Maltrattamenti in famiglia: le chat familiari e il racconto del minore alla psicologa scolastica possono fondare la condanna?

La Cassazione chiarisce il valore probatorio degli screenshot e delle dichiarazioni indirette raccolte a scuola, ma corregge il calcolo della recidiva Con la sentenza n. 32437/2026, depositata il 31 agosto 2026, la Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione è tornata a occuparsi di un tema delicato e ricorrente nella prassi giudiziaria: quali prove possono legittimamente fondare una condanna per maltrattamenti in famiglia quando la persona offesa è un minore coinvolto in un contesto di separazione conflittuale tra i genitori. La vicenda trae origine da una relazione di coppia interrotta da anni di conflittualità crescente. Dopo un periodo di allontanamento e un successivo ritorno in Italia della madre, quest’ultima abbandona nuovamente la casa familiare, denunciando il compagno; la figlia minore, nata nel 2006, resta invece a vivere con il padre. È proprio in questo torno di tempo, a cavallo della separazione tra i genitori, che si collocano i fatti oggetto di imputazione: ripetuti episodi di ingiurie, scatti d’ira con atti di violenza reale, un linguaggio volgare rivolto alla figlia, manifestazioni di disprezzo e trascuratezza nella cura della minore, che avrebbero determinato in quest’ultima un grave stato di prostrazione psicologica, sfociato anche in condotte autolesionistiche. Il Tribunale di Monza condanna l’imputato per maltrattamenti sia in danno della compagna sia della figlia. La Corte d’appello di Milano riforma parzialmente la decisione, assolvendo dall’accusa relativa alla compagna ma confermando la responsabilità per i fatti commessi ai danni della minore, con conseguente rideterminazione della pena. Contro questa sentenza l’imputato propone ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi. La questione giuridica: quali prove possono fondare la condanna? Il cuore del ricorso riguarda l’utilizzabilità e l’affidabilità di due categorie di prove che, nella pratica dei processi per maltrattamenti in famiglia, ricorrono con crescente frequenza: da un lato la relazione redatta da una psicologa scolastica sulla base dei colloqui avuti con la minore, dall’altro gli screenshot di conversazioni scambiate su un’applicazione di messaggistica tra i componenti del nucleo familiare. A questi si aggiungono le censure relative alla motivazione sulla sussistenza del reato e, infine, un motivo relativo al trattamento sanzionatorio. Le dichiarazioni della minore raccolte dalla psicologa scolastica: documento o testimonianza indiretta? Il primo motivo di ricorso lamentava la violazione dell’art. 195 del codice di procedura penale, norma che disciplina l’utilizzabilità della testimonianza indiretta, sostenendo che le dichiarazioni della minore, per come riportate nella relazione della psicologa dello sportello di ascolto scolastico, non potessero essere valorizzate perché non raccolte direttamente dal giudice. La Cassazione respinge la censura richiamando un proprio consolidato orientamento, secondo cui il documento che riproduce dichiarazioni altrui, unitamente ad altri dati, costituisce prova documentale ai sensi dell’art. 234 c.p.p. e non muta la propria natura giuridica per il solo fatto di contenere un racconto reso da un terzo. In altri termini: la relazione della psicologa non è una testimonianza indiretta soggetta ai limiti dell’art. 195 c.p.p., ma un documento liberamente valutabile dal giudice, tanto più che era stata acquisita al fascicolo del dibattimento con il consenso delle parti, circostanza che esclude in radice qualunque ipotesi di inutilizzabilità patologica. La Corte aggiunge un rilievo di segno pratico, destinato a orientare la prassi degli operatori scolastici e sanitari: le garanzie previste dalla c.d. Carta di Noto, pensate per chi raccoglie la testimonianza di un minore a fini di prova, non si applicano nello stesso modo a un contesto — come quello di uno sportello di ascolto scolastico — orientato non alla raccolta della prova ma al supporto psicologico del minore in difficoltà. La loro eventuale inosservanza, peraltro, non determina comunque l’inutilizzabilità della deposizione, ma impone al giudice di motivare sull’attendibilità della dichiarazione raccolta al di fuori di quelle metodiche. Gli screenshot delle chat familiari: quando sono utilizzabili in giudizio? Il secondo motivo investiva l’utilizzabilità degli screenshot delle conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda, ritenuti dal ricorrente privi di ogni garanzia di genuinità e acquisiti in violazione della disciplina sul documento informatico e sul sequestro della corrispondenza. La Cassazione respinge anche questa censura. Lo screenshot di un messaggio scambiato su un’applicazione di messaggistica, spiega la Corte, altro non è che la fotografia di quanto raffigurato sul display del dispositivo: un documento ai sensi dell’art. 234 c.p.p., non soggetto alle regole del codice dell’amministrazione digitale pensate per tutelare l’integrità di ben altri dati informatici. E anche a volerlo qualificare come corrispondenza, soggetta alla più stringente disciplina dell’art. 254 c.p.p., il principio ribadito dalla Corte è che l’acquisizione di screenshot forniti agli inquirenti da uno dei conversanti non richiede il provvedimento di sequestro del pubblico ministero, perché si tratta di una conversazione a cui lo stesso conversante ha partecipato e di corrispondenza ormai pervenuta, non più in transito. Quanto poi alla possibile manipolazione dei messaggi, la Cassazione osserva che la relativa contestazione non era stata sollevata in appello e che, in ogni caso, restava formulata in termini meramente ipotetici, privi di qualsiasi riscontro nel testo delle sentenze di merito. La valutazione della credibilità della minore e il ruolo dei riscontri Il terzo motivo censurava la motivazione sulla sussistenza del reato, evidenziando che la minore, dopo un primo racconto più marcatamente accusatorio, aveva in seguito ridimensionato le proprie dichiarazioni. Secondo la Cassazione, i giudici di merito hanno dato adeguatamente conto di questa evoluzione, collegandola anche a pressioni esercitate dal genitore, senza tuttavia ignorarla: hanno anzi valorizzato il fatto che, pur ridimensionando gli addebiti, la minore non avesse mai smentito la natura violenta e prevaricatrice del comportamento paterno. A ciò si aggiungono riscontri esterni convergenti: le dichiarazioni del personale scolastico, quelle della madre, il contenuto delle chat, i segni di autolesionismo osservati dalla psicologa, nonché le stesse dichiarazioni spontanee dell’imputato, che aveva ammesso il clima conflittuale e alcuni degli episodi contestati. Un quadro probatorio che, secondo la Corte, sorregge una motivazione tutt’altro che illogica, tanto più trattandosi di doppia conforme tra primo e secondo grado. Il correttivo sulla recidiva: l’affidamento in prova al servizio sociale L’unico motivo accolto riguarda il trattamento sanzionatorio, e in particolare il riconoscimento della recidiva. I giudici di merito avevano infatti trascurato che le condanne
Due madri, un figlio, una provetta: quando la fecondazione è omologa la verità genetica non basta a cancellare lo status di genitore

La Cassazione riscrive i confini tra procreazione medicalmente assistita omologa ed eterologa nelle coppie omoaffettive, imponendo ai giudici di merito un accertamento concreto sull’interesse del minore La storia che la Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, è stata chiamata a dirimere con la sentenza identificata dal numero di raccolta generale 24427/2026 muove da una relazione sentimentale nata nel 2009 tra due donne, sfociata in un’unione civile costituita nell’agosto 2016. La coppia aveva tentato, senza esito, diversi percorsi di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo in Spagna. Nel 2014 una delle due donne si è rivolta a un centro specializzato per una procreazione medicalmente assistita di tipo omologo, realizzata insieme a un donatore di gameti, nipote della compagna. Nel 2016 nasce la minore, riconosciuta alla nascita dalla sola madre biologica; due anni dopo, nel 2018, la bambina viene riconosciuta anche dalla partner, con il consenso della madre biologica, dando così luogo a un atto di nascita che indicava entrambe le donne come genitori. La convivenza tra la madre sociale e la minore si è protratta per circa tre anni e mezzo, fino all’estate del 2019, quando la madre sociale è stata allontanata dalla casa familiare in conseguenza di un procedimento penale, poi archiviato con esito favorevole per lei. Da quel momento i rapporti tra la minore e la madre sociale si sono interrotti, per decisione unilaterale della madre biologica. Successivamente, la nonna materna della bambina ha proposto impugnazione per difetto di veridicità dell’atto di nascita, sostenendo che la procedura non fosse in realtà riconducibile a una procreazione eterologa condivisa, bensì a una procreazione omologa in cui il ruolo del donatore di gameti sarebbe stato meramente biologico e occasionale. La madre biologica ha aderito, sin dal primo grado, alla domanda della propria madre. Il percorso nei gradi di merito Il Tribunale ha accolto l’impugnazione, ritenendo non veritiero l’atto di nascita e giudicando la convivenza tra la madre sociale e la minore, limitata a poco più di un anno dal riconoscimento, insufficiente a consolidare una condizione identitaria tale da giustificare la conservazione dello status filiale. La Corte d’Appello di Palermo, investita del gravame proposto dalla madre sociale, ha invece riformato la decisione, valorizzando la lunga relazione della coppia, la comune volontà di diventare genitrici e il ruolo marginale del donatore di gameti, di fatto assimilato a quello di un partecipante a un progetto eterologo. Su questa base la Corte territoriale ha applicato per analogia l’art. 8 della legge n. 40 del 2004, in tema di continuità dello status di figlio nato da procreazione eterologa, e i principi espressi dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 2025, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della medesima disposizione nella parte in cui non consente il riconoscimento, fin dalla nascita, dello status di figlio nei confronti della madre intenzionale in coppie femminili che abbiano fatto ricorso all’estero alla fecondazione eterologa. Il quadro normativo: la differenza, non solo terminologica, tra PMA omologa ed eterologa Il nodo giuridico della vicenda ruota interamente attorno alla distinzione tra procreazione medicalmente assistita omologa, in cui i gameti utilizzati appartengono ai due membri della coppia richiedente, e procreazione eterologa, in cui almeno uno dei gameti proviene da un donatore esterno. Gli articoli 8 e 9 della legge n. 40 del 2004 disciplinano gli effetti di questa seconda ipotesi, stabilendo che il consenso prestato alla fecondazione eterologa comporta l’assunzione piena e irrevocabile della responsabilità genitoriale in capo a chi lo ha prestato, mentre il donatore di gameti resta estraneo a qualunque relazione giuridica con il nato. È proprio su questa cornice normativa che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 68 del 2025, ha innestato il riconoscimento dello status di figlio in favore della madre intenzionale, quando la coppia omoaffettiva abbia condiviso, con consenso informato, un autentico progetto generativo eterologo praticato all’estero. Il punto controverso, nel caso in esame, è che la procedura clinica che ha condotto alla nascita della minore non era eterologa, bensì omologa: il gamete maschile non proveniva da un donatore anonimo estraneo al processo, ma da un soggetto individuato, il cui consenso alla procedura risultava peraltro fortemente contestato e oggetto di separata valutazione in sede penale. La Cassazione ha dunque dovuto stabilire se i principi elaborati per la fecondazione eterologa fossero automaticamente estensibili a una fattispecie strutturalmente diversa. La decisione della Cassazione: l’interesse del minore come criterio guida, non la qualificazione tecnica della procedura Il Collegio, esaminando congiuntamente i tre motivi di ricorso, ha ritenuto che la Corte d’Appello di Palermo abbia errato nel qualificare come eterologa una procedura che, per fatti pacifici tra le parti, era di tipo omologo, e nell’applicare quindi in modo diretto l’art. 8 della legge n. 40 del 2004. La Cassazione ha inoltre ricordato che, secondo l’orientamento consolidato della Corte Costituzionale (sentenze n. 162 del 2014, n. 272 del 2017 e n. 127 del 2020), la fecondazione eterologa è per di più riservata, nel sistema vigente, alla coppia eterosessuale. Ciò tuttavia non significa che la verità genetica riacquisti automaticamente un ruolo prevalente. La Cassazione ha ribadito un principio ormai consolidato nella propria giurisprudenza e in quella costituzionale: l’art. 263 del codice civile non stabilisce alcun automatismo tra il difetto di veridicità dell’atto di nascita e la caducazione dello status genitoriale. Il giudice dell’impugnazione è tenuto a un accertamento che non si arresta alla dicotomia vero/falso, ma effettua un bilanciamento concreto tra l’interesse a far valere la verità biologica e l’interesse del minore alla conservazione dello status acquisito, tenendo conto della durata della convivenza, delle modalità del concepimento, della radicalizzazione del rapporto di accudimento nei primi anni di vita e dell’incidenza di questi fattori sull’identità del minore stesso. Applicando questi criteri al caso concreto, la Cassazione ha cassato la sentenza di appello con rinvio, affidando alla Corte territoriale il compito di condurre un accertamento in concreto, sinora omesso, sulla natura della relazione genitoriale intercorsa tra la minore e la madre sociale nei tre anni e mezzo di convivenza, e sulle ragioni dell’interruzione dei contatti verificatasi dopo l’allontanamento della madre sociale dalla casa familiare. Le implicazioni
Maltrattamenti in famiglia e violenza assistita: la Cassazione conferma la misura cautelare e ribadisce i confini del proprio sindacato

Quando le percosse in casa non sono “un momento d’ira”: il caso arrivato in Cassazione Una vicenda che purtroppo ricorre con frequenza nelle aule giudiziarie italiane torna all’attenzione della Corte di Cassazione, Sesta Sezione Penale, che con il provvedimento R.G.N. 16021/2026 ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto contro l’applicazione di una misura cautelare per maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla violenza assistita dalla figlia minore. La decisione offre l’occasione per fare chiarezza su due profili distinti ma strettamente connessi: da un lato i confini, spesso poco compresi anche dagli addetti ai lavori, del controllo che la Cassazione può esercitare sui provvedimenti cautelari; dall’altro i requisiti che distinguono il reato di maltrattamenti da fattispecie meno gravi, e il rilievo autonomo che l’ordinamento riconosce oggi alla violenza assistita dai minori. Il fatto Il Giudice per le indagini preliminari di Cosenza aveva applicato a un uomo la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla moglie e dalla figlia minore, unitamente all’allontanamento dalla casa familiare, ritenendolo gravemente indiziato del delitto di maltrattamenti in famiglia. Alla persona offesa principale, la moglie, si affiancava la figlia minore, anch’essa vittima, secondo l’accusa, di violenza assistita: quella particolare forma di sofferenza che il minore subisce nell’assistere, pur senza essere fisicamente colpito, ad atti di violenza consumati tra le mura domestiche. Il Tribunale di Catanzaro, investito del riesame, aveva confermato integralmente la misura. Contro tale ordinanza l’indagato aveva proposto ricorso per cassazione, articolando un unico motivo, complesso e sfaccettato, con cui contestava sotto più profili la valutazione operata dai giudici di merito. I motivi del ricorso La difesa aveva innanzitutto messo in discussione l’attendibilità della persona offesa, sostenendo che le sue dichiarazioni fossero illogiche e prive di riscontri. L’uomo aveva ammesso un unico episodio significativo, quello relativo alle stampelle che la moglie utilizzava in quel periodo, riconducendolo però a uno scatto d’ira determinato dalla scoperta di una relazione extraconiugale della donna, e non a un disegno di sopraffazione. Quanto alla figlia, aveva riconosciuto soltanto di averle inflitto due o tre sculacciate, presentate come condotta episodica e non abituale. In secondo luogo, si contestava la stessa configurabilità del reato di cui all’art. 572 c.p., per l’assenza dei requisiti dell’abitualità della condotta e della volontà di sottoporre la vittima a un regime persecutorio: al più, secondo la difesa, la condotta verso la minore avrebbe dovuto essere derubricata nella meno grave fattispecie dell’art. 571 c.p., ossia l’abuso dei mezzi di correzione. Si negava, infine, la sussistenza dell’aggravante della violenza assistita, sostenendo che non vi fosse prova che gli episodi cui la bambina avrebbe assistito fossero stati tali da comprometterne lo sviluppo psicofisico, e si invocava l’assenza di pericolo di reiterazione, richiamando l’incensuratezza dell’indagato e la sua adesione a un percorso di recupero per autori di violenza. I limiti del sindacato di legittimità sui provvedimenti cautelari Prima di esaminare nel merito i singoli motivi, la Corte ha ritenuto opportuno ribadire un principio di carattere generale, decisivo per comprendere l’esito del giudizio. In materia di misure cautelari, la Cassazione non può riesaminare gli elementi materiali e fattuali della vicenda né rivalutare lo spessore degli indizi raccolti: il controllo di legittimità si arresta alla verifica della correttezza giuridica della qualificazione dei fatti e all’assenza di manifeste illogicità nella motivazione del provvedimento impugnato. Il ricorso per cassazione, dunque, è ammissibile solo se denuncia la violazione di specifiche norme di legge o un’illogicità evidente del ragionamento seguito dal giudice di merito, non quando mira, sotto le mentite spoglie di un vizio di motivazione, a ottenere una diversa lettura delle prove. Sul punto la sentenza richiama un orientamento risalente e consolidato, che muove da una pronuncia delle Sezioni Unite del 2000 e trova conferma in numerose decisioni successive delle sezioni semplici. Si tratta di un principio ormai stabilizzato nella giurisprudenza di legittimità, che non risulta oggetto di contrasti interpretativi: chi impugna un’ordinanza cautelare deve tenerne conto, perché contestazioni che si risolvano in una diversa valutazione del compendio indiziario sono destinate, come nel caso di specie, a essere dichiarate inammissibili. L’attendibilità della persona offesa e il presunto movente della gelosia Applicando questo principio, la Corte ha ritenuto inammissibile la censura sull’attendibilità della vittima, osservando che il Tribunale del riesame aveva già operato una valutazione congrua e logica delle sue dichiarazioni, definite genuine, precise e coerenti. Né la scelta della donna di tornare a vivere con il marito dopo una prima separazione, né il fatto che la madre della vittima non avesse mai denunciato episodi di violenza risalenti al periodo in cui la famiglia viveva ancora in Ucraina, sono stati ritenuti elementi idonei a scalfire questa valutazione, trattandosi di circostanze estranee all’arco temporale della contestazione. Quanto all’episodio delle stampelle, la Corte ha chiarito un punto di rilievo pratico non scontato: il fatto che la condotta violenta sia stata determinata da un motivo di gelosia, anziché da un more strutturato intento persecutorio, non esclude affatto la rilevanza penale del fatto né la sua riconducibilità al quadro complessivo di maltrattamento. Abitualità della condotta e distinzione dall’abuso dei mezzi di correzione Quanto alla struttura del reato, la Cassazione ha ricordato che l’abitualità richiesta dall’art. 572 c.p. non presuppone un programma criminoso predefinito, essendo sufficiente la consapevolezza dell’autore di persistere in un’attività vessatoria già posta in essere. Nel caso concreto, il Tribunale aveva accertato reiterate vessazioni, minacce, insulti, limitazioni dell’autonomia personale attuate anche mediante il controllo del telefono e degli spostamenti, oltre a specifici episodi di violenza fisica: un quadro incompatibile con la tesi di un fatto isolato. Altrettanto netta è la risposta della Corte sulla richiesta di derubricazione nel reato di cui all’art. 571 c.p. La Cassazione ha ribadito, richiamando un precedente della Terza Sezione, che l’abuso dei mezzi di correzione presuppone l’uso non appropriato di strumenti educativi in sé leciti, e non è mai configurabile quando si tratti di violenza fisica e morale sistematica esercitata nei confronti del minore, anche se sorretta da un intento correttivo. La sculacciata occasionale e lo schema di sopraffazione reiterato appartengono, insomma, a mondi giuridici diversi. La violenza assistita come aggravante autonoma Un
Divorzio non ancora definitivo e secondo matrimonio: quando la nullità non può più essere fatta valere

La Cassazione chiarisce i confini tra passaggio in giudicato delle sentenze di divorzio consensuale e acquiescenza tacita all’atto di chi, con la propria condotta successiva, ne ha riconosciuto gli effetti Una coppia coniugata dal 1988 con rito concordatario giunge alla cessazione degli effetti civili del matrimonio nel 2013, con sentenza del Tribunale competente pronunciata su conclusioni congiunte delle parti. Nella fase di notificazione della sentenza, tuttavia, il difensore della moglie provvede a notificarla soltanto personalmente al marito, omettendo la notifica sia al Pubblico Ministero presso il Tribunale sia al Pubblico Ministero presso la Corte d’appello competente, sia infine ai procuratori domiciliatari della stessa moglie, presso i quali quest’ultima aveva formalmente eletto domicilio nel giudizio di divorzio. Sulla base della sola notifica personale, la cancelleria attesta, ai sensi dell’art. 124 disp. att. cod. proc. civ., la mancata proposizione di impugnazioni, e la sentenza viene annotata come definitiva a margine dell’atto di matrimonio. Pochi giorni dopo, il marito contrae un nuovo matrimonio civile con un’altra donna. Il 12 novembre 2013, appena cinque giorni dopo le nozze, l’uomo muore. Passano quasi dieci anni. Nel 2023 la prima moglie propone ricorso ex art. 473 bis cod. proc. civ. per far dichiarare la nullità del secondo matrimonio, sostenendo che, non essendo stata la sentenza di divorzio notificata correttamente né al Pubblico Ministero né ai suoi difensori, gli effetti della pronuncia non fossero divenuti definitivi se non allo spirare del termine lungo di sei mesi dalla pubblicazione, ossia il 25 dicembre 2013. Alla data del secondo matrimonio, quindi, il marito non avrebbe ancora goduto del requisito dello stato libero prescritto dall’art. 86 cod. civ., con conseguente nullità del vincolo ai sensi dell’art. 117 cod. civ. Si costituisce in giudizio la seconda moglie, la quale evidenzia come l’attestazione di cancelleria facesse piena prova, ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., del mancato esperimento di impugnazioni, e come la prima moglie avesse peraltro già agito, nel 2014, per ottenere una quota della pensione di reversibilità del defunto quale ex coniuge titolare di assegno divorzile, senza mai contestare in quella sede la validità del secondo matrimonio. Il percorso nei gradi di merito Sia il Tribunale di primo grado sia la Corte d’appello respingono la domanda di nullità. I giudici di merito ritengono che le sentenze di divorzio pronunciate su domanda congiunta, o su conclusioni conformi delle parti, debbano ritenersi passate in giudicato sin dal momento della pubblicazione, in assenza di una parte soccombente titolare di un interesse concreto all’impugnazione. La Corte d’appello sottolinea inoltre come la condotta della prima moglie, che nel 2014 aveva agito per il riconoscimento di una quota della pensione di reversibilità presupponendo così la validità del matrimonio tra l’uomo e la seconda moglie, configuri un comportamento oggettivamente incompatibile con la successiva azione di nullità, tale da configurare una tacita rinuncia all’azione stessa. A ciò si aggiunge, secondo i giudici territoriali, la considerazione che la proposizione della domanda a distanza di un decennio risulti lesiva dell’affidamento incolpevole maturato dalla seconda moglie sulla stabilità del proprio stato civile. La decisione della Cassazione Investita di cinque motivi di ricorso, la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 23887/2026, conferma integralmente le statuizioni di merito e rigetta il ricorso. Il principio di diritto richiamato dalla Corte, già affermato in un precedente del 2014, stabilisce che la sentenza resa a seguito di conclusioni comuni delle parti, nell’ambito di un procedimento di divorzio originariamente contenzioso, è assimilabile a quella pronunciata in un giudizio di divorzio congiunto. Ne consegue che, quando il giudice abbia integralmente recepito le conclusioni congiunte, la sentenza non è impugnabile dai coniugi, mentre resta impugnabile soltanto qualora le conclusioni siano state, anche solo parzialmente, disattese. Il Pubblico Ministero, in ogni caso, conserva la facoltà di impugnare la sentenza, ma limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli, secondo quanto previsto dall’art. 5, quinto comma, della legge n. 898 del 1970. La Corte chiarisce che questa ricostruzione trova fondamento nella natura di volontaria giurisdizione del procedimento di divorzio su domanda congiunta, che si configura come procedimento camerale unilaterale privo di parti in posizioni contrapposte. Proprio l’assenza di soccombenza, quale requisito essenziale per l’esercizio del diritto di impugnazione, esclude che una parte che abbia ottenuto quanto richiesto possa successivamente rimettere in discussione l’accordo raggiunto. A questo argomento strutturale la Cassazione affianca un rilievo relativo alla condotta processuale della ricorrente: agendo nel 2014 per ottenere il riconoscimento di una quota della pensione di reversibilità quale ex coniuge titolare di assegno divorzile, la ricorrente ha necessariamente presupposto la validità del secondo matrimonio, ponendo in essere un comportamento incompatibile con la successiva azione di nullità. Tale condotta configura, secondo la Corte, un’ipotesi di rinuncia tacita che il richiamo al principio contra factum proprium rafforza sul piano della lealtà e della correttezza processuale: sarebbe infatti contrario a tali canoni consentire ad una parte che abbia ottenuto ciò che aveva richiesto di “pentirsi” successivamente di quanto aveva voluto. Le implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti su due piani distinti. Sul piano processuale, essa consolida l’orientamento secondo cui, nei procedimenti di divorzio definiti su conclusioni congiunte, il termine per l’impugnazione perde di fatto rilevanza per le parti che abbiano ottenuto l’accoglimento integrale delle proprie domande: la sentenza si consolida sin dalla pubblicazione, a prescindere dalle vicende della notificazione, salva la posizione del Pubblico Ministero per gli interessi patrimoniali dei figli. Sul piano sostanziale, la decisione ricorda che l’imprescrittibilità dell’azione di nullità matrimoniale non equivale a un’assenza di limiti al suo esercizio: una condotta processuale pregressa, incompatibile con la successiva contestazione di validità di un vincolo, può precludere l’azione per acquiescenza tacita, specie quando siano trascorsi anni e si siano consolidati affidamenti di terzi in buona fede. Per i professionisti che assistono clienti in situazioni di successione di vincoli matrimoniali o in controversie previdenziali connesse allo stato civile, la pronuncia suggerisce cautela nella formulazione di domande che presuppongano, anche implicitamente, il riconoscimento della validità di rapporti giuridici che si intenda successivamente contestare. Per un approfondimento sul proprio caso specifico, lo studio resta a disposizione per una valutazione personalizzata
Test del capello nella separazione: la prova segreta di uso di stupefacenti è utilizzabile in giudizio?

L’accertamento tossicologico eseguito a insaputa del coniuge tra privacy, rischio penale e valore probatorio incerto Nei procedimenti di separazione capita sempre più spesso che un coniuge sospetti l’altro di fare uso di sostanze stupefacenti e cerchi di procurarsi una prova prima ancora di rivolgersi al giudice. Una delle modalità più discusse è il prelievo di capelli da un pettine o da una spazzola, seguito dall’invio del campione a un laboratorio privato per un’analisi tossicologica, il tutto senza che l’interessato ne sia a conoscenza. Il certificato così ottenuto viene poi prodotto in causa come prova dell’inidoneità genitoriale o dell’addebito. La domanda che si pone lo studio è se questo materiale possa davvero essere utilizzato dal giudice civile, e a quali condizioni. Il dato tossicologico è un dato sanitario a tutela rafforzata Il risultato di un’analisi condotta sui capelli per rilevare l’uso di stupefacenti non è un dato qualunque: costituisce un dato relativo alla salute ai sensi dell’art. 9 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e rientra, nell’ordinamento interno, tra le categorie particolari di dati disciplinate dall’art. 2-septies del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice Privacy). Si tratta di categorie il cui trattamento è vietato in via generale, salvo che ricorra una delle condizioni tassativamente previste dalla norma europea. Prelevare capelli da un pettine senza il consenso del titolare e inviarli a un laboratorio per un esame tossicologico integra dunque un trattamento di dati sanitari privo di base giuridica. Il prelievo a insaputa dell’interessato può avere rilevanza penale Chi acquisisce il campione in questo modo non corre soltanto un rischio sul piano civile. Il trattamento illecito di dati rientranti nelle categorie particolari dell’art. 9 GDPR, tra cui i dati sanitari, è sanzionato penalmente dall’art. 167, comma 2, del D.Lgs. 196/2003, quando dalla condotta derivi un nocumento all’interessato. Prima di procurarsi la prova in questo modo, chi intende farlo dovrebbe essere consapevole che la fase di acquisizione del campione può esporlo, a sua volta, a conseguenze penali. Nel processo civile non esiste una regola di esclusione automatica Qui si colloca il nodo più delicato per chi deve valutare se produrre in giudizio una prova di questo tipo. Il processo penale conosce, all’art. 191 c.p.p., l’inutilizzabilità delle prove acquisite in violazione di divieti di legge; il codice di procedura civile non contiene una regola equivalente. L’art. 160-bis del D.Lgs. 196/2003 si limita a rinviare alle disposizioni processuali per stabilire validità ed efficacia degli atti fondati su un trattamento di dati non conforme alla legge, e in assenza di una disposizione processuale specifica il risultato è che il giudice civile valuta la prova secondo il proprio prudente apprezzamento, ai sensi dell’art. 116, comma 1, c.p.c.. Giurisprudenza e dottrina prevalenti hanno elaborato, in particolare nel diritto di famiglia, un criterio di bilanciamento tra il diritto alla prova e il diritto alla riservatezza e alla dignità della persona, demandando al giudice del caso concreto la valutazione comparativa tra gli interessi in gioco. Il precedente di riferimento sul test del capello nei procedimenti di famiglia Un provvedimento di particolare interesse per la materia è l’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione I civile, del 19 gennaio 2026, n. 1008, resa in un procedimento riguardante l’affidamento dei figli in cui era in discussione proprio l’uso di stupefacenti da parte di un genitore. La Corte ha confermato che, in questo tipo di procedimenti, il giudice dispone di ampi poteri istruttori officiosi e può disporre d’ufficio l’esame del capello. Nel caso specifico, uno dei genitori si era presentato completamente depilato all’accertamento, rendendone di fatto impossibile l’esecuzione: la Corte territoriale aveva desunto da questo comportamento la prova positiva per presunzione semplice, ai sensi dell’art. 2729 c.c., qualificandolo come fatto univoco, preciso e concordante, e la Cassazione ha ritenuto corretta tale impostazione. E il prelievo effettuato in autonomia da un privato? Diverso è il caso in cui l’accertamento non venga disposto dal giudice, ma sia procurato in autonomia da una delle parti. Un precedente utile per inquadrare questa ipotesi, pur riguardando dati genetici raccolti da un’agenzia investigativa su mozziconi di sigaretta anziché capelli, è la sentenza della Cassazione civile, Sezione I, n. 21014/2013, che ha ritenuto illecito il prelievo e il successivo trattamento di dati genetici altrui, effettuato per finalità predittive anziché sanitarie, senza il consenso dell’interessato e senza l’autorizzazione dell’Autorità Garante. Il principio, per analogia, si attaglia anche al prelievo di capelli da un pettine a fini tossicologici: la mancanza di consenso e di base legittimante rende l’acquisizione del campione, a monte, un’operazione non conforme alla disciplina sulla protezione dei dati personali. Il valore probatorio del certificato privato: tre criticità Anche ammesso che il giudice, nell’esercizio del proprio bilanciamento, decida di non escludere a priori il certificato di laboratorio privato, questo tipo di prova presenta debolezze strutturali che ne riducono significativamente il peso. La prima riguarda la legittimità stessa dell’acquisizione, che può indurre il giudice a non valorizzarla nel bilanciamento tra gli interessi in gioco. La seconda attiene all’affidabilità scientifica del campione: trattandosi di materiale prelevato da un oggetto di uso comune anziché raccolto in sede con le dovute garanzie, la catena di custodia non è certificata e l’attendibilità del prelievo può essere agevolmente contestata dalla controparte. La terza criticità è di ordine strettamente processuale: anche qualora fosse ammessa, una prova unilaterale prodotta da una parte ha un peso persuasivo tendenzialmente inferiore rispetto a un accertamento tecnico disposto d’ufficio dal giudice, sul quale i tribunali di famiglia preferiscono normalmente fondare il proprio convincimento. La strategia processuale corretta Alla luce di questo quadro, la via più solida non è procurarsi autonomamente il certificato, ma chiedere al giudice della separazione di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, il test tossicologico sul capello nei confronti dell’altro coniuge, secondo una prassi già consolidata nei procedimenti sull’affidamento dei figli. In questo contesto, come insegna l’ordinanza n. 1008/2026, se il coniuge chiamato all’accertamento rifiuta di sottoporvisi o si presenta depilato, tale condotta può essere valorizzata dal giudice come argomento di prova ai sensi dell’art. 2729 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., con un effetto probatorio potenzialmente più incisivo
Foto dei figli online: la Cassazione fissa il prezzo del consenso

Con l’ordinanza n. 1169/2026 la Suprema Corte distingue tra danno non patrimoniale e danno patrimoniale nella pubblicazione non autorizzata dell’immagine del minore. Il Garante Privacy, con il provvedimento n. 314/2026, ribadisce la necessità del consenso di entrambi i genitori, mentre il disegno di legge n. 1136/2025 resta ancora all’esame del Senato. La pratica di condividere online fotografie e momenti di vita dei figli, nota come sharenting, ha smesso da tempo di essere una semplice questione di sensibilità familiare. Ogni immagine pubblicata concorre a costruire un’identità digitale che il minore non ha scelto e che, una volta immessa in rete, sfugge sostanzialmente al controllo di chi l’ha diffusa. La giurisprudenza più recente conferma che l’immagine del minore non appartiene a chi esercita la responsabilità genitoriale, bensì al minore stesso, e che ogni decisione in materia deve essere assunta nel suo esclusivo interesse. Il caso deciso dalla Cassazione: quale danno è risarcibile L’ordinanza n. 1169/2026 della Corte di Cassazione origina da una vicenda in cui un ente aveva pubblicato, sul proprio sito internet e su una pagina social, la fotografia di una minore senza il consenso dei genitori. Sia il giudice di primo grado sia la Corte d’appello avevano riconosciuto l’illiceità della pubblicazione, ma avevano rigettato la domanda risarcitoria per difetto di prova del danno. La Suprema Corte ha confermato solo in parte questa impostazione, distinguendo con nettezza due piani di tutela che è utile tenere separati. Danno non patrimoniale: nessun automatismo risarcitorio Sul primo piano, la Cassazione ribadisce un principio ormai consolidato: la mera violazione del diritto all’immagine non comporta automaticamente un danno risarcibile. Non basta cioè accertare l’illiceità della pubblicazione; occorre che venga provato un pregiudizio concreto alla dignità, alla privacy o alla serenità del minore. Si tratta di un orientamento che richiede, anche a chi assiste la parte lesa, un onere probatorio specifico e non presunto. Danno patrimoniale: il criterio del prezzo del consenso Sul secondo piano, la pronuncia introduce un elemento di significativo rilievo pratico. Il danno patrimoniale non richiede la prova di un intento di lucro diretto: è sufficiente che chi ha pubblicato l’immagine ne abbia tratto un vantaggio, anche solo in termini di visibilità o di attrattività comunicativa. In questi casi il pregiudizio economico può essere liquidato in via equitativa secondo il criterio del cosiddetto prezzo del consenso, ossia il compenso che il titolare dell’immagine avrebbe ragionevolmente richiesto per autorizzarne la pubblicazione. Ne discende un principio di sistema: l’immagine della persona, e a maggior ragione quella del minore, costituisce un bene economicamente valutabile a prescindere dalla natura, lucrativa o meno, di chi la utilizza. Il quadro normativo di riferimento Il ragionamento della Cassazione si innesta su un impianto normativo articolato. L’art. 10 c.c. sanziona l’abuso dell’immagine altrui; l’art. 96 della legge 22 aprile 1941, n. 633 disciplina il diritto al ritratto; il Codice Privacy, come modificato dal d.lgs. 101/2018 e integrato dal GDPR, fissa a quattordici anni la soglia del consenso digitale autonomo. A questo si affiancano gli artt. 316 e 320 c.c., che impongono l’accordo di entrambi i genitori per gli atti di straordinaria amministrazione: la pubblicazione di immagini online, incidendo sui diritti della personalità e sull’identità digitale futura del figlio, viene ormai pacificamente ricondotta a questa categoria, a prescindere dallo stato di convivenza o separazione dei genitori. Il provvedimento del Garante Privacy: consenso congiunto e limiti dell’ambito domestico Su questo impianto interviene anche l’Autorità di controllo. Con il provvedimento n. 314/2026, il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che la pubblicazione sui social network di immagini raffiguranti minori infraquattordicenni richiede il consenso di entrambi i genitori esercenti la responsabilità genitoriale. Il provvedimento esclude inoltre che possa invocarsi la cosiddetta esenzione domestica: la condivisione sui social eccede per definizione la sfera privata, rendendo i contenuti accessibili a una platea indeterminata. Allo stesso modo, un profilo impostato come privato non esclude la tutela, poiché nulla impedisce che i contenuti vengano salvati o inoltrati da terzi al di fuori del controllo di chi li ha pubblicati. Le prospettive normative: il disegno di legge n. 1136/2025 Sul piano legislativo, il quadro è ancora in movimento. Il disegno di legge n. 1136/2025, recante disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, risulta a oggi assegnato alla 8ª Commissione permanente del Senato e non è stato ancora approvato in via definitiva né pubblicato in Gazzetta Ufficiale: occorrerà l’approvazione di entrambi i rami del Parlamento perché le sue disposizioni diventino pienamente vigenti. Il testo, nelle versioni finora esaminate, prevede tra l’altro l’innalzamento a quindici anni dell’età minima per l’attivazione autonoma di account sui social network, oltre a un regime specifico per i minori che svolgono attività di influencer, con la necessità dell’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro oltre una determinata soglia di guadagni e la confluenza dei proventi in un conto vincolato accessibile solo al raggiungimento della maggiore età. Non esiste, allo stato, una legge organica dedicata specificamente allo sharenting: la materia resta regolata dalle norme generali appena richiamate e dagli interventi di Cassazione e Garante Privacy. Implicazioni pratiche per genitori, enti e professionisti Per i genitori, il principio di fondo è che la pubblicazione dell’immagine di un figlio minore di quattordici anni non può mai considerarsi una scelta unilaterale: in assenza di accordo, anche il genitore collocatario o affidatario non può procedere autonomamente, e la condotta del genitore che pubblica senza il consenso dell’altro può essere valutata anche ai fini della responsabilità genitoriale. Per gli enti, le associazioni e più in generale i soggetti che utilizzano immagini di minori a fini comunicativi, l’ordinanza n. 1169/2026 segna un rischio concreto: l’assenza di finalità lucrativa non esclude la responsabilità patrimoniale, se la pubblicazione produce comunque un vantaggio in termini di visibilità. Ne discende, per i professionisti che assistono famiglie in situazioni di conflitto o realtà associative e scolastiche, l’opportunità di richiamare l’attenzione dei clienti su una prassi che, per quanto diffusa, comporta oggi conseguenze giuridiche tutt’altro che teoriche. Gli strumenti di tutela disponibili Quando la pubblicazione sia già avvenuta senza il necessario consenso, l’ordinamento mette a disposizione più rimedi.
Assegnazione della casa familiare: il rustico accanto può diventare pertinenza automatica?

La Cassazione richiama i giudici di merito a un accertamento rigoroso del vincolo pertinenziale e ribadisce che ogni decisione sull’immobile accessorio deve rispondere all’interesse della prole Nel corso di un giudizio di separazione personale, il Tribunale aveva disposto l’assegnazione alla moglie della casa familiare, un edificio di circa cinquecento metri quadri sviluppato su tre piani e dotato di ampio spazio antistante adibito a parcheggio. Nella stessa statuizione, il giudice di primo grado aveva ricompreso nell’assegnazione anche un secondo immobile, rimasto allo stato rustico, situato a circa cinquanta metri dall’abitazione principale, qualificandolo come pertinenza di quest’ultima ai sensi dell’art. 817 c.c. Il marito aveva impugnato la decisione davanti alla Corte d’appello di Catania, sostenendo che il rustico non potesse considerarsi pertinenza della casa coniugale: si trattava di un bene con particella catastale distinta, autonoma concessione edilizia, diversa destinazione d’uso e accesso indipendente dalla strada. La Corte territoriale, tuttavia, aveva respinto il gravame, ritenendo che il fabbricato, pur non contiguo e pur destinato in origine a un progetto produttivo mai completato, fosse stato di fatto utilizzato come deposito e garage al servizio dell’abitazione familiare, e che ciò bastasse a configurarne la natura pertinenziale. Contro questa sentenza il marito ha proposto ricorso per cassazione, articolando quattro motivi. I primi tre, esaminati congiuntamente dalla Corte, riguardano la violazione delle norme sulle pertinenze e sull’assegnazione della casa familiare, oltre a un vizio di motivazione nella valutazione delle prove; il quarto motivo attiene invece al riparto delle spese di lite. Il quadro normativo: casa familiare e pertinenze La materia si colloca all’incrocio tra due discipline distinte. Da un lato l’art. 337 sexies c.c., che regola l’assegnazione della casa familiare nell’ambito della separazione e del divorzio, individuando come criterio guida l’interesse dei figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti. Dall’altro l’art. 817 c.c., che definisce le pertinenze come le cose destinate in modo durevole a servizio o ornamento di un’altra cosa, e l’art. 818 c.c., che ne estende automaticamente il regime giuridico del bene principale, salvo diversa disposizione di legge. La Corte di Cassazione, richiamando i propri precedenti, ricorda che la casa familiare costituisce il centro di affetti, interessi e consuetudini di vita della famiglia e concorre in misura decisiva alla formazione della personalità dei figli, sicché la sua assegnazione gode di una tutela di rilievo costituzionale (Cass. n. 3000/2025). Coerentemente, anche la revoca dell’assegnazione richiede l’accertamento rigoroso del venir meno dell’interesse della prole, per raggiungimento della maggiore età, autosufficienza economica o cessazione della convivenza con il genitore assegnatario (Cass. n. 32151/2023), con onere probatorio stringente a carico di chi richieda la revoca (Cass. n. 11218/2013). Quanto al vincolo pertinenziale, la giurisprudenza di legittimità richiede la compresenza di due elementi: un requisito soggettivo, ossia l’appartenenza di entrambi i beni al medesimo soggetto, e un requisito oggettivo, cioè la contiguità, anche solo funzionale, tra i due immobili, tale per cui il bene accessorio arrechi utilità al bene principale e non al proprietario in quanto tale. In assenza di questi presupposti, non si configura una pertinenza, bensì un’ipotesi di comunione del bene accessorio o di servitù (Cass. n. 14599/2004; Cass. n. 20186/2025; Cass. n. 20911/2021). L’accertamento di tali elementi costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, sindacabile in Cassazione solo per vizio di motivazione (Cass. n. 4599/2006; Cass. n. 6009/2000). La Corte ha inoltre chiarito che l’assegnazione della casa coniugale può estendersi a un bene pertinenziale, come un box, quando questo sia oggettivamente al servizio dell’abitazione principale, situato nello stesso edificio e appartenente al medesimo coniuge (Cass. n. 24104/2009), fermo restando che chi rivendica il bene accessorio deve dimostrarne il collegamento pertinenziale (Cass. n. 29468/2011), mentre spetta al coniuge non assegnatario l’onere di provare l’eventuale non operatività dell’automatismo di cui all’art. 818 c.c. (Cass. n. 510/2020). La decisione della Corte di Cassazione Applicando questi principi al caso concreto, la Prima Sezione civile ha accolto i primi tre motivi di ricorso, ritenendoli fondati e da trattare congiuntamente. Secondo la Corte, la sentenza impugnata presenta una motivazione intrinsecamente contraddittoria: la Corte d’appello, infatti, da un lato aveva dichiarato di voler limitare l’esame alla sola valenza pertinenziale del bene rispetto all’uso fattone durante la convivenza coniugale, escludendo la rilevanza della questione tecnica sull’art. 817 c.c.; dall’altro, subito dopo, aveva comunque affermato la sussistenza del vincolo pertinenziale, senza indicare su quali elementi probatori specifici la moglie, parte onerata, avesse dimostrato tale vincolo. Questo passaggio motivazionale ha impedito al marito di contestare adeguatamente sia l’insussistenza dei presupposti dell’art. 817 c.c., sia l’eventuale eccezione di non operatività dell’automatismo previsto dall’art. 818 c.c., tanto più che si discuteva di un immobile non contiguo, con destinazione d’uso diversa, distinto catastalmente dalla casa familiare e dotato di accesso autonomo. La Cassazione ha altresì accolto il secondo motivo, rilevando che la Corte territoriale, pur avendo dichiarato di dover valutare la questione nell’ambito del giudizio di separazione, non ha compiuto la verifica indispensabile sull’effettivo interesse della prole rispetto all’assegnazione dell’immobile accessorio, così come richiesto dall’art. 337 sexies c.c. Il quarto motivo, relativo alle spese di lite, è stato dichiarato assorbito in conseguenza dell’accoglimento dei primi tre. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d’appello di Catania, in diversa composizione, che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: quando il giudice assegna, oltre alla casa familiare, anche un altro immobile autonomo e non contiguo, riconoscendone il carattere pertinenziale, il potere di limitare il diritto dominicale del proprietario deve sempre essere esercitato nell’ambito dell’art. 337 sexies c.c., poiché si tratta di un provvedimento a favore del genitore convivente con i figli e nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Ne consegue che anche il bene pertinenziale deve rispondere direttamente all’interesse della prole a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, restando estranea a tale valutazione ogni ponderazione tra interessi di natura diversa dei coniugi, ove non coinvolgano le esigenze abitative dei figli (Cass. n. 18556/2026). Implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti per chi si occupa di separazioni e divorzi. Per i coniugi proprietari di immobili accessori alla
Affidamento dei figli minori: quando il rifiuto di un genitore verso l’altro giustifica l’affido esclusivo

La Cassazione conferma: la volontà del minore non ha valore di veto e i comportamenti ostativi di un genitore possono fondare la limitazione della responsabilità genitoriale Una coppia di coniugi, genitori di due figli, aveva visto la propria separazione personale dichiarata da una sentenza non definitiva del Tribunale, che aveva regolato anche le condizioni economiche e di affido riguardanti la prole: affido condiviso, collocamento prioritario presso la madre, regolamentazione del diritto di visita paterno e un assegno di mantenimento complessivo per moglie e figli. Avverso questa decisione il padre proponeva appello, chiedendo la revoca o la riduzione dell’assegno di mantenimento e un ampliamento dei tempi di frequentazione con i figli, nonché l’avvio di un percorso di mediazione familiare. La madre si opponeva e, a sua volta, proponeva appello incidentale, chiedendo l’addebito della separazione al marito e l’aumento degli assegni di mantenimento. Nel corso del giudizio di appello, durato diversi anni e segnato da una fase istruttoria particolarmente articolata – con aggiornamento della consulenza tecnica, acquisizione di informazioni dai Servizi Sociali, audizione dei minori ed emissione di numerose ordinanze interinali – la Corte d’Appello ribaltava l’impostazione del primo giudice. Veniva disposto l’affido esclusivo di entrambi i figli al padre, con limitazione della responsabilità genitoriale materna per sei mesi e sospensione temporanea degli incontri madre-figlio, da riprendere gradualmente in forma protetta. Veniva inoltre revocato l’assegno di mantenimento in favore della madre e ridefinito, a suo carico, un contributo per il mantenimento dei figli. La madre ricorreva in Cassazione articolando tredici motivi di ricorso, lamentando in sostanza la violazione del principio di bigenitorialità, l’omesso esame di elementi probatori a suo favore e l’eccessiva valorizzazione, da parte della Corte territoriale, delle criticità relazionali a lei addebitate. Il limite del giudizio di legittimità: non si può chiedere alla Cassazione di rivalutare i fatti Il primo nucleo di censure – relativo in particolare all’affidamento del figlio minore e alla limitazione della responsabilità genitoriale materna – viene dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte sulla base di un principio ormai consolidato: il vizio di violazione di legge previsto dall’articolo 360, primo comma, numero 3, del codice di procedura civile riguarda l’erronea interpretazione o applicazione di una norma, non la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito sulla base delle prove raccolte. In altri termini, chi ricorre in Cassazione non può chiedere ai giudici di legittimità di rileggere le carte processuali per ottenere una valutazione diversa delle circostanze concrete: questo compito appartiene esclusivamente al giudice di merito, e resta sottratto al sindacato della Cassazione. Allo stesso modo, anche il vizio di motivazione previsto dal numero 5 dello stesso articolo richiede l’indicazione di un fatto storico decisivo del quale sia stato omesso l’esame, non la semplice richiesta di una diversa valutazione delle risultanze istruttorie già esaminate. Nel caso di specie, la ricorrente, sotto la veste formale della violazione di legge, tentava in realtà di ottenere una rivisitazione complessiva della vicenda fattuale, sollecitando un apprezzamento più favorevole dei presupposti che avevano condotto all’affidamento esclusivo. Questa operazione, per quanto comprensibile dal punto di vista della parte coinvolta, eccede i confini del giudizio di Cassazione. Il principio di bigenitorialità e i suoi limiti: quando può essere derogato La pronuncia offre un’occasione importante per ricordare i contorni del principio di bigenitorialità, che l’articolo 337-ter del codice civile pone come regola generale: la presenza comune di entrambi i genitori nella vita dei figli, funzionale a garantire una stabile consuetudine di vita e relazioni affettive solide con entrambe le figure genitoriali. L’affidamento esclusivo a un solo genitore costituisce un’eccezione a questa regola e richiede, per essere legittimamente disposto, un rigoroso accertamento – fondato su elementi oggettivi e non su mere impressioni – della contrarietà all’interesse del minore derivante dall’affidamento condiviso. I provvedimenti che limitano la responsabilità genitoriale, in particolare, presuppongono una valutazione di inadeguatezza del genitore rispetto alla cura degli interessi del figlio: occorre un inadempimento di particolare gravità ai doveri genitoriali, che abbia arrecato o sia idoneo ad arrecare un pregiudizio serio al minore. Gli elementi indiziari utilizzati dal giudice per affermare questa inadeguatezza devono inoltre presentare i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza. Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, interpellata più volte sul rispetto della vita familiare garantito dall’articolo 8 della Convenzione, ha riconosciuto un’ampia libertà di apprezzamento alle autorità nazionali in materia di affidamento, ribadendo però che l’interesse superiore del minore deve sempre prevalere su ogni altra considerazione, e che le misure dirette a mantenere o ripristinare il legame tra genitore e figlio devono essere attuate con rapidità, poiché il tempo che trascorre può produrre conseguenze irrimediabili sul rapporto. Il valore (limitato) della volontà del minore Uno degli aspetti più delicati della vicenda riguardava il peso da attribuire alla volontà espressa dal figlio minore, ascoltato in più occasioni nel corso del giudizio, il quale aveva manifestato il desiderio di continuare a vivere con la madre. La Suprema Corte chiarisce che l’ascolto del minore e le sue dichiarazioni, anche quando risultino espresse con maturità, non possono costituire l’elemento esclusivo sulla base del quale decidere l’affidamento, specialmente quando il contesto familiare sia altamente conflittuale e siano stati accertati comportamenti ostativi o manipolativi da parte di uno dei genitori, idonei a condizionare l’esercizio della bigenitorialità dell’altro. Sul punto, la pronuncia riprende un principio già espresso dalla Corte di Strasburgo, secondo cui il parere di un minore non è necessariamente immutabile e le sue obiezioni, pur dovendo essere prese in debita considerazione, non attribuiscono al minore stesso un diritto di veto incondizionato, soprattutto quando il giudice rilevi la presenza di un conflitto di lealtà che possa aver condizionato la formazione di tale volontà. Le valutazioni di merito alla base dell’affido esclusivo Nella vicenda esaminata, la Corte territoriale aveva fondato la propria decisione su un quadro probatorio articolato, che evidenziava nella relazione tra la madre e il figlio una serie di criticità: un rapporto descritto come simbiotico e possessivo, fenomeni di manipolazione e strumentalizzazione del minore, carenze nella sfera educativa e nella cura della salute, oltre a una sistematica inosservanza dei provvedimenti giudiziari. A
Spese universitarie del figlio dopo il divorzio: quando sono “straordinarie” e chi deve pagarle

La Cassazione torna sul tema e cassa per vizio di motivazione: il giudice del rinvio dovrà spiegare come ha calcolato la somma e perché ha posto il costo intero a carico di un solo genitore La vicenda che ha dato origine all’ordinanza della Prima Sezione civile della Corte di cassazione n. 16578/2026 si dipana lungo quasi trent’anni di storia familiare e giudiziaria, toccando uno dei nodi più frequenti e controversi del diritto di famiglia: quando le spese sostenute da un genitore per il figlio, dopo la separazione e il divorzio, possono essere qualificate come “straordinarie” e quindi pretese in rimborso dall’altro genitore? Una famiglia, un figlio, un lungo percorso nei tribunali I fatti risalgono al 1993, anno del matrimonio tra i due protagonisti della vicenda. Nel 1995 nasce il figlio della coppia; nel 1998 i coniugi si separano consensualmente, e nel 2006 il divorzio viene pronunciato dal Tribunale di Taranto quando il ragazzo ha undici anni. La sentenza di divorzio recepisce le condizioni già concordate in sede di separazione, stabilendo un contributo periodico a carico del padre per il mantenimento del figlio, ma senza alcuna previsione specifica in ordine alle spese straordinarie. Ed è proprio questa lacuna che innesca un contenzioso destinato a percorrere tre gradi di giudizio per due volte, approdando alla Cassazione altrettante volte nell’arco di qualche anno. Il primo round giudiziario prende avvio quando la madre agisce in giudizio per ottenere il rimborso di oltre 16.000 euro che aveva sostenuto negli anni per far fronte a una serie di esborsi: tasse e libri scolastici, viaggi di istruzione, iscrizione all’università privata, canone di locazione dell’alloggio universitario nella città sede degli studi, spese di viaggio, attività sportive, corso di musica, visite mediche e analisi. Il Tribunale di Taranto, con sentenza del 2018, accoglie la domanda e condanna il padre al rimborso della metà di quelle spese, qualificandole tutte come straordinarie in quanto non preventivabili al momento della separazione. Il primo ribaltamento: la Corte d’appello e la nozione di “spese ordinarie” Il padre impugna la sentenza e la Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, ribalta completamente la decisione. Il giudice territoriale afferma che le spese straordinarie sono solo quelle connotate da rilevanza, imprevedibilità e imponderabilità tali da esulare dall’ordinario regime di vita del figlio. In questa prospettiva, le spese scolastiche e universitarie — comprese le tasse di iscrizione, il canone dell’appartamento nella città universitaria e i viaggi — non sarebbero straordinarie, perché il livello socio-culturale ed economico della famiglia (entrambi i genitori sono professionisti laureati) rendeva ragionevolmente prevedibile che il figlio avrebbe proseguito gli studi e si sarebbe iscritto anche a un ateneo privato fuori sede. Le spese mediche ordinarie, quelle per lo sport e per la musica vengono parimenti escluse. Il primo passaggio in Cassazione e il principio di diritto La madre ricorre in Cassazione e la Prima Sezione, con la propria ordinanza n. 7169/2024, accoglie il ricorso nei limiti delle spese scolastiche e universitarie, escludendo dall’ambito dell’impugnazione le spese mediche, sportive, musicali e quelle riferite a generiche “ulteriori esigenze” del figlio, in relazione alle quali la ricorrente non aveva censurato tutte le ragioni della decisione di appello. Nell’ordinanza rescindente la Corte enuncia un principio di diritto destinato a fare da bussola nel giudizio di rinvio: le spese straordinarie, non comprese nell’assegno periodico, sono quelle che — salvo espressa statuizione convenzionale o giudiziale — non siano prevedibili e ponderabili al tempo della determinazione dell’assegno, valutate in concreto e nell’attualità degli elementi indicati dall’art. 337-ter, comma 4, c.c., e che, se sostenute da un solo genitore, per la loro rilevante entità producono una violazione del principio di proporzionalità della contribuzione genitoriale. Cruciale è il momento di riferimento: la prevedibilità va apprezzata al tempo in cui l’assegno fu determinato, non in astratto e non retrospettivamente. Non si possono considerare prevedibili, per un bambino di undici anni, le spese universitarie che si materializzeranno molti anni dopo. Il giudizio di rinvio e la seconda cassazione Riassunto il giudizio davanti alla Corte d’appello di Taranto quale giudice del rinvio, questa condanna il padre a corrispondere alla madre la complessiva somma di € 24.321,34, qualificando come straordinarie le spese universitarie e quelle complementari (retta dell’ateneo, locazione dell’alloggio, viaggi per raggiungere la sede), i viaggi di istruzione e le spese per il conseguimento della patente europea del computer. Le tasse scolastiche delle scuole medie superiori, i libri di testo e l’abbonamento ai mezzi pubblici per raggiungere la scuola vengono invece esclusi, in quanto prevedibili al tempo del divorzio. In ordine alla misura del concorso di ciascun genitore, la Corte territoriale afferma che il requisito della proporzionalità non era stato riproposto né in appello né in Cassazione, dichiarandolo precluso. Poi, in via “ad ogni buon conto”, affronta comunque la questione, richiamando quanto risultava dalla sentenza di divorzio del 2006 — dove erano stati valorizzati i redditi del padre riferiti all’anno 2002 — e concludendo che il concorso paritario al 50% non violava il principio di proporzionalità. Conclude condannando il padre al pagamento dell’intera somma di € 24.321,34. Il padre propone un nuovo ricorso per cassazione, articolato in sei motivi. I motivi del ricorso e la scelta della Corte I primi quattro motivi contestano, sotto vari profili, la valutazione operata dalla Corte d’appello in ordine alla proporzionalità del contributo: si lamenta la violazione dell’art. 384 c.p.c. (inosservanza del principio di diritto enunciato dalla Cassazione), dell’art. 112 c.p.c. (violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato), e dell’art. 147 c.c. (norma ritenuta ultronea rispetto all’oggetto del giudizio). La Cassazione li dichiara tutti inammissibili: le censure attengono alla misura del contributo, questione distinta rispetto all’individuazione delle spese straordinarie cui si riferiva il principio di diritto dell’ordinanza rescindente; e comunque, la decisione della Corte d’appello si regge su tre diverse e autonome ragioni (la preclusione, la valorizzazione dei dati reddituali della sentenza di divorzio, il richiamo all’obbligo genitoriale ex art. 147 c.c.), di cui quella relativa alla preclusione non è stata efficacemente attaccata. Il quinto motivo — violazione degli artt. 115 c.p.c. e 2697 c.c. per omessa
Gli aiuti dei genitori non contano: la Cassazione chiarisce cosa è davvero “reddito” ai fini dell’assegno di separazione

Una recente ordinanza della Prima Sezione Civile della Suprema Corte ribalta la decisione della Corte d’Appello di Genova e fissa un principio destinato a incidere concretamente sui giudizi di separazione: le elargizioni familiari ricevute dal coniuge obbligato non possono essere calcolate nella determinazione dell’assegno di mantenimento Tutto nasce da una separazione coniugale avviata davanti al Tribunale di Genova nell’autunno del 2020, con ricorsi pressoché contestuali da entrambi i coniugi, ciascuno dei quali aveva chiesto l’addebito a carico dell’altro. Il Tribunale, riuniti i procedimenti, pronunciò la separazione rigettando entrambe le domande di addebito, disponendo l’affidamento condiviso dei figli minori con collocazione prevalente presso la madre, e ponendo a carico del padre un contributo mensile di € 1.200,00 per il mantenimento dei figli. La domanda di assegno di mantenimento per il coniuge venne invece respinta. La moglie impugnò la sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Genova, contestando sia il mancato addebito sia il diniego dell’assegno di mantenimento in suo favore. La Corte territoriale accolse parzialmente l’appello: pur confermando il rigetto della domanda di addebito, riconobbe alla donna un assegno di mantenimento di € 500,00 mensili, valorizzando la differenza reddituale e patrimoniale tra i coniugi, gli oneri abitativi gravanti sulla appellante (€ 700,00 mensili, documentati e non contestati) e il tenore di vita goduto durante il matrimonio. Per giustificare la capacità contributiva del marito, la Corte d’Appello aveva richiamato, tra gli altri elementi, importanti emolumenti che lo stesso riceveva dalla madre — quantificati in oltre € 5.000,00 mensili — unitamente ai flussi bancari emergenti dagli estratti conto, ritenuti indicativi di proventi non dichiarati, e al miglioramento della redditività dell’attività commerciale gestita dalla moglie, le cui perdite si erano significativamente ridotte negli anni 2022 e 2023. Il ricorso in Cassazione: quattro motivi, uno decisivo Il marito ricorse per cassazione articolando quattro motivi. Con il primo — quello che la Corte ha ritenuto fondato, con assorbimento degli altri — denunciò la violazione e falsa applicazione degli artt. 143, 156 e 2697 del codice civile, sostenendo che la Corte d’Appello aveva erroneamente fondato la propria valutazione sulla sua capacità contributiva sulla base di elargizioni familiari già cessate, presunti flussi bancari non attuali e un patrimonio non redditizio, invertendo di fatto l’onere della prova e discostandosi dal principio secondo cui l’obbligo contributivo del coniuge deve fondarsi su redditi effettivi e stabili. Il principio di diritto: le liberalità familiari non sono reddito La Prima Sezione Civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 16637/2026, ha accolto il ricorso ribadendo e precisando un orientamento già consolidato nella giurisprudenza di legittimità. Il punto di partenza è l’art. 156 c.c., che commisura l’entità dell’assegno di mantenimento alle “circostanze” e ai “redditi dell’obbligato”. La Corte ricorda che già a partire dal leading case rappresentato dalla pronuncia n. 10380/2012, la giurisprudenza di legittimità aveva faticosamente raggiunto una posizione unitaria: le elargizioni a titolo di liberalità ricevute dal coniuge obbligato — anche se sistematiche, regolari e protrattesi dopo la separazione — non possono essere considerate “reddito” ai sensi dell’art. 156, secondo comma, c.c. La ratio è chiara ed è espressamente richiamata nell’ordinanza: le liberalità familiari, per quanto continue, derivano da una volontà sempre revocabile, estranea alla sfera giuridica dell’obbligato e non dipendente da essa. Computarle come reddito significherebbe ancorare la misura dell’assegno a una fonte intrinsecamente instabile e incerta, in contrasto con la necessità che il reddito rilevante ai fini dell’art. 156 c.c. abbia carattere di stabilità e sia destinato a valere nel tempo futuro. Questo principio — già affermato con riguardo alle elargizioni ricevute dal coniuge richiedente l’assegno — vale simmetricamente anche per quelle ricevute dal coniuge obbligato. La Corte introduce, tuttavia, una precisazione importante, che delimita il perimetro del principio. La regola dell’irrilevanza riguarda le elargizioni periodiche di carattere liberale; è invece diverso il caso dell’incremento patrimoniale che si verifichi una tantum e che accresça in modo definitivo il patrimonio dell’obbligato — come l’acquisto di un’eredità — il quale rientra tra le “altre circostanze” che l’art. 156 c.c. impone di considerare nella valutazione complessiva delle condizioni economiche delle parti (richiamando in proposito Cass. n. 4758/2010, citata nell’ordinanza). L’errore della Corte d’Appello e la cassazione con rinvio Alla luce di questi principi, la Corte ha ritenuto che il ragionamento seguito dalla Corte d’Appello di Genova non fosse condivisibile. Il giudice territoriale aveva attribuito rilievo preminente agli emolumenti ricevuti dal ricorrente dalla madre — peraltro contestati sin dal 2020 quanto alla loro persistenza — senza considerare che si trattava di elargizioni liberali inidonee, per definizione, a fondare una capacità contributiva stabile. Omettendo questa valutazione, la Corte d’Appello aveva finito per determinare l’assegno di mantenimento su basi che non rispondevano al requisito di stabilità imposto dalla norma. La decisione impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione, che dovrà procedere a una nuova valutazione delle condizioni economiche delle parti depurata dall’elemento delle liberalità materne, e pronunciarsi anche sulle spese di questa fase. Cosa cambia nella pratica: una bussola per i coniugi e per i loro avvocati L’ordinanza n. 16637/2026 ha un rilievo pratico immediato per chiunque si trovi coinvolto in un procedimento di separazione o divorzio in cui il coniuge obbligato riceva — o abbia ricevuto — sostegno economico da familiari. Il principio è netto: queste somme non entrano nel calcolo dell’assegno. Il giudice non può valorizzarle né in senso positivo (incrementando l’assegno perché il ricorrente risulta “assistito” dalla famiglia) né in senso negativo (riducendo l’assegno spettante al richiedente per lo stesso motivo). Rimane ferma la distinzione tracciata dalla Corte: se il coniuge obbligato ha ricevuto un incremento patrimoniale definitivo — si pensi a una donazione di un immobile o a un’eredità — quella circostanza può e deve essere considerata, non come reddito in senso tecnico, ma come elemento rilevante nella valutazione complessiva della sua situazione economica. Questa distinzione tra liberalità periodiche (irrilevanti) e arricchimenti patrimoniali definitivi (rilevanti) è fondamentale per impostare correttamente la strategia difensiva in sede di separazione. Se stai affrontando una separazione e ti interroghi su come vengano calcolate le risorse del coniuge ai fini dell’assegno, i