Foto dei figli online: la Cassazione fissa il prezzo del consenso

Con l’ordinanza n. 1169/2026 la Suprema Corte distingue tra danno non patrimoniale e danno patrimoniale nella pubblicazione non autorizzata dell’immagine del minore. Il Garante Privacy, con il provvedimento n. 314/2026, ribadisce la necessità del consenso di entrambi i genitori, mentre il disegno di legge n. 1136/2025 resta ancora all’esame del Senato. La pratica di condividere online fotografie e momenti di vita dei figli, nota come sharenting, ha smesso da tempo di essere una semplice questione di sensibilità familiare. Ogni immagine pubblicata concorre a costruire un’identità digitale che il minore non ha scelto e che, una volta immessa in rete, sfugge sostanzialmente al controllo di chi l’ha diffusa. La giurisprudenza più recente conferma che l’immagine del minore non appartiene a chi esercita la responsabilità genitoriale, bensì al minore stesso, e che ogni decisione in materia deve essere assunta nel suo esclusivo interesse. Il caso deciso dalla Cassazione: quale danno è risarcibile L’ordinanza n. 1169/2026 della Corte di Cassazione origina da una vicenda in cui un ente aveva pubblicato, sul proprio sito internet e su una pagina social, la fotografia di una minore senza il consenso dei genitori. Sia il giudice di primo grado sia la Corte d’appello avevano riconosciuto l’illiceità della pubblicazione, ma avevano rigettato la domanda risarcitoria per difetto di prova del danno. La Suprema Corte ha confermato solo in parte questa impostazione, distinguendo con nettezza due piani di tutela che è utile tenere separati. Danno non patrimoniale: nessun automatismo risarcitorio Sul primo piano, la Cassazione ribadisce un principio ormai consolidato: la mera violazione del diritto all’immagine non comporta automaticamente un danno risarcibile. Non basta cioè accertare l’illiceità della pubblicazione; occorre che venga provato un pregiudizio concreto alla dignità, alla privacy o alla serenità del minore. Si tratta di un orientamento che richiede, anche a chi assiste la parte lesa, un onere probatorio specifico e non presunto. Danno patrimoniale: il criterio del prezzo del consenso Sul secondo piano, la pronuncia introduce un elemento di significativo rilievo pratico. Il danno patrimoniale non richiede la prova di un intento di lucro diretto: è sufficiente che chi ha pubblicato l’immagine ne abbia tratto un vantaggio, anche solo in termini di visibilità o di attrattività comunicativa. In questi casi il pregiudizio economico può essere liquidato in via equitativa secondo il criterio del cosiddetto prezzo del consenso, ossia il compenso che il titolare dell’immagine avrebbe ragionevolmente richiesto per autorizzarne la pubblicazione. Ne discende un principio di sistema: l’immagine della persona, e a maggior ragione quella del minore, costituisce un bene economicamente valutabile a prescindere dalla natura, lucrativa o meno, di chi la utilizza. Il quadro normativo di riferimento Il ragionamento della Cassazione si innesta su un impianto normativo articolato. L’art. 10 c.c. sanziona l’abuso dell’immagine altrui; l’art. 96 della legge 22 aprile 1941, n. 633 disciplina il diritto al ritratto; il Codice Privacy, come modificato dal d.lgs. 101/2018 e integrato dal GDPR, fissa a quattordici anni la soglia del consenso digitale autonomo. A questo si affiancano gli artt. 316 e 320 c.c., che impongono l’accordo di entrambi i genitori per gli atti di straordinaria amministrazione: la pubblicazione di immagini online, incidendo sui diritti della personalità e sull’identità digitale futura del figlio, viene ormai pacificamente ricondotta a questa categoria, a prescindere dallo stato di convivenza o separazione dei genitori. Il provvedimento del Garante Privacy: consenso congiunto e limiti dell’ambito domestico Su questo impianto interviene anche l’Autorità di controllo. Con il provvedimento n. 314/2026, il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che la pubblicazione sui social network di immagini raffiguranti minori infraquattordicenni richiede il consenso di entrambi i genitori esercenti la responsabilità genitoriale. Il provvedimento esclude inoltre che possa invocarsi la cosiddetta esenzione domestica: la condivisione sui social eccede per definizione la sfera privata, rendendo i contenuti accessibili a una platea indeterminata. Allo stesso modo, un profilo impostato come privato non esclude la tutela, poiché nulla impedisce che i contenuti vengano salvati o inoltrati da terzi al di fuori del controllo di chi li ha pubblicati. Le prospettive normative: il disegno di legge n. 1136/2025 Sul piano legislativo, il quadro è ancora in movimento. Il disegno di legge n. 1136/2025, recante disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, risulta a oggi assegnato alla 8ª Commissione permanente del Senato e non è stato ancora approvato in via definitiva né pubblicato in Gazzetta Ufficiale: occorrerà l’approvazione di entrambi i rami del Parlamento perché le sue disposizioni diventino pienamente vigenti. Il testo, nelle versioni finora esaminate, prevede tra l’altro l’innalzamento a quindici anni dell’età minima per l’attivazione autonoma di account sui social network, oltre a un regime specifico per i minori che svolgono attività di influencer, con la necessità dell’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro oltre una determinata soglia di guadagni e la confluenza dei proventi in un conto vincolato accessibile solo al raggiungimento della maggiore età. Non esiste, allo stato, una legge organica dedicata specificamente allo sharenting: la materia resta regolata dalle norme generali appena richiamate e dagli interventi di Cassazione e Garante Privacy. Implicazioni pratiche per genitori, enti e professionisti Per i genitori, il principio di fondo è che la pubblicazione dell’immagine di un figlio minore di quattordici anni non può mai considerarsi una scelta unilaterale: in assenza di accordo, anche il genitore collocatario o affidatario non può procedere autonomamente, e la condotta del genitore che pubblica senza il consenso dell’altro può essere valutata anche ai fini della responsabilità genitoriale. Per gli enti, le associazioni e più in generale i soggetti che utilizzano immagini di minori a fini comunicativi, l’ordinanza n. 1169/2026 segna un rischio concreto: l’assenza di finalità lucrativa non esclude la responsabilità patrimoniale, se la pubblicazione produce comunque un vantaggio in termini di visibilità. Ne discende, per i professionisti che assistono famiglie in situazioni di conflitto o realtà associative e scolastiche, l’opportunità di richiamare l’attenzione dei clienti su una prassi che, per quanto diffusa, comporta oggi conseguenze giuridiche tutt’altro che teoriche. Gli strumenti di tutela disponibili Quando la pubblicazione sia già avvenuta senza il necessario consenso, l’ordinamento mette a disposizione più rimedi.
Videosorveglianza illecita e prescrizione: quando il tempo cancella il reato ma non il risarcimento

La Cassazione chiarisce come individuare il momento di commissione del delitto di interferenze nella vita privata e le conseguenze dell’estinzione per prescrizione La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8234/2026 della Quinta Sezione Penale, ha affrontato un caso delicato che tocca il confine tra tutela della privacy, tecnologia e decorso del tempo. La vicenda riguarda un titolare di un’attività commerciale accusato di aver installato un dispositivo per riprendere clandestinamente una sua dipendente mentre utilizzava la toilette del locale. La decisione offre importanti spiegazioni su come si determina il momento esatto in cui un reato viene commesso e quali siano le conseguenze quando questo diventa troppo remoto nel tempo. Il caso concreto e l’accusa Un datore di lavoro viene accusato del delitto previsto dall’art. 615-bis del codice penale, che punisce chiunque si procuri indebitamente immagini o informazioni relative alla vita privata altrui mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva. La norma tutela la riservatezza delle persone e sanziona condotte particolarmente invasive che violano gli spazi più intimi della vita di ciascuno. Nel caso specifico, il titolare del locale avrebbe ripreso la dipendente mentre espletava bisogni fisiologici all’interno del bagno del luogo di lavoro. La lavoratrice aveva scoperto le immagini che la ritraevano all’interno di un tablet posizionato sulla scaffalatura del bagno. Immediatamente dopo la scoperta, aveva sporto denuncia e si era costituita parte civile nel processo penale, chiedendo il risarcimento del danno subito. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Napoli avevano confermato la condanna dell’imputato, ritenendo provata la sua responsabilità. L’uomo aveva quindi proposto ricorso per Cassazione, sollevando diverse questioni tecniche e giuridiche. Le difese dell’imputato e la perizia informatica Il difensore dell’accusato aveva costruito la propria strategia difensiva su alcuni elementi emersi dalla perizia informatica disposta nel corso del procedimento. Gli accertamenti tecnici avevano infatti rivelato che il tablet sequestrato non era dotato di una videocamera idonea a effettuare riprese. Inoltre, nella galleria del dispositivo non erano presenti video, se non un unico file che risultava essere stato inviato da altro apparecchio tramite un’applicazione di messaggistica. Questo file era datato 24 novembre 2016. La difesa sosteneva che le dichiarazioni della parte offesa fossero inattendibili e in contrasto con le risultanze tecniche. Inoltre, argomentava che la norma dell’art. 615-bis c.p. richiede una condotta attiva di “procacciamento” di immagini mediante strumenti di ripresa, e che la mera detenzione di un video non sarebbe sufficiente a configurare il reato. Infine, e questo si rivelerà l’argomento decisivo, la difesa evidenziava che il reato sarebbe estinto per prescrizione, considerando che l’unico video rinvenuto risaliva a novembre 2016 e la sentenza d’appello era stata pronunciata nell’aprile 2025. La posizione della Cassazione sulla responsabilità I giudici di legittimità hanno esaminato con attenzione la motivazione della Corte d’Appello. Quest’ultima aveva ritenuto che le immagini rinvenute ritraessero effettivamente la dipendente proprio nella toilette del locale commerciale, che la donna le aveva riconosciute nel tablet scoperto sulla scaffalatura del bagno, che solo il titolare e la sua dipendente avevano accesso a quel bagno, e che pertanto nessun altro avrebbe potuto procurarsi quelle immagini. A sostegno di questa ricostruzione, la Corte territoriale aveva anche valorizzato il messaggio di scuse che l’imputato aveva rivolto alla lavoratrice dopo la scoperta. La Suprema Corte ha ritenuto che questo ragionamento non presentasse vizi di manifesta illogicità. La motivazione appariva coerente con le risultanze processuali e rispettava il canone della “plausibile opinabilità di apprezzamento” che caratterizza il sindacato di legittimità. In sostanza, la Cassazione ha chiarito che il ricorrente non aveva contestato in modo specifico gli elementi portanti della decisione: non aveva dimostrato che il video riguardasse un luogo diverso dal bagno del locale, né che altre persone potessero avervi accesso per installare dispositivi di ripresa. Il fatto che il tablet sequestrato non fosse dotato di videocamera non era decisivo. La ricostruzione operata dai giudici di merito indicava infatti che l’imputato si era procurato le immagini con un altro dispositivo dotato di funzione di videoripresa, per poi trasferirle tramite applicazione di messaggistica al tablet dove la dipendente le aveva scoperte. Non si trattava quindi di un’estensione indebita della condotta tipica del reato alla mera detenzione di immagini, ma del riconoscimento di una condotta completa di procacciamento seguita da trasferimento e memorizzazione. La questione della prescrizione: quando si commette il reato? Ed è proprio qui che interviene il punto centrale e risolutivo della sentenza. Per determinare se un reato sia prescritto, occorre individuare il momento esatto della sua commissione, il cosiddetto tempus commissi delicti. La Cassazione ha chiarito che nel caso di specie non poteva farsi riferimento alla data del 21 ottobre 2017, indicata nel capo d’imputazione come momento della scoperta delle immagini da parte della lavoratrice. Se le immagini erano state memorizzate nel tablet a seguito di invio da altro dispositivo con cui l’imputato se le era procurate, occorreva guardare alla data di quella memorizzazione per stabilire quando la condotta tipica del reato fosse stata completata. La perizia informatica aveva fatto risalire quella memorizzazione al 24 novembre 2016. Pertanto, l’imputato doveva essersi procurato le immagini in quella data o in data immediatamente prossima. Il delitto previsto dall’art. 615-bis c.p. è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Il termine massimo di prescrizione per un reato con questa cornice edittale è di sette anni e sei mesi. Partendo dal 24 novembre 2016, il termine prescrizionale sarebbe maturato il 24 maggio 2024. La sentenza d’appello era stata invece pronunciata il 30 aprile 2025, quindi quando il reato era ormai estinto. L’obbligo del giudice e l’annullamento senza rinvio La Corte di Cassazione ha ricordato un principio fondamentale del processo penale: il giudice ha l’obbligo di dichiarare immediatamente le cause di non punibilità previste dall’art. 129 del codice di procedura penale, anche in assenza di specifica eccezione della difesa. Tra queste cause rientra proprio l’estinzione del reato per prescrizione. Il giudice d’appello avrebbe quindi dovuto rilevare d’ufficio che il reato era prescritto e prosciogliere l’imputato. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali, dichiarando che
GPS sui mezzi aziendali e privacy dei dipendenti: scatta l’obbligo di notifica al Garante anche senza sistemi automatici

La Cassazione chiarisce che basta la possibilità di risalire indirettamente all’identità del lavoratore per far scattare gli obblighi di legge in materia di protezione dei dati personali La geolocalizzazione dei veicoli aziendali è uno strumento sempre più diffuso nel settore del trasporto merci su strada. Ottimizzare i percorsi, ridurre i costi, proteggere il patrimonio aziendale: le ragioni che spingono le imprese ad adottare sistemi GPS sono molteplici e comprensibili. Ma quando a bordo di quei veicoli siedono i dipendenti, il discorso si complica. Entra in gioco il diritto alla privacy dei lavoratori, e con esso una serie di obblighi normativi che l’imprenditore non può ignorare. Con l’ordinanza n. 3462/2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fissato un principio di grande rilievo pratico: l’obbligo di notificazione al Garante per la protezione dei dati personali sussiste anche quando il sistema GPS non consenta di identificare il lavoratore in modo automatico, purché vi sia la concreta possibilità di risalire alla sua identità anche per via indiretta. Il caso: una società di trasporti e il sistema GPS “fornito da terzi” La vicenda trae origine da un’ordinanza-ingiunzione emessa dal Garante della Privacy nei confronti di una società esercente attività di trasporto merci su strada per conto terzi, sanzionata per non aver provveduto alla notificazione prevista dall’art. 37, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 196/2003 — il cosiddetto Codice della Privacy nel testo vigente prima delle modifiche apportate dal d.lgs. n. 101 del 10 agosto 2018 — in relazione all’utilizzo di un sistema di geolocalizzazione installato sui propri automezzi. La società aveva opposto la sanzione sostenendo, tra l’altro, che il sistema GPS era stato sviluppato e fornito da una società terza, e che essa si era limitata a mettere a disposizione i veicoli con i rispettivi autisti. Il Tribunale di Sondrio, in prima battuta, aveva accolto questa prospettazione. La Cassazione, tuttavia, già con l’ordinanza n. 26987/2023, aveva cassato quella pronuncia stabilendo che la messa a disposizione delle credenziali di accesso ai dati di geolocalizzazione è condizione sufficiente per attribuire alla società di trasporti la qualifica di titolare del trattamento, a prescindere da chi abbia materialmente sviluppato il sistema. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale di Sondrio aveva nuovamente accolto l’opposizione — stavolta su un diverso presupposto — ritenendo che il sistema in questione non fosse idoneo a consentire l’identificazione delle persone in modo automatico. È su questo punto che la Cassazione è tornata a pronunciarsi con l’ordinanza n. 3462/2026, demolendo definitivamente l’argomentazione del giudice di merito. Il quadro normativo: cosa prevede il vecchio Codice Privacy sull’obbligo di notificazione Prima di esaminare la soluzione della Corte, è utile inquadrare la normativa applicabile. L’art. 37, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 196/2003 (nel testo anteriore alla riforma del 2018) imponeva al titolare del trattamento di notificare al Garante il trattamento di dati personali quando riguardasse, tra l’altro, “dati che indicano la posizione geografica di persone od oggetti mediante una rete di comunicazione elettronica”. In sostanza, chiunque intendesse trattare dati di localizzazione tramite reti elettroniche — come appunto il GPS — era tenuto a darne preventiva comunicazione all’Autorità garante. La norma prevedeva alcune eccezioni: con propria delibera n. 1 del 31 marzo 2004, il Garante aveva sottratto all’obbligo di notificazione i trattamenti di dati geografici di mezzi di trasporto effettuati “esclusivamente a fini di sicurezza del trasporto”. Nel caso in esame, però, il sistema GPS era stato installato per scopi del tutto diversi — sicurezza del patrimonio aziendale, riduzione dei costi, localizzazione delle merci — e dunque l’esonero non era invocabile. Sul versante del diritto del lavoro, occorre poi tenere presente che la localizzazione dei veicoli mediante sistemi elettronici costituisce potenzialmente una forma di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, con tutto ciò che ne consegue ai sensi dell’art. 4 della l. n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori). Questo articolo — richiamato anche dagli artt. 11, 114 e 171 del d.lgs. n. 196/2003 — subordina la legittimità di tali controlli alla previa stipula di un accordo con le rappresentanze sindacali aziendali oppure, in mancanza, all’autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro. Il Garante per la Privacy aveva già chiarito tutto ciò con il provvedimento n. 370 del 4 ottobre 2011, dedicato specificamente ai sistemi di localizzazione dei veicoli nell’ambito del rapporto di lavoro, sottolineando che i dati relativi all’ubicazione dei mezzi, in quanto riconducibili — anche solo indirettamente — ai lavoratori assegnatari, costituiscono dati personali e come tali devono essere trattati nel rispetto del Codice della Privacy. La questione centrale: è necessaria l’identificazione “automatica” mediante codici? Il nucleo della controversia, nel secondo giro di giudizio, si era spostato su una questione tecnica: a quali condizioni un sistema GPS è soggetto all’obbligo di notificazione al Garante? Il Tribunale di Sondrio aveva abbracciato una tesi restrittiva, sostenendo che per far scattare l’obbligo occorresse non soltanto che il sistema permettesse in astratto di risalire all’identità del lavoratore, ma che tale identificazione avvenisse in modo automatico attraverso codici, e che fosse caratterizzata dalla certezza assoluta. Poiché nel caso concreto l’eventuale riconoscimento dell’autista avrebbe richiesto un’ulteriore attività deduttiva — incrociare i dati GPS con i registri di assegnazione dei veicoli o con il cronotachigrafo — il Tribunale aveva escluso la rilevanza privacy del trattamento. La Cassazione, con l’ordinanza n. 3462/2026, ha nettamente smentito questa impostazione, definendola frutto di un’aggiunta normativa — un quid pluris — che la legge non richiede. Il ragionamento della Corte è lineare e condivisibile: ciò che determina la soggezione all’obbligo di notificazione non è la modalità con cui l’identificazione del lavoratore può avvenire, ma la mera possibilità che essa avvenga, anche per via indiretta. La circostanza che il sistema identifichi il lavoratore tramite codici automatici oppure attraverso un’attività di incrocio manuale dei dati è irrilevante: in entrambi i casi il dato di localizzazione del veicolo è potenzialmente un dato personale riferibile al dipendente, e come tale deve essere trattato. La soluzione della Corte: conta la possibilità di identificazione indiretta La Prima Sezione Civile ha chiarito che il criterio dirimente è quello già individuato dal Garante nel provvedimento del
Videosorveglianza condominiale: quando le telecamere non violano la privacy del vicino

La Cassazione chiarisce i limiti della sorveglianza tra proprietari dello stesso stabile La gestione del patrimonio familiare rappresenta una delle sfide più complesse e delicate per le famiglie italiane, particolarmente quando questo patrimonio è costituito prevalentemente da beni immobili. Secondo i dati Istat-Bankitalia, oltre la metà della ricchezza delle famiglie italiane è rappresentata da asset illiquidi, con gli immobili che costituiscono la componente predominante. Nonostante l’importanza economica e affettiva di quInstallare un sistema di videosorveglianza nella propria abitazione può diventare motivo di conflitto con i vicini, soprattutto quando si vive nello stesso edificio. La questione è delicata perché mette in tensione due esigenze fondamentali: da un lato il diritto alla sicurezza e alla protezione della proprietà, dall’altro il diritto alla riservatezza delle persone che abitano negli spazi circostanti. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2181/2026 pubblicata il 2 febbraio 2026, ha fornito importanti chiarimenti su quando l’installazione di telecamere nei rapporti di vicinato possa considerarsi legittima, respingendo le contestazioni di chi sosteneva che le riprese video violassero la propria privacy e configurassero comportamenti lesivi nei rapporti tra comproprietari.esti beni, molte famiglie continuano ad adottare approcci tradizionali che, pur consolidati nel tempo, potrebbero non essere più adeguati alle esigenze di un contesto normativo e fiscale in continua evoluzione. La questione giuridica: sicurezza o intrusione nella sfera privata altrui? Il caso esaminato dalla Terza Sezione Civile riguardava due sorelle, entrambe proprietarie di appartamenti situati nello stesso immobile a Taormina. Una delle due aveva fatto installare nel dicembre 2008 due videocamere di sorveglianza: la prima era stata posizionata su un’area di pertinenza comune, fissata all’intradosso del balcone del proprio appartamento, mentre la seconda era stata collocata su un’area di sua esclusiva proprietà. La sorella che si sentiva lesa da questo impianto di videosorveglianza aveva intrapreso un’azione legale sostenendo che le telecamere riprendessero continuamente anche lei, i suoi familiari e le persone che frequentavano la sua abitazione, violando così la normativa in materia di privacy. Chiedeva quindi che fosse accertata la lesività dell’impianto, ne fosse ordinata la rimozione e ottenesse il risarcimento dei danni subiti. La questione centrale che i giudici hanno dovuto affrontare riguardava proprio il bilanciamento tra due diritti contrapposti: il diritto alla sicurezza di chi installa le telecamere e il diritto alla riservatezza di chi teme di essere costantemente ripreso. Non solo, ma veniva anche contestato che l’installazione costituisse un atto emulativo, cioè un comportamento posto in essere con il solo scopo di nuocere o arrecare molestia ad altri, senza alcuna utilità per chi lo compie. Il quadro normativo di riferimento La materia della videosorveglianza è regolata da una pluralità di fonti normative che devono trovare coordinamento. Innanzitutto, occorre fare riferimento al Regolamento UE 679/2016 (il cosiddetto GDPR), che disciplina il trattamento dei dati personali, e al decreto legislativo n. 196/2003 (Codice della Privacy), che ne costituisce l’attuazione italiana. Queste norme stabiliscono che qualsiasi trattamento di dati personali, ivi comprese le riprese video, deve rispettare i principi di liceità, correttezza, trasparenza, minimizzazione dei dati e proporzionalità rispetto alle finalità perseguite. In particolare, il Garante per la protezione dei dati personali ha fornito nel tempo precise indicazioni sui requisiti che deve possedere un impianto di videosorveglianza per essere considerato legittimo. Tra questi requisiti vi sono la necessità che le telecamere riprendano esclusivamente aree di proprietà o pertinenza di chi le installa, che l’angolo di ripresa sia limitato e che l’impianto sia finalizzato a soddisfare reali esigenze di sicurezza, non potendo essere utilizzato per scopi diversi o per controllare indebitamente la vita altrui. Sul versante civilistico, rileva l’articolo 833 del codice civile, che vieta gli atti emulativi. Questa norma stabilisce che il proprietario non può compiere atti che non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri. Per configurare un atto emulativo devono sussistere due elementi: quello oggettivo, consistente nell’assenza di utilità per chi compie l’atto, e quello soggettivo, rappresentato dall’intenzione di nuocere. Inoltre, quando si tratta di beni in comunione, trova applicazione l’articolo 1102 del codice civile, secondo cui ciascun partecipante può servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. Questo principio diventa rilevante quando l’installazione delle telecamere coinvolge parti comuni dell’edificio o quando i comportamenti di uno dei comproprietari limitano il godimento del bene comune da parte degli altri. La soluzione della Corte di Cassazione La Suprema Corte, confermando le decisioni dei giudici di merito, ha ritenuto infondate le doglianze della ricorrente. I giudici di legittimità hanno innanzitutto sottolineato che tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello avevano correttamente valutato le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio e dell’accertamento tecnico preventivo, i quali avevano escluso il carattere mobile delle telecamere e accertato che il raggio di ripresa inquadrava unicamente gli ingressi dell’abitazione di chi aveva installato l’impianto. In particolare, la Cassazione ha evidenziato come il sistema di videosorveglianza soddisfacesse tutti i requisiti indicati dal Garante della Privacy, risultando lecito, proporzionato e necessario per le finalità di sicurezza perseguite. Le telecamere non riprendevano zone diverse da quelle di proprietà di chi le aveva installate, circostanza peraltro ammessa dalla stessa parte che si lamentava della presunta violazione della propria riservatezza. Su questa base, la Corte ha respinto la censura relativa alla pretesa violazione della normativa sulla privacy, osservando che la ricorrente, pur lamentando genericamente l’intrusività delle telecamere capaci di ruotare a 360 gradi, non aveva dimostrato che effettivamente le riprese interessassero aree al di fuori della proprietà della sorella. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al giudice di merito valutare le risultanze istruttorie e che tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità, salvo che non venga dimostrato un vizio di motivazione particolarmente grave. Quanto alla contestazione relativa agli atti emulativi, la Cassazione ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per la configurabilità di tale figura. Mancava infatti l’elemento oggettivo, dato che l’installazione del sistema di videosorveglianza aveva una chiara finalità di sicurezza e protezione della proprietà, rappresentando quindi un comportamento utile per chi lo aveva posto in essere. Non era