Mantenimento del nipote: i nonni paterni rispondono se i genitori non hanno mezzi?

Se i genitori sono incapienti, la nonna che mantiene la nipote può rivalersi sugli altri nonni Una bambina nasce nel 2010 in una famiglia che si spezza presto. I genitori si separano e il padre non versa mai il contributo di cinquecento euro mensili fissato dal giudice della separazione. La madre non ha mai lavorato e finisce per lasciare la figlia alle cure della propria madre. Nel 2019 il Tribunale per i minorenni affida formalmente la minore alla nonna materna, che fino a quel momento aveva provveduto da sola a tutte le esigenze della nipote, comprese le spese mediche e scolastiche. Finita questa lunga stagione di sostegno economico, la nonna decide di chiedere indietro quanto speso. Cita in giudizio il padre e i nonni paterni, domandando la condanna in solido al rimborso di cinquantaquattromila euro, pari a cinquecento euro per ciascun mese dalla nascita al novembre 2019. In via subordinata invoca l’ingiustificato arricchimento. Il Tribunale di Pescara accoglie la domanda principale e condanna tutti i convenuti. La Corte d’Appello de L’Aquila ribalta il verdetto soltanto nei confronti dei nonni paterni, lasciando ferma la condanna del padre. A suo avviso l’obbligo degli ascendenti è solo sussidiario e non solidale, e quindi non consente alcun regresso. Anche l’azione di arricchimento viene respinta, perché senza un obbligo giuridico accertato non vi sarebbe un arricchimento privo di causa. La nonna ricorre in Cassazione. La questione giuridica Il problema è questo. Chi mantiene un minore al posto dei genitori può recuperare una parte della spesa dagli altri nonni? E a quale titolo, visto che l’obbligo degli ascendenti non sostituisce quello dei genitori, ma interviene solo quando questi non possono provvedere? L’art. 316 bis c.c. stabilisce che i genitori devono adempiere l’obbligo di mantenimento in proporzione alle proprie sostanze e alla capacità di lavoro. Quando non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti sono tenuti a fornire loro quanto necessario perché possano adempiere i loro doveri verso i figli. In parole semplici, i nonni intervengono in seconda battuta, solo se i genitori non ce la fanno. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza n. 28166/2026, pubblicata il 30 ottobre 2026, la Prima Sezione civile accoglie i primi due motivi del ricorso e assorbe il terzo. Cassa la sentenza e rinvia alla Corte d’Appello de L’Aquila in diversa composizione. La Corte parte dall’orientamento consolidato richiamato dai giudici d’appello, ricordato nel provvedimento anche con riferimento a Cass. n. 3402/1995, n. 20509/2010 e n. 13345/2023. Secondo questo orientamento l’obbligo di mantenimento spetta primariamente ai genitori. Se uno dei due non può o non vuole adempiere, l’altro deve fare fronte per intero con le proprie sostanze e la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di agire contro l’inadempiente. Dunque agli ascendenti non ci si può rivolgere solo perché un genitore non contribuisce, se l’altro è in grado di provvedere. Per ravvisare l’obbligo dei nonni occorre che l’inadempimento dipenda da una vera mancanza di mezzi e che l’altro genitore non possa sostenere da solo le spese. Ma il caso era diverso. Secondo l’ordinanza risultava accertato che entrambi i genitori erano di fatto incapienti. La Corte territoriale aveva applicato precedenti riferiti a situazioni in cui almeno un genitore era in grado di mantenere il figlio, senza esaminare la concreta incapacità economica di entrambi. Quell’orientamento, dunque, non poteva essere esteso a questa fattispecie. Sussidiarietà e solidarietà: non si escludono Il passaggio più rilevante riguarda la natura dell’obbligazione. Secondo la Cassazione, quando è accertata l’impossibilità dei genitori di provvedere, l’obbligo grava in maniera unitaria su tutti e quattro gli ascendenti, materni e paterni. Il creditore può quindi rivolgersi indistintamente a uno qualsiasi dei quattro. Il vincolo nasce direttamente dalla legge ed è posto a tutela del supremo interesse del minore. Il fatto che l’obbligazione dei nonni sia sussidiaria rispetto a quella dei genitori non cambia le regole della solidarietà. Differisce soltanto nel tempo il momento in cui l’effetto solidale diventa esigibile, in modo del tutto compatibile con l’art. 1293 c.c. Questa norma, in sintesi, chiarisce che la solidarietà non viene meno per il fatto che i debitori siano tenuti con modalità o tempi diversi. L’ascendente che ha provveduto al mantenimento può poi agire in regresso, cioè chiedere agli altri coobbligati la loro quota di quanto pagato, ai sensi degli artt. 1288 e 1299 c.c. Ne consegue che l’art. 316 bis c.c. può considerarsi espressione del carattere solidale delle obbligazioni degli ascendenti. L’ordinanza aggiunge che l’obbligo di mantenimento non ha natura alimentare e decorre dalla nascita. Il rimborso pro quota spetta quindi anche all’ascendente che ha anticipato le spese, per l’intero periodo (richiamata Cass. n. 15063/2000). Il principio di diritto La Corte formula questo principio. L’obbligazione degli ascendenti ha carattere sussidiario rispetto a quella principale dei genitori e presuppone la loro incapienza o l’oggettiva impossibilità di farvi fronte. Presenta inoltre carattere solidale nei rapporti interni, a norma degli artt. 1292 ss. c.c. L’ascendente che ha sostenuto spese per il mantenimento del minore ha diritto di regresso pro quota nei confronti degli altri ascendenti, quali coobbligati solidali. Un’altra sentenza e l’assenza di contrasti Nella memoria difensiva la ricorrente aveva segnalato che, dopo il deposito del ricorso, la stessa Corte d’Appello, in diversa composizione, aveva condannato i nonni paterni a versare un contributo mensile a favore della nonna materna, in ragione della natura sussidiaria dell’obbligo. Quella pronuncia, tuttavia, era a sua volta impugnata in Cassazione e non era passata in giudicato. La Prima Sezione precisa che essa non influisce sulla decisione, riguardando una questione diversa anche se strettamente connessa. La Corte esclude inoltre i presupposti per rimettere la causa alla pubblica udienza o alle Sezioni Unite, perché sul nucleo della questione, cioè la spettanza del regresso all’ascendente che ha mantenuto il minore, non risultano decisioni sostanzialmente difformi. Che cosa cambia nella pratica Per le famiglie, il messaggio è che chi si fa carico del mantenimento di un nipote, quando i genitori non sono in grado di farlo, non resta isolato. Se esistono altri ascendenti, quelli dell’altro ramo familiare compresi, può chiedere loro una quota delle spese sostenute,
Accordi di separazione e divorzio

La Cassazione distingue clausole necessarie, negozi autonomi e patti nulli: cosa sopravvive al divorzio Si sposano nel 1989 con rito concordatario e hanno tre figlie. Dopo trent’anni di vita comune, nel febbraio 2019, i coniugi chiudono la crisi con una separazione consensuale davanti al Tribunale. L’accordo è articolato e non si limita alla casa e ai figli. La moglie recede dalla società familiare. Viene assunta come dipendente nella nuova società del marito, con uno stipendio mensile di 1.200 euro. Il marito si impegna a versarle un contributo al mantenimento di 1.300 euro al mese, aggiornato all’ISTAT e accompagnato dall’assunzione a suo carico di oneri fiscali. Quel contributo sale a 2.400 euro se la moglie lascia volontariamente il lavoro. Con una scrittura aggiuntiva dei giorni precedenti, un assegno di pari importo scatta anche in caso di licenziamento illegittimo, accanto al trasferimento di una quota societaria. Alla fine compare la clausola numero 13, con cui i coniugi stabiliscono che tutto quanto pattuito troverà conferma anche nell’eventuale giudizio di divorzio. Nel febbraio 2022 il marito chiede il divorzio e contesta l’assegno, sostenendo che la sua situazione economica sia peggiorata e quella dell’ex moglie migliorata. La moglie replica che quelle condizioni sono il frutto di accordi negoziali non rivedibili in sede divorzile. Il Tribunale pronuncia il divorzio e qualifica le clausole patrimoniali come contenuto eventuale della separazione, quindi non modificabili. Esclude poi l’assegno divorzile, perché la donna sarebbe già adeguatamente compensata dall’assetto concordato. La Corte d’appello ribalta la decisione. Qualifica come contenuto necessario le clausole sul mantenimento e le ritiene superabili. Nega efficacia vincolante alla clausola 13, ma la considera un indizio del riconoscimento, da parte degli stessi coniugi, dell’apporto della moglie alla famiglia. Riconosce così un assegno divorzile di 1.000 euro mensili, valorizzando la durata trentennale del matrimonio. Entrambi ricorrono per cassazione. La questione giuridica La Prima Sezione civile decide con la sentenza n. 27533/2026 di raccolta generale, pubblicata il 22 ottobre 2026. Rigetta sia il ricorso principale sia quello incidentale e compensa le spese. La causa è stata trattata in pubblica udienza per il rilievo nomofilattico delle questioni, cioè per la loro importanza nel garantire un’applicazione uniforme del diritto. Il tema è se, e in che misura, gli accordi presi con la separazione condizionino il giudice del divorzio quando decide sull’assegno. La specificità dell’appello e il giudicato interno Il ricorrente sosteneva che l’appello della moglie fosse privo della specificità richiesta dagli artt. 342 e 343 c.p.c., perché non avrebbe criticato ogni passaggio della sentenza di primo grado. La Corte osserva che il Tribunale non aveva negato lo squilibrio economico né il contributo della donna alla famiglia. Aveva rigettato la domanda per un motivo preliminare e autonomo: la funzione perequativo-compensativa dell’assegno sarebbe già soddisfatta dall’assetto patrimoniale della separazione. L’appello ha contestato proprio quel presupposto, e questo basta. La Corte formula un principio di diritto. Per verificare la specificità dell’impugnazione conta che l’appellante investa la ratio decidendi, cioè la ragione fondante della decisione, senza dover censurare singolarmente ogni elemento della domanda. In questi casi viene devoluto al giudice dell’appello l’intero capo sull’assegno e sui suoi presupposti, senza che si formi giudicato interno sulle questioni che ne sono sviluppo o conseguenza. Il giudicato, richiama la Corte, si forma sulla statuizione come unità decisoria e non sui singoli argomenti che la sorreggono. Nessuna violazione dell’art. 112 c.p.c., dunque, e nessuna pronuncia ultra petita. Tre categorie di clausole Sul ricorso incidentale la Corte fissa il criterio per qualificare gli accordi di separazione. Distingue tre ipotesi, con tre regimi diversi. La prima riguarda le clausole che hanno la loro causa nella separazione e attuano i doveri di solidarietà coniugale, anche se realizzate con prestazioni atipiche. Sono il contenuto necessario dell’accordo. Possono essere superate dalla disciplina del divorzio, dopo un autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno. La seconda riguarda i negozi patrimoniali autonomi, che nella separazione trovano solo l’occasione e non la causa concreta. Qui il giudice del divorzio si ferma alla qualificazione della clausola, e il rapporto resta governato dall’autonomia privata e dai canoni ermeneutici degli artt. 1362 e seguenti c.c. La distinzione si compie guardando alla funzione concretamente perseguita dalle parti e non alla tipicità o atipicità della prestazione. La terza categoria riguarda le clausole necessarie ma prive di efficacia vincolante, perché nulle per illiceità della causa. Rientra qui la pattuizione con cui i coniugi pretendono di predeterminare l’assetto del futuro divorzio. Per la Corte il limite non nasce dal carattere patrimoniale dell’accordo, ma dalla sua idoneità a interferire con diritti indisponibili ai sensi dell’art. 160 c.c. e con il giudizio riservato al giudice. L’autonomia privata resta piena sugli interessi patrimoniali disponibili. Come la Corte ha applicato questi criteri La Corte d’appello, osserva la Cassazione, non ha trattato gli accordi del 2019 come un blocco inscindibile. Ha ricondotto al regolamento autonomo il recesso dalla società e la definizione dei rapporti societari, e ha considerato a parte il rapporto di lavoro. Ha escluso dalla propria cognizione il trasferimento del cinque per cento delle quote e la ripartizione del canone dell’immobile comune. Ha invece individuato nelle clausole 5, 7 e 8, nella parte sul mantenimento e sugli oneri fiscali connessi, una funzione unitaria di sostegno alla coniuge nella fase separativa. Quelle sono state ritenute superate dal divorzio. La clausola 13 non vincola il giudice. Può però essere valorizzata sul piano probatorio e indiziario, come fatto storico che concorre a ricostruire il contributo dato dalla richiedente alla vita comune. La Corte richiama sul punto l’utilità del ragionamento presuntivo e il principio di acquisizione probatoria, per cui le risultanze del processo appartengono al processo e sono utilizzabili. L’accertamento dell’assegno Quanto ai motivi del ricorso principale sul merito dell’assegno, la Cassazione richiama le Sezioni Unite n. 18287 del 2018. La comparazione delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi è il punto di partenza, ma una disparità significativa non basta da sola. Va messa in relazione con il contributo dato alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge, tenendo conto della durata del matrimonio e dell’età. La Corte d’appello ha
Mantenimento del figlio maggiorenne fuori sede: la madre può chiederlo per sé?

La Cassazione chiarisce quando il genitore convivente può chiedere l’assegno per il figlio adulto Una famiglia, un matrimonio celebrato nel gennaio 2001, due figlie. Nel giugno 2021 il marito promuove il giudizio di separazione. La primogenita diventerà maggiorenne pochi mesi dopo, a novembre 2021. Con l’ordinanza presidenziale dell’8 ottobre 2021 i genitori concordano l’affidamento condiviso delle due ragazze, che continuano a vivere con la madre. La casa familiare non viene assegnata, perché appartiene a una società amministrata dal padre. Il padre è tenuto a versare alla madre un contributo di 1.500 euro per ciascuna figlia, e alla moglie viene riconosciuto un assegno provvisorio di 2.500 euro mensili. Il 9 aprile 2024 il Tribunale pronuncia la sentenza definitiva. Addebita la separazione al marito, per la violazione del dovere di fedeltà, e respinge la domanda di addebito a carico della moglie. Conferma l’affidamento condiviso della figlia ancora minorenne e fissa a carico del padre un contributo di 2.500 euro per ciascuna figlia, da versare alla madre, per un totale di 5.000 euro mensili. Conferma inoltre l’assegno di 2.500 euro per la moglie. Il marito impugna la sentenza. Nel corso dell’appello la secondogenita compie diciotto anni e, a settembre 2024, lascia la casa materna per trasferirsi in un’altra città, dove frequenta la scuola. Interviene volontariamente nel giudizio chiedendo che l’assegno le sia versato direttamente dal padre, ma poi rinuncia all’intervento. Il padre modifica a sua volta le conclusioni: chiede di ridurre il contributo e di pagarlo direttamente alle figlie. La madre insiste per la conferma della sentenza di primo grado. La Corte d’appello decide il 10 febbraio 2025, con una pronuncia che stupisce entrambe le parti. Respinge le domande di addebito reciproche, quindi anche quella a carico del marito, che il Tribunale aveva accolto. Riduce a 800 euro l’assegno per la moglie. Soprattutto revoca, dalla data della pubblicazione, il contributo paterno per entrambe le figlie, pur essendo pacifico che nessuna delle due fosse economicamente autonoma. La madre ricorre allora per cassazione con dieci motivi. La Corte ha deciso con l’ordinanza della Prima Sezione civile, numero di raccolta generale 27140/2026, pubblicata il 18 ottobre 2026. La questione giuridica Il punto centrale riguarda la legittimazione ad agire della madre. In altre parole: quando un figlio è maggiorenne ma non ancora indipendente, chi può chiedere all’altro genitore il contributo al suo mantenimento? La Corte d’appello aveva sostenuto che la madre non avesse spiegato su quale fondamento chiedesse di ricevere «in prima persona» il contributo, e che mancasse la prova della sua legittimazione ad agire in nome e per conto delle figlie. Il quadro normativo L’art. 337-septies c.c. consente al giudice di disporre, in favore dei figli maggiorenni non indipendenti, il pagamento di un assegno periodico, da versare di regola direttamente all’avente diritto. L’art. 315-bis c.c. e l’art. 30 della Costituzione affermano il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. La Cassazione ricorda che tali norme non distinguono, salvo che per l’ascolto, tra figli minorenni e maggiorenni. Il compimento dei diciotto anni non fa dunque cessare l’obbligo di mantenimento. Questo prosegue fino all’indipendenza economica, entro limiti di ragionevolezza e di autoresponsabilità del figlio, che non può trasformarsi in un «parassitismo» a carico dei genitori. La Corte rileva anche che la lettura dell’art. 337-septies come norma che farebbe nascere il diritto solo con la decisione del giudice è rimasta isolata. La legittimazione del genitore convivente L’ordinanza richiama un orientamento che definisce costante. Se il figlio maggiorenne non ha ancora conseguito l’autonomia economica e non agisce in proprio, il genitore con cui convive e che anticipa le spese per il suo sostentamento è legittimato iure proprio a chiedere all’altro genitore l’assegno. Questa legittimazione non si sovrappone a quella del figlio, titolare del diritto al mantenimento: le due sono autonome e concorrenti. Se agisce il genitore convivente, non occorre integrare il contraddittorio nei confronti del figlio, perché la sua inerzia indica che non c’è conflitto con la posizione del genitore. La legittimazione resta ferma anche quando il figlio si allontana per ragioni di studio, a patto che la casa del genitore rimanga un punto di riferimento stabile e che questi continui a provvedere materialmente alle sue esigenze. La Corte distingue poi due piani. La legittimazione ad agire è una condizione dell’azione e si valuta sulla base di ciò che la parte afferma. La titolarità effettiva del diritto, che riguarda la fondatezza della domanda, appartiene invece al merito. Il difetto di legittimazione va esaminato per primo, perché, se accertato, elimina in radice ogni possibilità di proseguire l’azione. La Corte richiama sul punto le Sezioni Unite (Cass., sez. un., 8 marzo 2022, n. 7514, richiamata nell’ordinanza). La soluzione per le due figlie Per la secondogenita il ricorso è respinto. Era un dato pacifico che, almeno da settembre 2024, la ragazza avesse lasciato la casa materna, restituito le chiavi e trasferito la residenza in un’altra città. Cessata la convivenza, la madre non aveva più titolo per chiedere al padre l’assegno. La figlia, che aveva rinunciato all’intervento, non ha impugnato la decisione, e la Corte d’appello nulla ha detto sulla fondatezza della sua pretesa diretta verso il padre. Per la primogenita la Cassazione decide in senso opposto. Dagli atti risultava, senza contestazioni, che la ragazza convivesse con la madre nella casa presa in locazione dopo la separazione e che fosse una studentessa universitaria. Risultava anche che non avesse mai chiesto di ricevere l’assegno dal padre e che, sentita dal giudice, avesse espressamente preferito che fosse la madre a occuparsi delle sue necessità materiali. La Corte d’appello non aveva accertato alcuna cessazione della convivenza e non aveva rilevato alcun conflitto tra madre e figlia. I presupposti della legittimazione erano già stati allegati e accertati in primo grado, quindi nessun’altra spiegazione era dovuta. La revoca dell’assegno non era conforme ai principi richiamati. La Corte ha disposto il rinvio per un nuovo esame del merito, cioè dell’effettiva sussistenza dei presupposti del diritto, della sua fondatezza e del suo importo. L’addebito e l’assegno alla moglie Sul fronte dell’addebito, i motivi della ricorrente sono dichiarati
Fondo patrimoniale: protegge davvero i beni dai creditori?

Cosa protegge davvero il vincolo familiare, quali debiti restano esposti e perché l’atto notarile non basta Chi ha una casa, un’attività o un’esposizione verso le banche si imbatte prima o poi nel consiglio di «mettere tutto in fondo patrimoniale». Spesso viene presentato come la soluzione che rende il patrimonio di famiglia al riparo dai creditori. La realtà giuridica è molto più sfumata. Il fondo è uno strumento lecito e utile, ma la protezione che offre è limitata e condizionata, e chi lo costituisce senza conoscerne i limiti rischia di scoprirlo nel momento peggiore. Natura e funzione del fondo patrimoniale Gli artt. 167-171 c.c. consentono di destinare determinati beni ai bisogni della famiglia: immobili, mobili iscritti in pubblici registri e titoli di credito. Il fondo può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi con atto pubblico, oppure da un terzo, anche per testamento. Il fondo non è un soggetto giuridico autonomo e non è una cassaforte esterna al patrimonio dei coniugi. Si tratta di un vincolo di destinazione: i beni restano soggetti a regole particolari perché servono alla famiglia. Non è nemmeno una donazione ai figli. Il genitore che vincola un immobile non lo sta regalando alla prole, né sta regolando la propria successione. Come ogni vincolo, incide sul modo in cui il bene può essere gestito, venduto e aggredito dai creditori, ma non cambia di per sé chi ne è proprietario. I vantaggi effettivi: destinazione familiare e protezione selettiva Il cuore della disciplina è l’art. 170 c.c.: l’esecuzione sui beni del fondo e sui relativi frutti non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. In altri termini, la protezione richiede due condizioni distinte: il debito deve essere oggettivamente estraneo ai bisogni familiari, e il creditore deve averne conosciuto l’estraneità. Se manca anche una sola delle due, il pignoramento è possibile. Per bisogni della famiglia si intende molto più dello stretto indispensabile: rientrano le esigenze di mantenimento e di equilibrato sviluppo del nucleo familiare, compreso il potenziamento della capacità lavorativa. Restano fuori le spese voluttuarie o speculative. L’ampiezza di questa nozione spiega perché la tutela sia meno estesa di quanto lasci intendere certa pubblicità. I vantaggi reali sono dunque due. Il primo è l’imposizione ai beni di una destinazione familiare giuridicamente rilevante, utile anche a organizzare le risorse destinate al sostentamento della famiglia. Il secondo è la possibilità di opporre un limite all’esecuzione quando ricorrono tutte le condizioni dell’art. 170. C’è poi un terzo effetto: in presenza di figli minori, il fondo continua fino alla maggiore età dell’ultimo, anche dopo l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (art. 171 c.c.). La casa, però, non diventa intangibile per il solo fatto di essere stata inserita nel fondo. Debiti professionali e fideiussioni: la criticità centrale Per imprenditori, professionisti e garanti il problema si fa serio. L’origine imprenditoriale di un debito non risolve da sola la questione. Sarebbe sbagliato sostenere che tutti i debiti d’impresa siano estranei ai bisogni familiari, ma lo sarebbe altrettanto affermare che ogni debito professionale li soddisfi, solo perché dall’attività deriva il reddito di casa. Conta il collegamento concreto tra l’obbligazione e la funzione familiare. Nel caso di una fideiussione a favore di una società, non basta guardare alla qualità di garante o di socio. Bisogna considerare l’operazione garantita, la destinazione del finanziamento, il rapporto tra l’impresa e il nucleo familiare e ciò che il creditore poteva sapere. Il confine tra famiglia e gruppo imprenditoriale familiare, specie quando le società sono partecipate da figli maggiorenni economicamente autonomi, è tutt’altro che assestato, e la giurisprudenza continua a occuparsene. Pesa poi l’onere della prova. Chi invoca l’impignorabilità deve dimostrare la regolare costituzione del fondo, la sua opponibilità, l’estraneità del debito ai bisogni familiari e la conoscenza di tale estraneità da parte del creditore. Produrre l’atto notarile non è sufficiente. Conoscere l’esistenza del fondo, inoltre, non equivale a sapere che il debito è estraneo ai bisogni della famiglia: sono due oggetti di prova diversi. Pubblicità e ipoteche: perché il rogito non basta Un fondo validamente costituito non è automaticamente opponibile ai terzi. Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 21658 pubblicata il 13 ottobre 2009, hanno chiarito che per l’opponibilità è decisiva l’annotazione della convenzione a margine dell’atto di matrimonio. La sola trascrizione del vincolo sull’immobile non supplisce a quella mancanza. Su questo punto l’indirizzo è consolidato. Anche l’ipoteca incide sul fondo. Se i beni vincolati vengono validamente ipotecati, ai sensi dell’art. 169 c.c., il creditore ipotecario può farli espropriare per soddisfare il credito garantito, senza i limiti dell’art. 170. Chi concede una garanzia reale sul bene del fondo deve dunque sapere che ne sta riducendo in modo significativo la protezione. Nella pratica, verificare un fondo significa controllare l’annotazione, la sua data e la cronologia delle formalità pregiudizievoli, e non fermarsi al rogito. Revocatoria ed esecuzione diretta: il fondo non neutralizza i creditori La costituzione del fondo è un atto a titolo gratuito e può essere impugnata con l’azione revocatoria (art. 2901 c.c.), perché il vincolo può rendere più incerta la soddisfazione del credito. I presupposti dipendono dai tempi: se il fondo precede il sorgere del credito, occorre la dolosa preordinazione; se è successivo, rileva la consapevolezza del pregiudizio. Non basta, quindi, la formula semplificata secondo cui «si deve provare che il debitore voleva frodare». Esiste poi un percorso più rapido. L’art. 2929-bis c.c. permette al creditore munito di titolo esecutivo di procedere direttamente al pignoramento, senza una preventiva sentenza di inefficacia, quando l’atto gratuito è successivo al credito e ha per oggetto immobili o mobili registrati. Il pignoramento va trascritto entro un anno dalla trascrizione dell’atto. Trascorso quel termine non si ottiene però un’inattaccabilità generale e definitiva. Occorre dunque tenere distinti tre percorsi: l’esecuzione consentita perché non operano le condizioni dell’art. 170, la revocatoria del vincolo e l’esecuzione ai sensi dell’art. 2929-bis. Una preventiva revocatoria non è condizione di ogni pignoramento sui beni del fondo. Per questo il fondo
Assegno di mantenimento: obbligo inderogabile

La Cassazione ribadisce che disoccupazione generica e piccoli regali non escludono il reato di omesso versamento Un uomo viene condannato per non aver versato l’assegno mensile di seicento euro che il giudice civile aveva fissato nell’aprile del 2022 a favore dei figli minorenni, affidati alla madre dopo la separazione. L’omissione si protrae fino al dicembre del 2023. In questo periodo l’uomo non corrisponde nulla alla moglie separata, che si trova così in una condizione di grave bisogno. Nel processo penale l’imputato sostiene di essere disoccupato e di non avere alcuna possibilità economica di adempiere. Aggiunge di aver comunque provveduto, di volta in volta, all’acquisto di generi alimentari e di capi di abbigliamento per i bambini. Sostiene infine che ai minori i mezzi di sussistenza non siano mai mancati. Il Tribunale di Patti lo condanna con sentenza del 27 giugno 2025, riconoscendo la responsabilità per il reato di cui all’art. 570 c.p. e disponendo il risarcimento dei danni. La Corte di appello di Messina conferma la decisione l’11 marzo 2026. L’imputato ricorre allora per cassazione. La Sesta Sezione penale decide all’udienza del 22 settembre 2026 con la sentenza R.G.N. 19127/2026, depositata il 14 ottobre 2026, e dichiara il ricorso inammissibile. Le questioni portate davanti alla Corte Il ricorso si fonda su due motivi. Con il primo il ricorrente lamenta che i giudici di merito non abbiano valutato la sua assoluta impossibilità economica di pagare, anche perché disoccupato. Sostiene inoltre che essi abbiano travisato alcune risultanze probatorie e che abbiano ritenuto provato l’inadempimento sulle sole dichiarazioni della parte civile. Con il secondo motivo contesta la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis c.p., e il mancato esame dei criteri dell’art. 133 c.p., che guidano il giudice nel valutare la gravità del reato. Il ricorrente richiama l’assenza di dolo, le modalità della condotta, l’esiguità del danno e l’occasionalità della violazione. L’impossibilità di adempiere: chi deve provarla La Corte osserva anzitutto che la sentenza impugnata ha esaminato in modo completo e coerente le circostanze indicate dalla difesa, pur generiche e prive di documentazione. Richiama poi il proprio orientamento: chi invoca l’impossibilità di pagare deve dimostrare una situazione oggettiva, assoluta, duratura e non imputabile a sua colpa. La semplice condizione di disoccupazione non è sufficiente. L’obbligato deve allegare, cioè indicare e documentare, gli elementi da cui risulti che non poteva pagare e che non era in grado di trovare comunque un’occupazione, nemmeno saltuaria. Nel caso esaminato, l’imputato era abile al lavoro e in condizioni di salute idonee. Per giunta, la condizione di disoccupazione era stata smentita dalla sua attuale compagna, che aveva riferito di un esercizio saltuario dell’attività di elettricista. Lo stesso imputato, inoltre, non aveva mai chiesto al giudice civile di ridurre o eliminare l’assegno. In altri termini, chi ritiene di non poter più sostenere l’obbligo ha a disposizione uno strumento legale per far rivedere la misura dell’assegno. Non pagare e basta, per anni, è cosa diversa. Regali e spesa non sostituiscono l’assegno La Corte esclude che l’obbligo di mantenimento possa essere aggirato con piccoli regali o con l’acquisto occasionale di generi alimentari. Questi comportamenti, afferma, non riducono l’offensività dell’illecito penale. Esprimono anzi una precisa e ostinata volontà di non versare alla madre quanto dovuto per i figli, secondo quanto stabilito dall’autorità giudiziaria. L’assegno ha una funzione precisa: assicurare ai figli un sostegno regolare, prevedibile e quantificato dal giudice. Nessun genitore può sostituirlo di sua iniziativa con forme di aiuto scelte a proprio piacimento. Lo stato di bisogno del minore è presunto Il passaggio più rilevante riguarda l’argomento secondo cui ai figli i mezzi di sussistenza non sarebbero mancati. La Corte lo respinge con una motivazione netta. Un minorenne non è in grado di provvedere a sé stesso in modo autonomo e il suo stato di bisogno è quindi in re ipsa, cioè insito nella sua stessa condizione. Per questo è indifferente dimostrare se, in concreto, il bambino abbia sofferto privazioni. Ne deriva che il genitore che non corrisponde quanto dovuto commette sempre il reato dell’art. 570 c.p., perché viola anche il precetto dell’art. 30, primo comma, della Costituzione, che attribuisce ai genitori il dovere e il diritto di mantenere, istruire ed educare i figli. La tenuità del fatto non si applica ai reiterati inadempimenti Quanto al secondo motivo, la Corte lo ritiene manifestamente infondato. L’art. 131-bis c.p. consente di non punire chi abbia commesso un reato di particolare tenuità, cioè con offesa minima e comportamento non abituale. Nel caso in esame l’inadempimento è stato totale e protratto per oltre un anno e mezzo. In assenza di elementi che indichino occasionalità, il reato si caratterizza per il progressivo aggravarsi della lesione del bene tutelato, che cresce a ogni mese di mancato pagamento. Per questa ragione resta fuori dall’ambito di applicazione della causa di non punibilità. La Corte aggiunge che ciò vale soprattutto quando è coinvolto, come qui, il best interest of the child, principio immanente nell’ordinamento interno, richiamando gli artt. 2 e 30 Cost. e l’art. 315-bis c.c., oltre che in quello internazionale. La decisione Il ricorso è dichiarato inammissibile perché ripete argomenti già esaminati dalla sentenza impugnata ed è comunque manifestamente infondato. In applicazione dell’art. 616 c.p.p., il ricorrente è condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. La Corte dispone infine la trasmissione della sentenza al Tribunale civile di Patti, ai sensi dell’art. 64-bis disp. att. c.p.p., perché ne tenga conto nel giudizio civile. Che cosa significa in concreto Per il genitore obbligato, la lezione è pratica. Se la situazione economica peggiora in modo serio, occorre rivolgersi senza indugio al giudice civile per chiedere la modifica delle condizioni. L’assegno resta dovuto nella misura stabilita finché il giudice non decide diversamente. Attendere, o decidere da soli quanto e come contribuire, espone al rischio di una condanna penale. Chi invoca la disoccupazione deve inoltre poter dimostrare ricerche di lavoro, assenza di redditi, anche occasionali, e uno stato di salute incompatibile con qualsiasi attività. Per il genitore che
Fidanzamento: quali obblighi?

Promessa di matrimonio, doni e contributi economici: cosa prevede la legge tra fidanzati Il fidanzamento è comunemente considerato una condizione di fatto, priva di rilievo giuridico. In realtà l’ordinamento gli attribuisce conseguenze precise, e il tema è tornato d’attualità con l’ordinanza della Corte di cassazione, Sezione III civile, n. 5497 di raccolta generale, pubblicata l’11 marzo 2026. Alla luce della decisione della Suprema Corte, conviene interrogarsi su cosa è, giuridicamente, il fidanzamento, e su quale sorte subiscono tutti i contributi economici versati in vista di una futura vita in comune. La questione: il fidanzamento crea obblighi? La domanda è se due persone che si promettono di sposarsi assumano obblighi reciproci e quali. Il codice civile non impone ai fidanzati i doveri del matrimonio, come fedeltà, assistenza o contribuzione ai bisogni della famiglia. Dedica però alla promessa di matrimonio tre norme, che ne disegnano un regime limitato ma concreto. Il quadro normativo: gli articoli 79, 80 e 81 del codice civile L’art. 79 c.c. stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a sposarsi né a eseguire ciò che le parti avessero convenuto per il caso di inadempimento. In altri termini, nessuno può essere costretto alle nozze, e nessuno può validamente promettere una penale o una somma per il caso in cui il matrimonio salti. Una clausola di questo tipo non produce effetti. L’art. 80 c.c. disciplina la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, quando il matrimonio non viene celebrato. La domanda deve essere proposta entro un anno dal rifiuto di celebrare le nozze o dalla morte di uno dei promessi sposi. L’art. 81 c.c. prevede il risarcimento del danno nei confronti di chi rifiuta di mantenere la promessa senza un giustificato motivo. L’obbligo riguarda le spese sostenute e le obbligazioni contratte a causa della promessa, ed è contenuto entro i limiti in cui queste corrispondono alla condizione delle parti. Anche questa domanda va proposta entro un anno dal rifiuto. La norma richiede inoltre che la promessa sia reciproca e rivesta una forma qualificata: atto pubblico, scrittura privata oppure richiesta di pubblicazione. Gli obblighi che i fidanzati possono assumersi Dal sistema emerge un’indicazione netta. I fidanzati non sono vincolati a sposarsi, ma rispondono delle conseguenze economiche della rottura quando questa avviene senza giustificato motivo, oppure quando è stata causata da un loro comportamento colpevole. Il risarcimento, però, non copre il mancato matrimonio: ristora soltanto le spese e gli impegni assunti in funzione di esso, come l’organizzazione della cerimonia, l’acquisto dell’arredo o gli impegni per la casa comune. I contributi economici: oltre gli articoli 79-81 L’ordinanza n. 5497 del 2026 evidenzia un punto di grande rilievo pratico: il fidanzamento non esaurisce il campo dei rapporti patrimoniali tra futuri coniugi. Spesso uno dei due versa somme di denaro, o acquista beni in capo all’altro, in vista della futura famiglia, e la rottura lascia aperta la questione di cosa ne sia di quei contributi. E’ ragionevole dedurre, quindi, che si va delineando un avvicinamento tra la disciplina del fidanzamento, della promessa di matrimonio e della convivenza prematrimoniale, da un lato, e le questioni conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla fine di un’unione di fatto, dall’altro. Per tutte queste situazioni deve farsi riferimento agli strumenti ordinari del diritto comune delle obbligazioni, fra cui la ripetizione dell’indebito e l’arricchimento ingiustificato, osservando che anche altri ordinamenti, con strumenti tecnici diversi, giungono a soluzioni analoghe. Sullo sfondo della questione si pongono poi le norme in materia di obbligazioni naturali tra conviventi di fatto, a conferma di quanto sia articolato il confine tra doveri morali e obblighi giuridicamente azionabili. Va detto che la Suprema Corte aveva avuto già modo di pronunciarsi sul tema con una pronuncia precedente, la Cass. civ. n. 29980 di raccolta generale, pubblicata il 25 ottobre 2021. In quel caso la Corte ricondusse alla donazione indiretta l’ipotesi del pagamento, da parte del futuro sposo, del prezzo di un immobile acquistato dalla sola futura sposa in vista della costituenda famiglia. Il commentatore osserva che la qualificazione adottata nel 2021 differisce da quella che egli prospetta per casi di questo genere. La questione della natura giuridica di tali attribuzioni, dunque, non è pacifica, e da essa dipende la possibilità di recuperare quanto versato. La prova della promessa Un profilo spesso trascurato riguarda la prova. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione a marzo del 2026 la promessa risultava soltanto da prova orale, inammissibile perché eccedente il limite di valore previsto dall’art. 2721 c.c. per la prova testimoniale dei contratti. Tuttavia la parte interessata non aveva eccepito tempestivamente l’inammissibilità, cioè al momento dell’assunzione della prova o nella prima difesa successiva, e l’inammissibilità risultava perciò sanata. L’ordinanza richiama in proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. civ. n. 3959 di raccolta generale, pubblicata il 13 marzo 2012, da Cass. civ. n. 3956, pubblicata il 19 febbraio 2018, e da Cass. civ. n. 18971, pubblicata il 13 giugno 2022. Sulla portata dell’onere probatorio nell’azione fondata sull’art. 81 c.c. può essere ricordata anche la pronuncia Cass. civ. n. 9052 di raccolta generale, pubblicata il 15 aprile 2010. Le implicazioni pratiche Per chi è fidanzato, e magari sta per affrontare spese importanti, le conseguenze sono concrete. Chi intende sostenere costi rilevanti in vista del matrimonio, o contribuire all’acquisto di un bene intestato al partner, farebbe bene a documentare per iscritto la natura dell’attribuzione: un dono, un prestito, un contributo alla futura vita familiare. Una prova solo testimoniale, oltre i limiti di valore, espone al rischio di inammissibilità, e il fatto che la controparte possa non eccepirla non è una garanzia su cui fare affidamento. Chi riceve doni o somme dovrebbe sapere che, se il matrimonio non si celebra, la restituzione dei doni può essere chiesta nel termine di un anno. Per i professionisti che assistono le coppie, come notai e consulenti, la lezione è altrettanto chiara: le attribuzioni patrimoniali tra futuri coniugi vanno qualificate con cura fin dall’inizio, perché la qualificazione determina i rimedi disponibili. Conclusione Il fidanzamento non obbliga a sposarsi, ma non è giuridicamente neutro. Le norme
Amministrazione di sostegno e disabilità fisica: quando la volontà del beneficiando prevale

La Cassazione ribadisce che la misura non può sostituirsi alle scelte di chi conserva lucidità e capacità di autodeterminarsi Un uomo affetto da gravi patologie neurologiche e cardiologiche viene indicato dal figlio come persona non più in grado di provvedere autonomamente ai propri interessi. Il figlio chiede quindi al giudice tutelare l’apertura di un’amministrazione di sostegno in favore del padre. Nel procedimento si costituisce un altro familiare, opponendosi alla domanda, mentre altri soggetti coinvolti nel contraddittorio restano contumaci. Il giudice tutelare, dopo aver proceduto all’esame personale del beneficiando e disposto una consulenza tecnica d’ufficio, respinge il ricorso. Il provvedimento viene impugnato con reclamo, ma il Tribunale, in composizione collegiale, conferma il rigetto: valorizza l’esito dell’audizione personale, le conclusioni della CTU e la volontà espressamente contraria manifestata dall’interessato, rilevando che non sono emersi elementi idonei a dimostrare la sua incapacità di curare i propri interessi. Il figlio propone allora ricorso per cassazione, affidato a più motivi, sostenendo in sostanza che il giudice di merito avrebbe attribuito un peso decisivo alla lucidità e alla volontà del padre, trascurando la circostanza che le sue menomazioni fossero di natura esclusivamente fisica, e avrebbe omesso di valutare adeguatamente la documentazione medica prodotta, in particolare il riconoscimento dell’invalidità civile al cento per cento e dello stato di handicap grave da parte della commissione medica dell’INPS. La questione giuridica Il caso pone un interrogativo che ricorre con frequenza nella prassi: può la sola presenza di una grave disabilità fisica, accertata anche in sede previdenziale, giustificare l’apertura di un’amministrazione di sostegno, quando la persona interessata conserva piena lucidità mentale e manifesta una volontà contraria alla misura? E quale valore deve attribuire il giudice alla documentazione sanitaria prodotta dalla parte istante rispetto agli esiti dell’audizione personale e della consulenza tecnica? L’istituto dell’amministrazione di sostegno, disciplinato dall’art. 404 del codice civile, nasce per offrire una tutela flessibile a chi si trovi, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi. Proprio la sua flessibilità, tuttavia, impone al giudice un accertamento rigoroso: la misura non può essere applicata in modo automatico ogni volta che sussista una condizione di fragilità, ma richiede una valutazione in concreto dell’effettiva incidenza di tale condizione sulla capacità della persona di autodeterminarsi. Il principio affermato dalla Corte Con l’ordinanza n. 25747 del 2026, pubblicata il 23 settembre 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione respinge il ricorso, ribadendo un orientamento ormai consolidato. La Corte richiama anzitutto il principio secondo cui il discrimine tra amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione non risiede nel diverso grado di infermità o di incapacità della persona, bensì nella concreta idoneità dello strumento a soddisfare le esigenze di protezione dell’interessato, tenuto conto della flessibilità della misura e della possibilità di modularne il contenuto sul caso specifico. Nella medesima prospettiva, la misura non è diretta a sostituire la persona fragile nelle sue scelte di vita, né a fornire una tutela patrimoniale richiesta dai familiari, ma a garantirne il benessere e il miglior soddisfacimento dei bisogni effettivi, nel rispetto del principio di autodeterminazione sancito dagli articoli 2 e 13 della Costituzione e dall’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Da qui discende, secondo la Corte, che l’accertamento dei presupposti dell’amministrazione di sostegno deve essere condotto in modo specifico e circostanziato, verificando se le esigenze di protezione possano essere soddisfatte mediante strumenti alternativi e meno invasivi, quali un sistema di deleghe o un’adeguata rete familiare e sociale di supporto. Il beneficiario conserva uno spazio di autodeterminazione incomprimibile, e la sua volontà, quando provenga da soggetto lucido e consapevole, deve essere tenuta in particolare considerazione dal giudice, che può discostarsene soltanto quando ciò sia necessario per proteggere i suoi interessi. Tale rispetto assume un rilievo ancora maggiore quando le limitazioni riguardino prevalentemente il piano fisico, senza essere accompagnate da una compromissione delle capacità intellettive e decisionali. La giurisprudenza esclude infatti qualsiasi automatismo tra condizione invalidante e applicazione della misura: occorre sempre verificare se e in che misura la menomazione incida davvero sulla capacità della persona di curare i propri interessi. La valutazione dei motivi di ricorso Applicando questi criteri al caso concreto, la Corte ritiene che il Tribunale abbia correttamente valorizzato l’esito dell’audizione personale, nel corso della quale il beneficiando aveva manifestato in modo chiaro la propria opposizione alla misura, unitamente alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che avevano escluso deficit cognitivi e attestato la conservazione della capacità di giudizio e di autodeterminazione. Quanto alla documentazione della commissione medica INPS, la Cassazione precisa che essa non costituisce un fatto storico decisivo ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, del codice di procedura civile, ma un semplice elemento probatorio. Il vizio di omesso esame, ricorda la Corte richiamando un principio già affermato dalle Sezioni Unite, riguarda esclusivamente un fatto storico che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, e non può essere invocato per contestare la valutazione o il diverso peso attribuito dal giudice di merito ai singoli mezzi di prova: individuare le fonti del proprio convincimento e scegliere tra le risultanze istruttorie quelle più idonee rientra nella discrezionalità del giudice di merito, mentre alla Corte di legittimità spetta solo il controllo di correttezza logica e giuridica di tale valutazione. Nel caso specifico, peraltro, la parte ricorrente non aveva neppure chiarito quale fosse il concreto contenuto del verbale INPS né in che modo la relativa condizione incidesse sulla capacità del beneficiando di provvedere ai propri interessi. La Corte enuncia infine un principio di particolare interesse pratico: quando una persona compos mentis si trovi in una condizione di inabilità fisica, la necessità di assistenza materiale, pur accertata, non può di per sé fondare la nomina di un amministratore di sostegno, poiché rientra nella sfera di autodeterminazione del soggetto decidere come provvedervi, ad esempio assumendo personale domestico, secondo una valutazione personale che, se lucida e consapevole, non può essere sindacata dal giudice. La mera allegazione del riconoscimento dell’invalidità civile al cento per cento, dello stato di handicap grave e della necessità
Mantenimento e utili non distribuiti: quando i profitti della società “aumentano” il reddito del coniuge separato

La Cassazione conferma: gli utili non distribuiti delle società partecipate dal coniuge obbligato concorrono a determinare l’assegno di mantenimento, anche se non sono mai entrati nelle sue tasche. Una separazione coniugale, dopo circa diciannove anni di matrimonio, approda in Corte d’Appello a Venezia per la sola questione della misura degli assegni di mantenimento riconosciuti dal Tribunale di Treviso. La Corte territoriale, sulla base di una consulenza tecnica che aveva ricostruito la situazione economica di entrambi i coniugi negli anni precedenti alla separazione, rileva una significativa disparità economica a svantaggio della moglie e rideterminate al rialzo gli importi: 1.500 euro mensili a titolo di mantenimento per la moglie e altrettanti quale contributo per il mantenimento della figlia minore, allora quasi sedicenne, collocata prevalentemente presso la madre. Il perito d’ufficio aveva evidenziato come il marito, titolare di una partecipazione dell’80% in una società, percepisse retribuzioni mensili consistenti, ai quali si aggiungevano canoni di locazione per un immobile di proprietà e, soprattutto, utili non distribuiti dalla società partecipata. La moglie, per contro, disponeva di un reddito da lavoro dipendente sensibilmente inferiore, gravato peraltro dalla rata di un mutuo per l’abitazione. Su queste basi la Corte d’Appello aveva ritenuto che il tenore di vita elevato goduto dalla famiglia in costanza di convivenza dovesse essere, per quanto possibile, preservato in capo alla moglie e alla figlia. Il marito ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione con sei distinti motivi di ricorso, contestando tra l’altro la decorrenza retroattiva degli aumenti, l’inclusione nel proprio reddito di utili societari non distribuiti e di beni non nella sua diretta disponibilità, i criteri di ripartizione del mantenimento della figlia, la valutazione del tenore di vita familiare e la ricostruzione del reddito della moglie, oltre alla condanna alle spese di lite. La Prima Sezione Civile, con l’ordinanza n. 24776, pubblicata il 26 agosto 2026, ha rigettato integralmente il ricorso. Il rilievo attribuito agli utili non distribuiti Il cuore della pronuncia, e il profilo di maggiore interesse pratico, riguarda il secondo motivo di ricorso, con cui si contestava che la Corte territoriale avesse considerato, ai fini della determinazione del mantenimento, gli utili non distribuiti realizzati dalla società di cui il ricorrente era socio all’80%, oltre a cespiti asseritamente non produttivi di reddito attuale. La Cassazione ribadisce un principio già consolidato nella propria giurisprudenza: il coniuge separato obbligato al versamento del mantenimento non può pretendere l’esclusione, dalla base di calcolo, degli utili non distribuiti dalla società partecipata. I risultati economici positivi realizzati dalla società, ancorché non tradotti in dividendi effettivamente percepiti, rientrano legittimamente nella valutazione comparativa che il giudice della separazione è chiamato a compiere per fissare l’obbligo di mantenimento e la sua esatta misura. La ratio è evidente: la capacità economica di chi controlla una società, specie con una quota di maggioranza così ampia come l’80%, non si esaurisce nel reddito formalmente percepito, ma comprende anche la ricchezza prodotta e trattenuta all’interno della compagine sociale, di cui il socio di controllo può normalmente disporre secondo le proprie scelte di gestione. Sotto un diverso profilo, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello avesse sovrastimato la propria forza economica, includendo cespiti non produttivi o riferibili a soggetti terzi. Su questo punto specifico la Cassazione dichiara il motivo inammissibile, perché si risolve in una critica all’accertamento di fatto sui redditi delle parti, compito riservato al giudice di merito e sottratto al sindacato di legittimità quando la motivazione sia idonea a rivelare l’iter logico seguito, secondo la lettura ormai consolidata dell’articolo 360, primo comma, numero 5, del codice di procedura civile, fissata dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 8053 del 2014. Nel caso specifico, la Corte territoriale aveva ricostruito con puntualità la posizione reddituale complessiva del marito: retribuzioni mensili pari a circa 5.044,58 euro, canoni di locazione per circa 700 euro mensili derivanti da un immobile di proprietà, e appunto gli utili non distribuiti della società partecipata all’80%, a fronte di un’esposizione debitoria residua per un prestito personale. Questo quadro, unitamente al riscontro di una capacità di spesa della famiglia rimasta costantemente elevata negli anni precedenti alla separazione (la Cassazione richiama, tra gli indici sintomatici valorizzati in sentenza, persino l’acquisto di un’autovettura di fascia alta), ha permesso alla Corte di merito di affermare, con motivazione ritenuta ampiamente sufficiente, la sussistenza di un tenore di vita agiato da preservare, nei limiti del possibile, in favore della moglie e della figlia. Gli altri principi affermati dall’ordinanza L’ordinanza offre l’occasione per ribadire ulteriori principi di rilievo pratico. Quanto alla decorrenza degli aumenti dell’assegno, la Corte conferma l’orientamento secondo cui la decorrenza dalla domanda giudiziale attiene all’an debeatur, mentre la diversa quantificazione operata in appello, se fondata sulla rivalutazione dei medesimi elementi fattuali già esistenti sin dall’origine e non su una sopravvenuta modificazione della situazione patrimoniale dell’obbligato, retroagisce anch’essa alla data della domanda, richiamando in proposito il principio ricordato da Cassazione, Sezioni Unite, n. 32914 del 2022. I provvedimenti presidenziali adottati ai sensi dell’articolo 708 del codice di procedura civile hanno infatti natura meramente interinale e non precludono che la sentenza definitiva integri, con effetto ex tunc, l’importo dell’assegno. Quanto al contributo per il mantenimento della figlia minore, la Cassazione conferma che il criterio della collocazione prevalente presso un genitore, unito alla diversa capacità economica dei genitori, giustifica legittimamente un onere proporzionalmente maggiore a carico del genitore più abbiente, in applicazione dell’articolo 337-ter, comma quarto, del codice civile. Infine, quanto al criterio del tenore di vita, l’ordinanza ribadisce che esso va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, comprensivo delle potenzialità reddituali, della capacità di spesa e delle prospettive future, richiamando precedenti risalenti ma mai superati. Implicazioni pratiche La pronuncia ha ricadute concrete significative per tutti coloro che, in sede di separazione o divorzio, sono titolari di partecipazioni societarie rilevanti. Chi detiene quote di controllo in una società non può limitarsi a dichiarare il proprio reddito personale formalmente percepito per contenere l’assegno di mantenimento: il giudice può legittimamente guardare “oltre lo schermo societario” e valorizzare anche
Maltrattamenti in famiglia: le chat familiari e il racconto del minore alla psicologa scolastica possono fondare la condanna?

La Cassazione chiarisce il valore probatorio degli screenshot e delle dichiarazioni indirette raccolte a scuola, ma corregge il calcolo della recidiva Con la sentenza n. 32437/2026, depositata il 31 agosto 2026, la Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione è tornata a occuparsi di un tema delicato e ricorrente nella prassi giudiziaria: quali prove possono legittimamente fondare una condanna per maltrattamenti in famiglia quando la persona offesa è un minore coinvolto in un contesto di separazione conflittuale tra i genitori. La vicenda trae origine da una relazione di coppia interrotta da anni di conflittualità crescente. Dopo un periodo di allontanamento e un successivo ritorno in Italia della madre, quest’ultima abbandona nuovamente la casa familiare, denunciando il compagno; la figlia minore, nata nel 2006, resta invece a vivere con il padre. È proprio in questo torno di tempo, a cavallo della separazione tra i genitori, che si collocano i fatti oggetto di imputazione: ripetuti episodi di ingiurie, scatti d’ira con atti di violenza reale, un linguaggio volgare rivolto alla figlia, manifestazioni di disprezzo e trascuratezza nella cura della minore, che avrebbero determinato in quest’ultima un grave stato di prostrazione psicologica, sfociato anche in condotte autolesionistiche. Il Tribunale di Monza condanna l’imputato per maltrattamenti sia in danno della compagna sia della figlia. La Corte d’appello di Milano riforma parzialmente la decisione, assolvendo dall’accusa relativa alla compagna ma confermando la responsabilità per i fatti commessi ai danni della minore, con conseguente rideterminazione della pena. Contro questa sentenza l’imputato propone ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi. La questione giuridica: quali prove possono fondare la condanna? Il cuore del ricorso riguarda l’utilizzabilità e l’affidabilità di due categorie di prove che, nella pratica dei processi per maltrattamenti in famiglia, ricorrono con crescente frequenza: da un lato la relazione redatta da una psicologa scolastica sulla base dei colloqui avuti con la minore, dall’altro gli screenshot di conversazioni scambiate su un’applicazione di messaggistica tra i componenti del nucleo familiare. A questi si aggiungono le censure relative alla motivazione sulla sussistenza del reato e, infine, un motivo relativo al trattamento sanzionatorio. Le dichiarazioni della minore raccolte dalla psicologa scolastica: documento o testimonianza indiretta? Il primo motivo di ricorso lamentava la violazione dell’art. 195 del codice di procedura penale, norma che disciplina l’utilizzabilità della testimonianza indiretta, sostenendo che le dichiarazioni della minore, per come riportate nella relazione della psicologa dello sportello di ascolto scolastico, non potessero essere valorizzate perché non raccolte direttamente dal giudice. La Cassazione respinge la censura richiamando un proprio consolidato orientamento, secondo cui il documento che riproduce dichiarazioni altrui, unitamente ad altri dati, costituisce prova documentale ai sensi dell’art. 234 c.p.p. e non muta la propria natura giuridica per il solo fatto di contenere un racconto reso da un terzo. In altri termini: la relazione della psicologa non è una testimonianza indiretta soggetta ai limiti dell’art. 195 c.p.p., ma un documento liberamente valutabile dal giudice, tanto più che era stata acquisita al fascicolo del dibattimento con il consenso delle parti, circostanza che esclude in radice qualunque ipotesi di inutilizzabilità patologica. La Corte aggiunge un rilievo di segno pratico, destinato a orientare la prassi degli operatori scolastici e sanitari: le garanzie previste dalla c.d. Carta di Noto, pensate per chi raccoglie la testimonianza di un minore a fini di prova, non si applicano nello stesso modo a un contesto — come quello di uno sportello di ascolto scolastico — orientato non alla raccolta della prova ma al supporto psicologico del minore in difficoltà. La loro eventuale inosservanza, peraltro, non determina comunque l’inutilizzabilità della deposizione, ma impone al giudice di motivare sull’attendibilità della dichiarazione raccolta al di fuori di quelle metodiche. Gli screenshot delle chat familiari: quando sono utilizzabili in giudizio? Il secondo motivo investiva l’utilizzabilità degli screenshot delle conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda, ritenuti dal ricorrente privi di ogni garanzia di genuinità e acquisiti in violazione della disciplina sul documento informatico e sul sequestro della corrispondenza. La Cassazione respinge anche questa censura. Lo screenshot di un messaggio scambiato su un’applicazione di messaggistica, spiega la Corte, altro non è che la fotografia di quanto raffigurato sul display del dispositivo: un documento ai sensi dell’art. 234 c.p.p., non soggetto alle regole del codice dell’amministrazione digitale pensate per tutelare l’integrità di ben altri dati informatici. E anche a volerlo qualificare come corrispondenza, soggetta alla più stringente disciplina dell’art. 254 c.p.p., il principio ribadito dalla Corte è che l’acquisizione di screenshot forniti agli inquirenti da uno dei conversanti non richiede il provvedimento di sequestro del pubblico ministero, perché si tratta di una conversazione a cui lo stesso conversante ha partecipato e di corrispondenza ormai pervenuta, non più in transito. Quanto poi alla possibile manipolazione dei messaggi, la Cassazione osserva che la relativa contestazione non era stata sollevata in appello e che, in ogni caso, restava formulata in termini meramente ipotetici, privi di qualsiasi riscontro nel testo delle sentenze di merito. La valutazione della credibilità della minore e il ruolo dei riscontri Il terzo motivo censurava la motivazione sulla sussistenza del reato, evidenziando che la minore, dopo un primo racconto più marcatamente accusatorio, aveva in seguito ridimensionato le proprie dichiarazioni. Secondo la Cassazione, i giudici di merito hanno dato adeguatamente conto di questa evoluzione, collegandola anche a pressioni esercitate dal genitore, senza tuttavia ignorarla: hanno anzi valorizzato il fatto che, pur ridimensionando gli addebiti, la minore non avesse mai smentito la natura violenta e prevaricatrice del comportamento paterno. A ciò si aggiungono riscontri esterni convergenti: le dichiarazioni del personale scolastico, quelle della madre, il contenuto delle chat, i segni di autolesionismo osservati dalla psicologa, nonché le stesse dichiarazioni spontanee dell’imputato, che aveva ammesso il clima conflittuale e alcuni degli episodi contestati. Un quadro probatorio che, secondo la Corte, sorregge una motivazione tutt’altro che illogica, tanto più trattandosi di doppia conforme tra primo e secondo grado. Il correttivo sulla recidiva: l’affidamento in prova al servizio sociale L’unico motivo accolto riguarda il trattamento sanzionatorio, e in particolare il riconoscimento della recidiva. I giudici di merito avevano infatti trascurato che le condanne
Intestare beni al coniuge: patto fiduciario, donazione indiretta o dovere di contribuzione familiare?

Il Tribunale di Milano fissa i confini Una vicenda giudiziaria decisa dal Tribunale di Milano (sentenza del 22 giugno 2026, R.G. n. 20305/2024) offre lo spunto per fare chiarezza su un tema che ricorre con frequenza nelle crisi matrimoniali: la sorte dei beni intestati a uno dei coniugi durante il matrimonio, quando l’altro sostenga di averne finanziato l’acquisto o la costituzione con l’intesa, mai messa per iscritto, di riaverli indietro in caso di necessità. Il caso riguardava una coppia sposata in regime di separazione dei beni, trasferitasi in Italia per motivi professionali. Nel corso degli anni il marito, affermatosi professionalmente fino a diventare partner di una struttura legale, avrebbe intestato alla moglie, secondo la propria ricostruzione, due polizze assicurative, un immobile a Milano, un immobile in Sudafrica e una somma di oltre trecentomila euro, con l’intento dichiarato di sottrarre il proprio patrimonio a eventuali azioni di responsabilità professionale. Cessata l’unione, l’uomo ha agito in giudizio chiedendo il ritrasferimento di tutti quei beni, sostenendo l’esistenza di un patto fiduciario orale risalente al 2008. La moglie, dal canto suo, ha negato qualunque intesa fiduciaria, sostenendo che le attribuzioni patrimoniali le fossero state fatte a titolo di compensazione per le rinunce professionali affrontate per la cura dei figli, e comunque in adempimento dei doveri di contribuzione ai bisogni della famiglia. La questione giuridica: patto fiduciario, donazione o dovere coniugale? Il nodo che il Tribunale è stato chiamato a sciogliere è tipico delle controversie post-matrimoniali: distinguere tra tre fattispecie giuridiche profondamente diverse quanto agli effetti. Se le attribuzioni derivano da un patto fiduciario, il coniuge che ha fornito la provvista ha diritto a ottenere la restituzione integrale del bene o del suo valore. Se, invece, si tratta di donazione indiretta di un immobile, la restituzione può riguardare al più la quota corrispondente a quanto effettivamente versato per l’acquisto, e solo in presenza di determinati presupposti di nullità o revocabilità. Se, infine, le attribuzioni integrano l’adempimento del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia previsto dall’art. 143 c.c., esse sono senz’altro irripetibili, perché sorrette da una causa giuridica autonoma. Il negozio fiduciario e il problema della forma Il Tribunale ricostruisce anzitutto la figura del negozio fiduciario, definendolo come lo strumento con cui un soggetto, il fiduciante, affida a un altro, il fiduciario, la titolarità o la gestione di un bene per il perseguimento di finalità specifiche, con obbligo di ritrasferimento. Si tratta di una figura che nella prassi assume forme molto diverse: può realizzarsi mediante trasferimento diretto dal fiduciante al fiduciario, oppure mediante l’acquisto compiuto dal fiduciario in nome proprio ma con denaro fornito dal fiduciante, come appunto sostenuto dall’attore in questo giudizio. Un punto storicamente controverso riguarda la forma di questi accordi quando abbiano ad oggetto beni immobili. Per lungo tempo la giurisprudenza ha assimilato il patto fiduciario al contratto preliminare, richiedendo quindi la forma scritta ad substantiam. Le Sezioni Unite n. 6459 del 2020 hanno superato questa impostazione, ricondotto il fenomeno allo schema del mandato senza rappresentanza e affermato il principio di libertà delle forme: il pactum fiduciae, trattandosi di atto meramente interno tra le parti, non richiede la forma scritta. Ne discende, tuttavia, un problema pratico rilevante: in assenza di un documento scritto, il patto fiduciario deve essere provato attraverso testimoni o presunzioni, con tutte le difficoltà che questo comporta. Perché il patto fiduciario non è stato ritenuto provato È proprio sul terreno della prova che la domanda principale dell’attore è naufragata. Il Tribunale ha innanzitutto escluso la prova per testimoni, poiché i capitoli di prova articolati erano diretti a raccogliere dichiarazioni de relato actoris, cioè informazioni riferite dai testimoni per averle apprese dallo stesso attore, con un valore probatorio sostanzialmente nullo. Quanto alla prova presuntiva, il giudice ha valorizzato una serie di elementi di segno contrario. In primo luogo, l’allegazione del patto è apparsa generica: l’attore ha collocato l’accordo genericamente nel 2008, senza precisare tempi e modalità di esecuzione, pur riferendolo a beni intestati alla moglie in anni diversi, fino al 2019. In secondo luogo, la finalità protettiva dichiarata risultava incoerente con la condotta patrimoniale complessiva dell’attore, che ha continuato a mantenere a proprio nome numerose altre polizze, conti correnti e depositi titoli: se l’obiettivo fosse stato davvero sottrarre il patrimonio a rischi professionali, sarebbe stato logico intestare alla moglie la maggior parte, e non solo una porzione, dei propri averi. In terzo luogo, gli strumenti scelti – polizze a premio costante, spesso a finalità previdenziale – si sono rivelati più coerenti con un’esigenza di risparmio e stabilità economica che con una strategia di protezione patrimoniale immediata. Infine, il Tribunale ha escluso che il ritrasferimento spontaneo di alcuni beni, avvenuto in anni successivi, potesse fungere da indizio grave e preciso dell’esistenza di un accordo fiduciario esteso a tutti gli altri beni, apparendo più plausibile una gestione familiare delle risorse non pianificata secondo uno schema unitario. L’immobile di Milano: quando il finanziamento parziale diventa donazione indiretta Esclusa la natura fiduciaria dell’operazione, il Tribunale ha comunque dovuto valutare la domanda subordinata riferita all’immobile acquistato a Milano nel 2011. Qui il giudice richiama un principio consolidato, espresso da Cass. n. 18541/2014: quando il denaro viene fornito da un soggetto quale mezzo per l’acquisto di un determinato immobile intestato a un altro, e sussiste un collegamento teleologico tra l’elargizione e l’acquisto, si configura una donazione indiretta dell’immobile stesso, e non una donazione diretta del denaro. Nel caso di specie, tuttavia, l’attore ha fornito prova documentale del versamento di una parte soltanto del prezzo complessivo dell’immobile, pari a 638.000 euro. Ne è derivato il riconoscimento di una donazione indiretta limitata alla quota corrispondente a quanto effettivamente documentato, e non il ritrasferimento integrale dell’immobile richiesto in citazione. Diversa sorte ha avuto la domanda relativa all’immobile situato in Sudafrica: qui il collegamento tra il bonifico effettuato dall’attore e l’acquisto specifico dell’immobile non è stato in alcun modo dimostrato, complice anche una causale del bonifico (“trasferimento fondi”) giudicata troppo generica per attestare un intento di liberalità o un vincolo di scopo. La somma di 300.000 euro e il