Esibizione bancaria: ricorso da blindare

Esibizione bancaria: ricorso da blindare

La Cassazione ammette l’istanza di esibizione in corso di causa, ma boccia il ricorso non autosufficiente Una società a responsabilità limitata, insieme ai suoi fideiussori, cita in giudizio una banca. Chiede di accertare che il debito non esiste e di ottenere la restituzione di quanto pagato in più a titolo di interessi e commissioni. Contesta due rapporti di conto corrente e un mutuo ipotecario, in particolare il piano di rimborso con rata costante, il cosiddetto ammortamento alla francese. La banca risponde con una domanda riconvenzionale, cioè chiede a sua volta la condanna dei clienti al pagamento del proprio credito. Il Tribunale respinge le domande dei clienti e accoglie quella della banca. In appello l’esito non cambia. Per la Corte territoriale la società non ha prodotto la documentazione necessaria: mancano i contratti di apertura dei conti e il piano di ammortamento del mutuo, e le consulenze di parte, costruite su materiale incompleto, non sono attendibili. La banca, invece, ha depositato contratti ed estratti conto. Il giudice d’appello giudica inoltre esplorativa la richiesta di consulenza tecnica contabile e ritiene inammissibile l’istanza di esibizione dei documenti: la società aveva domandato la documentazione alla banca solo quando la causa era già pendente. Secondo la Corte d’appello, poi, quella disciplina potrebbe riguardare gli estratti conto, ma non i contratti, che il cliente riceve alla stipula e ha l’onere di conservare. I clienti ricorrono in Cassazione con cinque motivi. La Prima Sezione civile decide con l’ordinanza n. 27881/2026 (numero di raccolta generale), pubblicata il 27 ottobre 2026. La questione giuridica Il nodo è questo: il cliente che non riesce a ottenere dalla banca i documenti del rapporto può chiederne l’esibizione al giudice? E se può farlo, quando e con quali limiti? La domanda ha un peso concreto nel contenzioso bancario, dove senza i contratti e gli estratti conto è spesso impossibile dimostrare le proprie ragioni. Il quadro normativo L’art. 119, comma 4, del d.lgs. n. 385/1993 (Testo unico bancario) riconosce al cliente il diritto di ottenere, a proprie spese, copia della documentazione relativa alle singole operazioni degli ultimi dieci anni. La banca ha novanta giorni per consegnarla. L’art. 210 c.p.c., invece, consente al giudice di ordinare a una parte o a un terzo di esibire un documento in giudizio. Infine l’art. 2697 c.c. pone l’onere della prova a carico di chi fa valere un diritto. Questo punto è decisivo, perché l’esibizione non può servire a colmare le lacune probatorie di chi la chiede. L’evoluzione della giurisprudenza L’ordinanza ricostruisce due orientamenti. Il primo, più risalente e favorevole al cliente, riconosce il diritto al rendiconto anche in sede giudiziaria, provando la sola esistenza del rapporto, senza trasformare una facoltà di tutela in un onere vincolante. L’ordinanza lo riconduce a Cass. n. 3875/2019 e n. 24181/2020. Il secondo, più restrittivo e oggi prevalente, richiede che il cliente abbia prima chiesto la documentazione alla banca e che questa non abbia adempiuto senza giustificazione. L’ordinanza richiama in proposito Cass. n. 24641/2021, n. 23861/2022 e n. 9082/2023. Su queste basi la Corte precisa tre punti. Se la richiesta alla banca è stata fatta prima della causa, o anche durante, quando possibile, e la banca non ha risposto entro novanta giorni, il giudice può ordinare l’esibizione. L’ordine riguarda però soltanto la documentazione che il cliente poteva ottenere ai sensi dell’art. 119, e nei limiti dell’ultimo decennio (Cass. n. 10728/2026). Quella documentazione comprende non solo assegni, bonifici e prelievi, ma anche contratti, estratti conto e scalari (Cass. n. 8914/2025). Resta fermo il limite generale: se manca la richiesta preventiva, o se la banca non è rimasta inadempiente, non c’è spazio per l’ordine di esibizione. La soluzione della Corte La Cassazione dà ragione ai ricorrenti sul piano dei principi. Ritiene errata l’affermazione secondo cui la richiesta di esibizione sarebbe inammissibile se la domanda alla banca è avanzata solo in corso di causa. Quella conclusione non ha alcun appiglio letterale nel quarto comma dell’art. 119 ed è contraria all’orientamento più recente. La richiesta è possibile anche a giudizio pendente, a patto di rispettare due tempi: i novanta giorni concessi alla banca e le preclusioni istruttorie dell’art. 183, comma 6, c.p.c., cioè i termini oltre i quali non si possono più chiedere o produrre prove. Chi sceglie di scrivere alla banca a processo avviato deve quindi calcolare con precisione i tempi, salva la possibilità, valutata caso per caso, di ottenere la rimessione in termini se la condotta è stata diligente (Cass. n. 12993/2023). È errata anche l’esclusione dei contratti dall’ambito dell’esibizione. Il difetto di autosufficienza Nonostante questo, il motivo non viene accolto: è dichiarato inammissibile perché non autosufficiente. L’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c. impone al ricorso per cassazione di indicare i documenti su cui ogni motivo si fonda e di illustrarne il contenuto rilevante. In altre parole, il ricorso deve consentire alla Corte di decidere senza dover cercare le informazioni nel fascicolo. Secondo la Corte i ricorrenti non lo hanno fatto. Hanno dato conto della richiesta rivolta alla banca (la lettera è del dicembre 2016, quasi un anno prima della scadenza dei termini istruttori, fissata a novembre 2017) e hanno affermato di aver insistito per l’esibizione. Ma non hanno trascritto il contenuto essenziale della comunicazione, né localizzato nei fascicoli le istanze formulate. Il passaggio riferito al secondo grado non chiariva nulla sul primo. La Corte non ha potuto verificare se esistesse un’istanza ammissibile di esibizione dei contratti né se la lettera alla banca contenesse davvero la richiesta di consegnarli. Gli altri motivi sono stati dichiarati assorbiti, perché la loro decisione presupponeva l’acquisibilità dei documenti. I ricorrenti sono stati condannati alle spese. Implicazioni pratiche Per i clienti delle banche la lezione è duplice. Primo: la richiesta di documentazione va inviata presto, in modo formale e tracciabile, indicando in modo esplicito ciò che si chiede, contratti compresi, e senza attendere l’ultimo momento. Se si aspetta di essere in causa, bisogna contare i novanta giorni e verificare che finiscano prima delle preclusioni istruttorie. Secondo: ogni passaggio che sorregge il motivo di ricorso va documentato nel ricorso stesso,

Mutuo solutorio nullo per TAEG errato o interessi? La Cassazione spiega perché no

Persona accasciata sul portatile in un ambiente cupo, con la scritta "Mutuo per ripagare la banca: è nullo?"

Credito cartolarizzato, mutuo solutorio, TAEG e ammortamento alla francese: i principi fissati dalla Cassazione Nel 2002 un istituto di credito concede un mutuo fondiario a una società in accomandita. Il contratto viene rinegoziato nel 2008. Nel frattempo la banca originaria confluisce in un gruppo bancario più grande. Nel 2017 il credito passa a una società veicolo, nell’ambito di una cartolarizzazione in blocco regolata dalla legge n. 130 del 1999 e dall’art. 58 del Testo unico bancario. Nei primi mesi del 2018 la società cessionaria, tramite una società mandataria incaricata del recupero, notifica un atto di precetto alla debitrice principale e ai garanti. Intima il pagamento di 361.290,89 euro per l’inadempimento del mutuo e dell’atto di rinegoziazione. Debitrice e garanti si oppongono davanti al Tribunale, con due giudizi poi riuniti, e sollevano quattro eccezioni: A sostegno della prima eccezione gli opponenti richiamavano una sentenza passata in giudicato, con cui lo stesso Tribunale aveva condannato la banca cedente a restituire quasi 198.000 euro per addebiti illegittimi e usurari sul conto corrente. Il Tribunale rigetta l’opposizione e la Corte d’appello conferma. La causa approda in Cassazione. La decisione della Suprema Corte Con l’ordinanza n. 27684/2026, pubblicata il 23 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta il ricorso. Il Collegio esamina quattro motivi: due vengono respinti nel merito, due dichiarati inammissibili in tutto o in parte e comunque infondati. Ne ricaviamo tre principi di diritto, utili a chi opera con crediti bancari ceduti in blocco e con mutui fondiari. La titolarità del credito cartolarizzato e il tempo delle contestazioni La questione di diritto è chi debba provare di essere titolare del credito quando questo è stato ceduto in blocco ai sensi dell’art. 58 del Testo unico bancario. La Corte ricorda che la titolarità è elemento costitutivo della domanda ed è rilevabile d’ufficio. Precisa però che l’onere di provarla grava sulla cessionaria solo se il debitore ceduto la contesta in modo specifico e tempestivo. In mancanza, il fatto può considerarsi pacifico. Nel caso esaminato gli opponenti avevano sollevato l’eccezione soltanto nella memoria conclusionale del giudizio di primo grado. Secondo la Corte la memoria conclusionale serve a illustrare domande ed eccezioni già ritualmente proposte, non a introdurre temi nuovi. Per la stessa ragione la replica della cessionaria non poteva essere la sua “prima difesa utile” per rispondere a una contestazione arrivata in ritardo. La cessionaria aveva quindi prodotto in appello l’avviso di cessione pubblicato in Gazzetta Ufficiale e la dichiarazione di conferma della banca cedente. Per la Corte questa produzione non viola il divieto di nuove prove in appello (art. 345 c.p.c.), perché è la risposta fisiologica a una contestazione mai formulata prima. I due documenti, insieme, costituiscono prova piena della cessione dello specifico credito. Il principio affermato è che una contestazione tardiva sulla titolarità consente alla cessionaria di produrre i documenti anche al momento della costituzione in appello. Il mutuo solutorio non è nullo Il punto di maggiore interesse riguarda il cosiddetto mutuo solutorio, cioè il mutuo le cui somme vengono subito destinate a ripianare un’esposizione del cliente verso la stessa banca che eroga il finanziamento. I ricorrenti sostenevano che il contratto avesse una causa illecita o fosse in frode alla legge (art. 1344 c.c.), perché finalizzato a coprire addebiti poi riconosciuti illegittimi. Il Collegio richiama le Sezioni Unite del 5 marzo 2025, n. 5841, secondo cui il mutuo solutorio è un vero mutuo tipico (art. 1813 c.c.), valido ed efficace. Il contratto si perfeziona quando la somma viene accreditata sul conto e il cliente ne acquista la disponibilità giuridica. L’uso successivo di quel denaro per estinguere debiti pregressi, tramite un semplice giroconto, è un atto dispositivo distinto. Resta estraneo alla causa del contratto e non ne intacca la validità. La Corte aggiunge due precisazioni. La prima: anche quando il mutuo fondiario serve a sostituire debiti chirografari, l’eventuale danno agli altri creditori non incide sulla validità del contratto né sul suo valore di titolo esecutivo. Può trovare rimedio solo nella revocatoria ordinaria o fallimentare, se ne ricorrono i presupposti. La seconda: l’accertamento dell’indebito bancario non travolge il mutuo. Trova tutela nella condanna della banca alla restituzione e non elimina l’obbligo di restituire il capitale effettivamente erogato. TAEG e ISC: un indicatore informativo Sul piano della trasparenza bancaria, i ricorrenti sostenevano la nullità delle clausole sugli interessi perché nel contratto mancava il TAEG/ISC, cioè l’indicatore che sintetizza il costo complessivo del finanziamento. La Corte richiama l’orientamento delle Sezioni Unite sul punto e conferma che questo indicatore non è un tasso, un prezzo o una condizione economica applicabile al contratto. Ha una funzione informativa e di trasparenza. La sua omessa o errata indicazione, nei mutui diversi dal credito al consumo, non determina la nullità della pattuizione sugli interessi ai sensi dell’art. 117 del Testo unico bancario. Non comporta nemmeno l’applicazione dei tassi sostitutivi dei BOT. Può al più fondare una responsabilità precontrattuale della banca, ma solo se il mutuatario prova di aver subito un danno concreto, per essere stato indotto a un contratto meno conveniente di altre offerte. L’ammortamento alla francese L’ultima censura riguardava l’ammortamento “alla francese”, con rata costante, che secondo i ricorrenti nasconderebbe un anatocismo e renderebbe indeterminato il contratto. La Corte richiama le Sezioni Unite n. 15130/2024. Quando il contratto indica con chiarezza capitale, durata, tasso e cadenza delle rate, l’oggetto è sufficientemente determinato. Non occorre spiegare il regime finanziario composto di calcolo. Non c’è nemmeno anatocismo: in ogni rata gli interessi si calcolano solo sul capitale residuo. La maggiore incidenza degli interessi nelle prime rate non è una capitalizzazione vietata, ma la conseguenza matematica del rimborso del capitale nel tempo. Le questioni dichiarate inammissibili Due motivi si fermano prima del merito. Il secondo, sulla manipolazione dell’Euribor, viene dichiarato inammissibile perché il ricorso non indicava in quale atto e in quali termini l’eccezione fosse stata sollevata in primo grado, né il riferimento al periodo dell’intesa accertata a livello europeo. Parte del quarto motivo cade per difetto di specificità: i ricorrenti non avevano trascritto la clausola dell’atto di rinegoziazione che, secondo la controparte, indicava

Cliente professionale: tutele non azzerate

Cliente professionale: tutele non azzerate

L’attribuzione della qualifica di investitore professionale non esonera la banca dai suoi doveri di verifica Un investitore privato aveva sottoscritto con una banca tre contratti-quadro di deposito titoli e, sulla base di quei rapporti, aveva effettuato diverse operazioni in prodotti finanziari. Alcuni anni prima, in un momento preciso, aveva dichiarato per iscritto di voler essere trattato come cliente professionale, affermando di aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di quindici o venti a trimestre nei quattro trimestri precedenti. Analoga richiesta era stata presentata da un familiare delegato a operare sul conto. Gli investimenti non sono andati bene. L’investitore ha quindi agito in giudizio contro la banca, chiedendo il risarcimento dei danni per la violazione degli obblighi informativi e di verifica dell’adeguatezza e dell’appropriatezza delle operazioni, obblighi che il Testo unico della finanza e il regolamento Consob pongono a carico degli intermediari. La decisione dei giudici di merito Il Tribunale ha respinto la domanda, e la Corte d’appello ha confermato la decisione. Il ragionamento era lineare. Il cliente aveva chiesto di essere qualificato come professionale e aveva dichiarato di possedere i requisiti. Quella dichiarazione veniva considerata una confessione, e dunque un fatto provato contro di lui. Una volta attribuita la qualifica, la banca era ritenuta libera da ogni obbligo di informazione sulla natura e sull’adeguatezza degli investimenti. I giudici d’appello hanno aggiunto un passaggio significativo. Nei documenti della banca mancava l’indicazione del numero di operazioni in uno dei trimestri rilevanti. Secondo la Corte, però, ben poteva darsi che il cliente avesse operato in quel periodo con un altro intermediario, e il cliente non aveva fornito elementi per privare di efficacia la propria dichiarazione. Il ricorso in Cassazione L’investitore ha proposto ricorso per cassazione con un unico motivo, lamentando la violazione delle norme del regolamento Consob sulla classificazione dei clienti. Sosteneva che dagli stessi documenti della banca risultasse che, al momento della richiesta, i requisiti per la qualifica professionale non erano soddisfatti. Aggiungeva di non avere alcuna esperienza specifica nei prodotti oggetto di causa, e di dover quindi essere trattato come cliente al dettaglio, con tutte le tutele connesse. Con l’ordinanza n. 26039, pubblicata il 1° ottobre 2026, la Prima Sezione civile ha accolto il motivo, ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’appello in diversa composizione. Perché la dichiarazione non è una confessione Il primo errore individuato dalla Cassazione riguarda la nozione di confessione. L’art. 2730 c.c. definisce confessione la dichiarazione con cui una parte riconosce la verità di fatti a sé sfavorevoli e favorevoli all’altra parte. In altre parole, si confessa un fatto, non un’opinione. La richiesta di essere considerato cliente professionale, osserva la Corte, esprime un convincimento personale sulla propria esperienza e sulla propria propensione al rischio. È un giudizio, sebbene capace di produrre conseguenze giuridiche, e non una affermazione di scienza su un fatto oggettivamente verificabile. Per questa ragione non ha valore confessorio. La Corte richiama in proposito un orientamento già espresso in precedenti pronunce, in tema di dichiarazioni rese dal cliente sulla propria consapevolezza dei rischi. Il quadro normativo: l’Allegato 3 del regolamento Consob Il secondo errore è più rilevante sul piano pratico. L’Allegato 3 del regolamento Consob distingue i clienti professionali privati in due categorie: quelli di diritto e quelli su richiesta. Il caso riguarda la seconda. Per ottenere la qualifica su richiesta il cliente deve soddisfare almeno due tra tre requisiti: aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di dieci a trimestre nei quattro trimestri precedenti; possedere un portafoglio di strumenti finanziari, depositi inclusi, superiore a cinquecentomila euro; lavorare o aver lavorato almeno un anno nel settore finanziario in una posizione che presuppone la conoscenza delle operazioni o dei servizi. La Cassazione però insiste su ciò che sta prima dell’elenco. L’Allegato premette che non è comunque consentito presumere che questi clienti abbiano conoscenze comparabili a quelle dei professionali di diritto. Premette inoltre che le regole di condotta previste per i clienti non professionali possono essere disapplicate solo dopo una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente. Occorre insomma che l’intermediario possa ragionevolmente ritenere il cliente in grado di decidere in modo consapevole e di comprendere i rischi che assume. Gli obblighi della banca Ne discende, secondo la Corte, che la qualifica professionale non esonera automaticamente l’intermediario dal valutare l’adeguatezza degli investimenti rispetto al profilo del cliente. Spetta alla banca dimostrare di aver correttamente disapplicato le regole di tutela. In mancanza di questa prova, anche il cliente professionale su richiesta conserva le garanzie informative, per quanto elevato sia il suo profilo di rischio. L’Allegato impone inoltre di adottare tutte le misure ragionevoli per accertare che il cliente possieda davvero i requisiti. Il controllo non si esaurisce al momento dell’attribuzione della qualifica. La Cassazione ricava il principio che, prima di eseguire ordini che espongano il cliente al rischio senza alcuna protezione, la banca deve verificare che le condizioni originarie permangano. Deve poi vigilare affinché persistano per tutta la durata dell’investimento, e adottare senza indugio i provvedimenti opportuni se emergono segnali di cambiamento. La sentenza impugnata, rileva la Corte, si era concentrata soltanto sul soddisfacimento formale dei parametri, ignorando questo quadro. Aveva inoltre fondato la prova di un requisito su un’ipotesi priva di riscontro, quella degli investimenti presso altro intermediario. Implicazioni pratiche Per l’investitore, la pronuncia indica che la dichiarazione sottoscritta in sede di classificazione non è un documento che chiude ogni discussione. Resta possibile contestare sia la sussistenza effettiva dei requisiti sia la condotta della banca, che deve poter documentare i controlli svolti al momento della classificazione e prima dei singoli acquisti. Ricordiamo però che la causa torna ora davanti alla Corte d’appello, e l’esito finale resta aperto. Per gli intermediari, la decisione è un richiamo a strutturare procedure interne scritte e verificabili. La classificazione non può ridursi a un modulo compilato: serve una valutazione motivata e un monitoraggio nel tempo. Per i professionisti che assistono risparmiatori in controversie finanziarie, infine, il principio della natura non confessoria delle dichiarazioni di autovalutazione offre un

Fornitori fantasma, detrazione a rischio

Fornitori fantasma, detrazione a rischio

La Cassazione chiarisce quando l’apparenza di un’organizzazione fornitrice può davvero tutelare chi detrae l’IVA. Una società commerciale acquista beni da alcuni fornitori e detrae l’IVA indicata in fattura. Per l’anno d’imposta 2010 l’amministrazione finanziaria le notifica un avviso di accertamento con riprese a titolo di IVA. A suo avviso gli acquisti sono transitati da imprese che compaiono nella catena delle forniture senza svolgere alcuna reale attività economica. Alcune sono vere e proprie “cartiere”, cioè società che emettono fatture ma non versano l’imposta. Altre sono società “filtro”, in apparenza regolari, inserite tra la cartiera e il compratore finale per rendere più difficili i controlli. Queste ultime acquistano la merce da soggetti a loro volta cartieri e la rivendono senza alcun ricarico, il che rivela l’assenza di una vera funzione commerciale. La società contribuente impugna l’atto e perde davanti alla Commissione tributaria provinciale. In appello ottiene invece ragione dalla Commissione tributaria regionale, che riconosce la natura cartiera di alcuni fornitori. Tuttavia ritiene non provato il coinvolgimento della società acquirente. Valorizza la documentazione prodotta sin dal primo grado, da cui risultava che i fornitori avevano un’organizzazione di facciata ma credibile. Avevano un giro d’affari non limitato a quel solo cliente, interlocutori professionali con cui i dipendenti dell’acquirente si interfacciavano, consegne puntuali e fatturazione regolare. L’amministrazione ricorre per cassazione. Il ricorso attraversa gli anni, subisce un rinvio a nuovo ruolo per un evento che ha colpito il difensore della società e viene infine deciso con l’ordinanza n. 27144/2026 della Sezione tributaria, pubblicata il 18/10/2026. La questione giuridica Il quesito è di grande rilievo pratico. Un’impresa che acquista da un fornitore rivelatosi fittizio può comunque detrarre l’IVA se dimostra la propria buona fede? E quali elementi può portare a prova di quella buona fede? La questione tocca quotidianamente le imprese che operano in settori esposti alle frodi, in particolare le frodi cosiddette “carosello”. Il quadro normativo e la regola sull’onere della prova La detrazione dell’IVA è disciplinata dagli artt. 19 e 54 del d.P.R. n. 633/1972. In termini semplici, l’impresa può scomputare l’imposta pagata sugli acquisti inerenti alla propria attività, ma il diritto non è riconosciuto a chi partecipa a una frode o sa di parteciparvi. Rilevano poi le regole generali sulla prova, e in particolare gli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c. sull’onere della prova e sulle presunzioni, cioè sulle conclusioni che si traggono da fatti noti, purché gravi, precisi e concordanti. L’ordinanza riprende lo schema consolidato, ricavato anche dalla giurisprudenza unionale, che si articola in due tempi. Nel primo tempo spetta all’amministrazione dimostrare, anche in via presuntiva, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere di inserirsi in una frode. Può farlo provando un coinvolgimento diretto. Oppure può indicare elementi oggettivi che avrebbero dovuto indurre un operatore normale e diligente del settore a sospettare dell’irregolarità. Nel secondo tempo, assolto quell’onere, tocca al contribuente provare che il fornitore non era un soggetto fittiziamente interposto e che l’operazione è stata realmente conclusa con lui. A tal fine non bastano la regolarità contabile dei documenti né la prova che la merce sia stata consegnata o pagata. Sono circostanze che già rientrano nella stessa nozione di operazione soggettivamente inesistente. La soluzione della Corte La Cassazione accoglie il primo motivo del ricorso dell’amministrazione e assorbe il secondo. Rileva che il giudice regionale non si è attenuto a quei criteri. Aveva infatti accertato che i fornitori erano cartiere e, nello stesso tempo, aveva dato peso alla loro capacità organizzativa e commerciale, alla consegna della merce e alla fatturazione. Il passaggio decisivo è quello sulla natura della buona fede. Per la Corte la struttura organizzativa del fornitore, se deve fondare la buona fede dell’acquirente, non può essere meramente immaginata. Non può neppure essere desunta da rapporti epistolari con persone che si dichiarano dipendenti della cartiera, né dai dati che la società stessa ha dichiarato al registro delle imprese. Quest’ultimo ha una funzione pubblicitaria di ciò che l’imprenditore dichiara, non di verifica dei contenuti. La buona fede conta soltanto se la presenza di una struttura operativa era tale da far ritenere esistente il fornitore a un operatore professionale diligente. In altre parole, i dati da cui si desume la buona fede, pur dirigendosi a provare uno stato soggettivo, devono essere oggettivamente riscontrabili da tutti gli operatori del settore. Non possono essere riferibili soltanto al contribuente che chiede la detrazione. La Corte aggiunge un secondo rilievo, in chiave presuntiva. Non è irrilevante la condotta complessiva dell’acquirente, soprattutto nell’anno oggetto di accertamento. Rapporti con più cartiere e numerosi scambi commerciali nel tempo sono elementi dotati di gravità ai sensi dell’art. 2729 c.c., di cui l’amministrazione può avvalersi per provare l’elemento soggettivo. La sentenza regionale è quindi cassata con rinvio al giudice tributario di secondo grado del Lazio, in diversa composizione. Un’osservazione sul valore del precedente. Si tratta di un’ordinanza della sezione semplice, non di una pronuncia delle Sezioni Unite. Essa si colloca tuttavia in continuità con l’indirizzo che la stessa motivazione richiama, ricordando fra gli altri Cass. n. 13803/2014 e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di frodi IVA. Non risultano dalla motivazione contrasti interpretativi. Le implicazioni pratiche Per le imprese la lezione è netta. Archiviare fatture regolari, bonifici e documenti di trasporto non basta a rendere la detrazione inattaccabile. Se il fornitore si rivela una cartiera, la difesa deve poggiare su riscontri che chiunque nel settore avrebbe potuto verificare al momento dell’affare. Occorre valutare se esistessero una sede e dipendenti effettivi, mezzi e magazzini, e una presenza commerciale reale e autonoma. Le dichiarazioni del fornitore e le visure camerali, da sole, non bastano. Conta anche la storia dei rapporti. Chi nel tempo ha acquistato da più soggetti poi risultati cartieri, o ha concentrato gli acquisti presso società filtro prive di ricarico, offre all’amministrazione indizi che un giudice può valutare come gravi. Una prassi aziendale di selezione e verifica dei fornitori, con controlli documentati prima di ogni nuovo rapporto, è quindi una tutela concreta. Va costruita in anticipo, non improvvisata in giudizio. Per i professionisti che assistono il

Provvigione dell’agenzia immobiliare: si paga anche senza rogito?

Stretta di mano davanti a una casa in miniatura, sotto la scritta "Agenzia: si paga senza rogito?"

Rogito, preliminare, mutuo e informazioni omesse: cosa deve sapere chi compra, vende o gestisce immobili Quando si acquista o si vende un immobile, il momento in cui l’agenzia può chiedere il compenso è una delle questioni che generano più contrasti. Molti sono convinti che senza rogito notarile non si debba pagare nulla. Altri ritengono che basti aver visitato un appartamento con un’agenzia per essere tenuti a versarle la provvigione. Nessuna delle due convinzioni è esatta. La soluzione dipende da come è stato costruito il rapporto, da cosa è stato firmato e da cosa ha realmente fatto l’intermediario. Per un cittadino che compra casa e per un imprenditore che gestisce un patrimonio immobiliare, sapere dove passa il confine può far risparmiare somme rilevanti. Natura dell’intermediazione e soggetti obbligati al pagamento Il codice civile definisce il mediatore come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato a nessuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o rappresentanza (art. 1754 c.c.). L’art. 1755 c.c. aggiunge che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. In altri termini, il compenso nasce dal risultato raggiunto grazie alla sua attività, e non da un modulo firmato da entrambi i contraenti. Ne discende che non è corretto sostenere che paghi soltanto chi ha sottoscritto l’incarico. È altrettanto scorretto dire che paghino sempre venditore e acquirente. Occorre guardare alla funzione concretamente svolta dall’agenzia. Se promuove in modo imparziale l’incontro tra le parti, siamo nell’ambito della mediazione. Se invece cura esclusivamente l’interesse di chi le ha dato l’incarico, come farebbe un mandatario, non si può trasferire automaticamente sull’altra parte l’obbligo di pagare. Contano anche il comportamento di chi si è avvalso consapevolmente dell’opera dell’agenzia e gli accordi sul compenso. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19161 del 2 agosto 2017, hanno riconosciuto la configurabilità della mediazione negoziale atipica, anche unilaterale, e hanno chiarito che l’intermediazione immobiliare resta soggetta ai requisiti professionali previsti dalla legislazione speciale. È una pronuncia di grande rilievo, ma va applicata guardando il contenuto del singolo rapporto e non per automatismi. Quando l’affare è concluso: proposta, preliminare e rogito La conclusione dell’affare non coincide necessariamente con il passaggio di proprietà davanti al notaio. La Corte di cassazione, sezione seconda civile, con l’ordinanza n. 9395 pubblicata il 10 aprile 2025, ha ribadito che l’affare è concluso quando tra le parti si costituisce un vincolo che consente di agire per l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, ai sensi dell’art. 2932 c.c., oppure per il risarcimento del danno derivante dal mancato conseguimento del risultato programmato. Un contratto preliminare può dunque far maturare la provvigione, senza attendere il rogito. Questo non significa che ogni proposta accettata faccia nascere il diritto al compenso. Il nome dato al documento, che sia «proposta», «compromesso» o «accordo preliminare», non risolve la questione. Bisogna chiedersi quali obbligazioni siano effettivamente sorte. Una lettera d’intenti o un accordo preparatorio, che segna solo una tappa delle trattative, non è sufficiente. Una proposta accettata può invece valere come vero preliminare, se esprime un impegno vincolante e sufficientemente determinato. Il fatto che sia prevista una scrittura successiva non rende irrilevante l’accordo precedente: bisogna verificare se quella scrittura debba soltanto riprodurre un vincolo già nato o sia necessaria per definirlo. L’acquisto subordinato al mutuo e il successivo mancato rogito È molto frequente che l’acquirente condizioni l’acquisto all’ottenimento di un finanziamento. Sentiamo spesso dire che senza mutuo l’agenzia non si paga, ma la formula è imprecisa. L’art. 1757 c.c. stabilisce che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. Se invece la condizione è risolutiva, il diritto non viene meno al verificarsi dell’evento. Tutto dipende allora da come è scritta la clausola. Un conto è subordinare l’efficacia dell’acquisto alla concessione del finanziamento, e allora si ha una vera condizione sospensiva. Un altro conto è limitarsi a indicare che il prezzo sarà pagato con un mutuo, e allora la condizione non c’è. Se la condizione è validamente prevista e non si avvera, manca il presupposto temporale della provvigione. Se però era già stato concluso un preliminare efficace, l’inserimento di una condizione in un momento successivo richiede una ricostruzione cronologica e non cancella automaticamente il credito dell’intermediario. Allo stesso modo, il rogito che salta per inadempimento di una delle parti dopo la conclusione dell’affare non significa che il diritto al compenso non sia mai esistito. Nesso causale, trattative dirette e pluralità di agenzie Un altro scenario molto comune è quello in cui le parti, dopo aver conosciuto l’immobile tramite un’agenzia, proseguono da sole, concludono dopo la scadenza dell’incarico o si rivolgono a un secondo intermediario. Qui il criterio è il collegamento causale richiesto dall’art. 1755 c.c.: l’affare deve essere concluso per effetto dell’intervento del mediatore. La sola successione nel tempo tra la visita e l’acquisto non dimostra nulla. D’altra parte, il fatto che l’agenzia non abbia partecipato alle ultime trattative non basta a escluderne il diritto, se l’affare è comunque effetto della sua attività precedente. Il foglio di visita può documentare un contatto, ma non è un titolo automatico di pagamento. Occorre ricostruire cosa le parti sapessero dell’immobile e della controparte, quale attività abbia svolto l’agenzia, perché le trattative si siano interrotte e come si colleghino all’accordo finale. Quando intervengono più agenzie, l’art. 1758 c.c. riconosce a ciascun mediatore una quota della provvigione se l’affare è concluso per l’intervento di più intermediari. Bisogna però distinguere l’attività concorrente sull’unico affare da una prima iniziativa rimasta priva di efficacia causale. Non è vero che il cliente debba sempre pagare due provvigioni intere, e non è vero che abbia diritto al compenso soltanto l’ultima agenzia intervenuta. Obblighi informativi e restituzione della provvigione Il mediatore è tenuto a riferire le circostanze che conosce o che dovrebbe conoscere secondo la diligenza qualificata della sua categoria, se incidono sul buon esito dell’affare (art. 1759 c.c.). La stessa ordinanza n. 9395 del 10 aprile

Bene in prestito, responsabilità condivisa

Bene in prestito, responsabilità condivisa

La Cassazione chiarisce quando chi concede un bene in uso risponde dei danni causati da altri Un ente locale mette a disposizione gratuitamente di una cooperativa un palco da utilizzare per una manifestazione pubblica. Prima della consegna, il vertice dell’ente scrive agli uffici tecnici e li invita a fornire il necessario supporto per le operazioni di montaggio. Il supporto, però, non viene prestato in concreto. Terminato l’evento, la cooperativa procede allo smontaggio. Alle operazioni partecipa anche un uomo che non appartiene alla cooperativa e non ha alcuna esperienza specifica. Nessuna precauzione antinfortunistica viene adottata. Mentre lavora, l’uomo non si accorge che la pedana su cui si trova è già stata rimossa da altri, cade e riporta lesioni alla persona. Il percorso giudiziario Il danneggiato agisce per il risarcimento. In primo grado il giudice condanna la sola cooperativa, ritenendo non provato che l’ente avesse assunto alcun obbligo nel montaggio e nello smontaggio del palco. La cooperativa appella e, avendo chiamato in garanzia l’ente, ottiene una decisione diversa. La corte d’appello valorizza la nota con cui il vertice dell’ente aveva sollecitato il supporto tecnico: vi legge la consapevolezza che un palco richiede competenze specifiche e non può essere affidato senza informazioni e garanzie sulle modalità d’uso. Il danno viene quindi ripartito in misura paritaria tra tre soggetti: la cooperativa, che aveva smontato il palco senza cautele e aveva consentito la partecipazione di un estraneo inesperto; l’ente, che non aveva fornito il supporto promesso; e lo stesso danneggiato, che si era ingerito arbitrariamente in lavori pericolosi. Il risarcimento è stato perciò ridotto e posto a carico, in solido, della cooperativa e dell’ente. Sia l’ente sia il danneggiato ricorrono in Cassazione. Con l’ordinanza n. 26825/2026 di raccolta generale, pubblicata il 14 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta entrambi i ricorsi. Una questione preliminare sulla procura al difensore Prima di entrare nel merito, il Collegio segnala un profilo di irritualità nella nomina del nuovo difensore della cooperativa. La procura speciale era stata rilasciata unitamente alla comparsa di costituzione in sostituzione del precedente avvocato, e non nelle forme dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata. Il giudizio era iniziato prima dell’entrata in vigore della legge n. 69/2009. Per questo motivo non si applica la versione attuale dell’art. 83, terzo comma, c.p.c., che consente di conferire la procura a margine o in calce alla memoria di nomina del nuovo difensore. Resta valida la disciplina previgente, che per la nomina ammetteva soltanto le forme del secondo comma. La Corte richiama, a sostegno, un orientamento di legittimità costante. Nell’ordinanza questa osservazione non incide sull’esito: il Collegio procede all’esame di tutti i motivi e condanna i ricorrenti alle spese in favore della cooperativa. Domanda nuova o semplice riqualificazione? Il primo motivo dell’ente lamentava la violazione dell’art. 345 c.p.c., che vieta le domande nuove in appello. A suo avviso, la cooperativa avrebbe mutato la propria pretesa: in primo grado avrebbe fondato la responsabilità dell’ente sulla restituzione del palco prima dell’evento dannoso, mentre in appello l’avrebbe fondata sulla natura pubblica del bene. La Corte ritiene il motivo infondato. Richiama i principi consolidati secondo cui i fatti costitutivi della domanda si individuano sulla base dei soli elementi indispensabili a definire l’oggetto del contendere. Il giudice d’appello può inoltre qualificare la domanda in modo diverso da quello prospettato dalle parti o dal primo giudice, purché i fatti costitutivi coincidano o siano in rapporto di continenza con quelli già allegati. Nell’azione risarcitoria, ricorda il Collegio, il nucleo immodificabile della domanda si identifica con il bene della vita e con i fatti storico-materiali, non con il diritto sostanziale invocato. Nel caso esaminato i fatti erano rimasti identici nei due gradi: l’affidamento del palco, lo smontaggio e il danno. Era cambiata soltanto la lettura giuridica che ne davano il primo giudice e la corte d’appello, ed è questo, afferma la Cassazione, il compito che spetta al giudice. Motivazione apparente e omesso esame di un fatto Il secondo motivo denunciava una motivazione apparente, in violazione dell’art. 132, secondo comma, n. 4, c.p.c. La Corte lo respinge: la sentenza d’appello aveva spiegato in modo coerente le ragioni dell’obbligo dell’ente di accertarsi che i pericoli connessi all’uso del bene fossero neutralizzati. Quelle ragioni erano la natura del bene e la promessa di supporto tecnico. L’omissione di tale obbligo era stata poi collegata causalmente al danno. Il terzo motivo lamentava l’omesso esame di un fatto decisivo, ma è dichiarato inammissibile. L’ente sosteneva che la nota con cui si offriva il supporto tecnico fosse condizionata a una richiesta della cooperativa, mai pervenuta. Per la Corte non si trattava di un fatto trascurato, ma di una diversa interpretazione di un atto amministrativo. Una simile rilettura dei materiali probatori non è consentita in sede di legittimità. Bene pubblico o privato: perché non cambia l’esito Il quarto motivo contestava la qualificazione del palco come bene pubblico, sostenendo che fosse un bene del patrimonio disponibile e che la cessione fosse un comodato di diritto privato. La Corte dichiara il motivo inammissibile perché l’ente non aveva colto la vera ratio della decisione. L’espressione “bene pubblico” non aveva svolto alcun ruolo determinante, e la sentenza non ne precisava nemmeno il carattere demaniale o patrimoniale. Contavano piuttosto due dati di fatto: la natura del bene, un palco destinato a una pubblica manifestazione, e la promessa di un supporto tecnico. Questi elementi imponevano a chi concedeva il godimento, a prescindere dal titolo giuridico pubblicistico o privatistico, di adottare cautele adeguate e di assicurarsi che il destinatario avesse competenze e maestranze idonee. L’ente, prevedendo l’intervento del proprio ufficio tecnico, aveva peraltro riconosciuto la persistenza dei propri doveri di controllo e di custodia. Il concorso di colpa del danneggiato L’unico motivo del ricorso incidentale mirava a escludere ogni rilievo causale della condotta del danneggiato, ai sensi dell’art. 1227 c.c., che consente di ridurre il risarcimento quando il fatto colposo del danneggiato ha concorso a produrre il danno. La Corte lo respinge: la corte d’appello aveva indicato con chiarezza la negligenza di chi si era inserito in un lavoro pericoloso senza

Fondo patrimoniale: protegge davvero i beni dai creditori?

Donna riparata da un ombrello colorato si china a prendere un pacco davanti a una porta, con la scritta "Il fondo patrimoniale ti protegge?"

Cosa protegge davvero il vincolo familiare, quali debiti restano esposti e perché l’atto notarile non basta Chi ha una casa, un’attività o un’esposizione verso le banche si imbatte prima o poi nel consiglio di «mettere tutto in fondo patrimoniale». Spesso viene presentato come la soluzione che rende il patrimonio di famiglia al riparo dai creditori. La realtà giuridica è molto più sfumata. Il fondo è uno strumento lecito e utile, ma la protezione che offre è limitata e condizionata, e chi lo costituisce senza conoscerne i limiti rischia di scoprirlo nel momento peggiore. Natura e funzione del fondo patrimoniale Gli artt. 167-171 c.c. consentono di destinare determinati beni ai bisogni della famiglia: immobili, mobili iscritti in pubblici registri e titoli di credito. Il fondo può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi con atto pubblico, oppure da un terzo, anche per testamento. Il fondo non è un soggetto giuridico autonomo e non è una cassaforte esterna al patrimonio dei coniugi. Si tratta di un vincolo di destinazione: i beni restano soggetti a regole particolari perché servono alla famiglia. Non è nemmeno una donazione ai figli. Il genitore che vincola un immobile non lo sta regalando alla prole, né sta regolando la propria successione. Come ogni vincolo, incide sul modo in cui il bene può essere gestito, venduto e aggredito dai creditori, ma non cambia di per sé chi ne è proprietario. I vantaggi effettivi: destinazione familiare e protezione selettiva Il cuore della disciplina è l’art. 170 c.c.: l’esecuzione sui beni del fondo e sui relativi frutti non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. In altri termini, la protezione richiede due condizioni distinte: il debito deve essere oggettivamente estraneo ai bisogni familiari, e il creditore deve averne conosciuto l’estraneità. Se manca anche una sola delle due, il pignoramento è possibile. Per bisogni della famiglia si intende molto più dello stretto indispensabile: rientrano le esigenze di mantenimento e di equilibrato sviluppo del nucleo familiare, compreso il potenziamento della capacità lavorativa. Restano fuori le spese voluttuarie o speculative. L’ampiezza di questa nozione spiega perché la tutela sia meno estesa di quanto lasci intendere certa pubblicità. I vantaggi reali sono dunque due. Il primo è l’imposizione ai beni di una destinazione familiare giuridicamente rilevante, utile anche a organizzare le risorse destinate al sostentamento della famiglia. Il secondo è la possibilità di opporre un limite all’esecuzione quando ricorrono tutte le condizioni dell’art. 170. C’è poi un terzo effetto: in presenza di figli minori, il fondo continua fino alla maggiore età dell’ultimo, anche dopo l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (art. 171 c.c.). La casa, però, non diventa intangibile per il solo fatto di essere stata inserita nel fondo. Debiti professionali e fideiussioni: la criticità centrale Per imprenditori, professionisti e garanti il problema si fa serio. L’origine imprenditoriale di un debito non risolve da sola la questione. Sarebbe sbagliato sostenere che tutti i debiti d’impresa siano estranei ai bisogni familiari, ma lo sarebbe altrettanto affermare che ogni debito professionale li soddisfi, solo perché dall’attività deriva il reddito di casa. Conta il collegamento concreto tra l’obbligazione e la funzione familiare. Nel caso di una fideiussione a favore di una società, non basta guardare alla qualità di garante o di socio. Bisogna considerare l’operazione garantita, la destinazione del finanziamento, il rapporto tra l’impresa e il nucleo familiare e ciò che il creditore poteva sapere. Il confine tra famiglia e gruppo imprenditoriale familiare, specie quando le società sono partecipate da figli maggiorenni economicamente autonomi, è tutt’altro che assestato, e la giurisprudenza continua a occuparsene. Pesa poi l’onere della prova. Chi invoca l’impignorabilità deve dimostrare la regolare costituzione del fondo, la sua opponibilità, l’estraneità del debito ai bisogni familiari e la conoscenza di tale estraneità da parte del creditore. Produrre l’atto notarile non è sufficiente. Conoscere l’esistenza del fondo, inoltre, non equivale a sapere che il debito è estraneo ai bisogni della famiglia: sono due oggetti di prova diversi. Pubblicità e ipoteche: perché il rogito non basta Un fondo validamente costituito non è automaticamente opponibile ai terzi. Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 21658 pubblicata il 13 ottobre 2009, hanno chiarito che per l’opponibilità è decisiva l’annotazione della convenzione a margine dell’atto di matrimonio. La sola trascrizione del vincolo sull’immobile non supplisce a quella mancanza. Su questo punto l’indirizzo è consolidato. Anche l’ipoteca incide sul fondo. Se i beni vincolati vengono validamente ipotecati, ai sensi dell’art. 169 c.c., il creditore ipotecario può farli espropriare per soddisfare il credito garantito, senza i limiti dell’art. 170. Chi concede una garanzia reale sul bene del fondo deve dunque sapere che ne sta riducendo in modo significativo la protezione. Nella pratica, verificare un fondo significa controllare l’annotazione, la sua data e la cronologia delle formalità pregiudizievoli, e non fermarsi al rogito. Revocatoria ed esecuzione diretta: il fondo non neutralizza i creditori La costituzione del fondo è un atto a titolo gratuito e può essere impugnata con l’azione revocatoria (art. 2901 c.c.), perché il vincolo può rendere più incerta la soddisfazione del credito. I presupposti dipendono dai tempi: se il fondo precede il sorgere del credito, occorre la dolosa preordinazione; se è successivo, rileva la consapevolezza del pregiudizio. Non basta, quindi, la formula semplificata secondo cui «si deve provare che il debitore voleva frodare». Esiste poi un percorso più rapido. L’art. 2929-bis c.c. permette al creditore munito di titolo esecutivo di procedere direttamente al pignoramento, senza una preventiva sentenza di inefficacia, quando l’atto gratuito è successivo al credito e ha per oggetto immobili o mobili registrati. Il pignoramento va trascritto entro un anno dalla trascrizione dell’atto. Trascorso quel termine non si ottiene però un’inattaccabilità generale e definitiva. Occorre dunque tenere distinti tre percorsi: l’esecuzione consentita perché non operano le condizioni dell’art. 170, la revocatoria del vincolo e l’esecuzione ai sensi dell’art. 2929-bis. Una preventiva revocatoria non è condizione di ogni pignoramento sui beni del fondo. Per questo il fondo

Algoritmi al lavoro: decide l’uomo

Algoritmi al lavoro: decide l’uomo

Rinvio dell’AI Act non significa moratoria: dal 23 ottobre il decreto 179/2026 impone decisioni umane Si sente ripetere che l’AI Act, per quanto riguarda il lavoro, sia stato rinviato al 2027 e che le imprese abbiano dunque tempo per organizzarsi. L’affermazione è esatta solo a metà, e leggerla per intero evita errori costosi. Il Regolamento (UE) 2026/1744, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 24 luglio 2026, ha differito al 2 dicembre 2027 l’applicazione degli obblighi sui sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio dell’Allegato III, categoria in cui rientrano gli strumenti per selezionare, valutare, promuovere o licenziare il personale. Il Regolamento (UE) 2024/1689 resta però applicabile in via generale dal 2 agosto 2026. Soprattutto, il diritto nazionale non ha aspettato Bruxelles. Il decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 234 dell’8 ottobre 2026, entra in vigore il 23 ottobre 2026 e contiene regole già vincolanti per chi usa algoritmi nella gestione del personale. Che cosa cambia nei processi decisionali sul rapporto di lavoro Il cuore della novità è l’articolo 41 del decreto 179/2026. Esso stabilisce che le decisioni sulla costituzione, sulla modifica o sulla risoluzione del rapporto di lavoro, compresi i provvedimenti disciplinari e i licenziamenti, non possano essere adottate unicamente sulla base di un trattamento automatizzato. In altri termini, l’algoritmo può proporre, suggerire, classificare, ma la decisione finale deve restare a una persona fisica. Non basta una persona qualsiasi, né una firma apposta in calce all’output del sistema: la norma richiede che l’essere umano eserciti un potere effettivo e autonomo, cioè sia davvero in grado di discostarsi dal suggerimento della macchina. La sanzione per la violazione è la nullità della decisione assunta. Questa scelta del legislatore italiano si spinge oltre il perimetro dell’AI Act. Il regolamento europeo classifica come ad alto rischio i sistemi usati per le decisioni in materia di lavoro e li assoggetta a requisiti di conformità, trasparenza e sorveglianza umana, ma il legislatore nazionale ha ritenuto di anticipare il presidio sostanziale, riservando all’uomo l’ultima parola. La disposizione si innesta, inoltre, su una tutela già esistente: l’articolo 22 del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) riconosce a ogni persona il diritto di non essere sottoposta a una decisione basata unicamente su un trattamento automatizzato che produca effetti giuridici significativi nei suoi confronti. L’articolo 41 fa espressamente salva questa garanzia e la affianca a una disciplina specifica per il rapporto di lavoro. Trasparenza, motivazione e informativa L’intervento normativo non si limita al divieto di automatismo integrale. Il lavoratore può ottenere, tramite una persona fisica, una motivazione intelligibile della decisione che lo riguarda, con l’indicazione dell’eventuale incidenza dei sistemi di intelligenza artificiale e dei principali parametri considerati. Prima di avviare il trattamento, il datore di lavoro è tenuto inoltre all’informativa prevista dall’articolo 1-bis del decreto legislativo n. 152 del 1997, che impone di rendere noti ai dipendenti i sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati. La norma richiede infine che l’uso dell’IA avvenga nel rispetto della dignità, della riservatezza e del principio di non discriminazione. Il tema della trasparenza algoritmica ha un importante riscontro a livello europeo. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 7 dicembre 2023 nella causa C-634/21, ha chiarito che la formazione di un valore probabilistico automatizzato, da cui dipenda in modo determinante la decisione di un terzo, costituisce essa stessa una decisione automatizzata ai sensi dell’articolo 22 del GDPR. Con la sentenza del 27 febbraio 2025 nella causa C-203/22, la stessa Corte ha poi affermato che l’interessato ha diritto di conoscere la logica sottesa al processo decisionale automatizzato e che il segreto commerciale non può tradursi in un diniego assoluto di informazioni. Discriminazione algoritmica: un precedente che resta attuale Un algoritmo può essere apparentemente neutro e, al tempo stesso, produrre effetti discriminatori. Lo ha mostrato l’ordinanza del Tribunale di Bologna del 31 dicembre 2020 (R.G. n. 2949/2020), riguardante il sistema con cui una piattaforma di consegne a domicilio gestiva l’accesso dei collaboratori alle sessioni di lavoro. Il giudice ha ritenuto discriminatorio un meccanismo che, trattando allo stesso modo situazioni diverse, penalizzava chi non si rendeva disponibile per ragioni legate, per esempio, all’esercizio del diritto di sciopero o a motivi di salute. Il principio è tutt’altro che superato: la cecità dell’algoritmo rispetto alle ragioni dell’assenza non lo mette al riparo dal divieto di discriminazione indiretta, e chi lo utilizza ne risponde. Salute, sicurezza e controllo a distanza Il decreto 179/2026 coinvolge anche la sicurezza sul lavoro. L’articolo 42 richiede che l’impiego di sistemi di IA incidenti sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi produttivi o sulle modalità di esecuzione della prestazione sia considerato nella valutazione dei rischi di cui all’articolo 28 del decreto legislativo n. 81 del 2008, con conseguente obbligo di informazione e formazione dei lavoratori. Resta inoltre ferma la disciplina dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori: se lo strumento consente anche un controllo a distanza dell’attività, occorrono l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro, e i dati raccolti in violazione delle regole non possono essere utilizzati a fini disciplinari. Implicazioni pratiche per imprenditori e cittadini Per l’imprenditore il primo passo è una ricognizione: quali strumenti, nella selezione, nella valutazione delle prestazioni, nell’assegnazione dei turni o nell’applicazione delle sanzioni, producono output che incidono sulle decisioni? Bisogna poi verificare che a valle vi sia un responsabile in carne e ossa, formato e munito di un reale potere di correzione, e che di tale intervento resti traccia documentale. Una procedura in cui il decisore si limita a convalidare il risultato del sistema espone l’azienda al rischio di nullità del provvedimento, per esempio di un licenziamento o di una sanzione disciplinare. A ciò si aggiungono l’informativa preventiva, l’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e, per i trattamenti ad alto rischio, la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati prevista dall’articolo 35 del GDPR. Sul piano sanzionatorio, va ricordato che per le pratiche vietate dall’articolo 5 dell’AI Act, tra cui rientra l’inferenza delle emozioni dei lavoratori nei luoghi di lavoro, le sanzioni possono arrivare a 35 milioni di euro o al 7 per cento

Fidanzamento: quali obblighi?

Fidanzamento: quali obblighi?

Promessa di matrimonio, doni e contributi economici: cosa prevede la legge tra fidanzati Il fidanzamento è comunemente considerato una condizione di fatto, priva di rilievo giuridico. In realtà l’ordinamento gli attribuisce conseguenze precise, e il tema è tornato d’attualità con l’ordinanza della Corte di cassazione, Sezione III civile, n. 5497 di raccolta generale, pubblicata l’11 marzo 2026. Alla luce della decisione della Suprema Corte, conviene interrogarsi su cosa è, giuridicamente, il fidanzamento, e su quale sorte subiscono tutti i contributi economici versati in vista di una futura vita in comune. La questione: il fidanzamento crea obblighi? La domanda è se due persone che si promettono di sposarsi assumano obblighi reciproci e quali. Il codice civile non impone ai fidanzati i doveri del matrimonio, come fedeltà, assistenza o contribuzione ai bisogni della famiglia. Dedica però alla promessa di matrimonio tre norme, che ne disegnano un regime limitato ma concreto. Il quadro normativo: gli articoli 79, 80 e 81 del codice civile L’art. 79 c.c. stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a sposarsi né a eseguire ciò che le parti avessero convenuto per il caso di inadempimento. In altri termini, nessuno può essere costretto alle nozze, e nessuno può validamente promettere una penale o una somma per il caso in cui il matrimonio salti. Una clausola di questo tipo non produce effetti. L’art. 80 c.c. disciplina la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, quando il matrimonio non viene celebrato. La domanda deve essere proposta entro un anno dal rifiuto di celebrare le nozze o dalla morte di uno dei promessi sposi. L’art. 81 c.c. prevede il risarcimento del danno nei confronti di chi rifiuta di mantenere la promessa senza un giustificato motivo. L’obbligo riguarda le spese sostenute e le obbligazioni contratte a causa della promessa, ed è contenuto entro i limiti in cui queste corrispondono alla condizione delle parti. Anche questa domanda va proposta entro un anno dal rifiuto. La norma richiede inoltre che la promessa sia reciproca e rivesta una forma qualificata: atto pubblico, scrittura privata oppure richiesta di pubblicazione. Gli obblighi che i fidanzati possono assumersi Dal sistema emerge un’indicazione netta. I fidanzati non sono vincolati a sposarsi, ma rispondono delle conseguenze economiche della rottura quando questa avviene senza giustificato motivo, oppure quando è stata causata da un loro comportamento colpevole. Il risarcimento, però, non copre il mancato matrimonio: ristora soltanto le spese e gli impegni assunti in funzione di esso, come l’organizzazione della cerimonia, l’acquisto dell’arredo o gli impegni per la casa comune. I contributi economici: oltre gli articoli 79-81 L’ordinanza n. 5497 del 2026 evidenzia un punto di grande rilievo pratico: il fidanzamento non esaurisce il campo dei rapporti patrimoniali tra futuri coniugi. Spesso uno dei due versa somme di denaro, o acquista beni in capo all’altro, in vista della futura famiglia, e la rottura lascia aperta la questione di cosa ne sia di quei contributi. E’ ragionevole dedurre, quindi, che si va delineando un avvicinamento tra la disciplina del fidanzamento, della promessa di matrimonio e della convivenza prematrimoniale, da un lato, e le questioni conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla fine di un’unione di fatto, dall’altro. Per tutte queste situazioni deve farsi riferimento agli strumenti ordinari del diritto comune delle obbligazioni, fra cui la ripetizione dell’indebito e l’arricchimento ingiustificato, osservando che anche altri ordinamenti, con strumenti tecnici diversi, giungono a soluzioni analoghe. Sullo sfondo della questione si pongono poi le norme in materia di obbligazioni naturali tra conviventi di fatto, a conferma di quanto sia articolato il confine tra doveri morali e obblighi giuridicamente azionabili. Va detto che la Suprema Corte aveva avuto già modo di pronunciarsi sul tema con una pronuncia precedente, la Cass. civ. n. 29980 di raccolta generale, pubblicata il 25 ottobre 2021. In quel caso la Corte ricondusse alla donazione indiretta l’ipotesi del pagamento, da parte del futuro sposo, del prezzo di un immobile acquistato dalla sola futura sposa in vista della costituenda famiglia. Il commentatore osserva che la qualificazione adottata nel 2021 differisce da quella che egli prospetta per casi di questo genere. La questione della natura giuridica di tali attribuzioni, dunque, non è pacifica, e da essa dipende la possibilità di recuperare quanto versato. La prova della promessa Un profilo spesso trascurato riguarda la prova. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione a marzo del 2026 la promessa risultava soltanto da prova orale, inammissibile perché eccedente il limite di valore previsto dall’art. 2721 c.c. per la prova testimoniale dei contratti. Tuttavia la parte interessata non aveva eccepito tempestivamente l’inammissibilità, cioè al momento dell’assunzione della prova o nella prima difesa successiva, e l’inammissibilità risultava perciò sanata. L’ordinanza richiama in proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. civ. n. 3959 di raccolta generale, pubblicata il 13 marzo 2012, da Cass. civ. n. 3956, pubblicata il 19 febbraio 2018, e da Cass. civ. n. 18971, pubblicata il 13 giugno 2022. Sulla portata dell’onere probatorio nell’azione fondata sull’art. 81 c.c. può essere ricordata anche la pronuncia Cass. civ. n. 9052 di raccolta generale, pubblicata il 15 aprile 2010. Le implicazioni pratiche Per chi è fidanzato, e magari sta per affrontare spese importanti, le conseguenze sono concrete. Chi intende sostenere costi rilevanti in vista del matrimonio, o contribuire all’acquisto di un bene intestato al partner, farebbe bene a documentare per iscritto la natura dell’attribuzione: un dono, un prestito, un contributo alla futura vita familiare. Una prova solo testimoniale, oltre i limiti di valore, espone al rischio di inammissibilità, e il fatto che la controparte possa non eccepirla non è una garanzia su cui fare affidamento. Chi riceve doni o somme dovrebbe sapere che, se il matrimonio non si celebra, la restituzione dei doni può essere chiesta nel termine di un anno. Per i professionisti che assistono le coppie, come notai e consulenti, la lezione è altrettanto chiara: le attribuzioni patrimoniali tra futuri coniugi vanno qualificate con cura fin dall’inizio, perché la qualificazione determina i rimedi disponibili. Conclusione Il fidanzamento non obbliga a sposarsi, ma non è giuridicamente neutro. Le norme

Il diritto alla riparazione

Il diritto alla riparazione

Dal 22 ottobre 2026 nuovi obblighi per produttori e nuove tutele per i consumatori Quando un elettrodomestico smette di funzionare poco dopo la scadenza della garanzia, la risposta più frequente è che riparare non conviene. Il ricambio costa troppo, il tecnico non è reperibile, il produttore non assiste più quel modello. Il risultato è l’acquisto di un bene nuovo e un rifiuto in più da smaltire. La riforma appena entrata nel nostro ordinamento punta a invertire questa logica, e riguarda da vicino tanto i consumatori quanto le imprese che producono, importano e vendono beni di consumo. Inquadramento generale e genesi normativa La riforma discende dalla Direttiva (UE) 2024/1799, che detta norme comuni per promuovere la riparazione dei beni. L’Italia l’ha recepita con il D.Lgs. n. 176, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre 2026 (n. 233). La finalità è favorire un’economia circolare, in cui i prodotti durano più a lungo e si riducono i rifiuti tecnologici. In altri termini, la legge vuole togliere di mezzo le barriere tecniche, economiche e informative che finora hanno scoraggiato la manutenzione e spinto verso la sostituzione. Sul piano temporale il decreto entra in vigore il 22 ottobre 2026. Per le modifiche alla garanzia legale di conformità, contenute negli artt. 129, 133, 135-bis e 135-ter del Codice del Consumo, vale invece una regola speciale: si applicano ai contratti stipulati a partire dal 31 luglio 2026. Chi ha acquistato un bene dopo quella data può quindi già beneficiare delle nuove tutele. La nuova architettura del Codice del Consumo (Titolo II-bis) Il legislatore ha inserito nella Parte IV del Codice del Consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) un intero Titolo II-bis, dedicato alla riparazione dei beni, che comprende gli artt. da 127-bis a 127-undecies. La novità è di rilievo. Finora il consumatore era tutelato quando il bene presentava un difetto di conformità durante la garanzia legale. Ora la tutela si estende anche ai guasti che si manifestano fuori garanzia o dopo la sua scadenza. L’art. 127-ter fissa le definizioni: il consumatore è la persona fisica che agisce per scopi estranei alla propria attività professionale; il riparatore è chiunque offra un servizio di riparazione nell’ambito della propria attività, compresi fabbricanti e venditori. L’obbligo di riparazione non vale per qualunque bene, ma per quelli soggetti a specifiche esigenze di ecodesign e riparabilità elencati nell’Allegato II-decies. Vi rientrano lavatrici e lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, televisori e monitor, aspirapolvere, smartphone e tablet, asciugabiancheria, apparecchi per il riscaldamento d’ambiente, server e prodotti di archiviazione dati, apparecchiature di saldatura e beni con batterie per la mobilità leggera. Obblighi del fabbricante e della catena distributiva fuori garanzia Il cuore della riforma è l’art. 127-quinquies. Per i beni dell’Allegato II-decies, il fabbricante deve riparare su richiesta del consumatore anche fuori garanzia, a titolo gratuito o a un prezzo ragionevole ed entro un tempo ragionevole. Può rifiutare soltanto nei casi di impossibilità tecnica oggettiva. Può subappaltare l’intervento a centri di assistenza terzi e, durante la lavorazione, mettere a disposizione un bene sostitutivo temporaneo. Se la riparazione è impossibile, può proporre un bene ricondizionato. Quando il fabbricante ha sede fuori dall’Unione europea, la norma prevede una responsabilità a cascata. Risponde per primo il rappresentante autorizzato nell’Unione; in mancanza, l’importatore; in mancanza ancora, il distributore. Chi subentra assume gli stessi obblighi del fabbricante. La disposizione vieta inoltre gli ostacoli alla riparazione indipendente. Il fabbricante non può impedire con clausole contrattuali o blocchi hardware e software l’uso di ricambi originali, usati, compatibili o realizzati con stampa 3D, purché conformi alle norme di sicurezza e di proprietà intellettuale. Non può nemmeno rifiutare l’intervento solo perché il bene è già stato riparato da un tecnico indipendente. Ricambi e strumenti devono essere offerti a prezzi non dissuasivi, e i prezzi indicativi delle riparazioni più comuni devono essere consultabili sul sito del fabbricante. L’obbligo dura per il periodo stabilito dalle norme europee di ecodesign, che di norma non è inferiore a dieci anni. Gli strumenti di trasparenza: modulo europeo e piattaforme informative Per ridurre l’asimmetria informativa, l’art. 127-quater introduce il Modulo Europeo di Informazioni sulla Riparazione, il cui modello è nell’Allegato II-novies. Il riparatore non è obbligato a rilasciarlo. Se però lo consegna su supporto durevole prima che il consumatore si vincoli, le condizioni indicate diventano vincolanti per almeno 30 giorni e non possono essere peggiorate. Il modulo indica prezzo totale o prezzo massimo, tempi di esecuzione, eventuale bene sostitutivo e costi accessori. È gratuito, salvo il caso in cui serva una diagnostica per accertare il guasto. Se il consumatore accetta il modulo e il riparatore poi non ripara, ha diritto al rimborso integrale delle spese di diagnostica. Gli artt. 127-septies, 127-octies e 127-novies istituiscono la sezione nazionale della piattaforma europea della riparazione, ad accesso gratuito. Possono registrarsi riparatori, venditori di beni ricondizionati, acquirenti di beni difettosi a fini di ricondizionamento e iniziative partecipative come i repair café. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è il punto di contatto nazionale. La riforma si collega anche al Passaporto Digitale del Prodotto, previsto da luglio 2026 a partire dal comparto batterie, e alla piattaforma RENTRI per la tracciabilità dei rifiuti. Modifiche alla garanzia legale di conformità e tutele per il consumatore Il decreto interviene anche sulla garanzia legale. Per i contratti stipulati dal 31 luglio 2026, se il bene ha un difetto di conformità originario e il consumatore sceglie la riparazione, la responsabilità del venditore è estesa una tantum di ulteriori 12 mesi (artt. 133, comma 1-bis, e 135-bis). Chi sceglie di riparare anziché sostituire, quindi, guadagna un anno di garanzia in più. Per questo l’art. 135-bis, comma 2-bis, impone al venditore di informare il consumatore, prima di erogare il rimedio, che può scegliere tra riparazione e sostituzione e che la riparazione estende la garanzia. L’omissione espone il venditore alle sanzioni dell’AGCM ai sensi dell’art. 135-vicies-quater. L’art. 135-ter conferma che i rimedi sono gratuiti, rapidi e senza notevoli inconvenienti. Durante la riparazione il venditore può fornire gratuitamente un bene sostitutivo temporaneo, anche ricondizionato. Su richiesta del consumatore può adempiere l’obbligo di