IMU e abitazioni contigue: quando l’esenzione prima casa non basta

La Cassazione chiarisce che due unità immobiliari, anche se unificate di fatto, non possono entrambe godere dell’agevolazione senza fusione catastale La questione dell’esenzione IMU per l’abitazione principale continua a generare contenziosi tra contribuenti e Comuni, soprattutto quando si tratta di immobili contigui posseduti da membri dello stesso nucleo familiare. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4498/2026 pubblicata il 27 febbraio 2026, ha fornito un importante chiarimento destinato a fare giurisprudenza: l’esenzione dall’imposta municipale propria spetta esclusivamente per un’unica unità immobiliare catastalmente identificata, e non può essere estesa a unità contigue anche se di fatto unificate e utilizzate come unica abitazione. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda trae origine da una situazione piuttosto comune nelle famiglie italiane. Una contribuente possedeva un’unità immobiliare contigua a quella del coniuge, entrambe situate nello stesso condominio. Nella pratica quotidiana, le due abitazioni erano state unificate attraverso un arco di collegamento interno, condividevano una sola cucina e disponevano di un unico contatore per gas e luce. A tutti gli effetti pratici, si trattava di un’unica abitazione familiare. Il Comune aveva però contestato questa situazione, notificando avvisi di accertamento per IMU e TASI relativi all’anno 2016. Secondo l’amministrazione comunale, la contribuente non poteva beneficiare del trattamento agevolato previsto per l’abitazione principale, poiché il coniuge aveva già dichiarato la propria unità immobiliare come abitazione principale. Due unità catastalmente distinte, secondo il Comune, non potevano entrambe godere dell’esenzione, nonostante l’unificazione di fatto. Il percorso processuale e la sentenza della Corte Costituzionale La questione aveva seguito un tortuoso percorso giudiziario. In primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale aveva rigettato il ricorso della contribuente, riconoscendo l’insussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’agevolazione. Aveva però annullato le sanzioni, riconoscendo una causa di non punibilità. In appello, la Corte di Giustizia Tributaria Regionale della Lombardia aveva invece accolto le ragioni della contribuente, richiamando un importante precedente: la sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2022. Questa pronuncia aveva infatti dichiarato parzialmente illegittima la normativa sull’IMU nella parte in cui impediva ai coniugi o alle persone unite civilmente di godere ciascuno dell’esenzione per la propria abitazione principale, anche se situate in comuni diversi o nello stesso comune. La Consulta aveva affermato che l’abitazione principale va identificata con il luogo dove ciascun soggetto ha residenza anagrafica e dimora abituale, indipendentemente dalla situazione degli altri membri della famiglia. I giudici di secondo grado avevano ritenuto che questo principio si applicasse anche al caso delle unità contigue, considerando le prove fotografiche e documentali che dimostravano l’unificazione di fatto delle due abitazioni. La decisione della Cassazione: i limiti dell’esenzione IMU La Corte di Cassazione ha però rovesciato questa interpretazione, accogliendo il ricorso del Comune. La Sezione Tributaria ha affermato con chiarezza che il tenore letterale dell’art. 13, comma 2, del decreto legge n. 201/2011 è inequivocabile: l’esenzione dall’IMU spetta per l’abitazione principale intesa come “immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente”. La Suprema Corte ha sottolineato come questa formulazione contenga una limitazione precisa dell’agevolazione a un’unica unità immobiliare catastale. Si tratta di una differenza sostanziale rispetto alla precedente disciplina dell’ICI, che aveva generato orientamenti giurisprudenziali più favorevoli ai contribuenti in situazioni analoghe. Con l’IMU, il legislatore ha introdotto un criterio più restrittivo, che non consente interpretazioni estensive. La Cassazione ha inoltre precisato che la sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2022, pur rilevante, riguarda una fattispecie diversa. Quella pronuncia aveva dichiarato illegittima la norma che impediva ai coniugi o alle persone unite civilmente di godere ciascuno dell’esenzione quando avessero stabilito residenze disgiunte, equiparando così la loro situazione a quella dei conviventi di fatto. Si tratta però di una situazione di scissione del nucleo familiare, non di unità immobiliari contigue possedute da coniugi conviventi nello stesso immobile. I principi affermati e le implicazioni pratiche La sentenza n. 4498/2026 fissa alcuni principi fondamentali che meritano attenzione da parte di proprietari di immobili, amministratori condominiali e professionisti del settore. In primo luogo, viene ribadito il criterio della stretta interpretazione delle norme agevolative in materia tributaria. Quando la legge prevede un’esenzione o un’agevolazione fiscale, questa deve essere applicata secondo i precisi limiti stabiliti dal legislatore, senza possibilità di interpretazioni estensive analogiche. Nel caso dell’IMU, l’agevolazione per l’abitazione principale è circoscritta a un’unica unità catastale. In secondo luogo, la Corte chiarisce che l’unificazione di fatto di due unità immobiliari, per quanto completa e documentata, non è sufficiente ai fini fiscali. Ciò che rileva è l’autonomia catastale delle unità: se esistono due subalterni distinti, si tratta di due immobili diversi, ciascuno potenzialmente soggetto a IMU. La prova dell’esistenza di un unico ingresso, di una sola cucina o di contatori condivisi non modifica questa realtà catastale. Terzo aspetto cruciale: la sentenza costituzionale che ha ammesso la possibilità per i coniugi di godere ciascuno dell’esenzione per la propria abitazione principale non si applica quando i coniugi convivono nello stesso immobile, anche se questo è composto da più unità catastali contigue. La ratio della pronuncia costituzionale era quella di superare una discriminazione tra coniugi/uniti civilmente e conviventi di fatto in caso di residenze separate; non quella di consentire duplicazioni di agevolazioni per immobili contigui. Cosa devono fare i proprietari di immobili contigui Per chi si trova nella situazione di possedere due o più unità immobiliari contigue che intende utilizzare come unica abitazione, la strada indicata dalla giurisprudenza è chiara: procedere alla fusione catastale. Questa procedura, che richiede l’intervento di un tecnico abilitato e la presentazione di apposita documentazione al Catasto, consente di trasformare più subalterni in un’unica unità immobiliare. Solo a seguito della fusione catastale sarà possibile beneficiare dell’esenzione IMU per l’intera superficie dell’abitazione. La fusione catastale comporta alcuni adempimenti tecnici e burocratici. È necessario verificare che le unità immobiliari siano effettivamente contigue e che sussistano i requisiti urbanistici per l’unificazione. Il professionista incaricato dovrà predisporre una planimetria catastale aggiornata che rappresenti l’immobile unificato e presentare la pratica agli uffici competenti. Una volta completata la procedura, l’immobile avrà un unico subalterno e potrà godere integralmente dell’agevolazione per abitazione principale. È importante sottolineare che
Gomme da masticare con loghi di griffe celebri: quando la contraffazione supera i confini del settore merceologico

La Cassazione ribadisce la tutela ultramerceologica dei marchi rinomati: anche prodotti completamente diversi dall’alta moda possono configurare contraffazione se sfruttano la notorietà dei brand La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6855/2026 depositata il 19 febbraio 2026, ha affrontato un caso emblematico che mette in luce i confini della tutela accordata ai marchi celebri. Al centro della vicenda, un’attività organizzata di contraffazione che riproduceva segni distintivi di case di moda di fama mondiale su confezioni di gomme da masticare. I marchi coinvolti erano Louis Vuitton, Chanel, Dolce&Gabbana e Hermès, tutti universalmente riconosciuti nel settore dell’alta moda e del lusso. Gli imputati, un amministratore di società e la sua collaboratrice, erano stati condannati in primo e secondo grado per vari reati previsti dall’articolo 473 del codice penale, aggravati ai sensi dell’articolo 474-ter. L’attività illecita si era protratta dal dicembre 2010 fino al giugno 2012, nonostante fossero stati adottati diversi provvedimenti inibitori da parte delle autorità competenti. La distribuzione avveniva attraverso una rete commerciale organizzata, con prodotti che riproducevano grafiche e loghi chiaramente evocativi dei marchi registrati. Il principio di tutela ultramerceologica La difesa degli imputati aveva costruito la propria strategia processuale su un argomento apparentemente solido: i marchi erano stati registrati per prodotti di abbigliamento e accessori di alta moda, mentre le gomme da masticare appartengono al settore alimentare, un ambito merceologico completamente diverso. Secondo questa tesi, la contraffazione sarebbe configurabile solo quando il marchio viene utilizzato nello stesso settore per il quale è stato registrato, dove maggiore è il rischio di confusione per il consumatore. La Suprema Corte ha demolito questa impostazione, riaffermando con chiarezza un principio consolidato nel diritto della proprietà industriale. L’articolo 20, lettera c) del Codice della Proprietà Industriale riconosce ai marchi che godono di rinomanza una tutela rafforzata, definita “ultramerceologica”, che si estende oltre i confini del settore merceologico di appartenenza. Questa protezione trova fondamento anche nella normativa europea, in particolare nell’articolo 10, lettera c) della direttiva UE 2436/2015 e nell’articolo 9, paragrafo 2, lettera c) del regolamento UE 1001/2017. La ratio di questa tutela estesa risiede nella necessità di proteggere il carattere distintivo e la notorietà del marchio celebre da tre tipologie di pregiudizio. La prima è la cosiddetta “diluizione”, che si verifica quando l’uso non autorizzato del marchio ne indebolisce la capacità di identificare univocamente i prodotti o servizi per i quali è stato registrato. La seconda è la “corrosione”, che compromette il potere di attrazione del marchio facendo sì che i prodotti o servizi contrassegnati dal segno identico o simile possano essere percepiti dal pubblico in modo tale da danneggiare la reputazione del brand. La terza forma di pregiudizio è rappresentata dal “parassitismo”, ossia lo sfruttamento indebito del carattere distintivo o della notorietà del marchio da parte di terzi che traggono vantaggio dall’associazione con il brand celebre senza averne diritto. La concreta applicazione ai fatti di causa Nel caso esaminato dalla Cassazione, i giudici di merito avevano accertato che le confezioni di gomme da masticare riproducevano grafiche, motivi e loghi chiaramente riferibili ai marchi delle celebri maison. La Corte d’appello aveva tracciato una netta distinzione tra una prima serie di prodotti, caratterizzati da segni inequivocabilmente evocativi dei marchi registrati, e una seconda serie che presentava comunque elementi grafici riconducibili ai brand di lusso, seppur con modalità diverse. La difesa aveva tentato di valorizzare alcune circostanze a sostegno della buona fede degli imputati. In particolare, era stata evidenziata l’acquisizione di pareri legali preventivi, la registrazione di un proprio marchio distintivo denominato “by Paul Stiven”, gli accordi raggiunti con alcune case di moda per regolarizzare pregresse contestazioni, e la cessazione della commercializzazione dei prodotti della prima serie. Inoltre, si sottolineava come le confezioni contenessero indicazioni chiare sul produttore, inclusi nome, partita IVA e indirizzo della società. La Suprema Corte ha ritenuto tali argomentazioni prive di fondamento giuridico. I giudici hanno confermato che l’elemento soggettivo del reato era pienamente integrato, come dimostrato dalla reiterazione delle condotte nonostante i provvedimenti inibitori ricevuti. La presenza della dicitura “by Paul Stiven” è stata ritenuta del tutto irrilevante ai fini dell’esclusione della contraffazione, poiché non elimina la percezione del richiamo ai marchi celebri da parte del pubblico di riferimento. L’aggravante dell’organizzazione e le questioni sulla prescrizione Un altro profilo rilevante della pronuncia riguarda il riconoscimento dell’aggravante prevista dall’articolo 474-ter del codice penale, che sanziona più gravemente la contraffazione quando viene realizzata attraverso l’allestimento di mezzi e attività organizzate. I ricorrenti contestavano questa qualificazione, sostenendo che la Corte d’appello avesse fondato il proprio convincimento unicamente sulla rilevanza quantitativa dei prodotti contraffatti e sulla loro diffusione territoriale. La Cassazione ha respinto anche questa censura, evidenziando come i giudici di merito avessero accertato l’esistenza di una vera e propria struttura organizzata, con una rete commerciale di distribuzione e mezzi appositamente predisposti per la produzione e il commercio dei prodotti contraffatti. L’aggravante risultava quindi pienamente configurata secondo i criteri elaborati dalla giurisprudenza di legittimità. Particolare attenzione merita la questione relativa al computo del termine di prescrizione. Gli imputati beneficiavano di due circostanze aggravanti ad effetto speciale: quella di cui all’articolo 474-ter e la recidiva infraquinquennale. La difesa sosteneva che, ai fini della prescrizione, dovesse tenersi conto soltanto della circostanza aggravante più grave e non anche di quella ulteriore, in quanto il relativo aumento previsto dall’articolo 63, quarto comma del codice penale sarebbe facoltativo. La Corte ha chiarito, richiamando un orientamento ormai consolidato, che quando concorrono più circostanze aggravanti ad effetto speciale, occorre considerare sia la pena stabilita per la circostanza più grave sia l’ulteriore aumento complessivo di un terzo per le aggravanti meno gravi. L’articolo 157 del codice penale non prevede alcuna riserva circa l’influenza delle circostanze ad effetto speciale sui termini di prescrizione quando ne sia contestata più di una. La facoltatività dell’aumento di pena non rileva sul piano della disciplina della prescrizione, che segue parametri oggettivi, generali e astratti. Nel caso specifico, applicando correttamente questi principi, il termine massimo di prescrizione è stato calcolato in dodici anni, cui si aggiungevano ulteriori 124 giorni di sospensione legittima. Il reato risultava pertanto
Caditoia Stradale Pericolosa: il Comune Risponde Sempre dei Danni al Ciclista?

La Cassazione conferma la responsabilità oggettiva degli enti proprietari delle strade pubbliche e chiarisce quando non è possibile invocare la colpa del danneggiato Un tragico incidente stradale solleva una questione fondamentale per tutti i Comuni italiani: quando una caditoia mal posizionata o difettosa causa un sinistro, l’ente proprietario della strada può essere chiamato a rispondere dei danni? La risposta della Corte di Cassazione, contenuta nell’ordinanza n. 3938/2026 pubblicata il 22 febbraio 2026, traccia confini chiari e precisi in materia di responsabilità da custodia delle strade pubbliche. Il fatto: quando una caditoia si trasforma in una trappola mortale La vicenda trae origine da un incidente avvenuto in Sicilia, nella via III Retta Levante del Comune di Belpasso. Un ciclista, mentre percorreva la strada in direzione Nord-Sud, rimase incastrato con la ruota anteriore della bicicletta nelle feritoie di una caditoia per il deflusso delle acque piovane. La griglia era posizionata in senso longitudinale rispetto alla direzione di marcia, con alcune barre che presentavano un’anomala divaricazione. L’incastro improvviso della ruota causò la caduta del ciclista, che riportò lesioni talmente gravi da condurlo successivamente al decesso. I familiari della vittima citarono in giudizio il Comune, chiedendo il risarcimento dei danni sia sulla base dell’articolo 2043 del codice civile, che prevede il risarcimento per il danno ingiusto causato per colpa o dolo, sia sulla base dell’articolo 2051 dello stesso codice, che disciplina la responsabilità da cose in custodia. Il Tribunale di Catania e successivamente la Corte d’Appello accolsero le domande, riconoscendo la responsabilità esclusiva dell’ente locale. Il Comune propose quindi ricorso per cassazione, contestando la decisione sotto molteplici profili. La responsabilità oggettiva: il custode risponde sempre, salvo prova contraria La Corte di Cassazione ha innanzitutto richiamato un principio ormai consolidato nella giurisprudenza italiana: la responsabilità prevista dall’articolo 2051 del codice civile ha natura oggettiva. In altri termini, il custode di una cosa risponde dei danni causati dalla cosa stessa per il solo fatto che esiste un nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno verificatosi. Non occorre dimostrare che il custode abbia avuto una condotta colpevole o negligente. Questo principio si applica anche agli enti pubblici proprietari di strade aperte al pubblico transito, in relazione alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, indipendentemente dalla sua estensione. La responsabilità nasce dal semplice fatto di essere custode della strada, ovvero di avere quel rapporto di fatto con la cosa che consente il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che possano insorgere e di escludere i terzi dal contatto pericoloso con essa. Come ha precisato la Cassazione nell’ordinanza in esame, per gli enti proprietari di strade questa custodia si manifesta negli obblighi previsti dall’articolo 14, comma 1, del Codice della Strada, che impone di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi. Come può il Comune liberarsi dalla responsabilità? Se la responsabilità è oggettiva, quali strumenti ha il custode per difendersi? La Corte è chiara: il Comune può liberarsi dalla responsabilità solo in due modi. Il primo consiste nel dimostrare che il danno è stato causato dal caso fortuito, un evento imprevedibile e inevitabile che appartiene alla categoria dei fatti giuridici, senza alcuna intermediazione di elementi soggettivi. Il secondo strumento consiste nel provare che il danno è riconducibile, in via esclusiva o concorrente, alla condotta del danneggiato o di un terzo. Questa seconda possibilità, tuttavia, presenta requisiti molto stringenti. Non basta dimostrare che la vittima ha tenuto una condotta qualsiasi: occorre provare che tale condotta era connotata da colpa ai sensi dell’articolo 1227 del codice civile e, elemento essenziale, che si caratterizzava per l’oggettiva imprevedibilità e imprevenibilità rispetto all’evento dannoso. Come ha ribadito la Cassazione citando la sentenza n. 2376/2024, non è necessario che la condotta del danneggiato si presenti come autonoma, eccezionale, imprevedibile e inevitabile, ma è sufficiente la colpa. Il caso concreto: perché il Comune non è riuscito a liberarsi Nel caso esaminato, il Comune aveva sostenuto che l’incidente era avvenuto in pieno giorno, che la caditoia era perfettamente visibile, che il ciclista aveva violato l’obbligo di fermarsi allo stop presente prima della caditoia e che non aveva rispettato l’obbligo di tenere la destra previsto dall’articolo 143 del Codice della Strada. La Corte d’Appello, con una motivazione ritenuta dalla Cassazione congrua e priva di vizi logici, ha rigettato tutte queste argomentazioni. I giudici di merito hanno accertato in fatto che la caditoia presentava un’anomala divaricazione di alcune barre, le cui dimensioni consentivano di far incastrare le ruote di una bicicletta da corsa. Hanno inoltre rilevato che il Comune non aveva posto in essere idonee modalità di installazione della caditoia per assicurare un sicuro transito di tutti i mezzi, comprese le biciclette. Un elemento particolarmente significativo emerso nel giudizio è che il Comune stesso, subito dopo l’incidente, aveva provveduto a modificare il posizionamento della caditoia, passando da una disposizione longitudinale a una trasversale rispetto al senso di percorrenza della strada, e aveva eliminato le divaricazioni tra le feritoie. Questo comportamento successivo ha rafforzato la tesi secondo cui la situazione preesistente era oggettivamente pericolosa. Quanto alla presunta visibilità della caditoia, la Corte ha correttamente osservato che, quando il pericolo è inevitabile, diventa irrilevante che la fonte di pericolo sia visibile. In altri termini, se la caditoia occupava per la quasi totalità l’intera sede stradale da un marciapiede all’altro, il normale senso di percorrenza della strada induceva qualsiasi mezzo a passarvi sopra, senza possibilità di evitarla transitando pericolosamente a ridosso del marciapiede. Anche l’argomento relativo alla violazione dello stop è stato respinto. La Corte ha rilevato che la presenza di un segnale di stop a monte della caditoia era irrilevante, considerata la notevole pendenza della via e la circostanza che, in assenza di prova contraria, la brusca frenata subita dalla bicicletta a causa dell’incastro della ruota poteva essersi verificata proprio nel momento immediatamente successivo alla ripartenza dopo il fermo allo stop. Infine, per quanto riguarda l’obbligo di tenere la destra previsto dal Codice della Strada,
IRAP e Studio Associato: il Commercialista Deve Sempre Pagare?

La Cassazione ribadisce la presunzione di autonoma organizzazione per chi esercita in forma associata La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 3975/2026 pubblicata il 23 febbraio 2026, ha riaffermato un principio cruciale per i professionisti che operano in forma associata: quando un commercialista esercita la propria attività all’interno di uno studio associato, la legge presume automaticamente l’esistenza di un’autonoma organizzazione, rendendo così dovuta l’IRAP. Ma cosa significa concretamente per i professionisti? E come si può dimostrare il contrario? Il caso analizzato dalla Suprema Corte La vicenda ha origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate per l’anno d’imposta 2010. Il contribuente, un commercialista che operava sia individualmente sia attraverso uno studio associato con un collega, aveva ricevuto una richiesta di pagamento IRAP per euro 199.545,00. La contestazione dell’Agenzia si fondava sugli articoli 19 e 25 del decreto legislativo n. 446 del 1997, che disciplinano l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive. Il professionista aveva impugnato l’accertamento sostenendo che l’attività svolta singolarmente, in particolare come consulente tecnico d’ufficio per incarichi giudiziari, fosse completamente autonoma rispetto allo studio associato e che quindi non sussistesse quella “autonoma organizzazione” richiesta dalla legge per l’applicazione dell’IRAP. In sostanza, il contribuente affermava di aver utilizzato mezzi propri minimi e di non aver beneficiato dell’organizzazione dello studio per questa specifica attività professionale. Il percorso nelle Commissioni Tributarie La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto le ragioni del contribuente, ritenendo che i compensi versati a terzi (circa 48.360 euro, pari al 9,78% dei compensi totali) fossero occasionali e modesti, e che il valore dei beni strumentali (24.253 euro) risultasse esiguo sia in termini assoluti che rispetto al fatturato complessivo di 475.000 euro. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale della Liguria aveva ribaltato completamente questa decisione, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate. I giudici regionali avevano evidenziato un aspetto fondamentale: la presenza di un’associazione professionale presume l’organizzazione di cui il contribuente è responsabile, e questa presunzione opera indipendentemente dall’entità dei compensi erogati a terzi. Il principio di diritto affermato dalla Cassazione La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando l’orientamento della CTR e chiarendo alcuni punti essenziali sul presupposto dell’IRAP per i professionisti. L’articolo 2 del decreto legislativo n. 446 del 1997 stabilisce che il presupposto dell’IRAP è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni o alla prestazione di servizi. Si tratta, come ha ricordato la Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, di un’imposta di carattere reale che colpisce il valore aggiunto prodotto dalle attività autonomamente organizzate, e non di un’imposta sul reddito. La Suprema Corte, richiamando la propria sentenza a Sezioni Unite n. 9451 del 2016, ha precisato che il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente sia il responsabile dell’organizzazione e non sia inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità. Inoltre, deve impiegare beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure deve avvalersi in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia di un collaboratore con mansioni meramente esecutive. La presunzione per le forme associate L’aspetto più rilevante della decisione riguarda la distribuzione dell’onere della prova. La Cassazione ha ribadito che l’esercizio di professioni in forma societaria o mediante associazioni senza personalità giuridica costituisce, per legge, presupposto dell’IRAP senza che occorra accertare in concreto la sussistenza di un’autonoma organizzazione. Questa infatti è implicita nella forma di esercizio dell’attività. Ciò significa che quando un professionista opera attraverso uno studio associato, la legge presume automaticamente che esista un’organizzazione autonoma sufficiente per l’applicazione dell’imposta. Spetta quindi al contribuente l’onere di dimostrare l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività specifica contestata. Non basta cioè affermare di aver svolto una parte dell’attività in modo del tutto autonomo: occorre provare concretamente di non aver beneficiato in alcun modo dell’organizzazione dello studio associato. La contitolarità come elemento decisivo Nel caso esaminato, la Corte ha evidenziato che il professionista non solo faceva parte di uno studio associato, ma era anche contitolare dell’attività insieme a un collega commercialista. Questa circostanza, secondo i giudici di legittimità, costituiva già di per sé la prova dell’esistenza di una struttura organizzata. Il contribuente avrebbe dovuto dimostrare di aver svolto l’attività di consulente tecnico d’ufficio in forma completamente autonoma, senza avvalersi in alcun modo della struttura dello studio. Avrebbe inoltre dovuto provare che quella specifica attività non era esercitata in forma associata. Secondo la Cassazione, proprio la laboriosità degli incarichi di consulenza tecnica, tra cui quello di attestatore di piani di risanamento, rende ragionevole presumere che il professionista si sia avvalso dell’organizzazione dello studio per svolgerli efficacemente. Le questioni procedurali affrontate La sentenza ha affrontato anche alcune questioni procedurali di rilievo. Il ricorrente lamentava che la Commissione Tributaria Regionale avesse motivato in modo insufficiente la propria decisione e non si fosse pronunciata sull’eccezione di inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi. La Cassazione ha respinto entrambe le censure. Quanto alla motivazione, i giudici hanno chiarito che il vizio denunciabile in sede di legittimità deve riguardare l’assenza assoluta di motivazione, la motivazione apparente, il contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili o la motivazione obiettivamente incomprensibile. Non è sufficiente il semplice difetto di sufficienza della motivazione. Nel caso specifico, la CTR aveva esaminato tutti gli elementi rilevanti, sebbene con un apprezzamento diverso da quello del contribuente. Quanto all’eccezione di inammissibilità dell’appello, la Corte ha ricordato che quando il giudice d’appello decide nel merito senza pronunciarsi sull’inammissibilità dedotta, non si configura alcun vizio di omessa pronuncia, in quanto la decisione comporta l’implicito rigetto dell’eccezione. Inoltre, ha precisato che nel contenzioso tributario la riproposizione in appello delle ragioni poste a fondamento dell’impugnazione del provvedimento impositivo assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dall’articolo 53 del decreto legislativo n. 546 del 1992, quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza e i motivi di censura siano ricavabili in modo inequivoco dall’atto di gravame. Implicazioni pratiche per i professionisti Questa sentenza ha conseguenze rilevanti per tutti i professionisti che operano in forma associata, non solo per i commercialisti. Vediamo concretamente cosa significa. Innanzitutto, chi esercita la propria attività attraverso uno
Conti esteri e accertamenti IRPEF: la Cassazione conferma la piena utilizzabilità dei dati bancari stranieri

L’ordinanza n. 4065/2026 della Sezione Tributaria fissa importanti principi su presunzioni, onere della prova e produzione documentale nel giudizio di rinvio Disponibilità finanziarie detenute all’estero attraverso fondazioni di diritto straniero, redditi di capitale non dichiarati per oltre un decennio, dati trasmessi dall’autorità fiscale di un altro Stato europeo nell’ambito della cooperazione internazionale: questi sono gli elementi essenziali della vicenda che ha portato la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4065/2026, a pronunciarsi su alcune questioni di grande rilevanza pratica per i contribuenti e per i professionisti del settore fiscale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai contribuenti, consolidando orientamenti già presenti in giurisprudenza e offrendo al contempo preziose indicazioni sui limiti del sindacato di legittimità, sull’efficacia probatoria dei documenti bancari esteri e sul discusso tema del divieto di doppia presunzione. La collaborazione informativa internazionale e l’utilizzabilità dei dati bancari esteri Il punto di partenza dell’intera vicenda è la trasmissione di informazioni bancarie da parte di un’autorità finanziaria straniera all’Agenzia delle Entrate, avvenuta nell’ambito della cooperazione prevista dalla Direttiva CEE 77/799 del Consiglio del 19 dicembre 1977, che disciplina la reciproca assistenza tra le autorità competenti degli Stati membri nel settore delle imposte. Su questo aspetto, la pronuncia non lascia spazio a dubbi interpretativi: la Corte, richiamando i principi già affermati in sede di rinvio, ribadisce che è legittima l’utilizzazione in sede di accertamento tributario di qualsiasi elemento al quale possa essere attribuito valore indiziario, anche se acquisito in modo irrituale, salvo che la sua inutilizzabilità non discenda da una specifica previsione di legge o che vengano in rilievo diritti di rango costituzionale. I dati bancari trasmessi attraverso i canali di cooperazione internazionale, pertanto, sono pienamente spendibili dal Fisco senza che l’autorità destinataria sia tenuta a effettuare una preventiva verifica delle modalità di acquisizione adottate dall’autorità estera, e ciò anche qualora tali modalità risultassero illecite o in violazione del diritto alla riservatezza bancaria vigente nello Stato di provenienza. L’inammissibilità per motivi cumulativi: un errore da non ripetere Il primo motivo di ricorso viene dichiarato inammissibile per una ragione di carattere tecnico-procedurale che merita particolare attenzione da parte di chi si occupa di contenzioso tributario. I ricorrenti avevano formulato il motivo facendo contemporaneamente riferimento all’art. 360, primo comma, nn. 3 e 5 del codice di procedura civile, vale a dire alla violazione di norme di diritto e all’omesso esame di un fatto decisivo, senza tenere distinte le due censure. La Corte, richiamando il consolidato orientamento espresso tra le altre da Cass. n. 26790/2018, chiarisce che l’esposizione cumulativa di questioni non è consentita quando rimetta al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili. In altre parole, ciascun motivo deve essere formulato in modo da consentirne l’esame separato, esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se le censure fossero state articolate in motivi distinti. La confusione e l’intreccio inestricabile tra profili diversi rende il motivo inammissibile a prescindere dalla fondatezza nel merito delle singole doglianze. Si tratta di un richiamo severo ma necessario: la tecnica redazionale del ricorso per cassazione richiede rigore formale, e l’intento di “coprire” il maggior numero possibile di profili in un unico motivo si risolve spesso in un boomerang per il ricorrente. L’onere della prova nel processo tributario: quando si viola davvero l’art. 2697 c.c. Con riferimento al secondo motivo, la Corte interviene anche sull’interpretazione della norma cardine in materia di onere della prova, l’art. 2697 del codice civile, chiarendo in quali soli casi la sua violazione sia deducibile in cassazione. Secondo il principio consolidato richiamato nell’ordinanza, e confermato tra le altre da Cass. nn. 13395/2018, 9055/2022 e 4315/2025, la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura unicamente quando il giudice di merito abbia attribuito l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne era effettivamente gravata in base alla norma. Non integra invece tale violazione la censura con cui il ricorrente lamenta che, a causa di una valutazione incongrua delle prove, il giudice abbia erroneamente ritenuto non assolto l’onere della parte gravata: in quel caso si tratta di una questione di apprezzamento dei fatti, che appartiene al merito e non è sindacabile in sede di legittimità. La distinzione è sottile ma fondamentale: lamentare che il giudice ha sbagliato a valutare le prove è cosa diversa dal lamentare che ha sbagliato a identificare chi dovesse provarle. Il mito del divieto di doppia presunzione: la Cassazione fa chiarezza Uno degli aspetti più interessanti dell’ordinanza n. 4065/2026 riguarda il cosiddetto divieto di doppia presunzione, o praesumptio de praesumpto, che i ricorrenti invocavano per contestare il ragionamento probatorio dell’Amministrazione finanziaria. La Corte è netta: nel sistema processuale italiano non esiste alcun divieto di doppia presunzione, e tale divieto non è ricavabile né dagli artt. 2727 e 2729 del codice civile né da qualsiasi altra norma dell’ordinamento. È invece pienamente ammissibile che un fatto noto, accertato in via presuntiva, costituisca la premessa di un’ulteriore presunzione idonea a fondare l’accertamento del fatto ignoto. L’unica condizione richiesta è che la concatenazione di inferenze presuntive non sia debole, cioè inattendibile e infondata, e che si fondi su una serie lineare di inferenze, ciascuna delle quali, nella sua conclusione, costituisca la premessa di quella successiva, sempre nel rispetto dei criteri di precisione, gravità e concordanza imposti dall’art. 2729 c.c. La Corte, richiamando tra le altre Cass. nn. 19993/2025, 14788/2024 e 27862/2025, osserva efficacemente che il fatto “noto” attribuisce un adeguato grado di attendibilità al fatto “ignorato”, il quale cessa pertanto di essere tale divenendo anch’esso noto: ed è proprio questo il meccanismo che risolve l’equivoco logico che si cela nel preteso divieto. Il nuovo comma 5-bis dell’art. 7 d.lgs. 546/1992: norma sostanziale, non retroattiva I ricorrenti invocavano anche l’applicazione retroattiva del nuovo comma 5-bis dell’art. 7 del d.lgs. n. 546 del 1992 — il testo unico del processo tributario — introdotto dall’art. 6 della legge n. 130 del 2022 in materia di prova. La norma, come noto, ha ridefinito il ruolo dell’istruttoria nel giudizio tributario, attribuendole una funzione più centrale. La Cassazione,
Diritto dei nonni a vedere i nipoti: la Cassazione chiarisce quando è davvero nell’interesse del minore

La Corte rivoluziona il criterio: non basta l’assenza di pregiudizio, serve un vantaggio concreto per la crescita del bambino Quando una coppia si separa in modo conflittuale, spesso a pagarne le conseguenze non sono solo i genitori, ma anche i nonni che si trovano improvvisamente tagliati fuori dalla vita dei nipoti. La domanda che molti si pongono è: i nonni hanno sempre diritto a mantenere i rapporti con i nipoti minorenni? E se sì, a quali condizioni? Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, l’ordinanza n. 3721 del 19 febbraio 2026, affronta proprio questa delicata questione, fissando un principio di grande rilevanza pratica che tutti coloro che si trovano in situazioni familiari complesse dovrebbero conoscere. Il caso che ha portato alla Cassazione La vicenda trae origine da una situazione familiare particolarmente delicata. Una madre aveva ottenuto dal Tribunale per i minorenni la sospensione di ogni contatto tra la figlia, all’epoca di cinque anni, e il padre, contro il quale pendeva un procedimento penale per presunti abusi. La Corte d’Appello di Brescia, con decreto del marzo 2025, aveva confermato la sospensione dei rapporti padre-figlia, ma aveva riconosciuto alla nonna e alla prozia paterne il diritto di mantenere incontri con la nipote. La madre ha impugnato questa decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo tra l’altro che la Corte d’Appello avesse applicato erroneamente le norme sul diritto degli ascendenti, senza valutare adeguatamente l’interesse concreto della minore. La norma di riferimento: l’articolo 317-bis del codice civile Il diritto dei nonni a mantenere rapporti significativi con i nipoti è sancito dall’articolo 317-bis del codice civile, che stabilisce che gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. In parole semplici, la legge riconosce che il legame tra nonni e nipoti ha un valore importante per la crescita e lo sviluppo del bambino, e che questo legame merita tutela giuridica. Tuttavia, come spesso accade nel diritto di famiglia, la norma non dice tutto. La questione che la Cassazione è chiamata a chiarire è: questo diritto è assoluto? Quali sono i criteri che il giudice deve seguire per decidere se autorizzare o meno gli incontri? Il principio innovativo della Cassazione: serve un vantaggio positivo La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della madre proprio su questo punto, affermando un principio di grande importanza che segna una svolta nell’interpretazione della norma. I giudici di legittimità hanno chiarito che il limite ai rapporti significativi con gli ascendenti non è quello negativo, cioè la semplice assenza di pregiudizio che potrebbe derivare al minore dalla frequentazione con i nonni. Al contrario, il criterio rilevante è quello positivo: occorre accertare l’interesse concreto del minore a una crescita piena ed equilibrata. In altre parole, la Cassazione ha stabilito che non è sufficiente per il giudice verificare che gli incontri con i nonni non danneggino il bambino. Il giudice deve compiere un passo ulteriore e accertare che quegli incontri apportino un vantaggio effettivo al minore, contribuendo al suo progetto educativo e formativo. Nel caso specifico, la Corte d’Appello di Brescia aveva motivato la decisione di autorizzare gli incontri affermando che non si vedeva “che effetti pregiudizievoli potrebbe avere per la minore la ripresa, graduale e rispettosa dei suoi tempi, dei rapporti con la nonna e la prozia paterna”. Secondo la Cassazione, questa motivazione è insufficiente perché si fonda solo sull’assenza di pregiudizio, senza indagare sul vantaggio concreto per la bambina. Il carattere funzionale del diritto degli ascendenti La sentenza chiarisce ulteriormente che il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti con i nipoti non è un diritto assoluto. Si tratta invece di un diritto funzionale all’interesse del minore. Questo significa che il punto di riferimento centrale rimane sempre il benessere del bambino, non il desiderio legittimo ma subordinato dei nonni di mantenere il legame affettivo. Come sottolineano i giudici della Prima Sezione civile, questo diritto presuppone una relazione positiva, gratificante e soddisfacente per ciascuno dei soggetti coinvolti. Non si può imporre al minore una frequentazione che non risponda al suo interesse evolutivo solo per soddisfare le aspettative degli ascendenti. I criteri operativi per il giudice Dalla pronuncia emergono alcuni criteri operativi che il giudice deve seguire nell’esaminare la richiesta di incontri tra nonni e nipoti. In particolare, il giudice deve: Accertare il vantaggio concreto che deriva al minore dalla partecipazione degli ascendenti al progetto educativo e formativo che lo riguarda. Non è sufficiente una valutazione generica sul valore positivo del rapporto nonni-nipoti, occorre un’indagine specifica sul caso concreto. Individuare strumenti di modulazione delle relazioni in grado di favorire la necessaria spontaneità dei rapporti. Il giudice non può limitarsi a disporre meccanicamente gli incontri, ma deve costruire un percorso che rispetti i tempi e le esigenze emotive del bambino. Rispettare la volontà espressa dai nipoti che abbiano compiuto dodici anni o che comunque risultino capaci di discernimento. Anche se nel caso specifico la bambina non aveva ancora raggiunto questa età, la Cassazione richiama questo principio generale, sottolineando che non si può imporre alcuna frequentazione contro la volontà del minore maturo. Le altre questioni trattate: l’ascolto del minore La sentenza affronta anche altre questioni di rilievo. Sul tema dell’ascolto del minore, la madre aveva lamentato che la Corte d’Appello non avesse sentito direttamente la bambina, nata nel 2014 e quindi all’epoca dei fatti ancora infra-dodicenne. La Cassazione ha rigettato questo motivo, rilevando che l’ascolto era stato effettuato di recente dal consulente tecnico d’ufficio e dalla psicologa del servizio territoriale, e che dalle relazioni psicosociali era emerso un forte disagio della minore alla sola idea di riprendere i rapporti con il padre. In questo contesto, il giudice di merito aveva ritenuto superflua l’audizione diretta per evitare ulteriore sofferenza emotiva alla bambina. I giudici di legittimità hanno sottolineato che la parte non aveva neppure richiesto l’audizione davanti alla Corte d’Appello, e hanno ribadito il principio secondo cui non sussiste obbligo motivatorio sull’omessa audizione quando questa non è stata richiesta dalla parte per un minore infra-dodicenne, salvo che la parte non alleghi ragioni specifiche di maturazione precoce. La questione della sindrome di alienazione parentale
Buoni Postali Fruttiferi: la Cassazione esclude il risarcimento per mancata consegna del foglio informativo

Con la sentenza n. 3686/2026 la Prima Sezione Civile chiarisce quando la prescrizione del diritto al rimborso non genera responsabilità di Poste Italiane La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3686 del 18 febbraio 2026, ha affrontato una questione di grande rilevanza pratica per migliaia di risparmiatori: è possibile ottenere un risarcimento da Poste Italiane quando i buoni postali fruttiferi si prescrivono e l’ente non ha consegnato al momento della sottoscrizione il Foglio Informativo Analitico? La risposta della Suprema Corte è netta: no, non è configurabile alcuna responsabilità risarcitoria. Il caso esaminato dalla Cassazione La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso di tre buoni postali fruttiferi serie AA2, ciascuno del valore di 5.000 euro, emessi nell’ottobre 2001. Due risparmiatori si erano visti negare il rimborso da parte di Poste Italiane perché era decorso il termine di prescrizione decennale. Secondo i ricorrenti, questa prescrizione era imputabile alla mancata consegna, al momento dell’acquisto dei buoni, del cosiddetto FIA, il Foglio Informativo Analitico previsto dal decreto del Ministero del Tesoro del 19 dicembre 2000. Senza questo documento, sostenevano i risparmiatori, non avevano potuto conoscere la data di scadenza dei buoni e, di conseguenza, non avevano saputo quando iniziava a decorrere il termine di prescrizione. Il Tribunale di Napoli Nord aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Napoli aveva ribaltato la decisione, condannando Poste Italiane al pagamento di 15.000 euro. Secondo i giudici partenopei, la mancata consegna del FIA costituiva un inadempimento contrattuale che aveva impedito ai sottoscrittori di conoscere elementi essenziali dei buoni acquistati. Poste Italiane ha quindi proposto ricorso per cassazione. La natura giuridica dei buoni postali fruttiferi Per comprendere la soluzione adottata dalla Cassazione, è fondamentale chiarire cosa sono i buoni postali fruttiferi dal punto di vista giuridico. Come ribadito dalla giurisprudenza costante, questi strumenti di risparmio sono “titoli di legittimazione” ai sensi dell’articolo 2002 del codice civile, e non titoli di credito in senso proprio. Cosa significa? Significa che i buoni servono semplicemente a identificare chi ha diritto alla prestazione, ma non incorporano il diritto in modo letterale e autonomo come accade per cambiali o assegni. La conseguenza pratica è che la disciplina dei buoni non si trova solo nel documento cartaceo consegnato al risparmiatore, ma viene integrata automaticamente dalle norme contenute nei decreti ministeriali che istituiscono le varie serie. Questo meccanismo di integrazione automatica opera tramite l’articolo 1339 del codice civile, che prevede l’inserimento automatico di clausole imposte dalla legge al posto di quelle difformi apposte dalle parti. Il quadro normativo di riferimento Il decreto ministeriale del 19 dicembre 2000, emanato dopo il riordino della Cassa Depositi e Prestiti, prevedeva all’articolo 3 che per il collocamento dei buoni rappresentati da documento cartaceo venisse consegnato al sottoscrittore il titolo unitamente al foglio informativo contenente la descrizione delle caratteristiche dell’investimento. L’articolo 6 dello stesso decreto stabiliva inoltre che Poste Italiane esponesse nei propri locali aperti al pubblico un avviso sulle condizioni praticate, rinviando ai fogli informativi per la descrizione dettagliata. Per quanto riguarda la prescrizione, l’articolo 8 del medesimo decreto stabiliva che i diritti dei titolari dei buoni si prescrivevano trascorsi dieci anni dalla data di scadenza del titolo. Per i buoni serie AA2 oggetto della controversia, il successivo decreto ministeriale del 29 marzo 2001 prevedeva che potessero essere liquidati al termine del settimo anno successivo a quello di emissione. La soluzione della Suprema Corte La Cassazione, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha accolto il ricorso di Poste Italiane, ribaltando la decisione della Corte d’Appello. I giudici di legittimità hanno affermato un principio chiaro: la mancata consegna del Foglio Informativo Analitico non determina l’insorgere di un diritto al risarcimento a favore del sottoscrittore che lamenti l’intervenuta prescrizione del diritto al rimborso. Il ragionamento della Corte si articola su più livelli. Innanzitutto, la pubblicazione dei decreti ministeriali sulla Gazzetta Ufficiale assolve pienamente l’obbligo informativo nei confronti dei risparmiatori. La disciplina dei buoni, infatti, è contenuta proprio in quei decreti, che ne stabiliscono durata, scadenza, tassi di interesse e termini di prescrizione. Questi provvedimenti ministeriali sono accessibili a tutti e costituiscono la fonte normativa primaria della regolamentazione dei buoni postali. La Cassazione ha inoltre evidenziato che gli obblighi informativi previsti dai decreti ministeriali successivi al riordino della Cassa Depositi e Prestiti non sono preordinati a riequilibrare un’asimmetria informativa nella fase precontrattuale. Al contrario, si pongono a valle della sottoscrizione del buono e hanno una funzione meramente riepilogativa e ricognitiva dei termini dell’operazione già conclusa. In altre parole, servono a facilitare la memorizzazione delle condizioni, ma non costituiscono il momento essenziale di formazione del consenso. Il tema della prescrizione e dell’inerzia del creditore Un passaggio cruciale della motivazione riguarda la natura stessa dell’istituto della prescrizione. Come ricordato dalla Suprema Corte, la prescrizione rileva per il mero fatto dell’inerzia, senza che siano possibili connotazioni soggettive. Per determinare l’estinzione del diritto è sufficiente il suo mancato esercizio per il tempo determinato dalla legge, senza che occorra alcuna qualificazione o caratteristica particolare di questo mancato esercizio. Il legislatore, infatti, ha dato rilievo solo alla condotta dolosa del debitore come elemento idoneo a determinare la sospensione della prescrizione. L’articolo 2941 numero 8 del codice civile prevede espressamente la sospensione solo quando il debitore ha dolosamente occultato l’esistenza del debito. Nessun analogo effetto è ricollegato al comportamento meramente colposo del debitore. Ne consegue che nemmeno è possibile configurare una responsabilità risarcitoria basata sulla condotta colposa che avrebbe ostacolato l’esercizio tempestivo del diritto. Nel caso specifico, anche volendo ritenere che la mancata consegna del FIA costituisse una negligenza informativa, questa circostanza non avrebbe potuto impedire ai risparmiatori di venire a conoscenza delle caratteristiche essenziali dei buoni. Sarebbe stato infatti sufficiente consultare la Gazzetta Ufficiale dove erano stati pubblicati i decreti ministeriali, oppure informarsi presso gli uffici postali. L’impossibilità di far valere il diritto che, ai sensi dell’articolo 2935 del codice civile, impedisce il decorso della prescrizione, riguarda solo gli impedimenti di natura legale, non l’incertezza o la difficoltà nell’esercizio del diritto stesso. Il rapporto con il provvedimento dell’AGCM Nella sentenza, la Cassazione ha anche
Scivolate in palestra e responsabilità civile: quando il comportamento del frequentatore “assolve” il gestore

La Cassazione chiarisce i confini del caso fortuito nella responsabilità da custodia e afferma un importante principio processuale: la parte rimasta contumace in primo grado può sollevare la scriminante in appello, ma non può vedersi liquidare le spese del giudizio che non ha affrontato. Immaginate di uscire dalla doccia di una piscina dopo un allenamento, di incespicare in un tappetino parzialmente arrotolato e di scivolare su una pozza d’acqua, riportando la frattura di un piede. Una scena purtroppo non infrequente negli spogliatoi dei centri sportivi, e una di quelle che solleva immediatamente una domanda: chi è responsabile? A questa domanda ha risposto la Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 3652/2026, depositata il 17 febbraio 2026, che affronta tre questioni di notevole rilevanza pratica: il funzionamento della responsabilità da custodia ex art. 2051 c.c., la qualificazione del caso fortuito come mera difesa (e non come eccezione in senso stretto), e il divieto di liquidare spese processuali in favore della parte rimasta contumace in primo grado. La responsabilità da custodia: il gestore risponde “in automatico” (quasi) L’art. 2051 del Codice Civile stabilisce che chiunque abbia in custodia una cosa è responsabile dei danni che questa cagiona, a meno che non provi il cosiddetto “caso fortuito”. In parole semplici: il gestore di una palestra o di una piscina risponde dei danni subiti dai frequentatori a causa dello stato dei luoghi, senza che la vittima debba dimostrare una sua colpa specifica. Basta provare il danno e il nesso di causalità tra la cosa custodita e l’evento lesivo. Si tratta di una responsabilità oggettiva, che il legislatore ha introdotto proprio per rafforzare la tutela di chi viene a contatto con beni altrui, imponendo al custode un onere particolarmente gravoso: quello di dimostrare che il danno è dipeso da un evento imprevedibile e inevitabile, estraneo alla sua sfera di controllo — appunto, il caso fortuito. Quando è il comportamento della vittima a “liberare” il custode Il punto più delicato della decisione riguarda proprio il caso fortuito, che la giurisprudenza ammette possa essere integrato anche dal comportamento colposo dello stesso danneggiato. Non si tratta, come potrebbe sembrare, di “rovesciare” la responsabilità sulla vittima: si tratta piuttosto di verificare se il pericolo fosse percepibile e prevedibile con l’ordinaria diligenza e se l’infortunato avrebbe potuto evitarlo adottando una condotta più prudente. Nel caso esaminato dalla Corte, la prova testimoniale aveva dimostrato che la frequentatrice della piscina: conosceva bene i luoghi, avendoli frequentati per lungo tempo; era consapevole che il pavimento tra le docce e lo spogliatoio era costantemente bagnato; sapeva, o avrebbe dovuto sapere, che il tappetino veniva spesso lasciato parzialmente arrotolato; e che al momento dell’incidente la luce dello spogliatoio era accesa, rendendo visibile la situazione di pericolo. Su queste basi, la Corte d’Appello di Roma aveva ritenuto integrato il caso fortuito nel comportamento incauto della stessa frequentatrice, e la Cassazione ha confermato questa valutazione, richiamando il proprio orientamento consolidato (tra cui Cass. 6 maggio 2015, n. 9009) secondo cui il rischio tipico di superfici bagnate in prossimità di piscine e docce rientra nel “rischio generico proprio dei luoghi”, evitabile con una condotta normalmente diligente. Il ricorso principale su questo punto è stato ritenuto in parte infondato e in parte inammissibile, poiché le censure si risolvevano, in ultima analisi, in una richiesta di rivalutazione delle prove già valutate dai giudici di merito. Il nodo processuale: la parte contumace può eccepire il caso fortuito in appello? Il secondo profilo della sentenza è di grande interesse processuale. La società sportiva era rimasta contumace in primo grado — cioè non si era costituita in giudizio, non aveva presentato difese, non aveva contestato nulla. Solo in appello aveva sollevato la questione del comportamento incauto della danneggiata come causa del caso fortuito. La parte ricorrente aveva denunciato questa circostanza come una violazione del divieto di nuove eccezioni in appello, sancito dall’art. 345, comma 2, c.p.c. La Cassazione ha respinto la censura, affermando un principio già consolidato in precedenza (Cass. 19 maggio 2011, n. 11015; Cass. 23 giugno 2016, n. 13005): il caso fortuito non è un’eccezione in senso stretto — cioè non è un fatto estintivo, modificativo o impeditivo che il giudice non possa rilevare d’ufficio — bensì una “mera difesa”, una contestazione del nesso causale tra la cosa e il danno. Come tale, può essere dedotto per la prima volta in appello, anche da chi era rimasto contumace nel giudizio di primo grado, senza incorrere in alcuna preclusione. Questo significa che la contumacia non equivale ad una rinuncia definitiva a tutte le difese possibili nel corso del giudizio: il custode che non si sia costituito in primo grado può comunque, in fase di impugnazione, allegare fatti idonei a escludere o interrompere il nesso causale, a condizione che tali fatti risultino dagli atti processuali già acquisiti. Il principio sulle spese: nessun rimborso per chi non ha difeso Su un punto, invece, il ricorso principale ha avuto successo. La Corte d’Appello, nel riformare la sentenza di primo grado e rigettare la domanda risarcitoria, aveva condannato la ricorrente a rimborsare alla società sportiva anche le spese del primo grado di giudizio — quel giudizio in cui la stessa società era rimasta contumace, senza costituirsi, senza difendersi e senza sostenere alcun costo. La Cassazione ha cassato senza rinvio questa parte della pronuncia, richiamando la propria giurisprudenza risalente (Cass. 20 giugno 1977, n. 2598) e quella più recente (Cass. 14 maggio 2024, n. 13253): presupposto indefettibile della condanna alle spese è che la parte a cui favore vengono liquidate le abbia effettivamente sostenute. Una parte contumace non ha affrontato alcun onere difensivo nel primo grado e non può dunque vedersi attribuire il rimborso di spese mai sostenute. Il giudice che procedesse in tal senso eserciterebbe un potere che non gli spetta, rendendo la pronuncia assimilabile ad una decisione resa ultra petita o in carenza di potere. Cosa cambia nella pratica: riflessioni per frequentatori e gestori di impianti sportivi La sentenza offre spunti importanti per due categorie distinte di soggetti. Per chi frequenta palestre
Leasing, usura e clausole vessatorie: la Cassazione fa il punto su tre questioni cruciali dei contratti bancari

Con l’ordinanza n. 3559/2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione consolida principi fondamentali in tema di interessi moratori usurari, approvazione delle clausole onerose e trasparenza nei contratti di leasing immobiliare. Un contratto di leasing immobiliare, la sua risoluzione per inadempimento e le contestazioni mosse dalla parte utilizzatrice: è questo il contesto in cui la Cassazione, con l’ordinanza n. 3559/2026 depositata il 17 febbraio 2026, ha avuto l’occasione di intervenire su alcune delle questioni più dibattute nel diritto bancario e contrattuale. Il ricorso, articolato in quattro motivi, è stato integralmente respinto, ma la motivazione merita attenzione perché fotografa con precisione lo stato attuale della giurisprudenza su temi di grande rilevanza pratica per imprese e professionisti. La doppia firma sulle clausole vessatorie: quando basta e quando non basta Il secondo motivo del ricorso portava all’attenzione della Corte un problema molto comune nella pratica contrattuale: la validità della doppia sottoscrizione prevista dagli artt. 1341 e 1342 c.c. per le clausole cosiddette “vessatorie”. Si tratta delle clausole che, inserite nelle condizioni generali di contratto predisposte da una sola parte, limitano la responsabilità del predisponente, restringono la libertà contrattuale della controparte o la pongono in posizione di svantaggio: la deroga alla competenza territoriale è un esempio classico. La legge richiede che queste clausole vengano specificamente approvate per iscritto, con una firma separata rispetto a quella apposta sull’intero contratto. Il punto controverso era se tale requisito fosse rispettato quando la seconda sottoscrizione riguardasse un insieme promiscuo di clausole, alcune vessatorie e alcune no. La risposta della Cassazione è articolata ma chiara: l’approvazione per iscritto è valida anche quando il richiamo cumulativo riguarda clausole onerose e non, a patto che il richiamo non si limiti alla mera indicazione del numero d’ordine, ma contenga almeno un’indicazione sommaria del loro contenuto. Detto in altri termini, ciò che conta non è che la seconda firma riguardi esclusivamente le clausole sfavorevoli, ma che il testo consenta all’aderente di sapere concretamente su cosa sta approvando. Il principio, già affermato in precedenti pronunce, viene qui confermato con nitore e applicato per rigettare la censura del ricorrente. Interessi moratori e usura: il nodo del tasso soglia La questione più tecnica e al tempo stesso più rilevante per chi si confronta con il contenzioso bancario riguarda la verifica dell’usurarietà degli interessi moratori. L’usura bancaria è regolata dalla legge n. 108/1996 e dall’art. 1 del d.l. n. 394/2000: in sintesi, è vietato pattuire interessi a un tasso superiore alla soglia stabilita trimestralmente per ogni categoria di operazione. Ma come si calcola il tasso soglia per gli interessi di mora? La Cassazione ribadisce con fermezza che interessi corrispettivi e interessi moratori svolgono funzioni radicalmente diverse: i primi remunerano il capitale prestato nel corso fisiologico del rapporto, i secondi costituiscono una penale per l’inadempimento. Non è quindi possibile sommarli ai fini della verifica antiusura: il calcolo va condotto separatamente per ciascuna categoria. Per gli interessi moratori, la soglia usuraria si determina prendendo il TEGM — il Tasso Effettivo Globale Medio rilevato nei decreti ministeriali — e incrementandolo della maggiorazione media praticata dagli operatori professionali, nella misura del 2,1%. Questo metodo si applica quando i decreti ministeriali riportano la rilevazione di tale maggiorazione; in caso contrario, la comparazione va effettuata tra il TEG del singolo contratto (comprensivo degli interessi moratori) e il TEGM così come rilevato. La pronuncia richiama sul punto l’importante intervento delle Sezioni Unite n. 19597/2020, secondo cui, in caso di accertata usurarietà degli interessi moratori, questi non vengono azzerati ma restano dovuti nella misura degli interessi corrispettivi lecitamente convenuti, ai sensi dell’art. 1224, comma 1, c.c. Si tratta di una soluzione equilibrata, che evita l’applicazione meccanica dell’art. 1815, comma 2, c.c. — il quale prevede la gratuità del prestito in caso di pattuizione di interessi usurari — agli interessi di mora, considerata la loro natura funzionalmente distinta. La clausola di salvaguardia: un presidio contrattuale a carico della banca Connessa al tema dell’usura è la questione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ossia quella previsione contrattuale con cui la banca si impegna a non applicare mai, per tutta la durata del rapporto, interessi superiori alla soglia massima consentita dalla legge. La Cassazione ne chiarisce la natura giuridica: tale clausola trasforma il divieto legale in una vera e propria obbligazione contrattuale a carico dell’istituto di credito. Ne consegue che, in caso di contestazione, l’onere della prova di aver rispettato tale impegno grava sulla banca, secondo le regole della responsabilità contrattuale. Non spetta quindi al cliente dimostrare il superamento della soglia, ma è la banca a dover provare il regolare adempimento. Trasparenza bancaria e determinabilità dell’oggetto L’ultimo profilo esaminato riguarda la trasparenza bancaria imposta dall’art. 117 del Testo Unico Bancario, che richiede che i contratti bancari indichino in forma scritta i tassi di interesse e le condizioni applicate. La ricorrente lamentava che il contratto di leasing fosse scritto in caratteri illeggibili e che la determinazione degli interessi implicasse calcoli di tale complessità da essere incomprensibili per l’utilizzatore. La Cassazione respinge entrambe le censure. Sul fronte della leggibilità, il giudice di merito aveva accertato che, sebbene il testo fosse redatto in caratteri di piccole dimensioni, il contenuto era comunque individuabile e passibile di lettura: tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità. Quanto alla determinabilità degli interessi, la Corte ribadisce il principio per cui nei contratti di leasing immobiliare la mancata indicazione esplicita del “tasso leasing” non viola l’art. 117, comma 4, t.u.b., se il tasso è determinabile per relationem, ossia mediante rinvio a criteri prestabiliti e a elementi estrinseci obiettivamente individuabili, senza margini di incertezza o discrezionalità per la società di leasing. Implicazioni pratiche: cosa cambia per imprese e professionisti L’ordinanza n. 3559/2026 offre indicazioni preziose su almeno tre fronti pratici. Per chi redige o negozia contratti bancari e di leasing, il messaggio è che la clausola di salvaguardia antiusura è uno strumento contrattuale che può risultare decisivo in caso di contenzioso, ma che va strutturata correttamente, poiché sarà la banca a dover dimostrarne il rispetto. Per chi contesta la validità di clausole nei contratti per adesione,
Bancarotta e commercialista infedele: la Cassazione chiarisce i limiti della responsabilità degli amministratori e del professionista esterno

Con la sentenza n. 114/2026, la Quinta Sezione Penale della Cassazione annulla con rinvio le condanne di amministratori e commercialista, fissando principi fondamentali: l’imprenditore che delega la contabilità non risponde automaticamente di bancarotta se è stato egli stesso vittima di un raggiro, e il commercialista esterno non può essere condannato per bancarotta in assenza di un valido concorso con gli intranei alla società Che succede quando gli amministratori di una società fallita affidano la contabilità a un professionista esterno e questi, invece di versare le imposte all’Erario, trattiene le somme per sé? Chi risponde penalmente del dissesto che ne consegue? È una domanda di grande rilevanza pratica per chiunque gestisca un’impresa, per i consulenti che ne curano i libri contabili e per i professionisti chiamati a difenderli in giudizio. La Quinta Sezione Penale della Cassazione ha affrontato questa questione con la sentenza n. 114/2026, annullando con rinvio le condanne pronunciate dalla Corte d’Appello di Genova nei confronti degli amministratori e della commercialista di una società fallita, e chiarendo due principi di diritto di fondamentale importanza: il primo riguarda i limiti del dovere di vigilanza degli amministratori deleganti; il secondo concerne i confini della responsabilità penale del professionista esterno nei reati propri di bancarotta. La vicenda: una frode interna e il fallimento di una società Per comprendere la portata della pronuncia, occorre ripercorrere i fatti. Una società — poi dichiarata fallita nel maggio 2019 — aveva affidato la redazione e la tenuta della propria contabilità a una commercialista esterna. Gli amministratori, di diritto e di fatto, le consegnavano periodicamente, con strumenti di pagamento tracciabili, le somme necessarie per assolvere gli obblighi fiscali della società. La commercialista, tuttavia, anziché versare quelle somme all’Erario, le tratteneva per sé, inserendo al contempo dati mendaci nella contabilità al fine di occultare sia il debito fiscale sia i propri ammanchi. Il passivo fiscale accumulato ammontò a circa 4.130.000 euro su un totale di circa 4.818.000, e fu proprio l’erario ad opporsi al concordato preventivo proposto dagli amministratori, determinando il fallimento della società. Quando gli amministratori ricevettero le prime cartelle di pagamento, richiesero inizialmente rassicurazioni alla commercialista — che garantì l’avvenuto versamento imputando le anomalie a presunte disfunzioni informatiche dell’ente riscossore — e solo successivamente, resi conto del raggiro, nominarono un nuovo commercialista, denunciarono la Cristilli e proposero un concordato preventivo mettendo a disposizione dei creditori beni personali per circa 900.000 euro. Il Tribunale di Genova aveva assolto gli amministratori ritenendo insussistente qualsiasi addebito, anche solo colposo, alla luce della loro buona fede e della condotta decettiva della commercialista, e aveva escluso che quest’ultima, quale soggetto estraneo alla società, potesse rispondere autonomamente dei reati di bancarotta, trasmettendo gli atti al Pubblico Ministero per i reati di appropriazione indebita e truffa. La Corte d’Appello di Genova, su appello del Pubblico Ministero, aveva invece ribaltato le assoluzioni, condannando gli amministratori per bancarotta semplice e la commercialista per bancarotta fraudolenta documentale. La Cassazione, con la sentenza n. 114/2026, ha annullato queste condanne con rinvio. Primo tema: la “motivazione rafforzata” per riformare una sentenza assolutoria Il primo dei temi su cui la Cassazione è intervenuta riguarda un principio processuale di fondamentale importanza, consolidato dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite: quando il giudice di appello intende riformare in peius una sentenza assolutoria di primo grado — vale a dire quando condanna chi era stato assolto — è tenuto a fornire una motivazione rafforzata, che si confronti analiticamente con tutte le ragioni che avevano indotto il primo giudice all’assoluzione e le superi con argomentazioni specifiche e puntuali. Non è sufficiente enunciare un principio astratto di diritto (come quello per cui l’affidamento della contabilità a terzi non esonera l’imprenditore dal dovere di vigilanza) e poi applicarlo meccanicamente al caso concreto senza confrontarsi con gli elementi specifici che avevano deposto a favore degli imputati. Nel caso in esame, il Tribunale di Genova aveva escluso la responsabilità degli amministratori Bruzzo sulla base di una serie di circostanze concrete che la Corte d’Appello aveva del tutto pretermesso: la buona fede degli imputati circa l’avvenuto pagamento delle imposte; l’assenza di competenze tecnico-contabili adeguate per rilevare autonomamente le irregolarità; il fatto che la contabilità fosse stata deliberatamente artefatta dalla commercialista proprio allo scopo di impedire che gli amministratori si rendessero conto della situazione reale; il fatto accertato che i rilievi dell’Agenzia delle Entrate sui mancati pagamenti fossero stati comunicati inizialmente alla sola commercialista e non agli amministratori; il fatto che costoro, appena ricevute le cartelle di pagamento, avessero dapprima richiesto e ottenuto rassicurazioni dalla Cristilli e poi, resi conto del raggiro, avessero agito con tempestività. Su nessuno di questi elementi la Corte d’Appello si era adeguatamente confrontata. Come richiesto dalle Sezioni Unite (Cass. S.U. n. 33748 del 12/07/2005, Mannino; S.U. n. 14800 del 21/12/2017, Troise), la riforma in peius della sentenza assolutoria non può limitarsi all’enunciazione di principi generali ma deve scendere nel merito degli elementi che avevano fondato l’assoluzione, spiegandone la non decisività nel caso concreto. Secondo tema: la vigilanza dell’imprenditore sul commercialista delegato In linea di principio — lo ribadisce anche la Cassazione nella sentenza n. 114/2026 — l’affidamento della tenuta della contabilità a un soggetto esterno, seppur dotato di competenze tecniche, non esonera l’imprenditore dall’obbligo di vigilare e controllare le attività svolte dal delegato, e la responsabilità dell’imprenditore può derivare anche dalla sua colpevole inerzia (ex multis Cass. Sez. 5, n. 24297 del 11/03/2015). Il principio è dunque assodato. Ciò che la sentenza precisa, però, è che questo principio generale non può essere applicato meccanicamente senza verificare se, nel caso concreto, sussistessero le condizioni affinché la vigilanza potesse essere concretamente esercitata e avesse avuto una qualche utilità. Quando la stessa contabilità è stata deliberatamente falsificata dal professionista al fine di impedire agli amministratori di rendersi conto della situazione reale, il dovere di vigilanza si trova di fronte a un ostacolo strutturale che non è imputabile alla negligenza degli amministratori. In questi casi — suggerisce la Cassazione — il giudice di merito deve analizzare in quale misura la condotta decettiva del professionista abbia inciso sulla possibilità degli