Le elezioni RSU e la condotta antisindacale: quando il datore di lavoro non può ignorare i rappresentanti eletti

La Cassazione conferma: il mancato riconoscimento degli eletti nelle RSU e la negazione dei permessi sindacali integrano condotta antisindacale punibile ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori. Ord. Cass. Sez. Lavoro n. 14830/2026 Tutto nasce da un episodio che, nella sua concretezza, tocca direttamente la vita quotidiana dei lavoratori: nel novembre del 2014, un’organizzazione sindacale indice le elezioni per la costituzione della Rappresentanza Sindacale Unitaria (RSU) in un’azienda del settore turismo. I lavoratori votano, eleggono i propri rappresentanti. L’azienda, però, non riconosce l’esito di quelle elezioni e nega agli eletti i permessi sindacali a cui avrebbero diritto. Una scelta che innesca un contenzioso giudiziario destinato a percorrere tre gradi di giudizio, fino alla Corte di Cassazione. Il Tribunale prima e la Corte d’Appello di Venezia poi danno ragione al sindacato, confermando il decreto con il quale era stata accertata l’antisindacalità del comportamento aziendale. L’azienda ricorre in Cassazione, articolando cinque motivi di doglianza. La Sezione Lavoro, con ordinanza pubblicata il 18 maggio 2026 (n. 14830/2026), rigetta il ricorso integralmente, facendo il punto su alcuni nodi cruciali del diritto sindacale. La RSU: cos’è e perché conta Per comprendere la posta in gioco, occorre fare un passo indietro. La Rappresentanza Sindacale Unitaria è l’organo di rappresentanza dei lavoratori all’interno dell’azienda, introdotto dall’Accordo Interconfederale del 27 luglio 1994 e oggi ampiamente diffuso nella contrattazione collettiva. È eletta direttamente dai lavoratori e ha il compito di trattare con il datore di lavoro su materie che vanno dalla sicurezza ai turni, dagli straordinari ai premi. I suoi componenti hanno diritto a permessi retribuiti per svolgere l’attività sindacale: un diritto che la legge tutela esplicitamente. L’art. 28 della legge n. 300 del 1970 (il cosiddetto Statuto dei lavoratori) prevede una procedura speciale e rapida — il ricorso al Tribunale del lavoro in via d’urgenza — per reprimere i comportamenti antisindacali del datore di lavoro. È uno strumento pensato per neutralizzare tempestivamente gli ostacoli frapposti all’attività sindacale, e per questo si caratterizza per la celerità del procedimento e per l’immediata esecutività del provvedimento che ne deriva. Chi può promuovere l’azione: il requisito della “nazionalità” del sindacato Il primo fronte di battaglia riguardava la legittimazione del sindacato ad agire ai sensi dell’art. 28. L’azienda sosteneva che l’organizzazione sindacale ricorrente non possedesse il requisito della cosiddetta “nazionalità”, ritenuto necessario dalla giurisprudenza per poter promuovere il procedimento per condotta antisindacale. La Cassazione, nel confermare la valutazione dei giudici di merito, ribadisce un principio ormai consolidato: la nazionalità del sindacato non richiede che l’organizzazione sia presente su tutto il territorio nazionale né che abbia necessariamente stipulato contratti collettivi estesi all’intero ambito nazionale. È sufficiente — questo il punto decisivo — che il sindacato svolga una effettiva azione sindacale su una parte significativa del territorio nazionale. La Corte richiama in tal senso un filone giurisprudenziale coerente, che si estende da pronunce risalenti fino alle più recenti (la sentenza cita, tra le altre, Cass. n. 1/2020, Cass. n. 5321/2017, Cass. n. 2735/2015, Cass. n. 6876/2022 e Cass. n. 23264/2023 — si avverta che la verifica di queste pronunce è rimessa alla consultazione delle banche dati ufficiali). La valutazione concreta del requisito è rimessa al giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità, quando adeguatamente motivata. L’azienda ricorrente, di fatto, chiedeva alla Cassazione di riesaminare i fatti già valutati nei gradi precedenti: una richiesta inammissibile, poiché il giudizio di legittimità non è un terzo grado di merito. Chi può indire le elezioni: la lettura del combinato disposto tra Accordo Interconfederale e CCNL Il secondo nodo, più tecnico ma di grande rilievo pratico, riguardava il potere di indire le elezioni RSU. L’azienda sosteneva che, nel settore turismo, tale potere spettasse esclusivamente alle organizzazioni firmatarie del CCNL di settore, e che il chiarimento contenuto nell’art. 46 del CCNL Turismo del 2010 avesse sostanzialmente ristretto questa possibilità. La Cassazione non condivide questa lettura. Il ragionamento della Corte muove dall’analisi del testo dell’art. 2 dell’Accordo Interconfederale 27.7.1994: la norma riconosce il potere di presentare liste per le elezioni RSU a due categorie distinte di soggetti. Da un lato, le organizzazioni firmatarie del Protocollo del 1993 (c.d. Protocollo Ciampi), dell’Accordo Interconfederale e del CCNL applicato in azienda. Dall’altro, quelle organizzazioni che — pur non rientrando nella prima categoria — si siano formalmente costituite con statuto e atto costitutivo, raccolgano il 5% delle firme dei lavoratori aventi diritto al voto e accettino espressamente il contenuto dell’Accordo Interconfederale. Il chiarimento a verbale contenuto nel CCNL Turismo, precisa la Corte, va riferito esclusivamente alla prima categoria di soggetti, senza incidere sui requisiti previsti per la seconda. In altri termini, un sindacato non firmatario del CCNL di settore può comunque indire le elezioni RSU, purché rispetti le condizioni previste dalla seconda parte dell’art. 2 dell’Accordo del 1994. La clausola contrattuale non può essere letta come una deroga restrittiva all’accordo interconfederale, ma soltanto come un’applicazione specifica dei requisiti riferiti ai soggetti che già possiedono quella legittimazione per via della sottoscrizione del contratto collettivo. La doppia conforme: un muro invalicabile in Cassazione Un elemento processuale di grande importanza emerge nel corso della decisione: il ricorso risulta in parte inammissibile anche perché si pone in contrasto con il principio della c.d. doppia conforme. Quando Tribunale e Corte d’Appello convergono sullo stesso accertamento di fatto con motivazioni autonome e coerenti, il giudice di legittimità non può essere chiamato a riesaminare quelle valutazioni. La parte che ricorre deve confrontarsi con le ragioni della sentenza impugnata, non limitarsi a riproporre le tesi già svolte nei gradi precedenti: farlo equivale a presentare un “non motivo”, dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 366, comma 1, n. 4, c.p.c. Cosa cambia nella pratica: le implicazioni per aziende e lavoratori La decisione in commento non introduce princìpi nuovi, ma consolida un orientamento che le imprese farebbero bene a tenere presente. Quando un’organizzazione sindacale, ancorché non firmataria del contratto collettivo applicato, presenta le liste per le elezioni RSU raccogliendo il 5% delle firme dei lavoratori e aderendo formalmente all’Accordo Interconfederale, il datore di lavoro non può semplicemente ignorarne i risultati. Farlo
Malattia professionale e prescrizione: non basta la diagnosi, serve la consapevolezza del nesso causale

La Cassazione Sezione Lavoro chiarisce quando inizia a decorrere il termine prescrizionale per il risarcimento del danno da tecnopatia: la sola conoscenza della malattia non è sufficiente Un bracciante agricolo si ammala di microcitoma polmonare metastatico dopo dieci anni di lavoro a contatto con sostanze nocive. Muore nel 2011. I suoi eredi — il coniuge e due figli — decidono di agire in giudizio contro la società datrice di lavoro per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale conseguente a quella che ritengono, e che poi viene accertata essere, una malattia professionale. La richiesta stragiudiziale è inoltrata nel giugno del 2020. Sia il Tribunale in primo grado sia la Corte d’Appello di Roma rigettano la domanda, ritenendo che il diritto si fosse prescritto: il dies a quo della prescrizione decennale veniva individuato nella data della diagnosi della patologia, avvenuta il 18 gennaio 2009, con la conseguenza che al momento della messa in mora stragiudiziale il termine era già abbondantemente decorso. Con l’ordinanza n. 14269/2026, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribaltato questa impostazione, cassando la sentenza d’appello e rinviando il giudizio alla Corte territoriale in diversa composizione. La questione giuridica: quando comincia a decorrere la prescrizione? Il tema affrontato dall’ordinanza è uno dei più delicati del diritto del lavoro e della responsabilità civile in materia di malattie professionali: quando inizia a decorrere il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno? La risposta a questa domanda non è banale, perché le malattie da lavoro — a differenza degli infortuni — hanno spesso un’eziologia opaca, una genesi che si manifesta nel tempo, talvolta confondibile con patologie di diversa origine. Il codice civile, agli artt. 2935 e 2946, stabilisce che la prescrizione decorre dal momento in cui il diritto può essere fatto valere e che il termine ordinario è di dieci anni. La Corte d’Appello aveva applicato questi principi in modo formalistico, identificando il dies a quo con la diagnosi clinica della malattia: saputo di essere malato, il lavoratore aveva il diritto di agire, e da quel momento il termine aveva preso a decorrere. Il principio ribadito dalla Cassazione: conoscenza della malattia non equivale a conoscenza della sua origine professionale La Cassazione ha ritenuto questa impostazione errata, richiamando il proprio orientamento già espresso con Cass. n. 13806/2023. Il principio è netto: in materia di malattia professionale, la prescrizione del diritto al risarcimento non può decorrere dalla mera diagnosi della patologia, ma richiede che il soggetto abbia acquisito — o avrebbe potuto ragionevolmente acquisire — la consapevolezza del nesso eziologico tra la malattia e l’inadempimento del datore di lavoro. In altri termini, non è sufficiente sapere di essere malati: occorre sapere, o poter sapere, che quella malattia dipende dalle condizioni di lavoro. Questo secondo elemento di conoscenza — il collegamento causale tra patologia e ambiente professionale — può emergere da presunzioni gravi, precise e concordanti, ovvero da fatti esterni certi che consentano di inferire l’origine professionale della malattia: un verbale INAIL di accertamento della tecnopatia, il riconoscimento di una rendita per malattia professionale, una consulenza tecnica. Nel caso esaminato, tanto il lavoratore quanto i suoi familiari erano convinti che la causa della malattia fosse il fumo di sigarette, e solo con il provvedimento INAIL del 24 ottobre 2022 — che riconosceva la natura professionale della patologia e disponeva la decorrenza della rendita vitalizia dal 27 agosto 2011 — gli eredi avevano acquisito compiuta consapevolezza del nesso causale. Era dunque da quel momento, e non dalla diagnosi del 2009, che il termine prescrizionale avrebbe dovuto iniziare a decorrere. L’errore del giudice di merito: la valutazione dei documenti INAIL La Corte d’Appello aveva anche trascurato di esaminare due documenti decisivi: il verbale collegiale INAIL del 21 marzo 2022 di accertamento della tecnopatia e la lettera dell’ente del 24 ottobre 2022 di riconoscimento della rendita. Tali atti erano stati depositati proprio a seguito di un’ordinanza istruttoria della stessa Corte territoriale, eppure non ne era stata valutata la rilevanza ai fini della decorrenza della prescrizione. La Cassazione ha censurato questa omissione come violazione degli artt. 2935 e 2946 c.c., rilevando che quei documenti avrebbero reso evidente che la conoscenza del nesso causale era maturata soltanto nel 2022, e avrebbero imposto il rigetto dell’eccezione di prescrizione. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per lavoratori ed eredi L’ordinanza n. 14269/2026 ha un impatto concreto e rilevante per chiunque si trovi — direttamente o come erede — nella posizione di far valere un diritto risarcitorio da malattia professionale. Il punto di partenza da cui calcolare il termine prescrizionale non è la data della diagnosi clinica, ma il momento in cui il malato o i suoi aventi causa hanno acquisito — o avrebbero potuto ragionevolmente acquisire — la consapevolezza del collegamento tra la malattia e le condizioni di lavoro. Questo principio tutela chi, come nel caso esaminato, ignora in buona fede l’origine professionale della propria patologia: una persona convinta di essersi ammalata per abitudini di vita non può essere gravata dalla decorrenza di un termine prescrizionale rispetto a un diritto che non sa ancora di avere. Per gli eredi, la questione si proietta ulteriormente: il procedimento amministrativo INAIL di riconoscimento della tecnopatia e della rendita acquista un rilievo fondamentale non solo previdenziale, ma anche civile, potendo rappresentare il momento a partire dal quale il termine prescrizionale inizia concretamente a decorrere e potendo altresì produrre effetti interruttivi della prescrizione stessa. Per i datori di lavoro e i loro difensori, la pronuncia segnala che l’eccezione di prescrizione in materia di malattia professionale richiede un’analisi scrupolosa della documentazione medica e previdenziale e non può fondarsi sulla sola data diagnostica risultante dalla cartella clinica. Conclusione: la prescrizione non può colpire chi non sa Il principio affermato — e consolidato — dalla Cassazione risponde a una logica di giustizia sostanziale: il termine di decadenza del diritto non può decorrere prima che il titolare di quel diritto sia ragionevolmente in grado di esercitarlo. Nelle malattie professionali, spesso silenti per anni e riconducibili a cause multiple, la conoscenza della diagnosi è solo il
Estinzione anticipata del prestito: la Cassazione chiude definitivamente il caso dei costi non rimborsati

Con la raccolta generale n. 13328/2026, la Prima Sezione civile consolida il diritto del consumatore al rimborso integrale di tutti i costi sostenuti, compresi quelli versati agli intermediari, e sceglie il criterio pro rata temporis come metro di calcolo più favorevole e trasparente Quante volte un cittadino ha estinto anticipatamente un prestito personale o una cessione del quinto, convinto di aver fatto un buon affare, senza sapere che la banca avrebbe dovuto restituirgli molto di più di quanto effettivamente rimborsato? Per anni le banche hanno applicato un criterio selettivo: rimborsavano solo una parte dei costi, quelli cosiddetti recurring, cioè quelli legati alla durata residua del contratto, trattenendo invece i costi definiti up front, ossia le spese sostenute nella fase iniziale di stipula, come le commissioni versate alla rete distributiva o all’intermediario del credito. Questa distinzione, a lungo avallata dalle circolari della Banca d’Italia, è stata definitivamente smontata da un percorso giurisprudenziale che ha coinvolto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la Corte Costituzionale italiana e, ora, in modo sistematico e definitivo, la Corte di Cassazione. Il quadro normativo: dalla vecchia alla nuova versione dell’art. 125-sexies TUB Il punto di partenza è la Direttiva europea n. 2008/48/CE sui contratti di credito ai consumatori, recepita in Italia con il d.lgs. n. 141/2010 attraverso l’introduzione dell’art. 125-sexies del Testo Unico Bancario. Nella sua formulazione originaria, la norma riconosceva al consumatore il diritto a una riduzione del costo totale del credito, pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del contratto. La Banca d’Italia aveva interpretato questa disposizione nel senso di escludere dal rimborso i costi up front, considerandoli definitivamente maturati al momento della stipula. La svolta è arrivata il 1° settembre 2019, quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza nella causa C-383/18 (c.d. sentenza Lexitor), ha chiarito in modo inequivoco che il diritto alla riduzione del costo totale del credito include tutti i costi posti a carico del consumatore, senza distinzione tra up front e recurring. La logica è semplice e convincente: se la riduzione fosse limitata ai soli costi che il finanziatore, unilateralmente, qualifica come dipendenti dalla durata del contratto, il consumatore che decidesse di estinguere il prestito dopo pochi mesi perderebbe somme ingenti, rendendo l’estinzione anticipata un vantaggio solo per la banca. Il legislatore italiano ha reagito in modo ambivalente. Con la legge n. 106/2021 ha riformulato l’art. 125-sexies, recependo i principi Lexitor per i contratti stipulati dal 25 luglio 2021 in avanti, ma con una norma transitoria — l’art. 11-octies, comma 2 — ha tentato di congelare il vecchio regime per i contratti anteriori, stabilendo che continuassero ad applicarsi le disposizioni della Banca d’Italia vigenti all’epoca. Questo tentativo è stato dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 263 del 22 dicembre 2022, che ha eliminato il rinvio alle norme secondarie della Banca d’Italia, aprendo la strada all’interpretazione Lexitor anche per i contratti precedenti al 2021. La sentenza della Cassazione: cinque motivi, una sola risposta Con l’ordinanza identificata dalla raccolta generale n. 13328/2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha rigettato tutti e cinque i motivi di ricorso proposti da un istituto di credito avverso la sentenza di merito che lo aveva condannato a restituire a un consumatore la quota di commissioni non goduta a seguito dell’estinzione anticipata di un contratto di cessione del quinto della pensione. Il nodo del regime transitorio e dell’interpretazione conforme Il primo e il secondo motivo di ricorso ruotavano attorno a una tesi che le banche hanno riproposto in mille varianti: per i contratti anteriori al 25 luglio 2021, il vecchio art. 125-sexies TUB dovrebbe essere interpretato nel senso di limitare il rimborso ai soli costi recurring, e la sentenza Lexitor non potrebbe imporsi contro il chiaro dato testuale della norma nazionale. La Cassazione respinge questa impostazione con argomenti precisi. Anzitutto, ricorda che la Corte Costituzionale ha già risolto il nodo: dopo la pronuncia n. 263/2022, l’art. 125-sexies nella formulazione originaria “può accogliere il suo contenuto normativo conforme alla sentenza Lexitor“. Il testo della norma non è ostativo a questa interpretazione, perché la locuzione “costi dovuti per la vita residua del contratto” è semanticamente ambigua: la preposizione “per” può riferirsi tanto ai costi maturati nel tempo (i recurring) quanto ai costi da ridurre in funzione della durata residua (tutti i costi). È quest’ultimo significato a prevalere, perché coerente con il riferimento al “costo totale del credito” quale parametro della riduzione. Interpretare diversamente significherebbe operare contra legem rispetto al diritto eurounitario, il che non è consentito. A conferma di questo orientamento ormai consolidato, la Cassazione richiama le proprie recenti pronunce, tra cui la sez. I, 28 maggio 2024 n. 14836, la sez. I, 13 giugno 2024 n. 16550 e la sez. I, 16 ottobre 2024 n. 26917. Un ulteriore argomento viene tratto dalla nuova formulazione dell’art. 11-octies, comma 2, come riscritta dalla legge n. 103/2023: il testo novellato esordisce con un esplicito richiamo al “rispetto del diritto dell’Unione europea, come interpretato dalle pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea”. Questo richiamo, secondo la Corte, conferma che anche per i contratti pregressi la norma deve essere letta in conformità alla sentenza Lexitor. L’efficacia retroattiva della sentenza Lexitor Il terzo motivo di ricorso chiedeva di riconoscere all’istituto di credito una tutela dell’affidamento: la banca aveva per anni applicato l’interpretazione avallata dalla Banca d’Italia, e non era prevedibile che la sentenza Lexitor avrebbe imposto un diverso calcolo retroattivamente. La Cassazione ribatte che le sentenze interpretative della Corte di Giustizia hanno natura vincolante ed effetto retroattivo, come già affermato dalla stessa Cassazione (tra le altre, con la pronuncia dell’8 febbraio 2016 n. 2468). Il potere di limitare nel tempo la propria efficacia compete alla sola Corte di Giustizia, che nella sentenza Lexitor non ha esercitato tale facoltà. I principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento non possono essere invocati dal giudice nazionale per sterilizzare l’obbligo di interpretazione conforme, come precisa la stessa CGUE nella sentenza Dansk Industri (causa C-441/14 del 19 aprile 2016). Le
L’assegno di divorzio non si “paga” con una donazione fatta in separazione: la Cassazione conferma la natura indisponibile dell’obbligazione post-coniugale

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 13152/2026, ribadisce che le liberalità intercorse tra i coniugi in sede di separazione non hanno efficacia solutoria rispetto al diritto all’assegno divorzile e chiarisce i presupposti della funzione compensativa e perequativa. Capita di frequente, nella pratica del diritto di famiglia, che i coniugi in fase di separazione stipulino accordi patrimoniali ampi e articolati, trasferendo beni, rinunciando a crediti, definendo ogni aspetto della loro vita economica comune. La domanda che molti si pongono — e che ha raggiunto la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13152/2026 — è la seguente: se uno dei coniugi ha già trasferito all’altro un bene immobile di rilievo durante la separazione, può ritenersi che con quell’atto abbia definitivamente sistemato anche i futuri rapporti patrimoniali derivanti dall’eventuale divorzio, azzerando così il diritto all’assegno divorzile? La risposta della Corte è netta: no. La vicenda trae origine da un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Il Tribunale di primo grado aveva rigettato la domanda di assegno avanzata dalla moglie, ritenendo che il trasferimento gratuito della quota indivisa di un immobile — compiuto dal marito in esecuzione degli accordi di separazione — avesse eliminato ogni squilibrio patrimoniale tra le parti, compensando anche lo stato di disoccupazione della donna. La Corte d’appello aveva invece riformato la sentenza, riconoscendo il diritto all’assegno nella misura di euro 500 mensili rivalutabili. Il marito ha proposto ricorso per cassazione, articolando tre motivi di censura. Il quadro normativo: l’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio L’assegno di divorzio è disciplinato dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 (c.d. legge sul divorzio), che attribuisce al giudice il potere di disporre a carico di una parte un assegno periodico a favore dell’altra, tenendo conto di una pluralità di criteri: le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio, il reddito di entrambi, la durata del matrimonio. Il legislatore ha costruito, attraverso questa norma, un meccanismo di solidarietà post-coniugale che mira non a ripristinare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio — criterio abbandonato dalla famosa sentenza delle Sezioni Unite n. 11492 del 1990 e progressivamente superato dalla giurisprudenza successiva — bensì a garantire all’ex coniuge economicamente più debole la possibilità di vivere in autonomia e con dignità, tenendo conto anche del sacrificio da lui o lei compiuto in favore della vita familiare. I tre motivi del ricorso e la risposta della Cassazione Il ricorrente aveva sostenuto, con il primo motivo, che la Corte d’appello avesse erroneamente ignorato l’effetto riequilibrante del trasferimento immobiliare, già idoneo di per sé a colmare ogni disparità patrimoniale. Con il secondo, contestava la prevalenza attribuita alla componente assistenziale dell’assegno. Con il terzo, lamentava che il giudice di merito avesse omesso di richiedere alla richiedente la prova di aver rinunciato, d’accordo con il coniuge, a concrete opportunità professionali. La Corte di Cassazione ha respinto tutti e tre i motivi, ritenendoli infondati, ed ha confermato la sentenza d’appello attraverso un’analisi che merita di essere esaminata per punti. Primo punto: la donazione in separazione non ha effetto solutorio sul diritto all’assegno divorzile Il cuore della pronuncia n. 13152/2026 sta nell’affermazione, decisa e priva di ambiguità, che le liberalità compiute in sede di separazione non possono precludere il sorgere del diritto all’assegno di divorzio. Il ragionamento della Corte fa leva su un dato di fondo: l’accordo regolatorio stipulato in sede di separazione guarda al presente e non si proietta nel futuro. Esso non disciplina l’assetto dei rapporti patrimoniali nell’eventualità del divorzio né è concepito per comporre, in via preventiva e transattiva, gli interessi reciproci delle parti in relazione allo scioglimento del vincolo. Questo principio non è nuovo, ma la sentenza lo applica con particolare rigore al caso concreto, valorizzando un elemento decisivo: l’immobile donato era stato successivamente alienato a terzi, e il ricavato era stato devoluto al figlio della coppia per consentirgli l’acquisto di una casa. Il bene, quindi, non produceva più alcun reddito in favore della donataria né le assicurava l’autosufficienza economica. La donazione aveva esaurito la propria funzione in ambito endofamiliare, senza tradursi in un vantaggio patrimoniale stabile per la richiedente. La Corte aggiunge, con un argomento ulteriore di notevole interesse, che la stessa lettura complessiva dell’accordo di separazione depone contro la tesi del marito: già in quella sede, le parti avevano concordato un assegno di mantenimento mensile, circostanza che dimostra come neppure i coniugi stessi avessero inteso attribuire al trasferimento immobiliare una portata satisfattiva di ogni futura obbligazione. Secondo punto: la funzione compensativa e perequativa non richiede la prova della rinuncia a specifiche opportunità lavorative Il terzo motivo del ricorso toccava una questione dibattuta nella giurisprudenza di legittimità: ai fini del riconoscimento della componente compensativa e perequativa dell’assegno divorzile, è necessario che il coniuge richiedente dimostri di aver rinunciato, in accordo con l’altro coniuge, a concrete e realistiche opportunità professionali? La sentenza n. 13152/2026 risponde negativamente, in linea con la giurisprudenza della Prima Sezione (si veda Cass., Sez. I, 4 ottobre 2023, n. 27945, citata in motivazione). Ciò che rileva è che il coniuge economicamente più debole abbia sacrificato occasioni lavorative o di crescita professionale per dedicarsi alla famiglia, restando irrilevanti le motivazioni soggettive che abbiano orientato quella scelta, purché essa sia stata comunque accettata e condivisa dall’altro coniuge. L’assegno di divorzio mira a compensare lo squilibrio economico conseguente all’impiego delle proprie energie e attitudini all’interno della famiglia, piuttosto che in attività lavorative produttive di reddito. Nel caso di specie, la situazione fattuale accertata dalla Corte d’appello era di per sé paradigmatica: matrimonio contratto quando la donna aveva appena diciassette anni e la sola licenza media; maternità del primo figlio già in quell’età; totale assenza di attività lavorativa per l’intera durata del matrimonio; età di sessantatré anni al momento del divorzio; residenza in una zona ad alto tasso di disoccupazione. In un simile contesto, il giudice di merito era legittimato a ricorrere a presunzioni per ritenere dimostrata l’impossibilità
Influencer marketing e responsabilità delle imprese: cosa deve sapere chi ingaggia un creator

Prima di firmare un contratto con un influencer, le aziende devono conoscere le regole del gioco. Il quadro normativo italiano ed europeo impone obblighi precisi, e le sanzioni — come ha dimostrato il caso Ferragni-Balocco — possono essere salatissime. Negli ultimi anni l’influencer marketing si è trasformato da strumento di comunicazione “alternativo” a leva commerciale strutturale per imprese di ogni dimensione. Brand del lusso, aziende alimentari, startup del benessere e studi professionali si affidano quotidianamente a creator digitali per raggiungere i propri pubblici. Ma questa evoluzione ha portato con sé un sistema di regole che molte imprese ancora sottovalutano, con rischi reputazionali, sanzionatori e risarcitori tutt’altro che teorici. Che cosa rende “giuridicamente pericolosa” una campagna con un influencer? Il punto di partenza è capire la natura del rapporto che si instaura. Quando un’azienda ingaggia un influencer, non sta semplicemente acquistando uno spazio pubblicitario: sta sfruttando un legame fiduciario già costruito tra il creator e il suo pubblico. I follower percepiscono le raccomandazioni dell’influencer come autentiche e disinteressate — una percezione che il diritto della concorrenza sleale e la normativa a tutela dei consumatori considerano meritevole di protezione. Questo significa che quando quel legame fiduciario viene usato per fini commerciali senza adeguata trasparenza, la responsabilità non ricade solo sull’influencer. L’azienda committente può essere chiamata a rispondere in solido. Il quadro normativo: tre livelli da tenere presenti La disciplina che le imprese devono conoscere si articola su tre livelli distinti ma interconnessi. Il primo è quello europeo. La Direttiva sulle pratiche commerciali sleali (2005/29/CE) — recepita in Italia nel Codice del Consumo — stabilisce che ogni comunicazione commerciale deve essere immediatamente riconoscibile come tale. Il Digital Services Act impone obblighi di trasparenza pubblicitaria alle piattaforme e vieta i cosiddetti “dark pattern”, cioè quei meccanismi di interfaccia progettati per indurre scelte non consapevoli nel consumatore. La Direttiva Omnibus ha poi rafforzato le sanzioni e introdotto rimedi individuali a favore dei consumatori lesi. Il secondo livello è quello nazionale. In Italia, oltre al Codice del Consumo, opera il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi (TUSMA) e, soprattutto, la Delibera AGCOM n. 7/24/CONS del 2024, che equipara gli influencer con oltre un milione di follower e alto tasso di engagement agli editori di servizi media. Questo significa che per le campagne condotte con creator di quella fascia, le regole applicabili si avvicinano a quelle dell’editoria audiovisiva, con obblighi di identificazione del contenuto commerciale particolarmente stringenti. Il terzo livello, spesso trascurato, è quello contrattuale. L’assenza di norme specifiche sull’influencer marketing italiano — a differenza della Francia, che nel 2023 ha adottato una legge organica che introduce la responsabilità solidale tra influencer, agente e committente — rende il contratto lo strumento di protezione principale per le imprese. Un contratto mal redatto è il primo fattore di rischio in caso di controversia. Il caso Ferragni-Balocco: una lezione per le imprese Il “Pandorogate” non è semplicemente una vicenda di cronaca mediatica: è un caso-studio che ogni ufficio marketing e ogni consulente legale d’impresa dovrebbe avere presente. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e il Tribunale di Torino hanno accertato una pratica commerciale ingannevole nella campagna promozionale di un prodotto da forno legata a una raccolta fondi benefica. Il meccanismo era apparentemente semplice: i consumatori venivano indotti a credere che l’acquisto contribuisse direttamente a una donazione in favore di un ospedale pediatrico, mentre la donazione era già stata effettuata in misura fissa, indipendentemente dal volume delle vendite. L’elemento giuridicamente rilevante per le imprese è l’asimmetria informativa deliberatamente sfruttata: il consumatore è stato indotto a credere di partecipare attivamente a un’azione solidale, quando invece stava semplicemente acquistando un prodotto commerciale. Il caso ha anche accelerato l’iter del D.D.L. 1704/2024, che introdurrà obblighi informativi precontrattuali rigorosi per tutte le campagne che associano la vendita di prodotti a finalità benefiche. Per le aziende la lezione è chiara: la responsabilità per la comunicazione ingannevole non si ferma all’influencer. Chi progetta la campagna, ne determina il messaggio e ne trae vantaggio economico è esposto alle stesse sanzioni. Cosa deve contenere un contratto di influencer marketing Data l’atipicità di questi accordi — che mescolano elementi del contratto d’opera intellettuale, della sponsorizzazione e della licenza di diritti — la solidità contrattuale è la principale forma di protezione per l’impresa. Alcune clausole sono imprescindibili. La definizione delle prestazioni deve essere chirurgica: numero e tipologia di contenuti (post, storie, video, reel), piattaforme coinvolte, tempistiche di pubblicazione, hashtag obbligatori e diciture di trasparenza richieste dalla legge (come #adv o #sponsorizzato conformemente alle Linee Guida AGCOM e al Codice IAP). La clausola di trasparenza pubblicitaria deve imporre contrattualmente all’influencer l’obbligo di identificare ogni contenuto commerciale, trasferendo sull’influencer stesso l’onere e la responsabilità in caso di omissione, con previsione di penali adeguate. La cosiddetta moral clause — clausola di moralità — consente all’azienda di risolvere immediatamente il contratto se l’influencer adotta comportamenti lesivi dei valori del brand, anche nella sfera privata. Questa clausola è oggi considerata una tutela minima irrinunciabile, specie per brand con un posizionamento valoriale definito. La regolazione della proprietà intellettuale deve stabilire con chiarezza chi è titolare dei contenuti prodotti e in che misura l’azienda può riutilizzarli dopo la campagna — su newsletter, sito web, materiali promozionali offline — evitando contestazioni successive. Infine, le clausole di esclusiva e non concorrenza devono impedire all’influencer di promuovere brand concorrenti durante la campagna e per un congruo periodo successivo, con durata proporzionata all’investimento effettuato. La questione fiscale: un rischio sottovalutato dalle imprese Un aspetto che spesso le imprese trascurano riguarda la qualificazione fiscale del compenso corrisposto all’influencer. L’Agenzia delle Entrate ha progressivamente abbandonato la tesi per cui il guadagno dell’influencer costituirebbe mero sfruttamento del diritto d’immagine (una categoria di reddito “diverso” ai sensi del TUIR): oggi l’orientamento prevalente inquadra l’attività come prestazione professionale abituale, con conseguente obbligo di apertura di partita IVA e ritenuta d’acconto sui compensi. Per l’azienda committente questo significa dover verificare la posizione fiscale del creator prima di formalizzare il pagamento, per non incorrere in responsabilità solidale in materia di ritenute o in irregolarità nella gestione
Compensi dell’avvocato e prescrizione presuntiva: quando decorre davvero il termine triennale?

La Corte di Cassazione chiarisce che il dies a quo non è la pubblicazione della sentenza, ma la sua inoppugnabilità. Un principio che cambia radicalmente i calcoli per chi vuole recuperare i propri onorari. La prescrizione dei compensi professionali degli avvocati è uno di quei temi che, nella pratica quotidiana degli studi legali, genera equivoci ricorrenti e contenziosi evitabili. Quando si può dire che il diritto al pagamento del proprio onorario si è “estinto per prescrizione”? Da quale momento preciso occorre calcolare il termine? La risposta — apparentemente semplice — nasconde insidie interpretative che la Seconda Sezione civile della Corte di Cassazione ha ora definitivamente chiarito con l’ordinanza n. 12998/2026. Il caso: un incarico professionale pluridecennale e la corsa contro il tempo La vicenda che ha originato la pronuncia riguarda il recupero delle competenze professionali maturate da un avvocato nell’ambito di un lungo procedimento in materia di indennità di esproprio, introdotto davanti alla Corte d’appello di Lecce nel 1994 e conclusosi con sentenza nel febbraio del 2016. Dopo la morte del professionista, la comunione ereditaria — nella persona della sua amministratrice — ha presentato ricorso alla Corte d’appello per ottenere il pagamento degli onorari, quantificati in oltre 89.000 euro. I resistenti (eredi del cliente originario, anch’essi nel frattempo succeduti ai danti causa) hanno eccepito la prescrizione presuntiva triennale, sostenendo che il termine fosse decorso dalla data di pubblicazione della sentenza del 4 febbraio 2016. Le missive di messa in mora, spedite nel febbraio 2019, sarebbero dunque tardive. La Corte d’appello ha accolto questa tesi e rigettato la domanda. La prescrizione presuntiva: un istituto particolare del codice civile Prima di addentrarci nella soluzione della Cassazione, è utile fare un passo indietro. Il codice civile prevede, agli artt. 2954-2961, una categoria speciale di prescrizioni definite “presuntive”: non estinguono il diritto in senso proprio, ma pongono una presunzione legale di avvenuto pagamento. In altri termini, trascorso il termine (tre anni per i compensi degli avvocati, ai sensi dell’art. 2956 c.c.), si presume che la prestazione professionale sia già stata remunerata. Chi vuole superare questa presunzione e dimostrare che il pagamento non è mai avvenuto deve ricorrere al giuramento decisorio del debitore, l’unico strumento probatorio ammesso in questo contesto dall’art. 2959 c.c.. La particolarità di questo sistema è che il debitore non deve provare di aver pagato: è sufficiente che il creditore non riesca a dimostrare, tramite giuramento, che il pagamento non è avvenuto. Un meccanismo che, applicato ai compensi forensi, richiede la massima attenzione sul momento in cui il termine comincia a decorrere. Il punto dirimente: quando decorre il termine? L’art. 2957, secondo comma, c.c. stabilisce che, per gli avvocati e i procuratori, la prescrizione presuntiva decorre “dalla decisione della lite” o, per gli affari non terminati, “dall’ultima prestazione”. La norma, nella sua apparente semplicità, cela un interrogativo fondamentale: cosa si intende per “decisione della lite”? La Corte d’appello di Lecce aveva risposto: la pubblicazione della sentenza, avvenuta il 4 febbraio 2016. La Cassazione, confermando un orientamento già espresso con la pronuncia n. 35275/2021, dà una risposta diversa e più articolata. La “decisione della lite”, spiega la Corte, coincide con la data di pubblicazione della sentenza non impugnabile che chiude definitivamente la causa. Non dunque qualsiasi sentenza, ma solo quella che non è più suscettibile di impugnazione ordinaria. Finché la sentenza è ancora appellabile o ricorribile per cassazione, la lite non può dirsi “decisa” nel senso voluto dall’art. 2957 c.c., perché il rapporto professionale potrebbe ancora essere attivo e richiedere ulteriori attività da parte del legale. La notifica della sentenza come ultima prestazione Nel caso esaminato dalla Corte, la sentenza era stata pubblicata il 4 febbraio 2016 ma era ancora impugnabile a quella data: il passaggio in giudicato è avvenuto soltanto il 6 giugno 2016. Non solo: era documentato e incontestato che il professionista aveva continuato a svolgere attività nell’interesse del cliente almeno fino al 7 aprile 2016, data in cui aveva curato la notifica della sentenza alla controparte al fine di far decorrere il termine breve per l’impugnazione. Quest’ultimo adempimento — la notifica della sentenza — costituisce a tutti gli effetti una prestazione professionale resa in esecuzione del contratto di patrocinio. Se si assume come dies a quo il 7 aprile 2016 (data dell’ultima prestazione documentata) anziché il 4 febbraio 2016 (data di pubblicazione della sentenza), il termine triennale sarebbe scaduto non prima del 7 aprile 2019. Le missive di messa in mora inviate nel febbraio 2019 sarebbero state quindi tempestive, o quantomeno non in modo così netto tardive come aveva ritenuto il giudice d’appello. La Cassazione ha pertanto accolto il terzo motivo di ricorso, cassato l’ordinanza impugnata e rinviato la causa alla Corte d’appello di Lecce in diversa composizione, con il compito di rivalutare la questione della prescrizione alla luce di questi principi. Le implicazioni pratiche per avvocati e studi legali La pronuncia ha un impatto pratico rilevante per chiunque eserciti la professione forense o gestisca il recupero crediti di uno studio legale. Il primo insegnamento riguarda la corretta individuazione del dies a quo: non è sufficiente guardare alla data di pubblicazione della sentenza che chiude il giudizio, ma occorre verificare se quella sentenza sia o meno divenuta definitiva e se, nelle more, il professionista abbia compiuto ulteriori attività riconducibili al mandato difensivo. Il secondo insegnamento riguarda la documentazione dell’attività professionale. La notifica della sentenza ai fini del termine breve — attività apparentemente “tecnica” e di routine — può assumere rilevanza decisiva nel calcolo della prescrizione. Ogni adempimento eseguito nell’interesse del cliente in esecuzione del mandato professionale può spostare in avanti il dies a quo, con conseguenze significative sulla tempestività dell’azione di recupero del compenso. Il terzo insegnamento è di carattere difensivo: chi oppone la prescrizione presuntiva deve prestare attenzione al fatto che la semplice allegazione del pagamento, anche in forma implicita, può integrare un’ammissione giudiziale rilevante ai sensi dell’art. 2959 c.c., con la conseguenza di far rigettare l’eccezione stessa. Nel caso di specie questo profilo non è risultato determinante, ma la Cassazione ha ribadito la centralità del corretto utilizzo
Mediazione obbligatoria: due principi e un contrasto aperto nella giurisprudenza della Cassazione.

Con l’ordinanza n. 9608 del 2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione interviene su due questioni centrali nella gestione pratica dei procedimenti di mediazione obbligatoria. La prima: l’assenza ingiustificata della parte chiamata non determina l’improcedibilità della domanda. La seconda, più dirompente: l’avvocato che assiste la parte non può, al tempo stesso, rappresentarla sostanzialmente — una conclusione che si pone in consapevole contrasto con l’orientamento affermatosi nella stessa Sezione con la sentenza n. 14676/2025, e che apre una frattura interpretativa destinata a riflettersi sulla prassi di migliaia di procedimenti. La vicenda da cui origina la pronuncia riguarda una controversia in materia di locazione di edilizia residenziale pubblica. Il giudice di primo grado aveva demandato le parti al procedimento di mediazione; una di esse vi aveva partecipato regolarmente, mentre l’altra aveva scelto di non presentarsi, limitandosi a comunicare la propria mancata adesione. Il Tribunale di Roma, pur accertando la fondatezza della pretesa dell’ente locatore, aveva irrogato a quest’ultimo la sanzione prevista dalla legge per l’ingiustificata assenza dalla mediazione. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato integralmente la sentenza di primo grado. La parte soccombente aveva quindi proposto ricorso per cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la mancata partecipazione dell’altra parte avrebbe dovuto comportare la dichiarazione di improcedibilità della domanda giudiziale. Il D.Lgs. n. 28/2010 regola il procedimento di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali. In alcune materie — locazione, condominio, diritti reali, responsabilità medica, controversie bancarie e assicurative, tra le principali — la mediazione costituisce una condizione di procedibilità della domanda giudiziale: prima di instaurare o proseguire un giudizio, le parti devono tentare di risolvere la controversia davanti a un mediatore qualificato. L’art. 8 del decreto stabilisce che le parti partecipano assistite dai propri avvocati, e che la mancata partecipazione senza giustificato motivo può comportare conseguenze sanzionatorie — un’ammenda pari al contributo unificato — e probatorie, consentendo al giudice di desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto in mediazione. Primo principio: l’assenza della parte chiamata non blocca il processo Sul primo punto la Terza Sezione è netta. La condizione di procedibilità è collegata all’effettivo esperimento del procedimento, non al suo mero avvio formale. L’esperimento si considera realizzato quando, al primo incontro davanti al mediatore, compare almeno la parte onerata dell’attivazione, personalmente o tramite un rappresentante munito di adeguati poteri sostanziali. Ne consegue che la mancata partecipazione della parte chiamata in mediazione non genera improcedibilità: quella condotta rileva esclusivamente sul piano sanzionatorio e probatorio, ai sensi dell’art. 8, comma 4-bis, del D.Lgs. n. 28/2010. La Corte è esplicita nel motivare questa conclusione: consentire alla parte chiamata di paralizzare il processo semplicemente non presentandosi significherebbe renderla arbitro della procedibilità della domanda avversaria, esito incompatibile con il diritto costituzionale alla tutela giurisdizionale. Viceversa, se nessuna delle parti si presenta al primo incontro, l’esperimento manca e la condizione di procedibilità non può dirsi avverata. Secondo principio: l’avvocato non può cumulare i ruoli di assistente e rappresentante sostanziale È sul secondo punto che l’ordinanza n. 9608 del 2026 introduce la novità più rilevante e più controversa. Nella prassi dei procedimenti di mediazione si è ampiamente diffuso l’uso di conferire al proprio avvocato, oltre alla procura alle liti, anche una procura sostanziale che lo autorizza a rappresentare la parte in mediazione e a disporre eventualmente dei diritti controversi. In questo modo il difensore si presentava al primo incontro svolgendo entrambe le funzioni: assistente legale e rappresentante della parte. La Cassazione, con l’ordinanza n. 9608 del 2026, dichiara questo schema incompatibile con la struttura che il D.Lgs. n. 28/2010 imprime al procedimento. Il ragionamento prende le mosse dalla lettura coordinata dell’art. 5, comma 1-bis, e dell’art. 8 del decreto, che prevedono che le parti esperiscano il procedimento di mediazione “con l’assistenza degli avvocati”. La formula — osserva la Corte — implica una distinzione strutturale tra la parte che partecipa e il difensore che la assiste. Assistere significa affiancare un soggetto già presente nella propria autonoma veste; non sostituirsi a lui. Il difensore non può quindi cumulare in sé il ruolo di assistente e quello di parte assistita, trattandosi di funzioni logicamente incompatibili che presuppongono la presenza di due soggetti distinti. La conseguenza è netta: la presenza del solo avvocato al primo incontro di mediazione — anche se munito di procura sostanziale — non è idonea a soddisfare la condizione di procedibilità. A rafforzare la conclusione sistematica, la Corte aggiunge un argomento funzionale: la mediazione mira a riattivare la comunicazione diretta tra i litiganti; questa finalità richiede la presenza dei titolari degli interessi in gioco, non dei soli difensori, che per obbligo professionale già conoscono pienamente l’istituto e le sue regole. Il contrasto con la sentenza n. 14676/2025: un orientamento opposto della stessa Sezione Il principio appena enunciato si pone in aperto contrasto con la sentenza n. 14676/2025, pronunciata dalla medesima Terza Sezione Civile appena undici mesi prima, su un caso che poneva esattamente la stessa questione. In quella vicenda, una società assicuratrice aveva partecipato al primo incontro di mediazione tramite il proprio difensore, munito di procura notarile che attribuiva sia i poteri processuali sia quelli sostanziali di disposizione dei diritti controversi, con espressa menzione della facoltà di partecipare al procedimento di mediazione. La Corte d’Appello di Milano aveva dichiarato improcedibile la domanda, ritenendo che quella procura fosse inidonea a conferire al difensore la rappresentanza sostanziale nel procedimento. La Cassazione, con la sentenza n. 14676/2025, aveva invece accolto il ricorso, enunciando il principio di diritto opposto: per il valido conferimento del potere di rappresentanza in mediazione è necessario e sufficiente che il rappresentante disponga di tutti i poteri sostanziali di disposizione dei diritti controversi e di tutte le conoscenze necessarie per l’utile esperimento del procedimento; non è invece necessario che la procura contenga un riferimento specifico alla singola controversia, né che sia conferita caso per caso. Il rappresentante poteva quindi essere lo stesso difensore, purché la procura avesse contenuto sostanziale e non meramente processuale. Si tratta, con ogni evidenza, di una soluzione diametralmente opposta a quella adottata dall’ordinanza n. 9608 del 2026: là il cumulo
Figlio maggiorenne e mantenimento: quando finisce davvero l’obbligo del genitore?

La Cassazione, con l’ordinanza n. 10335/2026, chiarisce che il diritto al mantenimento del figlio adulto non è automatico né illimitato: serve la prova concreta di un impegno attivo nella ricerca dell’autonomia economica, e il giudice non può esimersi dal verificarlo. C’è un momento nella vita di ogni famiglia separata in cui la questione si pone inevitabilmente: il figlio ha compiuto diciotto anni, ma non lavora ancora, dipende economicamente dai genitori, magari studia ancora o ha concluso gli studi da poco. Il genitore che corrisponde l’assegno di mantenimento può smettere di pagare? E se sì, a quali condizioni? La risposta non è né semplice né uniforme, e la giurisprudenza ha nel tempo elaborato criteri precisi che il giudice è chiamato ad applicare con rigore. Con l’ordinanza n. 10335/2026, pubblicata il 20 aprile 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ribadisce e precisa questi criteri, cassando una sentenza d’appello che li aveva del tutto ignorati. Il quadro normativo: cosa dice la legge Il punto di partenza è l’art. 337-septies del codice civile, che disciplina il mantenimento dei figli maggiorenni. La norma stabilisce che il giudice può disporre, in favore dei figli maggiorenni non ancora economicamente indipendenti, il pagamento di un assegno periodico. La disposizione, però, non trasforma il mantenimento in un diritto perpetuo e incondizionato: esso presuppone che il figlio si trovi in una condizione di non autosufficienza non imputabile a propria negligenza o disimpegno. Non è sufficiente essere ancora senza reddito: occorre che questa condizione sia il frutto di circostanze oggettive e non di una scelta di comodo. Accanto a questa norma, il legislatore ha previsto all’art. 337-ter c.c. i criteri generali per la determinazione dell’assegno di mantenimento, fondati sul principio di proporzionalità rispetto alle risorse di ciascun genitore e alle esigenze effettive del figlio. Non si tratta quindi di un importo fisso né di un diritto acquisito per il solo fatto di non avere ancora trovato lavoro. Il principio affermato dalla Cassazione: l’onere della prova è sul figlio La Corte di Cassazione, richiamando un orientamento consolidato (Cass. n. 17183/2020; n. 27904/2021), enuncia con chiarezza il principio cardine: il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il percorso formativo prescelto, dimostra — con onere probatorio a suo carico — di essersi adoperato effettivamente per conseguire l’autonomia economica. Questo impegno deve essere concreto e verificabile: significa essersi attivamente mossi nel mercato del lavoro, aver cercato occupazione compatibile con le reali opportunità disponibili, aver eventualmente ridimensionato le proprie aspirazioni quando il contesto lavorativo lo richiedeva, senza indugiare nell’attesa di un’occasione ideale o di un impiego perfettamente corrispondente alle proprie ambizioni. In altri termini, la Cassazione tratteggia un figlio “diligente” come colui che non aspetta passivamente, ma si attiva, si adatta, documenta i propri sforzi. Chi invece rimane inerte, attendendo un’opportunità che corrisponda esattamente ai propri desideri senza confrontarsi con la realtà del mercato, non può pretendere che i genitori continuino a sostenerlo economicamente a tempo indeterminato. Cosa ha sbagliato la Corte d’appello Nel caso esaminato dalla Cassazione, il giudice d’appello aveva confermato l’assegno di mantenimento per le figlie — una delle quali nel frattempo divenuta maggiorenne — limitandosi a richiamare il provvedimento presidenziale emesso sei anni prima, senza svolgere alcuna verifica autonoma sulla situazione attuale. Non aveva accertato se la figlia maggiorenne convivesse ancora con la madre, se fosse economicamente dipendente, se avesse o meno intrapreso un percorso di ricerca attiva di lavoro, né aveva applicato il principio di proporzionalità in relazione ai redditi aggiornati dei genitori e alle esigenze reali delle ragazze nel momento della decisione. Questo approccio, secondo la Cassazione, è radicalmente errato. I provvedimenti sul mantenimento dei figli hanno natura rebus sic stantibus — una formula latina che significa, in pratica, “validi finché le cose stanno così”. Cambiano le circostanze, cambia la valutazione. Un assegno fissato quando la figlia era minorenne non può essere automaticamente esteso alla maggiore età senza verificare se ne ricorrano ancora i presupposti. Il giudice ha il dovere di motivare autonomamente, verificando caso per caso se le condizioni che giustificano il mantenimento persistano o siano venute meno. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per genitori e figli Per il genitore che corrisponde l’assegno, questa pronuncia offre uno strumento concreto: quando il figlio raggiunge la maggiore età, è legittimo chiedere al giudice una revisione delle condizioni economiche, documentando l’assenza di un impegno attivo da parte del giovane nella ricerca del lavoro. Non si tratta di un atto ostile nei confronti del figlio, ma dell’esercizio di un diritto che la legge riconosce espressamente. L’assegno di mantenimento non è una rendita vitalizia: è una misura di sostegno temporanea, condizionata al permanere di una situazione di effettiva e non colpevole dipendenza economica. Per il genitore collocatario — quello che di solito riceve il contributo a favore del figlio — la sentenza ricorda che il diritto al mantenimento del figlio adulto va coltivato e documentato. Non basta affermare che il figlio non ha ancora trovato lavoro: bisogna dimostrare che si è impegnato seriamente per trovarlo, che ha sostenuto colloqui, inviato candidature, partecipato a selezioni. La documentazione di questi sforzi diventa rilevante in sede giudiziaria. Per i figli maggiorenni, infine, il messaggio è altrettanto chiaro: il mantenimento genitoriale è un diritto subordinato a un comportamento attivo e responsabile. La legge tutela chi si trova in difficoltà oggettiva, non chi sceglie la comodità dell’attesa. La Cassazione non chiede l’impossibile — non pretende che il giovane accetti qualunque lavoro a qualunque condizione — ma esige che l’impegno sia reale, documentato e proporzionato alle opportunità concretamente disponibili. Quando il giudice deve rideterminare l’assegno Un passaggio ulteriore della pronuncia riguarda il momento in cui il giudice è tenuto ad aggiornare la propria valutazione. La Corte chiarisce che, ogni volta che viene pronunciata una decisione sul mantenimento dei figli — sia in primo grado che in appello — il giudice non può limitarsi a confermare quanto stabilito in precedenza senza verificarne l’attualità. Questo vale a maggior ragione quando tra il provvedimento originario e la nuova decisione sia trascorso
50.000 euro per discriminazione: quando il giudice mette un prezzo alla dignità sul lavoro

Una dirigente licenziata in gravidanza ottiene il reintegro e un risarcimento complessivo che supera i 160.000 euro. La sentenza del Tribunale di Treviso segna un punto fermo sulla tutela antidiscriminatoria e sulla funzione deterrente del risarcimento. Cinquantamila euro per il danno da discriminazione. Centododici mila euro per le retribuzioni arretrate. Più una somma per il danno biologico da stress. Il conto totale supera i 160.000 euro e grava su chi ha scelto di licenziare una dirigente mentre era in stato di gravidanza, costruendo attorno a quel licenziamento una serie di contestazioni disciplinari che il Tribunale di Treviso ha smontato una per una. La sentenza emessa nella causa R.G. n. 244/2025 non è soltanto la storia di un licenziamento illegittimo: è la misura concreta di quanto può costare, oggi, la discriminazione di genere in azienda. Il caso: un licenziamento che non regge Una dirigente con ruolo apicale in una società a conduzione familiare viene licenziata durante la gravidanza. Le contestazioni disciplinari poste a fondamento del recesso sono due: l’utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali e il presunto sovraccarico del magazzino di una società del gruppo. Il giudice le esamina entrambe applicando il parametro normativo corretto e giunge alla medesima conclusione: nessuna delle due integra quella “colpa grave” che, ai sensi del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico sulla maternità e paternità), costituisce l’unica condizione che consente di licenziare una lavoratrice durante la gestazione e fino al compimento di un anno di vita del bambino. Non si tratta di un cavillo formale. Il divieto di licenziamento delle lavoratrici madri è una delle tutele più robuste del nostro ordinamento, presidio diretto della Costituzione (artt. 31 e 37) e del diritto dell’Unione Europea. Superarlo richiede la prova di una condotta di eccezionale gravità, non la semplice allegazione di inadempimenti aziendali. Contestazioni smontate: la carta di credito e il magazzino Sul primo addebito — l’uso personale della carta di credito aziendale — il Tribunale accerta che quella prassi era ampiamente tollerata all’interno del gruppo familiare che controllava la società, avallata nel tempo dagli stessi vertici aziendali. La dirigente, peraltro, si era attenuta al plafond concordato: la somma contestata, detratte le voci espressamente escluse dall’accordo, risulta inferiore al limite stabilito. Non c’è colpa, figuriamoci colpa grave, in chi si comporta esattamente come facevano tutti gli altri, con il tacito consenso di chi adesso contesta. Sul secondo addebito — il sovraccarico del magazzino — il difetto è ancora più radicale: la contestazione è generica. Non specifica quali azioni o omissioni avrebbe posto in essere la dirigente, non chiarisce in cosa consistesse la sua negligenza, non indica quale condotta diligente avrebbe dovuto tenere. Il Tribunale, richiamando Cass. n. 19632/2018, ribadisce che la genericità della contestazione disciplinare non è un vizio sanabile: essa preclude al lavoratore una difesa adeguata e rende illegittimo il licenziamento che su quella contestazione si fonda. La discriminazione: dal caffè alle frasi sui “compiti delle donne” Fin qui si è parlato di illegittimità del licenziamento. Ma il Tribunale va oltre e accerta qualcosa di più grave: il carattere discriminatorio dell’intera vicenda. La dirigente aveva documentato una serie di comportamenti subiti in ambito lavorativo da parte dell’amministratore delegato della società: l’obbligo di servire il caffè durante le riunioni aziendali “in quanto donna”, dichiarazioni pubbliche tese a sminuirne il ruolo professionale con espliciti riferimenti alla preferibilità di avere al suo posto un uomo di esperienza, e un clima sistematicamente degradante legato alla sua condizione di donna e di madre. Il giudice qualifica tali condotte come “discriminazioni” ai sensi dell’art. 26, comma 1, del d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle Pari Opportunità), che ricomprende nella nozione di discriminazione le molestie basate sul sesso, intese come comportamenti indesiderati aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità della persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo. La norma non richiede contatto fisico: bastano le parole, i gesti, l’atmosfera costruita attorno a una lavoratrice per umiliarla in ragione del suo sesso. Il licenziamento stesso viene valutato come ritorsivo: la dirigente aveva inviato una diffida formale in cui denunciava le condotte subite, e il recesso era sopraggiunto come diretta risposta a quell’atto di tutela. I 50.000 euro: non solo riparazione, ma deterrenza È qui che la sentenza assume il suo valore più significativo sul piano sistematico. Il Tribunale liquida il danno da discriminazione in cinquantamila euro, con esplicito riferimento a criteri di dissuasività e gravità della condotta. Questa scelta non è casuale: riflette un orientamento sempre più diffuso nelle corti di merito, che sta progressivamente superando il paradigma tradizionale del “danno-conseguenza” — quello che richiede la prova puntuale del pregiudizio patito — per approdare a una liquidazione che tiene conto anche della funzione deterrente della tutela antidiscriminatoria. Il fondamento di questa evoluzione è nel diritto dell’Unione Europea. La Direttiva 2006/54/UE, che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione, impone agli Stati membri di prevedere sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. “Dissuasive” significa che il risarcimento deve essere abbastanza elevato da scoraggiare condotte analoghe in futuro: non basta coprire il danno del singolo caso, bisogna mandare un segnale all’intero mercato del lavoro. Cinquantamila euro per il danno non patrimoniale da discriminazione — somma che si aggiunge ai 112.000 euro di arretrati e al risarcimento del danno biologico — è un segnale tutt’altro che trascurabile. La responsabilità del datore di lavoro: l’art. 2087 c.c. La vicenda pone anche un tema di responsabilità datoriale che vale la pena sottolineare. L’art. 2087 c.c. impone all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare la personalità morale dei prestatori di lavoro. Quando le condotte discriminatorie provengono direttamente dai vertici societari — come nel caso in esame — la responsabilità è immediata e non mediata: è la struttura aziendale stessa a essere fonte del pregiudizio, e non c’è alcuna possibilità di invocare un difetto di vigilanza su un dipendente terzo. Chi comanda e discrimina espone l’azienda in modo diretto e integrale. Cosa cambia per le lavoratrici e per
Costi in outsourcing e deducibilità fiscale: quando la fattura generica costa cara

La Cassazione conferma che documentare non basta: serve provare l’inerenza concreta dei costi. Un caso emblematico su antieconomicità, genericità delle fatture e onere della prova. Immaginate uno studio professionale che affida una parte delle proprie attività — elaborazione dati, gestione documentale, supporto operativo — a una società esterna, con la quale stipula un contratto quadro. Fin qui nulla di anomalo: l’outsourcing è una scelta organizzativa legittima, praticata ogni giorno da imprese e professionisti. Il problema sorge quando l’Agenzia delle Entrate si accorge che lo studio e la società fornitrice condividono gli stessi soci, la stessa sede legale e lo stesso luogo di esercizio dell’attività, e che i servizi acquistati sembrano sovrapporsi a quelli già svolti internamente. È questo il contesto della vicenda decisa dalla Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con ordinanza n. 9887/2026, depositata il 16 aprile 2026. La questione giuridica: chi deve provare cosa? Il nodo centrale del caso riguarda la distribuzione dell’onere della prova in materia di deducibilità dei costi. L’Ufficio aveva contestato, per l’anno d’imposta 2014, la deducibilità ai fini IRAP e la detraibilità ai fini IVA di costi relativi a fatture emesse dalla società fornitrice, riprendendoli a tassazione per un importo eccedente di circa 34.000 euro. Agli associati, in forza del principio di trasparenza fiscale previsto dall’art. 5 del TUIR — la norma che attribuisce ai soci di associazioni professionali i redditi prodotti dall’associazione in proporzione alla loro quota di partecipazione — veniva imputato il corrispondente maggior reddito ai fini IRPEF. I contribuenti sostenevano che l’Ufficio avesse contestato esclusivamente l’antieconomicità delle operazioni, senza mettere in discussione l’effettiva esecuzione delle prestazioni o la loro inerenza, e che quindi il peso della prova contraria non potesse ricadere su di loro. La Corte di Giustizia Tributaria di II grado del Lazio aveva però accolto l’appello dell’Agenzia, e i contribuenti si erano rivolti alla Cassazione con tre motivi di ricorso. Il quadro normativo di riferimento Per comprendere la decisione, è utile richiamare alcune coordinate normative fondamentali. L’art. 109 del TUIR stabilisce i requisiti per la deducibilità dei costi: questi devono essere certi nell’esistenza, determinabili nell’ammontare e — soprattutto — inerenti all’attività d’impresa. L’inerenza non è un requisito meramente formale: esprime una correlazione concreta tra il costo sostenuto e l’attività produttiva del soggetto, ed è oggetto di un giudizio prevalentemente qualitativo. L’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972 disciplina i requisiti formali della fattura, richiedendo tra l’altro la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e servizi. L’art. 226 della Direttiva UE 2006/112 riproduce lo stesso principio a livello europeo, prescrivendo che la fattura indichi l’entità e la natura dei servizi forniti nonché la data in cui la prestazione è effettuata o ultimata. Antieconomicità e inerenza: un rapporto delicato La Cassazione ribadisce con questa ordinanza un principio già consolidato nella propria giurisprudenza (richiamando espressamente Cass. n. 33568/2022 e Cass. n. 19232/2024): l’antieconomicità di un costo — intesa come sproporzione tra la spesa e l’utilità che ne deriva — non coincide di per sé con il difetto di inerenza, ma può fungere da elemento sintomatico di tale difetto. Si tratta di una distinzione non banale. Cosa significa in pratica? Che se il contribuente fornisce elementi idonei a ricondurre il costo all’attività d’impresa, l’Amministrazione non può limitarsi a contestare la sproporzione quantitativa: deve dimostrare, anche mediante indizi, che la condotta del contribuente è inattendibile. L’onere della prova, in altre parole, si distribuisce in modo dinamico: la contestazione dell’Ufficio apre uno spazio difensivo per il contribuente, ma se questi non lo riempie adeguatamente, la ripresa a tassazione regge. La genericità delle fatture: un vizio che azzera la presunzione di veridicità Uno degli aspetti più rilevanti della pronuncia riguarda la genericità delle fatture. La Corte conferma che la fattura irregolare — non redatta in conformità ai requisiti dell’art. 21 D.P.R. n. 633/1972 — fa venire meno la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, rendendola inidonea a costituire titolo per la deduzione del costo. Di conseguenza, l’Amministrazione può contestare l’effettività delle operazioni sottostanti e ritenere indeducibili i costi indicati. Per l’IVA, la Corte di Giustizia europea (sentenza 15 settembre 2016, causa C-516/14) ha precisato che l’Amministrazione non può limitarsi all’esame della sola fattura, ma deve considerare anche i documenti integrativi forniti dal soggetto passivo. L’onere di dimostrare il diritto alla detrazione ricade però su chi quella detrazione la chiede: spetta al contribuente fornire prove — anche integrative rispetto alle fatture — che l’Amministrazione ritenga necessarie per valutare la spettanza del beneficio. Perché i contribuenti hanno perso La Cassazione rigetta tutti e tre i motivi di ricorso. Il primo e il secondo vengono dichiarati in parte inammissibili e in parte infondati. Quanto al primo motivo, la Corte osserva che la censura non coglieva la ratio decidendi della sentenza impugnata: la CGT di II grado aveva correttamente rilevato che l’accertamento dell’Ufficio non si fondava solo sull’antieconomicità, ma anche sulla genericità delle fatture e sulla sovrapposizione soggettiva tra lo studio e la società fornitrice — profili che gli atti impositivi documentavano esplicitamente. Sul piano probatorio, i contribuenti avevano prodotto un contratto del 2006 privo di data certa, alcune deleghe di pagamento, il bilancio della società fornitrice e due quietanze. Non avevano invece prodotto il contratto di locazione (rilevante per una delle fatture contestate) né alcun riscontro concreto rispetto ai servizi effettivamente resi. Questa lacuna probatoria, ad avviso della Corte, era decisiva: il contribuente non aveva indicato i fatti idonei a ricondurre i costi contestati all’attività d’impresa, e pertanto l’onere della prova a contrario non poteva dirsi assolto. Il terzo motivo — fondato sulla pretesa violazione dell’art. 10-bis della legge n. 212/2000 (lo Statuto del contribuente, che disciplina l’abuso del diritto) e degli artt. 3 e 53 della Costituzione — viene dichiarato inammissibile perché proposto per la prima volta in sede di legittimità, senza che i ricorrenti avessero allegato di averlo dedotto nei gradi di merito. In ogni caso, la Corte chiarisce che la CGT non aveva censurato le scelte organizzative dello studio né ravvisato un’ipotesi di evasione: aveva semplicemente ritenuto non assolto l’onere probatorio sulla deducibilità