre risultava inferiore a quella della madre. La Corte di Giustizia ha respinto anche questa versione “corretta” della norma, qualificandola come discriminazione diretta fondata sul sesso. Il ragionamento dei giudici europei si basa su un principio chiaro: la situazione di un padre e quella di una madre sono comparabili per quanto riguarda l’educazione dei figli. Di conseguenza, imporre condizioni ulteriori solo ai padri per accedere allo stesso beneficio pensionistico costituisce una violazione del diritto dell’Unione. La CGUE ha inoltre precisato che la misura spagnola non poteva neppure essere giustificata come autentica “azione positiva” ai sensi dell’articolo 157 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Questo perché l’TFUE prevede che gli Stati possano mantenere o adottare misure che assicurino vantaggi specifici destinati a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato, oppure a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali. Tuttavia, secondo la Corte, il supplemento pensionistico spagnolo non perseguiva realmente questi obiettivi. Non si trattava di una misura volta a rimuovere ostacoli che le donne incontrano durante la vita lavorativa, ma di un semplice bonus retroattivo concesso al momento del pensionamento. In sostanza, la norma spagnola interveniva troppo tardi, quando gli svantaggi di carriera si erano ormai manifestati, senza fare nulla per prevenirli o compensarli durante la fase attiva della vita professionale. Il messaggio della Corte è inequivocabile: le buone intenzioni non bastano a legittimare strumenti discriminatori. Una misura che si limita a trasferire risorse economiche al momento della pensione, senza incidere sulle cause strutturali del divario di genere durante la carriera lavorativa, non supera il vaglio di legittimità europeo. Seconda lezione: ignorare le sentenze europee ha un costo economico pesantissimo La seconda grande lezione emerge dalla sentenza C-113/22, pronunciata il 14 settembre 2023, e riguarda le conseguenze economiche derivanti dall’inerzia amministrativa dopo una condanna europea. Dopo la prima bocciatura del 2019, l’ente previdenziale spagnolo INSS avrebbe dovuto adeguarsi spontaneamente e riconoscere l’integrazione pensionistica anche ai padri che ne facevano richiesta. Invece, l’ente ha emanato una direttiva interna, la cosiddetta “regola di gestione n. 1/2020”, che continuava a negare sistematicamente il beneficio ai padri richiedenti, obbligando di fatto ciascuno di loro a intentare una causa legale per ottenere ciò che la Corte europea aveva già stabilito essere un loro diritto. La CGUE ha analizzato questa prassi amministrativa e ha formulato una conclusione tanto chiara quanto severa: la resistenza dell’ente non costituiva una mera inerzia burocratica, ma una discriminazione autonoma e distinta rispetto a quella originariamente sanzionata. In altri termini, l’INSS aveva creato una seconda violazione sovrapponendo alla discriminazione normativa una discriminazione amministrativa. Le conseguenze economiche di questa seconda discriminazione sono state devastanti per le casse dell’ente spagnolo. La Corte ha stabilito che il giudice nazionale, in situazioni di questo tipo, non può limitarsi a ordinare all’amministrazione di concedere il beneficio con gli arretrati. Deve anche condannare l’ente a corrispondere un risarcimento integrale del danno subito dal cittadino che ha dovuto ricorrere al giudice. Questo risarcimento deve includere esplicitamente il rimborso completo delle spese legali e degli onorari professionali degli avvocati. Il fondamento giuridico di questa sanzione risiede nel principio di effettività del diritto dell’Unione, secondo cui un diritto riconosciuto dall’ordinamento europeo non è realmente tale se il suo esercizio viene reso sistematicamente oneroso per il cittadino. La condanna al risarcimento integrale delle spese legali serve quindi a garantire che le sentenze della Corte non rimangano prive di effetti concreti e a dissuadere gli enti pubblici dal vanificare i diritti dei cittadini attraverso prassi amministrative ostruzionistiche. In pratica, ogni padre spagnolo che ha dovuto intentare causa per ottenere l’integrazione pensionistica ha diritto non solo al beneficio con gli arretrati, ma anche al rimborso di tutti i costi sostenuti per far valere il proprio diritto in tribunale. Moltiplicato per il numero potenzialmente elevato di ricorrenti, l’esborso complessivo per l’INSS spagnolo potrebbe raggiungere cifre considerevoli. Terza lezione: il caso spagnolo è un avvertimento per l’INPS italiano La terza lezione fondamentale è che le vicende spagnole non rappresentano un episodio isolato nel panorama europeo, ma costituiscono un monito diretto per il nostro ordinamento. Questo
ACCERTAMENTO FISCALE E PERCENTUALE DI RICARICO: CHI DEVE PROVARE COSA?

La Cassazione chiarisce i limiti dell’onere probatorio del contribuente quando contesta il metodo di calcolo utilizzato dall’Agenzia delle Entrate Quando l’Agenzia delle Entrate accerta maggiori ricavi utilizzando il metodo della percentuale di ricarico, quanto deve dimostrare il contribuente per contestare efficacemente la pretesa fiscale? La risposta arriva dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 31784/2025, depositata il 5 dicembre 2025, che fissa principi chiari e importanti per la tutela dei diritti dei contribuenti sottoposti a verifica fiscale. La vicenda riguarda una società sottoposta a verifica da parte della Guardia di Finanza per il periodo d’imposta 2007. L’Amministrazione finanziaria aveva ricostruito i ricavi dell’impresa utilizzando il metodo analitico-induttivo, applicando una percentuale di ricarico dell’83,79% sul costo delle merci vendute. Questo metodo consiste nel calcolare quanto mediamente un’impresa guadagna sulla merce che acquista e rivende, confrontando i prezzi di acquisto con quelli di vendita rilevati da un campione di fatture. La società aveva contestato fin dall’inizio, già in sede di verbalizzazione, l’applicazione di questa percentuale, sostenendo che il calcolo non teneva conto di elementi fondamentali della sua attività commerciale come la scontistica applicata ai clienti, i periodi di saldi stagionali e la vendita a prezzo ridotto degli articoli fuori moda. Nonostante queste contestazioni dettagliate, sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale della Calabria avevano respinto il ricorso della società, ritenendo che non fosse sufficiente contestare il metodo utilizzato dall’Agenzia, ma che il contribuente dovesse anche dimostrare matematicamente in che misura gli elementi da lui indicati avrebbero inciso sulla media ponderata dei ricarichi. La Cassazione ribalta completamente questa impostazione, accogliendo il ricorso della società e fornendo indicazioni decisive sulla ripartizione dell’onere probatorio in questo tipo di accertamenti. Per comprendere la portata della decisione, occorre innanzitutto distinguere tra due diversi metodi di accertamento fiscale previsti dall’articolo 39 del DPR n. 600 del 1973. Il primo è l’accertamento analitico-induttivo, disciplinato dall’articolo 39, comma 1, lettera d). Questo metodo si applica quando le scritture contabili dell’impresa presentano incompletezze, falsità o inesattezze, ma mantengono una complessiva attendibilità. In sostanza, la contabilità non è totalmente inaffidabile, ma presenta alcune lacune che l’Amministrazione può colmare utilizzando anche presunzioni semplici che rispettino i requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’articolo 2729 del codice civile. Il secondo metodo è l’accertamento induttivo puro, previsto dall’articolo 39, comma 2. Questo si applica quando le irregolarità contabili sono così gravi, numerose e ripetute da rendere inattendibile l’intera contabilità. In questi casi, l’Amministrazione può prescindere completamente dalle scritture contabili e determinare il reddito sulla base di elementi meramente indiziari, anche se non raggiungono il livello di prova presuntiva richiesto dal codice civile. Nel caso esaminato, la Cassazione rileva che l’Amministrazione aveva applicato il metodo analitico-induttivo, non quello induttivo puro. Questo emerge chiaramente dal fatto che l’Ufficio aveva utilizzato elementi tratti dalla contabilità stessa dell’impresa, applicando il metodo della media ponderata dei ricarichi. Se la contabilità fosse stata ritenuta totalmente inattendibile, non avrebbe avuto senso utilizzare questi dati. La distinzione è fondamentale perché cambia radicalmente l’onere probatorio che grava sul contribuente. Quando si utilizza il metodo della percentuale di ricarico, la Corte chiarisce che l’Amministrazione deve seguire passaggi precisi. Innanzitutto, deve selezionare un campione rappresentativo di beni, che sia significativo sia per qualità che per quantità rispetto all’attività complessiva dell’impresa. Non è necessario che il campione comprenda tutti i beni venduti, ma deve essere adeguatamente rappresentativo. In secondo luogo, il criterio di calcolo deve essere coerente con la natura e le caratteristiche dei beni presi in esame. Non si può, ad esempio, applicare una media aritmetica semplice quando si vendono sia prodotti al dettaglio che all’ingrosso, dato che questi hanno percentuali di ricarico completamente diverse. In questi casi occorre utilizzare una media ponderata che tenga conto delle diverse tipologie merceologiche e delle diverse modalità di vendita. In terzo luogo, la percentuale di ricarico così determinata va applicata sul costo del venduto accertato, il risultato ottenuto rappresenta il margine di guadagno che va sommato al costo per ottenere i ricavi accertati, e da questi vanno detratti i ricavi dichiarati per determinare l’eventuale maggior reddito. La Cassazione ricorda che il riscontro di incongruenze nelle percentuali di ricarico costituisce legittimo presupposto per l’accertamento analitico-induttivo, sia in materia di imposte dirette che di IVA. Tuttavia, è fondamentale che la determinazione della percentuale sia coerente con la realtà aziendale. E qui viene il punto decisivo della sentenza. Quando il contribuente contesta in giudizio il criterio utilizzato dall’Amministrazione per determinare la percentuale di ricarico, il giudice di merito è tenuto a verificare la scelta dell’Amministrazione in relazione alle critiche proposte, alla luce dei canoni di coerenza logica e congruità. Deve valutare se il campione selezionato è effettivamente rappresentativo, se la natura dei beni è omogenea o disomogenea, se il criterio di media prescelto è appropriato. Il contribuente, dal canto suo, ha l’onere di provare che i mutamenti del mercato o della propria attività giustificano l’applicazione di percentuali diverse rispetto a quelle accertate. Questo principio deriva dal fatto che le percentuali di ricarico accertate in un anno possono costituire validi elementi indiziari per ricostruire i dati di anni precedenti o successivi, dato che non si tratta di una variabile occasionale ma di un dato strutturale dell’attività d’impresa. Tuttavia, la Cassazione chiarisce che l’onere probatorio del contribuente si ferma qui. Una volta che il contribuente ha dedotto elementi specifici e analitici che possono influire sulla determinazione della percentuale di ricarico, non può essergli imposto un ulteriore onere di quantificare matematicamente la misura dell’incidenza di ciascun elemento sulla media ponderata. Nel caso specifico, la società aveva indicato puntualmente tre elementi rilevanti: la scontistica applicata in concreto ai clienti, i periodi di saldi con vendite a prezzi ribassati, e la rottamazione degli articoli fuori moda con vendita a prezzo ridotto. Ciascuno di questi elementi è certamente idoneo a influire sulla percentuale di ricarico effettiva dell’impresa. Una vendita con sconto del trenta percento ha evidentemente un ricarico molto inferiore rispetto a una vendita a prezzo pieno. I saldi stagionali comprimono drasticamente i margini di guadagno. La vendita di articoli fuori stagione o