Gli aiuti dei genitori non contano: la Cassazione chiarisce cosa è davvero “reddito” ai fini dell’assegno di separazione

Una recente ordinanza della Prima Sezione Civile della Suprema Corte ribalta la decisione della Corte d’Appello di Genova e fissa un principio destinato a incidere concretamente sui giudizi di separazione: le elargizioni familiari ricevute dal coniuge obbligato non possono essere calcolate nella determinazione dell’assegno di mantenimento

Tutto nasce da una separazione coniugale avviata davanti al Tribunale di Genova nell’autunno del 2020, con ricorsi pressoché contestuali da entrambi i coniugi, ciascuno dei quali aveva chiesto l’addebito a carico dell’altro. Il Tribunale, riuniti i procedimenti, pronunciò la separazione rigettando entrambe le domande di addebito, disponendo l’affidamento condiviso dei figli minori con collocazione prevalente presso la madre, e ponendo a carico del padre un contributo mensile di € 1.200,00 per il mantenimento dei figli. La domanda di assegno di mantenimento per il coniuge venne invece respinta.

La moglie impugnò la sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Genova, contestando sia il mancato addebito sia il diniego dell’assegno di mantenimento in suo favore. La Corte territoriale accolse parzialmente l’appello: pur confermando il rigetto della domanda di addebito, riconobbe alla donna un assegno di mantenimento di € 500,00 mensili, valorizzando la differenza reddituale e patrimoniale tra i coniugi, gli oneri abitativi gravanti sulla appellante (€ 700,00 mensili, documentati e non contestati) e il tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Per giustificare la capacità contributiva del marito, la Corte d’Appello aveva richiamato, tra gli altri elementi, importanti emolumenti che lo stesso riceveva dalla madre — quantificati in oltre € 5.000,00 mensili — unitamente ai flussi bancari emergenti dagli estratti conto, ritenuti indicativi di proventi non dichiarati, e al miglioramento della redditività dell’attività commerciale gestita dalla moglie, le cui perdite si erano significativamente ridotte negli anni 2022 e 2023.

Il ricorso in Cassazione: quattro motivi, uno decisivo

Il marito ricorse per cassazione articolando quattro motivi. Con il primo — quello che la Corte ha ritenuto fondato, con assorbimento degli altri — denunciò la violazione e falsa applicazione degli artt. 143, 156 e 2697 del codice civile, sostenendo che la Corte d’Appello aveva erroneamente fondato la propria valutazione sulla sua capacità contributiva sulla base di elargizioni familiari già cessate, presunti flussi bancari non attuali e un patrimonio non redditizio, invertendo di fatto l’onere della prova e discostandosi dal principio secondo cui l’obbligo contributivo del coniuge deve fondarsi su redditi effettivi e stabili.

Il principio di diritto: le liberalità familiari non sono reddito

La Prima Sezione Civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 16637/2026, ha accolto il ricorso ribadendo e precisando un orientamento già consolidato nella giurisprudenza di legittimità. Il punto di partenza è l’art. 156 c.c., che commisura l’entità dell’assegno di mantenimento alle “circostanze” e ai “redditi dell’obbligato”. La Corte ricorda che già a partire dal leading case rappresentato dalla pronuncia n. 10380/2012, la giurisprudenza di legittimità aveva faticosamente raggiunto una posizione unitaria: le elargizioni a titolo di liberalità ricevute dal coniuge obbligato — anche se sistematiche, regolari e protrattesi dopo la separazione — non possono essere considerate “reddito” ai sensi dell’art. 156, secondo comma, c.c.

La ratio è chiara ed è espressamente richiamata nell’ordinanza: le liberalità familiari, per quanto continue, derivano da una volontà sempre revocabile, estranea alla sfera giuridica dell’obbligato e non dipendente da essa. Computarle come reddito significherebbe ancorare la misura dell’assegno a una fonte intrinsecamente instabile e incerta, in contrasto con la necessità che il reddito rilevante ai fini dell’art. 156 c.c. abbia carattere di stabilità e sia destinato a valere nel tempo futuro. Questo principio — già affermato con riguardo alle elargizioni ricevute dal coniuge richiedente l’assegno — vale simmetricamente anche per quelle ricevute dal coniuge obbligato.

La Corte introduce, tuttavia, una precisazione importante, che delimita il perimetro del principio. La regola dell’irrilevanza riguarda le elargizioni periodiche di carattere liberale; è invece diverso il caso dell’incremento patrimoniale che si verifichi una tantum e che accresça in modo definitivo il patrimonio dell’obbligato — come l’acquisto di un’eredità — il quale rientra tra le “altre circostanze” che l’art. 156 c.c. impone di considerare nella valutazione complessiva delle condizioni economiche delle parti (richiamando in proposito Cass. n. 4758/2010, citata nell’ordinanza).

L’errore della Corte d’Appello e la cassazione con rinvio

Alla luce di questi principi, la Corte ha ritenuto che il ragionamento seguito dalla Corte d’Appello di Genova non fosse condivisibile. Il giudice territoriale aveva attribuito rilievo preminente agli emolumenti ricevuti dal ricorrente dalla madre — peraltro contestati sin dal 2020 quanto alla loro persistenza — senza considerare che si trattava di elargizioni liberali inidonee, per definizione, a fondare una capacità contributiva stabile. Omettendo questa valutazione, la Corte d’Appello aveva finito per determinare l’assegno di mantenimento su basi che non rispondevano al requisito di stabilità imposto dalla norma.

La decisione impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione, che dovrà procedere a una nuova valutazione delle condizioni economiche delle parti depurata dall’elemento delle liberalità materne, e pronunciarsi anche sulle spese di questa fase.

Cosa cambia nella pratica: una bussola per i coniugi e per i loro avvocati

L’ordinanza n. 16637/2026 ha un rilievo pratico immediato per chiunque si trovi coinvolto in un procedimento di separazione o divorzio in cui il coniuge obbligato riceva — o abbia ricevuto — sostegno economico da familiari. Il principio è netto: queste somme non entrano nel calcolo dell’assegno. Il giudice non può valorizzarle né in senso positivo (incrementando l’assegno perché il ricorrente risulta “assistito” dalla famiglia) né in senso negativo (riducendo l’assegno spettante al richiedente per lo stesso motivo).

Rimane ferma la distinzione tracciata dalla Corte: se il coniuge obbligato ha ricevuto un incremento patrimoniale definitivo — si pensi a una donazione di un immobile o a un’eredità — quella circostanza può e deve essere considerata, non come reddito in senso tecnico, ma come elemento rilevante nella valutazione complessiva della sua situazione economica. Questa distinzione tra liberalità periodiche (irrilevanti) e arricchimenti patrimoniali definitivi (rilevanti) è fondamentale per impostare correttamente la strategia difensiva in sede di separazione.

Se stai affrontando una separazione e ti interroghi su come vengano calcolate le risorse del coniuge ai fini dell’assegno, i professionisti di TMC Avvocati Associati sono a disposizione per una consulenza personalizzata.

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