Resti di volo: cosa un’opera d’arte può insegnare all’avvocato sul dubbio

Quando l’incertezza non è un difetto del sistema, ma la sua condizione di possibilità

In collaborazione con la critica d’arte Daniela Piesco

C’è un’opera, esposta nei giorni scorsi nella mostra che il nostro studio ha ospitato, che continua a interrogarci anche ora che le luci dell’inaugurazione si sono spente. Si chiama Resti di volo, è di Alfredo Verdile, e a guardarla con gli occhi di chi pratica il diritto ogni giorno, racconta qualcosa che riguarda direttamente il nostro lavoro.

L’opera non si lascia decifrare subito. Una superficie blu, profonda, attraversata da segni che sembrano appartenere a una lingua anteriore alle parole: onde, graffi, gesti interrotti a metà. E poi, in mezzo a questo disordine che lentamente si fa forma, un punto rosso che arde senza spiegarsi, senza giustificarsi. Non è chiaro se la composizione stia nascendo o dissolvendosi. Ed è proprio qui, in questa ambiguità irrisolta, che si nasconde una lezione preziosa per chi maneggia ogni giorno norme, fatti e prove.

Il dubbio come materiale di lavoro, non come ostacolo

Chi esercita la professione legale conosce bene la tentazione di trattare il dubbio come un problema da eliminare il più rapidamente possibile. Il cliente chiede certezze, il giudice deve decidere, la norma sembra promettere una risposta univoca. Eppure chiunque abbia istruito una causa sa che la realtà giuridica raramente si presenta come un blocco compatto e leggibile. Si presenta, piuttosto, come la superficie di Resti di volo: stratificata, attraversata da segni che non si spiegano subito, da elementi che sembrano contraddirsi prima di trovare un senso.

L’art. 2697 c.c., norma cardine del nostro sistema probatorio, stabilisce che chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. È una regola apparentemente semplice, ma la sua applicazione concreta è quasi sempre un esercizio di tolleranza verso l’incompletezza. Le prove raccolte non raccontano mai l’intera verità: restituiscono frammenti, indizi, tracce — esattamente come i segni che attraversano la tela senza voler spiegare cosa li ha generati. Il compito dell’avvocato, prima ancora che quello del giudice, è costruire senso a partire da questi frammenti, senza la pretesa di eliminare ogni margine di incertezza, ma governandolo con metodo.

Il punto che arde: la decisione nel mezzo dell’incompletezza

Nell’opera di Verdile c’è un elemento che si sottrae alla logica del disordine circostante: quel segno rosso, acceso, che non chiede permesso per esistere. È una presenza, non un simbolo da decodificare. Allo stesso modo, ogni vicenda giuridica, per quanto complessa e stratificata, richiede a un certo punto una decisione che si stacchi dal magma dei fatti incerti e prenda posizione. Non perché tutti i dubbi siano stati risolti, ma perché il sistema — e la persona che ha bisogno di una risposta — non possono attendere la chiarezza assoluta, che spesso non arriva mai.

Questo è il senso più autentico del principio del libero convincimento del giudice, disciplinato dall’art. 116 c.p.c.: valutare le prove secondo prudente apprezzamento non significa avere certezze, significa assumersi la responsabilità di una sintesi nel mezzo dell’incompletezza. È un atto che richiede, in qualche misura, lo stesso coraggio che anima il gesto pittorico di chi lascia un segno acceso su una superficie ancora indecifrabile.

L’equilibrio come ricerca, non come punto di arrivo

Il titolo della mostra — Il dubbio è senziente, l’equilibrio è arte — non è un semplice gioco retorico. Esprime un’idea che chi opera nel diritto della famiglia, nel diritto del lavoro o nella mediazione civile e commerciale conosce intimamente: l’equilibrio tra posizioni contrapposte non è un dato preesistente da scoprire, ma un risultato da costruire, sentenza dopo sentenza, accordo dopo accordo, caso dopo caso. Non esiste una formula che lo garantisca in anticipo. Esiste, piuttosto, un metodo: l’ascolto delle ragioni di ciascuna parte, la pazienza di lasciare emergere ciò che inizialmente appare contraddittorio, la capacità di non forzare una soluzione prima che sia maturata.

In questo senso, l’opera di Verdile e la pratica forense condividono una stessa disciplina interiore. Entrambe richiedono di sostare nell’incertezza senza paura, di trattare il dubbio non come un nemico da sconfiggere ma come la materia stessa con cui si lavora, fino a quando — non sempre, ma quando le condizioni lo consentono — un punto fermo riesce a emergere e a tenere.

L’arte come mediatrice del rapporto con i nostri clienti

Per chi si rivolge a un avvocato, comprendere questa dimensione del lavoro legale è utile per due ragioni concrete. La prima riguarda le aspettative: una causa, una trattativa, una mediazione raramente restituiscono certezze assolute nei tempi che si vorrebbero, e questo non è un fallimento del sistema, ma la sua natura. La seconda riguarda il metodo: un professionista che sa attraversare il dubbio senza subirlo, e che costruisce con pazienza l’equilibrio tra le ragioni in gioco, offre una garanzia più solida di chi promette soluzioni rapide e indiscutibili. È la differenza tra chi insegue la scorciatoia della certezza apparente e chi accetta di lavorare nel territorio più incerto, ma più reale, dove le questioni giuridiche effettivamente vivono.

Conclusione

Resti di volo è stata per certo l’opera simbolo della mostra che resterà nei nostri spazi per l’anno a venire. Ogni volta che la guarderemo ci ricorderà che la nostra professione — al pari della passione che muove l’artista — non consiste nell’eliminare il dubbio, ma nell’abitarlo con onestà intellettuale, fino a trovare, quando è possibile, il punto che arde e che tiene.

Se desideri confrontarti con noi su una questione che ti sembra irrisolta o stratificata, il nostro studio è pronto ad ascoltarti.

Se ti interessa ammirare la mostra ospitata dal nostro studio, contattaci per un appuntamento o per una visita guidata.

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