Affidamento esclusivo: quando il giudice può derogare alla bigenitorialità

La Cassazione conferma che comportamenti violenti e scelte pregiudizievoli per la salute e l’istruzione del minore giustificano il regime eccezionale. Ordinanza n. 8017/2026 della Prima Sezione Civile. Un padre impugna davanti alla Corte di Cassazione la sentenza della Corte d’Appello di Ancona che aveva confermato il provvedimento del Tribunale di Pesaro: la figlia minore era stata affidata in via esclusiva alla madre, con visite patterne consentite soltanto in modalità protetta, alla presenza degli operatori dei servizi sociali. Il padre aveva proposto ricorso articolato in ben dieci motivi, contestando sotto molteplici profili la legittimità di quella decisione. La Prima Sezione Civile della Cassazione, con ordinanza n. 8017/2026 pubblicata il 31 marzo 2026, ha dichiarato il ricorso integralmente inammissibile, offrendo l’occasione per ribadire principi fondamentali in materia di affidamento dei figli. Il quadro normativo: bigenitorialità come regola, affido esclusivo come eccezione Il punto di partenza dell’intera materia è l’art. 337 ter c.c., che sancisce il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Questo principio — noto come bigenitorialità — non è soltanto una regola processuale, ma esprime un valore riconosciuto anche dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo: ogni bambino ha il diritto di crescere con entrambe le figure genitoriali, salvo che ciò si riveli contrario al suo interesse. L’affidamento condiviso è, dunque, la regola ordinaria. L’affidamento esclusivo a uno solo dei genitori costituisce, invece, un’eccezione rigorosa, disciplinata dall’art. 337 quater c.c., che ne subordina l’adozione all’accertamento — oggettivo e rigoroso — che il regime condiviso sarebbe contrario all’interesse del minore. La decisione della Corte e i criteri applicati La Cassazione, nel confermare la correttezza della pronuncia impugnata, ricorda che il giudice di merito detiene in via esclusiva il potere di valutare le prove e di trarre da esse il proprio convincimento. Non spetta al giudice di legittimità riesaminare i fatti: il ricorso per cassazione può censurare soltanto errori di diritto o vizi motivazionali che abbiano avuto un’incidenza causale determinante sull’esito del giudizio. Il ricorrente, invece, si limitava a richiedere una rivalutazione delle medesime circostanze già esaminate nelle precedenti sedi, il che è precluso in sede di legittimità. Quanto al merito dell’affidamento esclusivo, la Corte — richiamando il proprio precedente Cass. n. 24876/2025 — conferma che la deroga alla bigenitorialità è ammissibile soltanto in presenza di circostanze oggettive di effettiva gravità. Nel caso esaminato, tali circostanze erano plurime e concrete: comportamenti violenti del padre, il rifiuto di prestare il consenso alle vaccinazioni obbligatorie per la figlia sedicenne e l’opposizione all’iscrizione della minore alla scuola materna. Si trattava di scelte pregiudizievoli non soltanto per la salute fisica della bambina, ma anche per il suo percorso educativo e formativo. Autonomia del giudice civile rispetto alle valutazioni penali Un profilo di particolare interesse riguarda il rapporto tra il procedimento civile e quello penale. Il ricorrente sosteneva che il giudice civile avesse acriticamente recepito le valutazioni del giudice penale in ordine a un episodio di abbandono della minore, rispetto al quale la madre era stata prosciolte. La Cassazione rigetta questa censura, precisando che la Corte d’Appello aveva condotto una valutazione autonoma delle capacità genitoriali della madre, non appiattita sul dato penale. Ciò è coerente con un principio consolidato: il giudice civile della famiglia non è vincolato alle conclusioni del giudice penale e deve formarsi un proprio convincimento sulla base del complessivo quadro istruttorio acquisito nel procedimento. Il tema delle vaccinazioni e dell’istruzione: scelte genitoriali non neutrali Merita una riflessione specifica il rilievo che la Corte attribuisce al rifiuto del genitore di acconsentire alle vaccinazioni obbligatorie e all’iscrizione scolastica della figlia. Questi elementi non vengono trattati come mere divergenze educative tra genitori, ma come indicatori oggettivi di una condotta pregiudizievole per il benessere della minore. Sul fronte vaccinale, la giurisprudenza di legittimità è ormai consolidata nel ritenere che il genitore che si opponga irragionevolmente alle vaccinazioni obbligatorie eserciti la responsabilità genitoriale in modo contrario all’interesse del figlio. Analogamente, ostacolare l’accesso all’istruzione — anche nella sua fase iniziale — configura una scelta educativa lesiva dei diritti fondamentali del minore. Le implicazioni pratiche Per i genitori coinvolti in procedimenti di separazione o divorzio, questa pronuncia offre indicazioni operative di rilievo. Chi intende contestare un provvedimento di affidamento esclusivo deve articolare il ricorso su vizi di diritto o motivazionali specifici e causalmente rilevanti: non è sufficiente prospettare una diversa lettura dei fatti già esaminati dal giudice di merito. Per gli avvocati che assistono genitori cui venga richiesto l’affidamento esclusivo in loro favore, la sentenza conferma che il corredo probatorio deve documentare circostanze oggettive, concrete e plurime: comportamenti violenti, scelte sanitarie irragionevoli, condotte pregiudizievoli per l’istruzione o la formazione del minore. Per i professionisti dei servizi sociali, infine, il ruolo di monitoraggio affidato loro dalla sentenza di primo grado — confermato in appello e in cassazione — ribadisce la centralità del lavoro d’équipe interistituzionale nella protezione dei minori nelle crisi familiari. Conclusione L’ordinanza n. 8017/2026 della Cassazione si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai stabile: la bigenitorialità è un principio assiologico non derogabile per preferenza o convenienza, ma solo per necessità obiettivamente dimostrata. Il giudice può disporre l’affidamento esclusivo quando i dati concreti lo impongono, ma deve motivare con rigore quella scelta. Il padre che rifiuta i vaccini obbligatori e ostacola la scuola non esercita un diritto educativo: esercita la responsabilità genitoriale contro l’interesse del figlio. E questo, per la Cassazione, è un confine che il diritto non lascia valicabile. Se ti trovi coinvolto in un procedimento di affidamento o vuoi comprendere meglio come tutelare i diritti del tuo figlio, il nostro studio è a disposizione per una consulenza personalizzata.
La maternità surrogata tra reato universale e diritti del minore: l’Italia al bivio

Mentre il legislatore punta sulla repressione globale, la Corte Costituzionale rimette al centro la tutela del bambino già nato. Un sistema in tensione permanente tra istanze punitive e garanzie costituzionali. C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui l’ordinamento italiano affronta oggi il tema della gestazione per altri. Da un lato, un legislatore che allunga il braccio del diritto penale fin oltre i confini nazionali; dall’altro, una Corte Costituzionale che ricuce pazientemente i vuoti di tutela che quella stessa politica legislativa rischia di produrre a danno dei minori già nati. È in questa tensione irrisolta che si consuma uno dei capitoli più complessi del biodiritto italiano contemporaneo. La riforma che ha fatto discutere: il “reato universale” di surrogazione Con il D.d.l. n. 824/2024 il Parlamento italiano ha modificato l’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004, elevando la surrogazione di maternità a cosiddetto “reato universale”. La norma prevede che il cittadino italiano possa essere perseguito penalmente anche quando la gestazione per altri sia praticata all’estero, indipendentemente dalla legalità della pratica nello Stato in cui essa avviene. La pena prevista va da tre mesi a due anni di reclusione, con sanzioni accessorie fino a un milione di euro. La qualifica di “reato universale” è storicamente riservata ai crimini più gravi contro l’umanità: genocidio, crimini di guerra, tortura. Applicarla a una condotta che in numerosi ordinamenti — dalla California alla Grecia — è perfettamente lecita e regolamentata genera un’anomalia giuridica di non poco conto. In particolare, la riforma ignora il principio della doppia incriminazione, secondo cui un fatto dovrebbe essere reato anche nel Paese in cui è stato commesso perché possa essere perseguito all’estero. Il risultato pratico è che un cittadino italiano che abbia fatto ricorso alla gestazione per altri in uno Stato che la consente pienamente si troverebbe comunque esposto a un procedimento penale nel proprio Paese al rientro. La Corte Costituzionale e la sentenza n. 68/2025: il bambino al centro Mentre la politica costruisce barriere repressive, la Corte Costituzionale fa un passo in direzione opposta. Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge n. 40/2004 nella parte in cui non consentiva il riconoscimento del rapporto di filiazione tra il nato e la cosiddetta “madre intenzionale” — ovvero la donna che ha voluto e progettato la nascita ma non ha portato avanti la gravidanza — nei casi di procreazione medicalmente assistita eterologa praticata all’estero. La Corte ha abbandonato la visione esclusivamente biologica della maternità, spostando il fulcro verso quella che potremmo chiamare responsabilità generativa: ciò che conta non è chi ha partorito, ma chi ha assunto l’impegno concreto di crescere e accudire il bambino. In questo senso, la sentenza ha ritenuto che l’esclusione della madre intenzionale dal riconoscimento del nato violasse l’art. 2 della Costituzione — ledendo l’identità personale del minore — l’art. 3, per l’irragionevole disparità rispetto ai figli di coppie eterosessuali, e l’art. 30, che impone ai genitori doveri di cura, istruzione e mantenimento. Il bambino ha diritto a uno stato giuridico certo e stabile sin dalla nascita: questo il principio cardine affermato dalla Consulta. Il “vicolo cieco” della sentenza n. 69/2025: le donne single restano escluse La stessa Corte Costituzionale, però, con la contestuale sentenza n. 69/2025, ha confermato la legittimità del divieto di accesso alla procreazione medicalmente assistita per le donne single. La Consulta ha tracciato una distinzione netta: il desiderio di genitorialità, inteso come aspirazione individuale ancora non realizzata, può essere disciplinato — e limitato — dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità politica; i diritti del minore già nato, invece, non possono essere sacrificati sull’altare di alcuna scelta di valore. In altri termini, prima che il bambino venga al mondo lo Stato può fissare condizioni e requisiti; una volta che egli esiste, la sua tutela diventa priorità assoluta e inderogabile. Questo doppio binario produce un risultato che non manca di suscitare riflessioni critiche: l’ordinamento italiano chiude la porta all’accesso alla PMA per la donna sola, ma al tempo stesso — attraverso la sentenza n. 68/2025 — tutela il bambino che sia comunque nato da percorsi intrapresi all’estero. La dimensione europea: la sentenza CEDU del 9 ottobre 2025 Il quadro si arricchisce di una prospettiva sovranazionale con la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 9 ottobre 2025. In quel caso, la Corte di Strasburgo ha ritenuto che l’Italia non avesse violato l’art. 8 della Convenzione EDU — che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare — nell’ambito di una controversia relativa al mancato riconoscimento della madre intenzionale. La motivazione della Corte si fonda su un rilievo procedurale di rilievo: i genitori avevano a disposizione lo strumento dell’adozione in casi particolari, previsto dall’art. 44 della legge n. 184/1983, e avevano scelto di non percorrere quella via, contribuendo di fatto all’incertezza giuridica che aveva poi colpito il minore. Significativa, in senso contrario, è l’opinione dissenziente allegata alla sentenza: è accettabile, si chiede la giudice dissenziente, che un bambino debba vivere anni in un limbo identitario e giuridico solo perché i genitori hanno optato per una strategia processuale rivelatasi errata? La “colpa” di una scelta difensiva sbagliata non può ricadere sull’identità e sulla stabilità di un essere umano innocente. Il confronto con altri modelli: la via californiana Guardare oltre confine aiuta a mettere a fuoco le alternative praticabili. Il modello californiano — elaborato a partire dal caso deciso con la sentenza Johnson v. Calvert — si fonda sul concetto di procreative intent: genitore è chi ha voluto e progettato la nascita, a prescindere dal contributo biologico. La legge californiana prevede il Written Assisted Reproduction Agreement, un accordo che deve essere stipulato prima del concepimento con l’assistenza obbligatoria di legali indipendenti per ciascuna parte, consenso informato e revocabile, copertura integrale delle spese mediche da parte dei genitori intenzionali e screening psicologici preventivi. È un sistema che coniuga tutela della gestante e certezza giuridica del nato, dimostrando che repressione e protezione non sono le sole alternative disponibili. Implicazioni pratiche: cosa cambia per chi si trova in
Collocamento dei minori e bigenitorialità: la Cassazione vieta le valutazioni astratte

L’età del figlio non basta da sola a giustificare la limitazione del rapporto con un genitore. La Prima Sezione civile fissa un principio destinato a incidere profondamente sulla prassi dei Tribunali di famiglia. Tutto nasce da una procedura di separazione avviata davanti al Tribunale di Parma, nell’ambito della quale vengono adottati provvedimenti provvisori e urgenti ai sensi dell’art. 473-bis.22, comma 1, c.p.c. Con ordinanza dell’estate 2024, il Giudice di primo grado dispone l’affidamento condiviso dei figli gemelli ad entrambi i genitori con un regime di frequentazione paritaria, prevedendo settimane alterne con ciascun genitore. La madre impugna il provvedimento davanti alla Corte d’Appello di Bologna, lamentando che il collocamento paritario non rispondesse all’interesse dei minori e chiedendo l’assegnazione della casa coniugale. La Corte d’Appello accoglie il reclamo: assegna la casa familiare alla madre, modifica il regime di collocamento disponendo la permanenza prevalente dei figli con quest’ultima e riduce significativamente i tempi di frequentazione con il padre a due pomeriggi settimanali e weekend alternati. La motivazione centrale è la giovane età dei minori, ritenuta di per sé sufficiente a privilegiare la figura materna. Il padre ricorre per cassazione, censurando il ragionamento della Corte distrettuale su tre fronti: la violazione dell’art. 337-ter c.c. per aver fondato la modifica del collocamento sull’unico criterio dell’età dei figli; la violazione dell’art. 337-sexies c.c. per aver assegnato la casa coniugale alla madre senza adeguata valutazione dell’interesse prevalente dei figli e della proprietà dell’immobile; infine, l’omesso esame di fatti decisivi, tra cui la circostanza che i minori venissero accuditi prevalentemente dal padre, con un orario lavorativo più flessibile e il supporto della nonna paterna. L’ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione dopo il d.lgs. n. 149/2022 Prima di entrare nel merito, la Prima Sezione affronta una questione processuale di assoluto rilievo sistematico: l’ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione avverso i provvedimenti resi in sede di reclamo nella fase presidenziale del giudizio di separazione e divorzio. La Corte richiama il proprio recente orientamento secondo cui, a seguito della riforma attuata dal d.lgs. n. 149/2022, la decisione resa in sede di reclamo contro l’ordinanza che ha adottato i provvedimenti temporanei e urgenti è ricorribile per cassazione quando riguardi statuizioni contenenti sostanziali modifiche dell’affidamento e della collocazione dei minori. Il rinvio operato dall’art. 473-bis.24, comma 5, c.p.c. ai “casi” di cui al comma 2 dello stesso articolo va inteso, infatti, in riferimento al contenuto delle statuizioni, non al tipo di provvedimento. Questo orientamento, già affermato in Cass. n. 1486/2025 e ribadito in Cass. n. 4110/2026, trova piena applicazione nel caso di specie: la decisione impugnata comporta, secondo la prospettazione del ricorrente, una significativa compressione del rapporto tra il padre e i figli, alterando un equilibrio relazionale già consolidato. Il principio cardine: l’interesse del minore richiede una valutazione in concreto Entrando nel merito, la Corte richiama il criterio fondamentale che governa ogni provvedimento adottato ai sensi dell’art. 337-ter c.c.: l’esclusivo interesse morale e materiale della prole. Questo criterio, che la Cassazione aveva già definito in modo rigoroso con l’ordinanza n. 21425 del 6 luglio 2022 (Sez. I), impone al giudice un giudizio prognostico sulla capacità di ciascun genitore di crescere ed educare il figlio, fondato su elementi concreti: le modalità con cui ciascun genitore ha svolto il proprio ruolo in passato, la capacità di relazione affettiva, la personalità del genitore stesso. Non solo la scelta del tipo di affidamento — condiviso, esclusivo o super-esclusivo — ma anche la disciplina del collocamento e delle modalità di frequentazione deve seguire questo stesso criterio, poiché sono queste statuizioni a incidere in modo diretto e quotidiano sulla vita concreta del minore. Il vizio della sentenza: un giudizio “in astratto” La Corte individua il punto critico della decisione della Corte d’Appello di Bologna: il giudice del reclamo ha operato un giudizio dichiaratamente “in astratto”, incentrato sulla sola età dei minori — che peraltro avevano già compiuto otto anni, ben al di là della fascia prescolare richiamata nella motivazione — senza dedicare la minima attenzione alle concrete modalità di relazione dei bambini con ciascun genitore. La tenera età è stata elevata a criterio prevalente rispetto all’intera realtà familiare, senza considerare come il rapporto padre-figli si fosse sino ad allora sviluppato, né valutare le capacità genitoriali dell’uno e dell’altro. In questo modo, la Corte distrettuale ha di fatto sostituito un ragionamento basato sulla situazione specifica con uno schema presuntivo fondato su un parametro anagrafico. Il principio di diritto enunciato dalla Cassazione Il primo e il terzo motivo vengono accolti, con assorbimento del secondo relativo all’assegnazione della casa familiare. La Prima Sezione enuncia il seguente principio di diritto, destinato a orientare la prassi dei giudici di merito: nei provvedimenti previsti dall’art. 337-ter c.c., il giudice è chiamato ad adottare statuizioni sull’affidamento, il collocamento e la frequentazione dei figli seguendo il criterio dell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, che coincide con la conservazione di un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori; tali statuizioni devono rispondere a una valutazione in concreto finalizzata al perseguimento di tale finalità, non potendo essere adottati provvedimenti che limitino grandemente la frequentazione tra uno dei genitori e il figlio in applicazione di valutazioni astratte non misurate con la specifica realtà familiare, avuto riguardo anche all’età del figlio. La decisione viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per i genitori e per gli avvocati di famiglia La pronuncia ha un peso pratico immediato e significativo. Per i genitori che si trovano ad affrontare una separazione o un divorzio con figli minori, essa conferma che nessun automatismo — nemmeno quello fondato sull’età del figlio — può da solo giustificare la compressione del rapporto con uno dei genitori. Il principio di bigenitorialità sancito dall’art. 337-ter c.c. non è un’enunciazione di principio, ma uno standard operativo che il giudice è tenuto a perseguire con misure concrete e calibrate sulla realtà familiare. Per gli avvocati di famiglia, la sentenza rafforza la strategia difensiva fondata sulla documentazione del ruolo genitoriale concretamente svolto: orari di lavoro compatibili con la cura dei
Maternità surrogata e diritti del figlio: la Cassazione chiede alle Sezioni Unite una risposta definitiva

L’adozione in casi particolari è ancora uno strumento adeguato per tutelare il minore nato da GPA? La Prima Sezione civile rimette la questione alla massima sede, aprendo uno scenario inedito nel diritto della filiazione. Con l’ordinanza interlocutoria n. 5656/2026, pubblicata il 12 marzo 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione — presieduta dalla presidente Maria Acierno — ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite. Al centro della vicenda vi è la richiesta di trascrizione nei registri dello stato civile italiano dell’atto di nascita formato in Ucraina di un minore venuto al mondo attraverso la pratica della gestazione per sostituzione — comunemente indicata con l’acronimo GPA — nel pieno rispetto delle leggi del paese straniero. Il ricorrente maschile è il padre genetico del bambino; il gamete femminile è stato fornito da donatrice anonima e l’embrione, formato in vitro, è stato impiantato in una donna portatrice. Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Bari avevano rigettato la domanda, confermando il rifiuto opposto dall’ufficiale dello stato civile sulla base della contrarietà della GPA ai principi di ordine pubblico internazionale. Il rifiuto di trascrizione e il percorso processuale. La coppia ricorrente aveva inizialmente proposto opposizione al rifiuto dell’ufficiale di stato civile ai sensi dell’art. 95 del d.p.r. n. 396 del 2000, sostenendo che il controllo amministrativo avrebbe dovuto limitarsi alla legittimità formale dell’atto e alla sua corrispondenza alla lex loci. La Corte d’Appello di Bari, nell’esaminare il reclamo, aveva invece precisato che il canale processuale corretto — quando il riconoscimento dello status filiationis avviene mediante trascrizione di un atto formato all’estero — è quello previsto dall’art. 67 della legge n. 218 del 1995, con azione diretta alla Corte d’Appello in unico grado. La Prima Sezione della Cassazione ha chiarito che questa divergenza di iter comporta soltanto la necessità di riqualificare la domanda, senza poter restringere il perimetro dell’accertamento giudiziale: qualunque sia la via processuale seguita, il giudice è sempre chiamato a verificare se l’atto straniero sia compatibile con i principi di ordine pubblico internazionale del nostro ordinamento. L’ordine pubblico internazionale e il divieto penale di GPA. Il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento è ormai consolidato. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 38162 del 2022, avevano già ribadito che la gestazione per sostituzione è contraria al complesso dei principi di ordine pubblico internazionale, in quanto gravemente lesiva della dignità della donna e del minore. Tale contrarietà non viene meno per il solo fatto che il padre committente sia il genitore genetico, né per la corrispondenza alla lex loci o per la gratuità e finalità solidaristica della pratica. A questo orientamento si è aggiunto, nel 2024, un ulteriore inasprimento della disciplina penale: la legge n. 169 del 2024 ha esteso la perseguibilità del reato previsto dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004 anche a chi ricorra alla GPA all’estero, ampliando la responsabilità delle persone adulte coinvolte senza tuttavia intervenire sulla posizione giuridica del minore già nato. I limiti strutturali dell’adozione in casi particolari. Il punto cruciale dell’ordinanza n. 5656/2026 è la messa in discussione dell’adeguatezza dello strumento tradizionalmente indicato come soluzione di bilanciamento: l’adozione in casi particolari ex art. 44, lettera d), della legge n. 184 del 1983. La Corte rileva che questo istituto presenta un difetto strutturale insuperabile: la costituzione dello status è rimessa all’esclusiva iniziativa del genitore intenzionale e presuppone che la sua volontà di adottare permanga fino alla conclusione del procedimento. Il minore non ha alcuna legittimazione ad azionare in proprio il procedimento, né vi sono strumenti che tutelino il bambino nell’ipotesi in cui il genitore sociale cambi idea, deceda o la coppia si separi prima del perfezionamento dell’adozione. Di fronte a un rifiuto del genitore intenzionale, il minore si trova privo di qualsiasi diritto alla costituzione del rapporto di filiazione, in una condizione di permanente precarietà giuridica. La sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 2025 e il principio di unicità dello stato di figlio. L’ordinanza in esame si inserisce in un dialogo serrato tra la Cassazione e la Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge n. 40 del 2004 nella parte in cui non consentiva, al nato in Italia da procreazione medicalmente assistita praticata all’estero, di essere riconosciuto anche dalla madre intenzionale. In quella pronuncia — che si pone in continuità con le sentenze nn. 32 e 33 del 2021 — la Corte ha ribadito l’inadeguatezza dell’adozione in casi particolari come strumento di tutela piena, e ha richiamato con forza il principio dell’unicità dello stato di figlio sancito dall’art. 315 del codice civile, a norma del quale “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Questo principio non è soltanto il fondamento assiologico della riforma della filiazione introdotta con il d.lgs. n. 154 del 2013, ma il criterio ermeneutico alla luce del quale deve essere letta l’intera disciplina della filiazione. La Corte Costituzionale ha tuttavia precisato che il riconoscimento automatico dello status, ritenuto costituzionalmente necessario per i casi di omogenitorialità femminile da PMA, non può applicarsi ai casi di GPA, per i quali rimane imprescindibile un bilanciamento giudiziale. Il paradigma dei figli nati da incesto come modello analogico. È qui che l’ordinanza n. 5656/2026 introduce una prospettiva del tutto nuova. La Prima Sezione rileva una significativa omogeneità strutturale tra la fattispecie del figlio nato da GPA e quella del figlio nato da genitori tra i quali sussiste un vincolo di consanguineità. In entrambi i casi vi è un rilievo penale della condotta procreativa e la necessità di operare un bilanciamento rigoroso nella definizione del perimetro dei diritti del nato. L’ordinamento conosce già, per i figli incestuosi, un modello di costituzione giudiziale dello status filiationis che non avviene in forma automatica ma previo accertamento del giudice: l’art. 251 del codice civile consente il riconoscimento previa autorizzazione del giudice, con riguardo all’interesse del figlio e alla necessità di evitargli qualsiasi pregiudizio; l’art. 278 c.c. consente al figlio stesso, se minore, di agire con l’assistenza
Diritto dei nonni a vedere i nipoti: la Cassazione chiarisce quando è davvero nell’interesse del minore

La Corte rivoluziona il criterio: non basta l’assenza di pregiudizio, serve un vantaggio concreto per la crescita del bambino Quando una coppia si separa in modo conflittuale, spesso a pagarne le conseguenze non sono solo i genitori, ma anche i nonni che si trovano improvvisamente tagliati fuori dalla vita dei nipoti. La domanda che molti si pongono è: i nonni hanno sempre diritto a mantenere i rapporti con i nipoti minorenni? E se sì, a quali condizioni? Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, l’ordinanza n. 3721 del 19 febbraio 2026, affronta proprio questa delicata questione, fissando un principio di grande rilevanza pratica che tutti coloro che si trovano in situazioni familiari complesse dovrebbero conoscere. Il caso che ha portato alla Cassazione La vicenda trae origine da una situazione familiare particolarmente delicata. Una madre aveva ottenuto dal Tribunale per i minorenni la sospensione di ogni contatto tra la figlia, all’epoca di cinque anni, e il padre, contro il quale pendeva un procedimento penale per presunti abusi. La Corte d’Appello di Brescia, con decreto del marzo 2025, aveva confermato la sospensione dei rapporti padre-figlia, ma aveva riconosciuto alla nonna e alla prozia paterne il diritto di mantenere incontri con la nipote. La madre ha impugnato questa decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo tra l’altro che la Corte d’Appello avesse applicato erroneamente le norme sul diritto degli ascendenti, senza valutare adeguatamente l’interesse concreto della minore. La norma di riferimento: l’articolo 317-bis del codice civile Il diritto dei nonni a mantenere rapporti significativi con i nipoti è sancito dall’articolo 317-bis del codice civile, che stabilisce che gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. In parole semplici, la legge riconosce che il legame tra nonni e nipoti ha un valore importante per la crescita e lo sviluppo del bambino, e che questo legame merita tutela giuridica. Tuttavia, come spesso accade nel diritto di famiglia, la norma non dice tutto. La questione che la Cassazione è chiamata a chiarire è: questo diritto è assoluto? Quali sono i criteri che il giudice deve seguire per decidere se autorizzare o meno gli incontri? Il principio innovativo della Cassazione: serve un vantaggio positivo La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della madre proprio su questo punto, affermando un principio di grande importanza che segna una svolta nell’interpretazione della norma. I giudici di legittimità hanno chiarito che il limite ai rapporti significativi con gli ascendenti non è quello negativo, cioè la semplice assenza di pregiudizio che potrebbe derivare al minore dalla frequentazione con i nonni. Al contrario, il criterio rilevante è quello positivo: occorre accertare l’interesse concreto del minore a una crescita piena ed equilibrata. In altre parole, la Cassazione ha stabilito che non è sufficiente per il giudice verificare che gli incontri con i nonni non danneggino il bambino. Il giudice deve compiere un passo ulteriore e accertare che quegli incontri apportino un vantaggio effettivo al minore, contribuendo al suo progetto educativo e formativo. Nel caso specifico, la Corte d’Appello di Brescia aveva motivato la decisione di autorizzare gli incontri affermando che non si vedeva “che effetti pregiudizievoli potrebbe avere per la minore la ripresa, graduale e rispettosa dei suoi tempi, dei rapporti con la nonna e la prozia paterna”. Secondo la Cassazione, questa motivazione è insufficiente perché si fonda solo sull’assenza di pregiudizio, senza indagare sul vantaggio concreto per la bambina. Il carattere funzionale del diritto degli ascendenti La sentenza chiarisce ulteriormente che il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti con i nipoti non è un diritto assoluto. Si tratta invece di un diritto funzionale all’interesse del minore. Questo significa che il punto di riferimento centrale rimane sempre il benessere del bambino, non il desiderio legittimo ma subordinato dei nonni di mantenere il legame affettivo. Come sottolineano i giudici della Prima Sezione civile, questo diritto presuppone una relazione positiva, gratificante e soddisfacente per ciascuno dei soggetti coinvolti. Non si può imporre al minore una frequentazione che non risponda al suo interesse evolutivo solo per soddisfare le aspettative degli ascendenti. I criteri operativi per il giudice Dalla pronuncia emergono alcuni criteri operativi che il giudice deve seguire nell’esaminare la richiesta di incontri tra nonni e nipoti. In particolare, il giudice deve: Accertare il vantaggio concreto che deriva al minore dalla partecipazione degli ascendenti al progetto educativo e formativo che lo riguarda. Non è sufficiente una valutazione generica sul valore positivo del rapporto nonni-nipoti, occorre un’indagine specifica sul caso concreto. Individuare strumenti di modulazione delle relazioni in grado di favorire la necessaria spontaneità dei rapporti. Il giudice non può limitarsi a disporre meccanicamente gli incontri, ma deve costruire un percorso che rispetti i tempi e le esigenze emotive del bambino. Rispettare la volontà espressa dai nipoti che abbiano compiuto dodici anni o che comunque risultino capaci di discernimento. Anche se nel caso specifico la bambina non aveva ancora raggiunto questa età, la Cassazione richiama questo principio generale, sottolineando che non si può imporre alcuna frequentazione contro la volontà del minore maturo. Le altre questioni trattate: l’ascolto del minore La sentenza affronta anche altre questioni di rilievo. Sul tema dell’ascolto del minore, la madre aveva lamentato che la Corte d’Appello non avesse sentito direttamente la bambina, nata nel 2014 e quindi all’epoca dei fatti ancora infra-dodicenne. La Cassazione ha rigettato questo motivo, rilevando che l’ascolto era stato effettuato di recente dal consulente tecnico d’ufficio e dalla psicologa del servizio territoriale, e che dalle relazioni psicosociali era emerso un forte disagio della minore alla sola idea di riprendere i rapporti con il padre. In questo contesto, il giudice di merito aveva ritenuto superflua l’audizione diretta per evitare ulteriore sofferenza emotiva alla bambina. I giudici di legittimità hanno sottolineato che la parte non aveva neppure richiesto l’audizione davanti alla Corte d’Appello, e hanno ribadito il principio secondo cui non sussiste obbligo motivatorio sull’omessa audizione quando questa non è stata richiesta dalla parte per un minore infra-dodicenne, salvo che la parte non alleghi ragioni specifiche di maturazione precoce. La questione della sindrome di alienazione parentale
Il padre detenuto e il diritto dei figli fragili: la Cassazione apre una nuova strada

Una recente sentenza della Prima Sezione Penale rivoluziona l’accesso alla detenzione domiciliare speciale per il genitore detenuto unico sopravvissuto, alla luce di una storica pronuncia della Corte Costituzionale Immaginate un padre detenuto, unico genitore rimasto in vita, con tre figli affetti da gravi disabilità fisiche e cognitive. Per anni, la legge sembrava escluderlo dalla possibilità di tornare a casa per accudire i propri figli, perché esisteva un’altra opzione: affidarli a una famiglia esterna. Sembrava una soluzione ragionevole. Ma era davvero giusta? Con la sentenza n. R.G.N. 5276/2025, depositata il 6 febbraio 2026, la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione (Pres. De Marzo, rel. Grieco) ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Catania che, per la seconda volta in sede di rinvio, aveva rigettato l’istanza di detenzione domiciliare speciale avanzata dal ricorrente, padre unico sopravvissuto di tre figli con disabilità. La Suprema Corte ha così dato piena attuazione a una fondamentale pronuncia della Corte Costituzionale, apendo definitivamente la strada a una tutela più equa per i figli dei detenuti. Il quadro normativo: cosa prevedeva la legge e cosa è cambiato Per comprendere la portata di questa decisione, è necessario fare un passo indietro. La legge 26 luglio 1975, n. 354 sull’ordinamento penitenziario, all’art. 47-quinquies, comma 7, disciplinava la cosiddetta detenzione domiciliare speciale: una misura alternativa alla detenzione che consente, a determinate condizioni, al genitore condannato di scontare la pena tra le mura domestiche per potersi occupare dei propri figli minorenni o con grave disabilità. Il problema era in una precisa clausola della norma: il padre detenuto poteva accedere a questa misura soltanto quando non vi fosse «modo di affidare la prole ad altri che al padre». In pratica, bastava che esistesse la possibilità teorica di affidare i figli a una famiglia esterna — come nel caso esaminato, dove veniva prospettata l’assistenza di un’associazione — per negare al padre detenuto il diritto di tornare a casa. Questa disparità di trattamento tra madre e padre detenuti è stata ritenuta incostituzionale. Con la sentenza n. 52 del 2025, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima quella clausola, eliminando le parole «e non vi è modo di affidare la prole ad altri che al padre» dall’art. 47-quinquies, comma 7, Ord. pen. La declaratoria si fonda sugli artt. 3, 30 e 31, secondo comma, della Costituzione — rispettivamente il principio di uguaglianza, il dovere di mantenimento e istruzione della prole, e la protezione della famiglia e dell’infanzia — in continuità con i principi già affermati nella sentenza n. 219 del 2023. Perché la vecchia norma era ingiusta: il cuore del ragionamento costituzionale La Corte Costituzionale, nella sua analisi, ha richiamato anche la precedente sentenza n. 18 del 2020, con cui aveva già esteso la detenzione domiciliare speciale alle madri di figli con handicap grave ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (la Legge-quadro per l’assistenza alle persone con disabilità). Il ragionamento si è poi esteso ai padri nella medesima posizione. Il punto centrale è questo: i figli del condannato sono soggetti del tutto estranei al reato. Privarli definitivamente della possibilità di una relazione continuativa con l’unico genitore rimasto in vita — e per di più idoneo a prendersi cura di loro — solo perché esiste un ipotetico affidamento a terzi, significa imporre a quei bambini un sacrificio sproporzionato e irragionevole, in contrasto con il principio del superiore interesse del minore riconosciuto dalla Costituzione e dagli obblighi internazionali assunti dall’Italia. La Corte ha precisato che il superiore interesse del minore non è un valore assoluto e incondizionato: può essere bilanciato con le esigenze dell’esecuzione della pena. Ma quando si tratta di bambini o ragazzi con disabilità grave, che hanno già perso un genitore e l’altro è l’unico in grado di assisterli, quel bilanciamento deve inclinare verso la tutela del legame familiare, non verso la sua recisione in nome di un’alternativa teoricamente disponibile. Cosa ha deciso la Cassazione nel caso concreto La Prima Sezione Penale ha rilevato due distinti vizi nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Catania. In primo luogo, il tribunale aveva del tutto omesso di pronunciarsi sull’istanza relativa alle due figlie del ricorrente, entrambe affette da patologie psichiche con deficit cognitivi di media e grave entità: un silenzio assoluto che integra un vizio di omessa motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. In secondo luogo, il diniego relativo al figlio con grave handicap era stato fondato sull’applicazione di una norma che, successivamente, la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale. Per questi motivi, la Cassazione ha annullato l’ordinanza con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Catania, che dovrà effettuare una valutazione complessiva e individualizzata su tutti e tre i figli. Un’apertura che non equivale a un automatismo È importante chiarire che la sentenza non introduce una corsia preferenziale o un diritto automatico alla detenzione domiciliare speciale per tutti i padri detenuti con figli disabili. La Corte Costituzionale ha been chiara: la declaratoria di incostituzionalità non elimina il necessario scrutinio individuale da parte del giudice di sorveglianza. Il tribunale dovrà verificare concretamente se il genitore presenta un pericolo di recidiva o di fuga; se il ritorno alla convivenza con i figli sia effettivamente nell’interesse dei minori, e non uno strumento per aggirare l’esecuzione della pena; se le esigenze di cura e assistenza siano meglio tutelate dalla convivenza con il padre o dall’affidamento a terzi. Questo giudizio dovrà essere sorretto dall’apporto dei servizi sociali e monitorato nel tempo attraverso i controlli previsti dall’art. 284, comma 4, c.p.p. e dall’art. 47-quinquies, comma 5, Ord. pen. In altri termini, il giudice non può più rifiutarsi di esaminare la domanda adducendo la semplice esistenza di una famiglia affidataria disponibile. Deve invece valutare caso per caso, bilanciando tutti gli interessi in gioco: quello del minore, quello della difesa sociale, quello dell’esecuzione della pena. Le implicazioni pratiche: chi può beneficiarne e come Questa evoluzione giurisprudenziale e costituzionale ha conseguenze concrete per diverse categorie di persone. Per i detenuti che siano padri unici sopravvissuti di figli minorenni o con disabilità, si apre oggi la
Spese straordinarie per i figli: come distinguerle da quelle ordinarie e quando serve l’accordo tra i genitori

I protocolli dei tribunali italiani offrono una guida chiara per evitare conflitti nella gestione dei costi extra rispetto all’assegno di mantenimento Uno dei terreni più scivolosi che i genitori separati si trovano ad affrontare riguarda la gestione delle spese per i figli che vanno oltre l’assegno di mantenimento mensile. Una visita odontoiatrica, un corso di inglese, una gita scolastica: sono costi da dividere? Chi deve autorizzarli? E soprattutto, come distinguere ciò che è già incluso nell’assegno da ciò che invece richiede un contributo aggiuntivo? La confusione su questi aspetti genera spesso tensioni tra i genitori, con il rischio che a pagarne le conseguenze siano proprio i figli. Per questo motivo, diversi tribunali italiani hanno elaborato protocolli d’intesa che offrono linee guida dettagliate e uniformi, trasformando un potenziale campo di battaglia in un percorso condiviso e chiaro. La distinzione fondamentale: spese ordinarie e spese straordinarie Il punto di partenza per comprendere il sistema è la distinzione tra due categorie di spese che hanno natura e modalità di gestione completamente diverse. Le spese ordinarie rappresentano i costi prevedibili e quotidiani necessari per la crescita del figlio. Parliamo dei bisogni di tutti i giorni: il vitto, l’abbigliamento ordinario, le spese per la casa, le cure mediche di routine come le visite dal pediatra o l’acquisto di farmaci da banco. Queste spese sono interamente coperte dall’assegno di mantenimento periodico che il genitore non collocatario versa mensilmente. L’assegno, infatti, è stato calcolato proprio per garantire la copertura di tutte queste necessità quotidiane, senza che sia necessario ogni volta rinegoziare o dividere i singoli costi. Le spese straordinarie, invece, sono costi imprevedibili, eccezionali o comunque rilevanti ed esorbitanti dalla sfera quotidiana. Si tratta di esborsi che non possono essere previsti e inclusi nel calcolo dell’assegno mensile, proprio perché la loro natura è occasionale o la loro entità è particolarmente significativa. Questi costi non sono coperti dall’assegno di mantenimento e devono essere ripartiti tra i genitori, solitamente in misura pari al cinquanta per cento per ciascuno, salvo diversi accordi o specifiche decisioni del giudice che tengano conto delle effettive capacità economiche di ciascun genitore. I protocolli dei tribunali: uniformità e certezza del diritto La necessità di creare criteri univoci e condivisi ha portato diversi tribunali italiani, tra cui quello di Milano che rappresenta un punto di riferimento nazionale, a elaborare protocolli d’intesa sul tema delle spese straordinarie. Questi protocolli hanno una duplice funzione: da un lato offrono ai genitori una guida chiara e precisa su quali spese rientrino in una categoria piuttosto che nell’altra, dall’altro riducono il contenzioso giudiziario, permettendo ai giudici di applicare criteri uniformi e prevedibili. I protocolli distinguono le spese straordinarie in due sottocategorie fondamentali, ciascuna con regole operative diverse. Alcune spese, per la loro urgenza o necessità, non richiedono un accordo preventivo tra i genitori: un genitore può sostenerle autonomamente e poi chiedere il rimborso all’altro. Altre spese, invece, richiedono il consenso di entrambi i genitori prima di essere effettuate, proprio perché rappresentano scelte educative o discrezionali che devono essere condivise. Le spese mediche: quando l’urgenza prevale sull’accordo Nel settore sanitario, la distinzione tra spese che richiedono e non richiedono accordo è strettamente legata al concetto di urgenza e necessità. Le visite mediche urgenti, come quelle effettuate al pronto soccorso, i trattamenti sanitari erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, l’acquisto di farmaci prescritti dal pediatra o dal medico curante e gli interventi chirurgici necessari e indifferibili rientrano nella categoria delle spese che non richiedono preventivo accordo. In questi casi, la salute del figlio ha priorità assoluta e non si può attendere il consenso formale dell’altro genitore. Il genitore che sostiene la spesa potrà poi documentarla e richiedere il rimborso della quota di competenza. Al contrario, le visite specialistiche private non urgenti, le cure odontoiatriche e ortodontiche, i percorsi di psicoterapia o logopedia e i trattamenti termali o fisioterapici richiedono l’accordo preventivo di entrambi i genitori. Queste spese, pur essendo importanti per il benessere del figlio, riguardano scelte che vanno oltre le cure di base e che quindi devono essere condivise. La ragione è semplice: si tratta di decisioni che comportano un impegno economico significativo e che possono seguire orientamenti terapeutici diversi, sui quali entrambi i genitori hanno diritto di esprimersi. Le spese scolastiche: tra obbligatorietà e opportunità Nel contesto scolastico, i protocolli distinguono tra ciò che è essenziale per garantire il diritto allo studio e ciò che rappresenta un’opportunità aggiuntiva. Le tasse di iscrizione e i contributi per le scuole pubbliche, i libri di testo obbligatori e il materiale di corredo scolastico di inizio anno, comprensivo anche della dotazione informatica come computer o tablet necessari per la didattica, sono considerate spese straordinarie che non richiedono accordo preventivo. Si tratta di costi necessari per permettere al figlio di seguire il proprio percorso formativo e che quindi devono essere sostenuti a prescindere dalla volontà di entrambi i genitori. Diversamente, l’iscrizione a scuole o università private, le gite scolastiche e i viaggi d’istruzione, i corsi di recupero o le ripetizioni private e i corsi di specializzazione o master post-universitari richiedono il consenso di entrambi. Queste spese offrono opportunità aggiuntive rispetto al percorso formativo standard e comportano scelte educative che vanno concordate, poiché non sono strettamente obbligatorie e possono avere un impatto economico rilevante. Le spese ricreative, sportive e culturali: la discrezionalità educativa Le attività extrascolastiche rappresentano un capitolo particolarmente delicato, perché toccano le scelte educative e i valori che ciascun genitore intende trasmettere ai figli. I corsi di musica, di lingua o le attività sportive, insieme al relativo abbigliamento e attrezzatura, i campi estivi, i soggiorni studio o le vacanze senza i genitori, le spese per il conseguimento della patente di guida e l’acquisto di dispositivi elettronici per svago rientrano tra le spese che richiedono un accordo preventivo. È importante notare, tuttavia, che l’evoluzione della giurisprudenza e dei protocolli stessi ha portato a riconoscere alcune attività come sempre più integrate nel percorso formativo standard dei ragazzi. Corsi di lingua straniera o attività sportive diffuse, se sostenuti a costi ragionevoli, vengono considerati con maggiore favore dai tribunali,
Mantenimento dei figli dopo la separazione: quando il genitore non convivente ha diritto a un contributo?

La Cassazione chiarisce i criteri per il calcolo del mantenimento quando i figli si trasferiscono da un genitore all’altro La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 30244/2025 pubblicata il 17 novembre 2025, interviene su una questione delicata e ricorrente nelle controversie familiari: cosa accade al contributo per il mantenimento dei figli quando la loro collocazione cambia nel tempo e uno di essi, divenuto maggiorenne, sceglie di trasferirsi stabilmente presso il genitore non convivente? La vicenda offre l’occasione alla Prima Sezione Civile per ribadire principi fondamentali e fornire indicazioni precise ai giudici di merito. Il caso: una figlia maggiorenne che cambia residenza La controversia nasce da una separazione tra due coniugi con due figli. In primo grado, il Tribunale aveva disposto l’affidamento condiviso dei minori con collocazione prevalente presso la madre, assegnando a quest’ultima anche la casa familiare. Il padre era stato condannato a versare un contributo mensile di 400 euro per il mantenimento della figlia maggiore, oltre agli importi per il figlio minore ancora collocato presso la madre. La situazione, tuttavia, si era progressivamente modificata. La figlia maggiorenne aveva scelto di trasferirsi stabilmente dal padre, recidendo ogni legame con l’abitazione materna. Il padre, ritenendo venuti meno i presupposti dell’assegnazione della casa coniugale e dell’obbligo di versare il contributo per la figlia ormai convivente con lui, proponeva appello. La Corte d’Appello dell’Aquila, con sentenza n. 442/2024, accoglieva parzialmente il gravame: revocava il contributo per la figlia maggiorenne con decorrenza dalla proposizione dell’appello, confermava invece l’assegnazione della casa coniugale alla madre in quanto ancora collocataria del figlio minore. Il padre, insoddisfatto, ricorreva in Cassazione. La decisione della Cassazione: un’occasione per ribadire i principi fondamentali La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi sui tre motivi di ricorso, offre una lettura sistematica della disciplina sul mantenimento dei figli dopo la separazione, con particolare attenzione alla tutela dell’equilibrio economico tra i genitori. Il primo motivo di ricorso, relativo alla conferma dell’assegnazione della casa coniugale, viene dichiarato inammissibile. La Corte chiarisce che il ricorrente, nella sostanza, contestava la valutazione delle prove operata dai giudici di merito. Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, il motivo di ricorso non può mai risolversi in un’istanza di revisione delle valutazioni del giudice di merito, tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto. L’esame dei documenti, la valutazione delle prove testimoniali e la scelta tra le varie risultanze probatorie costituiscono apprezzamenti riservati al giudice di merito, il quale incontra come unico limite quello di indicare le ragioni del proprio convincimento. Il nodo centrale: il principio di proporzionalità nel mantenimento È sul secondo motivo che la Cassazione interviene con un’importante precisazione. Il ricorrente lamentava che, pur essendo stata revocata la quota parte del contributo versata per la figlia maggiorenne trasferitasi presso di lui, la Corte territoriale non avesse regolamentato il contributo che la madre, quale genitore non convivente con la figlia, avrebbe dovuto corrispondere. La Suprema Corte accoglie il motivo e cassa la sentenza d’appello, richiamando il quadro normativo di riferimento. L’art. 337-ter, comma 4, c.c., introdotto dal decreto legislativo n. 154 del 2013, stabilisce un principio cardine: salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Questo principio di proporzionalità si fonda su una duplice dimensione dell’obbligo di mantenimento. Da una parte vi è il rapporto tra genitori e figlio: tutti i figli, che siano nati da genitori coniugati, separati, divorziati o mai uniti in matrimonio, hanno uguale diritto di essere mantenuti, istruiti, educati e assistiti moralmente, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, come sancito dall’art. 315-bis, comma 1, c.c. Dall’altra parte vi è il rapporto tra i genitori obbligati, nei cui confronti vige appunto il criterio della proporzionalità rispetto al reddito di ciascuno. I parametri per determinare il contributo al mantenimento L’art. 337-ter c.c. indica con precisione i parametri che il giudice deve considerare nella determinazione del contributo al mantenimento. In primo luogo, devono essere valutate le attuali esigenze del figlio e il tenore di vita goduto durante la convivenza con entrambi i genitori. Questi elementi assicurano che i diritti dei figli di genitori che non vivono insieme non siano diversi da quelli dei figli di genitori ancora conviventi. I genitori non possono imporre privazioni ai figli per il solo fatto di aver deciso di non vivere insieme. Nei rapporti interni tra genitori, il criterio guida resta la proporzionalità rispetto al reddito di ciascuno. L’art. 316-bis, comma 1, c.c. stabilisce che i genitori, anche quelli non sposati, devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. Questo stesso criterio deve essere seguito dal giudice quando è chiamato a determinare la misura del contributo al mantenimento da porre a carico di uno dei genitori. Il giudice, inoltre, deve considerare i tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascuno. Queste modalità di adempimento in via diretta dell’obbligo di mantenimento incidono sulla necessità e sull’entità del contributo al mantenimento in termini monetari. L’errore della Corte d’Appello: manca la determinazione del contributo materno Nella fattispecie esaminata, la Cassazione rileva che la Corte d’Appello, pur avendo correttamente revocato il contributo originariamente posto a carico del padre quale genitore non convivente con la figlia, ha omesso di regolare la quota parte spettante al genitore non convivente, ossia la madre. La figlia maggiorenne, pur trasferitasi dal padre, rimaneva non ancora indipendente economicamente e quindi titolare del diritto al mantenimento da parte di entrambi i genitori. La sentenza impugnata, pertanto, si è limitata a eliminare un obbligo senza sostituirlo con la corrispondente obbligazione a carico dell’altro genitore, violando così il principio di proporzionalità e l’equilibrio che deve caratterizzare la ripartizione degli oneri di mantenimento tra i genitori. Il giudice del rinvio, incaricato dalla Cassazione, dovrà quindi accertare, sulla scorta delle disponibilità economiche della madre e alla luce dei criteri normativi, la misura del contributo che questa dovrà versare al padre per il mantenimento della figlia.
Minori che commettono reati contro altri minori: il nuovo scenario giuridico italiano

Tra Decreto Caivano e responsabilità genitoriale, il diritto penale minorile affronta sfide inedite La giustizia minorile italiana attraversa una fase di profonda trasformazione. L’incremento del 10% dei reati contro minori nel primo semestre 2024 e l’esplosione del cyberbullismo – che colpisce oltre 1 milione di studenti come vittime e 800.000 come autori Dirittoscolastico +2 – hanno spinto il legislatore a intervenire con strumenti sempre più severi. Avvocatipersonefamiglie Questo cambiamento di paradigma, cristallizzato nel controverso “Decreto Caivano” e nelle recenti pronunce della Corte Costituzionale, ridisegna completamente il rapporto tra finalità educative e istanze punitive quando un minore commette reati contro coetanei. Il nuovo approccio normativo privilegia la deterrenza immediata rispetto alla tradizionale vocazione rieducativa, generando tensioni costituzionali che la Corte Costituzionale ha iniziato ad affrontare nel 2025. Per le famiglie italiane, questo significa non solo maggiori rischi penali per i figli, ma anche una responsabilità civile genitoriale rafforzata dalla giurisprudenza più recente, con risarcimenti che possono raggiungere i 50.000 euro nei casi più gravi. Livia Passalacqua Il Decreto Caivano sotto la lente costituzionale La riforma più controversa degli ultimi anni ha trovato i primi ostacoli giudiziari proprio dove meno ci si aspettava. Il Tribunale per i minorenni di Trento, con ordinanza del 6 marzo 2024, ha sollevato la prima questione di legittimità costituzionale contro l’articolo 27-bis del DPR 448/1988, denunciando come il nuovo “percorso di rieducazione del minore” nasconda “una meccanica trattamentale fortemente improntata sul paradigma punitivo”. Giurisprudenza penaleDirittodidifesa La Corte Costituzionale ha risposto con la sentenza n. 23 del 6 marzo 2025, accogliendo parzialmente i dubbi dei giudici tridentini. Misterlex I principi affermati dalla Consulta rimangono però ancorati al favor minoris: la messa alla prova conserva il suo “scopo primario di favorire l’uscita del minore dal circuito penale tramite riflessione critica”, mentre la “composizione pedagogicamente qualificata” del collegio giudicante rimane “funzionale all’obiettivo rieducativo”. Diverso destino ha avuto la questione sollevata dal Tribunale per i minorenni di Bari sull’articolo 28, comma 5-bis, che preclude automaticamente la messa alla prova per reati di violenza sessuale di gruppo. Sistema Penale La Corte Costituzionale, con sentenza n. 8 del 4 febbraio 2025, ha dichiarato la questione inammissibile, stabilendo però un principio fondamentale: la messa alla prova ha “dimensione sostanziale” ed è quindi soggetta al principio di irretroattività. L’evoluzione giurisprudenziale su bullismo e cyberbullismo La giurisprudenza di legittimità ha consolidato nel 2024 orientamenti definitivi sui confini penali del bullismo digitale. La Cassazione penale, con la sentenza della Sezione V n. 40756 del 6 novembre 2024, ha stabilito che “le condotte diffamatorie reiterate sui social network possono configurare stalking se idonee a creare ansia e turbamento nella vittima”, Catania superando definitivamente la necessità del contatto diretto tra molestatore e vittima. Livia Passalacqua L’innovazione più significativa riguarda l’autonomia delle fattispecie criminose. Cass. Pen., Sez. V, n. 43089/2024 ha chiarito che il delitto di atti persecutori può concorrere con la diffamazione aggravata senza sovrapposizione tra le fattispecie, distinguendo nettamente l’effetto psicologico del 612-bis c.p. dall’offesa alla reputazione dell’articolo 595 c.p. Avvocato del Giudice La Suprema Corte ha inoltre precisato (Cass. Pen., Sez. V, n. 33986 del 6 settembre 2024) che per integrare lo stalking digitale è “sufficiente la consapevolezza dell’agente che i propri messaggi molesti siano conoscibili dalla vittima tramite terzi”, Catania ampliando significativamente l’area di rilevanza penale delle condotte online. Avvocatipersonefamiglie La responsabilità civile dei genitori nella nuova era digitale Il 2024 ha segnato una svolta decisiva nella responsabilità genitoriale. La Cassazione civile, con ordinanza n. 27061 del 18 ottobre 2024, ha definitivamente chiarito la natura dell’articolo 2048 del Codice civile: non si tratta più di una semplice presunzione di colpa, ma di “responsabilità diretta dei genitori che concorre con quella del minore per non aver impedito il fatto dannoso con idoneo comportamento educativo e di sorveglianza”. avvocatocivilista +2 Questa evoluzione giurisprudenziale rende la prova liberatoria “decisamente ardua”, richiedendo ai genitori di dimostrare positivamente di aver impartito “educazione adeguata e vigilanza appropriata”. diritto Il principio consolidato (Cass. Civ., n. 4303/2023) stabilisce che non è sufficiente dimostrare di “non aver potuto impedire il fatto”, ma occorre provare l’adempimento positivo dei doveri educativi ex articolo 147 c.c. Livia Passalacqua Per il cyberbullismo, la giurisprudenza di merito ha innalzato ulteriormente gli standard. diritto Il Tribunale di Brescia, con sentenza n. 879/2024, ha stabilito che i genitori hanno “l’obbligo di controllare i profili social dei figli minorenni, compresi quelli falsi”, condannando una famiglia a 15.000 euro di risarcimento per non aver impedito episodi di cyberbullismo commessi dal figlio. Orizzonte Scuola Le nuove frontiere della quantificazione del danno Le tabelle milanesi 2024, rivalutate del 16,22%, hanno aggiornato i parametri di liquidazione del danno biologico portando il punto base a €3.365. Studiolegalerisarcimentodanni Nei casi di bullismo tra minori, i tribunali riconoscono autonomamente tre tipologie di danno: biologico (invalidità psico-fisica permanente), morale (sofferenza interiore) ed esistenziale (alterazione della qualità della vita). Prontoprofessionista Il Tribunale di Potenza, con sentenza n. 380/2021, ha stabilito criteri che la giurisprudenza successiva ha consolidato: il danno da bullismo richiede una valutazione “dinamico-relazionale complessa” che può portare a liquidazioni significativamente superiori quando vengono accertati “disturbi post-traumatici da stress cronico”. Prontoprofessionista La responsabilità si estende solidalmente alle istituzioni scolastiche. Il principio affermato dal Tribunale di Roma (Sez. XIII, n. 6919/2018) impone agli istituti non solo la vigilanza comportamentale, ma l’adozione di “misure disciplinari e organizzative idonee” alla prevenzione primaria. diritto +2 La Legge 17 maggio 2024, n. 70 ha rafforzato questi obblighi introducendo codici interni obbligatori e referenti specializzati per ogni istituto. Italian Parliament +4 La rivoluzione silenziosa delle statistiche I numeri del 2024 rivelano un fenomeno in costante espansione: 1 milione di studenti tra 15 e 19 anni sono vittime di cyberbullismo, mentre 800.000 ne sono autori, con 600.000 giovani che ricoprono il doppio ruolo di vittime e carnefici. MinoriConsiglio Nazionale delle Ricerche Il dato più allarmante emerge dallo studio ESPAD Italia 2024 del CNR: per la prima volta nella storia delle rilevazioni, la percentuale di autori di cyberbullismo (32%) ha raggiunto un record negativo storico. Consiglio Nazionale delle Ricerche La detenzione minorile ha registrato un incremento del 25%
Minori di 14 anni e reati gravi: tra tutela e responsabilità nel sistema giuridico italiano

Cosa succede quando un bambino commette un crimine? Il delicato equilibrio tra protezione dell’infanzia e sicurezza sociale nel diritto penale minorile Quando si sente parlare di un minore di quattordici anni coinvolto in un reato grave, la prima reazione è spesso di sconcerto e incredulità. Come può un bambino così giovane trovarsi al centro di una vicenda penale? E soprattutto, cosa prevede il nostro ordinamento giuridico per situazioni così delicate e complesse? Il sistema di giustizia minorile italiano si trova di fronte a una sfida particolarmente ardua quando deve gestire comportamenti criminosi commessi da soggetti che, per la loro tenera età, richiedono un approccio completamente diverso rispetto agli adulti. La questione tocca il cuore stesso della filosofia del diritto penale minorile, che deve bilanciare la protezione dell’infanzia con le esigenze di sicurezza sociale. Il principio cardine: l’inimputabilità assoluta Il Codice Penale italiano stabilisce con chiarezza, all’articolo 97, che i minori al di sotto dei quattordici anni non sono mai penalmente responsabili. Questo principio, apparentemente semplice, nasconde in realtà una scelta di civiltà giuridica profonda: il legislatore ha stabilito che un bambino di età inferiore ai quattordici anni non può mai essere considerato capace di comprendere appieno la portata delle proprie azioni e le loro conseguenze legali. Questa soglia non è arbitraria, ma riflette acquisizioni scientifiche consolidate sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei minori. La neuropsicologia dello sviluppo ci insegna che le capacità di ragionamento astratto, di comprensione delle conseguenze a lungo termine e di controllo degli impulsi si sviluppano gradualmente durante l’adolescenza. Un bambino di dodici o tredici anni, pur potendo distinguere tra giusto e sbagliato a livello elementare, non possiede ancora quella maturità cognitiva ed emotiva necessaria per essere considerato pienamente responsabile delle proprie azioni dal punto di vista penale. Quando la protezione incontra la sicurezza: le misure di sicurezza Tuttavia, l’inimputabilità non significa totale impunità o assenza di intervento da parte dello Stato. Il nostro ordinamento prevede infatti che, anche nei confronti di minori non imputabili, possano essere applicate specifiche misure di sicurezza qualora il soggetto sia ritenuto socialmente pericoloso. Queste misure rappresentano uno strumento delicato e complesso, che deve conciliare la tutela del minore con la protezione della collettività. Le misure applicabili includono principalmente il collocamento in una comunità educativa e la libertà vigilata. Il collocamento in comunità non ha carattere punitivo, ma si configura come un intervento educativo e riabilitativo intensivo. La comunità educativa diventa un ambiente protetto dove il minore può ricevere supporto psicologico, educativo e sociale specializzato, lontano da contesti familiari o sociali che potrebbero aver contribuito al comportamento deviante. La libertà vigilata, dall’altro lato, permette al minore di rimanere nel proprio ambiente familiare, ma sotto la supervisione costante dei servizi sociali. Questa misura comporta l’obbligo di seguire specifici programmi educativi, di sottoporsi a controlli periodici e di rispettare determinate prescrizioni comportamentali. L’obiettivo è sempre quello di favorire un percorso di crescita e di responsabilizzazione, intervenendo sui fattori che hanno determinato il comportamento problematico. Il dibattito sull’età di imputabilità: punire o educare? La gestione dei reati commessi da minori molto giovani ha riacceso periodicamente il dibattito sull’opportunità di abbassare l’età di imputabilità penale. Alcuni sostengono che una soglia più bassa potrebbe fungere da deterrente, responsabilizzando maggiormente i minori e le loro famiglie. Questa posizione trova spesso eco nell’opinione pubblica, specialmente quando si verificano episodi di cronaca particolarmente gravi. Tuttavia, la maggior parte degli esperti in materia di giustizia minorile e sviluppo infantile si oppone fermamente a questa prospettiva. L’abbassamento dell’età di imputabilità rischia infatti di produrre un’eccessiva criminalizzazione dell’infanzia, trasformando il sistema da educativo a punitivo. Questo cambiamento di paradigma potrebbe compromettere irrimediabilmente le possibilità di recupero e reinserimento sociale dei minori, etichettandoli precocemente come “criminali” e impedendo loro di beneficiare di percorsi educativi e riabilitativi specificamente pensati per la loro età. La ricerca criminologica internazionale supporta questa posizione, dimostrando che sistemi penali più punitivi nei confronti dei minori non producono effetti deterrenti significativi, ma al contrario tendono ad aumentare i tassi di recidiva e a compromettere le prospettive di reinserimento sociale. La vera soluzione: prevenzione ed educazione integrata Il sistema giuridico italiano riconosce che la vera risposta ai comportamenti devianti dei minori non può risiedere nell’inasprimento delle sanzioni, ma deve necessariamente passare attraverso un sistema educativo integrato realmente efficace. Questo approccio olistico coinvolge la scuola, la famiglia e tutte le agenzie educative del territorio in un progetto coordinato di prevenzione e intervento precoce. L’educazione alla legalità diventa così un elemento fondamentale, non limitandosi alla semplice trasmissione di nozioni sui diritti e doveri, ma estendendosi alla formazione di una coscienza civica matura. Questo processo educativo deve iniziare fin dalla prima infanzia e deve essere sostenuto da un dialogo costante e non giudicante all’interno della famiglia e nelle istituzioni scolastiche. I servizi sociali territoriali svolgono un ruolo cruciale in questo sistema integrato, avendo il compito di intercettare precocemente i segnali di disagio e di offrire supporto specializzato alle famiglie in difficoltà. La loro azione preventiva può spesso evitare che situazioni di disagio sociale o familiare degenerino in comportamenti devianti più gravi. Il ruolo centrale della famiglia e della responsabilità genitoriale Quando un minore di quattordici anni commette un reato grave, l’attenzione del sistema giuridico si concentra inevitabilmente anche sulla famiglia di origine. I genitori hanno infatti il dovere fondamentale di educare i propri figli al rispetto delle regole e della legalità, e possono essere chiamati a rispondere civilmente per i danni causati dai figli in caso di carenze nella vigilanza o nell’educazione. Questo non significa criminalizzare le famiglie, ma piuttosto riconoscere che la responsabilità educativa è condivisa e che, quando questa viene meno, lo Stato ha il dovere di intervenire a tutela sia del minore che della collettività. La collaborazione tra genitori, autorità giudiziarie e servizi sociali diventa quindi essenziale per costruire un intervento educativo efficace e duraturo. In alcuni casi, quando l’ambiente familiare risulti inadeguato o dannoso per il minore, il Tribunale per i Minorenni può decidere di limitare o sospendere la responsabilità genitoriale, sempre nell’interesse superiore del bambino. Questa decisione, mai presa