Affidamento dei figli minori: quando il rifiuto di un genitore verso l’altro giustifica l’affido esclusivo

La Cassazione conferma: la volontà del minore non ha valore di veto e i comportamenti ostativi di un genitore possono fondare la limitazione della responsabilità genitoriale Una coppia di coniugi, genitori di due figli, aveva visto la propria separazione personale dichiarata da una sentenza non definitiva del Tribunale, che aveva regolato anche le condizioni economiche e di affido riguardanti la prole: affido condiviso, collocamento prioritario presso la madre, regolamentazione del diritto di visita paterno e un assegno di mantenimento complessivo per moglie e figli. Avverso questa decisione il padre proponeva appello, chiedendo la revoca o la riduzione dell’assegno di mantenimento e un ampliamento dei tempi di frequentazione con i figli, nonché l’avvio di un percorso di mediazione familiare. La madre si opponeva e, a sua volta, proponeva appello incidentale, chiedendo l’addebito della separazione al marito e l’aumento degli assegni di mantenimento. Nel corso del giudizio di appello, durato diversi anni e segnato da una fase istruttoria particolarmente articolata – con aggiornamento della consulenza tecnica, acquisizione di informazioni dai Servizi Sociali, audizione dei minori ed emissione di numerose ordinanze interinali – la Corte d’Appello ribaltava l’impostazione del primo giudice. Veniva disposto l’affido esclusivo di entrambi i figli al padre, con limitazione della responsabilità genitoriale materna per sei mesi e sospensione temporanea degli incontri madre-figlio, da riprendere gradualmente in forma protetta. Veniva inoltre revocato l’assegno di mantenimento in favore della madre e ridefinito, a suo carico, un contributo per il mantenimento dei figli. La madre ricorreva in Cassazione articolando tredici motivi di ricorso, lamentando in sostanza la violazione del principio di bigenitorialità, l’omesso esame di elementi probatori a suo favore e l’eccessiva valorizzazione, da parte della Corte territoriale, delle criticità relazionali a lei addebitate. Il limite del giudizio di legittimità: non si può chiedere alla Cassazione di rivalutare i fatti Il primo nucleo di censure – relativo in particolare all’affidamento del figlio minore e alla limitazione della responsabilità genitoriale materna – viene dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte sulla base di un principio ormai consolidato: il vizio di violazione di legge previsto dall’articolo 360, primo comma, numero 3, del codice di procedura civile riguarda l’erronea interpretazione o applicazione di una norma, non la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito sulla base delle prove raccolte. In altri termini, chi ricorre in Cassazione non può chiedere ai giudici di legittimità di rileggere le carte processuali per ottenere una valutazione diversa delle circostanze concrete: questo compito appartiene esclusivamente al giudice di merito, e resta sottratto al sindacato della Cassazione. Allo stesso modo, anche il vizio di motivazione previsto dal numero 5 dello stesso articolo richiede l’indicazione di un fatto storico decisivo del quale sia stato omesso l’esame, non la semplice richiesta di una diversa valutazione delle risultanze istruttorie già esaminate. Nel caso di specie, la ricorrente, sotto la veste formale della violazione di legge, tentava in realtà di ottenere una rivisitazione complessiva della vicenda fattuale, sollecitando un apprezzamento più favorevole dei presupposti che avevano condotto all’affidamento esclusivo. Questa operazione, per quanto comprensibile dal punto di vista della parte coinvolta, eccede i confini del giudizio di Cassazione. Il principio di bigenitorialità e i suoi limiti: quando può essere derogato La pronuncia offre un’occasione importante per ricordare i contorni del principio di bigenitorialità, che l’articolo 337-ter del codice civile pone come regola generale: la presenza comune di entrambi i genitori nella vita dei figli, funzionale a garantire una stabile consuetudine di vita e relazioni affettive solide con entrambe le figure genitoriali. L’affidamento esclusivo a un solo genitore costituisce un’eccezione a questa regola e richiede, per essere legittimamente disposto, un rigoroso accertamento – fondato su elementi oggettivi e non su mere impressioni – della contrarietà all’interesse del minore derivante dall’affidamento condiviso. I provvedimenti che limitano la responsabilità genitoriale, in particolare, presuppongono una valutazione di inadeguatezza del genitore rispetto alla cura degli interessi del figlio: occorre un inadempimento di particolare gravità ai doveri genitoriali, che abbia arrecato o sia idoneo ad arrecare un pregiudizio serio al minore. Gli elementi indiziari utilizzati dal giudice per affermare questa inadeguatezza devono inoltre presentare i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza. Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, interpellata più volte sul rispetto della vita familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione, ha riconosciuto un’ampia libertà di apprezzamento alle autorità nazionali in materia di affidamento, ribadendo però che l’interesse superiore del minore deve sempre prevalere su ogni altra considerazione, e che le misure dirette a mantenere o ripristinare il legame tra genitore e figlio devono essere attuate con rapidità, poiché il tempo che trascorre può produrre conseguenze irrimediabili sul rapporto. Il valore (limitato) della volontà del minore Uno degli aspetti più delicati della vicenda riguardava il peso da attribuire alla volontà espressa dal figlio minore, ascoltato in più occasioni nel corso del giudizio, il quale aveva manifestato il desiderio di continuare a vivere con la madre. La Suprema Corte chiarisce che l’ascolto del minore e le sue dichiarazioni, anche quando risultino espresse con maturità, non possono costituire l’elemento esclusivo sulla base del quale decidere l’affidamento, specialmente quando il contesto familiare sia altamente conflittuale e siano stati accertati comportamenti ostativi o manipolativi da parte di uno dei genitori, idonei a condizionare l’esercizio della bigenitorialità dell’altro. Sul punto, la pronuncia riprende un principio già espresso dalla Corte di Strasburgo, secondo cui il parere di un minore non è necessariamente immutabile e le sue obiezioni, pur dovendo essere prese in debita considerazione, non attribuiscono al minore stesso un diritto di veto incondizionato, soprattutto quando il giudice rilevi la presenza di un conflitto di lealtà che possa aver condizionato la formazione di tale volontà. Le valutazioni di merito alla base dell’affido esclusivo Nella vicenda esaminata, la Corte territoriale aveva fondato la propria decisione su un quadro probatorio articolato, che evidenziava nella relazione tra la madre e il figlio una serie di criticità: un rapporto descritto come simbiotico e possessivo, fenomeni di manipolazione e strumentalizzazione del minore, carenze nella sfera educativa e nella cura della salute, oltre a una sistematica inosservanza dei provvedimenti giudiziari. A
Contratto d’albergo e camera inagibile: quando il cliente può non pagare (e l’assicurazione deve comunque rispondere)

Una vicenda nata da una vacanza estiva rovinata da infiltrazioni d’acqua in camera offre alla Cassazione l’occasione per affrontare insieme due temi che ricorrono spesso nel contenzioso turistico e assicurativo: i limiti dell’eccezione di inadempimento nel contratto d’albergo e l’estensione della garanzia nelle polizze di responsabilità civile. Lo fa con l’ordinanza raccolta generale n. 20023/2026, pubblicata il 15 giugno 2026 dalla Terza Sezione Civile. Una famiglia composta da due coniugi e due figli minori soggiornava in un albergo per un periodo di dieci giorni a cavallo di Ferragosto. Sin dal primo giorno la camera assegnata presentava infiltrazioni d’acqua dal soffitto, tanto gravi da richiedere un secchio per la raccolta, oltre a immissioni di fumo e rumori provenienti dalle cucine. Solo dopo alcuni giorni la direzione proponeva una stanza sostitutiva, peraltro più piccola e mansardata, ritenuta dai clienti non adeguata. La famiglia decideva infine di abbandonare l’hotel anzitempo e di non versare il saldo del soggiorno, chiedendo altresì la restituzione del doppio della caparra a titolo di risarcimento per la vacanza rovinata, oltre alla risoluzione del contratto per grave inadempimento dell’albergatore ai sensi dell’art. 1453 c.c. In primo grado il Tribunale accoglieva la domanda dei clienti e rigettava la riconvenzionale dell’hotel, che pretendeva il pagamento del saldo oltre al risarcimento del danno per l’abbandono anticipato. La Corte d’Appello, investita dai gravami sia della compagnia assicuratrice dell’albergo, sia dell’hotel stesso, ribaltava completamente l’esito: rigettava la domanda della famiglia, ne ordinava la restituzione delle somme percepite in forza dell’esecutività della sentenza di primo grado, e dichiarava cessata la materia del contendere sulla garanzia assicurativa, escludendo che la polizza coprisse il caso. Contro questa sentenza i clienti proponevano ricorso per cassazione, mentre l’hotel proponeva ricorso incidentale, anche tardivo, per contestare a sua volta l’esclusione della garanzia assicurativa. Il primo nodo processuale: l’impugnazione incidentale tardiva. Prima di affrontare il merito, l’ordinanza risolve una questione che si presenta spesso nei processi con più parti contrapposte. Quando una causa coinvolge tre soggetti — qui i clienti, l’albergo e l’assicurazione — e uno di essi propone ricorso, gli altri possono impugnare anche fuori termine, purché lo facciano con l’atto di costituzione in appello o con il controricorso in cassazione. La Corte ribadisce che questa facoltà non è esclusa dal fatto che il capo di sentenza contestato sia autonomo rispetto a quello oggetto del ricorso principale: ciò che conta è che l’interesse a impugnare sia rinato per effetto dell’iniziativa della controparte. Si tratta di un meccanismo pensato per evitare che ciascuna parte sia costretta a proporre comunque un’impugnazione cautelativa entro i termini ordinari, con conseguente moltiplicazione dei processi. La Corte richiama in proposito l’indirizzo ormai consolidato, rafforzato da una pronuncia delle Sezioni Unite del 2024, segnalando peraltro l’esistenza di un orientamento minoritario di segno opposto, oggi recessivo. Il cuore della decisione: l’eccezione di inadempimento e la sua funzione limitata nel tempo. Il punto di maggiore interesse pratico riguarda la sorte del contratto quando la camera assegnata risulta, per stessa ammissione accertata in giudizio, totalmente inagibile. La Corte d’Appello aveva costruito una soluzione ibrida e, secondo la Cassazione, intrinsecamente contraddittoria: da un lato escludeva che l’albergatore fosse inadempiente in modo rilevante, ritenendo “sanata” la situazione dall’offerta di una stanza alternativa; dall’altro, però, negava all’hotel il diritto al pagamento del soggiorno per il periodo di inagibilità. Una soluzione del genere non si tiene logicamente: se il cliente è legittimato a non pagare, è perché l’albergatore è inadempiente; se l’albergatore non è inadempiente, il cliente deve pagare. Non esiste una via di mezzo in cui l’inadempimento esiste solo per escludere il pagamento ma non per fondare la responsabilità contrattuale. La Cassazione chiarisce inoltre un aspetto spesso sottovalutato dell’eccezione di inadempimento prevista dall’art. 1460 c.c., quella per cui una parte può legittimamente rifiutare la propria prestazione finché la controparte non esegue la sua. Questo strumento ha una funzione dilatoria: serve a fare pressione sull’altro contraente affinché adempia esattamente, non a sostituire in via permanente l’accertamento della responsabilità. Quando l’inadempimento si è già consolidato in modo definitivo — come accade quando il soggiorno si conclude senza che il disagio sia mai stato risolto — l’eccezione perde la sua funzione tipica e il giudice deve necessariamente pronunciarsi sulla responsabilità contrattuale, con i conseguenti effetti risarcitori. Non si può, in altre parole, “congelare” la situazione contrattuale a tempo indeterminato attraverso un mero rifiuto di pagamento, evitando così di stabilire chi abbia ragione e chi torto. Su questa base la Cassazione ricorda anche un principio di carattere generale, utile in molte controversie contrattuali: la domanda di risoluzione del contratto e la domanda di risarcimento del danno per inadempimento sono autonome tra loro. Si può chiedere il risarcimento anche senza la risoluzione, e viceversa, poiché l’art. 1453 c.c. fa sempre salvo il diritto al risarcimento indipendentemente dall’esito della domanda di risoluzione. Anche la caparra confirmatoria viene toccata dal ragionamento della Corte. Se l’albergatore non aveva titolo a trattenere il saldo del soggiorno per la parte di permanenza in una camera inagibile, allo stesso modo non poteva trattenere la caparra versata al momento della prenotazione: il principio è quello, di ordine generale, per cui nessuno può conservare somme ricevute per una prestazione che non è stata effettivamente eseguita, pena un ingiustificato arricchimento. Il secondo fronte: la copertura assicurativa e il significato di “fatto accidentale”. L’ordinanza affronta poi una questione che riguarda direttamente chi gestisce attività ricettive, commerciali o professionali e che si assicura per la responsabilità civile verso terzi. La Corte d’Appello aveva escluso l’operatività della polizza dell’hotel ritenendo che la copertura per “spargimento d’acqua per rottura accidentale” riguardasse solo eventi imprevedibili o fortuiti, e non un danno riconducibile a omessa manutenzione delle tubature, quindi a una colpa dell’assicurato. La Cassazione smentisce questa lettura richiamando un proprio precedente del 2022, che ha definitivamente chiarito cosa debba intendersi per “fatto accidentale” nelle polizze di responsabilità civile. Se la copertura operasse solo per eventi privi di qualsiasi colpa dell’assicurato, l’assicurazione sarebbe priva di oggetto e quindi nulla, perché dal caso fortuito puro non può mai sorgere una responsabilità imputabile all’assicurato:
Abusi edilizi in zona sismica: la Cassazione chiude la porta alla sanatoria postuma e ribadisce l’obbligo di demolire

Due pronunce della Terza Sezione Penale fissano principi rigorosi su sanatoria sismica e ordine di demolizione, anche a tutela del proprietario non responsabile dell’abuso Le due decisioni che qui si commentano nascono da casi analoghi nella loro struttura, per quanto distinti nei dettagli fattuali, e restituiscono un quadro coerente sui limiti della sanatoria delle opere abusive e sulla forza dell’ordine di demolizione impartito dal giudice penale. Nel primo caso (provvedimento raccolta generale n. 23744/2026), una persona si era vista respingere dal tribunale, in funzione di giudice dell’esecuzione, la domanda di revoca o sospensione di un ordine di demolizione disposto con sentenza divenuta irrevocabile anni prima. La difesa sosteneva che il giudice non avrebbe dovuto considerare la richiedente priva di legittimazione a richiedere un permesso in sanatoria, e che comunque sussisterebbe il requisito della cosiddetta doppia conformità, necessario per ottenere la regolarizzazione dell’opera. Nel secondo caso (provvedimento raccolta generale n. 23741/2026), più persone, succedute nella titolarità di un immobile rispetto al soggetto originariamente condannato, avevano chiesto la revoca di un ordine di demolizione risalente al 1991 e divenuto irrevocabile nel 1994. I motivi di ricorso erano molteplici: si contestava la natura dell’ordine di demolizione, ritenuto dalla difesa una misura sostanzialmente punitiva e quindi soggetta a prescrizione; si invocava la tutela del diritto all’abitazione e il principio di proporzionalità, alla luce della lunga inerzia nell’esecuzione e delle condizioni di vulnerabilità dei nuclei familiari coinvolti; si contestava infine la valutazione di illegittimità di alcuni provvedimenti di condono che, secondo i ricorrenti, avrebbero legittimato l’opera. In entrambi i casi la Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, cogliendo l’occasione per ricostruire in modo sistematico la disciplina della sanatoria edilizia in area sismica e la natura dell’ordine demolitorio penale. La sanatoria sismica: un istituto che non esiste Il primo principio affermato riguarda la cosiddetta sanatoria sismica postuma. La Corte ha ribadito che il sistema delineato dagli artt. 94 e seguenti del d.P.R. n. 380 del 2001 non prevede, e non ammette, il rilascio di un’autorizzazione sismica in sanatoria su istanza del privato per opere già eseguite. Questo vale indipendentemente dal fatto che l’abuso sia stato accertato dagli uffici amministrativi, dalla polizia giudiziaria, o emerga da un’autodenuncia dell’interessato. La ragione di fondo è che il controllo sismico preventivo, disciplinato dagli artt. 94 e 98 del medesimo decreto, risponde a un’esigenza di vigilanza assidua sul rischio sismico che si configura come principio fondamentale in materia di governo del territorio. Un controllo concepito come preventivo non può essere sostituito, a posteriori, da una verifica di conformità successiva alla realizzazione dell’opera. Da questo principio discende una conseguenza pratica rilevante: il requisito della doppia conformità, necessario per ottenere il permesso di costruire in sanatoria ai sensi degli artt. 36 e 45 del d.P.R. n. 380 del 2001 (la conformità dell’opera sia alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento della realizzazione, sia a quella vigente al momento della domanda di regolarizzazione) deve ritenersi insussistente quando l’opera sia stata realizzata senza la preventiva autorizzazione sismica. La Cassazione ha inoltre chiarito che questo principio si estende non solo alle opere in conglomerato cementizio armato e a struttura metallica, per le quali i reati edilizi non sono in alcun modo sanabili, ma più in generale a tutte le opere realizzate in violazione della disciplina edilizia, intesa come l’insieme delle norme tecniche e dei regolamenti che condizionano il rilascio del titolo abilitativo. L’ordine di demolizione come atto dovuto Il secondo nucleo di principi, sviluppato soprattutto nella seconda pronuncia, riguarda la natura dell’ordine di demolizione impartito dal giudice penale a seguito di condanna per reati edilizi. La Corte ribadisce un orientamento ormai consolidato: si tratta di una misura amministrativa a contenuto ripristinatorio, e non di una pena. Questa qualificazione non è solo teorica, ma produce effetti concreti significativi. In primo luogo, non trattandosi di sanzione penale, l’ordine di demolizione non è soggetto a prescrizione e non rientra nelle garanzie dell’art. 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, dedicato al principio di legalità della pena. La Corte richiama in proposito anche la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che ha confermato la natura non punitiva dell’ordine demolitorio, escludendo che la sua esecuzione comporti violazione del diritto a un giusto processo o del diritto di proprietà. In secondo luogo, e qui si tocca un punto di particolare interesse pratico, l’ordine di demolizione produce i suoi effetti nei confronti di chiunque sia o diventi proprietario del bene, indipendentemente dall’essere stato o meno l’autore dell’abuso edilizio. La giurisprudenza richiamata nella pronuncia è netta: il proprietario non responsabile dell’abuso non ha un interesse giuridicamente protetto a opporsi all’esecuzione dell’ordine di ripristino. Se l’abuso è avvenuto senza la sua volontà, egli può solo trarre vantaggio dal ripristino della legalità; se invece l’abuso è avvenuto con il suo concorso, l’aver evitato il procedimento penale non gli consente di arricchirsi del frutto di un illecito accertato. Resta naturalmente impregiudicata, sul piano civile, la possibilità per il proprietario estraneo all’abuso di far valere la responsabilità contrattuale o extracontrattuale nei confronti del proprio dante causa. Il test di proporzionalità nella fase esecutiva Particolarmente significativa è la parte della motivazione dedicata al bilanciamento tra l’esecuzione dell’ordine di demolizione e la tutela del diritto all’abitazione, riconosciuto dagli artt. 2 e 3 della Costituzione e dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte chiarisce che questo diritto non ha carattere assoluto e deve essere contemperato con altri valori di pari rango costituzionale, quali l’ordinato sviluppo del territorio e la salvaguardia dell’ambiente. Il giudice dell’esecuzione, richiamando la giurisprudenza convenzionale formatasi sui casi Ivanova e Cherkezov contro Bulgaria e Kaminskas contro Lituania, è chiamato a valutare alcuni indicatori specifici: se l’esecuzione incida effettivamente su un immobile adibito ad abituale residenza, e non semplicemente sul diritto di proprietà; il grado di consapevolezza dell’interessato circa l’illiceità dell’intervento edilizio; il tempo trascorso tra l’accertamento del reato e l’attivazione della procedura esecutiva, che deve essere stato sufficiente a consentire di tentare la legalizzazione dell’immobile o la ricerca di soluzioni abitative alternative; le condizioni personali dell’interessato, quali età, salute e reddito, che tuttavia non
Responsabilità della Consob per omessa vigilanza: quando il silenzio dell’organo di controllo diventa danno risarcibile

La Cassazione conferma: l’ente di vigilanza che tarda ad attivarsi davanti a segnali di anomalia risponde dei danni subiti dai risparmiatori, e la prescrizione si interrompe anche nei suoi confronti grazie all’insinuazione al passivo proposta contro il debitore principale Tutto nasce da una vicenda di risparmio tradito che affonda le radici nei primi anni Novanta. Un agente di cambio, attraverso una società di intermediazione mobiliare costituita nel 1991, raccoglieva somme di denaro da numerosi investitori per l’acquisto di valori mobiliari quotati in borsa. Quei versamenti, in realtà, alimentavano un sistema di “catene di negoziazione” pensato per procurare vantaggi economici ad alcuni soggetti a danno di altri. L’organo di vigilanza sui mercati finanziari aveva avuto notizia di operazioni anomale già nella prima metà del 1994, ma l’attività ispettiva nei confronti dell’agente di cambio e del suo socio di fatto sarebbe iniziata soltanto nell’aprile del 1996. L’ispezione fece emergere immediatamente una situazione finanziaria gravissima: l’ente dispose l’esclusione dell’agente dall’accesso alla borsa valori, mentre il Tribunale di Napoli dichiarava il fallimento della società di fatto tra i due soggetti coinvolti, seguito a stretto giro dal fallimento della società di intermediazione, poi convertito in liquidazione coatta amministrativa. Gli investitori, rimasti privi dei capitali versati per investimenti mai effettuati, agirono in giudizio nel 2012 chiedendo il risarcimento sia per le distrazioni di denaro subite, sia per l’omesso esercizio dei poteri di vigilanza da parte dell’ente di controllo. Il Tribunale di Roma rigettò la domanda per prescrizione, ritenendo che l’effetto interruttivo derivante dall’insinuazione al passivo del fallimento dell’agente di cambio non si estendesse all’organo di vigilanza. La Corte d’appello di Roma ribaltò questa conclusione, accertando la responsabilità extracontrattuale dell’ente e condannandolo al risarcimento, salvo per alcune posizioni dichiarate inammissibili o rigettate nel merito. Contro questa sentenza l’ente di vigilanza ha proposto ricorso per cassazione, articolato su dieci motivi, ai quali si è aggiunto un secondo ricorso relativo a una successiva correzione di errore materiale della stessa sentenza d’appello. La prescrizione e l’effetto interruttivo nei confronti del condebitore Il primo nodo affrontato dalla Cassazione riguarda la prescrizione del diritto al risarcimento. L’ente ricorrente sosteneva che l’istanza di ammissione al passivo del fallimento dell’agente di cambio, presentata dagli investitori, non potesse interrompere la prescrizione anche nei suoi confronti, trattandosi di un soggetto diverso e di un titolo di responsabilità autonomo. La Corte ha respinto questa tesi richiamando il fondamento dell’art. 2055 del codice civile, la norma che disciplina la responsabilità solidale tra più autori di un illecito. Quando un medesimo danno deriva da condotte distinte e autonome, anche di natura contrattuale ed extracontrattuale, la responsabilità resta solidale purché ciascuna condotta abbia contribuito in modo efficiente a produrre il danno. La domanda di ammissione al passivo proposta contro l’agente di cambio non ha natura restitutoria, ma risarcitoria a titolo contrattuale: si tratta cioè dell’esperimento di un rimedio contro l’inadempimento del mandato di negoziazione, e non di una semplice richiesta di restituzione del capitale versato. Da questa qualificazione discende l’applicazione del meccanismo solidaristico, con la conseguenza che l’atto interruttivo della prescrizione compiuto verso un debitore produce effetto anche verso l’altro, in base all’art. 1310 del codice civile. Il nesso causale tra omessa vigilanza e danno Il secondo profilo centrale della decisione riguarda l’accertamento della colpa omissiva dell’ente di controllo e il collegamento causale con il danno subito dagli investitori. La Cassazione ha ricordato che, all’epoca dei fatti, l’organo di vigilanza disponeva di poteri ispettivi e di controllo sul funzionamento delle singole borse e sulla regolarità delle operazioni di intermediazione, oltre alla facoltà di adottare provvedimenti urgenti per assicurare il regolare andamento degli affari di borsa. Questi poteri non erano una mera facoltà discrezionale, ma il riflesso di un vero obbligo giuridico di impedire o circoscrivere il danno, nei limiti del possibile, una volta appresa notizia di operazioni sospette. La Corte ha richiamato propri precedenti che riconoscono all’ente la natura di organo non solo di vigilanza del mercato dei valori, ma anche di garanzia del risparmio pubblico e privato. Poiché la notizia delle catene di negoziazione anomale era stata acquisita già nel maggio-giugno 1994, e l’intervento è arrivato solo due anni dopo, il giudice di merito ha potuto ritenere, con un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, che un tempestivo ed approfondito riscontro avrebbe consentito di adottare prima le misure idonee a evitare che gli investitori continuassero ad affidare il proprio denaro all’intermediario. La prova del danno: ricevute di versamento e valore indiziario dell’ammissione al passivo Un terzo gruppo di motivi ha riguardato la valutazione delle prove utilizzate per accertare l’effettiva consegna del denaro. L’ente ricorrente contestava che il giudice d’appello avesse attribuito efficacia probatoria alle ricevute di versamento rilasciate dall’agente di cambio, nonostante ne fosse stata eccepita l’inidoneità a dimostrare l’identità dell’autore, l’importo e la data dei versamenti. La Cassazione ha innanzitutto chiarito che la ricostruzione dei fatti e la scelta delle prove più idonee a dimostrarli restano riservate al giudice di merito, il cui apprezzamento è insindacabile se motivato. Nel caso specifico, lo stesso ente, nei propri scritti difensivi, aveva esaminato la documentazione prodotta dagli investitori “posizione per posizione”, contestandone non l’esistenza ma l’efficacia dimostrativa: una contestazione di questo tipo non impedisce al giudice di valutare diversamente le stesse risultanze, senza che ciò comporti violazione del principio dispositivo o delle regole sulla ripartizione dell’onere della prova. Quanto al rilievo dell’ammissione al passivo fallimentare, la Corte ha ribadito che, sebbene tale provvedimento abbia formalmente un’efficacia endoprocessuale, esso conserva sul piano sostanziale un valore indiziario della sussistenza del credito anche nei confronti di terzi rimasti estranei alla procedura concorsuale. Non si tratta dunque di attribuire un valore vincolante alla valutazione del giudice delegato, ma di considerarla un elemento ulteriore di riscontro, accanto alla documentazione prodotta in giudizio. Il procedimento di correzione di errore materiale e i suoi limiti Un ultimo aspetto, di rilievo più processuale, riguarda il secondo ricorso, proposto contro la correzione di un errore materiale con cui la Corte d’appello aveva rettificato il nome, erroneamente trascritto, di una delle parti decedute nelle more del giudizio.
Imposta di registro e procura speciale: chi paga se il rappresentante agisce per il rappresentato?

La Cassazione chiarisce che il rappresentante processuale volontario risponde in solido del tributo, anche se l’errore materiale del provvedimento giudiziario viene poi corretto Una contribuente aveva agito in sede esecutiva quale procuratrice speciale di un’altra persona, promuovendo un pignoramento presso terzi nei confronti dell’INPS per un credito riconducibile alla propria rappresentata. Il giudice dell’esecuzione del Tribunale di Roma aveva emesso un’ordinanza di assegnazione che, per un errore materiale, indicava come creditrice procedente la procuratrice stessa, anziché la persona da lei rappresentata. Su quel provvedimento, l’Agenzia delle Entrate aveva notificato un avviso di liquidazione per l’imposta di registro, individuando proprio la procuratrice come soggetto debitore dell’imposta, in applicazione degli articoli 37 e 57, comma 1, del Testo Unico dell’Imposta di Registro (d.P.R. n. 131/1986). La contribuente aveva impugnato l’avviso, sostenendo che l’indicazione della propria persona come creditrice fosse frutto di un errore mai sanato nelle forme previste, e che comunque l’unico soggetto tenuto al pagamento dovesse essere la rappresentata, in quanto reale titolare del rapporto sostanziale. Sia la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Roma sia quella di secondo grado del Lazio avevano respinto le ragioni della contribuente, ritenendo che l’Ufficio avesse correttamente fatto riferimento al tenore letterale del provvedimento giudiziario, non essendo state attivate le procedure di correzione dell’errore materiale al momento della registrazione. La contribuente proponeva quindi ricorso per cassazione, articolato su due motivi. La questione giuridica Il nodo centrale della pronuncia riguarda l’individuazione dei soggetti obbligati al pagamento dell’imposta di registro quando l’atto da registrare – nel caso di specie un’ordinanza di assegnazione emessa in sede di esecuzione mobiliare – sia stato promosso da un procuratore speciale che ha agito non in proprio, ma nell’interesse e per conto di un terzo rappresentato. La contribuente sosteneva, in sintesi, due ordini di censure: da un lato l’esistenza di un giudicato interno sull’erronea individuazione della parte tenuta al pagamento, fondato sul fatto che i giudici di merito avrebbero comunque riconosciuto la natura di errore dell’indicazione contenuta nel provvedimento; dall’altro l’inapplicabilità nei propri confronti dell’imposta, in quanto mera rappresentante processuale, dovendo il tributo gravare esclusivamente sulla persona rappresentata, reale titolare del credito oggetto di esecuzione. Il giudicato interno: perché non sussiste Sul primo motivo, la Corte ha innanzitutto chiarito che non si era formato alcun giudicato interno sulla carenza di legittimazione passiva tributaria della ricorrente. I giudici di merito, infatti, non avevano mai accertato in positivo l’insussistenza di tale legittimazione: la Commissione di primo grado si era limitata a ipotizzare astrattamente l’esistenza di un errore, senza trarne conseguenze decisorie, mentre la Corte di secondo grado aveva espressamente affermato il contrario, ossia che l’Ufficio avesse correttamente individuato la debitrice dell’imposta proprio sulla base di quanto risultante dal provvedimento giudiziario, in assenza di procedure di correzione attivate. Il rigetto, in entrambi i gradi di merito, delle doglianze fondate sulla pretesa carenza di legittimazione passiva risultava quindi logicamente incompatibile con l’idea che su tale carenza si fosse formato un giudicato favorevole alla contribuente. La Corte ha colto l’occasione per ribadire anche un principio di carattere più generale, relativo ai limiti del sindacato di legittimità sulla valutazione delle prove: la violazione dell’articolo 2697 del codice civile può essere dedotta solo quando il giudice abbia attribuito l’onere probatorio a una parte diversa da quella che doveva sostenerlo secondo le regole di riparto tra fatti costitutivi ed eccezioni, mentre la violazione dell’articolo 115 del codice di procedura civile presuppone che il giudice abbia fondato la decisione su prove non introdotte dalle parti né acquisite nell’esercizio dei poteri officiosi consentiti. Non costituisce invece violazione di queste norme la semplice circostanza che il giudice, nel valutare le prove acquisite, abbia attribuito maggiore forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre: tale attività rientra infatti nel libero apprezzamento consentito dall’articolo 116 del codice di procedura civile. Il rappresentante processuale risponde dell’imposta di registro Il punto più rilevante della pronuncia riguarda però il secondo motivo, con cui la contribuente sosteneva di aver agito non in proprio ma quale procuratrice speciale della reale titolare del credito, e che pertanto solo quest’ultima dovesse essere considerata soggetto passivo dell’imposta. La Corte ha respinto la censura, ricostruendo in modo articolato la disciplina della soggettività passiva nell’imposta di registro. Richiamando la successione storica delle norme in materia – dal regio decreto n. 3269 del 1923, al d.P.R. n. 634 del 1972, fino al vigente articolo 57 del d.P.R. n. 131/1986 – la Corte ha ribadito il principio secondo cui sono solidalmente responsabili dell’imposta di registro tutte le parti contraenti, ivi compreso il rappresentante volontario che partecipa all’atto, in quanto soggetto comunque interessato alla registrazione in conseguenza dell’attività giuridica svolta per mandato. A supporto di tale ricostruzione, la pronuncia richiama un consolidato orientamento giurisprudenziale in materia di rappresentanza negoziale (tra le altre, le decisioni rese nei procedimenti iscritti ai numeri di raccolta generale relativi agli anni 2013, 2009, 2008 e 1992) e la storica pronuncia della Corte Costituzionale n. 178 del 1982, che ha ritenuto legittimo, sul piano della capacità contributiva, imporre il pagamento del tributo anche al procuratore, in assenza del quale il recupero dell’imposta da parte dell’Amministrazione finanziaria potrebbe incontrare ostacoli difficilmente superabili. La Corte ha quindi esteso questo principio, elaborato in origine per la rappresentanza negoziale, anche alla rappresentanza processuale volontaria. Il ragionamento si fonda sul combinato disposto degli articoli 77 e 100 del codice di procedura civile, secondo cui la rappresentanza processuale volontaria può essere conferita soltanto a chi sia già titolare di un potere rappresentativo di natura sostanziale sul rapporto dedotto in giudizio. Ne discende che il rappresentante processuale volontario non può mai considerarsi realmente estraneo al rapporto sostanziale controverso: a differenza del litisconsorte facoltativo, la cui estraneità al rapporto sostanziale può giustificare l’esenzione dal tributo, il procuratore speciale che agisce e si costituisce in giudizio per conto del rappresentato resta strutturalmente legato a quel rapporto, e per questo risulta obbligato in solido al pagamento dell’imposta di registro sul provvedimento giudiziario che ne consegue. Nel caso specifico, la Corte ha osservato che la procura speciale conferita alla ricorrente attribuiva
Il silenzio che diventa minaccia: quando non rispondere sui social costa la scriminante della provocazione

Quando tacere equivale a offendere: la Cassazione riconosce rilievo penale al silenzio digitale Una vicenda di cronaca rimasta a lungo sotto i riflettori mediatici è all’origine della pronuncia che la Cassazione penale ha depositato il 20 maggio 2026. Una bambina era scomparsa da un piccolo centro siciliano in tenerissima età, e da quel momento le indagini si erano susseguite per anni senza individuare responsabili, alimentando un interesse pubblico mai sopito. A distanza di circa due decenni, la riapertura delle indagini, sollecitata anche da un appello pubblico di un’autorità religiosa, riportava la vicenda al centro dell’attenzione mediatica, riaccendendo sospetti su due persone già coinvolte nelle indagini originarie e mai condannate. In questo contesto, un giornalista pubblicava su un noto social network un commento critico verso quella che definiva una “tortura mediatica” nei confronti delle due donne, chiudendo il proprio intervento con un’espressione ambigua: l’auspicio che ci si fermasse, “prima che qualcuno si faccia del male”. Il legale che da anni assisteva la madre della bambina scomparsa replicava al post, a distanza di pochi minuti, con due messaggi scritti in cui chiedeva pubblicamente al giornalista di chiarire il significato di quella frase, leggendola come un possibile riferimento minaccioso nei confronti della propria assistita e di chi, come lei, continuava a sollecitare accertamenti. Il giornalista non rispondeva. Al silenzio seguiva, poco dopo, una diretta sullo stesso social network nella quale l’avvocato, riferendosi proprio a quella mancata risposta, pronunciava espressioni pesanti, accostando il comportamento del giornalista a una logica di intimidazione di tipo mafioso. Da quelle dichiarazioni nasceva una querela per diffamazione, sfociata in una condanna sia in primo grado, davanti al Tribunale di Marsala, sia in appello, davanti alla Corte d’appello di Palermo, quest’ultima limitatasi a sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria. La difesa del legale condannato ricorreva allora in Cassazione, invocando la causa di non punibilità della provocazione prevista dall’art. 599 del codice penale. La questione giuridica: il silenzio può costituire “fatto ingiusto”? Il nodo posto al giudizio della Suprema Corte riguardava un profilo tutt’altro che scontato: può il silenzio – cioè un comportamento omissivo, l’assenza di una risposta – integrare quel “fatto ingiusto altrui” che, ai sensi dell’art. 599 c.p., se determina uno stato d’ira immediatamente seguito dalla condotta diffamatoria, esclude la punibilità di chi offende? La norma, occorre ricordarlo, prevede che non sia punibile chi commette il fatto diffamatorio nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso. Si tratta di una scriminante che richiede un nesso di immediatezza cronologica tra la provocazione subita e la reazione offensiva, oltre alla effettiva ingiustizia – oggettiva o anche solo erroneamente ma ragionevolmente percepita come tale – del comportamento altrui. Fino a questa pronuncia, la giurisprudenza si era misurata soprattutto con condotte commissive: parole, gesti, comportamenti attivi capaci di provocare la reazione di chi si sente offeso. La sentenza in commento sposta l’attenzione su un terreno diverso, quello dell’omissione comunicativa nel contesto, oggi pervasivo, del confronto pubblico sui social network. Il ragionamento della Corte: il silenzio come frustrazione di un’aspettativa qualificata La Cassazione accoglie il ricorso, richiamando un principio già affermato in passato in una fattispecie distante per epoca e contesto – riguardava il silenzio mantenuto da dirigenti bancari di fronte a solleciti e diffide in un contenzioso in atto – ma evidentemente capace di adattarsi anche alla diffamazione: il fatto ingiusto, ai fini dell’art. 599 c.p., può consistere anche in un comportamento omissivo, “ove si concreti nella frustrazione di un’aspettativa che la coscienza etica della collettività riconosce degna di considerazione, in quanto attiene al normale svolgimento dei rapporti sociali”. In altri termini, non ogni silenzio rileva. Diventa giuridicamente significativo il silenzio che tradisce un’aspettativa di risposta socialmente fondata: nel caso esaminato, un avvocato aveva pubblicamente e ripetutamente chiesto chiarimenti su un’espressione che riteneva allusiva e potenzialmente minacciosa verso la propria assistita, in un dibattito che si svolgeva alla luce del sole, sotto gli occhi di un pubblico vasto e attento alla vicenda. Il mancato riscontro, in questo scenario, può assumere il significato di una implicita conferma del sospetto, alimentando lo stato d’ira di chi aveva interrogato senza ottenere risposta. La Corte censura, su questo punto, la sentenza d’appello, che si era concentrata sulla sola interpretazione letterale del messaggio originario del giornalista, senza considerare l’intero contesto comunicativo e, soprattutto, senza confrontarsi con il significato del silenzio successivo alle richieste di chiarimento. Una motivazione ritenuta manifestamente illogica proprio perché trascurava un elemento – il mancato riscontro pubblico – che la difesa aveva posto al centro della propria strategia. Il secondo principio: la provocazione putativa La pronuncia offre un secondo, importante chiarimento, distinguendo nettamente la scriminante dell’art. 599 c.p. dalla circostanza attenuante della provocazione prevista dall’art. 62, n. 4, del codice penale. Quest’ultima opera solo se il fatto ingiusto altrui sussiste oggettivamente. La causa di non punibilità di cui all’art. 599 c.p., invece, può rilevare anche a livello putativo, ai sensi dell’art. 59, quarto comma, c.p.: è sufficiente, cioè, che l’agente abbia maturato una opinione erronea ma ragionevole, non pretestuosa, circa l’ingiustizia del comportamento altrui. Applicato al caso di specie, questo significa che, anche qualora il silenzio del giornalista fosse stato in realtà dettato dalla sola volontà di evitare ulteriore esposizione mediatica delle persone già sospettate – e non da un intento minatorio – la scriminante potrebbe comunque operare, se la diversa interpretazione dell’avvocato, alla luce del contesto comunicativo complessivo, risultasse plausibile e non artificiosa. Implicazioni pratiche: la responsabilità comunicativa sui social network La decisione assume un rilievo che va ben oltre il caso specifico, perché individua un principio applicabile a un fenomeno ormai quotidiano: lo scambio pubblico di accuse, richieste di chiarimento e repliche sui social network. Chi partecipa a un dibattito pubblico online e viene pubblicamente interrogato su un’espressione ambigua o potenzialmente offensiva non può semplicemente ignorare la richiesta senza che questo comportamento assuma un significato agli occhi degli osservatori e, eventualmente, del giudice. Per i professionisti e per chiunque gestisca una comunicazione pubblica – giornalisti, opinionisti, ma anche imprese e amministratori che si confrontano con
La trascrizione non si tocca: la Cassazione blinda l’acquisto pubblicizzato contro l’errore materiale dell’atto

Quando i registri immobiliari dicono una cosa e le parti ne volevano un’altra, a chi crede ai registri non si può imputare l’errore di chi ha redatto l’atto Tutto nasce da un’operazione immobiliare degli anni Novanta, di quelle che capitano spesso nella prassi notarile e che possono trascinarsi per decenni prima di trovare una soluzione definitiva. Una coppia di coniugi, proprietaria di un compendio immobiliare composto da un appartamento e da un capannone industriale con il relativo terreno, nel luglio del 1990 concede in ipoteca l’intero compendio a garanzia di un mutuo fondiario erogato in favore di un’altra persona. Pochi mesi dopo, nel settembre dello stesso anno, i coniugi vendono alla beneficiaria del mutuo un appartamento facente parte del compendio: ma sia nell’atto di compravendita che nella relativa nota di trascrizione viene indicata, insieme all’appartamento, anche la particella del terreno con il capannone annesso. Passano gli anni. La mutuataria non onora il debito e il creditore promuove l’esecuzione immobiliare sui beni ipotecati, compreso il terreno con il capannone. A questo punto i coniugi venditori si oppongono all’esecuzione ai sensi dell’art. 619 c.p.c., sostenendo di essere ancora proprietari esclusivi di quella particella: la sua menzione nell’atto di vendita del 1990, dicono, sarebbe stato un mero errore materiale, mai voluto né dalle parti né corrispondente alla realtà del trasferimento. Il giudizio attraversa tre gradi con esiti opposti. Il Tribunale, dopo una consulenza tecnica, respinge l’opposizione ritenendo che i dati catastali riportati nell’atto fossero comunque idonei a comprendere la particella controversa. La Corte d’appello ribalta completamente la decisione: valorizzando il comportamento successivo delle parti e la situazione di fatto accertata negli anni seguenti, accerta che la reale intenzione delle parti escludeva il trasferimento dell’area industriale, e accoglie l’opposizione di terzo facendo prevalere la volontà sostanziale sulla discordanza catastale. Contro questa pronuncia ricorre in Cassazione la società cessionaria del credito, affidando il ricorso a due motivi che pongono, in fondo, una sola domanda: può la volontà negoziale ricostruita a posteriori prevalere su ciò che risulta, nero su bianco, dai Registri Immobiliari? Il principio della pubblicità immobiliare e l’opposizione di terzo La Terza Sezione Civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 18232/2026, risponde di no, e lo fa richiamando la funzione stessa dell’opposizione di terzo all’esecuzione. L’art. 619 c.p.c. non serve a far accertare in capo all’opponente un diritto reale assoluto sul bene pignorato: serve soltanto a verificare se il creditore procedente avesse o no il diritto di sottoporre quel bene a esecuzione. È una differenza che può apparire sottile ma che cambia tutto l’angolo di osservazione della controversia: non si tratta di stabilire cosa volessero davvero le parti del contratto di compravendita, ma di stabilire cosa risultasse opponibile ai terzi, cioè a chi, sui registri, aveva fatto legittimo affidamento. Qui entra in gioco l’art. 2644 c.c., che governa l’efficacia della trascrizione: gli atti soggetti a trascrizione non hanno effetto riguardo ai terzi che abbiano successivamente acquistato diritti sugli stessi beni in base a un atto trascritto o iscritto anteriormente, se non sono stati a loro volta trascritti o iscritti. In altri termini, chi consulta i Registri Immobiliari deve poter fare affidamento su quanto vi risulta scritto, senza doversi interrogare su accordi informali, errori materiali non corretti o intenzioni che non hanno mai trovato forma pubblica. L’elemento decisivo: l’ipoteca anteriore sulla stessa particella Il punto di svolta della decisione, e probabilmente l’aspetto più istruttivo per la pratica, riguarda un elemento documentale che la Corte d’appello aveva trascurato. Prima ancora della compravendita contestata, i medesimi proprietari avevano concesso un’ipoteca volontaria proprio sulla particella poi rivendicata come esclusa dalla vendita, identificandola con la stessa indicazione catastale utilizzata nell’atto di vendita successivo. In altre parole, gli stessi opponenti, agendo come terzi datori di ipoteca, avevano individuato quella particella come parte del compendio garantito, sotto la medesima descrizione catastale che poi avrebbero contestato come erronea. Per la Cassazione questo comportamento ha una conseguenza precisa: i proprietari hanno concorso a creare una realtà giuridica apparente, fondata su atti ritualmente trascritti e accessibili ai terzi, sulla quale il ceto creditorio ha fatto legittimo affidamento. Opera così il principio di autoresponsabilità della nota di trascrizione e della nota di iscrizione ipotecaria: chi pubblicizza un determinato assetto proprietario, anche se per errore, non può poi opporre quell’errore a chi su quell’assetto ha fatto affidamento per concedere credito o per agire in executivis. I limiti dell’interpretazione contrattuale di fronte ai terzi Il secondo motivo di ricorso riguarda l’art. 1362 c.c. e i criteri legali di ermeneutica contrattuale. La Corte d’appello aveva fondato il proprio convincimento su elementi quali un preliminare stipulato anni dopo tra soggetti diversi e una vicenda penale relativa a lavori eseguiti sul bene successivamente alla vendita. La Cassazione chiarisce che questi elementi, per quanto rilevanti ai sensi dell’art. 1362, comma 2, c.c. per ricostruire la volontà comune delle parti in una controversia inter partes, diventano irrilevanti e inopponibili ai terzi quando si discute di opposizione all’esecuzione. La ragione è di sistema: la stabilità della pubblicità immobiliare non può tollerare che una “reale volontà” delle parti, desunta da condotte successive non trascritte o da elementi non soggetti ad alcuna forma di pubblicità, travolga il contenuto testuale e catastale di una nota di trascrizione su cui i creditori hanno fondato la propria azione esecutiva. Diversamente, ogni acquisto trascritto resterebbe esposto al rischio che, anni dopo, uno degli originari contraenti ricostruisca una volontà diversa da quella risultante dai registri, vanificando la funzione stessa della trascrizione. Il principio di diritto e la decisione nel merito Sulla base di queste premesse, la Cassazione accoglie entrambi i motivi e cassa la sentenza d’appello, decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c. senza necessità di ulteriori accertamenti di fatto. Il principio di diritto affermato merita di essere riportato perché destinato a orientare la materia: in sede di opposizione di terzo all’esecuzione immobiliare, la prevalenza del diritto del terzo rispetto al creditore pignorante deve essere verificata sulla base dell’opponibilità dell’atto traslativo secondo le risultanze dei Registri Immobiliari; ne consegue che l’indagine sulla reale volontà dei contraenti, pur
Spese per la sostituzione della caldaia: si pagano anche se non si usa il riscaldamento?

La Cassazione conferma: per le spese di conservazione conta la proprietà, non l’uso Un condomino si era visto notificare un decreto ingiuntivo dal proprio condominio per il pagamento di contributi non versati, per una somma di poco superiore ai 7.600 euro. Aveva proposto opposizione, ma il Tribunale l’aveva dichiarata inammissibile perché tardiva. In appello, la Corte distrettuale aveva invece ritenuto ammissibile l’opposizione, ma l’aveva respinta nel merito, confermando l’obbligo di pagamento e condannando l’opponente alle spese di lite. Il condomino aveva allora proposto ricorso per cassazione, articolato su cinque motivi che toccavano altrettanti profili della vicenda: l’interpretazione delle delibere assembleari, l’efficacia di una scrittura ricognitiva del debito, il criterio di riparto delle spese per la sostituzione della caldaia, l’omessa pronuncia su una richiesta di compensazione tra poste contabili e, infine, una eccezione di compensazione legata a un indennizzo assicurativo ricevuto per un sinistro. La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza identificata al numero di raccolta generale 18204/2026, ha rigettato integralmente il ricorso, offrendo un’occasione per fare chiarezza su uno dei temi più ricorrenti nella vita condominiale: come si ripartiscono le spese per il rifacimento di un impianto comune. Il nodo centrale: spese di conservazione e criterio di riparto Il punto di maggiore interesse pratico riguarda il terzo motivo di ricorso, con cui il condomino sosteneva che le spese per la sostituzione della caldaia centralizzata avrebbero dovuto essere ripartite in base all’uso effettivo del riscaldamento, cioè secondo le superfici radianti di ciascuna unità immobiliare, e non secondo i millesimi di proprietà. La Cassazione ha colto l’occasione per ribadire una distinzione fondamentale, contenuta nell’articolo 1123 del codice civile. Questa norma prevede, al primo comma, che le spese per la conservazione e il godimento delle parti comuni si ripartiscono in proporzione al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione; al secondo comma, invece, consente di ripartire secondo l’uso le spese relative a servizi comuni suscettibili di utilizzazione differenziata. La distinzione, quindi, non è terminologica ma sostanziale: una cosa è il consumo del servizio (quanto riscaldamento si utilizza), altra cosa è la conservazione del bene comune (il rifacimento dell’impianto che serve l’edificio nel suo complesso). La sostituzione della caldaia, secondo la Corte, rientra in questa seconda categoria. Non si tratta di un costo legato al consumo di calore, ma di un investimento sul bene comune, destinato a beneficio di tutti i condomini indipendentemente dal fatto che abbiano distaccato o meno il proprio impianto, o che utilizzino più o meno intensamente il riscaldamento. Per questa ragione, il criterio corretto resta quello millesimale, ancorato alla quota di proprietà, e non quello dell’uso. Quando l’assemblea può cambiare le regole Un aspetto spesso trascurato, ma che la sentenza chiarisce con precisione, riguarda i limiti del potere dell’assemblea condominiale di modificare i criteri legali di riparto. La Corte ricorda che la regola dell’articolo 1123, primo comma, c.c. è derogabile solo attraverso una convenzione che vincoli tutti i condomini, non già con una delibera maggioritaria che pretenda di stabilire o modificare per il futuro i criteri legali di ripartizione. Una delibera di questo tipo eccederebbe le attribuzioni dell’assemblea e sarebbe radicalmente nulla. Diverso è il caso, però, di una delibera che si limiti a derogare ai criteri legali in via occasionale, per una singola spesa e in un’unica occasione, come accaduto nella vicenda in esame. In questa ipotesi, richiamando il principio già fissato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 9839/2021, la Corte ha ribadito che la delibera non è nulla ma soltanto annullabile, e la sua eventuale invalidità deve essere fatta valere entro il termine di decadenza previsto dall’articolo 1137 c.c., tramite specifica impugnazione o domanda riconvenzionale. Nel caso di specie, il condomino non aveva proposto alcuna domanda di annullamento nel giudizio di opposizione, sicché la questione non avrebbe in ogni caso potuto incidere sulla decisione. Le altre questioni: interpretazione delle delibere, scritture ricognitive e compensazione La sentenza affronta anche altri profili di interesse generale per la prassi condominiale. Quanto all’interpretazione delle delibere assembleari, la Corte ha ricordato che il giudice di merito deve ricostruire la volontà dell’assemblea non limitandosi al tenore letterale della sola parte deliberativa del verbale, ma considerando il documento nel suo complesso, alla luce dei criteri ermeneutici fissati dagli articoli 1362 e 1363 c.c. Una motivazione che adotti una delle interpretazioni plausibili, anche se non l’unica astrattamente possibile, non può essere censurata in sede di legittimità con la semplice proposta di una lettura alternativa. Sul valore di una scrittura sottoscritta dal condomino, la Corte ha confermato che un documento di questo tipo può assumere carattere ricognitivo del debito, distinto dalla diversa natura transattiva, e che tale accertamento, se sorretto da motivazione coerente, sfugge al sindacato di legittimità. Infine, sulla compensazione invocata dal ricorrente tra il debito condominiale e un indennizzo assicurativo ricevuto per un sinistro, la Cassazione ha distinto tra compensazione propria e impropria: solo quest’ultima, riguardando crediti e debiti nati dal medesimo rapporto, può essere rilevata d’ufficio dal giudice anche in appello. Nel caso esaminato, i due crediti avevano origine da rapporti autonomi e diversi – uno di natura contributiva, l’altro di natura risarcitoria – per cui era necessaria una tempestiva eccezione di parte, che nella vicenda risultava tardiva. Implicazioni pratiche per amministratori e condomini Questa pronuncia offre indicazioni operative immediate. Gli amministratori di condominio devono ripartire le spese per il rifacimento o la sostituzione di impianti comuni, come la caldaia centralizzata, secondo i millesimi di proprietà, a meno che non esista una convenzione che vincoli tutti i condomini a un criterio diverso. Chi ritenga illegittima una delibera che deroghi a tale criterio, anche per una singola spesa, deve attivarsi entro il termine di decadenza previsto dalla legge, proponendo impugnazione o domanda riconvenzionale: il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non è la sede in cui tale illegittimità può essere fatta valere in via di mera eccezione, salvo che venga formulata un’apposita domanda di annullamento. Anche le scritture sottoscritte nel corso della vita condominiale, pur non essendo transazioni in senso tecnico, possono costituire prova rilevante del debito. Conclusione
Assegno divorzile perequativo: conta anche la scelta tacita di dedicarsi alla famiglia

Quando il sacrificio di una carriera, anche se non scritto in alcun accordo, fonda il diritto all’assegno Una coppia, sposata dal 2001 e separatasi consensualmente nel 2016 dopo circa quindici anni di convivenza, otteneva la cessazione degli effetti civili del matrimonio con sentenza parziale del Tribunale di Rimini nel 2021. Con la sentenza definitiva del dicembre 2024, il giudice di prime cure poneva a carico del marito, oltre al contributo per il mantenimento dei due figli, un assegno divorzile mensile di 100,00 euro in favore della moglie, rivalutabile secondo gli indici Istat. L’uomo, medico dipendente di un’azienda sanitaria pubblica e al contempo libero professionista presso due strutture private, impugnava la decisione dinanzi alla Corte d’Appello di Bologna, lamentando l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno. La Corte territoriale, con sentenza pubblicata nell’agosto 2025, confermava integralmente la statuizione di primo grado. I giudici d’appello ricostruivano la vicenda familiare osservando che, durante il matrimonio, l’uomo si era dedicato in via prevalente alla propria attività professionale, fino a coltivare contestualmente un rapporto di lavoro dipendente e un’attività libero-professionale, mentre la donna, pur mantenendo un’occupazione, aveva scelto per diversi periodi il lavoro a tempo parziale per occuparsi prevalentemente dei figli e delle esigenze domestiche. Tale scelta, secondo la Corte, doveva considerarsi frutto di un accordo tacito tra i coniugi, e aveva comportato per la donna una rinuncia a un reddito più elevato, con ricadute negative anche sulla futura posizione pensionistica. Né la Corte d’Appello riteneva che la circostanza, anch’essa dedotta dal marito, di un’eventuale nuova stabile convivenza della ex moglie con un nuovo compagno potesse condurre a una diversa conclusione, attesa la funzione compensativa, e non meramente assistenziale, riconosciuta all’assegno. L’uomo ricorreva quindi per cassazione, affidandosi a tre motivi, tutti incentrati sulla medesima questione: l’erroneo riconoscimento dell’assegno divorzile in funzione perequativo-compensativa, a suo dire disposto senza un rigoroso accertamento del nesso causale tra lo squilibrio reddituale delle parti e un effettivo sacrificio professionale della ex moglie, e senza un’adeguata considerazione delle disponibilità patrimoniali di quest’ultima — comprensive di un apporto economico regolare versato dal nuovo convivente — né del contributo personale fornito dallo stesso ricorrente nella cura dei figli. La questione giuridica Il nodo affrontato dalla Prima Sezione Civile della Cassazione riguarda i presupposti necessari affinché l’assegno divorzile possa essere riconosciuto in funzione perequativo-compensativa, distinta dalla funzione meramente assistenziale. Si tratta di un tema centrale nell’evoluzione giurisprudenziale successiva al noto revirement delle Sezioni Unite del 2018, che ha superato il criterio del tenore di vita matrimoniale per affermare la natura composita — assistenziale, compensativa e perequativa — dell’assegno ai sensi dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898/1970. La questione pratica sottoposta ai giudici di legittimità era se la funzione compensativa dell’assegno possa essere riconosciuta anche quando il coniuge richiedente dispone di redditi e di un patrimonio personale non irrilevanti, e se la scelta di dedicarsi alla famiglia, mai formalizzata in un accordo esplicito tra i coniugi, possa comunque fondare il diritto all’assegno. Il principio affermato dalla Corte La Cassazione (raccolta generale n. 18385/2026) ha dichiarato inammissibili tutti i motivi di ricorso, ribadendo un orientamento già consolidato nella propria giurisprudenza. Innanzitutto, sotto il profilo processuale, la Corte ha richiamato il principio per cui il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., riguarda esclusivamente l’omissione di un fatto storico non considerato dal giudice di merito, e non può essere invocato per contestare la valutazione delle prove operata dal giudice d’appello, quando il fatto rilevante sia stato comunque preso in esame. Sul piano sostanziale, la Corte ha chiarito che l’assegno divorzile in funzione perequativo-compensativa presuppone, come precondizione, una rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale tra gli ex coniugi al momento del divorzio, accertata in concreto sulla base dei redditi delle parti. Nel caso di specie, tale squilibrio risultava evidente già dai dati offerti dallo stesso ricorrente, che dichiarava un reddito medio annuo di oltre 63.000 euro nel triennio 2020-2022, a fronte di un reddito della ex moglie di poco più di 22.000 euro nel medesimo periodo. Accertata tale disparità, occorre poi verificare il nesso di causalità tra lo squilibrio economico e le scelte di organizzazione della vita familiare assunte durante il matrimonio. Su questo punto la Cassazione ha riaffermato un principio di particolare rilievo pratico: il diritto all’assegno perequativo-compensativo sussiste non soltanto quando la rinuncia a occasioni professionali sia il frutto di un accordo espresso tra i coniugi, ma anche quando derivi da una conduzione univoca della vita familiare che, salvo prova contraria, esprime una scelta condivisa, ancorché tacita. È quanto accertato nel caso concreto, in cui l’intensa attività professionale del marito, svolta sia come dipendente che come libero professionista, si è sviluppata in parallelo alla scelta della moglie di ridurre il proprio impegno lavorativo per occuparsi della famiglia, in un contesto che la Corte territoriale ha ritenuto espressivo di un accordo tacito tra le parti. Quanto poi all’obiezione secondo cui la beneficiaria disponeva di risorse patrimoniali non trascurabili e dell’apporto economico di un nuovo convivente, la Cassazione ha colto l’occasione per precisare un ulteriore aspetto della funzione perequativa: questa non richiede che il beneficiario sia privo di mezzi adeguati per un’esistenza dignitosa, poiché in tal caso sarebbe configurabile soltanto la diversa e più limitata funzione assistenziale. La funzione perequativa, al contrario, può essere riconosciuta anche quando il beneficiario disponga di redditi e sostanze tali da escludere uno stato di bisogno, perché ciò che rileva è il nesso causale tra la rinuncia lavorativa e la formazione del patrimonio, proprio o dell’altro coniuge, durante la vita matrimoniale. La Corte ha infine osservato, sotto un profilo più processuale, che il ricorrente non aveva neppure specificato in quale fase del giudizio di merito avesse dedotto la questione delle ulteriori disponibilità finanziarie della ex moglie, incorrendo così anche in un difetto di autosufficienza del ricorso. Implicazioni pratiche La pronuncia consolida un orientamento di importanza concreta per chi affronta un procedimento di divorzio o ne valuta gli effetti economici. Per il coniuge che durante il matrimonio ha ridimensionato la propria attività lavorativa per
Accertamenti bancari e attività d’impresa occulta: chi deve provare cosa?

La Cassazione conferma: l’onere di smontare la presunzione legale grava sul contribuente, non sull’Amministrazione finanziaria Una verifica della Guardia di Finanza nei confronti di un contribuente, relativa a più periodi d’imposta, portava all’analisi sistematica dei suoi conti correnti bancari. Dall’esame delle movimentazioni, numerose e di importo rilevante, emergeva il sospetto che il soggetto svolgesse, di fatto, un’attività d’impresa non dichiarata. Sulla base di queste risultanze, recepite dall’Agenzia delle Entrate, veniva notificato un avviso di accertamento per Irpef, Iva e Irap relativo all’anno d’imposta 2004, per una pretesa tributaria di oltre 1,3 milioni di euro. Il contribuente impugnava l’atto dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale competente, che accoglieva il ricorso ritenendo che l’Amministrazione non avesse provato la sua qualità di imprenditore commerciale. La decisione veniva tuttavia riformata in appello dalla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, la quale, richiamando propri precedenti tra le stesse parti relativi ad annualità successive, riteneva legittimo l’accertamento sia sotto il profilo della valenza probatoria delle movimentazioni bancarie, sia sotto quello della qualifica imprenditoriale, desumibile da plurimi elementi indiziari rispetto ai quali il contribuente si era limitato a negare senza fornire alcun concreto riscontro. Il contribuente proponeva quindi ricorso per cassazione, articolato su tre motivi: il primo per presunta nullità della sentenza d’appello per motivazione carente; il secondo e il terzo, da trattare congiuntamente, incentrati sulla tesi secondo cui l’accertamento bancario presupporrebbe la previa dimostrazione, da parte del Fisco, della qualità di imprenditore del contribuente, qualità che quest’ultimo negava di possedere, opponendo l’esistenza di contratti di associazione in partecipazione che lo vedrebbero quale associato e non quale imprenditore. La questione giuridica: chi deve dimostrare cosa Il nucleo della pronuncia, contenuta nel provvedimento iscritto al numero di raccolta generale 17906/2026, riguarda la distribuzione dell’onere probatorio negli accertamenti fondati su indagini bancarie. La disciplina di riferimento è rappresentata dall’art. 32, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 600 del 1973 per le imposte sui redditi, e dall’art. 51, comma 2, n. 2, del d.P.R. n. 633 del 1972 per l’Iva. Queste norme stabiliscono una presunzione legale relativa: tutte le movimentazioni rilevate sui conti correnti del contribuente, sia gli accrediti che gli addebiti, si presumono riferite alla sua attività economica, i primi come ricavi e i secondi come corrispettivi per l’acquisto di beni e servizi reimpiegati nella produzione. Si tratta di un meccanismo che inverte l’onere della prova: non è l’Amministrazione finanziaria a dover dimostrare positivamente che ogni singolo movimento corrisponda a un’operazione imponibile, ma è il contribuente a dover fornire la prova contraria, dimostrando che le somme transitate sui propri conti sono estranee alla sua eventuale attività economica. Il ragionamento della Corte La Cassazione ribadisce un orientamento già consolidato, secondo cui l’utilizzo dei dati bancari come prova presuntiva di ricavi occulti o di operazioni imponibili non è subordinato alla previa dimostrazione che il contribuente eserciti effettivamente un’attività d’impresa o di lavoro autonomo. Una volta che l’acquisizione dei dati bancari non sia stata contestata sotto il profilo della legittimità, tali dati possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza stessa di un’attività occulta, sia per quantificarne il reddito. È dunque il contribuente a dover provare che le movimentazioni non giustificate dalle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti. Su questo punto la Corte richiama precedenti propri, ricordando che l’onere probatorio dell’Amministrazione si considera soddisfatto attraverso i dati risultanti dai conti bancari, mentre grava sul contribuente l’onere di fornire una prova non generica ma analitica, con l’indicazione specifica della riferibilità di ciascun versamento, così da dimostrare che ogni singola operazione sia estranea a fatti imponibili. Applicando questi principi al caso concreto, la Corte osserva che il contribuente si era limitato ad allegare l’esistenza di contratti di associazione in partecipazione nella veste di associato, senza tuttavia illustrarne il contenuto né, soprattutto, senza indicare quale specifica operazione bancaria contestata fosse collegata a quale contratto e per quale importo. Una prova generica e non analitica, dunque, insufficiente a superare la presunzione legale. La Corte precisa peraltro che la qualità di associato in partecipazione non è di per sé incompatibile con lo svolgimento di un’autonoma attività imprenditoriale, sicché l’argomento difensivo non avrebbe comunque dimostrato l’assunto. Quanto al motivo relativo alla violazione del contraddittorio preventivo per il tributo armonizzato (l’Iva), la Corte ricorda che il contribuente che intenda far valere tale vizio deve comunque superare la cosiddetta prova di resistenza, indicando in concreto quali argomenti avrebbe potuto far valere in sede di contraddittorio e dimostrandone la rilevanza: un onere che, nel caso esaminato, non risultava assolto. Implicazioni pratiche La pronuncia conferma un principio di rilevanza pratica considerevole per chiunque sia destinatario di una verifica fiscale fondata su indagini bancarie. Il contribuente che intenda contestare un accertamento di questo tipo non può limitarsi a negare genericamente la propria qualità di imprenditore o a invocare l’esistenza di rapporti contrattuali alternativi: deve ricostruire, operazione per operazione, la provenienza e la destinazione di ogni movimento contestato, collegandolo a uno specifico titolo giustificativo. Questo significa, in concreto, che chi riceve un Processo Verbale di Costatazione basato su analisi bancarie deve attivarsi tempestivamente per raccogliere e organizzare la documentazione contrattuale e contabile a supporto di ciascuna movimentazione, poiché la genericità della difesa, anche quando supportata da elementi astrattamente rilevanti come un contratto di associazione in partecipazione, risulta processualmente inefficace. La presunzione legale che assiste gli accertamenti bancari non si supera con argomentazioni di principio, ma con una ricostruzione analitica e documentata. Conclusioni Il provvedimento in commento si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai stabilizzato presso la Sezione Tributaria della Cassazione, che attribuisce ai dati bancari un valore presuntivo particolarmente incisivo e pone a carico del contribuente un onere probatorio rigoroso. Per chi si trovi a dover gestire un accertamento di questo tipo, la qualità e l’analiticità della prova contraria rappresentano l’elemento decisivo per l’esito del contenzioso. Il nostro studio è a disposizione per una valutazione della documentazione bancaria e contrattuale nei casi di accertamenti fondati su indagini sui conti correnti, al fine di costruire una strategia defensionale realmente idonea a superare la presunzione legale prevista dalla normativa tributaria.