Il proprietario risponde anche per il veicolo rubato: la Cassazione ridisegna i confini della responsabilità e dell’assicurazione

Con la sentenza n. 5562/2026, la Terza Sezione civile della Corte di cassazione afferma che chi custodisce con negligenza il proprio veicolo resta responsabile dei danni causati dal ladro, con piena copertura assicurativa e senza poter invocare lo scioglimento della polizza. ladro, con piena copertura assicurativa e senza poter invocare lo scioglimento della polizza. Un furto che non libera il proprietario. Immaginate di possedere un veicolo aziendale, parcheggiato di notte nel cortile di un’abitazione, con le chiavi di accensione inserite nel cruscotto, le portiere non chiuse a chiave e il cancello carrabile soltanto accostato, ma non bloccato. Qualcuno approfitta di quella trascuratezza, si impossessa del mezzo e, un mese dopo, provoca un grave sinistro stradale causando lesioni serie a un terzo. Il conducente resta ignoto. Al momento del sinistro il veicolo è privo di copertura assicurativa, perché il proprietario, nel frattempo, aveva chiesto il cosiddetto “trasferimento” della polizza su un altro mezzo di sua proprietà. Può il proprietario sostenere di non essere responsabile, dal momento che il veicolo gli era stato rubato? La risposta della Corte di cassazione, con la sentenza n. 5562/2026 della Terza Sezione civile, depositata il 12 marzo 2026, è netta: no. La distinzione fondamentale: prohibente domino e invito domino. Il cuore della decisione ruota attorno a una distinzione concettuale di lungo corso nel diritto della circolazione stradale, che separa due situazioni radicalmente diverse pur se apparentemente simili. Si parla di circolazione prohibente domino quando il veicolo circola contro la volontà del proprietario, il quale abbia fatto tutto quanto ordinariamente possibile per impedirne l’uso. In questa ipotesi il proprietario è davvero estraneo all’evento, non risponde dei danni e il contratto di assicurazione si scioglie dalla mezzanotte del giorno in cui è stata presentata la denuncia di furto. Si parla invece di circolazione invito domino quando il proprietario non voleva la circolazione, ma con la sua condotta negligente ne ha reso possibile o agevolato la sottrazione del mezzo. In questo secondo caso il proprietario rimane responsabile, perché la sua omissione colposa — la mancata custodia — è concausa del danno subito dal terzo. La Cassazione chiarisce con precisione chirurgica che la norma cardine della materia, ovvero l’art. 2054, terzo comma, del Codice civile, deve essere interpretata nel senso che l’esonero dalla responsabilità del proprietario non consegue automaticamente al fatto che egli non volesse la circolazione, ma richiede la prova concreta di avere adottato tutte le misure ordinariamente esigibili per prevenire l’impossessamento abusivo del mezzo. La lunga storia della norma e la scelta del legislatore. La sentenza dedica un’ampia e dotta ricostruzione storica all’art. 2054, terzo comma, c.c., ripercorrendo l’evoluzione normativa a partire dal Regolamento per la circolazione degli automobili del 1901 fino alla codificazione del 1942. Quella storia è, in sintesi, una progressiva estensione della responsabilità del proprietario e una correlativa riduzione dell’ampiezza della prova liberatoria. È significativo, in particolare, che una proposta parlamentare degli anni Venti del Novecento — che avrebbe consentito al proprietario di liberarsi dalla responsabilità dimostrando semplicemente che la circolazione era avvenuta “senza il consenso della volontà” — fu espressamente respinta dal legislatore dell’epoca, proprio perché si prestava ad essere elusa con la mera dimostrazione dello spossessamento involontario. Questa scelta storica conferma che la tesi della società ricorrente — secondo cui il furto, di per sé, escluderebbe la responsabilità del proprietario — è incompatibile con la direzione intrapresa dall’ordinamento fin dai suoi primordi. La relazione ministeriale al libro delle obbligazioni del codice civile precisò del resto espressamente che la previsione del terzo comma dell’art. 2054 non esclude la rilevanza di altri titoli di responsabilità, “come sarebbe la negligente custodia del veicolo”. Cosa deve provare il proprietario, e cosa non basta. Applicando questi principi, la Corte affronta e respinge tutti gli argomenti difensivi della società ricorrente. In primo luogo, non è sufficiente che il furto sia stato commesso con violenza sulle cose o con violazione di domicilio: l’intensità del delitto del ladro è irrilevante rispetto alla valutazione della diligenza del proprietario nella custodia del mezzo. In secondo luogo, non rileva il tempo trascorso tra il furto e il sinistro: lo iato temporale tra la condotta omissiva del proprietario e il verificarsi del danno è giuridicamente neutro, e la responsabilità cessa soltanto per effetto della prescrizione. In terzo luogo, il mancato rintraccio dell’autore del furto da parte delle autorità di polizia non incide sulla posizione del proprietario: la sua colpa risiede nell’omessa custodia, non nel fallimento delle ricerche. Infine, la diligenza richiesta non è quella astratta del bonus pater familias declinata in termini minimi, ma quella concreta e commisurata alle circostanze del caso — luogo, orario, modalità di parcheggio, condizioni di sicurezza del posto. Il relativo apprezzamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità. Il contratto di assicurazione non si scioglie. Uno dei profili più rilevanti della sentenza riguarda le conseguenze sul rapporto assicurativo. L’art. 122 del Codice delle Assicurazioni Private (d.lgs. n. 209/2005) prevede che, in caso di circolazione contro la volontà del proprietario, il contratto di assicurazione si sciolga a decorrere dalla mezzanotte del giorno della denuncia di furto. La Cassazione afferma con fermezza che questa disposizione è applicabile alle sole ipotesi di circolazione prohibente domino, non anche a quelle di circolazione invito domino. Poiché l’espressione “contro la volontà” usata nell’art. 122 è identica a quella impiegata nell’art. 2054 c.c., le due norme devono essere interpretate in modo coerente. Ne discende che, quando il furto è stato colposamente agevolato dal proprietario, il contratto di assicurazione non si scioglie, e la responsabilità del proprietario resta coperta dalla polizza RCA del veicolo. L’assicuratore è quindi tenuto a tenere indenne il proprietario delle conseguenze risarcitorie della sua condotta colposa — non già della condotta del ladro, bensì dell’omessa custodia che ha reso possibile il furto —, quale che sia il momento in cui il danno si è concretamente manifestato. Questo perché, come precisa la sentenza ragionando sull’art. 1917, primo comma, c.c., il rischio coperto dall’assicuratore è l’avverarsi dei presupposti causali del danno, non il danno in sé: e il presupposto causale

Il compenso del commercialista per la stima di quote sociali nel fallimento: la Cassazione chiarisce come si calcola il corrispettivo

Quando il professionista chiede di essere pagato in base al valore lordo dell’azienda e la curatela oppone che la tariffa va applicata al valore netto delle partecipazioni, chi ha ragione? La Prima Sezione civile risolve una questione interpretativa rimasta a lungo senza risposta Il ricorso alla perizia giurata per la stima di partecipazioni sociali non quotate è una prassi frequente nelle procedure concorsuali. Si pensi al caso in cui una società in crisi, prima di presentare domanda di ammissione al concordato preventivo, debba determinare il valore delle proprie quote in altre imprese: a quel punto l’incarico viene affidato a un dottore commercialista, il quale redige la perizia e poi presenta istanza di ammissione al passivo del successivo fallimento per ottenere il proprio compenso. Ma come si calcola quel compenso? È su questa domanda apparentemente tecnica che la Corte di Cassazione, Prima Sezione civile, con l’ordinanza n. 5668/2026, ha pronunciato un principio destinato a orientare la prassi dei tribunali e dei professionisti. l nodo interpretativo: lettera b) o lettera c) dell’art. 31 d.m. n. 169/2010? La disciplina tariffaria applicabile alla fattispecie — la prestazione era stata eseguita nel 2011 — è quella del decreto ministeriale 2 settembre 2010, n. 169, recante il regolamento sugli onorari, le indennità e i criteri di rimborso spese per le prestazioni professionali dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. L’art. 31 di tale decreto distingue due fattispecie. La lettera b) regola la «valutazione di aziende, rami di azienda e patrimoni» e stabilisce aliquote percentuali decrescenti da applicare sull’ammontare complessivo delle attività e delle passività, con esclusione delle sole poste rettificative dell’attivo. La lettera c), invece, riguarda la «valutazione di partecipazioni sociali non quotate» e prevede che si applichino gli onorari di cui alla lettera b) «con riferimento alle quote percentuali sottoposte a valutazione». Il professionista sosteneva che anche in caso di stima di quote sociali si dovesse sommare il totale delle attività e delle passività, per poi applicare su tale somma le aliquote della lettera b): una base di calcolo, quindi, più ampia e potenzialmente molto più remunerativa. La curatela fallimentare, il giudice delegato e poi il Tribunale di Perugia avevano invece accolto una lettura restrittiva: il richiamo alla lettera b) vale soltanto per le aliquote percentuali, mentre la base imponibile va individuata nel valore netto delle quote societarie stimate. La soluzione della Cassazione: argomento letterale e sistematico La Prima Sezione civile ha rigettato il ricorso del professionista, confermando l’interpretazione dei giudici di merito. L’iter argomentativo sviluppato nell’ordinanza n. 5668/2026 muove da un duplice piano, letterale e sistematico, e merita di essere esaminato con attenzione. Sul piano letterale, la Corte osserva che la lettera c) impone di applicare le aliquote «con riferimento alle quote percentuali sottoposte a valutazione», espressione che va intesa nel senso del valore delle quote societarie stimate. Tale valore non è affatto equivalente alla somma di attività e passività: esso rappresenta, al contrario, il risultato della sottrazione del disvalore delle passività dal valore delle attività, ossia il patrimonio netto. È vero, riconosce la Corte, che il rinvio agli «onorari» di cui alla lettera b) non è del tutto perspicuo — sarebbe stato tecnicamente più preciso riferirsi alle «aliquote» o «percentuali» —, ma questa imprecisione redazionale non è in grado di sovvertire il significato complessivo della norma. Sul piano sistematico, l’argomento decisivo è la stessa esistenza di una lettera c) separata e distinta dalla lettera b): se il legislatore regolamentare avesse voluto applicare ai due casi i medesimi parametri e le medesime percentuali, non avrebbe avuto alcuna ragione logica di predisporre due disposizioni autonome. La separazione normativa accentua la differenza dei criteri, non li assimila. L’obiezione del professionista e la risposta della Corte Il ricorrente aveva prospettato un ulteriore argomento, di carattere sistematico-critico: se il compenso si calcola sul valore netto delle quote, nel caso in cui tale valore sia nullo o addirittura negativo — ipotesi tutt’altro che infrequente nelle procedure concorsuali, dove le passività spesso eccedono le attività — il professionista si troverebbe a ricevere soltanto il compenso minimo inderogabile di euro 1.936,71, fissato anch’esso dalla lettera b), a prescindere dalla complessità e dalla mole del lavoro svolto. Si trattava di una classica argomentazione per reductio ad absurdum: la conseguenza irragionevole della tesi avversaria rivelerebbe la sua erroneità. La Cassazione ha smontato questo ragionamento su tre livelli. In primo luogo, la previsione di un importo minimo inderogabile esiste proprio per garantire un compenso anche nelle ipotesi di valori nulli o negativi: la norma, quindi, ha già contemplato e risolto il problema. In secondo luogo, il regolamento si applica soltanto in mancanza di diverso accordo tra le parti, come stabilito dall’art. 2233, comma 1, c.c.: il professionista che si accinge a una valutazione complessa e prevede un valore netto modesto o negativo può e deve tutelarsi stipulando preventivamente un accordo specifico sul compenso. In terzo luogo, ove manchi anche l’accordo, il giudice può intervenire applicando il criterio residuale di adeguatezza sancito dall’art. 2233, comma 2, c.c., secondo cui «in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera ed al decoro della professione». La Corte precisa, peraltro, che questo terzo argomento è speso soltanto a confutazione della reductio ad absurdum avversaria, non già per rimettere in discussione la conformità alla tariffa del compenso già ammesso al passivo nel caso concreto. Implicazioni pratiche per professionisti e procedure concorsuali L’ordinanza n. 5668/2026 è destinata ad avere ricadute significative per i dottori commercialisti che operano nell’ambito delle procedure concorsuali, sia come periti incaricati dalla società in crisi sia come consulenti del curatore o del commissario. Il principio affermato dalla Cassazione chiarisce che, per le perizie di stima di partecipazioni sociali non quotate, la tariffa di cui all’art. 31, lett. c), d.m. n. 169/2010 si applica sul valore netto delle quote — e non sul lordo aggregato di attività e passività — con la conseguenza che il compenso può risultare significativamente inferiore alle aspettative del professionista, specie in contesti di crisi dove le società presentano squilibri patrimoniali rilevanti. La risposta prudenziale a questa situazione è

Infortuni a scuola durante l’educazione fisica: quando la scuola risponde e quando no

La Cassazione chiarisce i limiti della responsabilità dell’istituto scolastico per i danni subiti da uno studente nel corso di una partita di pallavolo: tra vigilanza del precettore, rischio sportivo e caso fortuito Una studentessa minorenne riportava una lesione all’occhio destro nel corso di una partita di pallavolo disputata durante l’ora di educazione fisica. Un compagno di classe, non riuscendo a ricevere il pallone con le mani, lo aveva respinto istintivamente con il piede, colpendo la ragazza al volto. I genitori della minore convenevano in giudizio il Ministero dell’Istruzione, sostenendo che l’insegnante presente avesse omesso di vigilare adeguatamente sugli alunni e chiedendo il risarcimento dei danni, quantificati in oltre ottantacinquemila euro. Il Tribunale di Ancona e, successivamente, la Corte d’appello rigettavano la domanda. La questione giungeva infine dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione, che con l’ordinanza n. 4945/2026 della Terza Sezione civile, pubblicata il 5 marzo 2026, ha confermato l’esclusione di ogni responsabilità in capo all’istituto scolastico. Il quadro normativo: tre diverse fonti di responsabilità invocate La vicenda ruotava attorno a tre distinte norme del codice civile, ciascuna capace, in astratto, di fondare un obbligo risarcitorio a carico della scuola. L’art. 1218 c.c. disciplina la responsabilità contrattuale per inadempimento: il rapporto tra istituto scolastico e studente, come chiarito da tempo dalla giurisprudenza, ha natura contrattuale, con la conseguenza che la scuola è tenuta a garantire l’integrità fisica degli alunni durante le attività didattiche. L’art. 2048, secondo comma, c.c. prevede invece la responsabilità dei precettori per i danni cagionati dai loro allievi a terzi, nel tempo in cui questi si trovano sotto la loro vigilanza: si tratta di una presunzione relativa di colpa, che può essere vinta fornendo la prova liberatoria. L’art. 2050 c.c., infine, disciplina la responsabilità per l’esercizio di attività pericolose, stabilendo che chi cagiona danno nello svolgimento di un’attività che per sua natura o per i mezzi impiegati rende probabile il verificarsi di eventi lesivi è tenuto al risarcimento, salvo che dimostri di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. La responsabilità del precettore ex art. 2048 c.c.: la presunzione e i suoi limiti Il cuore del primo motivo di ricorso investiva la corretta applicazione dell’art. 2048, secondo comma, c.c. La Cassazione ribadisce, in linea con l’orientamento consolidatosi a partire dal pronunciamento delle Sezioni Unite (Cass., Sez. U, 27/06/2002, n. 9346), che questa norma non configura una responsabilità oggettiva né a carico dell’allievo né a carico del precettore. Essa richiede, quale fatto costitutivo, che il danno sia conseguenza di un fatto illecito commesso dallo studente nel tempo in cui si trova sotto vigilanza. Ne deriva che l’onere della prova grava sul danneggiato, il quale deve dimostrare che l’evento lesivo sia stato causato da una condotta illecita dell’alunno: solo a quel punto sorge, a carico del precettore, la presunzione di responsabilità per omessa vigilanza, superabile con la prova contraria (Cass., sez. 6 – 3, 15/09/2020, n. 19110). Fondamentale, in questo contesto, è la distinzione tra condotta di gioco lecita e condotta illecita. La Corte ricorda un principio già affermato in plurime pronunce: non può essere considerata illecita la condotta sportiva che provochi un danno qualora essa si inserisca nel normale svolgimento della partita, senza intento lesivo e senza un grado di violenza incompatibile con il contesto ambientale e con l’età dei partecipanti (Cass., sez. 3, nn. 15321/2003, 6844/2016, 1322/2016, 14355/2018, 7951/2020). La responsabilità sorge invece allorché l’atto sia compiuto con lo scopo specifico di ledere oppure sia connotato da una violenza del tutto estranea alle dinamiche fisiologiche del gioco. L’accertamento in fatto: il pallone calciato rientra nell’alea normale del gioco Nel caso di specie, la Corte territoriale aveva accertato che il pallone era stato calciato istintivamente dal compagno di classe nel corso di una normale azione di gioco, senza intento lesivo e senza una violenza incompatibile con il contesto, trattandosi di minori che giocavano a pallavolo in palestra durante le ore scolastiche. L’evento era stato, in sostanza, repentino e accidentale, rientrante nell’alea normale di quella specifica attività sportiva. Su questo accertamento di fatto la Corte di cassazione non può intervenire, poiché non è oggetto di censura per violazione di legge bensì di valutazione delle prove, rimessa al giudice di merito. Pertanto, il primo motivo di ricorso è stato dichiarato inammissibile. Quanto alla prova liberatoria che consente all’istituto scolastico di escludere la propria responsabilità contrattuale ai sensi dell’art. 1218 c.c., la Corte ricorda che essa richiede la dimostrazione: dell’adozione preventiva di adeguate misure organizzative (Cass., sez. 3, n. 916/1999); dell’esercizio della vigilanza nella misura dovuta; dell’adozione di misure disciplinari idonee a prevenire situazioni di pericolo; e infine della imprevedibilità e repentinità in concreto dell’azione dannosa (Cass., sez. 3, n. 5668/2001). Tutti questi elementi erano stati positivamente accertati dai giudici di merito, con la conseguenza che la prova liberatoria doveva considerarsi raggiunta. La pallavolo scolastica non è attività pericolosa: esclusa la responsabilità ex art. 2050 c.c. Il secondo motivo di ricorso investiva la qualificazione della pallavolo come attività pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c., norma che, come detto, prevede un regime di responsabilità aggravata per le attività che rendano probabile il verificarsi di eventi lesivi. La Cassazione conferma l’infondatezza della censura richiamando il principio per cui il giudizio sulla pericolosità di un’attività — quando non espressamente qualificata come tale dal legislatore — è rimesso alla valutazione insindacabile del giudice di merito, purché correttamente motivata (Cass., sez. 3, nn. 4545/2019, 1195/2007, 10268/2015). In via generale, l’attività sportiva non è pericolosa, potendo ricevere tale qualificazione soltanto quando presenti caratteristiche intrinseche di rischio elevato o passaggi di particolare difficoltà tecnica: la Corte cita, a titolo esemplificativo, il caso del rafting (Cass., sez. 3, n. 26860/2023; Cass., sez. 6 – 3, n. 18903/2017). La pallavolo praticata in palestra durante l’ora di educazione fisica si inscrive, al contrario, in un contesto ludico-educativo che la Corte valorizza anche alla luce del nuovo ultimo comma dell’art. 33 Cost., introdotto dalla legge costituzionale 26 settembre 2023, n. 1, che riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva (Cass., sez. 3, n.

Il guardrail troppo basso può costare la vita — e la responsabilità è dell’ente stradale

La Cassazione conferma: chi gestisce una strada risponde dei danni causati da barriere inadeguate, anche senza perizia tecnica Una mattina di maggio, un’autovettura percorre una rampa di accesso in direzione del mare. Il conducente sbanda verso il margine destro della carreggiata, urta il guardrail, lo sormonta e precipita nella scarpata sottostante. L’esito è mortale. Da questo tragico evento nasce una vicenda giudiziaria che ha impegnato i tribunali italiani per oltre quindici anni, fino all’ordinanza della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione n. 4875/2026, depositata il 4 marzo 2026. Con essa, la Suprema Corte ha fissato principi di notevole rilievo pratico in materia di responsabilità del custode di strade pubbliche, con specifico riferimento all’adeguatezza delle barriere di contenimento laterali. La vicenda aveva visto le congiunte del defunto — moglie, figlia e sorella — agire in giudizio contro l’ente proprietario della strada, chiedendo il risarcimento dei danni subiti sia a titolo personale (iure proprio) sia come eredi (iure hereditatis). Il Tribunale di primo grado aveva inizialmente rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Firenze aveva ribaltato quella decisione, accertando la responsabilità dell’ente nella misura del 60% e riconoscendo un concorso di colpa del conducente nella misura del 40%. La Cassazione ha ora confermato quella pronuncia. La responsabilità da custodia e la sua estensione alle pertinenze stradali Il fulcro giuridico della sentenza ruota attorno all’art. 2051 del codice civile, che disciplina la cosiddetta responsabilità del custode. La norma stabilisce che ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, a meno che non provi il caso fortuito. In altri termini, chi gestisce o possiede una cosa — nel nostro caso, una strada pubblica — è tenuto a rispondere dei danni che da essa derivano agli utenti, salvo eventi del tutto imprevedibili e inevitabili. La Corte di Cassazione ribadisce in questa occasione un principio già consolidato nella giurisprudenza della stessa Sezione (richiamando espressamente le sentenze nn. 9547/2015 e 26527/2020): la custodia esercitata dal proprietario o gestore di una strada pubblica non si limita alla sola carreggiata, ma si estende a tutti gli elementi accessori e alle pertinenze, ivi compresi i guardrail e le barriere laterali con funzione di contenimento. Questo significa che la responsabilità dell’ente stradale abbraccia anche lo stato e l’adeguatezza di questi dispositivi di sicurezza, considerati parte integrante dell’infrastruttura viaria. Il nesso causale: non serve la pericolosità astratta, conta l’inefficacia concreta Il punto più innovativo e di maggiore interesse pratico riguarda il thema probandum nella responsabilità da custodia. L’ente ricorrente sosteneva che la Corte d’Appello avesse accertato la pericolosità del guardrail su una base meramente “sensoriale” e soggettiva — la sua scarsa altezza rilevata nel verbale della Polizia Municipale — senza ricorrere a prove tecniche oggettive sulla non conformità del manufatto agli standard normativi. La Cassazione respinge questa impostazione, chiarendo che essa muove da un presupposto giuridico errato circa l’oggetto della prova nella responsabilità da custodia. Ai fini dell’art. 2051 c.c., la responsabilità del custode non presuppone necessariamente l’intrinseca pericolosità della cosa in sé, ma richiede il riscontro del suo ruolo causale o concausale nella produzione dell’evento dannoso e, solo in relazione a questo profilo, la verifica di una sua concreta inadeguatezza rispetto alla funzione di sicurezza cui è preposta. Nel caso di specie, il guardrail non era pericoloso in astratto: era semplicemente inefficace a contenere uno sbandamento laterale, esattamente la funzione per la quale era stato installato. Il giudizio sulla “scarsa altezza” non rappresentava dunque una percezione soggettiva del verbalizzante, bensì la constatazione di un difetto funzionale della pertinenza stradale, rivelatosi determinante nel consentire al veicolo di sormontare la barriera e precipitare nella scarpata. L’accertamento del nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento rimane comunque una valutazione di fatto riservata al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità. Il concorso di colpa del danneggiato e la sua irrilevanza ai fini del caso fortuito La Corte affronta anche il tema del concorso colposo del danneggiato, che nella specie era stato determinato nella misura del 40% per la condotta di guida imperita che aveva causato lo sbandamento. La questione giuridica è la seguente: può la condotta colposa dell’utente della strada integrare il caso fortuito, liberando così il custode da responsabilità? La risposta è no. La Cassazione chiarisce che il comportamento colposo del danneggiato, quand’anche non sia idoneo da solo a interrompere il nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento, può tuttavia integrare il concorso colposo del danneggiato nella produzione del danno ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., applicabile anche d’ufficio e richiamato dall’art. 2056 c.c. In forza di questo meccanismo, la responsabilità del custode viene diminuita in proporzione alla colpa del danneggiato, ma non eliminata. In altri termini, l’ente stradale non può invocare lo sbandamento dell’automobilista come esimente totale: la rilevanza causale dell’inadeguatezza del guardrail resta intatta, e con essa la quota di responsabilità dell’ente. La domanda di manleva e il principio di autosufficienza del ricorso Il procedimento aveva visto l’ente proprietario della strada chiamare in causa la società appaltatrice della manutenzione del tratto stradale, chiedendone la manleva in caso di condanna. La Corte d’Appello aveva rigettato questa domanda, ritenendo non dimostrato che il guardrail in questione fosse stato installato dalla società appaltatrice. In cassazione, l’ente aveva tentato di rilanciare la questione sostenendo che le clausole del capitolato d’appalto imponessero alla società manutentrice obblighi non solo di manutenzione e monitoraggio, ma anche di vigilanza, tempestiva comunicazione e rimozione degli elementi di pericolo. La Suprema Corte dichiara questo secondo motivo inammissibile per una triplice serie di ragioni concorrenti. In primo luogo, il ricorso non trascriveva integralmente le clausole contrattuali invocate né indicava con precisione dove queste fossero reperibili nel fascicolo processuale, violando così il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione sancito dall’art. 366, comma 1, n. 6 c.p.c. In secondo luogo, il motivo si limitava a prospettare un’interpretazione alternativa del contratto senza specificare quali precise regole di ermeneutica contrattuale — quelle di cui agli artt. 1362 e seguenti del codice civile — fossero state violate dalla Corte d’Appello. In terzo

Revocatoria di donazione in comunione legale: serve chiamare in causa anche il coniuge non debitore?

La Cassazione rivoluziona l’azione pauliana tra coniugi: quando la banca agisce per inefficacia della donazione, entrambi i coniugi devono partecipare al giudizio Quando una banca creditrice scopre che il proprio debitore ha donato un immobile alla figlia, privandosi così delle risorse per pagare il debito, può agire in revocatoria per rendere inefficace quella donazione. Ma cosa succede se l’immobile donato era in comunione legale tra i coniugi? Deve essere citato in giudizio solo il coniuge debitore, oppure anche l’altro coniuge che ha partecipato alla donazione? La risposta a questa domanda, tutt’altro che scontata, è stata fornita dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4523 del 2026, che segna un importante cambio di rotta nella giurisprudenza di legittimità. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda ha origine da un’azione revocatoria promossa da una banca nei confronti di un ex presidente del suo consiglio di amministrazione e della figlia di questi. La banca aveva promosso azione di responsabilità nei confronti dell’ex presidente e, successivamente, aveva scoperto che quest’ultimo aveva donato alla figlia la quota della metà indivisa di un immobile situato a Palermo, depauperando così il proprio patrimonio. L’istituto di credito ha quindi convenuto in giudizio sia il donante che la figlia donataria, chiedendo la dichiarazione di inefficacia della donazione ai sensi dell’articolo 2901 del codice civile, la norma che disciplina l’azione revocatoria ordinaria. Tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello di Palermo hanno accolto la domanda della banca, dichiarando inefficace la donazione. La donataria ha però impugnato la sentenza davanti alla Cassazione, sollevando una questione fondamentale: la moglie del donante, pur essendo in comunione legale dei beni con il marito e pur avendo partecipato all’atto di donazione, non era stata chiamata in giudizio. Secondo la ricorrente, questa mancata partecipazione avrebbe dovuto comportare la nullità della sentenza per violazione delle regole sul litisconsorzio necessario. La comunione legale: una comunione senza quote Per comprendere la portata della decisione della Cassazione, occorre richiamare le caratteristiche peculiari della comunione legale tra coniugi, che la distinguono nettamente dalla comunione ordinaria. Come la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire in numerose occasioni, nella comunione legale la quota non costituisce elemento strutturale della proprietà. A differenza della comunione ordinaria, dove ciascun comproprietario è titolare di una quota ideale del bene, nella comunione legale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni della comunione, non essendo nemmeno ammessa la partecipazione di estranei. Questo principio, confermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 311 del 1988, ha una conseguenza fondamentale: nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge non può disporre della propria quota, ma può disporre dell’intero bene comune. Il consenso dell’altro coniuge, richiesto dall’articolo 180, secondo comma, del codice civile per gli atti di straordinaria amministrazione, è un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio di un potere. La mancanza di tale consenso, quando si tratta di beni immobili o mobili registrati, costituisce un vizio del negozio che lo rende annullabile su domanda del coniuge che non ha prestato il consenso, entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto. La questione del litisconsorzio necessario nell’azione revocatoria Il tema centrale affrontato dalla Cassazione riguarda quindi la configurabilità del litisconsorzio necessario tra i coniugi in regime di comunione legale nel giudizio di revocatoria dell’atto dispositivo compiuto da entrambi. La giurisprudenza precedente della Suprema Corte aveva affermato che il coniuge non debitore non fosse parte necessaria del giudizio revocatorio, sulla base della considerazione che l’azione pauliana è finalizzata alla conservazione della garanzia del credito vantato nei confronti di uno solo dei coniugi, e quindi limitata alla sola metà del diritto oggetto di comunione legale. La Terza Sezione civile ha però ritenuto che questo orientamento non tenga conto della peculiare fattispecie rappresentata da un atto di straordinaria amministrazione compiuto da entrambi i coniugi con un terzo, come la donazione di un immobile. Tale atto non è limitato alla quota di proprietà del coniuge debitore, ma incide necessariamente anche sul diritto del coniuge non disponente. La Corte ha quindi chiarito che la garanzia del creditore, nel caso di bene oggetto di comunione legale, è data dal bene nella sua interezza, non da una quota astratta e indivisa dello stesso, che nella comunione legale non esiste come tale nella realtà giuridica e nel patrimonio del debitore. I principi affermati dalla Cassazione La Suprema Corte ha formulato alcuni principi di diritto destinati a guidare la soluzione di casi analoghi. In primo luogo, ha ribadito che nella comunione legale, essendo il rapporto inscindibile e unitario, rimane preclusa l’applicabilità sia della disciplina dell’espropriazione di quote prevista dall’articolo 599 del codice di procedura civile e seguenti, sia di quella contro il terzo non debitore. Ammettere un’espropriazione per la sola quota della metà significherebbe, infatti, applicare in via analogica una disciplina eccezionale, consentendo l’assegnazione della quota del coniuge debitore ad estranei o la sua vendita giudiziaria, con conseguente introduzione di un estraneo all’interno della comunione legale. In secondo luogo, la Cassazione ha affermato che l’atto dispositivo di un immobile è un atto di straordinaria amministrazione che, ai sensi dell’articolo 184 del codice civile, per la sua validità ed efficacia richiede il consenso anche dell’altro coniuge in regime di comunione dei beni. Da questa previsione normativa è possibile dedurre il principio generale secondo cui un coniuge non può singolarmente compiere gli atti di straordinaria amministrazione, dato che nella comunione legale i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto di quota, ma di una situazione giuridica inscindibile. Ne consegue che, in relazione all’azione revocatoria esperita dal creditore, anche il coniuge non debitore che ha prestato il consenso all’atto dispositivo deve essere posto in condizione di difendersi rispetto alla evenienza dell’inefficacia della sua volontà, dirimente per giungere al perfezionamento negoziale, conseguente all’eventuale accoglimento dell’azione. Tale incidenza comporta la sussistenza del litisconsorzio processuale, stante il carattere unitario e inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, e attesa la natura di atto eccedente l’ordinaria amministrazione compiuto dai coniugi sul bene in comune che, secondo la regola codicistica dettata dall’articolo 180, secondo

Caditoia Stradale Pericolosa: il Comune Risponde Sempre dei Danni al Ciclista?

La Cassazione conferma la responsabilità oggettiva degli enti proprietari delle strade pubbliche e chiarisce quando non è possibile invocare la colpa del danneggiato Un tragico incidente stradale solleva una questione fondamentale per tutti i Comuni italiani: quando una caditoia mal posizionata o difettosa causa un sinistro, l’ente proprietario della strada può essere chiamato a rispondere dei danni? La risposta della Corte di Cassazione, contenuta nell’ordinanza n. 3938/2026 pubblicata il 22 febbraio 2026, traccia confini chiari e precisi in materia di responsabilità da custodia delle strade pubbliche. Il fatto: quando una caditoia si trasforma in una trappola mortale La vicenda trae origine da un incidente avvenuto in Sicilia, nella via III Retta Levante del Comune di Belpasso. Un ciclista, mentre percorreva la strada in direzione Nord-Sud, rimase incastrato con la ruota anteriore della bicicletta nelle feritoie di una caditoia per il deflusso delle acque piovane. La griglia era posizionata in senso longitudinale rispetto alla direzione di marcia, con alcune barre che presentavano un’anomala divaricazione. L’incastro improvviso della ruota causò la caduta del ciclista, che riportò lesioni talmente gravi da condurlo successivamente al decesso. I familiari della vittima citarono in giudizio il Comune, chiedendo il risarcimento dei danni sia sulla base dell’articolo 2043 del codice civile, che prevede il risarcimento per il danno ingiusto causato per colpa o dolo, sia sulla base dell’articolo 2051 dello stesso codice, che disciplina la responsabilità da cose in custodia. Il Tribunale di Catania e successivamente la Corte d’Appello accolsero le domande, riconoscendo la responsabilità esclusiva dell’ente locale. Il Comune propose quindi ricorso per cassazione, contestando la decisione sotto molteplici profili. La responsabilità oggettiva: il custode risponde sempre, salvo prova contraria La Corte di Cassazione ha innanzitutto richiamato un principio ormai consolidato nella giurisprudenza italiana: la responsabilità prevista dall’articolo 2051 del codice civile ha natura oggettiva. In altri termini, il custode di una cosa risponde dei danni causati dalla cosa stessa per il solo fatto che esiste un nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno verificatosi. Non occorre dimostrare che il custode abbia avuto una condotta colpevole o negligente. Questo principio si applica anche agli enti pubblici proprietari di strade aperte al pubblico transito, in relazione alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, indipendentemente dalla sua estensione. La responsabilità nasce dal semplice fatto di essere custode della strada, ovvero di avere quel rapporto di fatto con la cosa che consente il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che possano insorgere e di escludere i terzi dal contatto pericoloso con essa. Come ha precisato la Cassazione nell’ordinanza in esame, per gli enti proprietari di strade questa custodia si manifesta negli obblighi previsti dall’articolo 14, comma 1, del Codice della Strada, che impone di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi. Come può il Comune liberarsi dalla responsabilità? Se la responsabilità è oggettiva, quali strumenti ha il custode per difendersi? La Corte è chiara: il Comune può liberarsi dalla responsabilità solo in due modi. Il primo consiste nel dimostrare che il danno è stato causato dal caso fortuito, un evento imprevedibile e inevitabile che appartiene alla categoria dei fatti giuridici, senza alcuna intermediazione di elementi soggettivi. Il secondo strumento consiste nel provare che il danno è riconducibile, in via esclusiva o concorrente, alla condotta del danneggiato o di un terzo. Questa seconda possibilità, tuttavia, presenta requisiti molto stringenti. Non basta dimostrare che la vittima ha tenuto una condotta qualsiasi: occorre provare che tale condotta era connotata da colpa ai sensi dell’articolo 1227 del codice civile e, elemento essenziale, che si caratterizzava per l’oggettiva imprevedibilità e imprevenibilità rispetto all’evento dannoso. Come ha ribadito la Cassazione citando la sentenza n. 2376/2024, non è necessario che la condotta del danneggiato si presenti come autonoma, eccezionale, imprevedibile e inevitabile, ma è sufficiente la colpa. Il caso concreto: perché il Comune non è riuscito a liberarsi Nel caso esaminato, il Comune aveva sostenuto che l’incidente era avvenuto in pieno giorno, che la caditoia era perfettamente visibile, che il ciclista aveva violato l’obbligo di fermarsi allo stop presente prima della caditoia e che non aveva rispettato l’obbligo di tenere la destra previsto dall’articolo 143 del Codice della Strada. La Corte d’Appello, con una motivazione ritenuta dalla Cassazione congrua e priva di vizi logici, ha rigettato tutte queste argomentazioni. I giudici di merito hanno accertato in fatto che la caditoia presentava un’anomala divaricazione di alcune barre, le cui dimensioni consentivano di far incastrare le ruote di una bicicletta da corsa. Hanno inoltre rilevato che il Comune non aveva posto in essere idonee modalità di installazione della caditoia per assicurare un sicuro transito di tutti i mezzi, comprese le biciclette. Un elemento particolarmente significativo emerso nel giudizio è che il Comune stesso, subito dopo l’incidente, aveva provveduto a modificare il posizionamento della caditoia, passando da una disposizione longitudinale a una trasversale rispetto al senso di percorrenza della strada, e aveva eliminato le divaricazioni tra le feritoie. Questo comportamento successivo ha rafforzato la tesi secondo cui la situazione preesistente era oggettivamente pericolosa. Quanto alla presunta visibilità della caditoia, la Corte ha correttamente osservato che, quando il pericolo è inevitabile, diventa irrilevante che la fonte di pericolo sia visibile. In altri termini, se la caditoia occupava per la quasi totalità l’intera sede stradale da un marciapiede all’altro, il normale senso di percorrenza della strada induceva qualsiasi mezzo a passarvi sopra, senza possibilità di evitarla transitando pericolosamente a ridosso del marciapiede. Anche l’argomento relativo alla violazione dello stop è stato respinto. La Corte ha rilevato che la presenza di un segnale di stop a monte della caditoia era irrilevante, considerata la notevole pendenza della via e la circostanza che, in assenza di prova contraria, la brusca frenata subita dalla bicicletta a causa dell’incastro della ruota poteva essersi verificata proprio nel momento immediatamente successivo alla ripartenza dopo il fermo allo stop. Infine, per quanto riguarda l’obbligo di tenere la destra previsto dal Codice della Strada,

Scivolate in palestra e responsabilità civile: quando il comportamento del frequentatore “assolve” il gestore

La Cassazione chiarisce i confini del caso fortuito nella responsabilità da custodia e afferma un importante principio processuale: la parte rimasta contumace in primo grado può sollevare la scriminante in appello, ma non può vedersi liquidare le spese del giudizio che non ha affrontato. Immaginate di uscire dalla doccia di una piscina dopo un allenamento, di incespicare in un tappetino parzialmente arrotolato e di scivolare su una pozza d’acqua, riportando la frattura di un piede. Una scena purtroppo non infrequente negli spogliatoi dei centri sportivi, e una di quelle che solleva immediatamente una domanda: chi è responsabile? A questa domanda ha risposto la Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 3652/2026, depositata il 17 febbraio 2026, che affronta tre questioni di notevole rilevanza pratica: il funzionamento della responsabilità da custodia ex art. 2051 c.c., la qualificazione del caso fortuito come mera difesa (e non come eccezione in senso stretto), e il divieto di liquidare spese processuali in favore della parte rimasta contumace in primo grado. La responsabilità da custodia: il gestore risponde “in automatico” (quasi) L’art. 2051 del Codice Civile stabilisce che chiunque abbia in custodia una cosa è responsabile dei danni che questa cagiona, a meno che non provi il cosiddetto “caso fortuito”. In parole semplici: il gestore di una palestra o di una piscina risponde dei danni subiti dai frequentatori a causa dello stato dei luoghi, senza che la vittima debba dimostrare una sua colpa specifica. Basta provare il danno e il nesso di causalità tra la cosa custodita e l’evento lesivo. Si tratta di una responsabilità oggettiva, che il legislatore ha introdotto proprio per rafforzare la tutela di chi viene a contatto con beni altrui, imponendo al custode un onere particolarmente gravoso: quello di dimostrare che il danno è dipeso da un evento imprevedibile e inevitabile, estraneo alla sua sfera di controllo — appunto, il caso fortuito. Quando è il comportamento della vittima a “liberare” il custode Il punto più delicato della decisione riguarda proprio il caso fortuito, che la giurisprudenza ammette possa essere integrato anche dal comportamento colposo dello stesso danneggiato. Non si tratta, come potrebbe sembrare, di “rovesciare” la responsabilità sulla vittima: si tratta piuttosto di verificare se il pericolo fosse percepibile e prevedibile con l’ordinaria diligenza e se l’infortunato avrebbe potuto evitarlo adottando una condotta più prudente. Nel caso esaminato dalla Corte, la prova testimoniale aveva dimostrato che la frequentatrice della piscina: conosceva bene i luoghi, avendoli frequentati per lungo tempo; era consapevole che il pavimento tra le docce e lo spogliatoio era costantemente bagnato; sapeva, o avrebbe dovuto sapere, che il tappetino veniva spesso lasciato parzialmente arrotolato; e che al momento dell’incidente la luce dello spogliatoio era accesa, rendendo visibile la situazione di pericolo. Su queste basi, la Corte d’Appello di Roma aveva ritenuto integrato il caso fortuito nel comportamento incauto della stessa frequentatrice, e la Cassazione ha confermato questa valutazione, richiamando il proprio orientamento consolidato (tra cui Cass. 6 maggio 2015, n. 9009) secondo cui il rischio tipico di superfici bagnate in prossimità di piscine e docce rientra nel “rischio generico proprio dei luoghi”, evitabile con una condotta normalmente diligente. Il ricorso principale su questo punto è stato ritenuto in parte infondato e in parte inammissibile, poiché le censure si risolvevano, in ultima analisi, in una richiesta di rivalutazione delle prove già valutate dai giudici di merito. Il nodo processuale: la parte contumace può eccepire il caso fortuito in appello? Il secondo profilo della sentenza è di grande interesse processuale. La società sportiva era rimasta contumace in primo grado — cioè non si era costituita in giudizio, non aveva presentato difese, non aveva contestato nulla. Solo in appello aveva sollevato la questione del comportamento incauto della danneggiata come causa del caso fortuito. La parte ricorrente aveva denunciato questa circostanza come una violazione del divieto di nuove eccezioni in appello, sancito dall’art. 345, comma 2, c.p.c. La Cassazione ha respinto la censura, affermando un principio già consolidato in precedenza (Cass. 19 maggio 2011, n. 11015; Cass. 23 giugno 2016, n. 13005): il caso fortuito non è un’eccezione in senso stretto — cioè non è un fatto estintivo, modificativo o impeditivo che il giudice non possa rilevare d’ufficio — bensì una “mera difesa”, una contestazione del nesso causale tra la cosa e il danno. Come tale, può essere dedotto per la prima volta in appello, anche da chi era rimasto contumace nel giudizio di primo grado, senza incorrere in alcuna preclusione. Questo significa che la contumacia non equivale ad una rinuncia definitiva a tutte le difese possibili nel corso del giudizio: il custode che non si sia costituito in primo grado può comunque, in fase di impugnazione, allegare fatti idonei a escludere o interrompere il nesso causale, a condizione che tali fatti risultino dagli atti processuali già acquisiti. Il principio sulle spese: nessun rimborso per chi non ha difeso Su un punto, invece, il ricorso principale ha avuto successo. La Corte d’Appello, nel riformare la sentenza di primo grado e rigettare la domanda risarcitoria, aveva condannato la ricorrente a rimborsare alla società sportiva anche le spese del primo grado di giudizio — quel giudizio in cui la stessa società era rimasta contumace, senza costituirsi, senza difendersi e senza sostenere alcun costo. La Cassazione ha cassato senza rinvio questa parte della pronuncia, richiamando la propria giurisprudenza risalente (Cass. 20 giugno 1977, n. 2598) e quella più recente (Cass. 14 maggio 2024, n. 13253): presupposto indefettibile della condanna alle spese è che la parte a cui favore vengono liquidate le abbia effettivamente sostenute. Una parte contumace non ha affrontato alcun onere difensivo nel primo grado e non può dunque vedersi attribuire il rimborso di spese mai sostenute. Il giudice che procedesse in tal senso eserciterebbe un potere che non gli spetta, rendendo la pronuncia assimilabile ad una decisione resa ultra petita o in carenza di potere. Cosa cambia nella pratica: riflessioni per frequentatori e gestori di impianti sportivi La sentenza offre spunti importanti per due categorie distinte di soggetti. Per chi frequenta palestre

Tabelle millesimali e gestione separata dei locali commerciali: la Cassazione chiarisce i limiti dell’autonomia assembleare

Con l’ordinanza n. 3445/2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ribadisce che derogare ai criteri legali di ripartizione delle spese condominiali richiede il consenso unanime di tutti i condomini: la maggioranza assembleare non basta Chi vive o gestisce un immobile in condominio sa bene quanto le tabelle millesimali siano al centro di discussioni, tensioni e, spesso, contenziosi giudiziari. Questi numeri — apparentemente freddi e tecnici — determinano quanto ciascun proprietario contribuisce alle spese comuni: dal riscaldamento alla manutenzione del tetto, dai consumi idrici agli interventi straordinari. Per questo motivo, qualsiasi tentativo di modificarli o di esonorare una o più unità dai criteri ordinari di riparto è una materia delicatissima, rigorosamente disciplinata dal codice civile. Con l’ordinanza n. 3445/2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fatto il punto su una vicenda emblematica, confermando un principio di fondamentale importanza pratica: la delibera assembleare adottata a maggioranza che esonera un condomino dai criteri legali di ripartizione delle spese è radicalmente nulla, e trasporta la propria nullità anche al contratto di transazione che su di essa si fondi. La vicenda: un condomino vuole gestire autonomamente i propri locali commerciali La storia prende le mosse da una situazione tutt’altro che infrequente nella realtà condominiale italiana: un proprietario di locali commerciali posti al piano terra di uno stabile condominiale propone all’assemblea di deliberare una gestione separata e autonoma delle proprie unità rispetto al resto dell’edificio, con l’approvazione di nuove tabelle millesimali coerenti con tale separazione. L’assemblea accolse la proposta nel 2011 e, a stretto giro, il condominio e il condomino sottoscrissero un verbale di transazione che recepiva le nuove tabelle, eliminando dal computo millesimale del condominio i valori attribuiti al piano terra e ridistribuendoli proporzionalmente fra gli altri partecipanti. L’anno successivo, però, la stessa assemblea revocò la delibera originaria. Senza però impugnare la transazione. E qui nasceva il primo nodo giuridico: la revoca della delibera era sufficiente a travolgere anche l’accordo transattivo? Il proprietario dei locali commerciali sosteneva di no, e che la transazione — non impugnata — fosse ancora pienamente efficace. Il condominio riteneva il contrario. La vicenda aveva attraversato tre gradi di giudizio prima di approdare alla Cassazione con l’ordinanza n. 3445/2026. Il quadro normativo: i criteri legali di ripartizione delle spese e la loro inderogabilità a maggioranza Per comprendere la soluzione cui è giunta la Corte, occorre muovere dalla norma cardine della materia. L’art. 1123, comma 1, c.c. stabilisce che le spese necessarie per la conservazione e il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno. Si tratta di un criterio legale di ripartizione, che riflette la struttura stessa della comproprietà condominiale: chi possiede di più, partecipa di più alle spese comuni. La norma consente tuttavia una deroga: i condomini possono stabilire criteri diversi con una “diversa convenzione”, purché questa sia l’espressione di una volontà unanime. Non è una formalità: la ragione sta nel fatto che modificare i criteri di riparto delle spese incide direttamente sui diritti patrimoniali di tutti i condomini, e nessuno può essere privato di questa protezione senza il proprio consenso. Le Sezioni Unite della Cassazione avevano già chiarito con grande nettezza questo principio con la sentenza n. 9839 del 14 aprile 2021: sono nulle le deliberazioni assembleari con le quali, a maggioranza, siano stabiliti o modificati i criteri generali di ripartizione delle spese previsti dalla legge o dalla convenzione, da valere per il futuro. Questa è una materia che esula dalle attribuzioni ordinarie dell’assemblea, poiché investe la consistenza dei diritti reali comuni. La decisione della Corte d’Appello: nullità della delibera e della transazione La Corte d’Appello di Lecce, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva dichiarato la nullità sia della delibera assembleare del 2011 sia del successivo accordo transattivo. Il ragionamento seguiva due passaggi distinti. Quanto alla delibera: l’assemblea aveva disposto la gestione separata dei locali commerciali senza procedere allo scioglimento del condominio — operazione che l’art. 61 delle disposizioni di attuazione del c.c. consente solo quando le porzioni dell’edificio abbiano le caratteristiche di edifici autonomi, con delibera approvata a maggioranza qualificata. Poiché i locali commerciali al piano terra facevano parte integrante dello stabile condominiale e non possedevano le caratteristiche di un edificio autonomo, la delibera aveva introdotto a maggioranza una deroga generale ai criteri legali di ripartizione delle spese, in violazione della norma imperativa di cui all’art. 1123 c.c. Da questa nullità derivava poi, inevitabilmente, quella della transazione: l’amministratore condominiale trae il potere di stipulare accordi transattivi dalla preventiva delibera assembleare che lo autorizza, e se questa è nulla per contrasto con una norma imperativa, anche il contratto che su di essa si fonda è privo di validità. I motivi di ricorso e la risposta della Cassazione Il proprietario dei locali commerciali aveva censurato la sentenza di appello con due motivi di ricorso. Con il primo, lamentava la violazione del principio del contraddittorio: la questione della nullità della transazione sarebbe emersa soltanto dalla comparsa conclusionale del condominio in appello, senza che vi fosse stato un effettivo contraddittorio sul punto. Con il secondo, sosteneva una falsa applicazione degli artt. 1123 c.c. e 61 e 62 delle disposizioni attuative del c.c., contestando l’interpretazione della volontà delle parti adottata dalla Corte d’Appello: a suo avviso, delibera e transazione avevano realizzato non già una semplice “gestione separata” ma un vero e proprio scioglimento del condominio per la quota di sua pertinenza, operazione che la legge ammette. La Cassazione ha rigettato entrambi i motivi, sia pur con argomentazioni calibrate. Quanto al secondo motivo — esaminato con precedenza — la Corte ha chiarito che l’interpretazione della volontà contrattuale è accertamento riservato al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole ermeneutiche, omesso esame di fatti decisivi o motivazione inesistente o apparente (Cass. n. 3025/2025). Poiché il ricorrente si era limitato ad asserire apoditticamente che la volontà delle parti era stata “stravolta” senza censurare in modo specifico e autosufficiente il

Sponsorizzazioni sportive e deducibilità fiscale: quando i costi pubblicitari non reggono al controllo del Fisco

La Cassazione conferma: senza prova concreta di inerenza, le spese di sponsorizzazione non sono deducibili. E il contribuente ne risponde con le spese. Può un’impresa che commercializza motori e componenti per veicoli dedurre fiscalmente le spese sostenute per sponsorizzare gare automobilistiche e motociclistiche? In linea di principio, sì. Ma a una condizione irrinunciabile: che quei costi siano concretamente inerenti all’attività imprenditoriale. È attorno a questa domanda che si sviluppa l’Ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, n. 3018/2026, depositata l’11 febbraio 2026, che ha rigettato il ricorso di una società dopo un lungo percorso giudiziario culminato in una sconfitta su tutti i fronti. La vicenda riguarda gli anni d’imposta 2010 e 2011, durante i quali la società aveva dedotto spese pubblicitarie di notevole entità — oltre 210.000 euro per ciascun anno — relative all’acquisto di spazi su vetture e moto da competizione. L’Agenzia delle Entrate aveva contestato quei costi come non inerenti, avviando un accertamento che ha percorso tre gradi di giudizio con esito invariabilmente sfavorevole al contribuente. Che cos’è l’inerenza e perché è centrale nel diritto tributario Prima di esaminare come la Corte ha deciso, vale la pena spiegare cosa si intende per “inerenza” nel linguaggio fiscale. L’art. 109, comma 5, del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, d.P.R. n. 917/1986) stabilisce che le spese e gli altri componenti negativi del reddito d’impresa sono deducibili solo se si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito. In termini semplici: un costo è deducibile solo se è collegato all’attività che genera il reddito dell’impresa. La giurisprudenza della Cassazione ha nel tempo affinato questo concetto, precisando che l’inerenza va intesa in senso ampio: non è necessario che il costo produca un ricavo diretto e immediato. Può essere sufficiente anche un collegamento indiretto, potenziale o riferito a una prospettiva futura di sviluppo dell’attività. Tuttavia — e questo è il punto cruciale della sentenza n. 3018/2026 — la valutazione dell’inerenza è qualitativa, non meramente quantitativa, ma ciò non esclude che la sproporzione tra la spesa e l’utilità che ne deriva, rapportata agli altri dati contabili dell’impresa, possa costituire un segnale rilevante del difetto di inerenza. La Corte richiama al riguardo il precedente Cass. Sez. 5 del 07/05/2025, n. 11999, Rv. 675038 – 01. Le anomalie documentali che hanno fatto la differenza Nel caso esaminato, le irregolarità emerse in sede di controllo fiscale erano di natura tanto sostanziale quanto formale. Gli accertatori avevano riscontrato, attraverso controlli incrociati sui fornitori esteri coinvolti, firme su contratti attribuibili a soggetti estranei alla società, eventi promozionali in cui il marchio del contribuente risultava di fatto assente, nonché discrepanze tra le fatture emesse e i contratti, questi ultimi modificati più volte nel medesimo periodo. È su questi elementi che entrambi i giudici di merito — la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia con sentenza n. 555/03/2015, e la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna con sentenza n. 296/18 — hanno fondato il proprio giudizio di non inerenza, ritenendo che il contribuente non avesse dimostrato l’esistenza di un reale progetto imprenditoriale di crescita cui ricondurre quelle spese. L’onerosità dei costi sostenuti — sproporzionata rispetto all’utile netto e al fatturato in calo di quegli anni — ha funzionato da ulteriore indice sintomatico del difetto di inerenza, rendendo ancora più pesante il quadro a carico della società ricorrente. Il doppio errore tecnico del ricorso per cassazione Dinanzi alla Suprema Corte, il contribuente ha proposto ricorso articolato in due motivi, entrambi dichiarati inammissibili o rigettati. Il primo motivo presentava un vizio strutturale che i processualisti chiamano “motivo misto”: la ricorrente aveva mescolato nella stessa censura la deduzione di un errore di diritto (violazione dell’art. 109, comma 5, TUIR e degli artt. 2697 c.c., 116 e 118 c.p.c.) con la deduzione dell’omesso esame di fatti decisivi ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. La Cassazione ha ribadito con fermezza — richiamando Cass. Sez. 5, 28/04/2025, n. 11152, Rv. 674878 – 01 — che questi due vizi sono ontologicamente incompatibili e non possono essere prospettati congiuntamente in un unico motivo, pena l’inammissibilità. Il giudice di legittimità non può essere chiamato a decifrare e ricostruire autonomamente le censure del ricorrente. L’inammissibilità per vizio di forma è peraltro insanabile: non può essere rimediata con le memorie successive presentate ex art. 380-bis.1 c.p.c., come invece aveva tentato di fare la difesa della società. Questo lo precisa espressamente Cass. Sez. 1, 17/07/2025, n. 19811, Rv. 675237 – 01. La “doppia conforme” e l’invalicabile confine del sindacato di legittimità Il secondo motivo di ricorso si scontrava con un ulteriore ostacolo insormontabile: la cosiddetta “doppia conforme”. Quando due giudici di merito, in primo e in secondo grado, convergono sulla stessa soluzione seguendo il medesimo percorso logico-argomentativo, si configura la fattispecie prevista dall’art. 348-ter, commi 4 e 5, c.p.c., che preclude al contribuente di impugnare in Cassazione per vizio di motivazione ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., salvo che dimostri che le due decisioni poggiano su ragioni di fatto diverse. La ricorrente aveva tentato di sostenere che le motivazioni di CTP e CTR fossero parzialmente difformi, ma la Corte ha respinto questa lettura: la “doppia conforme” sussiste anche quando il giudice d’appello aggiunge argomenti ulteriori per rafforzare o precisare la statuizione del primo giudice, purché il nucleo logico-argomentativo resti il medesimo (Cass. Sez. 6, 09/03/2022, n. 7724, Rv. 664193 – 01). E in ogni caso, come ricorda la Corte, la valutazione delle prove spetta in via esclusiva al giudice di merito: in sede di legittimità è consentito solo il controllo formale e giuridico di quell’apprezzamento, non la sua sostituzione con uno diverso (Cass. Sez. 5, 22/11/2023, n. 32505, Rv. 669412 – 01). Le conseguenze economiche dell’opposizione alla proposta di definizione accelerata Un ulteriore profilo della sentenza n. 3018/2026 merita di essere segnalato per le sue implicazioni pratiche. Nel 2025 era stata depositata una proposta di definizione accelerata del procedimento, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., che evidenziava l’inammissibilità del ricorso. Il contribuente si era opposto a quella proposta, insistendo

Il compenso dell’avvocato e la prescrizione presuntiva: cosa succede se il cliente dice di aver già pagato?

La Cassazione con l’ordinanza n. 2588/2026 chiarisce gli strumenti di tutela del professionista e i limiti della prova testimoniale nel recupero del credito per prestazioni legali. Il professionista che vuole recuperare il proprio compenso può trovarsi di fronte a un ostacolo insidioso: la prescrizione presuntiva. Si tratta di un istituto giuridico poco noto al grande pubblico, ma capace di paralizzare anche un credito reale e documentato, con conseguenze molto concrete per gli avvocati e per qualsiasi altro professionista che eroga prestazioni d’opera intellettuale. La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2588/2026 pubblicata il 6 febbraio 2026, ha offerto importanti chiarimenti su questo tema, confermando un orientamento rigoroso e tracciando con precisione i confini entro i quali il creditore può difendersi. Che cos’è la prescrizione presuntiva e perché colpisce i professionisti Prima di esaminare il caso deciso dalla Cassazione, occorre comprendere di cosa si tratta. La prescrizione ordinaria estingue il diritto per il decorso del tempo senza che il titolare lo abbia esercitato. La prescrizione presuntiva funziona in modo diverso e, per certi versi, ancora più severo: essa non si fonda sul semplice trascorrere del tempo, ma su una presunzione di pagamento. In altre parole, la legge presume che certi debiti, di natura ricorrente e legati alla vita quotidiana, vengano normalmente estinti a breve distanza dalla loro nascita. L’articolo 2956 del codice civile prevede che si prescrivano in tre anni i diritti dei professionisti, tra cui gli avvocati, per le prestazioni rese nell’esercizio della loro attività. Ma la vera peculiarità sta nell’effetto: decorso questo termine, il cliente non deve dimostrare di aver pagato, basta affermare di non ricordare se il pagamento sia avvenuto. È la legge stessa a presumere che il debito sia stato soddisfatto. Il professionista, a quel punto, si trova in una posizione processuale delicata, perché non può semplicemente presentare documenti o testimoni per dimostrare che il credito esiste ancora: deve superare la presunzione legale con strumenti specifici e tassativi, indicati dagli articoli 2957, 2958 e 2959 c.c. Il caso deciso dalla Cassazione: una vicenda emblematica La vicenda che ha dato origine all’ordinanza n. 2588/2026 è emblematica delle difficoltà pratiche che il professionista può incontrare. Un avvocato, dopo aver rinunciato al mandato difensivo conferito da un cliente, aveva chiesto al Tribunale competente la liquidazione del compenso maturato, avvalendosi del procedimento speciale previsto dall’art. 14 del d.lgs. n. 150/2011 e, per i giudizi introdotti prima della riforma Cartabia, dall’art. 28 della legge n. 794/1942. Questo rito, riservato alle controversie tra avvocati e clienti per onorari e diritti, prevede la trattazione davanti a un tribunale in composizione collegiale. Il Tribunale aveva rigettato la domanda in entrambe le fasi di merito — la prima sentenza era stata addirittura dichiarata nulla dalla Cassazione con l’ordinanza n. 15980/2024 per un vizio formale di sottoscrizione — ritenendo maturata la prescrizione presuntiva triennale. In particolare, i giudici di merito avevano osservato che gli atti interruttivi erano stati inviati alla debitrice con intervalli superiori a tre anni e che, a fronte dell’eccezione della controparte (la quale sosteneva di aver già pagato), il professionista non aveva fatto ciò che la legge imponeva: ottenere dalla debitrice una dichiarazione di non avvenuto pagamento, oppure deferirle il giuramento decisorio. La Cassazione ha confermato questa impostazione, rigettando tutti e quattro i motivi di ricorso. Il principio cardine: come si vince la prescrizione presuntiva Il cuore della decisione riguarda le modalità con cui il creditore può superare la presunzione di pagamento. La Corte ribadisce, richiamando il consolidato orientamento (Cass. 16/6/2021, n. 17061; Cass. 28/10/2019, n. 27471), che la prova contraria alla presunzione può essere fornita esclusivamente attraverso due strumenti: il primo è il giuramento decisorio: il creditore può chiedere al debitore di giurare solennemente in giudizio di avere effettivamente pagato. Se il debitore si rifiuta di giurare o ammette di non aver pagato, la prescrizione presuntiva perde il suo effetto. Il secondo è l’ammissione giudiziale: se nel corso del giudizio il debitore stesso dichiara di non aver adempiuto, tale dichiarazione neutralizza la presunzione. Ricorda la Corte — con un principio già fissato da Cass. 14/10/2019, n. 25838 e Cass. 14/12/2017, n. 30058 — che la prescrizione presuntiva non può nemmeno essere invocata da chi abbia apertamente ammesso il mancato adempimento. Ciò che non è sufficiente, come confermato dall’ordinanza n. 2588/2026, è la prova testimoniale. Il ricorrente aveva chiesto di essere ammesso a prova per testi, ma il Tribunale aveva ritenuto tale richiesta superflua. La Cassazione approva questa impostazione: nel sistema della prescrizione presuntiva, la testimonianza non è uno strumento idoneo a vincere la presunzione legale di pagamento. Questo limite può apparire severo, ma risponde alla logica dell’istituto: se bastassero i testimoni, la presunzione perderebbe ogni concreta operatività. Gli altri profili processuali: immutabilità del giudice e giudizio di rinvio L’ordinanza si segnala anche per le precisazioni in materia processuale. Sul tema della composizione del collegio, la Corte chiarisce che nel rito “cartolare” — il modello di trattazione scritta introdotto ormai stabilmente dall’art. 127-ter c.p.c. — il principio di immutabilità del giudice sancito dall’art. 276, comma 1, c.p.c. va riferito al momento dell’ultima attività processuale rilevante, non all’intera durata del giudizio. Se la composizione del collegio cambia dopo la scadenza del termine per il deposito delle note scritte, ma prima della decisione, ciò non integra alcuna nullità. Il principio era già stato affermato in relazione al rito pandemico (Cass. 21/7/2025, n. 20523) ed ora viene esteso con coerenza al rito cartolare a regime. Sul tema del giudizio di rinvio, la Cassazione ribadisce che, nel rinvio c.d. prosecutorio, la riassunzione del processo — anche ad opera di una sola parte — ripristina la situazione processuale originaria. Il giudice del rinvio è quindi tenuto a pronunciarsi su tutte le domande ed eccezioni suo tempo proposte, indipendentemente dal fatto che la parte non costituita le abbia formalmente riproposte (Cass. 3/7/2024, n. 12065; Cass. 17/3/2022, n. 8773). Le implicazioni pratiche: cosa deve fare il professionista Per i professionisti — non solo avvocati, ma anche medici, commercialisti, architetti e qualsiasi figura soggetta alle prescrizioni presuntive