Dividendi internazionali: quando la holding danese è davvero “beneficiario effettivo”?

La Cassazione chiarisce i criteri per verificare chi sia il reale destinatario dei dividendi nelle operazioni transfrontaliere Quando una società italiana distribuisce dividendi a una controllante estera, quale aliquota di ritenuta alla fonte deve applicare? E soprattutto: quale Convenzione contro le doppie imposizioni si applica quando la società madre europea è a sua volta controllata da una capogruppo extra-UE? La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 32149/2025 pubblicata il 10 dicembre 2025, ha fornito importanti chiarimenti sul concetto di “beneficiario effettivo” dei dividendi, cassando una sentenza che aveva trascurato di applicare correttamente i test sostanziali previsti dalla giurisprudenza comunitaria. Il caso concreto e la questione giuridica La vicenda riguarda una società italiana che nel 2008 ha corrisposto dividendi alla propria controllante danese, la quale era a sua volta partecipata da una capogruppo statunitense. L’Agenzia delle Entrate ha contestato alla società distributrice l’omessa applicazione della ritenuta alla fonte del 27% sui dividendi erogati, sostenendo che si fosse trattato di un utilizzo abusivo (il cosiddetto “treaty shopping”) della Convenzione bilaterale Italia-Danimarca contro le doppie imposizioni. Secondo l’Amministrazione finanziaria, la holding danese avrebbe costituito uno schermo fittizio dietro il quale si celava la vera beneficiaria dei dividendi, da individuare nella capogruppo americana. La società italiana si era difesa sostenendo di aver correttamente applicato l’art. 10, paragrafo 2, lettera a), della Convenzione Italia-Danimarca del 5 maggio 1999, che prevede un’aliquota dello 0% quando la società madre detenga almeno il 25% del capitale della società figlia per un periodo di dodici mesi anteriore alla distribuzione. La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto le ragioni della contribuente, annullando l’avviso di accertamento. In appello, però, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio aveva ribaltato la decisione, applicando invece la Convenzione Italia-USA del 25 agosto 1999 e rideterminando la ritenuta al 5%. Secondo i giudici d’appello, dagli atti emergeva che la direzione e il controllo sulle operazioni di distribuzione dei dividendi provenivano dalla società americana, mentre la struttura operativa della società danese era “sostanzialmente inesistente”. La soluzione della Cassazione: i tre test del beneficiario effettivo La Suprema Corte ha accolto il ricorso della società italiana, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa a un nuovo esame. Il punto centrale della decisione riguarda la corretta individuazione del “beneficiario effettivo” dei dividendi, concetto fondamentale per determinare quale regime fiscale applicare. La Corte richiama innanzitutto il quadro normativo di riferimento. L’art. 27-bis del DPR n. 600 del 1973, che attua la direttiva comunitaria “madre-figlia”, prevede l’esenzione dalla ritenuta sui dividendi distribuiti da società figlie a società madri comunitarie, anche quando queste ultime sono controllate da società extra-UE. Tuttavia, questa esenzione può essere negata se la partecipazione è detenuta allo scopo esclusivo o principale di beneficiare indebitamente del regime fiscale agevolato. Per verificare se un soggetto sia il reale beneficiario effettivo dei dividendi, la giurisprudenza comunitaria e di legittimità ha elaborato tre test autonomi e disgiunti, denominati dalla dottrina: Il “substantive business activity test” verifica se la società percipiente svolga un’attività economica effettiva o sia una costruzione di puro artificio. Questo test esamina se esista una struttura operativa reale, con dipendenti, locali, mezzi aziendali, oppure se si tratti di una mera scatola vuota. Il “dominion test” rappresenta il cuore dell’indagine e valuta se la società percipiente possa disporre liberamente delle somme ricevute a titolo di dividendi o sia tenuta a rimetterle a un soggetto terzo. In altre parole, si analizza se la società madre trattenga per sé i dividendi, utilizzandoli per i propri scopi, sì da disporre del diritto di uso e godimento dei flussi reddituali. Il “business purpose test” esamina le ragioni dell’interposizione della società nel flusso reddituale transfrontaliero, per appurare se essa abbia una funzione economica di finanziamento o sia una mera “conduit company” o “société relais”, ossia una società-canale utilizzata artificiosamente per beneficiare di un trattamento fiscale favorevole. L’errore della Commissione Tributaria Regionale La Cassazione ha censurato la sentenza d’appello proprio perché non aveva applicato correttamente questi criteri. I giudici regionali si erano concentrati sui poteri di direzione e controllo esercitati dalla capogruppo americana e sulla sostanziale inesistenza di una struttura operativa della controllata danese, senza però verificare l’elemento decisivo: se quest’ultima trattenesse per sé, in tutto o in parte, i dividendi ricevuti, utilizzandoli per i propri scopi. La Corte sottolinea che tale indagine avrebbe dovuto essere condotta anche esaminando i bilanci prodotti in giudizio dalla contribuente, dei quali viene fatta menzione nella motivazione della sentenza ma che non sono stati analizzati sotto questo profilo. Inoltre, nell’applicare il “substantive business activity test”, la CTR aveva escluso che la società danese esercitasse un’effettiva attività economica a causa della sostanziale inesistenza di una struttura operativa, senza considerare le peculiarità di una holding o sub-holding pura. Questo tipo di società, infatti, non svolge direttamente attività commerciale, ma gestisce le partecipazioni in altre società. Il consolidato orientamento della Cassazione ha chiarito che anche una holding pura può essere riconosciuta come beneficiario effettivo dei dividendi, purché sussistano determinate condizioni. Le implicazioni pratiche per le operazioni transnazionali Questa decisione ha rilevanti conseguenze per tutte le società coinvolte in operazioni di distribuzione di dividendi transfrontaliere, specialmente quando la catena partecipativa coinvolge più giurisdizioni. Per le imprese che distribuiscono dividendi, la sentenza evidenzia l’importanza di una documentazione completa e sostanziale. Non basta che la società madre estera sia formalmente residente in uno Stato UE: occorre dimostrare che essa sia effettivamente il beneficiario dei dividendi percepiti. Questo richiede di conservare e produrre elementi probatori che attestino l’effettivo utilizzo dei flussi finanziari, l’autonomia decisionale della holding, l’esistenza di valide ragioni economiche per la struttura adottata. Per le società holding intermedie, la decisione chiarisce che la mera esistenza di una struttura societaria europea non è sufficiente a garantire l’applicazione del regime agevolato previsto dalle Convenzioni bilaterali. È necessario dimostrare l’esistenza di una sostanza economica reale, anche se compatibile con la natura di holding pura. La certificazione rilasciata dall’autorità fiscale estera sulla residenza e sulla soggettività passiva alle imposte dirette costituisce un elemento rilevante ma non decisivo. Per i consulenti fiscali e i professionisti, l’ordinanza ribadisce l’importanza di strutturare le operazioni

Società estinta e debiti fiscali: quando risponde il socio? I chiarimenti della Cassazione

La Corte chiarisce che nelle società a ristretta base gli utili occulti si presumono distribuiti ai soci, che rispondono dei debiti tributari anche dopo la cancellazione Con l’ordinanza n. 32475/2025 depositata il 12 dicembre 2025, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su una questione cruciale per imprenditori e professionisti: cosa succede ai debiti fiscali di una società quando questa viene estinta e cancellata dal registro delle imprese? I soci possono davvero “chiudere i conti” con il passato aziendale, oppure restano responsabili verso il Fisco? Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda una società a responsabilità limitata a ristretta base societaria, cancellata dal registro delle imprese nel 2008. Anni dopo la cancellazione, nel 2012, l’Agenzia delle Entrate notifica al socio unico un avviso di accertamento con il quale gli contesta la responsabilità solidale per il pagamento delle imposte dovute dalla società per l’anno 2007. L’Ufficio aveva accertato ricavi occulti derivanti dalla vendita di appartamenti a prezzi superiori rispetto a quelli dichiarati. Il quadro normativo: l’articolo 36 del DPR 602/1973 Il fondamento giuridico della pretesa del Fisco si trova nell’art. 36, terzo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973, norma cardine in materia di responsabilità dei soci per i debiti tributari societari. Questa disposizione stabilisce che i soci o associati che hanno ricevuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione denaro o altri beni sociali in assegnazione, o che hanno avuto in assegnazione beni dai liquidatori durante la liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte dovute dalla società, nei limiti del valore dei beni ricevuti. La norma introduce inoltre una presunzione importante: il valore del denaro e dei beni sociali ricevuti si presume proporzionalmente equivalente alla quota di capitale detenuta dal socio, salva la prova contraria. In altre parole, se un socio detiene il 50% del capitale sociale, si presume che abbia ricevuto il 50% dei beni distribuiti, a meno che non dimostri il contrario. L’orientamento consolidato: l’estinzione non cancella i debiti La Cassazione richiama i principi affermati dalle Sezioni Unite nel 2013 (sentenze nn. 6070, 6071 e 6072), secondo cui l’estinzione della società, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, determina un fenomeno di tipo successorio. I rapporti obbligatori facenti capo all’ente non si estinguono – altrimenti verrebbe sacrificato ingiustamente il diritto dei creditori sociali – ma si trasferiscono ai soci, che ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione, o illimitatamente, a seconda del regime giuridico cui erano soggetti quando la società era ancora attiva. Più recentemente, le Sezioni Unite con l’importante sentenza n. 3625 del 12 febbraio 2025 hanno precisato che il presupposto dell’avvenuta riscossione di somme in base al bilancio finale di liquidazione integra, oltre alla misura massima dell’esposizione debitoria personale dei soci, una condizione dell’azione attinente all’interesse ad agire del Fisco. Questo presupposto, se contestato dal socio, deve essere provato dall’Amministrazione finanziaria. Il caso particolare: le società a ristretta base e gli utili occulti Nel caso esaminato, il socio aveva contestato di non aver mai ricevuto beni societari né per assegnazione né in base al bilancio finale di liquidazione, sostenendo quindi che mancasse uno dei presupposti della responsabilità. La Cassazione però ha respinto questa tesi, affermando un principio di diritto di grande rilevanza pratica. Quando si tratta di società a ristretta base societaria – ovvero società con pochi soci, spesso a conduzione familiare – opera una presunzione consolidata nella giurisprudenza di legittimità: il dato oggettivo della ristretta compagine sociale è sufficiente a fondare la presunzione di distribuzione ai soci degli utili accertati in capo alla società ma non reinvestiti né accantonati. Questa presunzione è giustificata dal fatto che, in un contesto a ristretta base societaria, grava sul socio un onere di conoscibilità degli affari che riguardano la società proprio per lo scarso numero di soci facenti parte della compagine. Nel caso di utili occulti – come i maggiori ricavi accertati dall’Agenzia delle Entrate nel caso in esame – non esiste una deliberazione ufficiale di approvazione del bilancio. La Corte ha quindi chiarito che deve ritenersi che la distribuzione di tali utili sia avvenuta nello stesso periodo di imposta in cui sono stati conseguiti, salva la facoltà per il contribuente di offrire prova contraria. Il principio di diritto: la prova semplificata per il Fisco Il principio affermato dalla Cassazione con l’ordinanza n. 32475/2025 può essere così sintetizzato: nelle società a ristretta base, la prova della riscossione di somme ai fini della responsabilità ex art. 36 d.P.R. n. 602 del 1973 può fondarsi sulla presunzione di distribuzione degli utili extracontabili accertati in capo all’ente. La Corte ha inoltre precisato che la questione della limitazione della responsabilità dei soci alle sole somme riscosse in sede di liquidazione non risulta dirimente quando si verta in tema di ricavi occulti, non rilevabili documentalmente, ma che in ragione della ristrettezza della base societaria si presumono distribuiti a favore dei soci. Come ha ribadito la Suprema Corte, l’assenza di evidenza contabile di utili non rende necessarie particolari rilevazioni ai fini della legittimazione dei soci, né ai fini dei requisiti di cui all’art. 36 d.P.R. n. 602 del 1973. In sostanza, quando l’Amministrazione finanziaria accerta ricavi occultati in una società a ristretta base, non ha bisogno di dimostrare con documenti specifici che quei ricavi siano stati materialmente distribuiti ai soci: la distribuzione si presume. Onere della prova e prova contraria È importante sottolineare che questa presunzione non è assoluta ma relativa: spetta al socio l’onere di fornire la prova contraria, dimostrando cioè che in concreto non ha ricevuto somme corrispondenti agli utili occulti accertati. Nel caso esaminato, la Cassazione ha ritenuto che il socio non avesse assolto questo onere probatorio, confermando quindi la legittimità della pretesa fiscale. La Corte ha anche affrontato l’obiezione relativa al presunto divieto di doppia presunzione – secondo cui non sarebbe possibile fondare una presunzione su un’altra presunzione. Su questo punto, la giurisprudenza consolidata ha chiarito che nel sistema processuale non esiste un tale divieto: il fatto noto, accertato in via presuntiva (l’esistenza di maggiori ricavi),

Domanda rigettata e spese processuali: quale scaglione si applica quando l’attore indica “o quella minore ritenuta di giustizia”?

La Cassazione chiarisce come determinare il valore della causa per liquidare le spese a carico del soccombente quando la richiesta contiene una somma specifica con alternativa al ribasso Quando si perde una causa, il giudice condanna il soccombente al pagamento delle spese legali della controparte. Ma come si calcola l’importo? Il parametro fondamentale è il valore della causa, che determina lo “scaglione” di riferimento per la liquidazione degli onorari secondo le tariffe professionali. E qui nascono i problemi: cosa succede quando l’attore chiede una somma determinata ma aggiunge “o quella minore che si riterrà di giustizia”? Quale scaglione va applicato se la domanda viene completamente rigettata? La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31996/2025 pubblicata il 9 dicembre 2025, ha fornito una risposta chiara che risolve un contrasto interpretativo di lunga data. La decisione rappresenta un importante punto di riferimento per avvocati, giudici e tutti coloro che si trovano a gestire le conseguenze economiche della soccombenza processuale. Il caso: un avvocato chiede il risarcimento per lite temeraria La vicenda trae origine da una causa per risarcimento danni da sinistro stradale. Un avvocato, oltre ad assistere il proprio cliente, aveva proposto in proprio una domanda di risarcimento nei confronti della compagnia assicurativa convenuta, invocando l’art. 96 c.p.c. sulla responsabilità processuale aggravata. L’avvocato aveva chiesto la condanna della compagnia al pagamento di “euro 1.000,00 o in quel minor importo meglio ritenuto di giustizia e/o di equità”. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dichiarato inammissibile la domanda dell’avvocato, ritenendolo privo di legittimazione ad agire in proprio. Di conseguenza, l’avvocato era stato condannato alle spese processuali. Ma qui sorgeva il problema: quale scaglione applicare per liquidare le spese a suo carico? Il Tribunale aveva liquidato le spese nell’intero in euro 1.200,00, facendo riferimento allo scaglione da euro 1.100,00 a euro 5.200,00, basandosi sul valore della domanda principale proposta dal cliente (circa 4.600 euro). L’avvocato, tuttavia, sosteneva che si sarebbe dovuto applicare lo scaglione inferiore, quello fino a euro 1.100,00, poiché la sua domanda personale era pari a soli 1.000 euro. Il quadro normativo: come si determina il valore della causa Il sistema processuale italiano prevede regole precise per determinare il valore di una controversia. L’art. 14 c.p.c. stabilisce che “nelle cause relative a somme di danaro o a beni mobili, il valore si determina in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall’attore”. Si tratta del cosiddetto principio del “disputatum”: conta ciò che l’attore domanda, non quanto effettivamente ottiene. Per la liquidazione degli onorari degli avvocati, il d.m. n. 55 del 2014 all’art. 5, comma 1, richiama espressamente le norme del codice di procedura civile. Quindi, per stabilire quanto il soccombente deve pagare alla controparte a titolo di spese legali, bisogna guardare al valore dichiarato nella domanda e applicare lo scaglione tariffario corrispondente. Ma quando la domanda viene formulata con espressioni come “somma X o quella maggiore/minore ritenuta di giustizia”, si apre un problema interpretativo: il valore va considerato determinato o indeterminabile? Il contrasto giurisprudenziale risolto dalle Sezioni Unite Sulla questione si erano formati due orientamenti contrapposti nella giurisprudenza di legittimità. Un primo indirizzo riteneva che quando l’attore chiede una somma specifica ma aggiunge “o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore della causa deve essere considerato indeterminabile. La ratio di questo orientamento era che, ai sensi dell’art. 1367 c.c. applicabile anche agli atti processuali, non si può presumere che tale espressione sia una semplice clausola di stile. Al contrario, si deve ritenere che l’attore abbia voluto indicare solo un valore orientativo, rimettendo la quantificazione effettiva al giudice. In questi casi, secondo tale orientamento (Cass. n. 10984/2021, n. 19455/2018, n. 15306/2018, n. 6053/2013), si applica lo scaglione previsto per le cause di valore indeterminabile. Un secondo orientamento, invece, sosteneva che anche in presenza della formula “somma maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore resta comunque determinato almeno nel suo importo minimo. Secondo questa tesi (Cass. Sez. 3, n. 35966/2023), la somma “eventualmente minore” rappresenta solo una domanda subordinata. La prova di questa interpretazione starebbe nel fatto che, se il giudice condannasse a una somma inferiore a quella espressamente richiesta, l’appello dell’attore per ottenere il maggiore importo sarebbe certamente ammissibile, non potendosi sostenere che l’attore avesse rimesso completamente al giudice la quantificazione. A risolvere il contrasto sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione che, con sentenza n. 20805 del 23 luglio 2025, hanno affermato il seguente principio di diritto: nel caso di integrale rigetto della domanda di condanna al pagamento di una somma determinata di denaro, contenente l’indicazione alternativa del “diverso importo che dovesse risultare dovuto in corso di causa”, la liquidazione delle spese in favore della parte vittoriosa si determina sulla base dello scaglione corrispondente alla somma specificamente indicata dall’attore, qualora lo stesso attribuisca compensi superiori rispetto a quelli previsti per le cause di valore indeterminabile. La soluzione della Cassazione: conta la somma specificamente indicata Applicando il principio fissato dalle Sezioni Unite al caso concreto, la Terza Sezione Civile ha accolto il ricorso dell’avvocato. La Corte ha chiarito che nella fattispecie in esame la situazione era ancora più netta rispetto a quella esaminata dalle Sezioni Unite, perché l’avvocato non aveva chiesto “1.000 euro o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, bensì “1.000 euro o quella minore ritenuta di giustizia”. In altri termini, l’alternativa posta nella domanda riguardava solo un possibile ribasso, non anche un eventuale aumento. Se c’è dunque incertezza, questa riguarda unicamente il limite minimo dell’importo richiesto, mentre il limite massimo resta fermamente determinato in euro 1.000,00. La Cassazione ha evidenziato inoltre un profilo logico-sistematico decisivo: sarebbe contraddittorio liquidare spese di soccombenza commisurandole a un importo (quello della domanda principale del cliente, pari a circa 4.600 euro) per il quale non si era verificata alcuna soccombenza, essendo anzi la parte assistita dall’avvocato risultata vittoriosa. La domanda proposta dall’avvocato in proprio era oggettivamente e soggettivamente distinta da quella proposta nell’interesse del cliente. Si trattava di un credito risarcitorio autonomo, che l’avvocato riteneva (erroneamente, secondo i giudici di merito) di poter richiedere direttamente in quanto anticipatario delle

Separazione e divorzio: quando gli accordi sul mutuo coniugale non sono modificabili

La Cassazione chiarisce la distinzione tra contenuto essenziale dell’accordo di separazione e patti patrimoniali autonomi: l’ordinanza n. 31486/2025 sulla non modificabilità dell’accollo del mutuo La gestione della casa coniugale: uno dei nodi più complessi della separazione. La separazione consensuale rappresenta uno dei momenti più delicati nella vita di una coppia. In questa fase, i coniugi si trovano a regolare non solo gli aspetti personali della loro nuova condizione, ma anche complesse questioni patrimoniali. Tra queste, la gestione della casa coniugale e del mutuo che la grava costituisce spesso uno dei nodi più problematici da sciogliere. La recente ordinanza della Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, n. 31486 del 3 dicembre 2025, offre importanti chiarimenti su quando gli accordi economici assunti in sede di separazione possano o meno essere modificati successivamente, in particolare al momento del divorzio. Il caso esaminato dalla Suprema Corte: accollo del mutuo fino all’estinzione La vicenda esaminata dalla Suprema Corte prende le mosse da una coppia che, in sede di separazione consensuale, aveva concordato che il marito si accollasse il pagamento integrale delle rate residue del mutuo gravante sulla casa coniugale “sino ad estinzione dello stesso”, mentre la moglie avrebbe continuato a vivere nell’immobile insieme alla figlia minore. L’accordo prevedeva inoltre che il coniuge obbligato provvedesse al pagamento delle utenze e delle tasse relative all’abitazione. La richiesta di modifica in sede di divorzio e le decisioni dei giudici di merito Anni dopo, in sede di divorzio, il coniuge onerato ha chiesto di essere liberato da tali obblighi, sostenendo che si trattasse di forme di mantenimento correlate allo stato di separazione e quindi modificabili con la nuova situazione giuridica. Il Tribunale di primo grado aveva accolto parzialmente tale richiesta, revocando l’obbligo di pagare il mutuo e riconoscendo invece un assegno divorzile alla ex moglie. La Corte d’Appello di Bologna ha però riformato la sentenza, distinguendo tra le diverse obbligazioni assunte nell’accordo di separazione. La natura degli accordi patrimoniali: il nodo giuridico della questione La questione giuridica centrale riguarda la natura degli accordi patrimoniali inseriti nella separazione consensuale. Non tutti gli impegni economici assunti dai coniugi in quella sede hanno infatti la stessa natura giuridica e, di conseguenza, non tutti sono modificabili quando la coppia passa dalla separazione al divorzio. Contenuto essenziale e contenuto eventuale della separazione consensuale Come chiarito dalla Cassazione, richiamando un orientamento ormai consolidato, la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare che presenta due livelli di contenuto. Da un lato, vi è il contenuto essenziale, costituito dal consenso reciproco a vivere separati, dall’affidamento dei figli e dall’assegno di mantenimento, ove ne ricorrano i presupposti. Dall’altro lato, vi è un contenuto eventuale, formato da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, ma che trovano solo occasione nella separazione. Le conseguenze pratiche della distinzione: quali accordi sono modificabili La distinzione non è meramente teorica, ma produce conseguenze pratiche decisive. Gli accordi che rientrano nel contenuto essenziale, essendo strettamente correlati allo status di separazione, possono essere modificati sia con ricorso ex art. 710 c.p.c. durante la separazione, sia in sede di divorzio. Al contrario, i patti patrimoniali autonomi, pur essendo stati stipulati in occasione della separazione, restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. e non sono quindi suscettibili di modifica o conferma né in sede di ricorso per la revisione delle condizioni di separazione, né tantomeno in sede di divorzio. La valutazione della Corte d’Appello: utenze modificabili, mutuo no Nel caso esaminato, la Corte d’Appello ha ritenuto che l’obbligo di pagare le utenze e le tasse sulla casa familiare costituisse una forma indiretta di mantenimento, strettamente correlata allo stato di separazione e quindi modificabile in sede di divorzio. Per questa ragione, il giudice di appello ha revocato tale obbligo. Diversa è stata invece la valutazione riguardo all’accollo del mutuo. L’elemento decisivo: la formulazione della clausola contrattuale L’elemento determinante nell’interpretazione dell’accordo è stato individuato nella formulazione specifica della clausola. I coniugi avevano infatti previsto che l’obbligo di pagare le rate residue del mutuo sarebbe durato “sino ad estinzione dello stesso”, e non già “sino alla cessazione dello stato di separazione” o “fino al divorzio”. Questa precisazione temporale ha indotto la Corte a ritenere che le parti avessero voluto regolamentare in via definitiva, fino alla scadenza naturale del mutuo, i relativi obblighi di pagamento, indipendentemente dall’evoluzione del loro status giuridico. Un patto contrattuale autonomo rispetto alla separazione In altre parole, l’aver collegato la durata dell’obbligo all’estinzione del mutuo, e non allo status di coniugi separati, ha portato a qualificare tale pattuizione come un patto contrattuale autonomo rispetto al regime della separazione, che costituiva solo l’occasione per la sua stipulazione. Di conseguenza, tale obbligo non poteva essere modificato in sede di individuazione del regime economico correlato al divorzio. La conferma della Cassazione e i principi di interpretazione contrattuale La Cassazione ha confermato questa interpretazione, respingendo il ricorso del coniuge obbligato. Nel motivare la decisione, la Suprema Corte ha richiamato i principi generali in materia di interpretazione dei contratti, stabiliti dall’art. 1362 c.c. e seguenti. L’interpretazione di un atto negoziale costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità solo nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale o di motivazione inadeguata. I limiti del controllo di legittimità sull’interpretazione dei contratti Per far valere una violazione delle regole interpretative, non è sufficiente proporre una lettura alternativa dell’accordo, anche se questa possa apparire più convincente in astratto. Occorre invece dimostrare che il giudice di merito si sia discostato in modo specifico dai criteri legali di interpretazione, mediante la puntuale indicazione dei canoni asseritamente violati e dei principi in essi contenuti, precisando in quale modo e con quali considerazioni il giudice se ne sia discostato. L’infondatezza delle censure del ricorrente sulla comune intenzione delle parti Nel caso di specie, il ricorrente lamentava una scorretta applicazione del criterio interpretativo principale, quello della ricerca della comune intenzione delle parti. La Corte di legittimità ha però rilevato che l’interpretazione data dalla Corte

Responsabilità disciplinare dell’avvocato: quando il mancato pagamento verso i terzi diventa illecito deontologico

Le Sezioni Unite della Cassazione chiariscono i confini della condotta sanzionabile e l’elemento soggettivo richiesto per l’illecito ex art. 64 del Codice Deontologico Forense Può un avvocato essere sanzionato disciplinarmente per non aver pagato un debito contratto nella sua vita privata? La risposta è sì, se quel debito compromette la dignità della professione e l’affidamento dei terzi. Con l’ordinanza n. 30771/2025, pubblicata il 22 novembre 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno fatto chiarezza su una questione delicata che tocca da vicino la deontologia forense: quando l’inadempimento dell’avvocato a obbligazioni assunte nei confronti di terzi integra un illecito disciplinare. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda trae origine da un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista che aveva commissionato lavori di manutenzione su un proprio natante per un importo di oltre 10.000 euro. Nonostante l’esecuzione dei lavori, l’avvocato non aveva mai corrisposto quanto dovuto all’impresa, costringendo il creditore ad instaurare un procedimento monitorio per ottenere il pagamento. Il Consiglio dell’Ordine territoriale aveva contestato la violazione degli articoli 4, 9 comma 2 e 63 comma 1 del Codice Deontologico Forense, ritenendo che tale condotta avesse arrecato disdoro alla professione. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina Forense aveva applicato una sanzione di quattro mesi di sospensione dall’esercizio della professione. Il Consiglio Nazionale Forense, in sede di gravame, aveva confermato la responsabilità disciplinare ma ridotto la sanzione a due mesi, riconducendo la fattispecie all’articolo 64 del Codice Deontologico, che disciplina specificamente l’obbligo di provvedere all’adempimento di obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. L’avvocato aveva proposto ricorso per cassazione lamentando, tra l’altro, l’involontarietà della propria condotta, adducendo precarie condizioni di salute, l’età avanzata e le vicende legate a un lungo processo penale conclusosi con assoluzione. Aveva inoltre evidenziato di aver avanzato una proposta transattiva per ottenere la rateizzazione del debito e contestato la rilevanza della natura voluttuaria della spesa contratta. Il quadro normativo di riferimento L’articolo 64 del Codice Deontologico Forense stabilisce l’obbligo per l’avvocato di provvedere all’adempimento delle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. Questa disposizione rappresenta un presidio fondamentale per tutelare la dignità e il prestigio della professione forense, evitando che comportamenti irresponsabili in ambito privatistico possano riflettersi negativamente sull’immagine dell’intera categoria. Il codice deontologico non si limita a regolare la condotta professionale stricto sensu, ma si estende anche alla sfera dei rapporti privati dell’avvocato quando questi assumono rilevanza tale da compromettere la fiducia che i cittadini ripongono nella professione legale. Si tratta di un principio consolidato nella giurisprudenza disciplinare, che riconosce come l’avvocato debba essere un modello di correttezza non solo nell’esercizio del mandato professionale, ma anche nei rapporti della vita quotidiana. L’articolo 21 del medesimo Codice Deontologico, richiamato dalle Sezioni Unite, attribuisce agli organi disciplinari il potere di applicare sanzioni adeguate e proporzionate alla violazione commessa, valutando il comportamento complessivo dell’incolpato. La sanzione deve essere commisurata alla gravità del fatto, al grado della colpa, all’eventuale sussistenza del dolo e alla sua intensità, nonché al comportamento dell’incolpato precedente e successivo al fatto, tenuto conto delle circostanze soggettive e oggettive nelle quali è avvenuta la violazione. Il principio affermato dalle Sezioni Unite Le Sezioni Unite hanno respinto il ricorso, affermando un principio di grande rilevanza pratica: affinché sia integrato l’illecito disciplinare di cui all’articolo 64 del Codice Deontologico Forense, non è necessario che l’avvocato abbia la coscienza dell’antigiuridicità della propria condotta. È sufficiente che il comportamento sia volontariamente posto in essere. In altri termini, l’elemento soggettivo richiesto per configurare l’illecito si concretizza nella coscienza e volontarietà dell’azione o dell’omissione, ma non richiede anche la consapevolezza che tale comportamento integri una violazione deontologica sanzionabile. L’avvocato che non paga un debito, dunque, non può difendersi sostenendo di non sapere che tale inadempimento potesse costituire un illecito disciplinare: è sufficiente che abbia volontariamente scelto di non adempiere. La Suprema Corte ha tuttavia precisato che può venire in rilievo un’assoluta impossibilità della prestazione derivante da causa obiettiva estranea alla volontà dell’avvocato, quale il caso fortuito o la forza maggiore. In presenza di tali circostanze eccezionali, l’elemento soggettivo dell’illecito potrebbe essere escluso o attenuato. Tuttavia, nel caso di specie, il Consiglio Nazionale Forense aveva accertato che l’obbligazione era stata contratta quando i problemi di salute dell’avvocato erano già parzialmente presenti, che aveva avuto ad oggetto spese per un bene voluttuario e che non emergeva alcuna causa di forza maggiore idonea a escludere o attenuare l’elemento soggettivo dell’illecito. I limiti del sindacato di legittimità Le Sezioni Unite hanno ribadito l’orientamento consolidato in materia di ricorsi per cassazione avverso le decisioni del Consiglio Nazionale Forense. Tali decisioni sono impugnabili soltanto per incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge o per difetto del “minimo costituzionale” di motivazione. Ne consegue che l’accertamento del fatto e la valutazione della sua rilevanza ai fini della individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare, nonché la determinazione dell’adeguatezza della sanzione, non possono essere oggetto del controllo di legittimità se non nei limiti di una verifica di ragionevolezza. Il ricorrente, nel caso esaminato, aveva sostanzialmente richiesto un riesame della fattispecie di merito, lamentando l’ingiustizia della decisione e invocando un nuovo apprezzamento delle circostanze del caso concreto. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno rilevato che il motivo di ricorso si sostanziava in una diffusa critica della decisione impugnata senza sussumere le ragioni di censura nelle tassative categorie logiche contemplate dall’articolo 36, comma 6, della legge n. 247 del 2012, che disciplina il ricorso per cassazione in materia disciplinare forense. Le censure non allegavano l’omesso esame di fatti storici oggetto di discussione tra le parti e aventi carattere decisivo, ma sollecitavano un diverso esame, più favorevole al ricorrente, di fatti tutti comunque presi in considerazione dal Consiglio Nazionale Forense. Tale richiesta eccede i limiti del sindacato di legittimità sulla motivazione, come risultanti dall’interpretazione costante dell’articolo 360, comma 1, numero 5, e dell’articolo 132, comma 2, numero 4, del codice di procedura civile. Implicazioni pratiche per gli avvocati Questa pronuncia delle Sezioni Unite riveste un’importanza fondamentale per la categoria forense, in quanto chiarisce i confini entro i quali anche i comportamenti privati dell’avvocato possono assumere rilevanza

Pensioni, la stangata UE alla Spagna che fa tremare l’Italia

La Corte di Giustizia europea boccia ancora il sistema pensionistico spagnolo: i principi affermati nelle cause C-623/23 e C-626/23 rappresentano un monito diretto per il nostro sistema previdenziale Le norme sulla parità di genere nascono storicamente per tutelare le donne da svantaggi strutturali nel mondo del lavoro. Ma cosa accade quando una legge, concepita proprio per promuovere l’uguaglianza, finisce per creare una discriminazione speculare a danno degli uomini? È esattamente ciò che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha contestato alla Spagna in una serie di pronunciamenti che meritano un’analisi approfondita, anche in prospettiva italiana. La CGUE ha infatti sistematicamente smantellato l’architettura normativa spagnola in materia di integratori pensionistici per genitori, giudicandola incompatibile con i principi fondamentali del diritto europeo. L’ultima sentenza in ordine cronologico, pronunciata nelle cause riunite C-623/23 e C-626/23 il 15 maggio 2025, rappresenta il capitolo più recente di questa vicenda. Da questa complessa evoluzione giurisprudenziale emergono tre insegnamenti fondamentali, che costituiscono un avvertimento diretto e potenzialmente molto oneroso per l’Italia e per l’INPS. Prima lezione: correggere una discriminazione con un’altra non funziona mai Il primo principio cardine emerge proprio dalla sentenza del 15 maggio 2025 nelle cause C-623/23 e C-626/23. Questa pronuncia ha dimostrato come il tentativo di sanare una disparità di trattamento attraverso l’introduzione di una nuova discriminazione sia una strategia giuridicamente destinata al fallimento. La storia inizia nel 2019, quando la Corte europea aveva già condannato la Spagna per una legge che riconosceva un’integrazione pensionistica esclusivamente alle madri. Il legislatore spagnolo aveva quindi modificato la norma con l’obiettivo dichiarato di ridurre il divario di genere. Tuttavia, la nuova versione prevedeva che l’integrazione venisse concessa automaticamente alle donne con figli, mentre per i padri erano richieste condizioni aggiuntive molto stringenti. In particolare, un uomo doveva provare un effettivo danno alla propria carriera lavorativa, come un’interruzione dei versamenti contributivi per almeno centoventi giorni successivi alla nascita di un figlio. Inoltre, anche in presenza di questo requisito, l’integrazione spettava solo se la pensione complessiva del padre risultava inferiore a quella della madre. La Corte di Giustizia ha respinto anche questa versione “corretta” della norma, qualificandola come discriminazione diretta fondata sul sesso. Il ragionamento dei giudici europei si basa su un principio chiaro: la situazione di un padre e quella di una madre sono comparabili per quanto riguarda l’educazione dei figli. Di conseguenza, imporre condizioni ulteriori solo ai padri per accedere allo stesso beneficio pensionistico costituisce una violazione del diritto dell’Unione. La CGUE ha inoltre precisato che la misura spagnola non poteva neppure essere giustificata come autentica “azione positiva” ai sensi dell’articolo 157 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Questo perché l’TFUE prevede che gli Stati possano mantenere o adottare misure che assicurino vantaggi specifici destinati a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato, oppure a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali. Tuttavia, secondo la Corte, il supplemento pensionistico spagnolo non perseguiva realmente questi obiettivi. Non si trattava di una misura volta a rimuovere ostacoli che le donne incontrano durante la vita lavorativa, ma di un semplice bonus retroattivo concesso al momento del pensionamento. In sostanza, la norma spagnola interveniva troppo tardi, quando gli svantaggi di carriera si erano ormai manifestati, senza fare nulla per prevenirli o compensarli durante la fase attiva della vita professionale. Il messaggio della Corte è inequivocabile: le buone intenzioni non bastano a legittimare strumenti discriminatori. Una misura che si limita a trasferire risorse economiche al momento della pensione, senza incidere sulle cause strutturali del divario di genere durante la carriera lavorativa, non supera il vaglio di legittimità europeo. Seconda lezione: ignorare le sentenze europee ha un costo economico pesantissimo La seconda grande lezione emerge dalla sentenza C-113/22, pronunciata il 14 settembre 2023, e riguarda le conseguenze economiche derivanti dall’inerzia amministrativa dopo una condanna europea. Dopo la prima bocciatura del 2019, l’ente previdenziale spagnolo INSS avrebbe dovuto adeguarsi spontaneamente e riconoscere l’integrazione pensionistica anche ai padri che ne facevano richiesta. Invece, l’ente ha emanato una direttiva interna, la cosiddetta “regola di gestione n. 1/2020”, che continuava a negare sistematicamente il beneficio ai padri richiedenti, obbligando di fatto ciascuno di loro a intentare una causa legale per ottenere ciò che la Corte europea aveva già stabilito essere un loro diritto. La CGUE ha analizzato questa prassi amministrativa e ha formulato una conclusione tanto chiara quanto severa: la resistenza dell’ente non costituiva una mera inerzia burocratica, ma una discriminazione autonoma e distinta rispetto a quella originariamente sanzionata. In altri termini, l’INSS aveva creato una seconda violazione sovrapponendo alla discriminazione normativa una discriminazione amministrativa. Le conseguenze economiche di questa seconda discriminazione sono state devastanti per le casse dell’ente spagnolo. La Corte ha stabilito che il giudice nazionale, in situazioni di questo tipo, non può limitarsi a ordinare all’amministrazione di concedere il beneficio con gli arretrati. Deve anche condannare l’ente a corrispondere un risarcimento integrale del danno subito dal cittadino che ha dovuto ricorrere al giudice. Questo risarcimento deve includere esplicitamente il rimborso completo delle spese legali e degli onorari professionali degli avvocati. Il fondamento giuridico di questa sanzione risiede nel principio di effettività del diritto dell’Unione, secondo cui un diritto riconosciuto dall’ordinamento europeo non è realmente tale se il suo esercizio viene reso sistematicamente oneroso per il cittadino. La condanna al risarcimento integrale delle spese legali serve quindi a garantire che le sentenze della Corte non rimangano prive di effetti concreti e a dissuadere gli enti pubblici dal vanificare i diritti dei cittadini attraverso prassi amministrative ostruzionistiche. In pratica, ogni padre spagnolo che ha dovuto intentare causa per ottenere l’integrazione pensionistica ha diritto non solo al beneficio con gli arretrati, ma anche al rimborso di tutti i costi sostenuti per far valere il proprio diritto in tribunale. Moltiplicato per il numero potenzialmente elevato di ricorrenti, l’esborso complessivo per l’INSS spagnolo potrebbe raggiungere cifre considerevoli. Terza lezione: il caso spagnolo è un avvertimento per l’INPS italiano La terza lezione fondamentale è che le vicende spagnole non rappresentano un episodio isolato nel panorama europeo, ma costituiscono un monito diretto per il nostro ordinamento. Questo

ACCERTAMENTO FISCALE E PERCENTUALE DI RICARICO: CHI DEVE PROVARE COSA?

La Cassazione chiarisce i limiti dell’onere probatorio del contribuente quando contesta il metodo di calcolo utilizzato dall’Agenzia delle Entrate Quando l’Agenzia delle Entrate accerta maggiori ricavi utilizzando il metodo della percentuale di ricarico, quanto deve dimostrare il contribuente per contestare efficacemente la pretesa fiscale? La risposta arriva dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 31784/2025, depositata il 5 dicembre 2025, che fissa principi chiari e importanti per la tutela dei diritti dei contribuenti sottoposti a verifica fiscale. La vicenda riguarda una società sottoposta a verifica da parte della Guardia di Finanza per il periodo d’imposta 2007. L’Amministrazione finanziaria aveva ricostruito i ricavi dell’impresa utilizzando il metodo analitico-induttivo, applicando una percentuale di ricarico dell’83,79% sul costo delle merci vendute. Questo metodo consiste nel calcolare quanto mediamente un’impresa guadagna sulla merce che acquista e rivende, confrontando i prezzi di acquisto con quelli di vendita rilevati da un campione di fatture. La società aveva contestato fin dall’inizio, già in sede di verbalizzazione, l’applicazione di questa percentuale, sostenendo che il calcolo non teneva conto di elementi fondamentali della sua attività commerciale come la scontistica applicata ai clienti, i periodi di saldi stagionali e la vendita a prezzo ridotto degli articoli fuori moda. Nonostante queste contestazioni dettagliate, sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale della Calabria avevano respinto il ricorso della società, ritenendo che non fosse sufficiente contestare il metodo utilizzato dall’Agenzia, ma che il contribuente dovesse anche dimostrare matematicamente in che misura gli elementi da lui indicati avrebbero inciso sulla media ponderata dei ricarichi. La Cassazione ribalta completamente questa impostazione, accogliendo il ricorso della società e fornendo indicazioni decisive sulla ripartizione dell’onere probatorio in questo tipo di accertamenti. Per comprendere la portata della decisione, occorre innanzitutto distinguere tra due diversi metodi di accertamento fiscale previsti dall’articolo 39 del DPR n. 600 del 1973. Il primo è l’accertamento analitico-induttivo, disciplinato dall’articolo 39, comma 1, lettera d). Questo metodo si applica quando le scritture contabili dell’impresa presentano incompletezze, falsità o inesattezze, ma mantengono una complessiva attendibilità. In sostanza, la contabilità non è totalmente inaffidabile, ma presenta alcune lacune che l’Amministrazione può colmare utilizzando anche presunzioni semplici che rispettino i requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’articolo 2729 del codice civile. Il secondo metodo è l’accertamento induttivo puro, previsto dall’articolo 39, comma 2. Questo si applica quando le irregolarità contabili sono così gravi, numerose e ripetute da rendere inattendibile l’intera contabilità. In questi casi, l’Amministrazione può prescindere completamente dalle scritture contabili e determinare il reddito sulla base di elementi meramente indiziari, anche se non raggiungono il livello di prova presuntiva richiesto dal codice civile. Nel caso esaminato, la Cassazione rileva che l’Amministrazione aveva applicato il metodo analitico-induttivo, non quello induttivo puro. Questo emerge chiaramente dal fatto che l’Ufficio aveva utilizzato elementi tratti dalla contabilità stessa dell’impresa, applicando il metodo della media ponderata dei ricarichi. Se la contabilità fosse stata ritenuta totalmente inattendibile, non avrebbe avuto senso utilizzare questi dati. La distinzione è fondamentale perché cambia radicalmente l’onere probatorio che grava sul contribuente. Quando si utilizza il metodo della percentuale di ricarico, la Corte chiarisce che l’Amministrazione deve seguire passaggi precisi. Innanzitutto, deve selezionare un campione rappresentativo di beni, che sia significativo sia per qualità che per quantità rispetto all’attività complessiva dell’impresa. Non è necessario che il campione comprenda tutti i beni venduti, ma deve essere adeguatamente rappresentativo. In secondo luogo, il criterio di calcolo deve essere coerente con la natura e le caratteristiche dei beni presi in esame. Non si può, ad esempio, applicare una media aritmetica semplice quando si vendono sia prodotti al dettaglio che all’ingrosso, dato che questi hanno percentuali di ricarico completamente diverse. In questi casi occorre utilizzare una media ponderata che tenga conto delle diverse tipologie merceologiche e delle diverse modalità di vendita. In terzo luogo, la percentuale di ricarico così determinata va applicata sul costo del venduto accertato, il risultato ottenuto rappresenta il margine di guadagno che va sommato al costo per ottenere i ricavi accertati, e da questi vanno detratti i ricavi dichiarati per determinare l’eventuale maggior reddito. La Cassazione ricorda che il riscontro di incongruenze nelle percentuali di ricarico costituisce legittimo presupposto per l’accertamento analitico-induttivo, sia in materia di imposte dirette che di IVA. Tuttavia, è fondamentale che la determinazione della percentuale sia coerente con la realtà aziendale. E qui viene il punto decisivo della sentenza. Quando il contribuente contesta in giudizio il criterio utilizzato dall’Amministrazione per determinare la percentuale di ricarico, il giudice di merito è tenuto a verificare la scelta dell’Amministrazione in relazione alle critiche proposte, alla luce dei canoni di coerenza logica e congruità. Deve valutare se il campione selezionato è effettivamente rappresentativo, se la natura dei beni è omogenea o disomogenea, se il criterio di media prescelto è appropriato. Il contribuente, dal canto suo, ha l’onere di provare che i mutamenti del mercato o della propria attività giustificano l’applicazione di percentuali diverse rispetto a quelle accertate. Questo principio deriva dal fatto che le percentuali di ricarico accertate in un anno possono costituire validi elementi indiziari per ricostruire i dati di anni precedenti o successivi, dato che non si tratta di una variabile occasionale ma di un dato strutturale dell’attività d’impresa. Tuttavia, la Cassazione chiarisce che l’onere probatorio del contribuente si ferma qui. Una volta che il contribuente ha dedotto elementi specifici e analitici che possono influire sulla determinazione della percentuale di ricarico, non può essergli imposto un ulteriore onere di quantificare matematicamente la misura dell’incidenza di ciascun elemento sulla media ponderata. Nel caso specifico, la società aveva indicato puntualmente tre elementi rilevanti: la scontistica applicata in concreto ai clienti, i periodi di saldi con vendite a prezzi ribassati, e la rottamazione degli articoli fuori moda con vendita a prezzo ridotto. Ciascuno di questi elementi è certamente idoneo a influire sulla percentuale di ricarico effettiva dell’impresa. Una vendita con sconto del trenta percento ha evidentemente un ricarico molto inferiore rispetto a una vendita a prezzo pieno. I saldi stagionali comprimono drasticamente i margini di guadagno. La vendita di articoli fuori stagione o

Il Tuo Capo Ti Controlla? 4 Verità Shock Che Devi Conoscere Sul Lavoro Oggi

Dalla sorveglianza occulta all’intelligenza artificiale: ecco cosa può (e non può) fare il datore di lavoro per monitorare i dipendenti La digitalizzazione del lavoro e l’esplosione dello smart working hanno reso i confini tra vita lavorativa e privata sempre più labili. La scrivania di casa diventa l’ufficio, il PC personale uno strumento aziendale e la nostra presenza online un’estensione della nostra identità professionale. Questo scenario solleva interrogativi cruciali e spesso scomodi sul potere di controllo del datore di lavoro. Fino a che punto può spingersi per tutelare i propri interessi? E dove inizia la violazione della nostra privacy? Questo articolo svela quattro sorprendenti realtà legali sul controllo dei lavoratori in Italia, basate su normative recenti e sentenze che stanno ridisegnando le regole del gioco. 1. L’inganno del falso profilo: quando il datore può creare un account fake Sembra la trama di un film thriller, eppure è una realtà giuridica consolidata. Il datore di lavoro, in determinate circostanze, può legalmente creare un falso profilo social per verificare la condotta di un dipendente. La chiave di volta sta nel concetto di “controlli difensivi”, ovvero quei controlli non mirati a valutare la prestazione lavorativa in sé (ad esempio, la qualità del lavoro svolto), ma a tutelare il patrimonio aziendale o a prevenire illeciti. Un caso discusso dalla Corte di Cassazione è emblematico. Con la sentenza n. 10955 del 27 maggio 2015, la Sezione Lavoro ha ritenuto legittima una pratica che, a prima vista, appare ingannevole. Un’azienda, per verificare se un dipendente utilizzasse il proprio dispositivo mobile personale durante l’orario di lavoro, ha creato un falso profilo Facebook femminile per interagire con lui e accertarne il comportamento. Il lavoratore, un operaio addetto a presse stampatrici, era già stato sorpreso in precedenza a utilizzare il telefono cellulare lontano dalla propria postazione, impedendo un intervento tempestivo su un macchinario bloccato. La Corte ha ritenuto legittima questa pratica perché il controllo non era sulla “modalità” di esecuzione del lavoro, ma sulla sua “effettiva esecuzione”. L’azienda stava proteggendo un proprio bene, il tempo di lavoro retribuito del dipendente, da un comportamento potenzialmente illecito. Proprio per questa finalità “difensiva”, la Cassazione ha stabilito che tali controlli esulano dalle procedure di garanzia (accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro) previste dall’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, legge n. 300/1970. Quest’ultima norma vieta l’uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, ma la giurisprudenza ha riconosciuto un’eccezione per i cosiddetti controlli difensivi. Si tratta di un’interpretazione creativa e fondamentale, poiché all’epoca dei fatti la “tutela del patrimonio aziendale” non era ancora tra le finalità esplicitamente previste dalla legge per giustificare i controlli, ma un’elaborazione giurisprudenziale poi introdotta solo nel 2015 con il Jobs Act. Una possibilità contro-intuitiva, che segna un confine sottilissimo tra controllo lecito e invasione della privacy. 2. Il divieto di “spiare all’indietro”: l’azienda non può scandagliare tutta la cronologia passata Se un datore di lavoro nutre il fondato sospetto che un dipendente stia commettendo un illecito, può avviare un controllo. Ma attenzione: non può usare questo sospetto come pretesto per scandagliare a ritroso tutta la sua attività digitale pregressa, accumulata magari per mesi o anni. Questo principio è stato sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 25732 del 22 settembre 2021, introducendo un paletto fondamentale al potere di controllo “ex post”. Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, una lavoratrice era stata licenziata dopo che l’amministrazione del sistema informatico aziendale aveva eseguito un accesso al suo computer per verificare l’origine di un virus che aveva infettato la rete aziendale. Durante questo accesso erano stati rilevati numerosi siti scaricati per ragioni private e un ingente numero di accessi internet di natura ludica. La questione centrale era stabilire se il controllo fosse stato effettuato legittimamente. La Cassazione ha chiarito che il controllo difensivo è legittimo solo se la raccolta delle informazioni inizia dopo l’insorgere del sospetto, non prima. Come afferma testualmente la sentenza: “potrà parlarsi di controllo ex post solo ove, a seguito del fondato sospetto del datore circa la commissione di illeciti ad opera del lavoratore, il datore stesso provveda, da quel momento, alla raccolta delle informazioni.” Se l’azienda ha già raccolto e archiviato i dati sulla navigazione internet del dipendente per mesi, non può improvvisamente decidere di analizzarli perché oggi sospetta qualcosa. Questa regola impedisce al datore di lavoro di accumulare dati “nel caso in cui servano” per poi usarli contro il dipendente al momento opportuno. È una garanzia fondamentale che protegge la dignità e la riservatezza del lavoratore da una sorveglianza preventiva e indiscriminata, assicurando che il controllo sia una reazione a un sospetto concreto e non una caccia alle streghe retroattiva. In altre parole, il datore di lavoro non può conservare cronologie e dati per anni e poi decidere di utilizzarli quando emerge un problema: il controllo deve essere mirato, specifico e successivo all’insorgere di elementi di fatto che giustifichino l’indagine. 3. Il profilo “pubblico” ha la sua privacy: accessibile a tutti non significa utilizzabile per tutto L’idea che tutto ciò che è “pubblico” su internet sia liberamente utilizzabile da chiunque, incluso il proprio datore di lavoro, è un equivoco pericoloso. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha ribadito con forza un principio cardine: la pubblicazione di informazioni su un profilo social pubblico non autorizza il loro trattamento per qualsiasi scopo. Il riferimento normativo è l’articolo 5 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR, Regolamento UE 2016/679), che sancita il “principio di finalità”. In sostanza, i dati personali devono essere raccolti per scopi determinati, espliciti e legittimi, e non possono essere successivamente trattati in modo incompatibile con tali scopi. Quando pubblichi una foto o un commento su Facebook o Instagram, la finalità è comunicativa, espressiva o di intrattenimento, non quella di essere sottoposto a una valutazione disciplinare da parte del datore di lavoro. Per poter utilizzare legalmente quei dati a fini aziendali, ad esempio per un licenziamento, il datore di lavoro deve avere una base giuridica valida ai sensi dell’articolo 6 del GDPR.

Matrimoni same-sex celebrati all’estero: l’Europa impone il riconoscimento, ma l’Italia è pronta?

La Corte di Giustizia UE, con la sentenza C-713/23, sancisce l’obbligo per gli Stati membri di riconoscere i matrimoni omosessuali contratti in altro Paese dell’Unione. Il sistema italiano del downgrading rischia di entrare in conflitto con il diritto europeo Il 25 novembre 2025 resterà una data significativa nel panorama del diritto di famiglia europeo. La Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha pronunciato, nella causa C-713/23 (Wojewoda Mazowiecki), una decisione destinata a ridefinire i rapporti tra libertà di circolazione e riconoscimento degli status familiari all’interno dell’Unione. Il principio affermato è chiaro: uno Stato membro non può negare il riconoscimento di un matrimonio tra due cittadini europei dello stesso sesso, legalmente contratto in altro Stato membro in cui essi abbiano esercitato la libertà di circolazione e di soggiorno. La vicenda all’origine della pronuncia La questione pregiudiziale traeva origine dal caso di due cittadini polacchi, unitisi in matrimonio in Germania nel giugno 2018. La coppia, desiderando rientrare in Polonia e ottenere il riconoscimento del proprio status coniugale, aveva presentato domanda di trascrizione dell’atto matrimoniale tedesco nei registri dello stato civile polacco. Le autorità nazionali avevano opposto un diniego, argomentando che l’ordinamento interno non contempla il matrimonio tra persone dello stesso sesso e che tale trascrizione avrebbe violato i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico nazionale. Il giudice del rinvio si era quindi rivolto alla Corte di Lussemburgo per chiarire se tale rifiuto fosse compatibile con il diritto dell’Unione. Il ragionamento giuridico della Corte La Corte ha fondato la propria decisione su una lettura sistematica degli artt. 20 e 21, par. 1, TFUE, interpretati alla luce dell’art. 7 (rispetto della vita privata e familiare) e dell’art. 21, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione (divieto di discriminazione). Il nucleo argomentativo si articola attorno a tre passaggi fondamentali che meritano attenta considerazione. In primo luogo, la Corte ha ribadito che il diritto alla libera circolazione e al soggiorno dei cittadini dell’Unione comprende il diritto di condurre una “normale vita familiare” sia durante l’esercizio di tale libertà, sia al momento del ritorno nello Stato membro d’origine. Quando due cittadini dell’Unione costruiscono una vita familiare in uno Stato membro ospitante, in particolare per effetto del matrimonio, “devono essere certi di poterla proseguire al ritorno nel loro Stato d’origine”. Questo principio costituisce il fondamento logico dell’intera costruzione giuridica elaborata dalla Corte. In secondo luogo, i giudici di Lussemburgo hanno evidenziato come il rifiuto di riconoscere un matrimonio legalmente contratto in altro Stato membro violi tanto la libertà di circolazione quanto il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare. Tale rifiuto, infatti, “può provocare seri inconvenienti amministrativi, professionali e privati, costringendo i coniugi a vivere come non coniugati nello Stato membro di cui sono originari”. Si tratta di una considerazione pragmatica che tiene conto delle conseguenze concrete che derivano dal mancato riconoscimento dello status matrimoniale. Infine, la Corte ha precisato che il riconoscimento non pregiudica l’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro d’origine, poiché non implica che detto Stato debba introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel proprio ordinamento interno. Si tratta di una distinzione cruciale tra obbligo di introduzione e obbligo di riconoscimento, che preserva il margine di discrezionalità degli Stati membri in materia di definizione interna dell’istituto matrimoniale. I limiti dell’obbligo: il riconoscimento “funzionale” Un aspetto cruciale della pronuncia risiede nella delimitazione del suo ambito operativo. La Corte ha chiarito che l’obbligo imposto agli Stati membri è circoscritto al riconoscimento dello status matrimoniale ai soli fini dell’esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell’Unione. Gli Stati membri conservano pertanto un margine di discrezionalità nella scelta delle modalità di riconoscimento di tale matrimonio, e la trascrizione dell’atto matrimoniale straniero rappresenta solo una delle possibilità. Tuttavia, la Corte ha imposto tre condizioni fondamentali che le modalità prescelte devono rispettare: non rendere il riconoscimento impossibile o eccessivamente difficile; non discriminare le coppie dello stesso sesso a causa del loro orientamento sessuale; garantire una tutela equivalente a quella concessa alle coppie di sesso opposto. Se uno Stato membro prevede un’unica modalità di riconoscimento dei matrimoni contratti all’estero, quale la trascrizione, è tenuto ad applicarla indistintamente sia ai matrimoni tra persone dello stesso sesso sia a quelli tra persone di sesso opposto. Il contesto giurisprudenziale europeo La pronuncia si inserisce in una linea evolutiva inaugurata dalla sentenza Coman del 5 giugno 2018 (C-673/16), ove la Corte aveva stabilito che il termine “coniuge” nella direttiva 2004/38/CE è gender-neutral, obbligando gli Stati membri a riconoscere i diritti di soggiorno derivati anche al coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione. Rispetto a Coman, la sentenza del 2025 compie un passo ulteriore: mentre la pronuncia del 2018 concerneva il riconoscimento del matrimonio ai fini del diritto di soggiorno di un cittadino di Paese terzo coniuge di un cittadino UE, il caso in esame riguarda due cittadini dell’Unione che chiedono il riconoscimento pieno del loro status matrimoniale al rientro nel Paese d’origine. La Corte ha inoltre richiamato la giurisprudenza della Corte EDU, in particolare la sentenza Przybyszewska e altri c. Polonia del 12 dicembre 2023, in cui Strasburgo aveva dichiarato che la Polonia aveva violato l’obbligo positivo di istituire un quadro giuridico che consentisse il riconoscimento e la tutela delle coppie di persone dello stesso sesso. Implicazioni per l’Italia: il problema del downgrading La questione dell’impatto della sentenza sull’ordinamento italiano merita particolare attenzione. L’Italia, con la legge n. 76/2016 (c.d. Legge Cirinnà), ha introdotto l’istituto dell’unione civile riservato alle coppie dello stesso sesso. Contestualmente, l’art. 32-bis della legge n. 218/1995, introdotto dai decreti attuativi della Cirinnà, stabilisce che “il matrimonio contratto all’estero da cittadini italiani con persona dello stesso sesso produce gli effetti dell’unione civile regolata dalla legge italiana”. Tale meccanismo, denominato downgrade recognition (o downgrading), comporta che un matrimonio same-sex legalmente celebrato all’estero venga trascritto nei registri italiani ma produca esclusivamente gli effetti dell’unione civile, non quelli del matrimonio. La Corte di Cassazione ha confermato tale principio con la sentenza n. 11696/2018. Non si tratta di una distinzione meramente nominalistica. L’unione civile presenta differenze sostanziali rispetto al

Consulenza Tecnica in Mediazione: quando il perito diventa un alleato nella ricerca della soluzione

Un’ordinanza del Tribunale di Bergamo del 1° ottobre 2025 valorizza la CTM come strumento per individuare la «giusta soluzione transattiva» nelle controversie tecniche, con significativi vantaggi economici e fiscali per le parti Quando la tecnica incontra la conciliazione Immagina di trovarti coinvolto in una controversia edilizia: hai acquistato un immobile e scopri che i muri a doppia lastra presentano vizi costruttivi. Prima della causa, ti trovi di fronte a un bivio: affrontare un lungo processo con una consulenza tecnica d’ufficio dai costi elevati, oppure tentare la strada della mediazione. Ma c’è un’opzione intermedia che potrebbe rivelarsi particolarmente vantaggiosa: la Consulenza Tecnica in Mediazione (CTM). Una recente ordinanza del Tribunale di Bergamo (1° ottobre 2025) ha offerto un’importante riflessione su questo strumento, indicandolo come la sede più idonea per individuare la «giusta soluzione transattiva» nelle controversie ad elevato contenuto tecnico. Vediamo di cosa si tratta e perché può rappresentare una svolta per chi si trova ad affrontare dispute che richiedono competenze specialistiche Cosa prevede la legge dopo la Riforma Cartabia La Riforma Cartabia ha introdotto importanti novità in materia di mediazione civile, tra cui la disciplina espressa della CTM. L’art. 8, comma 7, del D.lgs. 28/2010, nella formulazione vigente dal 30 giugno 2023, consente al mediatore di avvalersi di esperti iscritti negli albi dei consulenti presso i tribunali. La vera novità, però, riguarda il destino della relazione peritale: le parti possono concordare, al momento della nomina dell’esperto, che la relazione sia producibile nel successivo eventuale giudizio. In pratica, questo significa che se le parti raggiungono un accordo sulla producibilità, la relazione del consulente tecnico potrà essere utilizzata come prova nel processo, secondo il principio del libero convincimento del giudice previsto dall’art. 116 c.p.c. La ratio della norma è chiara: evitare duplicazioni di attività e spese, riducendo tempi e costi del processo. Il D.lgs. 216/2024 (correttivo Cartabia), in vigore dal 25 gennaio 2025, ha inoltre portato la durata massima della mediazione da tre a sei mesi, prorogabili di ulteriori tre mesi con accordo scritto delle parti. Questo arco temporale più ampio consente lo svolgimento di accertamenti tecnici anche complessi senza fretta. Quanto costa la CTM rispetto alla CTU? Uno dei principali vantaggi della CTM risiede nei costi significativamente inferiori rispetto alla consulenza tecnica d’ufficio. Mentre i compensi del CTU sono liquidati dal giudice secondo le tabelle ministeriali (D.M. 30 maggio 2002), il compenso del consulente in mediazione è liberamente convenuto tra le parti e il professionista. Le parti possono negoziare compensi forfetari o ancorati a parametri convenzionali, ripartendoli secondo percentuali liberamente determinate. Non si applicano gli aumenti tariffari previsti per la CTU giudiziale, né sono dovuti bolli e contributi giudiziali. Come ha evidenziato il Tribunale di Roma in una precedente pronuncia, i costi della CTM sono «irrisori, da dividere tra le parti». I benefici fiscali: un incentivo concreto Il regime fiscale della mediazione offre significative agevolazioni. Gli accordi raggiunti in mediazione beneficiano dell’esenzione dall’imposta di registro fino a 100.000 euro di valore (soglia innalzata dalla Riforma Cartabia dai precedenti 50.000 euro). L’esenzione si estende alle imposte ipotecaria e catastale per i trasferimenti immobiliari, mentre tutti gli atti e documenti relativi al procedimento sono esenti dall’imposta di bollo. Il sistema dei crediti d’imposta, disciplinato dal D.M. 1 agosto 2023, prevede: fino a 600 euro sull’indennità versata all’organismo di mediazione; fino a 600 euro sul compenso dell’avvocato nella mediazione obbligatoria e demandata; fino a 518 euro sul contributo unificato, se il giudizio si estingue per accordo raggiunto in mediazione demandata. Come funziona la rinuncia alla riservatezza La mediazione è per sua natura riservata: le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite non possono essere utilizzate nel successivo processo. La CTM rappresenta un’eccezione controllata a questo principio. Al momento della nomina del consulente, le parti devono convenire espressamente la producibilità della relazione, verbalizzando tale accordo nell’incontro di mediazione. Se le parti raggiungono l’accordo, la relazione CTM diventa prova atipica utilizzabile nel giudizio. Se invece anche una sola parte non acconsente, la perizia rimane coperta dalla riservatezza assoluta. È fondamentale che la clausola di svincolo precisi che le dichiarazioni rese dalle parti al consulente restano comunque riservate e non possono essere riportate nella relazione. L’esperto di comune fiducia: una possibilità poco conosciuta Una questione di particolare interesse pratico riguarda la possibilità di nominare un consulente non iscritto agli albi dei CTU, quando le parti concordino unanimemente sulla scelta di un esperto di comune fiducia. La formulazione dell’art. 8, comma 7, che prevede che il mediatore «può avvalersi» di esperti iscritti agli albi, va interpretata come indicazione preferenziale, non come divieto. Questa interpretazione trova fondamento nel principio di autonomia negoziale ex art. 1322 c.c. e nell’affinità con l’istituto della perizia contrattuale, riconosciuto dalla Cassazione (Cass. civ., Sez. III, n. 28511/2018). Tuttavia, la scelta di un esperto non iscritto incide sul peso probatorio della relazione: questa manterrà natura di prova atipica, ma con un valore tendenzialmente ridotto rispetto a quella redatta da un CTU iscritto all’albo. I numeri parlano chiaro: l’efficacia della mediazione I dati statistici confermano l’efficacia della mediazione supportata da accertamenti tecnici. Secondo il Ministero della Giustizia, nel 2023 sono state iscritte 178.182 procedure di mediazione (+15% rispetto al 2022). Quando le parti decidono di proseguire oltre il primo incontro informativo, il tasso di accordo sale al 57%. L’effetto deflattivo sul contenzioso è rilevante: da un’analisi condotta da organismi specializzati risulta che le iscrizioni in tribunale nelle materie soggette a mediazione obbligatoria sono diminuite mediamente del 34%, con punte del 58% nelle controversie in materia di usucapione. I settori dove la CTM esprime maggiore efficacia sono le controversie bancarie e finanziarie, la responsabilità sanitaria, le divisioni ereditarie, gli appalti edili e le questioni condominiali. L’indicazione del Tribunale di Bergamo L’ordinanza del Tribunale di Bergamo del 1° ottobre 2025, nel disporre la mediazione demandata in una controversia relativa a vizi edilizi, ha espressamente indicato alle parti la possibilità di concordare la rinuncia al vincolo di riservatezza affinché la CTM sia valutata come mezzo di prova nel giudizio. Il Giudice ha rilevato il carattere «prevalentemente tecnico della questione