Cassa contanti e responsabilità dell’amministratore

Il Tribunale di Bari indica quando la gestione dei fondi sociali giustifica il controllo giudiziario Il provvedimento è l’ordinanza del Tribunale di Bari, Sezione specializzata in materia di imprese, R.G. 1653/2026, pubblicata il 22 settembre 2026 In una società a responsabilità limitata a base familiare, un socio titolare di un terzo del capitale ha denunciato al Tribunale una serie di presunte gravi irregolarità dell’amministratore unico. Le contestazioni erano cinque. La società aveva ceduto la nuda proprietà del proprio compendio immobiliare a un’altra società, guidata dal coniuge dell’amministratore. Secondo il socio, il prezzo era incongruo e non era stato davvero pagato. Poi c’era il sospetto di uno sviamento di clientela verso la società acquirente, desunto dalla presenza di un cartellone. Il socio contestava inoltre la cassa contanti, per oltre sessantaseimila euro, e un contratto di leasing su un’autovettura di lusso, firmato mentre la società chiudeva l’esercizio in perdita. L’ultimo addebito riguardava un escavatore di proprietà di una società riconducibile allo stesso ricorrente e non restituito. Il socio chiedeva l’ispezione della società e, all’esito, la revoca dell’amministratore con nomina di un amministratore giudiziario. L’amministratore ha respinto ogni addebito. Il Tribunale ha nominato un curatore speciale per assicurare alla società una rappresentanza autonoma, e questi, esaminata la documentazione, ha concluso per l’assenza dei presupposti dell’intervento. Il ricorso è stato rigettato, con condanna del socio alle spese. Il quadro normativo: dal controllo giudiziario alla responsabilità Il procedimento era regolato dall’art. 2409 c.c., che consente al Tribunale di intervenire quando vi è fondato sospetto di gravi irregolarità di gestione che possano danneggiare la società. Il Tribunale precisa che la norma resta applicabile al caso perché il ricorso è anteriore alla sua abrogazione, che il provvedimento riconduce al D.Lgs. 27 marzo 2026, n. 47. Il rimedio sarebbe stato trasposto nel nuovo art. 2396-quater c.c., e i principi elaborati finora conserverebbero piena attualità. Il punto di partenza è questo. Il controllo giudiziario non serve a sindacare la convenienza delle scelte imprenditoriali né a risolvere i contrasti fra soci. Serve a ripristinare la legalità dell’amministrazione quando gli amministratori violano i loro doveri in modo grave. Per le somme che l’amministratore ha già impiegato male esiste invece la responsabilità verso la società, che si fa valere con l’azione di responsabilità (per le s.r.l., art. 2476 c.c.). Il Tribunale lo ricorda espressamente: i due piani sono distinti, e chi non ottiene l’ispezione può comunque agire in responsabilità, se ne ricorrono i presupposti. La cassa contanti come possibile indice di mala gestio Il passaggio più rilevante per chi amministra riguarda la liquidità. La cassa contanti era iscritta per euro 66.999,46 al 31 dicembre 2024, per euro 89.827,66 al 30 settembre 2025 e per euro 68.394,18 nel bilancio provvisorio al 31 dicembre 2025. In linea di principio, il Tribunale afferma che una cassa contanti di rilevante ammontare può essere un indice sintomatico di irregolarità amministrativa. Deve però trattarsi di una cassa non coerente con la natura dell’attività e non giustificata sul piano gestionale e documentale. Il sospetto si rafforza se si accompagna a movimentazioni non tracciate, a incongruenze contabili o a una mancata corrispondenza tra saldo contabile e disponibilità effettiva. Nel caso concreto, però, questi elementi mancavano. Il saldo era stabile da anni e risaliva a una gestione precedente. Il ricorrente non aveva dedotto prelievi ingiustificati, operazioni prive di documentazione o discrasie tra scritture e denaro effettivamente disponibile. Il dato quantitativo, da solo, è stato giudicato un elemento neutro, privo di valore dimostrativo. Per l’amministratore la lezione è chiara. Una cassa elevata non è di per sé una colpa, ma l’onere pratico di spiegarla ricade su chi gestisce. La difesa regge se la giacenza è storica, giustificata e riscontrabile nelle scritture. Diventerebbe vulnerabile se comparissero uscite non tracciate o saldi non riscontrabili. La tracciabilità dei pagamenti e il prezzo dell’immobile La seconda questione riguarda il prezzo di cessione della nuda proprietà. Il socio sosteneva che non fosse stato pagato, perché i debiti della società non risultavano diminuiti nel bilancio 2024. Il Tribunale ha respinto l’argomento: il bilancio 2024 non poteva registrare gli effetti di un atto stipulato nel settembre 2025. A pesare sono state invece le scritture contabili. Gli acconti ricevuti erano registrati nel mastrino del 2024 e poi azzerati con una scrittura di giroconto a titolo di pagamento dell’atto di acquisto. Questa sequenza ha dimostrato l’effettivo afflusso delle somme nel patrimonio della società venditrice. Anche il valore era stato fissato con una perizia giurata, non contrastata da una stima alternativa. Inoltre la società aveva riservato per sé l’usufrutto per tredici anni, e quindi continuava a godere del bene. Ne risulta un principio utile. Nella movimentazione dei fondi sociali la tracciabilità contabile è la prima difesa dell’amministratore. Non basta nemmeno il rapporto di coniugio tra gli amministratori delle due società per far presumere un’operazione dannosa: servono elementi concreti di sacrificio del patrimonio sociale o di vantaggio ingiustificato alla controparte. Le scelte gestorie opinabili: leasing ed escavatore Il leasing di un’autovettura di lusso è stato definito una scelta opinabile, per natura e valore del bene, per l’impegno dei canoni e per la situazione economica non florida. Il Tribunale la colloca però nel merito gestorio, che il giudice può sindacare solo sotto il profilo del percorso decisionale, della correttezza dell’informazione, dell’eventuale conflitto di interessi e della manifesta irragionevolezza. Non risultavano provati né un conflitto di interessi né un uso esclusivamente personale del veicolo né una palese sproporzione rispetto alle capacità della società. La perdita d’esercizio, poi, non basta a trasformare a posteriori una scelta discutibile in una grave irregolarità, perché la valutazione si fa ex ante. Il Tribunale aggiunge che i canoni sono la fisiologica esecuzione di un obbligo già assunto, e che uno scioglimento anticipato potrebbe esporre la società a conseguenze peggiori. Quanto all’escavatore, la società amministrata aveva versato canoni di locazione per un importo complessivo superiore al prezzo di vendita del mezzo. Una vicenda di questo tipo si risolve con i rimedi ordinari, non con il controllo giudiziario. Il Tribunale osserva anche che il danno lamentato avrebbe colpito la società del

Locazione esente: scatta la rettifica IVA?

La categoria catastale non basta: la locazione esente impone di verificare la rettifica della detrazione Nel 2016 una società acquista una quota pari a tre quarti di un complesso edilizio a uso industriale, iscritto nella categoria catastale D/8, quella degli immobili costruiti per le speciali esigenze di un’attività produttiva. Il restante quarto viene acquistato da un’altra società. Al momento dell’acquisto la società detrae l’IVA pagata, come fa chi compra un bene destinato alla propria attività d’impresa. L’anno successivo il complesso viene concesso in locazione a terzi, in regime di esenzione IVA. L’immobile non serve più a produrre, ma a ricavare una rendita. Nel frattempo la società acquirente viene incorporata in un’altra società, che subentra nei suoi rapporti. L’Amministrazione finanziaria notifica allora un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2017 e recupera oltre trecentoottantamila euro: a suo avviso la società avrebbe dovuto rettificare la detrazione operata in origine. Il percorso nei giudizi di merito La società impugna l’avviso. Lamenta, da un lato, che la motivazione dell’atto sia generica e priva degli elementi di fatto a sostegno della pretesa. Sostiene, dall’altro, che l’operazione rientri nel regime di esenzione previsto dall’art. 10 del d.P.R. n. 633 del 1972 e che la disciplina della rettifica sia stata applicata male. In primo grado il ricorso viene accolto e le spese sono compensate. L’Amministrazione appella, e la società propone appello incidentale sulle spese. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado respinge l’appello principale, accoglie quello incidentale e condanna l’Amministrazione alle spese di entrambi i gradi. Il suo ragionamento è semplice: l’immobile è D/8, quindi strumentale per natura, e resta tale anche se viene locato. La questione portata in Cassazione L’Amministrazione ricorre in Cassazione con un solo motivo, denunciando la violazione degli artt. 19 e 19-bis.2 del d.P.R. n. 633 del 1972. Il giudice di merito, sostiene, si è fermato al dato formale della classificazione catastale senza verificare come il bene sia stato utilizzato davvero. Nel corso del giudizio di legittimità è stata formulata una proposta di definizione anticipata ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., che prospettava l’inammissibilità o la manifesta infondatezza del ricorso. L’Amministrazione non l’ha condivisa e ha chiesto la decisione in camera di consiglio. La domanda posta alla Corte è questa: concedere in locazione esente un immobile strumentale, per il quale si è detratta l’IVA, può obbligare a rettificare la detrazione anche se il bene resta catastalmente strumentale? Il quadro normativo: detrazione e rettifica L’art. 19 del d.P.R. n. 633 del 1972 riconosce a chi svolge un’attività d’impresa il diritto di detrarre l’IVA pagata sugli acquisti destinati a quell’attività. In termini semplici, l’imposta pagata a monte non deve costituire un costo per l’impresa, purché i beni servano a operazioni che, a valle, sono a loro volta soggette a IVA. L’art. 19-bis.2 dello stesso decreto disciplina cosa accade se le cose cambiano. Se dopo la detrazione iniziale il bene viene impiegato per operazioni che danno diritto alla detrazione in misura diversa, ad esempio operazioni esenti, la detrazione va rettificata. Si tratta di un meccanismo correttivo, che adegua il diritto di detrarre all’uso effettivo del bene. La decisione della Corte La Sezione Tributaria, con l’ordinanza identificata dal numero di raccolta generale 26323/2026 e pubblicata il 06/10/2026, accoglie il ricorso. La Corte esclude innanzitutto che il motivo chieda una nuova valutazione dei fatti. I fatti non sono contestati, e la censura riguarda la qualificazione giuridica della successiva concessione in godimento. Nel merito, la Corte osserva che i precedenti richiamati dal giudice d’appello non sono pertinenti. Quello citato riguarda l’imposta di registro e le imposte ipotecaria e catastale, e non affronta la rettifica della detrazione IVA. Aggiunge che i principi sulla categoria catastale come criterio oggettivo di strumentalità attengono alla qualificazione del bene. L’art. 19-bis.2, invece, regola il rapporto tra la detrazione originaria e l’uso successivo. Il giudice di merito si è quindi fermato troppo presto. Richiamando propri precedenti, la Corte ricorda che in materia di IVA l’inerenza del bene all’attività d’impresa va accertata in concreto e non solo in astratto, e che la semplice percezione di un reddito non basta a rendere strumentale un bene. Richiama poi il diritto dell’Unione, per cui il meccanismo di rettifica serve a stabilire una relazione stretta e diretta tra la detrazione dell’IVA a monte e l’uso del bene per operazioni imponibili a valle. Una rettifica è dunque necessaria quando, dopo la detrazione, mutano gli elementi considerati per determinarla, in particolare quando il bene non è più utilizzato per operazioni che danno diritto a detrarre. Il principio di diritto La Corte afferma che la persistente classificazione catastale del bene come immobile strumentale non esclude la rilevanza della sua successiva utilizzazione per operazioni esenti. Il giudice deve verificare se, rispetto agli elementi considerati al momento della detrazione iniziale, quell’utilizzazione abbia comportato una diversa misura del diritto alla detrazione. Deve poi determinare la rettifica secondo la disciplina applicabile alla specifica categoria di bene. La sentenza è cassata e la causa è rinviata al giudice tributario di secondo grado, in diversa composizione. È importante capire cosa la Corte non dice. Non afferma che la rettifica sia sempre dovuta, né ne quantifica l’importo. Stabilisce che il giudice non può fermarsi alla categoria catastale e deve accertare gli effetti dell’uso successivo. Implicazioni pratiche Per le imprese il messaggio è chiaro: classificare un immobile come D/8 non protegge dalla rettifica. Chi acquista un fabbricato industriale detraendo l’IVA e poi decide di locarlo in esenzione, anche solo in parte o per un periodo limitato, deve valutare in anticipo l’impatto sulla detrazione già esercitata. Una locazione stipulata a ridosso dell’acquisto è esattamente lo scenario in cui l’Amministrazione tende a muovere contestazioni. Per i professionisti, la decisione ricorda che la difesa fondata sulla sola natura catastale del bene è fragile. Servono elementi concreti sull’uso effettivo, sulla programmazione dell’attività e sulle operazioni compiute dopo l’acquisto. Per chi riceve un avviso di accertamento di questo tipo, anche la motivazione dell’atto e la ricostruzione cronologica dei fatti restano decisive. Conclusioni La categoria catastale descrive il bene, ma la rettifica guarda all’uso che se

Avvocatura, arriva il nuovo ordinamento

La legge delega ridisegna attività riservate, società tra avvocati, tirocinio, esame di Stato e disciplina: cosa cambia per tutti. La riforma dell’ordinamento forense ha compiuto un secondo passo. Dopo la legge 28 luglio 2026, n. 137, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 1° agosto 2026 (G.U. n. 177) e in vigore dal 16 agosto, il Consiglio dei ministri n. 191 del 2 ottobre 2026 ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo di attuazione della delega. Il decreto è destinato a sostituire organicamente la legge 31 dicembre 2012, n. 247, che per quasi quindici anni ha regolato la professione. Lo schema è ancora un testo in itinere e deve completare il suo percorso, quindi tutto ciò che segue va letto con questa cautela. I contenuti che illustriamo derivano dai principi e criteri direttivi della legge delega, che il decreto è chiamato a tradurre in norme di dettaglio. Inquadramento generale, iter e tempistiche Il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega il 22 luglio 2026, con 114 voti favorevoli, nessun contrario e 19 astenuti, dopo il via libera della Camera del 26 maggio. La delega prevede decreti legislativi entro sei mesi dall’entrata in vigore, quindi entro il 16 febbraio 2027, su proposta del Ministro della Giustizia e sentito il Consiglio Nazionale Forense. Lo schema approvato il 2 ottobre rientra pienamente in questo termine. Dopo l’esame preliminare, il testo dovrà proseguire il suo iter. La delega attribuisce alle Commissioni parlamentari competenti trenta giorni per esprimere il parere, e se quel termine scade nei trenta giorni che precedono la scadenza della delega, o dopo, questa è prorogata di altri trenta giorni. Entro dodici mesi dall’ultimo decreto principale sono poi ammessi decreti correttivi e integrativi. Resta fermo che dall’attuazione non possono derivare nuovi oneri per la finanza pubblica. Il testo definitivo potrebbe quindi differire da quello approvato in via preliminare. La riserva di attività professionale Il punto di maggior rilievo riguarda il perimetro delle attività riservate. La delega conferma l’esclusiva dell’avvocato nella difesa davanti a tutti gli organi giurisdizionali, nell’arbitrato rituale, nella negoziazione assistita e nella mediazione obbligatoria o demandata dal giudice. La vera novità è l’estensione della riserva alla consulenza legale e all’assistenza stragiudiziale, quando sono connesse all’attività giurisdizionale e svolte in modo continuativo, sistematico e organizzato. Restano salve le competenze che la legge attribuisce ad altre professioni regolamentate. In concreto, un accordo che preveda un compenso per questa consulenza a favore di chi non è iscritto all’albo sarà nullo. Sono fatte salve la consulenza resa da dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi nell’interesse esclusivo del datore di lavoro o del committente, e quella resa a società controllanti, controllate o collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c. Per le associazioni e gli enti esponenziali, l’attività è consentita solo entro le competenze istituzionali dell’ente. La delega interviene anche su alcuni cardini della professione. Il segreto professionale è qualificato come inviolabile e indisponibile, e l’uso del titolo di avvocato è vietato a chi sia stato radiato o abbia perso i requisiti di iscrizione. Rientra inoltre nell’ordinamento il giuramento solenne. Società tra avvocati, reti e monocommittenza Sul fronte dei modelli organizzativi, le società tra avvocati potranno assumere forma di società di persone, di capitali o cooperative, con iscrizione in una sezione speciale dell’albo. I soci avvocati, o avvocati ed esercenti altre professioni regolamentate, dovranno detenere almeno i due terzi del capitale e dei diritti di voto, e la maggioranza dell’organo di gestione dovrà essere composta da avvocati. I soci non professionisti sono ammessi solo per prestazioni tecniche o finalità di investimento. Per le attività non rese a loro favore, la quota di utili loro attribuibile non può superare il 33% di quella spettante ai soci professionisti. La società non può prestare attività in misura prevalente a favore del socio non professionista o di soggetti a lui riconducibili. Questo limite pesa soprattutto sull’ingresso di fondi di investimento e capitali esterni. Il capitale di rischio può sostenere digitalizzazione e crescita, ma non sono ammessi modelli di puro controllo o di estrazione di valore. Le reti professionali, nelle forme di rete-contratto e rete-soggetto, possono svolgere attività forense solo se vi partecipano almeno due avvocati. L’incarico resta personale anche quando è conferito a un’associazione, a una rete o a una società. Il cliente può designare il professionista che eseguirà la prestazione, e chi accetta l’incarico risponde personalmente e in solido con la struttura. Per la prima volta, poi, la delega disciplina l’avvocato che lavora in via prevalente o esclusiva per un altro avvocato, uno studio associato, una rete o una società tra avvocati. Il rapporto non può essere di subordinazione, e al collaboratore spetta un compenso congruo e proporzionato alla quantità e qualità dell’opera. Durata minima, preavviso, clausole di non concorrenza e indennità finali spettano al decreto attuativo, ed è su questi aspetti che il testo definitivo andrà letto con più attenzione. Compensi, equo compenso e copertura assicurativa Il compenso resta liberamente pattuibile, nel rispetto della disciplina sull’equo compenso, del principio di proporzionalità dell’art. 2233 c.c. e della sua commisurazione a quantità e qualità dell’opera. È consentito parametrarlo al raggiungimento degli obiettivi, ma resta fermo il divieto del patto di quota lite. I parametri ministeriali saranno aggiornati ogni due anni, e si applicano in assenza di pattuizione scritta e nella liquidazione giudiziale. Merita attenzione la norma sulle transazioni. Quando un giudizio o un arbitrato si chiude con un accordo, tutti i soggetti coinvolti rispondono in solido dei compensi degli avvocati creditori, salvo diverso accordo tra le parti. Viene inoltre razionalizzato il parere di congruità dei Consigli dell’Ordine, per arrivare più rapidamente al titolo esecutivo. La pubblicità professionale è consentita, purché corretta, rispettosa dell’affidamento della collettività e del segreto professionale. L’obbligo di polizza per la responsabilità civile è confermato, con condizioni essenziali e massimali minimi aggiornati ogni cinque anni. Tirocinio forense, scuole obbligatorie ed esame di Stato Il tirocinio dura diciotto mesi continuativi. Per dodici mesi il praticante deve frequentare con profitto i corsi delle Scuole Forensi degli Ordini, o di soggetti accreditati dal Consiglio Nazionale Forense, o

Dossier sanitario solo per curare: 24.000 euro di sanzione per averlo usato per i turni di lavoro

Dal dossier sanitario all’intelligenza artificiale: perché la sicurezza dei dati clinici è il primo presidio Nel pieno dell’emergenza pandemica, nel 2022, in un grande reparto ospedaliero i turni andavano organizzati giorno per giorno, e chi risultava positivo al Covid-19 doveva essere sostituito. Per sapere chi fosse positivo, qualcuno all’interno di un’azienda sanitaria universitaria trovò una scorciatoia: aprire il dossier sanitario di una dipendente, che era anche paziente della stessa struttura, e leggerne l’esito del tampone. L’accesso avvenne su indicazione della direzione medica e, secondo l’azienda, serviva a tutelare pazienti e colleghi. La dipendente scoprì la consultazione e presentò reclamo al Garante per la protezione dei dati personali. Lamentò anche che il suo dossier fosse stato aperto da altri tre professionisti che non l’avevano mai avuta in cura. L’azienda qualificò quegli ulteriori accessi come illegittimi, ipotizzò a carico dei singoli il reato di accesso abusivo a sistema informatico e presentò un esposto alla Procura. La spiegazione era che i computer, collocati in stanze ad alto afflusso di personale, erano condivisi e restavano spesso aperti quando il titolare dell’utenza si allontanava. Dall’istruttoria emerse un quadro più ampio. Il personale poteva consultare anche referti di altre strutture attraverso il sistema di prenotazione e, con il cosiddetto accesso trasversale, tutti i referti del dipartimento chirurgico, a prescindere dalla presa in carico del paziente. Mancavano i log di accesso al sistema di prenotazione. Il blocco automatico dei computer scattava dopo trenta minuti di inattività, per tutti i reparti allo stesso modo, pronto soccorso compreso. Il controllo sugli accessi si limitava a un’analisi in file Excel avviata dal 2024, senza alert automatici e senza verifiche a campione. Il visore regionale dei documenti sanitari registrava intanto circa sette milioni di accessi in sei mesi, oltre l’82% dopo presa in carico amministrativa e meno del 18% su autodichiarazione. Il caso: quando lo scopo tradisce la regola Con il provvedimento n. 616 del registro dei provvedimenti, del 3 settembre 2026, il Garante ha dichiarato illecita la condotta dell’azienda e le ha ordinato di pagare una sanzione di 24.000 euro. Il dossier sanitario elettronico è uno strumento facoltativo e per sua natura incompleto, che raccoglie la storia clinica del paziente presso una struttura. Le Linee guida del Garante del 4 giugno 2015 ne consentono l’uso solo al personale che interviene nel processo di cura. Usarlo per capire chi possa lavorare e chi no significa piegarlo a una finalità organizzativa, cioè quella propria del datore di lavoro. Il Garante ha ribadito la separazione tra il ruolo del datore di lavoro e quello del medico che ha in cura la persona. Ha aggiunto che la stessa azienda può ricoprire entrambi i ruoli senza che la separazione venga meno. L’azienda aveva richiamato l’emergenza e i protocolli anti-contagio nazionali. Il Garante ha risposto che nessuna disposizione emergenziale, compreso l’art. 17-bis del d.l. n. 18/2020, derogava alla disciplina sulla protezione dei dati, e che nessun protocollo autorizzava a leggere il dossier per conoscere lo stato di salute di un lavoratore. Le semplificazioni previste dalla normativa d’urgenza operavano solo per ciò che era indispensabile alla gestione dell’emergenza e sempre nel rispetto dei principi dell’art. 5 del GDPR. Non contava neppure che la dipendente avesse prenotato una visita ambulatoriale, così da aprire formalmente un percorso di cura. L’accesso, come l’azienda stessa aveva riconosciuto, non era avvenuto per curarla. Il Garante ha poi contestato l’impostazione tecnica del sistema. Un unico tempo di blocco automatico di trenta minuti per tutti i reparti, senza considerare le diverse esigenze operative, non è una misura di sicurezza adeguata al rischio (art. 32 GDPR). Lo stesso vale per l’assenza di alert automatici e di controlli a campione, che avrebbero avuto un effetto dissuasivo. La tesi difensiva della «vulnerabilità sistemica» rispetto al comportamento doloso dei dipendenti si è ritorta contro l’azienda. Riconoscere quella fragilità imponeva di adottare più misure di prevenzione, non meno. Le disposizioni violate sono gli artt. 5, par. 1, lett. a), b), c) e f), 9, 25 e 32 del Regolamento (UE) 2016/679, l’art. 75 del Codice privacy e le Linee guida del 2015. Il Garante ha valutato la gravità come media. Ha considerato come circostanze favorevoli il fatto che l’uso del dossier per i turni fosse stato deciso dalla direzione medica e che l’Autorità stessa fosse già intervenuta sulla configurazione del sistema, e ha tenuto conto che il caso era emerso da un reclamo. Oltre alla sanzione ha ingiunto, entro sessanta giorni, di limitare l’accesso alle sole finalità di cura, escludendo chi agisce come datore di lavoro, e di introdurre alert automatici e blocchi del computer calibrati sui diversi contesti operativi. Le iniziative adottate vanno comunicate entro novanta giorni. È disposta anche la pubblicazione dell’ordinanza-ingiunzione sul sito del Garante. Il provvedimento è opponibile davanti al tribunale ordinario entro trenta giorni dalla comunicazione. Dal dossier sanitario all’intelligenza artificiale: il rischio di vulnerabilità sistemica Questa vicenda riguarda anche l’intelligenza artificiale in medicina, ed è una prospettiva propria del nostro approfondimento, non del provvedimento. I modelli di apprendimento automatico usati nella diagnostica si addestrano e producono previsioni sui dati contenuti in dossier e fascicoli sanitari. Se la fonte è debole, cioè senza segregazione degli accessi, senza tracciamento e con controlli fragili, ne risente tutto ciò che vi si costruisce sopra. Vale il vecchio principio informatico «garbage in, garbage out»: dati alterati, inesatti o trattati illecitamente producono decisioni cliniche distorte, e in sanità sono anche pericolose. Nella stessa istruttoria la Regione ha spiegato che l’analisi automatica dei comportamenti di accesso con tecniche di deep learning non è ancora implementata, ma rientra nella più ampia strategia regionale sull’IA, in coerenza con la legge 23 settembre 2025, n. 132. L’AI Act e la nuova legge italiana: obblighi e formazione per i sanitari Il quadro europeo è il Regolamento (UE) 2024/1689, cosiddetto AI Act. Secondo le informazioni riportate nel materiale di riferimento di questo articolo, nell’agosto 2026 il Consiglio dei ministri avrebbe approvato in via definitiva le regole nazionali di adeguamento, inserendo la formazione sull’intelligenza artificiale nel programma di Educazione Continua in Medicina. Il principio è

Amministratore di condominio: perché nomina, compenso e cessazione non sono mai questioni di forma

Quando l’assemblea nomina l’amministratore, non sceglie soltanto una persona di fiducia a cui affidare la gestione dello stabile: stipula un contratto a contenuto legalmente conformato, che vincola condominio e amministratore secondo regole precise su durata, compenso, poteri e modalità di cessazione. Considerare la nomina un atto informale, privo di questa cornice, è all’origine di buona parte del contenzioso condominiale registrato negli ultimi anni. L’autonomia dell’assemblea opera infatti entro limiti dettati da norme inderogabili, a tutela del singolo condomino, dei creditori del condominio e dei terzi. La natura giuridica del rapporto Il primo equivoco da superare riguarda la qualificazione dell’incarico. L’amministratore non è un professionista intellettuale né un semplice mandatario: la giurisprudenza di legittimità lo inquadra come contraente di un contratto tipico, disciplinato in via primaria dagli artt. 1129, 1130 e 1131 c.c., con applicazione del mandato soltanto residuale, nella misura in cui risulti compatibile con lo statuto speciale della figura. Lo ha chiarito la pronuncia n. 7874 del 19 marzo 2021, escludendo che l’attività dell’amministratore integri una prestazione d’opera intellettuale ai sensi degli artt. 2229 e seguenti c.c.: non è richiesta l’iscrizione a un albo professionale, e il contenuto del rapporto risulta già interamente conformato dalle norme condominiali. Si tratta di un orientamento ormai consolidato, che consente di evitare due errori ricorrenti nella prassi: applicare direttamente l’art. 2237 c.c. in tema di recesso dal contratto d’opera intellettuale, oppure trattare l’amministratore come un mandatario puro, trascurando i doveri specifici e le cause di cessazione che il diritto condominiale gli riserva. Nomina, accettazione e requisiti di legge La figura dell’amministratore è obbligatoria quando i condomini superano il numero di otto; al di sotto di tale soglia la nomina resta facoltativa. Spetta all’assemblea deliberarla con la maggioranza qualificata dall’art. 1136, secondo comma, c.c.: la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno la metà del valore dell’edificio. La delibera, tuttavia, non esaurisce il procedimento negoziale: occorre l’accettazione dell’incaricato, che perfeziona il rapporto contrattuale. È quindi prudente che il verbale dia atto espressamente di tale accettazione, o richiami un preventivo scritto, sottoscritto o comunque accettato, allegato alla deliberazione o dichiarato parte integrante di essa. A questi profili si aggiunge il possesso dei requisiti di onorabilità e professionalità previsti dall’art. 71-bis disp. att. c.c., salve le eccezioni per il condomino che amministri il proprio stabile. Non si tratta di un adempimento formale: la pronuncia n. 28195 del 31 ottobre 2024 ha stabilito che la nomina di un amministratore privo di tali requisiti è nulla per contrarietà a norma imperativa, posta a tutela di interessi generali e non semplicemente privati. Ne discende una conseguenza spesso trascurata: la nullità della nomina impedisce anche il rinnovo tacito dell’incarico, secondo il principio per cui quod nullum est nullum producit effectum. Una corretta deliberazione dovrebbe quindi incorporare, oltre al preventivo analitico, anche la dichiarazione relativa alla sussistenza dei requisiti di legge e ai dati identificativi dell’amministratore. Il compenso analitico: un presidio di trasparenza È questo il tema su cui il legislatore ha scelto la sanzione più incisiva. L’art. 1129, comma 14, c.c. impone all’amministratore, all’atto dell’accettazione della nomina e del rinnovo, di specificare analiticamente l’importo dovuto per l’attività svolta, a pena di nullità della nomina stessa. La regola non va letta come un formalismo, ma come uno strumento che consente al condomino di conoscere, prima ancora di deliberare, quanto costa la gestione ordinaria e quali attività generano compensi aggiuntivi. Restano perciò fonte di contenzioso le clausole generiche del tipo “compenso secondo tariffa” o “onorario da concordare in sede di rendiconto”, quando non accompagnate da criteri oggettivi previamente approvati. La pronuncia n. 12927 del 22 aprile 2022 ha chiarito che la valida costituzione del rapporto richiede un documento approvato dall’assemblea contenente l’analitica determinazione del compenso, anche per rinvio a un preventivo dichiarato parte integrante della delibera; tale requisito non può considerarsi soddisfatto per implicito dalla mera approvazione del rendiconto. La pronuncia n. 14424 del 29 maggio 2025 ha ribadito il principio per le gestioni successive all’entrata in vigore della norma, precisando che l’approvazione del rendiconto non sana la mancanza originaria della specificazione analitica: la nullità della nomina è nullità testuale, e resta nulla anche la delibera che approvi, nel rendiconto, una voce di compenso non validamente predeterminata al momento della nomina o del rinnovo. Sullo stesso orientamento è intervenuta, nella medesima data, la pronuncia n. 14428 del 29 maggio 2025, che ha opportunamente precisato i confini pratici della regola: l’obbligo di analiticità non impone una quantificazione per singola prestazione, essendo sufficiente anche la previsione di un importo complessivo, comprensivo delle attribuzioni di cui all’art. 1130 c.c. e riferito all’intero incarico, fermo restando che le attività eccedenti l’ordinaria amministrazione possono formare oggetto di pattuizione separata nel corso del rapporto. Non si tratta di un contrasto tra le due pronunce, quanto di un chiarimento che bilancia il rigore della sanzione con un’applicazione non eccessivamente formalistica: il preventivo deve restare verificabile, ma non deve trasformarsi in un elenco casistico di ogni possibile prestazione. Durata, rinnovo e conferma dell’incarico L’incarico dura un anno e si intende rinnovato per eguale durata, senza che occorra necessariamente una nuova delibera di nomina; ciò non legittima, tuttavia, una gestione priva di controllo assembleare. Poiché l’art. 1129, comma 14, c.c. richiama espressamente anche il rinnovo, la soluzione prudenziale consiste nel far constare la permanenza del compenso analitico già pattuito, oppure nell’approvare un nuovo preventivo quando mutino le prestazioni, la complessità della gestione o il numero delle unità immobiliari. È utile distinguere tre fattispecie spesso confuse nella prassi: la prosecuzione legale dell’incarico per l’eguale durata annuale, la conferma espressa dell’amministratore da parte dell’assemblea e la nomina di un soggetto diverso. La loro sovrapposizione alimenta contestazioni sulla continuità dei poteri gestori, sul diritto al compenso e sulla validità degli atti compiuti nel periodo controverso. Revoca e dimissioni L’assemblea può revocare l’amministratore in ogni momento, con la stessa maggioranza prevista per la nomina. Si tratta dell’espressione del carattere fiduciario dell’incarico, e la validità della delibera non richiede l’esistenza di una giusta causa. La mancanza di una giusta causa, tuttavia, può incidere sulle conseguenze economiche

Utili accantonati in una srl: si pagano i contributi anche su quelli?

La Cassazione chiarisce che gli utili lasciati a riserva non entrano nella base di calcolo dei contributi del socio che lavora nella società, a meno che siano stati percepiti o che la società abbia optato per la trasparenza fiscale Un imprenditore è socio e amministratore di una società a responsabilità limitata e lavora stabilmente nell’azienda. Per questo è iscritto alla gestione previdenziale degli artigiani e dei commercianti, alla quale i soci che partecipano al lavoro aziendale con abitualità e prevalenza devono versare i contributi. Per gli anni dal 2011 al 2019 l’ente previdenziale gli ha contestato di non aver versato contributi sui redditi collegati alla partecipazione alla società. In concreto, la contestazione riguardava la sua quota di utili, che la società aveva prodotto ma non aveva distribuito, lasciandoli accantonati a riserva. Il socio ha reagito chiedendo di accertare che quel debito non esisteva. Il giudice di primo grado ha dichiarato la domanda inammissibile, perché l’opposizione all’avviso di addebito era stata proposta fuori termine. La Corte d’appello ha accolto il gravame solo in parte. Per le annualità dal 2011 al 2015 ha confermato la tardività dell’opposizione. Per il periodo dal 2016 al 2019, invece, l’avviso di addebito non era ancora stato emesso. La domanda andava quindi letta come richiesta di accertamento negativo dell’obbligo contributivo, ed era ammissibile. Nel merito, la Corte d’appello ha escluso l’obbligo di versare contributi sulla quota di utili non distribuiti, perché si tratta di reddito da capitale investito e non di reddito da lavoro. L’ente previdenziale ha impugnato la decisione con un unico motivo di ricorso per cassazione. La questione giuridica Il ricorso sollevava un problema molto concreto: quando una società a responsabilità limitata decide di accantonare gli utili, e non ha scelto di essere tassata “per trasparenza”, quegli utili contano per calcolare i contributi del socio che lavora in azienda? L’ente sosteneva di sì. A suo avviso la base imponibile contributiva non può dipendere da una scelta dell’obbligato, perché è anche il parametro su cui si misura l’eventuale pensione. Richiamava inoltre il principio di solidarietà e la finalità antielusiva della disciplina, evocando anche l’art. 1344 c.c., che considera illecita la causa del contratto usato come mezzo per aggirare una norma imperativa. Il quadro normativo La Corte ricostruisce anzitutto l’evoluzione della disciplina. L’art. 1 della legge n. 233 del 1990 aveva commisurato il contributo annuo a una percentuale del reddito derivante dall’attività d’impresa che dà titolo all’iscrizione, dichiarato ai fini IRPEF. Con l’art. 3-bis del d.l. n. 384 del 1992, convertito dalla legge n. 438 del 1992, il legislatore ha allargato la base. Il contributo si calcola ora sulla totalità dei redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF per l’anno di riferimento, anche quando per una parte di quei redditi non sorgerebbe alcun obbligo di iscrizione. In altri termini, chi è già iscritto paga sui redditi d’impresa in generale e non soltanto su quelli dell’attività che ha originato l’iscrizione. La Corte richiama sul punto la Corte costituzionale (sentenza n. 354 del 2001), che ha letto questa scelta come una tendenziale armonizzazione tra disciplina fiscale e disciplina previdenziale. Richiama anche le Sezioni Unite (sentenza n. 3240 del 2010), secondo cui, per il socio lavoratore di una srl, l’imponibile contributivo si determina sulla parte di reddito d’impresa dichiarato dalla società ai fini fiscali e a lui attribuita in ragione della quota di partecipazione. Questi richiami sono contenuti nella stessa sentenza e ne costituiscono l’ossatura argomentativa. La decisione della Corte La sentenza, numero di raccolta generale 25628/2026, pubblicata il 21 settembre 2026, rigetta il ricorso dell’ente. Il ragionamento parte da una condizione che la Corte definisce imprescindibile: il reddito deve essere dichiarato ai fini IRPEF. Questo accade in due sole ipotesi. La prima è che il socio abbia effettivamente percepito gli utili. La seconda è che la società abbia optato per l’imputazione “per trasparenza” prevista dagli artt. 115 e 116 del d.P.R. n. 917 del 1986, un regime in cui il reddito della società viene tassato direttamente in capo ai soci, come avviene per le società di persone. Fuori da questi casi il reddito è della società, che lo dichiara ai fini IRES, e non del socio. La Corte lo spiega anche con un confronto tra tre situazioni. Il socio accomandante di una società in accomandita semplice deve computare nella base contributiva i redditi che ne derivano, perché per le società di persone l’imputazione ai soci è automatica, indipendentemente dalla percezione. Chi partecipa a una società di capitali senza prestarvi alcuna attività lavorativa non deve includere gli utili derivanti dalla mera partecipazione, secondo un orientamento che la sentenza definisce costante e richiama con numerosi precedenti. Il socio lavoratore di una srl, infine, versa i contributi sulla quota di reddito che gli è imputata e che egli dichiara, e quindi non sugli utili rimasti a riserva. Gli argomenti dell’ente e le ragioni del rigetto La Corte risponde punto per punto alle obiezioni dell’ente. Sul piano letterale, la legge parla di redditi “denunciati” e non di redditi “conseguibili”. Leggere la norma in modo più generico equivarrebbe, secondo la Corte, a una interpretatio abrogans, cioè a una lettura che svuota di significato una parola scelta dal legislatore. Contano poi le garanzie: l’obbligo contributivo è una prestazione patrimoniale imposta e richiede un fondamento legale chiaro, in applicazione della riserva di legge dell’art. 23 della Costituzione. Quanto alla finalità di ampliare la base imponibile, la Corte osserva che essa incontra limiti rigorosi e non può trasformarsi in un’estensione indiscriminata dell’obbligo. Sul rischio che la scelta del socio decida l’entità dei contributi, la risposta è che è la legge stessa a collegare la contribuzione ai redditi imputati alla persona fisica e dichiarati ai fini IRPEF. Anche il principio di solidarietà e la tutela previdenziale dell’art. 38 della Costituzione non cambiano il quadro, perché l’obbligo non può superare i limiti tracciati dalla legge solo perché a un contributo maggiore corrisponderebbe una pensione più alta. La tutela resta comunque garantita dal versamento sul livello minimo imponibile. Sulla lettura antielusiva la Corte è netta: la mancata distribuzione degli utili

Vendita a rate e imposta di registro: da quando decorre il termine per il Fisco?

La Cassazione rimette alla pubblica udienza la questione se la vendita sotto condizione sospensiva del pagamento rateale vada trattata come una vendita con riserva di proprietà. Dalla risposta dipende la data da cui l’Amministrazione finanziaria può recuperare l’imposta. Nel novembre del 1999 una persona vende alcuni immobili a un’associazione per il prezzo di trecento milioni di lire, da pagare a rate. Il trasferimento della proprietà non è però immediato: le parti subordinano l’effetto traslativo a una condizione sospensiva, cioè il pagamento delle prime dodici rate. Fino a quel momento il contratto è concluso, ma il passaggio di proprietà resta in attesa. L’atto viene registrato con l’imposta in misura fissa, un importo minimo che non dipende dal valore dei beni, in attesa di vedere se la condizione si avvererà. Gli anni passano. Un soggetto estraneo al contratto promuove una causa per far dichiarare simulata la compravendita o, in alternativa, per revocarla. Con sentenza del 2008 il Tribunale dà atto che la condizione si è avverata, e la Corte d’appello conferma nel 2014. Il 19 ottobre 2012 le parti fanno registrare un atto notarile di ricognizione, tardiva, dell’avveramento della condizione. Circa due mesi dopo, il 20 dicembre 2012, l’Agenzia delle Entrate notifica un avviso di liquidazione dell’imposta di registro, con cui esprime nei confronti dei contribuenti una pretesa maggiore di quella applicata in via provvisoria al momento della registrazione. Il contenzioso tributario Venditore e associazione impugnano l’avviso. La Commissione tributaria provinciale respinge il ricorso nel 2016 e la Commissione tributaria regionale rigetta l’appello nel 2018. Il giudice d’appello ritiene che l’unica denuncia efficace, ai fini del decorso dei termini di decadenza, sia quella presentata con la registrazione del 19 ottobre 2012, e che l’avviso sia quindi stato notificato correttamente e in tempo. I contribuenti ricorrono per cassazione con sei motivi, che vale la pena riassumere. Il primo lamenta un errore nell’indicazione della sentenza di primo grado nel dispositivo di quella d’appello. Il secondo, il terzo e il quarto sostengono che l’atto avrebbe dovuto essere tassato in misura proporzionale fin dal 1999. Secondo i ricorrenti il pagamento del prezzo è elemento costitutivo della vendita e non può essere dedotto in condizione, oppure la condizione era meramente potestativa. In entrambi i casi il termine di decadenza sarebbe partito dalla registrazione originaria e l’avviso del 2012 sarebbe tardivo. Il quinto, in via subordinata, afferma che la registrazione della sentenza del 2008 equivaleva già a denuncia dell’avveramento della condizione. Il sesto contesta l’avviso perché indicava erroneamente i soggetti passivi: dava per cessata l’associazione acquirente e imputava l’atto a una persona fisica nella veste di presidente dell’ente cessato. Sul piano processuale l’Agenzia delle Entrate aveva eccepito la tardività del ricorso per cassazione. A suo dire, la sospensione dei termini per impugnare prevista dall’art. 6, comma 11, del d.l. 23 ottobre 2018, n. 119 non si applicherebbe all’avviso di liquidazione, che sarebbe un atto liquidatorio e non impositivo. Nell’ordinanza il collegio giudica questa eccezione, a una prima e sommaria delibazione, infondata. I ricorrenti avevano infatti richiamato l’orientamento secondo cui l’avviso di liquidazione rientra nella nozione di atto impositivo quando esprime per la prima volta una pretesa maggiore di quella applicata in via provvisoria. La questione giuridica Prima di esaminare i motivi, la Corte ritiene necessario stabilire quale norma del testo unico dell’imposta di registro si applichi a questo tipo di operazione. Ne va anche l’accertamento dell’eventuale decadenza dell’Amministrazione dal potere di riscuotere l’imposta. La domanda è se la vendita sotto condizione sospensiva del pagamento rateizzato del prezzo sia disciplinata dal comma 1 o dal comma 3 dell’art. 27 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131. Il quadro normativo L’art. 27, comma 1, stabilisce che l’atto sottoposto a condizione sospensiva sia tassato in misura fissa. Quando la condizione si avvera, o l’atto produce i suoi effetti prima dell’avveramento, si riscuote la differenza rispetto all’imposta dovuta per l’atto puro e semplice. È la regola che sembra aver guidato la registrazione del 1999. Il comma 3 dello stesso articolo prevede un’eccezione. Non sono considerati sottoposti a condizione sospensiva le vendite con riserva di proprietà e gli atti la cui efficacia dipende dalla mera volontà dell’acquirente o del creditore. In questi casi l’imposta proporzionale si applica subito. Per orientarsi occorre ricordare che la vendita con riserva di proprietà, disciplinata dall’art. 1523 del codice civile, è quella in cui il compratore acquista la proprietà solo con il pagamento dell’ultima rata, pur assumendo i rischi della cosa fin dalla consegna. Vanno ricordate anche due regole civilistiche. Secondo gli artt. 1353 e 1360 c.c., le parti possono subordinare l’efficacia del contratto a un evento futuro e incerto e, quando l’evento si verifica, gli effetti risalgono di regola al momento della conclusione del contratto. L’art. 1355 c.c. sanziona invece con la nullità la condizione sospensiva rimessa alla mera volontà dell’alienante. L’orientamento richiamato e i dubbi del collegio L’ordinanza ricorda un recente precedente della stessa Sezione (Cass., Sez. Trib., 7 giugno 2024, n. 15964, richiamata nel testo del provvedimento). Riguardava una vicenda simile ma non sovrapponibile: una vendita sotto condizione sospensiva del pagamento in un’unica soluzione, senza rateizzazione. In quel caso si era escluso che l’operazione fosse una vendita con riserva di proprietà, perché le parti avevano previsto un effetto traslativo retroattivo una volta pagato il prezzo. Si era quindi applicato il comma 1 dell’art. 27, con tassazione fissa e riscossione della differenza all’avveramento. Secondo il collegio questa ricostruzione merita un ponderato approfondimento. Da un lato c’è la più risalente giurisprudenza civilistica, che assimilava quanto agli effetti la vendita con riserva di proprietà a quella sotto condizione sospensiva del pagamento. Dall’altro c’è la dottrina prevalente, che vede nella riserva di proprietà una figura autonoma, con effetti obbligatori immediati ed effetti reali differiti. Il collegio richiama anche la consolidata giurisprudenza secondo cui la sentenza che trasferisce un immobile al promittente acquirente, subordinatamente al pagamento del corrispettivo, sconta l’imposta proporzionale. In quel caso la condizione dipende dalla volontà dell’acquirente e il comma 3 trova applicazione. Il punto decisivo è questo. Il comma 3 si occupa dei casi in

Affitto dell’immobile intestato al figlio minore: a chi va imputato il reddito?

La Cassazione torna sulla regola dell’imputazione per metà ai genitori esercenti l’usufrutto legale, chiarendo cosa deve dimostrare chi contesta l’attribuzione per intero del reddito a un solo genitore Il caso riguarda un avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle entrate recuperava a tassazione, tra l’altro, un reddito da locazione riferito a un immobile di proprietà del figlio minore di un contribuente, reddito che, non essendo stato dichiarato, veniva imputato per intero al padre. Sia in primo grado sia in appello i giudici tributari confermavano la legittimità della pretesa, ritenendo che il minore fosse fiscalmente a carico del genitore al cento per cento e che, di conseguenza, l’intero canone di locazione dovesse essere tassato in capo a quest’ultimo. Il contribuente proponeva ricorso per Cassazione, contestando sia la ricostruzione presuntiva compiuta dai giudici di merito sia, soprattutto, il criterio di imputazione applicato. La regola normativa sull’imputazione dei redditi dei figli minori Al centro della controversia vi è l’art. 4, lett. c), d.P.R. n. 917 del 1986, la norma che disciplina l’imputazione fiscale dei redditi derivanti da beni appartenenti a figli minori. La disposizione stabilisce un criterio preciso: i redditi dei beni dei figli minori soggetti all’usufrutto legale dei genitori sono imputati per metà del loro ammontare netto a ciascun genitore. Solo quando vi sia un unico genitore, o quando l’usufrutto legale spetti a un solo genitore, il reddito viene imputato per l’intero a quest’ultimo. In altri termini, la regola generale è la ripartizione paritaria tra i due genitori esercenti la potestà genitoriale, mentre l’imputazione integrale a un solo soggetto costituisce l’eccezione, subordinata alla verifica che l’altro genitore non sia titolare del medesimo diritto di usufrutto legale. La decisione della Corte: un motivo di ricorso dichiarato inammissibile per difetto di specificità Il contribuente lamentava che il reddito da locazione fosse stato interamente attribuito a lui sulla sola base del fatto che il figlio risultasse fiscalmente a suo carico al cento per cento, circostanza che, a suo avviso, non giustificava il superamento della regola generale della ripartizione a metà. La Cassazione ha dichiarato il motivo inammissibile, ma non nel merito della questione interpretativa: la censura è stata ritenuta priva della specificità necessaria. Il ricorrente, infatti, pur contestando l’imputazione per intero, non aveva chiarito nel ricorso se esistesse un altro genitore e, soprattutto, se questi fosse anch’egli titolare del diritto di usufrutto legale sull’immobile locato, elemento indispensabile per stabilire se la regola della ripartizione a metà fosse in concreto applicabile al caso. Senza questa indicazione, la Corte non poteva verificare se il criterio derogatorio dell’imputazione integrale fosse stato correttamente o scorrettamente applicato dai giudici di merito. Il profilo probatorio: la ricostruzione presuntiva del rapporto di locazione Il ricorso conteneva anche una censura relativa al ragionamento presuntivo con cui i giudici d’appello avevano ritenuto ancora in corso, nell’anno d’imposta oggetto di accertamento, un contratto di locazione stipulato alcuni anni prima. Anche su questo punto la Corte ha ritenuto la doglianza inammissibile, richiamando il principio secondo cui la deduzione del vizio di falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. in tema di presunzioni richiede un’attività argomentativa puntuale, volta a dimostrare che il ragionamento del giudice di merito, così come concretamente enunciato, sia privo dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. Non è sufficiente, invece, sollecitare una diversa valutazione del materiale istruttorio, attività preclusa nel giudizio di legittimità e riservata in via esclusiva al giudice di merito. Implicazioni pratiche La pronuncia offre un insegnamento di grande utilità operativa per chi assiste genitori con figli minori titolari di immobili produttivi di reddito. Chi intenda contestare l’imputazione integrale di un reddito a un solo genitore deve, fin dal ricorso introduttivo, allegare e provare con precisione l’esistenza e la posizione dell’altro genitore rispetto al diritto di usufrutto legale sul bene, poiché è proprio questa la condizione che attiva la regola della ripartizione paritaria prevista dalla legge. Un’eccezione genericamente formulata, priva di questi elementi, rischia di essere dichiarata inammissibile a prescindere dalla fondatezza sostanziale della pretesa. La vicenda ricorda inoltre come, nella prassi degli accertamenti su immobili intestati a minori, sia essenziale ricostruire con attenzione la situazione familiare e patrimoniale prima di impostare la strategia difensiva, evitando contestazioni che, per quanto astrattamente fondate, risultino processualmente inefficaci se non sorrette da allegazioni specifiche. Conclusioni La decisione, pubblicata nella raccolta generale al n. 25444/2026 in data 16 settembre 2026, conferma che la regola dell’imputazione per metà dei redditi dei beni dei figli minori tra i genitori esercenti l’usufrutto legale costituisce il criterio ordinario, derogabile solo in presenza di un unico titolare del diritto. Chi intende far valere questa regola in sede contenziosa deve however fornire, fin dal primo atto difensivo, gli elementi fattuali necessari a dimostrarne l’applicabilità concreta. Il nostro studio è a disposizione per una valutazione personalizzata delle situazioni familiari e patrimoniali che coinvolgono immobili intestati a figli minori.

Mantenimento e utili non distribuiti: quando i profitti della società “aumentano” il reddito del coniuge separato

La Cassazione conferma: gli utili non distribuiti delle società partecipate dal coniuge obbligato concorrono a determinare l’assegno di mantenimento, anche se non sono mai entrati nelle sue tasche. Una separazione coniugale, dopo circa diciannove anni di matrimonio, approda in Corte d’Appello a Venezia per la sola questione della misura degli assegni di mantenimento riconosciuti dal Tribunale di Treviso. La Corte territoriale, sulla base di una consulenza tecnica che aveva ricostruito la situazione economica di entrambi i coniugi negli anni precedenti alla separazione, rileva una significativa disparità economica a svantaggio della moglie e rideterminate al rialzo gli importi: 1.500 euro mensili a titolo di mantenimento per la moglie e altrettanti quale contributo per il mantenimento della figlia minore, allora quasi sedicenne, collocata prevalentemente presso la madre. Il perito d’ufficio aveva evidenziato come il marito, titolare di una partecipazione dell’80% in una società, percepisse retribuzioni mensili consistenti, ai quali si aggiungevano canoni di locazione per un immobile di proprietà e, soprattutto, utili non distribuiti dalla società partecipata. La moglie, per contro, disponeva di un reddito da lavoro dipendente sensibilmente inferiore, gravato peraltro dalla rata di un mutuo per l’abitazione. Su queste basi la Corte d’Appello aveva ritenuto che il tenore di vita elevato goduto dalla famiglia in costanza di convivenza dovesse essere, per quanto possibile, preservato in capo alla moglie e alla figlia. Il marito ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione con sei distinti motivi di ricorso, contestando tra l’altro la decorrenza retroattiva degli aumenti, l’inclusione nel proprio reddito di utili societari non distribuiti e di beni non nella sua diretta disponibilità, i criteri di ripartizione del mantenimento della figlia, la valutazione del tenore di vita familiare e la ricostruzione del reddito della moglie, oltre alla condanna alle spese di lite. La Prima Sezione Civile, con l’ordinanza n. 24776, pubblicata il 26 agosto 2026, ha rigettato integralmente il ricorso. Il rilievo attribuito agli utili non distribuiti Il cuore della pronuncia, e il profilo di maggiore interesse pratico, riguarda il secondo motivo di ricorso, con cui si contestava che la Corte territoriale avesse considerato, ai fini della determinazione del mantenimento, gli utili non distribuiti realizzati dalla società di cui il ricorrente era socio all’80%, oltre a cespiti asseritamente non produttivi di reddito attuale. La Cassazione ribadisce un principio già consolidato nella propria giurisprudenza: il coniuge separato obbligato al versamento del mantenimento non può pretendere l’esclusione, dalla base di calcolo, degli utili non distribuiti dalla società partecipata. I risultati economici positivi realizzati dalla società, ancorché non tradotti in dividendi effettivamente percepiti, rientrano legittimamente nella valutazione comparativa che il giudice della separazione è chiamato a compiere per fissare l’obbligo di mantenimento e la sua esatta misura. La ratio è evidente: la capacità economica di chi controlla una società, specie con una quota di maggioranza così ampia come l’80%, non si esaurisce nel reddito formalmente percepito, ma comprende anche la ricchezza prodotta e trattenuta all’interno della compagine sociale, di cui il socio di controllo può normalmente disporre secondo le proprie scelte di gestione. Sotto un diverso profilo, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello avesse sovrastimato la propria forza economica, includendo cespiti non produttivi o riferibili a soggetti terzi. Su questo punto specifico la Cassazione dichiara il motivo inammissibile, perché si risolve in una critica all’accertamento di fatto sui redditi delle parti, compito riservato al giudice di merito e sottratto al sindacato di legittimità quando la motivazione sia idonea a rivelare l’iter logico seguito, secondo la lettura ormai consolidata dell’articolo 360, primo comma, numero 5, del codice di procedura civile, fissata dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 8053 del 2014. Nel caso specifico, la Corte territoriale aveva ricostruito con puntualità la posizione reddituale complessiva del marito: retribuzioni mensili pari a circa 5.044,58 euro, canoni di locazione per circa 700 euro mensili derivanti da un immobile di proprietà, e appunto gli utili non distribuiti della società partecipata all’80%, a fronte di un’esposizione debitoria residua per un prestito personale. Questo quadro, unitamente al riscontro di una capacità di spesa della famiglia rimasta costantemente elevata negli anni precedenti alla separazione (la Cassazione richiama, tra gli indici sintomatici valorizzati in sentenza, persino l’acquisto di un’autovettura di fascia alta), ha permesso alla Corte di merito di affermare, con motivazione ritenuta ampiamente sufficiente, la sussistenza di un tenore di vita agiato da preservare, nei limiti del possibile, in favore della moglie e della figlia. Gli altri principi affermati dall’ordinanza L’ordinanza offre l’occasione per ribadire ulteriori principi di rilievo pratico. Quanto alla decorrenza degli aumenti dell’assegno, la Corte conferma l’orientamento secondo cui la decorrenza dalla domanda giudiziale attiene all’an debeatur, mentre la diversa quantificazione operata in appello, se fondata sulla rivalutazione dei medesimi elementi fattuali già esistenti sin dall’origine e non su una sopravvenuta modificazione della situazione patrimoniale dell’obbligato, retroagisce anch’essa alla data della domanda, richiamando in proposito il principio ricordato da Cassazione, Sezioni Unite, n. 32914 del 2022. I provvedimenti presidenziali adottati ai sensi dell’articolo 708 del codice di procedura civile hanno infatti natura meramente interinale e non precludono che la sentenza definitiva integri, con effetto ex tunc, l’importo dell’assegno. Quanto al contributo per il mantenimento della figlia minore, la Cassazione conferma che il criterio della collocazione prevalente presso un genitore, unito alla diversa capacità economica dei genitori, giustifica legittimamente un onere proporzionalmente maggiore a carico del genitore più abbiente, in applicazione dell’articolo 337-ter, comma quarto, del codice civile. Infine, quanto al criterio del tenore di vita, l’ordinanza ribadisce che esso va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, comprensivo delle potenzialità reddituali, della capacità di spesa e delle prospettive future, richiamando precedenti risalenti ma mai superati. Implicazioni pratiche La pronuncia ha ricadute concrete significative per tutti coloro che, in sede di separazione o divorzio, sono titolari di partecipazioni societarie rilevanti. Chi detiene quote di controllo in una società non può limitarsi a dichiarare il proprio reddito personale formalmente percepito per contenere l’assegno di mantenimento: il giudice può legittimamente guardare “oltre lo schermo societario” e valorizzare anche

Spese di lite compensate perché la causa è “seriale”: la Cassazione traccia il confine

Il giudice può abbattere i compensi dell’avvocato sotto i minimi tariffari se ritiene la controversia semplice? La Sezione Lavoro della Cassazione risponde di no Un pensionato aveva agito in giudizio contro l’INPS per ottenere il riconoscimento della maggiorazione della pensione prevista dall’art. 38 della legge n. 448 del 2001, proponendo ricorso ai sensi dell’art. 414 c.p.c. davanti al Tribunale di Nola. Nel corso del giudizio di primo grado, tuttavia, l’Istituto aveva riconosciuto in via amministrativa il beneficio richiesto, facendo così venir meno l’oggetto della controversia. Il Tribunale dichiarava pertanto cessata la materia del contendere. Restava da decidere la sorte delle spese di lite. Il giudice di primo grado le compensava nella misura del 50%, liquidando l’importo residuo in € 888,00; a questa somma, però, applicava un’ulteriore riduzione del 50%, giustificata dalla ritenuta “estrema semplicità e vocazione seriale” della controversia, portando il compenso effettivamente riconosciuto al difensore a soli € 444,00. La Corte d’Appello di Napoli confermava integralmente questa impostazione e condannava altresì il pensionato al pagamento delle spese del grado di appello. Avverso tale decisione il pensionato, assistito dal proprio difensore, proponeva ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, mentre l’INPS restava intimato senza costituirsi. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza recante numero di raccolta generale 25188/2026, pubblicata il 10 settembre 2026, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha rigettato il primo motivo, accolto il secondo e dichiarato assorbito il terzo, cassando la sentenza impugnata limitatamente al capo relativo alle spese di lite e procedendo direttamente alla loro riliquidazione. Il potere discrezionale di compensazione (motivo respinto) Il primo motivo denunciava la violazione dell’art. 92, comma 2, c.p.c., sostenendo che la compensazione delle spese fosse stata disposta in assenza dei presupposti di legge. La Corte lo ha ritenuto infondato, ribadendo un principio consolidato nella propria giurisprudenza: il potere del giudice di merito di compensare, in tutto o in parte, le spese processuali ha natura discrezionale, e il sindacato di legittimità su tale scelta è circoscritto alla sola verifica che non sia stato violato il principio secondo cui le spese non possono mai essere poste, nemmeno parzialmente, a carico della parte totalmente vittoriosa. Al di fuori di questa ipotesi, resta censurabile in Cassazione soltanto la motivazione palesemente illogica, inconsistente o manifestamente erronea con cui il giudice di merito abbia giustificato la compensazione. Nel caso di specie, avendo il Tribunale ancorato la compensazione al sopravvenuto riconoscimento amministrativo del beneficio da parte dell’INPS, la Corte ha ritenuto corretto l’esercizio di tale potere discrezionale. Il divieto di liquidare compensi sotto i minimi tariffari (motivo accolto) Il secondo motivo, quello risolutivo, denunciava invece la violazione dell’art. 91 c.p.c. e del d.m. n. 55 del 2014, come modificato dal d.m. n. 37 del 2018, per aver il giudice di merito ulteriormente dimidiato l’importo dei compensi già ridotto per effetto della compensazione, in ragione della semplicità e della serialità della controversia. La Cassazione ha accolto la doglianza, richiamando un orientamento già espresso in precedenti pronunce: a seguito dell’entrata in vigore del d.m. n. 37 del 2018, applicabile ratione temporis alla fattispecie, il giudice non può più liquidare i compensi professionali al di sotto dei minimi tariffari. Si tratta di un limite diverso e più rigido rispetto al regime previgente, nel quale l’unico argine alla discrezionalità del giudice era rappresentato dal generico canone del decoro professionale dell’avvocato. Nel caso concreto, l’ulteriore riduzione del 50% applicata dal giudice di merito sull’importo di € 888,00 aveva condotto a una liquidazione di gran lunga inferiore ai minimi effettivamente dovuti, calcolati dalla Corte in € 442,50 per la fase di studio, € 370,00 per la fase introduttiva ed € 963,00 per la fase decisionale (esclusa la fase istruttoria, non espletata), per un totale di € 1.775,50. Il terzo motivo, relativo alla condanna alle spese del grado di appello nonostante il versamento della dichiarazione di esonero, è rimasto assorbito dall’accoglimento del secondo. Il principio affermato La pronuncia consolida un principio di rilievo pratico non trascurabile: la discrezionalità del giudice nella liquidazione delle spese di lite, per quanto ampia quanto all’an della compensazione, incontra un limite invalicabile nel quantum. Dal 2018 in poi, la “semplicità” o la “serialità” di una controversia — argomento ricorrente, ad esempio, nel contenzioso previdenziale seriale — non può giustificare compensi liquidati al di sotto delle soglie minime fissate dal decreto ministeriale tariffario. La motivazione fondata su tali criteri, per quanto in sé legittima ai fini della compensazione tra le parti, non può tradursi in un ulteriore abbattimento del compenso spettante al difensore. Implicazioni pratiche Per gli avvocati, in particolare per chi opera nel contenzioso previdenziale e in altri settori caratterizzati da un elevato numero di cause dal contenuto standardizzato, la pronuncia offre un argomento difensivo solido contro le liquidazioni “punitive” motivate dalla presunta serialità della materia: i minimi tariffari restano un presidio non derogabile, indipendentemente dalla semplicità della singola controversia. Per i pensionati e più in generale per gli assistiti, la decisione conferma che il riconoscimento tardivo di un diritto in via amministrativa, pur determinando la cessazione della materia del contendere, non giustifica di per sé una liquidazione delle spese difensive inferiore ai minimi di legge. Per gli enti previdenziali e le altre parti soccombenti, infine, la pronuncia segnala che il margine per contenere i costi del contenzioso attraverso la valorizzazione della “serialità” delle cause resta circoscritto alla sola compensazione, e non può estendersi alla quantificazione dei compensi liquidati alla controparte vittoriosa.