Stalking o maltrattamenti contro l’ex coniuge dopo la separazione: dove sta il confine?

Donna con maglia a righe appoggia il mento alla mano e guarda il telefono al buio, accanto alla scritta "Stalking dopo la separazione"

La Cassazione chiarisce quando, dopo la fine della convivenza, le vessazioni all’ex coniuge integrano atti persecutori Un uomo si separa di fatto dalla moglie, con la quale ha due figli. Per mesi continua a farsi vivo con modalità tutt’altro che pacifiche. Telefona, insulta, minaccia anche di morte. La pedina per strada e si apposta sotto la casa familiare, sotto quella dei genitori di lei e davanti alle scuole dei bambini. Spesso il pretesto è il diritto di vedere i figli, ma le liti esplodono anche quando potrebbe incontrarli o è già con loro. In un episodio, riuscito a entrare in casa con una scusa, dopo l’ennesimo litigio pronuncia nuove minacce di morte. Per questi fatti, collocati tra luglio 2022 e gennaio 2023, viene condannato per atti persecutori aggravati dall’essere l’autore il coniuge della vittima e dall’uso di strumenti telematici, con recidiva. La condanna è confermata in appello. L’imputato ricorre in Cassazione con tre motivi. Sostiene che la sua condotta era finalizzata solo a esercitare il diritto di visita. Sostiene poi che il fatto andava qualificato come maltrattamenti in famiglia e che, per quei maltrattamenti, era già stato giudicato con una sentenza di patteggiamento del dicembre 2025, sicché un secondo processo violerebbe il ne bis in idem. Contesta infine il trattamento sanzionatorio, in particolare la recidiva. La Quinta Sezione penale decide con la sentenza n. 37968/2026, depositata il 29 ottobre 2026. Il primo motivo: il diritto di visita non giustifica le persecuzioni L’art. 612 bis c.p. punisce chi, con condotte reiterate di minaccia o molestia, causa alla vittima un grave stato di ansia o di paura, oppure un fondato timore per l’incolumità propria o dei propri cari, oppure la costringe a cambiare le proprie abitudini di vita. La difesa sosteneva che mancasse l’elemento soggettivo, cioè la volontà di perseguitare, perché l’obiettivo era vedere i figli. La Corte dichiara il motivo inammissibile per due ragioni. La prima è che si limita a riproporre le censure già svolte in appello, senza confrontarsi con la sentenza impugnata. Il difetto di correlazione tra motivi e provvedimento impugnato è stato affermato dalle Sezioni Unite e ripreso dal nuovo art. 581, comma 1 bis, c.p.p., introdotto dalla riforma del 2022. La seconda è che il motivo chiede una nuova valutazione dei fatti, preclusa nel giudizio di legittimità. La sentenza ricorda inoltre che per questo reato basta il dolo generico. Chi agisce deve voler compiere le condotte moleste o minacciose, sapendo che sono idonee a produrre uno degli eventi previsti dalla norma. Non occorre rappresentarsi in anticipo il risultato finale. Basta la costante consapevolezza, nel progredire della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto di ciascuno alla lesione dell’interesse protetto. Quanto al diritto di visita, anche ammettendo che la madre lo avesse ostacolato, ciò non giustifica minacce di morte, insulti e pedinamenti reiterati. Il secondo motivo: stalking o maltrattamenti in famiglia? È la parte di maggiore interesse. Il problema è quando, dopo la fine della convivenza, le condotte vessatorie verso l’ex partner o l’ex coniuge restino nell’area dei maltrattamenti (art. 572 c.p.) e quando passino a quella degli atti persecutori (art. 612 bis c.p.). La differenza pesa. Il primo reato è più grave, e la qualificazione incide anche sul bis in idem. La Corte dà conto di un contrasto in giurisprudenza. Per un primo orientamento, richiamato con diverse pronunce della Sesta e della Quinta Sezione, la sola genitorialità condivisa non basta a integrare un rapporto familiare rilevante. Serve una relazione affettiva stabile e radicata, con una comunanza di affetti che implichi reciproche aspettative di solidarietà. Per un secondo orientamento, il delitto di maltrattamenti è configurabile anche contro un coniuge non più convivente, perché la convivenza non è un presupposto del reato. Su questa linea, in caso di separazione legale o di fatto andrebbe ravvisato il maltrattamento e lo stalking solo dopo il divorzio o la definitiva cessazione della relazione. Il Collegio aderisce al primo orientamento. Si appoggia al monito della Corte costituzionale (sentenza n. 98 del 2021), che invita a non dilatare il concetto di convivenza fino a comprendere situazioni non previste dalla norma, pena la violazione del principio di tassatività (art. 25 Cost.) e il ricorso all’analogia in malam partem. Ne ricava che la genitorialità, da sola, non crea un rapporto familiare rilevante per l’art. 572 c.p.. Quando la convivenza è cessata, e con essa quella comunanza di affetti e di aspettative di assistenza, le condotte successive possono essere qualificate come atti persecutori, anche se i genitori restano legati dalla comune responsabilità verso i figli. I giudici di merito, valorizzando la separazione di fatto, hanno quindi ragionato correttamente. Il ne bis in idem e la data dell’ultimo atto Restava da capire se i fatti oggi giudicati fossero già coperti dal patteggiamento sui maltrattamenti, la cui contestazione era formulata come “aperta”: reato commesso da giugno 2021 con condotta tuttora permanente. La Corte ricorda che i maltrattamenti sono un reato abituale, non permanente. Si perfezionano quando si realizza un minimo di condotte collegate da un nesso di abitualità, e non si estendono automaticamente a tutto ciò che accade dopo solo perché l’imputazione non indica la data di cessazione. Contano gli atti effettivamente accertati. Dalle motivazioni di entrambe le sentenze di merito risultava che l’ultimo atto della sequenza maltrattante si era consumato il 2 giugno 2022, e la sentenza di patteggiamento non conteneva accertamenti su condotte successive. I fatti di stalking sono posteriori e distanziati nel tempo. Il medesimo fatto non è dunque stato giudicato due volte e il divieto di un secondo giudizio non opera. La recidiva: l’unico punto accolto Il ricorso viene accolto solo sulla recidiva. La Corte d’appello aveva dichiarato inammissibile il motivo, sostenendo che il Tribunale non l’avesse “applicata”, perché nel giudizio di bilanciamento era stata ritenuta equivalente alle attenuanti generiche. La Cassazione ritiene l’argomento errato. Richiama le Sezioni Unite (la sentenza Schettino, n. 20808 del 25 ottobre 2018, depositata nel 2019), secondo cui la recidiva ha una natura peculiare. Oltre a incidere sulla pena, produce effetti indiretti che contribuiscono a plasmare il trattamento del condannato

Dentista abusivo: bastano gli indizi

Dentista abusivo: bastano gli indizi

La Cassazione conferma la condanna dell’odontotecnico che operava in bocca ai pazienti, in assenza dell’odontoiatra Al piano terra di un immobile c’era uno studio dentistico, intestato a una società in accomandita semplice. Al primo piano lavorava, con regolare attività, un odontotecnico, cioè il professionista che realizza protesi e apparecchi su impronta. L’odontotecnico era anche il socio accomandatario della società e il vero organizzatore dello studio del piano terra. In quello studio operava un solo dentista, che vi si recava, secondo la ricostruzione dei giudici, circa una volta al mese. Un giorno i NAS, i Carabinieri per la tutela della salute, hanno fatto accesso nei locali. Hanno trovato garze bagnate e intrise di liquidi biologici, cestini colmi di bavette, bavaglini e tamponi, e siringhe per l’anestesia odontoiatrica appoggiate sui ripiani, pronte all’uso. Era il quadro di un’attività svolta di recente. Il dentista, però, mancava da tempo. Nello studio è stata trovata anche una prescrizione di radiografia panoramica per una paziente, datata 28 marzo 2022. La perizia grafologica ha stabilito che il documento era stato compilato dall’odontotecnico. Non è stato invece possibile attribuire a lui, né al dentista, la sigla apposta in calce. Si trattava di un semplice tratto grafico, privo di caratteristiche individualizzanti. Dal diario clinico di un altro paziente emergevano poi annotazioni su interventi relativi a un dente, tra cui una prova di metallo e un adattamento provvisorio. Erano riferite a giorni in cui il dentista non c’era. Lo stesso paziente aveva fatto, in pochi mesi, diciotto visite, un numero difficilmente compatibile con la presenza così saltuaria del medico. Il percorso giudiziario L’odontotecnico è stato condannato in primo grado per esercizio abusivo della professione. La Corte d’appello di Torino ha confermato la condanna. L’imputato ha allora proposto ricorso per cassazione con cinque motivi. La Corte di cassazione, Sezione VI penale, lo ha rigettato con la sentenza n. 37317/2026, pubblicata il 26 ottobre 2026. La questione giuridica: quando si risponde dell’abusivo esercizio L’art. 348 cod. pen. punisce chi esercita una professione per cui è richiesta una speciale abilitazione dello Stato senza averla. Chi fa il dentista senza essere dentista commette dunque un reato. La Corte ricorda un principio delle Sezioni Unite, che la sentenza richiama (n. 11545 del 15 dicembre 2011). Il reato esiste anche quando l’atto compiuto non è riservato in via esclusiva a quella professione. Basta che sia riconosciuto come di competenza specifica di essa e che sia svolto con continuità, onerosità e organizzazione tali da dare l’apparenza di un’attività esercitata da un soggetto abilitato. In altre parole, conta quello che il cittadino vede: una struttura che si presenta come studio medico regolare. La sentenza richiama poi un altro precedente, della Sezione V (n. 17164 del 25 marzo 2024). Per l’odontotecnico, il regio decreto n. 1334 del 1928 esclude qualunque manovra nella bocca del paziente. Rilevare le impronte dentarie e ispezionare la cavità orale per verificare o installare una protesi integra quindi il delitto. Queste due pronunce sono tratte dal testo della sentenza e non sono state riscontrate autonomamente in banca dati. Il valore degli indizi nel processo penale La difesa sosteneva che mancasse una prova diretta, cioè nessuno aveva visto l’imputato operare. Contestava inoltre che gli indizi bastassero a fondare una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. L’art. 192 cod. proc. pen. consente di provare un fatto anche per via indiretta, purché gli indizi siano gravi, precisi e concordanti. I singoli elementi, presi da soli, possono essere ambigui. È il loro insieme a poter formare la prova. La Cassazione ha ritenuto corretto il ragionamento della Corte d’appello, che aveva considerato gli elementi in modo unitario. Lo stato dello studio al momento dell’accesso indicava un’attività recente, non riconducibile al dentista, assente da tempo. Era poco plausibile che una struttura organizzata con tanta cura servisse a un solo medico presente una volta al mese. Le annotazioni sui diari clinici riguardavano attività di natura terapeutica o diagnostica compiute in sua assenza. La frequenza delle visite del paziente mal si conciliava con le presenze del dentista. La firma sulla prescrizione Il punto più delicato riguardava la sigla sulla prescrizione, che la perizia non aveva attribuito a nessuno. Secondo la difesa, la motivazione era contraddittoria. La Corte d’appello aveva infatti ipotizzato che il dentista potesse aver sottoscritto il documento per telefono. In seguito aveva concluso che fosse stato l’imputato stesso a firmarlo. La Cassazione ha escluso la contraddizione. Che la perizia non potesse attribuire la sigla a un soggetto preciso non impediva ai giudici di ricostruirne la riferibilità sulla base delle altre circostanze oggettive. La compilazione era certamente dell’imputato, il dentista era assente, la data coincideva con l’accesso dei NAS e il foglio recava il blocco-firma dello studio dell’imputato. L’ipotesi difensiva, secondo cui il documento sarebbe stato spedito per posta al medico perché lo firmasse e lo restituisse, è stata ritenuta implausibile. La Corte ha inoltre confermato che le dichiarazioni dell’imputato erano inattendibili, perché smentite dal quadro probatorio, e che lo era anche la versione del coimputato dentista. La pena e la sospensione condizionale Il quarto motivo, sul mancato rispetto dell’oltre ogni ragionevole dubbio, è stato dichiarato inammissibile perché del tutto generico. Mancavano le ragioni di diritto e i riferimenti puntuali alla motivazione impugnata. Il quinto riguardava la pena e il beneficio della sospensione condizionale. Il risarcimento del danno era avvenuto solo dopo la condanna di primo grado, quindi non in forma spontanea, e non giustificava uno sconto fino al minimo. La sospensione era stata negata alla luce di un precedente specifico. Il precedente era risalente, ma la Corte d’appello aveva sottolineato che l’imputato, dopo la condanna definitiva, aveva continuato a tenere condotte analoghe, in forma organizzata e non occasionale. La Cassazione ha ritenuto la motivazione logica e non censurabile. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese. Le implicazioni pratiche Per i cittadini, la sentenza ricorda che un ambulatorio ben allestito non è garanzia di regolarità. Chi si affida a uno studio può verificare chi effettivamente lo gestisce e chi opera sulle poltrone. L’iscrizione all’albo del professionista si può controllare presso

Occhiali che registrano: chi risponde?

Occhiali che registrano: chi risponde?

Privacy dei passanti, segreti aziendali e poteri del datore di lavoro nell’era degli smart glasses Chi indossa un paio di occhiali comuni non desta attenzione. Se però quelle lenti nascondono una telecamera ad alta risoluzione, microfoni sensibili, una connessione a Internet e un sistema di intelligenza artificiale capace di tradurre, riconoscere oggetti o volti, la situazione cambia radicalmente. Gli smart glasses stanno uscendo dalla nicchia tecnologica per entrare nelle strade, negli uffici, nelle scuole e nelle corsie d’ospedale, e il diritto non può più considerarli un semplice gadget. Il problema riguarda tutti: chi li porta, chi viene ripreso senza saperlo, e soprattutto le imprese, che rischiano di ritrovarsi con una telecamera occulta in ogni reparto senza averla mai autorizzata. La questione: una ripresa che nessuno vede Il nodo centrale è l’asimmetria dell’informazione. Chi usa uno smartphone per filmare deve estrarlo e puntarlo, e chi lo osserva se ne accorge. Con un paio di occhiali la registrazione può avvenire in modo continuo e invisibile, catturando immagini, conversazioni di sottofondo e dati che permettono di identificare le persone. Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha affrontato il tema con lo Statement 1/2026, adottato il 13 ottobre 2026, definendolo un primo contributo interpretativo e richiamando l’attenzione sui rischi nei luoghi sensibili: ospedali, scuole, spogliatoi, servizi igienici e luoghi di lavoro. Chi viene ripreso, il cosiddetto terzo o passante, non ha scelto nulla e spesso non sa nemmeno di essere diventato oggetto di un trattamento di dati personali. Il quadro normativo: chi è il titolare del trattamento Il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) attribuisce gli obblighi a chi determina le finalità e i mezzi del trattamento (art. 4, n. 7). Nel caso degli smart glasses i soggetti possono essere più d’uno: l’utilizzatore, il produttore del dispositivo e il fornitore dell’applicazione o delle funzioni di intelligenza artificiale possono qualificarsi, a seconda dei casi, come titolari autonomi o contitolari (art. 26). Ciascuno risponde dei propri obblighi, e la posizione dell’uno non esonera quella dell’altro. L’utilizzatore privato può invocare l’esenzione per le attività esclusivamente personali o domestiche, prevista dall’art. 2, par. 2, lett. c, GDPR. Si tratta però di un’eccezione da interpretare in modo restrittivo: vale per chi condivide un video con la famiglia o usa il dispositivo per tradurre un menù, ma non per chi lo impiega per ragioni professionali o lo pubblica su un profilo social aperto a un pubblico indeterminato. In questi casi chi indossa gli occhiali diventa, a tutti gli effetti, titolare di un trattamento, con tutto ciò che ne consegue. La trasparenza e il consenso che non arriva mai Il principio di trasparenza (art. 5 GDPR) impone che le persone sappiano quando e perché i loro dati vengono raccolti. Un’informativa consegnata all’acquirente al momento dell’acquisto non dice nulla a chi attraversa la strada. Per questo si ragiona su segnali concreti, come LED luminosi ben visibili e difficili da disattivare, avvisi acustici all’avvio della registrazione e un design che renda gli occhiali riconoscibili rispetto a una montatura normale. Resta poi il problema della base giuridica. Raccogliere un consenso dal passante è praticamente impossibile e, comunque, un consenso successivo alla ripresa non sana ciò che è già avvenuto. Il legittimo interesse, a sua volta, è difficilmente invocabile quando i dati servono a profilare le persone, a usi commerciali ulteriori o ad addestrare modelli di intelligenza artificiale. La conclusione, per chi opera nel settore, è scomoda: il trattamento rischia di non avere una base solida. Il luogo di lavoro: segreti, colleghi e sicurezza È in azienda che il problema diventa più concreto. Un dipendente che entra in un reparto di ricerca e sviluppo con occhiali dotati di telecamera può registrare prototipi, processi produttivi, formule e documenti, esponendo l’impresa alla perdita di informazioni coperte dal segreto commerciale tutelato dall’art. 98 del Codice della proprietà industriale. Ma il rischio riguarda anche i colleghi, ripresi a loro insaputa nei momenti più diversi della giornata, e la sicurezza fisica: l’uso di un dispositivo che distrae o interferisce con i dispositivi di protezione individuale può comportare pericoli durante le lavorazioni o la conduzione di macchinari. Il datore di lavoro ha gli strumenti per reagire. Il potere direttivo e organizzativo, fondato sugli artt. 2086, 2104 e 2105 del codice civile e sull’art. 41 della Costituzione, e l’obbligo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori sancito dall’art. 2087 del codice civile legittimano un divieto motivato di introdurre e indossare smart glasses nelle aree sensibili. Il divieto e lo Statuto dei lavoratori Una questione spesso sollevata riguarda l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300), che disciplina gli strumenti dai quali derivi un controllo a distanza dell’attività dei dipendenti. A nostro avviso un divieto generale e motivato di usare dispositivi personali di questo tipo non rientra nell’ambito della norma: l’art. 4 regola gli strumenti che il datore installa per controllare, mentre qui l’impresa limita un dispositivo altrui per proteggere persone e informazioni. Vietare non equivale a sorvegliare, ed è anzi una misura di prevenzione coerente con il principio di responsabilizzazione imposto dal GDPR. Cosa devono fare le imprese Le imprese dovrebbero muoversi con una regolamentazione interna chiara. Occorre individuare le aree in cui gli occhiali con telecamera sono vietati in modo assoluto, come laboratori, linee produttive, spogliatoi e sale riunioni, e aggiornare la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati per considerare la ripresa involontaria e occulta ai danni dei dipendenti. Le politiche sull’uso dei dispositivi personali e i codici disciplinari vanno integrati con un divieto espresso e con le relative sanzioni. È opportuno affiggere avvisi all’ingresso dei reparti, fornire l’informativa prevista dall’art. 13 GDPR a lavoratori e visitatori e inserire nella formazione un modulo dedicato ai rischi dei dispositivi indossabili. Per i cittadini la lezione è altrettanto pratica. Chi viene ripreso senza consenso, e chi si accorge che una conversazione riservata è stata registrata, può far valere i propri diritti nei confronti dell’utilizzatore e, quando ne ricorrono i presupposti, anche del produttore del dispositivo. Conclusioni Gli smart glasses non sono ancora al centro del dibattito

Superbonus: truffa, non indebita percezione

Superbonus: truffa, non indebita percezione

Le Sezioni Unite: crediti fittizi, truffa aggravata consumata alla prima cessione, non alla compensazione Un imprenditore amministra una società che esegue lavori edilizi agevolati dal cosiddetto Superbonus 110%. Secondo l’accusa attesta falsamente il completamento di opere che in realtà non sono state eseguite, o lo sono state per un valore inferiore. Sulla base di fatture per operazioni inesistenti costituisce un credito d’imposta fittizio, lo cede a terzi e comunica l’opzione all’Agenzia delle Entrate per via telematica. Il giudice per le indagini preliminari dispone un sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, del profitto dei reati ipotizzati: emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il tribunale del riesame annulla il sequestro. Secondo il tribunale il reato di truffa aggravata è soltanto tentato, perché lo Stato non ha ancora subìto una perdita effettiva finché il credito non è stato riscosso o portato in compensazione. E per il delitto tentato la legge non consente la confisca per equivalente, prevista dagli artt. 640-quater e 322-ter c.p. solo per l’ipotesi consumata. Il Pubblico ministero ricorre per cassazione. La Seconda sezione rileva un contrasto nella giurisprudenza e rimette la questione alle Sezioni Unite, che decidono con la sentenza n. 36526 del 16 ottobre 2026. Nella stessa data è stata pubblicata la gemella n. 36525, che affronta una vicenda analoga e giunge alla medesima soluzione. Le due questioni rimesse alle Sezioni Unite La prima questione riguarda la qualificazione giuridica: creare un credito d’imposta fittizio con fatture false e opzionare per lo sconto in fattura o per la cessione integra l’indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter c.p.) o la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (artt. 640 e 640-bis c.p.)? La seconda riguarda il momento consumativo: se si tratta di truffa, il reato è consumato o solo tentato prima della riscossione o della compensazione? Nel testo ci concentriamo sulla prima, che è quella decisiva per capire dove si colloca il confine tra due reati molto diversi per gravità e conseguenze. Truffa aggravata e indebita percezione: due reati, un confine L’art. 640-bis c.p. punisce la truffa quando ha per oggetto contributi, finanziamenti o altre erogazioni pubbliche. Gli elementi sono quelli della truffa ordinaria: artifici o raggiri, induzione in errore con conseguente disposizione patrimoniale, ingiusto profitto e danno altrui. L’art. 316-ter c.p., invece, punisce chi ottiene indebitamente un’erogazione pubblica con false dichiarazioni o documenti falsi, senza che occorra l’induzione in errore dell’ente. La norma contiene una clausola di riserva: si applica solo se il fatto non costituisce il reato di truffa. È quindi una fattispecie residuale, come ricordano la Corte costituzionale (ord. n. 95/2004) e le stesse Sezioni Unite nelle pronunce n. 16568/2007 e n. 7537/2010, richiamate in motivazione. Il criterio distintivo è dunque l’induzione in errore. Se l’ente erogatore si limita a prendere atto di una dichiarazione del privato, rinviando ogni verifica a una fase eventuale e successiva, l’erogazione non dipende da una falsa rappresentazione della realtà e siamo nell’art. 316-ter. Se invece l’ente è indotto in errore sull’effettiva sussistenza dei presupposti del beneficio, siamo nella truffa aggravata. Quell’accertamento è, in linea generale, una questione di fatto riservata al giudice di merito. Ma nella materia del Superbonus le Sezioni Unite lo risolvono in via di principio, per ragioni legate alla struttura della procedura. Perché nel Superbonus c’è un’induzione in errore Le Sezioni Unite partono dalla disciplina dell’art. 121 del d.l. n. 34/2020. Il riconoscimento del beneficio non consegue a una semplice autocertificazione. Il committente deve documentare, con asseverazioni e attestazioni di professionisti qualificati, che le opere sono state realizzate, che sono conformi ai requisiti tecnici e che sussistono tutti i presupposti della detrazione. Chi fruisce dello sconto in fattura o della cessione deve poi comunicare l’opzione all’Agenzia delle Entrate. La comunicazione può essere presa in carico o scartata, e se non è inviata correttamente l’opzione resta inefficace. Esiste inoltre un sistema di controlli, in parte già presente nell’impianto originario e poi rafforzato dall’art. 122-bis, che consente all’Agenzia di sospendere fino a trenta giorni le comunicazioni che presentano profili di rischio. Ne deriva, osserva la Corte, che la falsità non si esaurisce in un’affermazione mendace del richiedente. Investe l’intero compendio documentale predisposto dalla legge per dimostrare i presupposti del beneficio, e quel compendio serve proprio a superare i controlli. La Corte aggiunge due precisazioni. L’idoneità ingannatoria non viene meno perché la procedura è telematica e in larga parte automatizzata: l’automazione riguarda le modalità di acquisizione dei dati, non trasforma il procedimento in una mera presa d’atto. Inoltre non occorre che ogni controllo sia stato concretamente esercitato. Basta che artifici e raggiri siano idonei a neutralizzare o deviare il sistema di verifica, e la responsabilità penale resta legata alla condotta dell’agente, non alla maggiore o minore diligenza della vittima. Il principio di diritto è formulato così: nella materia del Superbonus, la costituzione di un credito d’imposta fittizio, mediante fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti e con opzione per lo sconto in fattura o per la cessione, è sussumibile nella fattispecie di cui agli artt. 640 e 640-bis c.p. Il momento consumativo Sulla seconda questione la Corte rifiuta entrambe le soluzioni estreme. Non ritiene che il reato si perfezioni solo con la riscossione o la compensazione, perché la compensazione è soltanto una modalità di utilizzo di una posizione patrimoniale già acquisita. Non ritiene nemmeno sufficiente la mera creazione del credito nel cassetto fiscale del beneficiario originario. Nel caso di sconto in fattura o di cessione, il reato si consuma con il perfezionamento della prima cessione: la comunicazione dell’opzione all’Amministrazione e l’accettazione del credito da parte del fornitore o del cessionario sulla Piattaforma cessione crediti. In quel momento il credito fittizio entra nella sfera patrimoniale del destinatario e diventa spendibile, e si realizzano il profitto ingiusto e il corrispondente danno concreto per l’Erario. La successiva azione di recupero interviene su una situazione patrimoniale già prodottasi e non incide sul momento consumativo. Le implicazioni pratiche La conseguenza più immediata riguarda le misure cautelari reali. Qualificare il fatto come

Assegno di mantenimento: obbligo inderogabile

Assegno di mantenimento: obbligo inderogabile

La Cassazione ribadisce che disoccupazione generica e piccoli regali non escludono il reato di omesso versamento Un uomo viene condannato per non aver versato l’assegno mensile di seicento euro che il giudice civile aveva fissato nell’aprile del 2022 a favore dei figli minorenni, affidati alla madre dopo la separazione. L’omissione si protrae fino al dicembre del 2023. In questo periodo l’uomo non corrisponde nulla alla moglie separata, che si trova così in una condizione di grave bisogno. Nel processo penale l’imputato sostiene di essere disoccupato e di non avere alcuna possibilità economica di adempiere. Aggiunge di aver comunque provveduto, di volta in volta, all’acquisto di generi alimentari e di capi di abbigliamento per i bambini. Sostiene infine che ai minori i mezzi di sussistenza non siano mai mancati. Il Tribunale di Patti lo condanna con sentenza del 27 giugno 2025, riconoscendo la responsabilità per il reato di cui all’art. 570 c.p. e disponendo il risarcimento dei danni. La Corte di appello di Messina conferma la decisione l’11 marzo 2026. L’imputato ricorre allora per cassazione. La Sesta Sezione penale decide all’udienza del 22 settembre 2026 con la sentenza R.G.N. 19127/2026, depositata il 14 ottobre 2026, e dichiara il ricorso inammissibile. Le questioni portate davanti alla Corte Il ricorso si fonda su due motivi. Con il primo il ricorrente lamenta che i giudici di merito non abbiano valutato la sua assoluta impossibilità economica di pagare, anche perché disoccupato. Sostiene inoltre che essi abbiano travisato alcune risultanze probatorie e che abbiano ritenuto provato l’inadempimento sulle sole dichiarazioni della parte civile. Con il secondo motivo contesta la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis c.p., e il mancato esame dei criteri dell’art. 133 c.p., che guidano il giudice nel valutare la gravità del reato. Il ricorrente richiama l’assenza di dolo, le modalità della condotta, l’esiguità del danno e l’occasionalità della violazione. L’impossibilità di adempiere: chi deve provarla La Corte osserva anzitutto che la sentenza impugnata ha esaminato in modo completo e coerente le circostanze indicate dalla difesa, pur generiche e prive di documentazione. Richiama poi il proprio orientamento: chi invoca l’impossibilità di pagare deve dimostrare una situazione oggettiva, assoluta, duratura e non imputabile a sua colpa. La semplice condizione di disoccupazione non è sufficiente. L’obbligato deve allegare, cioè indicare e documentare, gli elementi da cui risulti che non poteva pagare e che non era in grado di trovare comunque un’occupazione, nemmeno saltuaria. Nel caso esaminato, l’imputato era abile al lavoro e in condizioni di salute idonee. Per giunta, la condizione di disoccupazione era stata smentita dalla sua attuale compagna, che aveva riferito di un esercizio saltuario dell’attività di elettricista. Lo stesso imputato, inoltre, non aveva mai chiesto al giudice civile di ridurre o eliminare l’assegno. In altri termini, chi ritiene di non poter più sostenere l’obbligo ha a disposizione uno strumento legale per far rivedere la misura dell’assegno. Non pagare e basta, per anni, è cosa diversa. Regali e spesa non sostituiscono l’assegno La Corte esclude che l’obbligo di mantenimento possa essere aggirato con piccoli regali o con l’acquisto occasionale di generi alimentari. Questi comportamenti, afferma, non riducono l’offensività dell’illecito penale. Esprimono anzi una precisa e ostinata volontà di non versare alla madre quanto dovuto per i figli, secondo quanto stabilito dall’autorità giudiziaria. L’assegno ha una funzione precisa: assicurare ai figli un sostegno regolare, prevedibile e quantificato dal giudice. Nessun genitore può sostituirlo di sua iniziativa con forme di aiuto scelte a proprio piacimento. Lo stato di bisogno del minore è presunto Il passaggio più rilevante riguarda l’argomento secondo cui ai figli i mezzi di sussistenza non sarebbero mancati. La Corte lo respinge con una motivazione netta. Un minorenne non è in grado di provvedere a sé stesso in modo autonomo e il suo stato di bisogno è quindi in re ipsa, cioè insito nella sua stessa condizione. Per questo è indifferente dimostrare se, in concreto, il bambino abbia sofferto privazioni. Ne deriva che il genitore che non corrisponde quanto dovuto commette sempre il reato dell’art. 570 c.p., perché viola anche il precetto dell’art. 30, primo comma, della Costituzione, che attribuisce ai genitori il dovere e il diritto di mantenere, istruire ed educare i figli. La tenuità del fatto non si applica ai reiterati inadempimenti Quanto al secondo motivo, la Corte lo ritiene manifestamente infondato. L’art. 131-bis c.p. consente di non punire chi abbia commesso un reato di particolare tenuità, cioè con offesa minima e comportamento non abituale. Nel caso in esame l’inadempimento è stato totale e protratto per oltre un anno e mezzo. In assenza di elementi che indichino occasionalità, il reato si caratterizza per il progressivo aggravarsi della lesione del bene tutelato, che cresce a ogni mese di mancato pagamento. Per questa ragione resta fuori dall’ambito di applicazione della causa di non punibilità. La Corte aggiunge che ciò vale soprattutto quando è coinvolto, come qui, il best interest of the child, principio immanente nell’ordinamento interno, richiamando gli artt. 2 e 30 Cost. e l’art. 315-bis c.c., oltre che in quello internazionale. La decisione Il ricorso è dichiarato inammissibile perché ripete argomenti già esaminati dalla sentenza impugnata ed è comunque manifestamente infondato. In applicazione dell’art. 616 c.p.p., il ricorrente è condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. La Corte dispone infine la trasmissione della sentenza al Tribunale civile di Patti, ai sensi dell’art. 64-bis disp. att. c.p.p., perché ne tenga conto nel giudizio civile. Che cosa significa in concreto Per il genitore obbligato, la lezione è pratica. Se la situazione economica peggiora in modo serio, occorre rivolgersi senza indugio al giudice civile per chiedere la modifica delle condizioni. L’assegno resta dovuto nella misura stabilita finché il giudice non decide diversamente. Attendere, o decidere da soli quanto e come contribuire, espone al rischio di una condanna penale. Chi invoca la disoccupazione deve inoltre poter dimostrare ricerche di lavoro, assenza di redditi, anche occasionali, e uno stato di salute incompatibile con qualsiasi attività. Per il genitore che

Quando l’insulto non è diffamazione

Quando l’insulto non è diffamazione

La Cassazione chiarisce quando termini aspri sui social restano nell’ambito del diritto di critica. Cass. pen., Sez. V, sentenza n. 35656/2026 di raccolta generale, pubblicata l’8 ottobre 2026 Nel maggio 2018, nell’arco di meno di un mese, un uomo pubblica sulla propria pagina Facebook quattro post, diffusi il 3, il 15, il 19 e il 28 di quel mese. Sono rivolti all’amministratore unico e legale rappresentante della società che gestisce il servizio idrico integrato di un’intera regione. Il tema è un conguaglio, cioè la richiesta agli utenti di somme riferite al periodo 2005-2011, per un importo complessivo di svariati milioni di euro. Su quella vicenda l’autore dei post aveva promosso una vasta iniziativa pubblica e giudiziaria, culminata in un’azione di classe a tutela degli utenti, alla quale avevano aderito molti cittadini e numerose amministrazioni locali. I toni sono durissimi. Il dirigente viene definito «codardo», «ignavo», «ciarlatano», «coniglio», «venditore di fumo» e «troglodita del diritto, dell’economia e della finanza». Gli viene inoltre attribuito un comportamento intimidatorio verso i sindaci. Per i giudici di merito è diffamazione aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato e dall’uso di un mezzo di pubblicità. Il Tribunale condanna, e il 12 novembre 2025 la Corte d’appello conferma. Resta anche la condanna a una provvisionale di 15.000 euro a favore della parte civile. Il ricorso e la domanda di fondo L’imputato ricorre per cassazione con sette motivi. I primi sei ruotano intorno a un’unica idea: le espressioni sono state esaminate una per una, isolate dal contesto di un aspro dibattito pubblico, mentre andavano lette nel loro insieme. Il ricorrente invoca l’esercizio del diritto di critica politica e, in subordine, la provocazione, perché la persona offesa lo aveva a sua volta definito «irresponsabile» e «padre dei conguagli». Contesta poi che l’espressione sulle «minacce ai sindaci» attribuisca un fatto determinato, perché sarebbe un giudizio sulla comunicazione che la società aveva inviato ai Comuni. Il settimo motivo riguarda la provvisionale. La domanda che si pone la Suprema Corte è la seguente: parole che offendono, riferite a una persona identificabile, sono sempre reato? La risposta della sentenza è no, e le ragioni sono interessanti per chi scrive, parla in pubblico o amministra un ente. Può la Cassazione leggere le frasi? Un primo chiarimento riguarda il ruolo del giudice di legittimità. La Cassazione non rivaluta le prove, ma può esaminare la frase ritenuta lesiva e verificare se esista una causa di giustificazione. Lo fa in applicazione dell’art. 129 c.p.p., che impone al giudice di dichiarare d’ufficio, in ogni stato e grado, che il fatto non costituisce reato. Il controllo resta entro i limiti dell’art. 609, comma 2, c.p.p.: la Corte lavora sui fatti come accertati dai giudici di merito, senza diventare giudice del fatto. Il richiamo ai propri precedenti è espresso, e l’orientamento viene presentato come consolidato. Il diritto di critica: verità, interesse pubblico, continenza Il cuore della decisione è l’art. 51 c.p., secondo cui l’esercizio di un diritto esclude la punibilità. Il diritto di critica, che trova fondamento nell’art. 21 Cost. e nell’art. 10 CEDU, ha tre pilastri. Il primo è la verità del fatto da cui la critica muove, o almeno la convinzione ferma e incolpevole, ancorché errata, di quella verità. Nella critica questo requisito è più attenuato che nella cronaca, perché la critica è per sua natura un’opinione e non può pretendersi rigorosamente oggettiva. Il secondo è l’interesse pubblico a conoscere la vicenda. Il terzo è la continenza, cioè la misura delle parole. Sulla continenza la sentenza ricorda un principio di grande rilievo pratico. Non si può escludere la continenza solo perché le frasi hanno un contenuto lesivo della reputazione, altrimenti la scriminante non opererebbe mai. Il requisito entra in gioco proprio dopo che si è accertato che frasi denigratorie sono state pronunciate. Sono quindi ammessi toni aspri o polemici, iperboli, linguaggio figurato o gergale, purché adeguati e funzionali all’opinione o alla protesta. L’offensività di un’espressione va poi misurata nel contesto in cui è pronunciata, perché la tutela dell’onore non può diventare uno scudo contro la contestazione dell’operato altrui. Le parole sotto esame Applicando questi criteri, la Corte osserva che nel caso concreto nessuno discuteva il nucleo di verità delle notizie né l’interesse pubblico a conoscerle, entrambi riconosciuti dai giudici di merito. Resta da verificare il linguaggio. Qui sta il passaggio più significativo. Termini come «codardo», «ignavo», «coniglio», «venditore di fumo» e «troglodita del diritto, dell’economia e della finanza» non sono insulti gratuiti. Ciascuno è riferito a una condotta specifica tenuta dal dirigente nella vicenda: il rifiuto del confronto pubblico, un’errata interpretazione delle norme in materia, e simili. Ne deriva che l’espressione sprezzante non si stacca dal fatto criticato, ma lo accompagna. La Corte non nega la durezza. Ammette che l’imputato abbia usato toni aspri e fortemente polemici, con un linguaggio figurato dal contenuto denigratorio. Ma la critica, pur aspra, non diventa un attacco ad hominem esorbitante, cioè una aggressione alla persona sganciata dai comportamenti contestati. Il contesto è quello di una vicenda di indubbio interesse pubblico, di marcata conflittualità, che consente espressioni anche aspre e denigratorie purché contenute entro i limiti della continenza. Le «minacce ai sindaci»: fatto o giudizio? Quanto alla frase sulle presunte minacce ai sindaci, che per i giudici di merito integrava l’attribuzione di un fatto determinato, la Cassazione la legge nel contesto dell’intera vicenda. L’espressione non attribuiva alla persona offesa una specifica condotta penalmente rilevante. Era, in termini volutamente forti, una valutazione critica della comunicazione che la società aveva trasmesso ai Comuni, ritenuta dall’autore idonea a esercitare un’indebita pressione sulle amministrazioni. Un giudizio, dunque, e non un’accusa di un fatto illecito. L’esito: il fatto non costituisce reato Tutte le espressioni, pur con un evidente contenuto denigratorio, risultano scriminate dall’esercizio del diritto di critica. Muovono infatti da un nucleo di verità, riguardano notizie di interesse per la collettività e non eccedono i limiti della continenza. La sentenza impugnata viene annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato. Non è prevista alcuna nuova valutazione nel merito: la vicenda penale si chiude qui. Cosa cambia in

Stalking: il riavvicinamento non assolve

Stalking: il riavvicinamento non assolve

La Cassazione sulla paura della vittima e sull’accesso alla giustizia riparativa nello stalking Un giovane viene condannato dal Tribunale per atti persecutori e per violazione del provvedimento di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Le condotte contestate riguardano l’ex partner, e sono state poste in essere sia durante la relazione sia dopo la sua interruzione. Il giudice di merito riconosce la continuazione tra i reati e applica la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità. L’imputato ricorre per cassazione con tre motivi. Sostiene che la prova dell’evento del reato non sia stata raggiunta, perché la giovane, anche dopo la querela e mentre era in vigore la misura cautelare, avrebbe ripreso i contatti con lui. Si sarebbe sentita con lui sui social, lo avrebbe incontrato in un bar, si sarebbe recata a casa sua, avrebbe avuto rapporti intimi e lo avrebbe perfino invitato al proprio compleanno. Contesta poi la motivazione sulla pena. Lamenta infine il rigetto della richiesta di accesso alla giustizia riparativa. La Corte di cassazione, Quinta sezione penale, ha deciso con la sentenza depositata il 6 ottobre 2026 e iscritta al numero di raccolta generale 35493/2026. Ha respinto i primi due motivi e accolto il terzo, annullando la decisione limitatamente alla giustizia riparativa, con rinvio al Tribunale di Roma in diversa persona fisica. La questione giuridica Il quesito è delicato. Se la persona che denuncia di aver vissuto in uno stato di ansia o di paura torna a frequentare chi la perseguita, si può ancora dire che quella paura sia reale? Lo stalking si configura, ai sensi dell’art. 612-bis c.p., quando condotte reiterate di minaccia o molestia producono almeno uno tra tre eventi alternativi: un perdurante e grave stato di ansia o di paura, il fondato timore per l’incolumità propria o di una persona vicina, oppure il cambiamento delle proprie abitudini di vita. Senza almeno uno di questi eventi il reato non esiste. La difesa ha quindi cercato di dimostrare che la condotta della giovane fosse incompatibile con la sofferenza che lamentava. La posizione della vittima: la paura non ha una sola faccia È il cuore della decisione. La Corte parte da un principio consolidato, che richiama come insegnamento costante della giurisprudenza di legittimità, citando tra gli altri precedenti della Quinta sezione. La prova dello stato d’ansia o di paura può essere ricavata anche dalla natura dei comportamenti dell’agente, quando sono idonei a destabilizzare una persona comune. Può emergere da elementi sintomatici: le dichiarazioni della vittima, i suoi comportamenti successivi, la condotta stessa dell’autore, valutata sia nella sua astratta capacità di provocare l’evento sia nelle concrete condizioni di luogo e di tempo. Ne discende che la vittima non deve necessariamente descrivere con esattezza l’evento, né pronunciare la parola «paura». La prova può desumersi dal complesso degli elementi acquisiti. In altri termini, il giudice non deve aspettarsi una vittima che si comporti secondo uno schema prestabilito e coerente, ma deve leggere i fatti nel loro insieme. Sul punto dei riavvicinamenti la Corte ricorda un ulteriore principio. Il temporaneo ed episodico riavvicinamento della vittima al persecutore non interrompe l’abitualità del reato e non incrina la continuità delle condotte, purché queste abbiano oggettivamente la capacità di generare un progressivo accumulo di disagio, fino a uno stato di prostrazione psicologica riconducibile a una delle forme descritte dalla norma. Applicando questi criteri, la Corte ritiene logica e coerente la valutazione del Tribunale. L’atteggiamento contraddittorio della giovane, fatto di momentanei riavvicinamenti, era stato spiegato con il suo stato di «disordine emotivo e sentimentale». Era incapace di definire il proprio stato d’animo e i propri sentimenti verso l’imputato, il quale aveva fatto leva, con successo, proprio su questa fragilità emotiva. La stessa condizione rendeva comprensibile anche la deposizione dei testimoni valorizzati dalla difesa, secondo i quali la giovane appariva serena. Quelle dichiarazioni non scalfiscono, dunque, l’attendibilità della persona offesa. Il messaggio è netto. Contraddizione e ambivalenza non equivalgono a falsità. In una relazione segnata da dinamiche di controllo e di dipendenza emotiva, il ritorno verso chi fa soffrire può essere parte del meccanismo persecutorio e non la sua smentita. Giustizia riparativa e dissenso della vittima Il terzo motivo, accolto, riguarda la richiesta di essere ammesso a un programma di giustizia riparativa, disciplinata dal d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150. La Corte ricorda che si tratta di un percorso autonomo rispetto al processo penale. Consente all’autore del reato di accedervi in ogni stato e grado del procedimento, con l’aiuto di mediatori qualificati, per ricomporre la frattura relazionale prodotta dal fatto. Richiama inoltre le Sezioni Unite, che hanno qualificato questo modello come complementare e parallelo alla giustizia tradizionale, finalizzato a favorire la riparazione del danno, la responsabilizzazione dell’autore e la prevenzione della recidiva (Sez. U, n. 5166 del 30/10/2025, dep. 2026). L’invio al Centro per la giustizia riparativa, previsto dall’art. 129-bis c.p.p., non è automatico. Il giudice deve valutare, sentite le parti e, se lo ritiene necessario, anche la vittima, l’utilità del programma e l’assenza di pericoli concreti per gli interessati e per l’accertamento dei fatti. Nel provvedimento impugnato, il Tribunale aveva negato l’accesso valorizzando il tipo di reato, la pendenza della misura cautelare, la fase avanzata del giudizio, la contrarietà della persona offesa e un generico rischio di vittimizzazione secondaria. Per la Corte questa motivazione è soltanto apparente. La natura e la gravità del reato non possono essere ostative, perché l’art. 44 d.lgs. 150/2022 esclude che costituiscano un impedimento. Nemmeno il dissenso della persona offesa ha efficacia preclusiva. Il suo rifiuto è un elemento rilevante, ma non può essere l’unico parametro della valutazione. La partecipazione è volontaria per tutti e la legge prevede la possibilità di un programma con una vittima cosiddetta «aspecifica» o «surrogata», cioè vittima di un reato diverso, proprio per evitare che il dissenso della vittima diretta operi come un veto assoluto. Spetta al giudice verificare in concreto i rischi per l’incolumità, i propositi di resipiscenza dell’imputato, la giovane età dei protagonisti e la praticabilità della vittima surrogata. È importante precisare che questa pronuncia

Patteggiamento terapeutico: nuova via per tossicodipendenti

Patteggiamento terapeutico: nuova via per tossicodipendenti

Fino a otto anni di pena concordata e detenzione domiciliare in struttura per chi vuole curarsi Il codice di procedura penale conosce da tempo l’applicazione della pena su richiesta delle parti, il cosiddetto patteggiamento, con cui imputato e pubblico ministero concordano la sanzione e chiudono il processo senza dibattimento. Con la legge n. 140 del 5 agosto 2026, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 181 del 6 agosto 2026 e in vigore dal 21 agosto 2026, il legislatore ha introdotto un ulteriore modello di applicazione concordata della pena, pensato per chi, avendo commesso un reato in relazione al proprio stato di dipendenza, intende intraprendere un percorso di recupero. Vediamo come funziona e quali conseguenze ha per chi è coinvolto in un procedimento penale. Il modello previsto dalla legge n. 140 del 2026 La finalità dichiarata del provvedimento è offrire ampio spazio alla detenzione domiciliare per i condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti che vogliano seguire un programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale. In altre parole, la persona sconta la pena non in carcere ma in una struttura di cura, con l’obiettivo di recuperarla e reinserirla nella società. La riforma opera su due piani. Il primo è esecutivo e riguarda la fase successiva alla condanna. Il secondo è processuale e riguarda la fase di definizione anticipata del giudizio, quella in cui si colloca il nuovo patteggiamento. La detenzione domiciliare in casi particolari Sul piano dell’esecuzione, l’art. 3 della legge n. 140 del 2026 ha inserito nel testo unico sugli stupefacenti l’art. 94-ter del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309. La norma si applica quando non sussistono i presupposti per l’affidamento in prova previsto dall’art. 94 dello stesso decreto. Se la pena da eseguire riguarda una persona tossicodipendente o alcoldipendente, e non supera otto anni di reclusione (anche se residua e congiunta a pena pecuniaria), l’interessato può chiedere di essere ammesso alla detenzione domiciliare presso una struttura accreditata o del Servizio sanitario nazionale. Il limite scende a quattro anni quando il titolo esecutivo comprende un delitto tra quelli indicati dall’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975), cioè i reati considerati di maggiore gravità. Restano a otto anni le ipotesi di rapina aggravata e di estorsione aggravata previste dall’art. 628, terzo comma, e dall’art. 629, secondo comma, del codice penale. La misura è concedibile solo se il programma consente il recupero e la risocializzazione del condannato e se esiste una correlazione tra lo stato di dipendenza e il reato commesso. Se il percorso si conclude con esito positivo, la pena residua può essere eseguita in affidamento in prova al servizio sociale o in detenzione domiciliare, entro soglie di durata che la legge fissa in otto o quattro anni, elevabili rispettivamente fino alla metà o a un quarto. L’art. 94-quater: la definizione anticipata del processo La novità più rilevante per il processo penale è l’art. 94-quater del d.P.R. n. 309 del 1990, inserito dall’art. 1 della legge n. 140 del 2026 e rubricato «Definizione anticipata del processo con finalità di recupero di persone tossicodipendenti o alcoldipendenti». L’imputato che intende accedere a un programma terapeutico, o proseguire quello già avviato, può concordare con il pubblico ministero una pena detentiva, anche congiunta a pena pecuniaria, entro gli stessi limiti visti sopra: otto anni, oppure quattro se il titolo comprende un delitto dell’art. 4-bis, con le due eccezioni già ricordate. La richiesta deve essere accompagnata, a pena di inammissibilità, dalla dichiarazione di voler intraprendere o proseguire il programma. Il giudice, valutata la richiesta, concede all’imputato un termine di sessanta giorni per produrre la documentazione prevista dal secondo comma dell’art. 94-ter. Se la documentazione è presentata e ritenuta idonea, la pena concordata viene espiata in regime di detenzione domiciliare terapeutica. Chi resta escluso Il nuovo rito non è per tutti. Valgono le stesse preclusioni del patteggiamento ordinario: non può accedervi chi è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, né chi è recidivo reiterato ai sensi dell’art. 99, quarto comma, del codice penale, quando la pena superi i due anni, soli o congiunti a pena pecuniaria. Si applicano inoltre, in quanto compatibili, gli artt. 444 (commi 1-ter e 2), 445 (comma 1-bis), 446, 447 e 448 del codice di procedura penale. Restano quindi il controllo del giudice sulla correttezza della qualificazione giuridica e sulla congruità della pena, la disciplina degli effetti della sentenza e le regole sulle impugnazioni. L’esecuzione e il ruolo del Magistrato di Sorveglianza Sul piano esecutivo, la lettera c) dell’art. 3 ha modificato il quinto comma dell’art. 656 del codice di procedura penale. Il pubblico ministero emette l’ordine di esecuzione ma ne sospende l’efficacia, per consentire l’intervento del Magistrato di Sorveglianza, che deve provvedere entro quarantacinque giorni all’eventuale applicazione della detenzione domiciliare. La persona non entra in carcere in attesa della decisione. I processi già in corso L’art. 4 della legge n. 140 del 2026 prevede che la nuova disciplina si applichi ai procedimenti e ai processi pendenti alla data del 21 agosto 2026, purché non sia già stata pronunciata sentenza di primo grado. Se è già scaduto il termine per chiedere il patteggiamento (previsto dall’art. 446, primo comma, c.p.p.), l’imputato o il suo difensore munito di procura speciale possono formulare la richiesta ex art. 94-quater alla prima udienza dibattimentale utile dopo l’entrata in vigore della legge. Se invece l’imputato produce la documentazione che attesta lo stato di dipendenza e vuole valutare se presentare la richiesta, il dibattimento è sospeso per un periodo non inferiore a quarantacinque giorni. Durante la sospensione restano sospesi anche i termini di prescrizione e quelli di durata della custodia cautelare in carcere, un dettaglio che il difensore deve considerare nella scelta della strategia. Implicazioni pratiche Per l’imputato dipendente da sostanze o alcol, la riforma apre una strada concreta: concordare una pena anche elevata e scontarla in un contesto terapeutico anziché in carcere. Per i difensori, la scelta di accedere al nuovo rito richiede una valutazione accurata dei presupposti, a cominciare dal nesso tra dipendenza e reato e dall’assenza di cause ostative. Va ricordato, però, che si tratta di un modello esecutivo

Sequestro del telefono e periodo dei dati: la Cassazione chiede al pubblico ministero di motivare i confini temporali

Sequestro del telefono e periodo dei dati: la Cassazione chiede al pubblico ministero di motivare i confini temporali

Perché la perquisizione non può spingersi indietro di due anni senza spiegare il motivo: il principio affermato dalla Seconda Sezione penale con la sentenza n. 34562/2026, depositata il 25 settembre 2026 Tutto nasce da un concorso per un posto di aspirante pilota presso una corporazione di piloti portuali. Il bando risale al 16 settembre 2024 e la commissione esaminatrice viene nominata nel dicembre dello stesso anno. Secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni soggetti avrebbero fatto circolare in anticipo le domande delle prove scritte. In questo modo avrebbero tratto in inganno la corporazione e procurato un ingiusto profitto ai candidati vincitori, a danno degli altri partecipanti. Due persone risultano indagate, insieme ad altre, per truffa e per rivelazione di segreto d’ufficio. Il 5 maggio 2026 il pubblico ministero dispone il sequestro probatorio di dispositivi informatici, eseguito il 12 maggio successivo. A uno degli indagati vengono sequestrati quattro smartphone, per i quali non sono stati forniti i codici di sblocco. All’altro viene sequestrato un apparecchio nel quale sono stati trovati messaggi di interesse investigativo, scambiati nella chat con i colleghi della corporazione e presenti anche nella casella di posta elettronica. richieda competenze multidisciplinari e una visione d’insieme che sappia anticipare e gestire i rischi futuri. Gli indagati chiedono il riesame e il Tribunale annulla il decreto con ordinanza del 26 giugno 2026. Il pubblico ministero ricorre allora per cassazione. Il ricorso viene deciso il 23 settembre 2026 e la sentenza è depositata due giorni dopo. La questione giuridica Il punto controverso è preciso. Il decreto di sequestro autorizzava la ricerca dei dati a partire dal 2023. I fatti contestati, invece, risalivano al 2025: marzo per la rivelazione del segreto d’ufficio e settembre per la truffa. Il Tribunale del riesame aveva giudicato adeguata la motivazione su tutto il resto: le finalità probatorie, i criteri di selezione dei dati e i tempi della selezione. Aveva però rilevato un vuoto sulla scelta di risalire di circa due anni rispetto ai fatti contestati. A questo proposito la formula usata in udienza dal pubblico ministero, «esigenze di ricerca della prova», gli era sembrata troppo generica. Il pubblico ministero sosteneva che il decreto descrivesse nel dettaglio la vicenda e che un limite temporale troppo stretto, in una fase iniziale delle indagini, avrebbe impedito di scoprire eventuali accordi preesistenti tra le parti. Aggiungeva che il Tribunale si era limitato a richiamare l’orientamento generale sul sequestro dei dispositivi informatici, senza confrontarsi con le peculiarità del caso. Il quadro normativo Il sequestro probatorio è disciplinato dall’art. 253 c.p.p. e consente di acquisire il corpo del reato e le cose pertinenti al reato, se necessarie per l’accertamento dei fatti. Quando l’oggetto è uno smartphone, però, il sequestro non riguarda un semplice oggetto: si porta via un archivio che contiene messaggi, fotografie, contatti e documenti, cioè gran parte della vita privata di una persona. Per questo la giurisprudenza richiede che la misura sia proporzionata allo scopo. Il provvedimento può essere contestato davanti al Tribunale del riesame ai sensi dell’art. 324 c.p.p.. Contro la decisione del riesame il ricorso per cassazione è ammesso, come prevede l’art. 325 c.p.p., soltanto per violazione di legge. Questo dettaglio processuale ha pesato sull’esito della vicenda. La soluzione della Corte La Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ricorda anzitutto un orientamento ormai consolidato della Sesta Sezione penale. Quando vuole esaminare il contenuto di un dispositivo e non limitarsi a trattenere l’apparecchio, il pubblico ministero deve spiegare nel decreto perché serva un sequestro esteso e omnicomprensivo. In alternativa deve indicare le informazioni specifiche che cerca, i criteri con cui selezionerà il materiale, la giustificazione dell’eventuale perimetro temporale dei dati e i tempi entro cui la selezione sarà compiuta, con restituzione della copia informatica dei dati non rilevanti. La sentenza richiama, tra le altre, le pronunce della Sesta Sezione n. 17312 del 15 febbraio 2024 e n. 17677 del 29 gennaio 2025, e la n. 33657 del 25 settembre 2025 della Seconda Sezione. Le prime due sono massimate, mentre la terza, come la n. 17479 del 4 febbraio 2025, è indicata dalla stessa Corte come non massimata. Da queste decisioni la Corte ricava quello che definisce un vero e proprio «decalogo motivazionale». Applicando questi principi al caso concreto, la Corte osserva che il decreto riguardava fatti del 2025 e che, senza alcuna spiegazione, aveva esteso la ricerca al 2023. Si tratta di un periodo anteriore perfino a quello (settembre-dicembre 2024) in cui, secondo lo stesso ricorrente, erano state compiute le attività preparatorie del concorso. I principi affermati La Corte ribadisce che il pubblico ministero è il dominus dell’indagine. Ha quindi il potere di stabilire i confini, anche temporali, di atti che incidono sulla libertà e sulla riservatezza degli indagati, ma ha anche il dovere di giustificare le proprie scelte con una motivazione adeguata. Il Tribunale del riesame, dal canto suo, non aveva imposto alcun limite all’indagine e non ne avrebbe avuto il potere. Aveva semplicemente accertato che la motivazione del decreto era carente. La Corte respinge poi l’argomento secondo cui il Tribunale avrebbe potuto ritenere giustificata, anche solo implicitamente, la ricerca per il 2023 in ragione della complessità della vicenda. Il giudice del riesame non deve ricostruire le esigenze investigative che il pubblico ministero non ha esposto. Deve solo verificare se il decreto sia motivato a sufficienza. Infine la Corte dichiara inammissibile la censura di omessa considerazione della specificità dei fatti, perché si risolve in un vizio di motivazione, che nei ricorsi contro i provvedimenti cautelari reali non è consentito. Le implicazioni pratiche Per il cittadino, o per il professionista, a cui viene sequestrato lo smartphone, la sentenza conferma che il decreto va letto con attenzione. Se il periodo dei dati da esaminare è molto più ampio di quello dei fatti contestati e il decreto non ne spiega la ragione, esistono argomenti solidi per chiedere l’annullamento davanti al Tribunale del riesame. Per le imprese e per i loro amministratori, che spesso usano gli stessi dispositivi per lavoro e per la vita privata, il principio ha un valore ulteriore. Il sequestro può

Melanoma diagnosticato come verruca seborroica: la Cassazione conferma la condanna per omicidio colposo

Melanoma diagnosticato come verruca seborroica: la Cassazione conferma la condanna per omicidio colposo

Quando l’errata rassicurazione del medico costa la vita al paziente, il nesso causale si misura sull’anticipazione della morte, non sulla perdita di una chance Una dermatologa fu chiamata a visitare, in tre distinte occasioni comprese tra il novembre 2013 e il giugno 2014, una paziente che presentava una neoformazione pigmentata sul polpaccio. In tutte e tre le visite la professionista qualificò la lesione come “verruca seborroica”, giungendo nell’ultimo controllo a definirla per iscritto “verruca seborroica enorme”. In nessuna delle tre occasioni la specialista fece ricorso al dermatoscopio, né documentò adeguatamente i rilievi clinici raccolti, limitandosi in un’occasione a segnalare alla paziente il nominativo di un chirurgo plastico, senza tuttavia chiarire la natura sospetta della lesione né l’urgenza di un approfondimento. Solo nel luglio del 2014, quando la paziente si rivolse autonomamente a due chirurghi, la natura maligna della neoformazione fu immediatamente sospettata sulla base della sola ispezione visiva. Si trattava in realtà di un melanoma, che nel frattempo era progredito da uno stadio iniziale, associato secondo la perizia disposta in giudizio a tassi di sopravvivenza a dieci anni prossimi al 90%, a uno stadio più avanzato, con una prognosi sensibilmente peggiore. Nonostante l’intervento di asportazione e i successivi trattamenti, la malattia proseguì la propria evoluzione fino a determinare, a distanza di alcuni anni, il decesso della paziente. Il procedimento penale instaurato nei confronti della dermatologa si è concluso, sia in primo grado sia in appello, con l’affermazione di responsabilità per il delitto di omicidio colposo, con condanna a una pena di otto mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore dei congiunti della vittima. Con la pronuncia in commento (Cassazione penale, Sez. IV, n. 34304/2026, pubblicata il 23 settembre 2026), la Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dalla professionista, confermando integralmente l’affermazione di colpevolezza. Il nesso di causalità nel ritardo diagnostico: morte anticipata, non chance perduta Il primo motivo di ricorso investiva il cuore della struttura del reato omissivo colposo. La difesa sosteneva che i giudici di merito avessero, in realtà, punito non la causazione della morte, bensì la perdita di una “chance” di sopravvivenza: categoria, quest’ultima, propria del diritto civile e non riducibile alla fattispecie tipica dell’omicidio colposo, che richiede l’accertamento di un nesso causale diretto tra condotta ed evento. La Cassazione ha innanzitutto ribadito il criterio guida in materia di causalità omissiva, tracciato dalle Sezioni Unite Franzese (secondo quanto richiamato nella sentenza in commento, Sez. U, n. 30328 del 10 luglio 2002, Rv. 222138): il nesso causale non può fondarsi sul solo coefficiente di probabilità statistica, ma richiede un giudizio di alta probabilità logica, condotto ipotizzando come avvenuta la condotta doverosa omessa e verificando, con elevato grado di credibilità razionale, che l’evento non si sarebbe realizzato, ovvero si sarebbe realizzato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. Applicando questo criterio ai ritardi diagnostici in ambito oncologico, la Corte ha colto l’occasione per una puntualizzazione di rilievo sistematico, operata ai sensi dell’art. 619 cod. proc. pen. (norma che consente alla Cassazione di correggere l’inquadramento giuridico di una sentenza senza incidere sul dispositivo, quando l’errore non presupponga nuovi accertamenti di fatto): nel caso di omicidio colposo conseguente a ritardo diagnostico, l’evento non consiste nella perdita di una mera possibilità di sopravvivenza, ma nella morte verificatasi in un momento anteriore rispetto a quello in cui, con elevato grado di credibilità razionale, sarebbe sopravvenuta se la condotta doverosa fosse stata tempestivamente adottata. La significativa anticipazione dell’esito, per quanto comunque destinato a verificarsi, integra dunque essa stessa il nesso causale rilevante ai fini penali. Nel caso concreto, i giudici di merito avevano fondato tale accertamento non su un dato statistico astratto, ma sulle condizioni individuali della paziente (età, assenza di patologie pregresse, concreta evoluzione della lesione), collocandola nell’area di elevata efficacia terapeutica di una diagnosi tempestiva: un percorso motivazionale che la Cassazione ha ritenuto immune da vizi logici, pur precisando e correggendo l’inquadramento giuridico dell’evento. Linee guida, grado della colpa e successione di leggi Il secondo motivo di ricorso riguardava la conformità della condotta alle linee guida vigenti e il grado della colpa, questioni decisive per l’applicabilità della più favorevole disciplina previgente rispetto a quella attualmente in vigore. La responsabilità penale del sanitario ha infatti conosciuto, negli anni, due successive rimodulazioni normative: la disciplina introdotta dal d.l. n. 158 del 2012 (conv. l. n. 189/2012, cosiddetta legge Balduzzi), che escludeva la responsabilità per colpa lieve in presenza di condotta conforme a linee guida e buone pratiche, e la successiva legge n. 24 del 2017 (cosiddetta legge Gelli-Bianco), che ha introdotto l’art. 590-sexies cod. pen., circoscrivendo la non punibilità alle sole condotte di imperizia nell’esecuzione di linee guida adeguate al caso concreto. Le Sezioni Unite Mariotti (secondo quanto richiamato nella sentenza in commento, Sez. U, n. 8770 del 21 dicembre 2017, Rv. 272175) hanno chiarito che, per i fatti anteriori alla riforma del 2017, la disciplina Balduzzi si applica quale legge più favorevole. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto corretta l’esclusione, operata dai giudici di merito, tanto della conformità della condotta alle linee guida (per l’omessa valutazione dermatoscopica e la mancata documentazione dei rilievi clinici, a fronte di una lesione che già presentava caratteristiche di allerta secondo i parametri riconosciuti dalla comunità scientifica) quanto della lievità della colpa, ravvisando piuttosto un comportamento reiteratamente rassicurante nei confronti della paziente, protrattosi attraverso tre visite successive. La Cassazione ha altresì precisato che l’eventuale difficoltà di distinguere clinicamente la lesione da una forma benigna, lungi dal deporre per una colpa lieve, avrebbe semmai imposto un atteggiamento di maggiore prudenza diagnostica. La questione di legittimità costituzionale dell’art. 590-sexies cod. pen. La difesa aveva infine sollevato una questione di legittimità costituzionale, sostenendo che l’interpretazione consolidata dell’art. 590-sexies, comma 2, cod. pen. — che nega alla disposizione natura di autonomo reato di condotta, riducendola a clausola di non punibilità priva di portata innovativa rispetto agli artt. 589 e 590 cod. pen. — determinerebbe un’indeterminatezza del momento consumativo del reato, con conseguente violazione dei principi di legalità, di ragionevole durata del processo e di