Strade pericolose e responsabilità dell’ente gestore: la Cassazione chiarisce cosa deve provare il danneggiato

La Corte di Cassazione torna sul regime probatorio della responsabilità per danni da cose in custodia e supera definitivamente la nozione di “insidia stradale”: al danneggiato basta dimostrare il nesso causale tra la cosa e il danno. Una vicenda giudiziaria che si trascina da oltre due decenni offre alla Terza Sezione civile della Corte di Cassazione l’occasione per ribadire principi di fondamentale importanza in materia di responsabilità civile delle pubbliche amministrazioni e degli enti gestori di strade. Il sinistro risale al gennaio del 2003: un’automobilista perde il controllo del veicolo lungo una strada statale, fuoriesce dalla carreggiata, percorre la banchina e precipita in un fosso-canale laterale, andando infine a collidere con il basamento di un ponte. Nessuna barriera di contenimento era presente a protezione del margine stradale. Il giudizio si conclude nei gradi di merito con il rigetto della domanda risarcitoria, e la vicenda approda in Cassazione attraverso quattro motivi di ricorso. Con l’ordinanza n. 9580/2026, la Corte accoglie il secondo e il quarto motivo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione. La responsabilità da cose in custodia: natura oggettiva e onere probatorio del danneggiato Il nodo giuridico centrale riguarda l’interpretazione dell’art. 2051 c.c., che disciplina la responsabilità del custode per i danni cagionati dalla cosa che ha in custodia. Si tratta di una responsabilità di natura oggettiva: ciò significa che il custode risponde del danno indipendentemente da qualsiasi accertamento di colpa, a meno che non provi che il danno è stato causato da un caso fortuito. La norma, che si applica anche agli enti pubblici e ai gestori di infrastrutture stradali, ha generato nel tempo un dibattito interpretativo significativo su cosa esattamente il danneggiato debba dimostrare per ottenere il risarcimento. La Corte d’Appello di Ancona aveva richiesto alla ricorrente di provare che lo stato dei luoghi presentasse “una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile se non inevitabile il danno”. La Cassazione smonta questa impostazione con nettezza: nella responsabilità ex art. 2051 c.c., il danneggiato non deve provare altro che il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento lesivo. Nient’altro. L’elaborazione è ormai consolidata, e la pronuncia si inserisce in una linea giurisprudenziale recente e coerente, richiamando espressamente Cass., Sez. 3, n. 3062 del 2026 e Cass., Sez. 3, n. 2453 del 2026. Pretendere che il danneggiato dimostri la pericolosità oggettiva della cosa — quasi a reintrodurre un requisito aggiuntivo non previsto dalla norma — significa stravolgere il meccanismo di ripartizione del rischio che il legislatore ha voluto costruire con quella disposizione. Il tramonto definitivo dell’insidia stradale Il secondo profilo su cui la Cassazione interviene con eguale fermezza riguarda la nozione di “insidia” o “trabocchetto”, categoria elaborata dalla giurisprudenza tradizionale per selezionare i casi di responsabilità dell’ente gestore della strada. Secondo questa concezione, risalente alla giurisprudenza formatasi prima dell’evoluzione interpretativa dell’art. 2051 c.c., il danneggiato avrebbe dovuto dimostrare che il pericolo era imprevedibile e inevitabile, caratteristiche proprie dell’insidia in senso tecnico. La Corte d’Appello aveva fatto applicazione proprio di questa categoria, richiamando precedenti giurisprudenziali ormai superati, ed aveva escluso la responsabilità dell’ente gestore per l’assenza di tali requisiti. La Cassazione censura con decisione questa impostazione: i concetti di imprevedibilità e inevitabilità dell’alterazione della cosa sono stati superati dall’evoluzione della giurisprudenza di legittimità e non possono più costituire il metro di giudizio nella materia. Ciò che rileva non è se il pericolo fosse o meno imprevedibile per l’utente, ma se il gestore abbia adempiuto ai propri obblighi di manutenzione e protezione della strada in relazione alle obiettive caratteristiche del tratto. Gli obblighi del gestore stradale tra colpa specifica e colpa generica La pronuncia offre anche un chiarimento prezioso sulle fonti dell’obbligo di custodia gravante sul gestore della strada. L’art. 14 del Codice della Strada (D.Lgs. n. 285 del 1992) impone agli enti proprietari di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade e delle relative pertinenze in modo da garantire la sicurezza degli utenti. Ma la Cassazione precisa che il proprietario della strada non è esente dall’onere di valutare, caso per caso, se quella strada costituisca un rischio per l’incolumità degli utenti in relazione alle caratteristiche del singolo tratto stradale. La colpa del gestore, quindi, può derivare sia dalla violazione di specifiche norme prescrittive — la cosiddetta colpa specifica — sia dall’inosservanza delle regole generali di prudenza e perizia, vale a dire la colpa generica. Nel caso esaminato, il tratto stradale presentava una banchina ridottissima e la presenza di un fosso profondo immediatamente a margine: in presenza di tali caratteristiche, la sentenza impugnata avrebbe dovuto valutare se l’omessa installazione di barriere di protezione fosse o meno conforme agli obblighi di custodia. Non averlo fatto costituisce un vizio di motivazione che giustifica la cassazione della pronuncia. Il governo del nesso causale nel giudizio di rinvio Con l’accoglimento del secondo e del quarto motivo, il terzo — relativo alla ricostruzione del nesso causale e al concorso di cause nella produzione dell’evento — resta assorbito, nel senso che il giudice del rinvio dovrà affrontarlo d’ufficio. La Corte chiarisce che, nella corretta ricostruzione del nesso di causalità tra la cosa custodita e il danno, dovrà essere valutata anche la presenza di eventuali fattori concausali, inclusa la condotta della stessa danneggiata. In teoria, una condotta esclusivamente colposa del danneggiato potrebbe anche da sola interrompere il nesso causale ed elidere la responsabilità del custode. Spetterà alla Corte d’Appello di Ancona, in diversa composizione, ricostruire il quadro causale nella sua complessità, applicando i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia. Cosa cambia nella pratica: implicazioni per cittadini e professionisti Questa pronuncia ha un impatto diretto e concreto su chiunque abbia subito un danno in conseguenza di un sinistro avvenuto su una strada pubblica — sia essa una strada statale, provinciale o comunale — per effetto di condizioni della carreggiata, dell’assenza di barriere protettive, di segnaletica assente o inadeguata, o di qualsiasi altra anomalia strutturale. Per il cittadino danneggiato, il messaggio è chiaro: non è necessario dimostrare che la strada fosse “insidiosa” in senso tradizionale, né

Mediazione obbligatoria: due principi e un contrasto aperto nella giurisprudenza della Cassazione.

Con l’ordinanza n. 9608 del 2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione interviene su due questioni centrali nella gestione pratica dei procedimenti di mediazione obbligatoria. La prima: l’assenza ingiustificata della parte chiamata non determina l’improcedibilità della domanda. La seconda, più dirompente: l’avvocato che assiste la parte non può, al tempo stesso, rappresentarla sostanzialmente — una conclusione che si pone in consapevole contrasto con l’orientamento affermatosi nella stessa Sezione con la sentenza n. 14676/2025, e che apre una frattura interpretativa destinata a riflettersi sulla prassi di migliaia di procedimenti. La vicenda da cui origina la pronuncia riguarda una controversia in materia di locazione di edilizia residenziale pubblica. Il giudice di primo grado aveva demandato le parti al procedimento di mediazione; una di esse vi aveva partecipato regolarmente, mentre l’altra aveva scelto di non presentarsi, limitandosi a comunicare la propria mancata adesione. Il Tribunale di Roma, pur accertando la fondatezza della pretesa dell’ente locatore, aveva irrogato a quest’ultimo la sanzione prevista dalla legge per l’ingiustificata assenza dalla mediazione. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato integralmente la sentenza di primo grado. La parte soccombente aveva quindi proposto ricorso per cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la mancata partecipazione dell’altra parte avrebbe dovuto comportare la dichiarazione di improcedibilità della domanda giudiziale. Il D.Lgs. n. 28/2010 regola il procedimento di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali. In alcune materie — locazione, condominio, diritti reali, responsabilità medica, controversie bancarie e assicurative, tra le principali — la mediazione costituisce una condizione di procedibilità della domanda giudiziale: prima di instaurare o proseguire un giudizio, le parti devono tentare di risolvere la controversia davanti a un mediatore qualificato. L’art. 8 del decreto stabilisce che le parti partecipano assistite dai propri avvocati, e che la mancata partecipazione senza giustificato motivo può comportare conseguenze sanzionatorie — un’ammenda pari al contributo unificato — e probatorie, consentendo al giudice di desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto in mediazione. Primo principio: l’assenza della parte chiamata non blocca il processo Sul primo punto la Terza Sezione è netta. La condizione di procedibilità è collegata all’effettivo esperimento del procedimento, non al suo mero avvio formale. L’esperimento si considera realizzato quando, al primo incontro davanti al mediatore, compare almeno la parte onerata dell’attivazione, personalmente o tramite un rappresentante munito di adeguati poteri sostanziali. Ne consegue che la mancata partecipazione della parte chiamata in mediazione non genera improcedibilità: quella condotta rileva esclusivamente sul piano sanzionatorio e probatorio, ai sensi dell’art. 8, comma 4-bis, del D.Lgs. n. 28/2010. La Corte è esplicita nel motivare questa conclusione: consentire alla parte chiamata di paralizzare il processo semplicemente non presentandosi significherebbe renderla arbitro della procedibilità della domanda avversaria, esito incompatibile con il diritto costituzionale alla tutela giurisdizionale. Viceversa, se nessuna delle parti si presenta al primo incontro, l’esperimento manca e la condizione di procedibilità non può dirsi avverata. Secondo principio: l’avvocato non può cumulare i ruoli di assistente e rappresentante sostanziale È sul secondo punto che l’ordinanza n. 9608 del 2026 introduce la novità più rilevante e più controversa. Nella prassi dei procedimenti di mediazione si è ampiamente diffuso l’uso di conferire al proprio avvocato, oltre alla procura alle liti, anche una procura sostanziale che lo autorizza a rappresentare la parte in mediazione e a disporre eventualmente dei diritti controversi. In questo modo il difensore si presentava al primo incontro svolgendo entrambe le funzioni: assistente legale e rappresentante della parte. La Cassazione, con l’ordinanza n. 9608 del 2026, dichiara questo schema incompatibile con la struttura che il D.Lgs. n. 28/2010 imprime al procedimento. Il ragionamento prende le mosse dalla lettura coordinata dell’art. 5, comma 1-bis, e dell’art. 8 del decreto, che prevedono che le parti esperiscano il procedimento di mediazione “con l’assistenza degli avvocati”. La formula — osserva la Corte — implica una distinzione strutturale tra la parte che partecipa e il difensore che la assiste. Assistere significa affiancare un soggetto già presente nella propria autonoma veste; non sostituirsi a lui. Il difensore non può quindi cumulare in sé il ruolo di assistente e quello di parte assistita, trattandosi di funzioni logicamente incompatibili che presuppongono la presenza di due soggetti distinti. La conseguenza è netta: la presenza del solo avvocato al primo incontro di mediazione — anche se munito di procura sostanziale — non è idonea a soddisfare la condizione di procedibilità. A rafforzare la conclusione sistematica, la Corte aggiunge un argomento funzionale: la mediazione mira a riattivare la comunicazione diretta tra i litiganti; questa finalità richiede la presenza dei titolari degli interessi in gioco, non dei soli difensori, che per obbligo professionale già conoscono pienamente l’istituto e le sue regole. Il contrasto con la sentenza n. 14676/2025: un orientamento opposto della stessa Sezione Il principio appena enunciato si pone in aperto contrasto con la sentenza n. 14676/2025, pronunciata dalla medesima Terza Sezione Civile appena undici mesi prima, su un caso che poneva esattamente la stessa questione. In quella vicenda, una società assicuratrice aveva partecipato al primo incontro di mediazione tramite il proprio difensore, munito di procura notarile che attribuiva sia i poteri processuali sia quelli sostanziali di disposizione dei diritti controversi, con espressa menzione della facoltà di partecipare al procedimento di mediazione. La Corte d’Appello di Milano aveva dichiarato improcedibile la domanda, ritenendo che quella procura fosse inidonea a conferire al difensore la rappresentanza sostanziale nel procedimento. La Cassazione, con la sentenza n. 14676/2025, aveva invece accolto il ricorso, enunciando il principio di diritto opposto: per il valido conferimento del potere di rappresentanza in mediazione è necessario e sufficiente che il rappresentante disponga di tutti i poteri sostanziali di disposizione dei diritti controversi e di tutte le conoscenze necessarie per l’utile esperimento del procedimento; non è invece necessario che la procura contenga un riferimento specifico alla singola controversia, né che sia conferita caso per caso. Il rappresentante poteva quindi essere lo stesso difensore, purché la procura avesse contenuto sostanziale e non meramente processuale. Si tratta, con ogni evidenza, di una soluzione diametralmente opposta a quella adottata dall’ordinanza n. 9608 del 2026: là il cumulo

Bonifico bancario erroneo e appropriazione indebita: la Cassazione traccia i confini tra illecito penale e civile

La Seconda Sezione Penale chiarisce quando il mancato rimborso di un pagamento per errore integra un reato e quando, invece, resta una mera questione civilistica da risolvere davanti al giudice civile Che cosa succede quando qualcuno riceve sul proprio conto corrente una somma di denaro trasferita per errore e, anziché restituirla, la trattiene? È un reato? O si tratta soltanto di un illecito civile, con conseguente obbligo di restituzione da far valere davanti al giudice ordinario? Questa è la domanda al centro di una vicenda giudiziaria che ha percorso tre gradi di giudizio e si è conclusa con una pronuncia della Corte Suprema di Cassazione, Seconda Sezione Penale, n. 9843/2026, depositata il 13 marzo 2026. La sentenza, di notevole interesse pratico, interviene su un tema sempre più attuale nell’era dei pagamenti digitali: la rilevanza penale del trattenimento di somme ricevute tramite bonifico per errore. Il quadro normativo: appropriazione indebita ordinaria e fattispecie speciale Per comprendere appieno il ragionamento della Corte occorre muovere dal dato normativo. L’art. 646 cod. pen. disciplina il delitto di appropriazione indebita, punendo chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropri di denaro o di cosa mobile altrui di cui abbia il possesso. La norma presuppone, in linea generale, che la cosa sia “di altri”: vale a dire che il soggetto che ne dispone non ne abbia la proprietà, bensì soltanto il possesso, in forza di un titolo che impone un vincolo di destinazione sul bene ricevuto. Il denaro, nonostante la sua fungibilità che normalmente comporta il trasferimento della proprietà con il possesso, può essere oggetto di questo reato quando venga affidato per uno scopo determinato o nell’interesse del proprietario: in quel caso il possessore non può farne uso arbitrario senza incorrere nel reato. Accanto a questa fattispecie generale, l’art. 647, primo comma, n. 3 cod. pen. prevedeva — in rapporto di specialità rispetto all’art. 646 — il reato di appropriazione di cose ricevute per errore o per caso fortuito. Si tratta di una norma che, tuttavia, è stata depenalizzata per effetto del decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, con la conseguenza che la condotta in essa descritta non costituisce più reato, ma soltanto illecito civile. La distinzione cruciale: tre scenari a confronto Il nodo interpretativo affrontato dalla Corte consiste nel comprendere se il trattenimento di un bonifico effettuato per errore debba ricondursi all’art. 646 c.p. — ancora pienamente vigente come reato — oppure all’art. 647, primo comma, n. 3 c.p., ormai depenalizzato. La sentenza n. 9843/2026, richiamando e condividendo un consolidato indirizzo della Sezione, elabora una tripartizione di scenari che merita di essere illustrata con chiarezza. Nel primo scenario, il disponente trasferisce una somma con un preciso vincolo di destinazione: ad esempio, affida del denaro affinché venga utilizzato per uno scopo determinato. Se il destinatario lo trattiene e ne dispone liberamente, tradendo quel vincolo, si integra pienamente il delitto di appropriazione indebita ex art. 646 c.p., perché la somma restava “di altri” per effetto del vincolo imposto. Nel secondo scenario, il disponente trasferisce una somma dovuta ma senza alcun vincolo di destinazione ulteriore: si pensi, ad esempio, a un acconto versato sul prezzo di una vendita. In tal caso, la cosa fungibile trasferita diventa di proprietà del ricevente per effetto stesso del trasferimento, e viene meno il requisito dell’altruità. Residua soltanto un eventuale obbligo civilistico di restituzione. Nel terzo scenario — e qui si colloca il bonifico erroneo — il disponente non vuole trasferire alcunché, ma lo fa per un mero errore sulla persona del destinatario o sull’oggetto del pagamento. Mancano ab origine la volontà e la causa del trasferimento. L’accipiens che trattiene le somme le detiene sine titulo e contro la volontà del disponente: il fatto appropriativo è integrato, ma va qualificato ai sensi dell’art. 647, primo comma, n. 3 c.p., perché l’elemento specializzante — il ricevimento per errore — impone di applicare la norma speciale, oggi depenalizzata. La soluzione: annullamento senza rinvio e revoca delle statuizioni civili Applicando questa griglia interpretativa alla vicenda in esame, la Corte ha ritenuto che il bonifico effettuato per errore integri esattamente il terzo scenario. Di conseguenza, ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato. Con la stessa pronuncia, la Cassazione ha altresì revocato le statuizioni civili: una conseguenza di rilievo pratico rilevante, che non esclude però il diritto della parte che aveva subito il danno di agire in sede civile per il recupero delle somme indebitamente trattenute, trattandosi pur sempre di un illecito civilistico. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per cittadini e professionisti La sentenza n. 9843/2026 ha implicazioni concrete che riguardano tanto i privati cittadini quanto le imprese e i professionisti che operano quotidianamente con strumenti di pagamento elettronico. Chi riceve un bonifico non dovuto ha un obbligo di restituzione che trova il suo fondamento nel diritto civile — in particolare nella disciplina del pagamento dell’indebito ex art. 2033 cod. civ. — ma il mancato adempimento non integra più un reato penale. Sul piano pratico, ciò significa che la tutela del soggetto danneggiato dovrà essere ricercata esclusivamente in sede civile, con tutto ciò che ne consegue in termini di tempi, costi e strumenti processuali. Per chi invece, per qualsiasi ragione, si trovi a ricevere somme non dovute, è importante sapere che l’obbligo di restituzione è immediato e inderogabile sul piano civile, anche se la mancata restituzione non è più sanzionata penalmente. Ignorarlo espone comunque all’azione di ripetizione dell’indebito e al risarcimento degli eventuali danni ulteriori. Per i professionisti legali, infine, la pronuncia conferma un orientamento interpretativo che impone di valutare con attenzione la corretta qualificazione della fattispecie prima di procedere con un’eventuale querela per appropriazione indebita: in presenza di un bonifico erroneo, la strada penale è oggi preclusa, e la tutela va costruita su basi civilistiche. Conclusione La Cassazione, con la sentenza n. 9843/2026, offre uno strumento interpretativo prezioso per orientarsi in un settore normativo che la depenalizzazione del 2016 ha profondamente ridisegnato. La distinzione

Tabelle millesimali e gestione separata dei locali commerciali: la Cassazione chiarisce i limiti dell’autonomia assembleare

Con l’ordinanza n. 3445/2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ribadisce che derogare ai criteri legali di ripartizione delle spese condominiali richiede il consenso unanime di tutti i condomini: la maggioranza assembleare non basta Chi vive o gestisce un immobile in condominio sa bene quanto le tabelle millesimali siano al centro di discussioni, tensioni e, spesso, contenziosi giudiziari. Questi numeri — apparentemente freddi e tecnici — determinano quanto ciascun proprietario contribuisce alle spese comuni: dal riscaldamento alla manutenzione del tetto, dai consumi idrici agli interventi straordinari. Per questo motivo, qualsiasi tentativo di modificarli o di esonorare una o più unità dai criteri ordinari di riparto è una materia delicatissima, rigorosamente disciplinata dal codice civile. Con l’ordinanza n. 3445/2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fatto il punto su una vicenda emblematica, confermando un principio di fondamentale importanza pratica: la delibera assembleare adottata a maggioranza che esonera un condomino dai criteri legali di ripartizione delle spese è radicalmente nulla, e trasporta la propria nullità anche al contratto di transazione che su di essa si fondi. La vicenda: un condomino vuole gestire autonomamente i propri locali commerciali La storia prende le mosse da una situazione tutt’altro che infrequente nella realtà condominiale italiana: un proprietario di locali commerciali posti al piano terra di uno stabile condominiale propone all’assemblea di deliberare una gestione separata e autonoma delle proprie unità rispetto al resto dell’edificio, con l’approvazione di nuove tabelle millesimali coerenti con tale separazione. L’assemblea accolse la proposta nel 2011 e, a stretto giro, il condominio e il condomino sottoscrissero un verbale di transazione che recepiva le nuove tabelle, eliminando dal computo millesimale del condominio i valori attribuiti al piano terra e ridistribuendoli proporzionalmente fra gli altri partecipanti. L’anno successivo, però, la stessa assemblea revocò la delibera originaria. Senza però impugnare la transazione. E qui nasceva il primo nodo giuridico: la revoca della delibera era sufficiente a travolgere anche l’accordo transattivo? Il proprietario dei locali commerciali sosteneva di no, e che la transazione — non impugnata — fosse ancora pienamente efficace. Il condominio riteneva il contrario. La vicenda aveva attraversato tre gradi di giudizio prima di approdare alla Cassazione con l’ordinanza n. 3445/2026. Il quadro normativo: i criteri legali di ripartizione delle spese e la loro inderogabilità a maggioranza Per comprendere la soluzione cui è giunta la Corte, occorre muovere dalla norma cardine della materia. L’art. 1123, comma 1, c.c. stabilisce che le spese necessarie per la conservazione e il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno. Si tratta di un criterio legale di ripartizione, che riflette la struttura stessa della comproprietà condominiale: chi possiede di più, partecipa di più alle spese comuni. La norma consente tuttavia una deroga: i condomini possono stabilire criteri diversi con una “diversa convenzione”, purché questa sia l’espressione di una volontà unanime. Non è una formalità: la ragione sta nel fatto che modificare i criteri di riparto delle spese incide direttamente sui diritti patrimoniali di tutti i condomini, e nessuno può essere privato di questa protezione senza il proprio consenso. Le Sezioni Unite della Cassazione avevano già chiarito con grande nettezza questo principio con la sentenza n. 9839 del 14 aprile 2021: sono nulle le deliberazioni assembleari con le quali, a maggioranza, siano stabiliti o modificati i criteri generali di ripartizione delle spese previsti dalla legge o dalla convenzione, da valere per il futuro. Questa è una materia che esula dalle attribuzioni ordinarie dell’assemblea, poiché investe la consistenza dei diritti reali comuni. La decisione della Corte d’Appello: nullità della delibera e della transazione La Corte d’Appello di Lecce, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva dichiarato la nullità sia della delibera assembleare del 2011 sia del successivo accordo transattivo. Il ragionamento seguiva due passaggi distinti. Quanto alla delibera: l’assemblea aveva disposto la gestione separata dei locali commerciali senza procedere allo scioglimento del condominio — operazione che l’art. 61 delle disposizioni di attuazione del c.c. consente solo quando le porzioni dell’edificio abbiano le caratteristiche di edifici autonomi, con delibera approvata a maggioranza qualificata. Poiché i locali commerciali al piano terra facevano parte integrante dello stabile condominiale e non possedevano le caratteristiche di un edificio autonomo, la delibera aveva introdotto a maggioranza una deroga generale ai criteri legali di ripartizione delle spese, in violazione della norma imperativa di cui all’art. 1123 c.c. Da questa nullità derivava poi, inevitabilmente, quella della transazione: l’amministratore condominiale trae il potere di stipulare accordi transattivi dalla preventiva delibera assembleare che lo autorizza, e se questa è nulla per contrasto con una norma imperativa, anche il contratto che su di essa si fonda è privo di validità. I motivi di ricorso e la risposta della Cassazione Il proprietario dei locali commerciali aveva censurato la sentenza di appello con due motivi di ricorso. Con il primo, lamentava la violazione del principio del contraddittorio: la questione della nullità della transazione sarebbe emersa soltanto dalla comparsa conclusionale del condominio in appello, senza che vi fosse stato un effettivo contraddittorio sul punto. Con il secondo, sosteneva una falsa applicazione degli artt. 1123 c.c. e 61 e 62 delle disposizioni attuative del c.c., contestando l’interpretazione della volontà delle parti adottata dalla Corte d’Appello: a suo avviso, delibera e transazione avevano realizzato non già una semplice “gestione separata” ma un vero e proprio scioglimento del condominio per la quota di sua pertinenza, operazione che la legge ammette. La Cassazione ha rigettato entrambi i motivi, sia pur con argomentazioni calibrate. Quanto al secondo motivo — esaminato con precedenza — la Corte ha chiarito che l’interpretazione della volontà contrattuale è accertamento riservato al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole ermeneutiche, omesso esame di fatti decisivi o motivazione inesistente o apparente (Cass. n. 3025/2025). Poiché il ricorrente si era limitato ad asserire apoditticamente che la volontà delle parti era stata “stravolta” senza censurare in modo specifico e autosufficiente il