La segnalazione in “sofferenza” alla Centrale dei Rischi non può fondarsi sul semplice inadempimento

La Cassazione ribadisce che la banca è tenuta a verificare la reale situazione patrimoniale del debitore prima di procedere alla segnalazione Può una banca segnalare un cliente alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia soltanto perché non ha pagato alcune rate di un contratto di leasing? La risposta della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5593/2026 della Prima Sezione Civile, è netta: no. Il semplice inadempimento contrattuale non è sufficiente a giustificare una segnalazione a sofferenza, e chi subisce tale segnalazione illegittima ha diritto al risarcimento del danno. Si tratta di un principio di grande rilevanza pratica, che tocca da vicino la vita delle imprese e dei privati cittadini nei loro rapporti con il sistema bancario. Il caso portato all’attenzione della Suprema Corte riguardava due società commerciali che avevano convenuto in giudizio un istituto di credito (operante nel settore del leasing, poi confluito in un grande gruppo bancario nazionale), lamentando di aver subito danni gravissimi — quantificati in oltre due milioni e mezzo di euro — a seguito di una segnalazione ritenuta illegittima. La segnalazione era avvenuta nel contesto di una vicenda più ampia: le parti si trovavano in lite per un’opposizione a decreto ingiuntivo relativo ad un debito da leasing, e nel corso delle trattative per una possibile transazione la banca aveva proceduto alla segnalazione senza che la situazione patrimoniale del debitore fosse stata adeguatamente valutata. Cos’è la Centrale dei Rischi e perché è così importante Per comprendere la portata della decisione, è necessario chiarire cosa sia la Centrale dei Rischi e quali effetti concreti produca. Si tratta di un sistema informativo gestito dalla Banca d’Italia — istituito dalla delibera del CICR del 29 marzo 1994 e disciplinato dagli artt. 53, 67, 108 e 170 del d.lgs. n. 385/1993 (Testo Unico Bancario) — nel quale le banche e gli intermediari finanziari sono tenuti a comunicare i crediti vantati nei confronti dei propri clienti, classificandoli in diverse categorie di rischio. La classificazione più grave, e quella al centro del caso in esame, è quella delle cosiddette “sofferenze”: essa indica che il debitore si trova in uno stato di insolvenza o in una condizione a essa assimilabile. Le conseguenze pratiche di tale classificazione sono devastanti per chi la subisce: l’iscrizione in Centrale dei Rischi come soggetto in sofferenza comporta, di norma, la preclusione dell’accesso al credito bancario, la revoca degli affidamenti esistenti e, più in generale, una perdita di reputazione commerciale e finanziaria difficilmente rimediabile nel breve periodo. Il principio giuridico affermato dalla Cassazione: il mero inadempimento non basta La questione giuridica al cuore della controversia riguarda il presupposto necessario affinché la banca possa legittimamente procedere alla segnalazione a sofferenza. La Corte di Appello di Roma, con la sentenza che è stata ora cassata, aveva ritenuto sufficiente il mero inadempimento: il mancato pagamento dei canoni di leasing, per un importo di circa 41.000 euro nel periodo compreso tra il gennaio 2003 e l’ottobre 2004, era stato considerato di per sé idoneo a fondare la segnalazione. La Prima Sezione Civile della Cassazione ha invece ribadito — con richiamo esplicito al proprio orientamento consolidato e all’intenzione di darvi continuità — che per qualificare un credito come “in sofferenza” è necessario che il debitore versi in uno stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, oppure in situazioni sostanzialmente equivalenti. La nozione di insolvenza rilevante, come si ricava dalle Istruzioni emanate dalla Banca d’Italia sulla base delle direttive del CICR, non coincide con quella dell’insolvenza fallimentare: essa non presuppone l’incapienza totale o la definitiva irrecuperabilità del credito, ma richiede pur sempre una valutazione negativa della situazione patrimoniale del soggetto, apprezzabile come deficitaria, ovvero come grave e non transitoria difficoltà economica. In questo solco si collocano le precedenti pronunce richiamate dalla Corte (Cass. n. 26361/2014 e n. 31921/2019), che la sentenza in commento conferma e consolida ulteriormente. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva del tutto omesso di verificare se la società segnalata versasse effettivamente in gravi difficoltà economiche, limitandosi a riscontrare l’esistenza del debito scaduto. Questo vizio di motivazione, qualificato come violazione della disciplina regolante la Centrale dei Rischi, ha portato all’accoglimento dei primi tre motivi di ricorso e alla cassazione della sentenza impugnata. Il danno da segnalazione illegittima si estende anche alle società collegate Un profilo particolarmente interessante della decisione riguarda la posizione della società collegata alla segnalata, che aveva subito un danno autonomo e distinto: un istituto di credito terzo le aveva negato la concessione di un mutuo proprio in ragione della segnalazione della sua affiliata. La Corte d’Appello aveva escluso la legittimazione attiva di questo soggetto, ritenendo irrilevante la mera identità della compagine sociale in assenza di documentata attività di direzione e coordinamento ex art. 2497 c.c. La Cassazione ha invece ritenuto fondati anche i motivi di ricorso afferenti a questo profilo, osservando che la Corte territoriale aveva omesso di tener conto di un elemento decisivo: la comunicazione con cui un istituto bancario terzo aveva espressamente negato il mutuo alla collegata, indicando come causa proprio la segnalazione della società affiliata alla Centrale dei Rischi. Questo dato documentale dimostrava l’esistenza di un chiaro nesso causale tra la condotta della banca convenuta e il danno patrimoniale subito dalla collegata. La domanda risarcitoria di quest’ultima non era quindi fondata su un mero collegamento societario, bensì su un proprio diritto autonomo derivante da un danno diretto e specifico, qualificabile ai sensi dell’art. 2043 c.c. come danno ingiusto conseguente ad un fatto illecito. Le implicazioni pratiche per imprese e professionisti La pronuncia in esame ha implicazioni concrete di grande rilievo per chiunque intrattenga rapporti con il sistema bancario. Per le imprese, essa significa che il mero ritardo o inadempimento nel pagamento di un debito non legittima automaticamente la banca a procedere con la segnalazione a sofferenza: la banca è tenuta a svolgere una valutazione complessiva della situazione patrimoniale del debitore, acquisendo elementi di conoscenza adeguati (bilanci, perizie, documentazione contabile) prima di procedere. Una segnalazione avventata o basata sul semplice inadempimento espone l’istituto di credito a responsabilità risarcitoria per i danni conseguenti, anche di notevole entità.

Piscina e campo da tennis condominiali: l’assemblea può differenziare il godimento in base ai millesimi

La Cassazione fissa un principio nuovo: i beni comuni «voluttuari» possono essere regolamentati in modo proporzionale alla quota di comproprietà, purché nessun condomino sia escluso dall’uso Immaginate un condominio dotato di piscina e campo da tennis. Il regolamento condominiale, approvato con la maggioranza prevista dalla legge, stabilisce che i condomini titolari di un maggior numero di millesimi possono portare con sé un numero più alto di ospiti in piscina e prenotare il campo da tennis per un numero superiore di ore settimanali. Un condomino impugna quella delibera, sostenendo che essa violi il principio del pari uso della cosa comune garantito dall’art. 1102 del codice civile. La questione arriva fino alla Corte Suprema di Cassazione, che con la sentenza n. 4966/2026 (Seconda Sezione Civile, rel. Giannaccari, pubblicata il 5 marzo 2026) enuncia un principio di diritto destinato a orientare la prassi condominiale su un terreno fino ad oggi privo di precedenti specifici. I beni «voluttuari» e la distinzione dalla comproprietà necessaria Il primo nodo affrontato dalla Corte riguarda la natura giuridica della piscina e del campo da tennis. L’art. 1117 c.c. elenca le parti dell’edificio che si presumono comuni per legge — le scale, i cortili, le facciate, i tetti — perché necessarie all’uso o all’esistenza delle singole unità immobiliari. La piscina e il campo da tennis non rientrano in questo elenco: senza di essi l’edificio esisterebbe e funzionerebbe esattamente come prima. Si tratta, spiega la Corte richiamando un consolidato orientamento (Cass. n. 14791/2003; Cass. n. 4973/2007; Cass. n. 884/2018), di beni che accrescono il pregio e il valore del complesso immobiliare e offrono comodità e svago ai titolari, ma con le singole unità abitative intrattengono soltanto un legame spaziale, non un rapporto di accessorietà in senso tecnico. La conseguenza è di rilievo: in assenza di quella relazione accessorio-principale, non trovano applicazione le norme specifiche sul condominio negli edifici, bensì le norme sulla comunione ordinaria. Il diritto di pari uso e il principio del contemperamento proporzionale L’art. 1102 c.c. è la norma cardine in tema di uso della cosa comune: ogni partecipante può servirsi del bene, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri di farne parimenti uso secondo il loro diritto. La giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che «pari uso» non significa uso identico e contemporaneo, ma possibilità per ciascun partecipante di trarre dalla cosa la più intensa utilizzazione compatibile con i diritti altrui (Cass. n. 18038/2020; Cass. n. 6458/2019). La Corte aggiunge ora un tassello importante: l’art. 1102 c.c. non è norma inderogabile, e i limiti all’uso del bene comune possono essere resi più rigorosi dal regolamento condominiale o da delibere assembleari adottate con il quorum prescritto dalla legge, a condizione che non si introduca un divieto di utilizzazione generalizzata (Cass. n. 2114/2018). Il punto di novità della sentenza n. 4966/2026 sta nel passo successivo: quando un bene comune non può essere goduto in modo simultaneo da tutti — come accade per un campo da tennis o per gli spazi di una piscina frequentata da ospiti — è legittimo che il regolamento condominiale disciplini quel godimento in misura proporzionale alla quota di comproprietà. Il fondamento normativo di questa soluzione si rinviene nell’art. 1118 c.c., che già prevede come regola generale la proporzionalità del diritto di ciascun condomino sulle parti comuni rispetto al valore della propria unità immobiliare. La titolarità della quota — osserva la Corte — è dunque un criterio oggettivo che l’assemblea può legittimamente adottare non solo per la ripartizione delle spese, ma anche per regolamentare le modalità di godimento dei beni comuni, a condizione che nessun partecipante venga escluso tout court dall’uso. Il principio di diritto e i suoi limiti La Cassazione enuncia in modo esplicito il seguente principio di diritto: «L’assemblea condominiale può, con delibera adottata con la maggioranza prevista dall’art. 1138 c.c. e dall’art. 1136 c.c., limitare il godimento dei beni condominiali non rientranti nell’art. 1117 c.c. in misura proporzionale al valore della quota di singoli partecipanti alla comunione purché non impedisca agli altri partecipanti di farne uso». La delibera impugnata nel caso di specie aveva dunque agito correttamente: tutti i condomini e i loro familiari potevano accedere alla piscina e al campo da tennis senza restrizioni; la proporzionalità ai millesimi era stata introdotta soltanto per regolamentare il numero degli ospiti esterni — una scelta oggettiva e coerente con il criterio già utilizzato per la ripartizione delle spese di manutenzione. La Corte chiarisce anche il profilo del quorum deliberativo: trattandosi di delibera che disciplina l’uso dei beni comuni (e non di modifica del regolamento contrattuale o di disposizione su diritti individuali), è sufficiente la maggioranza semplice prevista dagli artt. 1136 e 1138 c.c., senza necessità dell’unanimità. Le implicazioni pratiche per condomini e amministratori La sentenza n. 4966/2026 apre scenari concreti e rilevanti. In tutti quei complessi residenziali che dispongono di piscine, campi da tennis, aree fitness, sale comuni o altri spazi ricreativi non indispensabili all’uso delle singole abitazioni, l’assemblea condominiale può ora regolamentare l’accesso e il godimento di questi beni secondo criteri proporzionali ai millesimi, senza che ciò costituisca una violazione del principio di pari uso. Il limite invalicabile rimane uno solo: nessun condomino può essere integralmente escluso dall’utilizzo del bene comune. Per gli amministratori di condominio, questo principio offre uno strumento utile per risolvere conflitti ricorrenti — la prenotazione del campo da tennis, l’ingresso degli ospiti in piscina, l’assegnazione di fasce orarie per aree fitness — con una base normativa e giurisprudenziale ora solida. Per i condomini, invece, vale la pena verificare che eventuali regolamenti già in vigore nel proprio edificio rispettino il confine tracciato dalla Cassazione: differenziare il godimento è lecito, escluderlo del tutto non lo è. Se il regolamento del vostro condominio disciplina l’uso di spazi ricreativi o beni comuni non necessari all’abitazione e avete dubbi sulla sua legittimità, il nostro studio è a disposizione per un’analisi puntuale e una consulenza personalizzata.

IMU e abitazioni contigue: quando l’esenzione prima casa non basta

La Cassazione chiarisce che due unità immobiliari, anche se unificate di fatto, non possono entrambe godere dell’agevolazione senza fusione catastale La questione dell’esenzione IMU per l’abitazione principale continua a generare contenziosi tra contribuenti e Comuni, soprattutto quando si tratta di immobili contigui posseduti da membri dello stesso nucleo familiare. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4498/2026 pubblicata il 27 febbraio 2026, ha fornito un importante chiarimento destinato a fare giurisprudenza: l’esenzione dall’imposta municipale propria spetta esclusivamente per un’unica unità immobiliare catastalmente identificata, e non può essere estesa a unità contigue anche se di fatto unificate e utilizzate come unica abitazione. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda trae origine da una situazione piuttosto comune nelle famiglie italiane. Una contribuente possedeva un’unità immobiliare contigua a quella del coniuge, entrambe situate nello stesso condominio. Nella pratica quotidiana, le due abitazioni erano state unificate attraverso un arco di collegamento interno, condividevano una sola cucina e disponevano di un unico contatore per gas e luce. A tutti gli effetti pratici, si trattava di un’unica abitazione familiare. Il Comune aveva però contestato questa situazione, notificando avvisi di accertamento per IMU e TASI relativi all’anno 2016. Secondo l’amministrazione comunale, la contribuente non poteva beneficiare del trattamento agevolato previsto per l’abitazione principale, poiché il coniuge aveva già dichiarato la propria unità immobiliare come abitazione principale. Due unità catastalmente distinte, secondo il Comune, non potevano entrambe godere dell’esenzione, nonostante l’unificazione di fatto. Il percorso processuale e la sentenza della Corte Costituzionale La questione aveva seguito un tortuoso percorso giudiziario. In primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale aveva rigettato il ricorso della contribuente, riconoscendo l’insussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’agevolazione. Aveva però annullato le sanzioni, riconoscendo una causa di non punibilità. In appello, la Corte di Giustizia Tributaria Regionale della Lombardia aveva invece accolto le ragioni della contribuente, richiamando un importante precedente: la sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2022. Questa pronuncia aveva infatti dichiarato parzialmente illegittima la normativa sull’IMU nella parte in cui impediva ai coniugi o alle persone unite civilmente di godere ciascuno dell’esenzione per la propria abitazione principale, anche se situate in comuni diversi o nello stesso comune. La Consulta aveva affermato che l’abitazione principale va identificata con il luogo dove ciascun soggetto ha residenza anagrafica e dimora abituale, indipendentemente dalla situazione degli altri membri della famiglia. I giudici di secondo grado avevano ritenuto che questo principio si applicasse anche al caso delle unità contigue, considerando le prove fotografiche e documentali che dimostravano l’unificazione di fatto delle due abitazioni. La decisione della Cassazione: i limiti dell’esenzione IMU La Corte di Cassazione ha però rovesciato questa interpretazione, accogliendo il ricorso del Comune. La Sezione Tributaria ha affermato con chiarezza che il tenore letterale dell’art. 13, comma 2, del decreto legge n. 201/2011 è inequivocabile: l’esenzione dall’IMU spetta per l’abitazione principale intesa come “immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente”. La Suprema Corte ha sottolineato come questa formulazione contenga una limitazione precisa dell’agevolazione a un’unica unità immobiliare catastale. Si tratta di una differenza sostanziale rispetto alla precedente disciplina dell’ICI, che aveva generato orientamenti giurisprudenziali più favorevoli ai contribuenti in situazioni analoghe. Con l’IMU, il legislatore ha introdotto un criterio più restrittivo, che non consente interpretazioni estensive. La Cassazione ha inoltre precisato che la sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2022, pur rilevante, riguarda una fattispecie diversa. Quella pronuncia aveva dichiarato illegittima la norma che impediva ai coniugi o alle persone unite civilmente di godere ciascuno dell’esenzione quando avessero stabilito residenze disgiunte, equiparando così la loro situazione a quella dei conviventi di fatto. Si tratta però di una situazione di scissione del nucleo familiare, non di unità immobiliari contigue possedute da coniugi conviventi nello stesso immobile. I principi affermati e le implicazioni pratiche La sentenza n. 4498/2026 fissa alcuni principi fondamentali che meritano attenzione da parte di proprietari di immobili, amministratori condominiali e professionisti del settore. In primo luogo, viene ribadito il criterio della stretta interpretazione delle norme agevolative in materia tributaria. Quando la legge prevede un’esenzione o un’agevolazione fiscale, questa deve essere applicata secondo i precisi limiti stabiliti dal legislatore, senza possibilità di interpretazioni estensive analogiche. Nel caso dell’IMU, l’agevolazione per l’abitazione principale è circoscritta a un’unica unità catastale. In secondo luogo, la Corte chiarisce che l’unificazione di fatto di due unità immobiliari, per quanto completa e documentata, non è sufficiente ai fini fiscali. Ciò che rileva è l’autonomia catastale delle unità: se esistono due subalterni distinti, si tratta di due immobili diversi, ciascuno potenzialmente soggetto a IMU. La prova dell’esistenza di un unico ingresso, di una sola cucina o di contatori condivisi non modifica questa realtà catastale. Terzo aspetto cruciale: la sentenza costituzionale che ha ammesso la possibilità per i coniugi di godere ciascuno dell’esenzione per la propria abitazione principale non si applica quando i coniugi convivono nello stesso immobile, anche se questo è composto da più unità catastali contigue. La ratio della pronuncia costituzionale era quella di superare una discriminazione tra coniugi/uniti civilmente e conviventi di fatto in caso di residenze separate; non quella di consentire duplicazioni di agevolazioni per immobili contigui. Cosa devono fare i proprietari di immobili contigui Per chi si trova nella situazione di possedere due o più unità immobiliari contigue che intende utilizzare come unica abitazione, la strada indicata dalla giurisprudenza è chiara: procedere alla fusione catastale. Questa procedura, che richiede l’intervento di un tecnico abilitato e la presentazione di apposita documentazione al Catasto, consente di trasformare più subalterni in un’unica unità immobiliare. Solo a seguito della fusione catastale sarà possibile beneficiare dell’esenzione IMU per l’intera superficie dell’abitazione. La fusione catastale comporta alcuni adempimenti tecnici e burocratici. È necessario verificare che le unità immobiliari siano effettivamente contigue e che sussistano i requisiti urbanistici per l’unificazione. Il professionista incaricato dovrà predisporre una planimetria catastale aggiornata che rappresenti l’immobile unificato e presentare la pratica agli uffici competenti. Una volta completata la procedura, l’immobile avrà un unico subalterno e potrà godere integralmente dell’agevolazione per abitazione principale. È importante sottolineare che

IRAP e Studio Associato: il Commercialista Deve Sempre Pagare?

La Cassazione ribadisce la presunzione di autonoma organizzazione per chi esercita in forma associata La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 3975/2026 pubblicata il 23 febbraio 2026, ha riaffermato un principio cruciale per i professionisti che operano in forma associata: quando un commercialista esercita la propria attività all’interno di uno studio associato, la legge presume automaticamente l’esistenza di un’autonoma organizzazione, rendendo così dovuta l’IRAP. Ma cosa significa concretamente per i professionisti? E come si può dimostrare il contrario? Il caso analizzato dalla Suprema Corte La vicenda ha origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate per l’anno d’imposta 2010. Il contribuente, un commercialista che operava sia individualmente sia attraverso uno studio associato con un collega, aveva ricevuto una richiesta di pagamento IRAP per euro 199.545,00. La contestazione dell’Agenzia si fondava sugli articoli 19 e 25 del decreto legislativo n. 446 del 1997, che disciplinano l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive. Il professionista aveva impugnato l’accertamento sostenendo che l’attività svolta singolarmente, in particolare come consulente tecnico d’ufficio per incarichi giudiziari, fosse completamente autonoma rispetto allo studio associato e che quindi non sussistesse quella “autonoma organizzazione” richiesta dalla legge per l’applicazione dell’IRAP. In sostanza, il contribuente affermava di aver utilizzato mezzi propri minimi e di non aver beneficiato dell’organizzazione dello studio per questa specifica attività professionale. Il percorso nelle Commissioni Tributarie La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto le ragioni del contribuente, ritenendo che i compensi versati a terzi (circa 48.360 euro, pari al 9,78% dei compensi totali) fossero occasionali e modesti, e che il valore dei beni strumentali (24.253 euro) risultasse esiguo sia in termini assoluti che rispetto al fatturato complessivo di 475.000 euro. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale della Liguria aveva ribaltato completamente questa decisione, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate. I giudici regionali avevano evidenziato un aspetto fondamentale: la presenza di un’associazione professionale presume l’organizzazione di cui il contribuente è responsabile, e questa presunzione opera indipendentemente dall’entità dei compensi erogati a terzi. Il principio di diritto affermato dalla Cassazione La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando l’orientamento della CTR e chiarendo alcuni punti essenziali sul presupposto dell’IRAP per i professionisti. L’articolo 2 del decreto legislativo n. 446 del 1997 stabilisce che il presupposto dell’IRAP è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni o alla prestazione di servizi. Si tratta, come ha ricordato la Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, di un’imposta di carattere reale che colpisce il valore aggiunto prodotto dalle attività autonomamente organizzate, e non di un’imposta sul reddito. La Suprema Corte, richiamando la propria sentenza a Sezioni Unite n. 9451 del 2016, ha precisato che il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente sia il responsabile dell’organizzazione e non sia inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità. Inoltre, deve impiegare beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure deve avvalersi in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia di un collaboratore con mansioni meramente esecutive. La presunzione per le forme associate L’aspetto più rilevante della decisione riguarda la distribuzione dell’onere della prova. La Cassazione ha ribadito che l’esercizio di professioni in forma societaria o mediante associazioni senza personalità giuridica costituisce, per legge, presupposto dell’IRAP senza che occorra accertare in concreto la sussistenza di un’autonoma organizzazione. Questa infatti è implicita nella forma di esercizio dell’attività. Ciò significa che quando un professionista opera attraverso uno studio associato, la legge presume automaticamente che esista un’organizzazione autonoma sufficiente per l’applicazione dell’imposta. Spetta quindi al contribuente l’onere di dimostrare l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività specifica contestata. Non basta cioè affermare di aver svolto una parte dell’attività in modo del tutto autonomo: occorre provare concretamente di non aver beneficiato in alcun modo dell’organizzazione dello studio associato. La contitolarità come elemento decisivo Nel caso esaminato, la Corte ha evidenziato che il professionista non solo faceva parte di uno studio associato, ma era anche contitolare dell’attività insieme a un collega commercialista. Questa circostanza, secondo i giudici di legittimità, costituiva già di per sé la prova dell’esistenza di una struttura organizzata. Il contribuente avrebbe dovuto dimostrare di aver svolto l’attività di consulente tecnico d’ufficio in forma completamente autonoma, senza avvalersi in alcun modo della struttura dello studio. Avrebbe inoltre dovuto provare che quella specifica attività non era esercitata in forma associata. Secondo la Cassazione, proprio la laboriosità degli incarichi di consulenza tecnica, tra cui quello di attestatore di piani di risanamento, rende ragionevole presumere che il professionista si sia avvalso dell’organizzazione dello studio per svolgerli efficacemente. Le questioni procedurali affrontate La sentenza ha affrontato anche alcune questioni procedurali di rilievo. Il ricorrente lamentava che la Commissione Tributaria Regionale avesse motivato in modo insufficiente la propria decisione e non si fosse pronunciata sull’eccezione di inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi. La Cassazione ha respinto entrambe le censure. Quanto alla motivazione, i giudici hanno chiarito che il vizio denunciabile in sede di legittimità deve riguardare l’assenza assoluta di motivazione, la motivazione apparente, il contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili o la motivazione obiettivamente incomprensibile. Non è sufficiente il semplice difetto di sufficienza della motivazione. Nel caso specifico, la CTR aveva esaminato tutti gli elementi rilevanti, sebbene con un apprezzamento diverso da quello del contribuente. Quanto all’eccezione di inammissibilità dell’appello, la Corte ha ricordato che quando il giudice d’appello decide nel merito senza pronunciarsi sull’inammissibilità dedotta, non si configura alcun vizio di omessa pronuncia, in quanto la decisione comporta l’implicito rigetto dell’eccezione. Inoltre, ha precisato che nel contenzioso tributario la riproposizione in appello delle ragioni poste a fondamento dell’impugnazione del provvedimento impositivo assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dall’articolo 53 del decreto legislativo n. 546 del 1992, quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza e i motivi di censura siano ricavabili in modo inequivoco dall’atto di gravame. Implicazioni pratiche per i professionisti Questa sentenza ha conseguenze rilevanti per tutti i professionisti che operano in forma associata, non solo per i commercialisti. Vediamo concretamente cosa significa. Innanzitutto, chi esercita la propria attività attraverso uno

Conti esteri e accertamenti IRPEF: la Cassazione conferma la piena utilizzabilità dei dati bancari stranieri

L’ordinanza n. 4065/2026 della Sezione Tributaria fissa importanti principi su presunzioni, onere della prova e produzione documentale nel giudizio di rinvio Disponibilità finanziarie detenute all’estero attraverso fondazioni di diritto straniero, redditi di capitale non dichiarati per oltre un decennio, dati trasmessi dall’autorità fiscale di un altro Stato europeo nell’ambito della cooperazione internazionale: questi sono gli elementi essenziali della vicenda che ha portato la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4065/2026, a pronunciarsi su alcune questioni di grande rilevanza pratica per i contribuenti e per i professionisti del settore fiscale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai contribuenti, consolidando orientamenti già presenti in giurisprudenza e offrendo al contempo preziose indicazioni sui limiti del sindacato di legittimità, sull’efficacia probatoria dei documenti bancari esteri e sul discusso tema del divieto di doppia presunzione. La collaborazione informativa internazionale e l’utilizzabilità dei dati bancari esteri Il punto di partenza dell’intera vicenda è la trasmissione di informazioni bancarie da parte di un’autorità finanziaria straniera all’Agenzia delle Entrate, avvenuta nell’ambito della cooperazione prevista dalla Direttiva CEE 77/799 del Consiglio del 19 dicembre 1977, che disciplina la reciproca assistenza tra le autorità competenti degli Stati membri nel settore delle imposte. Su questo aspetto, la pronuncia non lascia spazio a dubbi interpretativi: la Corte, richiamando i principi già affermati in sede di rinvio, ribadisce che è legittima l’utilizzazione in sede di accertamento tributario di qualsiasi elemento al quale possa essere attribuito valore indiziario, anche se acquisito in modo irrituale, salvo che la sua inutilizzabilità non discenda da una specifica previsione di legge o che vengano in rilievo diritti di rango costituzionale. I dati bancari trasmessi attraverso i canali di cooperazione internazionale, pertanto, sono pienamente spendibili dal Fisco senza che l’autorità destinataria sia tenuta a effettuare una preventiva verifica delle modalità di acquisizione adottate dall’autorità estera, e ciò anche qualora tali modalità risultassero illecite o in violazione del diritto alla riservatezza bancaria vigente nello Stato di provenienza. L’inammissibilità per motivi cumulativi: un errore da non ripetere Il primo motivo di ricorso viene dichiarato inammissibile per una ragione di carattere tecnico-procedurale che merita particolare attenzione da parte di chi si occupa di contenzioso tributario. I ricorrenti avevano formulato il motivo facendo contemporaneamente riferimento all’art. 360, primo comma, nn. 3 e 5 del codice di procedura civile, vale a dire alla violazione di norme di diritto e all’omesso esame di un fatto decisivo, senza tenere distinte le due censure. La Corte, richiamando il consolidato orientamento espresso tra le altre da Cass. n. 26790/2018, chiarisce che l’esposizione cumulativa di questioni non è consentita quando rimetta al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili. In altre parole, ciascun motivo deve essere formulato in modo da consentirne l’esame separato, esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se le censure fossero state articolate in motivi distinti. La confusione e l’intreccio inestricabile tra profili diversi rende il motivo inammissibile a prescindere dalla fondatezza nel merito delle singole doglianze. Si tratta di un richiamo severo ma necessario: la tecnica redazionale del ricorso per cassazione richiede rigore formale, e l’intento di “coprire” il maggior numero possibile di profili in un unico motivo si risolve spesso in un boomerang per il ricorrente. L’onere della prova nel processo tributario: quando si viola davvero l’art. 2697 c.c. Con riferimento al secondo motivo, la Corte interviene anche sull’interpretazione della norma cardine in materia di onere della prova, l’art. 2697 del codice civile, chiarendo in quali soli casi la sua violazione sia deducibile in cassazione. Secondo il principio consolidato richiamato nell’ordinanza, e confermato tra le altre da Cass. nn. 13395/2018, 9055/2022 e 4315/2025, la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura unicamente quando il giudice di merito abbia attribuito l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne era effettivamente gravata in base alla norma. Non integra invece tale violazione la censura con cui il ricorrente lamenta che, a causa di una valutazione incongrua delle prove, il giudice abbia erroneamente ritenuto non assolto l’onere della parte gravata: in quel caso si tratta di una questione di apprezzamento dei fatti, che appartiene al merito e non è sindacabile in sede di legittimità. La distinzione è sottile ma fondamentale: lamentare che il giudice ha sbagliato a valutare le prove è cosa diversa dal lamentare che ha sbagliato a identificare chi dovesse provarle. Il mito del divieto di doppia presunzione: la Cassazione fa chiarezza Uno degli aspetti più interessanti dell’ordinanza n. 4065/2026 riguarda il cosiddetto divieto di doppia presunzione, o praesumptio de praesumpto, che i ricorrenti invocavano per contestare il ragionamento probatorio dell’Amministrazione finanziaria. La Corte è netta: nel sistema processuale italiano non esiste alcun divieto di doppia presunzione, e tale divieto non è ricavabile né dagli artt. 2727 e 2729 del codice civile né da qualsiasi altra norma dell’ordinamento. È invece pienamente ammissibile che un fatto noto, accertato in via presuntiva, costituisca la premessa di un’ulteriore presunzione idonea a fondare l’accertamento del fatto ignoto. L’unica condizione richiesta è che la concatenazione di inferenze presuntive non sia debole, cioè inattendibile e infondata, e che si fondi su una serie lineare di inferenze, ciascuna delle quali, nella sua conclusione, costituisca la premessa di quella successiva, sempre nel rispetto dei criteri di precisione, gravità e concordanza imposti dall’art. 2729 c.c. La Corte, richiamando tra le altre Cass. nn. 19993/2025, 14788/2024 e 27862/2025, osserva efficacemente che il fatto “noto” attribuisce un adeguato grado di attendibilità al fatto “ignorato”, il quale cessa pertanto di essere tale divenendo anch’esso noto: ed è proprio questo il meccanismo che risolve l’equivoco logico che si cela nel preteso divieto. Il nuovo comma 5-bis dell’art. 7 d.lgs. 546/1992: norma sostanziale, non retroattiva I ricorrenti invocavano anche l’applicazione retroattiva del nuovo comma 5-bis dell’art. 7 del d.lgs. n. 546 del 1992 — il testo unico del processo tributario — introdotto dall’art. 6 della legge n. 130 del 2022 in materia di prova. La norma, come noto, ha ridefinito il ruolo dell’istruttoria nel giudizio tributario, attribuendole una funzione più centrale. La Cassazione,

Buoni Postali Fruttiferi: la Cassazione esclude il risarcimento per mancata consegna del foglio informativo

Con la sentenza n. 3686/2026 la Prima Sezione Civile chiarisce quando la prescrizione del diritto al rimborso non genera responsabilità di Poste Italiane La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3686 del 18 febbraio 2026, ha affrontato una questione di grande rilevanza pratica per migliaia di risparmiatori: è possibile ottenere un risarcimento da Poste Italiane quando i buoni postali fruttiferi si prescrivono e l’ente non ha consegnato al momento della sottoscrizione il Foglio Informativo Analitico? La risposta della Suprema Corte è netta: no, non è configurabile alcuna responsabilità risarcitoria. Il caso esaminato dalla Cassazione La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso di tre buoni postali fruttiferi serie AA2, ciascuno del valore di 5.000 euro, emessi nell’ottobre 2001. Due risparmiatori si erano visti negare il rimborso da parte di Poste Italiane perché era decorso il termine di prescrizione decennale. Secondo i ricorrenti, questa prescrizione era imputabile alla mancata consegna, al momento dell’acquisto dei buoni, del cosiddetto FIA, il Foglio Informativo Analitico previsto dal decreto del Ministero del Tesoro del 19 dicembre 2000. Senza questo documento, sostenevano i risparmiatori, non avevano potuto conoscere la data di scadenza dei buoni e, di conseguenza, non avevano saputo quando iniziava a decorrere il termine di prescrizione. Il Tribunale di Napoli Nord aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Napoli aveva ribaltato la decisione, condannando Poste Italiane al pagamento di 15.000 euro. Secondo i giudici partenopei, la mancata consegna del FIA costituiva un inadempimento contrattuale che aveva impedito ai sottoscrittori di conoscere elementi essenziali dei buoni acquistati. Poste Italiane ha quindi proposto ricorso per cassazione. La natura giuridica dei buoni postali fruttiferi Per comprendere la soluzione adottata dalla Cassazione, è fondamentale chiarire cosa sono i buoni postali fruttiferi dal punto di vista giuridico. Come ribadito dalla giurisprudenza costante, questi strumenti di risparmio sono “titoli di legittimazione” ai sensi dell’articolo 2002 del codice civile, e non titoli di credito in senso proprio. Cosa significa? Significa che i buoni servono semplicemente a identificare chi ha diritto alla prestazione, ma non incorporano il diritto in modo letterale e autonomo come accade per cambiali o assegni. La conseguenza pratica è che la disciplina dei buoni non si trova solo nel documento cartaceo consegnato al risparmiatore, ma viene integrata automaticamente dalle norme contenute nei decreti ministeriali che istituiscono le varie serie. Questo meccanismo di integrazione automatica opera tramite l’articolo 1339 del codice civile, che prevede l’inserimento automatico di clausole imposte dalla legge al posto di quelle difformi apposte dalle parti. Il quadro normativo di riferimento Il decreto ministeriale del 19 dicembre 2000, emanato dopo il riordino della Cassa Depositi e Prestiti, prevedeva all’articolo 3 che per il collocamento dei buoni rappresentati da documento cartaceo venisse consegnato al sottoscrittore il titolo unitamente al foglio informativo contenente la descrizione delle caratteristiche dell’investimento. L’articolo 6 dello stesso decreto stabiliva inoltre che Poste Italiane esponesse nei propri locali aperti al pubblico un avviso sulle condizioni praticate, rinviando ai fogli informativi per la descrizione dettagliata. Per quanto riguarda la prescrizione, l’articolo 8 del medesimo decreto stabiliva che i diritti dei titolari dei buoni si prescrivevano trascorsi dieci anni dalla data di scadenza del titolo. Per i buoni serie AA2 oggetto della controversia, il successivo decreto ministeriale del 29 marzo 2001 prevedeva che potessero essere liquidati al termine del settimo anno successivo a quello di emissione. La soluzione della Suprema Corte La Cassazione, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha accolto il ricorso di Poste Italiane, ribaltando la decisione della Corte d’Appello. I giudici di legittimità hanno affermato un principio chiaro: la mancata consegna del Foglio Informativo Analitico non determina l’insorgere di un diritto al risarcimento a favore del sottoscrittore che lamenti l’intervenuta prescrizione del diritto al rimborso. Il ragionamento della Corte si articola su più livelli. Innanzitutto, la pubblicazione dei decreti ministeriali sulla Gazzetta Ufficiale assolve pienamente l’obbligo informativo nei confronti dei risparmiatori. La disciplina dei buoni, infatti, è contenuta proprio in quei decreti, che ne stabiliscono durata, scadenza, tassi di interesse e termini di prescrizione. Questi provvedimenti ministeriali sono accessibili a tutti e costituiscono la fonte normativa primaria della regolamentazione dei buoni postali. La Cassazione ha inoltre evidenziato che gli obblighi informativi previsti dai decreti ministeriali successivi al riordino della Cassa Depositi e Prestiti non sono preordinati a riequilibrare un’asimmetria informativa nella fase precontrattuale. Al contrario, si pongono a valle della sottoscrizione del buono e hanno una funzione meramente riepilogativa e ricognitiva dei termini dell’operazione già conclusa. In altre parole, servono a facilitare la memorizzazione delle condizioni, ma non costituiscono il momento essenziale di formazione del consenso. Il tema della prescrizione e dell’inerzia del creditore Un passaggio cruciale della motivazione riguarda la natura stessa dell’istituto della prescrizione. Come ricordato dalla Suprema Corte, la prescrizione rileva per il mero fatto dell’inerzia, senza che siano possibili connotazioni soggettive. Per determinare l’estinzione del diritto è sufficiente il suo mancato esercizio per il tempo determinato dalla legge, senza che occorra alcuna qualificazione o caratteristica particolare di questo mancato esercizio. Il legislatore, infatti, ha dato rilievo solo alla condotta dolosa del debitore come elemento idoneo a determinare la sospensione della prescrizione. L’articolo 2941 numero 8 del codice civile prevede espressamente la sospensione solo quando il debitore ha dolosamente occultato l’esistenza del debito. Nessun analogo effetto è ricollegato al comportamento meramente colposo del debitore. Ne consegue che nemmeno è possibile configurare una responsabilità risarcitoria basata sulla condotta colposa che avrebbe ostacolato l’esercizio tempestivo del diritto. Nel caso specifico, anche volendo ritenere che la mancata consegna del FIA costituisse una negligenza informativa, questa circostanza non avrebbe potuto impedire ai risparmiatori di venire a conoscenza delle caratteristiche essenziali dei buoni. Sarebbe stato infatti sufficiente consultare la Gazzetta Ufficiale dove erano stati pubblicati i decreti ministeriali, oppure informarsi presso gli uffici postali. L’impossibilità di far valere il diritto che, ai sensi dell’articolo 2935 del codice civile, impedisce il decorso della prescrizione, riguarda solo gli impedimenti di natura legale, non l’incertezza o la difficoltà nell’esercizio del diritto stesso. Il rapporto con il provvedimento dell’AGCM Nella sentenza, la Cassazione ha anche

Leasing, usura e clausole vessatorie: la Cassazione fa il punto su tre questioni cruciali dei contratti bancari

Con l’ordinanza n. 3559/2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione consolida principi fondamentali in tema di interessi moratori usurari, approvazione delle clausole onerose e trasparenza nei contratti di leasing immobiliare. Un contratto di leasing immobiliare, la sua risoluzione per inadempimento e le contestazioni mosse dalla parte utilizzatrice: è questo il contesto in cui la Cassazione, con l’ordinanza n. 3559/2026 depositata il 17 febbraio 2026, ha avuto l’occasione di intervenire su alcune delle questioni più dibattute nel diritto bancario e contrattuale. Il ricorso, articolato in quattro motivi, è stato integralmente respinto, ma la motivazione merita attenzione perché fotografa con precisione lo stato attuale della giurisprudenza su temi di grande rilevanza pratica per imprese e professionisti. La doppia firma sulle clausole vessatorie: quando basta e quando non basta Il secondo motivo del ricorso portava all’attenzione della Corte un problema molto comune nella pratica contrattuale: la validità della doppia sottoscrizione prevista dagli artt. 1341 e 1342 c.c. per le clausole cosiddette “vessatorie”. Si tratta delle clausole che, inserite nelle condizioni generali di contratto predisposte da una sola parte, limitano la responsabilità del predisponente, restringono la libertà contrattuale della controparte o la pongono in posizione di svantaggio: la deroga alla competenza territoriale è un esempio classico. La legge richiede che queste clausole vengano specificamente approvate per iscritto, con una firma separata rispetto a quella apposta sull’intero contratto. Il punto controverso era se tale requisito fosse rispettato quando la seconda sottoscrizione riguardasse un insieme promiscuo di clausole, alcune vessatorie e alcune no. La risposta della Cassazione è articolata ma chiara: l’approvazione per iscritto è valida anche quando il richiamo cumulativo riguarda clausole onerose e non, a patto che il richiamo non si limiti alla mera indicazione del numero d’ordine, ma contenga almeno un’indicazione sommaria del loro contenuto. Detto in altri termini, ciò che conta non è che la seconda firma riguardi esclusivamente le clausole sfavorevoli, ma che il testo consenta all’aderente di sapere concretamente su cosa sta approvando. Il principio, già affermato in precedenti pronunce, viene qui confermato con nitore e applicato per rigettare la censura del ricorrente. Interessi moratori e usura: il nodo del tasso soglia La questione più tecnica e al tempo stesso più rilevante per chi si confronta con il contenzioso bancario riguarda la verifica dell’usurarietà degli interessi moratori. L’usura bancaria è regolata dalla legge n. 108/1996 e dall’art. 1 del d.l. n. 394/2000: in sintesi, è vietato pattuire interessi a un tasso superiore alla soglia stabilita trimestralmente per ogni categoria di operazione. Ma come si calcola il tasso soglia per gli interessi di mora? La Cassazione ribadisce con fermezza che interessi corrispettivi e interessi moratori svolgono funzioni radicalmente diverse: i primi remunerano il capitale prestato nel corso fisiologico del rapporto, i secondi costituiscono una penale per l’inadempimento. Non è quindi possibile sommarli ai fini della verifica antiusura: il calcolo va condotto separatamente per ciascuna categoria. Per gli interessi moratori, la soglia usuraria si determina prendendo il TEGM — il Tasso Effettivo Globale Medio rilevato nei decreti ministeriali — e incrementandolo della maggiorazione media praticata dagli operatori professionali, nella misura del 2,1%. Questo metodo si applica quando i decreti ministeriali riportano la rilevazione di tale maggiorazione; in caso contrario, la comparazione va effettuata tra il TEG del singolo contratto (comprensivo degli interessi moratori) e il TEGM così come rilevato. La pronuncia richiama sul punto l’importante intervento delle Sezioni Unite n. 19597/2020, secondo cui, in caso di accertata usurarietà degli interessi moratori, questi non vengono azzerati ma restano dovuti nella misura degli interessi corrispettivi lecitamente convenuti, ai sensi dell’art. 1224, comma 1, c.c. Si tratta di una soluzione equilibrata, che evita l’applicazione meccanica dell’art. 1815, comma 2, c.c. — il quale prevede la gratuità del prestito in caso di pattuizione di interessi usurari — agli interessi di mora, considerata la loro natura funzionalmente distinta. La clausola di salvaguardia: un presidio contrattuale a carico della banca Connessa al tema dell’usura è la questione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ossia quella previsione contrattuale con cui la banca si impegna a non applicare mai, per tutta la durata del rapporto, interessi superiori alla soglia massima consentita dalla legge. La Cassazione ne chiarisce la natura giuridica: tale clausola trasforma il divieto legale in una vera e propria obbligazione contrattuale a carico dell’istituto di credito. Ne consegue che, in caso di contestazione, l’onere della prova di aver rispettato tale impegno grava sulla banca, secondo le regole della responsabilità contrattuale. Non spetta quindi al cliente dimostrare il superamento della soglia, ma è la banca a dover provare il regolare adempimento. Trasparenza bancaria e determinabilità dell’oggetto L’ultimo profilo esaminato riguarda la trasparenza bancaria imposta dall’art. 117 del Testo Unico Bancario, che richiede che i contratti bancari indichino in forma scritta i tassi di interesse e le condizioni applicate. La ricorrente lamentava che il contratto di leasing fosse scritto in caratteri illeggibili e che la determinazione degli interessi implicasse calcoli di tale complessità da essere incomprensibili per l’utilizzatore. La Cassazione respinge entrambe le censure. Sul fronte della leggibilità, il giudice di merito aveva accertato che, sebbene il testo fosse redatto in caratteri di piccole dimensioni, il contenuto era comunque individuabile e passibile di lettura: tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità. Quanto alla determinabilità degli interessi, la Corte ribadisce il principio per cui nei contratti di leasing immobiliare la mancata indicazione esplicita del “tasso leasing” non viola l’art. 117, comma 4, t.u.b., se il tasso è determinabile per relationem, ossia mediante rinvio a criteri prestabiliti e a elementi estrinseci obiettivamente individuabili, senza margini di incertezza o discrezionalità per la società di leasing. Implicazioni pratiche: cosa cambia per imprese e professionisti L’ordinanza n. 3559/2026 offre indicazioni preziose su almeno tre fronti pratici. Per chi redige o negozia contratti bancari e di leasing, il messaggio è che la clausola di salvaguardia antiusura è uno strumento contrattuale che può risultare decisivo in caso di contenzioso, ma che va strutturata correttamente, poiché sarà la banca a dover dimostrarne il rispetto. Per chi contesta la validità di clausole nei contratti per adesione,

GPS sui mezzi aziendali e privacy dei dipendenti: scatta l’obbligo di notifica al Garante anche senza sistemi automatici

La Cassazione chiarisce che basta la possibilità di risalire indirettamente all’identità del lavoratore per far scattare gli obblighi di legge in materia di protezione dei dati personali La geolocalizzazione dei veicoli aziendali è uno strumento sempre più diffuso nel settore del trasporto merci su strada. Ottimizzare i percorsi, ridurre i costi, proteggere il patrimonio aziendale: le ragioni che spingono le imprese ad adottare sistemi GPS sono molteplici e comprensibili. Ma quando a bordo di quei veicoli siedono i dipendenti, il discorso si complica. Entra in gioco il diritto alla privacy dei lavoratori, e con esso una serie di obblighi normativi che l’imprenditore non può ignorare. Con l’ordinanza n. 3462/2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fissato un principio di grande rilievo pratico: l’obbligo di notificazione al Garante per la protezione dei dati personali sussiste anche quando il sistema GPS non consenta di identificare il lavoratore in modo automatico, purché vi sia la concreta possibilità di risalire alla sua identità anche per via indiretta. Il caso: una società di trasporti e il sistema GPS “fornito da terzi” La vicenda trae origine da un’ordinanza-ingiunzione emessa dal Garante della Privacy nei confronti di una società esercente attività di trasporto merci su strada per conto terzi, sanzionata per non aver provveduto alla notificazione prevista dall’art. 37, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 196/2003 — il cosiddetto Codice della Privacy nel testo vigente prima delle modifiche apportate dal d.lgs. n. 101 del 10 agosto 2018 — in relazione all’utilizzo di un sistema di geolocalizzazione installato sui propri automezzi. La società aveva opposto la sanzione sostenendo, tra l’altro, che il sistema GPS era stato sviluppato e fornito da una società terza, e che essa si era limitata a mettere a disposizione i veicoli con i rispettivi autisti. Il Tribunale di Sondrio, in prima battuta, aveva accolto questa prospettazione. La Cassazione, tuttavia, già con l’ordinanza n. 26987/2023, aveva cassato quella pronuncia stabilendo che la messa a disposizione delle credenziali di accesso ai dati di geolocalizzazione è condizione sufficiente per attribuire alla società di trasporti la qualifica di titolare del trattamento, a prescindere da chi abbia materialmente sviluppato il sistema. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale di Sondrio aveva nuovamente accolto l’opposizione — stavolta su un diverso presupposto — ritenendo che il sistema in questione non fosse idoneo a consentire l’identificazione delle persone in modo automatico. È su questo punto che la Cassazione è tornata a pronunciarsi con l’ordinanza n. 3462/2026, demolendo definitivamente l’argomentazione del giudice di merito. Il quadro normativo: cosa prevede il vecchio Codice Privacy sull’obbligo di notificazione Prima di esaminare la soluzione della Corte, è utile inquadrare la normativa applicabile. L’art. 37, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 196/2003 (nel testo anteriore alla riforma del 2018) imponeva al titolare del trattamento di notificare al Garante il trattamento di dati personali quando riguardasse, tra l’altro, “dati che indicano la posizione geografica di persone od oggetti mediante una rete di comunicazione elettronica”. In sostanza, chiunque intendesse trattare dati di localizzazione tramite reti elettroniche — come appunto il GPS — era tenuto a darne preventiva comunicazione all’Autorità garante. La norma prevedeva alcune eccezioni: con propria delibera n. 1 del 31 marzo 2004, il Garante aveva sottratto all’obbligo di notificazione i trattamenti di dati geografici di mezzi di trasporto effettuati “esclusivamente a fini di sicurezza del trasporto”. Nel caso in esame, però, il sistema GPS era stato installato per scopi del tutto diversi — sicurezza del patrimonio aziendale, riduzione dei costi, localizzazione delle merci — e dunque l’esonero non era invocabile. Sul versante del diritto del lavoro, occorre poi tenere presente che la localizzazione dei veicoli mediante sistemi elettronici costituisce potenzialmente una forma di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, con tutto ciò che ne consegue ai sensi dell’art. 4 della l. n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori). Questo articolo — richiamato anche dagli artt. 11, 114 e 171 del d.lgs. n. 196/2003 — subordina la legittimità di tali controlli alla previa stipula di un accordo con le rappresentanze sindacali aziendali oppure, in mancanza, all’autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro. Il Garante per la Privacy aveva già chiarito tutto ciò con il provvedimento n. 370 del 4 ottobre 2011, dedicato specificamente ai sistemi di localizzazione dei veicoli nell’ambito del rapporto di lavoro, sottolineando che i dati relativi all’ubicazione dei mezzi, in quanto riconducibili — anche solo indirettamente — ai lavoratori assegnatari, costituiscono dati personali e come tali devono essere trattati nel rispetto del Codice della Privacy. La questione centrale: è necessaria l’identificazione “automatica” mediante codici? Il nucleo della controversia, nel secondo giro di giudizio, si era spostato su una questione tecnica: a quali condizioni un sistema GPS è soggetto all’obbligo di notificazione al Garante? Il Tribunale di Sondrio aveva abbracciato una tesi restrittiva, sostenendo che per far scattare l’obbligo occorresse non soltanto che il sistema permettesse in astratto di risalire all’identità del lavoratore, ma che tale identificazione avvenisse in modo automatico attraverso codici, e che fosse caratterizzata dalla certezza assoluta. Poiché nel caso concreto l’eventuale riconoscimento dell’autista avrebbe richiesto un’ulteriore attività deduttiva — incrociare i dati GPS con i registri di assegnazione dei veicoli o con il cronotachigrafo — il Tribunale aveva escluso la rilevanza privacy del trattamento. La Cassazione, con l’ordinanza n. 3462/2026, ha nettamente smentito questa impostazione, definendola frutto di un’aggiunta normativa — un quid pluris — che la legge non richiede. Il ragionamento della Corte è lineare e condivisibile: ciò che determina la soggezione all’obbligo di notificazione non è la modalità con cui l’identificazione del lavoratore può avvenire, ma la mera possibilità che essa avvenga, anche per via indiretta. La circostanza che il sistema identifichi il lavoratore tramite codici automatici oppure attraverso un’attività di incrocio manuale dei dati è irrilevante: in entrambi i casi il dato di localizzazione del veicolo è potenzialmente un dato personale riferibile al dipendente, e come tale deve essere trattato. La soluzione della Corte: conta la possibilità di identificazione indiretta La Prima Sezione Civile ha chiarito che il criterio dirimente è quello già individuato dal Garante nel provvedimento del

La delega alla mediazione rilasciata all’avvocato: cosa deve contenere e quale forma è richiesta?

La Cassazione chiarisce i requisiti della procura sostanziale e sgombra il campo da equivoci pratici che rischiavano di bloccare l’accesso alla giustizia La mediazione obbligatoria è ormai parte integrante del percorso che chiunque deve affrontare prima di poter adire il giudice in numerose materie, dal condominio alle locazioni, dalle responsabilità mediche alle controversie in materia di società. Eppure, ancora oggi, uno degli aspetti più controversi di questo istituto riguarda una questione apparentemente semplice: cosa succede quando la parte non può — o non vuole — presentarsi di persona all’incontro di mediazione e decide di farsi rappresentare dal proprio avvocato? La risposta a questa domanda non è mai stata del tutto pacifica, e ha generato un contenzioso significativo. Alcune pronunce di merito avevano sostenuto che la delega rilasciata alla mediazione dovesse essere necessariamente autenticata dal notaio, pena l’irregolarità dell’intera procedura e, conseguentemente, l’improcedibilità dell’azione giudiziaria. Una tesi che, com’è facile intuire, rischiava di trasformare una formalità in un ostacolo insormontabile. Oggi, grazie all’intervento della Corte di Cassazione e all’applicazione di questi principi da parte della Corte d’Appello di Milano, il quadro è finalmente più chiaro. Il principio di base: la parte può farsi sostituire, ma serve la procura “giusta” Il punto di partenza è l’art. 8, comma 4, del D.Lgs. 28/2010 — il decreto che disciplina la mediazione civile e commerciale, nel testo oggi vigente dopo le modifiche del D.Lgs. 2016 del 27 dicembre 2024. La norma stabilisce che le parti devono, di regola, partecipare personalmente agli incontri di mediazione. La ratio è chiara: il dialogo diretto tra le parti e il mediatore favorisce la composizione del conflitto in modo genuino, perché solo chi ha vissuto la vicenda conosce davvero le sfumature umane ed economiche in gioco. Tuttavia, la stessa norma ammette una deroga: in presenza di giustificati motivi, la parte può delegare un rappresentante. Il delegato deve essere a conoscenza dei fatti e deve essere munito dei poteri necessari per la composizione della controversia. Non è quindi sufficiente mandare “qualcuno” all’incontro: occorre che questa persona sia in grado di trattare e, se del caso, di concludere un accordo che sia realmente vincolante. La questione che ha occupato a lungo i tribunali riguarda però la forma di questa delega. È necessaria l’autenticazione notarile? E la delega deve necessariamente riferirsi a una specifica controversia, oppure può essere conferita in modo più ampio? La procura sostanziale: diversa dalla procura alle liti Il primo chiarimento fondamentale operato dalla giurisprudenza riguarda la distinzione — spesso trascurata nella pratica — tra due figure che sembrano simili ma hanno natura profondamente diversa. La procura alle liti è l’atto con cui la parte conferisce al proprio avvocato il potere di rappresentarla nel processo. Può contenere anche il potere di “transigere e conciliare”, eppure questo non basta. Secondo Cass. ord. 27 marzo 2019, n. 8473, la procura alle liti, anche se amplissima, non è idonea a conferire al difensore il potere di partecipare alla mediazione in sostituzione della parte. E questo perché la partecipazione alla mediazione non è un atto processuale, ma un atto di natura sostanziale: si tratta di disporre dei propri diritti, di valutare soluzioni negoziali, di sottoscrivere eventualmente un accordo transattivo che ha valore di titolo esecutivo. Per questo motivo, la parte che vuole farsi rappresentare in mediazione deve rilasciare una procura speciale sostanziale: un atto separato, distinto dalla procura alle liti, che attribuisca al delegato tutti i poteri necessari per disporre in modo pieno dei diritti controversi e per concordare qualsiasi soluzione transattiva idonea a eliminare la necessità del giudizio. Come ha precisato Cass. sent. 31 maggio 2025, n. 14676, il rappresentante deve poter operare “senza limitazioni”, essendo questo il presupposto perché la mediazione possa avere un esito utile. L’autenticazione notarile non è necessaria (salvo eccezioni) Il secondo chiarimento riguarda la forma della procura sostanziale. Per anni ha circolato l’opinione — sposata da alcune pronunce di merito — che questa procura dovesse essere autenticata dal notaio. Si trattava di un’interpretazione non priva di logica apparente: se la procura ha natura sostanziale, essa deve seguire la forma dell’atto che il rappresentante è chiamato a compiere (art. 1392 c.c.). La Cassazione e la Corte d’Appello di Milano, con la sentenza del 25 settembre 2025, n. 2634, hanno però chiarito che questo ragionamento porta a conclusioni sbagliate nel contesto della mediazione. Il procedimento di mediazione, per esplicita previsione normativa (art. 3, comma 3, D.Lgs. 28/2010), si svolge senza formalità. L’accordo raggiunto in mediazione non richiede, di regola, alcuna autenticazione. La firma autenticata è richiesta solo in un caso specifico: quando le parti concludono un accordo che ha per oggetto uno degli atti elencati dall’art. 2643 c.c. — vale a dire atti soggetti a trascrizione nei registri immobiliari, come il trasferimento della proprietà di un immobile. In tutti gli altri casi, la semplice scrittura privata non autenticata è sufficiente. La stessa conclusione vale per la delega. Seguendo il principio di corrispondenza di forma tra procura e atto da compiere (art. 1392 c.c.), poiché l’accordo di mediazione non richiede di norma l’autenticazione, nemmeno la procura per parteciparvi la richiede. La Corte d’Appello di Milano ha ribadito che imporre l’autenticazione notarile come requisito generalizzato è contrario sia alla lettera della legge sia al principio di accessibilità alla procedura di mediazione. Sul punto è altresì significativo che Cass. n. 14676/2025 abbia espressamente richiamato i principi della Corte di Giustizia UE (sentenza 18 marzo 2010, causa Alassini, e sentenza 14 giugno 2017, causa Menini), secondo cui le condizioni di procedibilità delle domande giudiziali non devono essere interpretate in modo da rendere eccessivamente difficoltoso l’accesso alla giurisdizione, come sancito dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. La delega non deve indicare la specifica controversia Il terzo chiarimento è altrettanto importante sul piano pratico. Cass. n. 14676/2025 ha stabilito che la procura sostanziale per la mediazione non deve necessariamente contenere un riferimento espresso alla singola controversia oggetto della procedura. Non esiste, né in via letterale né in via sistematica, alcun argomento normativo che imponga questa specificità. Questo significa, in concreto, che una procura

Società cancellata, debiti fiscali e responsabilità del socio: la Cassazione fa chiarezza

Con l’ordinanza n. 2568/2026, la Sezione Tributaria della Corte Suprema di Cassazione ricostruisce in modo sistematico il regime di responsabilità del liquidatore e del socio dopo l’estinzione di una società, stabilendo principi destinati a incidere concretamente su migliaia di situazioni pendenti. Immaginate una società a responsabilità limitata cancellata dal registro delle imprese. La partita sembra chiusa: niente più sede legale, niente più codice fiscale attivo, niente più organi sociali. Eppure, qualche anno dopo, il socio unico e liquidatore si vede recapitare a casa una serie di avvisi di accertamento: uno per i debiti tributari della società (IRES, IVA e IRAP), uno per la sua responsabilità personale di liquidatore, e un terzo — il più oneroso, per oltre un milione di euro — per le imposte sul reddito personale derivanti dalla presunta distribuzione di utili non dichiarati. Questa è la situazione concreta al centro di Cass. Trib. n. 2568/2026, una vicenda che ha attraversato tre gradi di giudizio e che la Corte di Cassazione ha risolto con una pronuncia densa di principi applicabili ben al di là del singolo caso. Il problema dell’omessa pronuncia: quando il giudice d’appello tace Il primo blocco di questioni riguarda un vizio procedurale di non secondaria importanza: la violazione dell’art. 112 c.p.c., che impone al giudice di pronunciarsi su tutto ciò che viene richiesto e solo su quello (c.d. principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato). Il ricorrente aveva sollevato, sia in primo grado che in appello, precise questioni relative alla validità degli atti impositivi e ai presupposti della responsabilità del liquidatore. La Commissione Tributaria Regionale, però, aveva semplicemente ignorato queste doglianze, concentrandosi su altri profili. La Cassazione ha accolto questa censura, ritenendo i tre motivi fondati. Non è bastato che il ricorso per cassazione non indicasse le pagine esatte dell’appello in cui quelle questioni erano state riproposte: la trascrizione integrale dei passaggi rilevanti direttamente nel ricorso rendeva superflua quella indicazione formale. È un principio processuale utile da ricordare: la sostanza prevale sulla forma, purché il contraddittorio sia garantito e il contenuto sia chiaramente identificabile. Lo scudo fiscale non è un’amnistia automatica: l’onere della prova grava sul contribuente La seconda questione riguarda il c.d. scudo fiscale, ovvero la procedura di regolarizzazione delle attività detenute all’estero introdotta dall’art. 13-bis d.l. n. 78/2009. Il ricorrente sosteneva che, avendo aderito alla procedura, l’Amministrazione finanziaria non potesse più accertare le somme rientrate, e che l’effetto preclusivo fosse automatico e incondizionato. La Corte ha respinto questa tesi, richiamando un orientamento consolidato (Cass. n. 4719/2021 e Cass. n. 30776/2023). Lo scudo fiscale è una misura agevolativa di carattere eccezionale, e come tutte le agevolazioni tributarie chi vuole avvalersene deve provare — quando contestato dall’Ufficio — che i presupposti siano effettivamente integrati. In particolare, il contribuente deve dimostrare una correlazione oggettiva, almeno in termini di compatibilità cronologica e quantitativa, tra il reddito accertato e le somme effettivamente rimpatriate o regolarizzate. Non basta, insomma, aver aderito allo scudo: occorre dimostrare che i redditi contestati siano proprio quelli “coperti” dall’adesione. Questa interpretazione, precisa la Corte, è coerente anche con il principio di vicinanza della prova: sono i dati rilevanti nella disponibilità del contribuente, non dell’Amministrazione. La cancellazione dal registro non azzera i debiti fiscali: il meccanismo successorio Il cuore più innovativo della pronuncia riguarda la sorte dei debiti tributari della società dopo la sua estinzione. Il ricorrente assumeva che l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società già cancellata fosse nullo, e che tale nullità si riverberasse automaticamente sull’accertamento personale nei suoi confronti. La Cassazione ha risposto con una ricostruzione sistematica che parte da lontano. Le Sezioni Unite del 2013 avevano già chiarito che la cancellazione di una società dal registro delle imprese non fa scomparire i rapporti giuridici ad essa riferibili: si produce un fenomeno di tipo successorio per cui le obbligazioni non si estinguono ma si trasferiscono ai soci. Questo principio è stato recentemente ribadito anche in materia tributaria con Cass. Sez. U. n. 3625 del 12/02/2025, che ha specificamente affermato la persistenza dei debiti erariali dopo l’estinzione societaria. Ne deriva una conclusione pratica di grande rilievo: il Fisco può accertare i debiti della società anche dopo la sua cancellazione, e le pretese fiscali così accertate possono poi essere azionate nei confronti dei soci (ai sensi dell’art. 47 TUIR o dell’art. 2495 c.c.) e nei confronti del liquidatore (ai sensi dell’art. 36 d.P.R. n. 602/1973). Pretendere che l’accertamento debba avvenire necessariamente prima dell’estinzione, chiarisce la Corte, equivalrebbe a svuotare di ogni contenuto la normativa tributaria. Avviso societario invalido e accertamento al socio: la distinzione cruciale tra vizi di rito e vizi di merito L’ultima questione — forse la più delicata sul piano tecnico — attiene al rapporto tra l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società e quello emesso nei confronti del socio per la presunta distribuzione di utili extracontabili. La presunzione operante nelle società di capitali a ristretta base partecipativa — cioè quelle con pochi soci — consente all’Amministrazione di presumere che i maggiori ricavi non dichiarati dalla società siano stati distribuiti tra i soci proporzionalmente alle loro quote. Il ricorrente sosteneva che, essendo l’avviso societario invalido (perché notificato a una società ormai estinta), cadesse anche l’accertamento personale, privo del suo presupposto logico-giuridico. La Corte ha operato una distinzione essenziale, già tracciata da Cass. n. 40844/2021 e confermata da Cass. n. 34549/2024: l’annullamento dell’avviso societario per vizi di merito — cioè perché la pretesa tributaria era infondata nel suo contenuto — ha effetto pregiudicante e travolge anche l’accertamento nei confronti dei soci. Diversamente, l’annullamento per vizi di rito — come l’inesistenza della notifica o l’estinzione del soggetto destinatario — produce solo un giudicato formale, che non accerta l’insussistenza del reddito imponibile e non impedisce quindi all’Ufficio di agire direttamente nei confronti dei soci. In questi ultimi casi, il socio non resta senza tutela: può contestare i fatti costitutivi dell’obbligazione tributaria societaria (ad esempio dimostrando che gli utili non furono distribuiti ma accantonati o reinvestiti, ovvero provando la propria estraneità alla gestione), ma non può limitarsi a invocare la nullità