Revocatoria di donazione in comunione legale: serve chiamare in causa anche il coniuge non debitore?

La Cassazione rivoluziona l’azione pauliana tra coniugi: quando la banca agisce per inefficacia della donazione, entrambi i coniugi devono partecipare al giudizio Quando una banca creditrice scopre che il proprio debitore ha donato un immobile alla figlia, privandosi così delle risorse per pagare il debito, può agire in revocatoria per rendere inefficace quella donazione. Ma cosa succede se l’immobile donato era in comunione legale tra i coniugi? Deve essere citato in giudizio solo il coniuge debitore, oppure anche l’altro coniuge che ha partecipato alla donazione? La risposta a questa domanda, tutt’altro che scontata, è stata fornita dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4523 del 2026, che segna un importante cambio di rotta nella giurisprudenza di legittimità. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda ha origine da un’azione revocatoria promossa da una banca nei confronti di un ex presidente del suo consiglio di amministrazione e della figlia di questi. La banca aveva promosso azione di responsabilità nei confronti dell’ex presidente e, successivamente, aveva scoperto che quest’ultimo aveva donato alla figlia la quota della metà indivisa di un immobile situato a Palermo, depauperando così il proprio patrimonio. L’istituto di credito ha quindi convenuto in giudizio sia il donante che la figlia donataria, chiedendo la dichiarazione di inefficacia della donazione ai sensi dell’articolo 2901 del codice civile, la norma che disciplina l’azione revocatoria ordinaria. Tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello di Palermo hanno accolto la domanda della banca, dichiarando inefficace la donazione. La donataria ha però impugnato la sentenza davanti alla Cassazione, sollevando una questione fondamentale: la moglie del donante, pur essendo in comunione legale dei beni con il marito e pur avendo partecipato all’atto di donazione, non era stata chiamata in giudizio. Secondo la ricorrente, questa mancata partecipazione avrebbe dovuto comportare la nullità della sentenza per violazione delle regole sul litisconsorzio necessario. La comunione legale: una comunione senza quote Per comprendere la portata della decisione della Cassazione, occorre richiamare le caratteristiche peculiari della comunione legale tra coniugi, che la distinguono nettamente dalla comunione ordinaria. Come la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire in numerose occasioni, nella comunione legale la quota non costituisce elemento strutturale della proprietà. A differenza della comunione ordinaria, dove ciascun comproprietario è titolare di una quota ideale del bene, nella comunione legale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni della comunione, non essendo nemmeno ammessa la partecipazione di estranei. Questo principio, confermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 311 del 1988, ha una conseguenza fondamentale: nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge non può disporre della propria quota, ma può disporre dell’intero bene comune. Il consenso dell’altro coniuge, richiesto dall’articolo 180, secondo comma, del codice civile per gli atti di straordinaria amministrazione, è un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio di un potere. La mancanza di tale consenso, quando si tratta di beni immobili o mobili registrati, costituisce un vizio del negozio che lo rende annullabile su domanda del coniuge che non ha prestato il consenso, entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto. La questione del litisconsorzio necessario nell’azione revocatoria Il tema centrale affrontato dalla Cassazione riguarda quindi la configurabilità del litisconsorzio necessario tra i coniugi in regime di comunione legale nel giudizio di revocatoria dell’atto dispositivo compiuto da entrambi. La giurisprudenza precedente della Suprema Corte aveva affermato che il coniuge non debitore non fosse parte necessaria del giudizio revocatorio, sulla base della considerazione che l’azione pauliana è finalizzata alla conservazione della garanzia del credito vantato nei confronti di uno solo dei coniugi, e quindi limitata alla sola metà del diritto oggetto di comunione legale. La Terza Sezione civile ha però ritenuto che questo orientamento non tenga conto della peculiare fattispecie rappresentata da un atto di straordinaria amministrazione compiuto da entrambi i coniugi con un terzo, come la donazione di un immobile. Tale atto non è limitato alla quota di proprietà del coniuge debitore, ma incide necessariamente anche sul diritto del coniuge non disponente. La Corte ha quindi chiarito che la garanzia del creditore, nel caso di bene oggetto di comunione legale, è data dal bene nella sua interezza, non da una quota astratta e indivisa dello stesso, che nella comunione legale non esiste come tale nella realtà giuridica e nel patrimonio del debitore. I principi affermati dalla Cassazione La Suprema Corte ha formulato alcuni principi di diritto destinati a guidare la soluzione di casi analoghi. In primo luogo, ha ribadito che nella comunione legale, essendo il rapporto inscindibile e unitario, rimane preclusa l’applicabilità sia della disciplina dell’espropriazione di quote prevista dall’articolo 599 del codice di procedura civile e seguenti, sia di quella contro il terzo non debitore. Ammettere un’espropriazione per la sola quota della metà significherebbe, infatti, applicare in via analogica una disciplina eccezionale, consentendo l’assegnazione della quota del coniuge debitore ad estranei o la sua vendita giudiziaria, con conseguente introduzione di un estraneo all’interno della comunione legale. In secondo luogo, la Cassazione ha affermato che l’atto dispositivo di un immobile è un atto di straordinaria amministrazione che, ai sensi dell’articolo 184 del codice civile, per la sua validità ed efficacia richiede il consenso anche dell’altro coniuge in regime di comunione dei beni. Da questa previsione normativa è possibile dedurre il principio generale secondo cui un coniuge non può singolarmente compiere gli atti di straordinaria amministrazione, dato che nella comunione legale i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto di quota, ma di una situazione giuridica inscindibile. Ne consegue che, in relazione all’azione revocatoria esperita dal creditore, anche il coniuge non debitore che ha prestato il consenso all’atto dispositivo deve essere posto in condizione di difendersi rispetto alla evenienza dell’inefficacia della sua volontà, dirimente per giungere al perfezionamento negoziale, conseguente all’eventuale accoglimento dell’azione. Tale incidenza comporta la sussistenza del litisconsorzio processuale, stante il carattere unitario e inscindibile del rapporto dedotto in giudizio, e attesa la natura di atto eccedente l’ordinaria amministrazione compiuto dai coniugi sul bene in comune che, secondo la regola codicistica dettata dall’articolo 180, secondo

Buoni Postali Fruttiferi: la Cassazione esclude il risarcimento per mancata consegna del foglio informativo

Con la sentenza n. 3686/2026 la Prima Sezione Civile chiarisce quando la prescrizione del diritto al rimborso non genera responsabilità di Poste Italiane La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3686 del 18 febbraio 2026, ha affrontato una questione di grande rilevanza pratica per migliaia di risparmiatori: è possibile ottenere un risarcimento da Poste Italiane quando i buoni postali fruttiferi si prescrivono e l’ente non ha consegnato al momento della sottoscrizione il Foglio Informativo Analitico? La risposta della Suprema Corte è netta: no, non è configurabile alcuna responsabilità risarcitoria. Il caso esaminato dalla Cassazione La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso di tre buoni postali fruttiferi serie AA2, ciascuno del valore di 5.000 euro, emessi nell’ottobre 2001. Due risparmiatori si erano visti negare il rimborso da parte di Poste Italiane perché era decorso il termine di prescrizione decennale. Secondo i ricorrenti, questa prescrizione era imputabile alla mancata consegna, al momento dell’acquisto dei buoni, del cosiddetto FIA, il Foglio Informativo Analitico previsto dal decreto del Ministero del Tesoro del 19 dicembre 2000. Senza questo documento, sostenevano i risparmiatori, non avevano potuto conoscere la data di scadenza dei buoni e, di conseguenza, non avevano saputo quando iniziava a decorrere il termine di prescrizione. Il Tribunale di Napoli Nord aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Napoli aveva ribaltato la decisione, condannando Poste Italiane al pagamento di 15.000 euro. Secondo i giudici partenopei, la mancata consegna del FIA costituiva un inadempimento contrattuale che aveva impedito ai sottoscrittori di conoscere elementi essenziali dei buoni acquistati. Poste Italiane ha quindi proposto ricorso per cassazione. La natura giuridica dei buoni postali fruttiferi Per comprendere la soluzione adottata dalla Cassazione, è fondamentale chiarire cosa sono i buoni postali fruttiferi dal punto di vista giuridico. Come ribadito dalla giurisprudenza costante, questi strumenti di risparmio sono “titoli di legittimazione” ai sensi dell’articolo 2002 del codice civile, e non titoli di credito in senso proprio. Cosa significa? Significa che i buoni servono semplicemente a identificare chi ha diritto alla prestazione, ma non incorporano il diritto in modo letterale e autonomo come accade per cambiali o assegni. La conseguenza pratica è che la disciplina dei buoni non si trova solo nel documento cartaceo consegnato al risparmiatore, ma viene integrata automaticamente dalle norme contenute nei decreti ministeriali che istituiscono le varie serie. Questo meccanismo di integrazione automatica opera tramite l’articolo 1339 del codice civile, che prevede l’inserimento automatico di clausole imposte dalla legge al posto di quelle difformi apposte dalle parti. Il quadro normativo di riferimento Il decreto ministeriale del 19 dicembre 2000, emanato dopo il riordino della Cassa Depositi e Prestiti, prevedeva all’articolo 3 che per il collocamento dei buoni rappresentati da documento cartaceo venisse consegnato al sottoscrittore il titolo unitamente al foglio informativo contenente la descrizione delle caratteristiche dell’investimento. L’articolo 6 dello stesso decreto stabiliva inoltre che Poste Italiane esponesse nei propri locali aperti al pubblico un avviso sulle condizioni praticate, rinviando ai fogli informativi per la descrizione dettagliata. Per quanto riguarda la prescrizione, l’articolo 8 del medesimo decreto stabiliva che i diritti dei titolari dei buoni si prescrivevano trascorsi dieci anni dalla data di scadenza del titolo. Per i buoni serie AA2 oggetto della controversia, il successivo decreto ministeriale del 29 marzo 2001 prevedeva che potessero essere liquidati al termine del settimo anno successivo a quello di emissione. La soluzione della Suprema Corte La Cassazione, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha accolto il ricorso di Poste Italiane, ribaltando la decisione della Corte d’Appello. I giudici di legittimità hanno affermato un principio chiaro: la mancata consegna del Foglio Informativo Analitico non determina l’insorgere di un diritto al risarcimento a favore del sottoscrittore che lamenti l’intervenuta prescrizione del diritto al rimborso. Il ragionamento della Corte si articola su più livelli. Innanzitutto, la pubblicazione dei decreti ministeriali sulla Gazzetta Ufficiale assolve pienamente l’obbligo informativo nei confronti dei risparmiatori. La disciplina dei buoni, infatti, è contenuta proprio in quei decreti, che ne stabiliscono durata, scadenza, tassi di interesse e termini di prescrizione. Questi provvedimenti ministeriali sono accessibili a tutti e costituiscono la fonte normativa primaria della regolamentazione dei buoni postali. La Cassazione ha inoltre evidenziato che gli obblighi informativi previsti dai decreti ministeriali successivi al riordino della Cassa Depositi e Prestiti non sono preordinati a riequilibrare un’asimmetria informativa nella fase precontrattuale. Al contrario, si pongono a valle della sottoscrizione del buono e hanno una funzione meramente riepilogativa e ricognitiva dei termini dell’operazione già conclusa. In altre parole, servono a facilitare la memorizzazione delle condizioni, ma non costituiscono il momento essenziale di formazione del consenso. Il tema della prescrizione e dell’inerzia del creditore Un passaggio cruciale della motivazione riguarda la natura stessa dell’istituto della prescrizione. Come ricordato dalla Suprema Corte, la prescrizione rileva per il mero fatto dell’inerzia, senza che siano possibili connotazioni soggettive. Per determinare l’estinzione del diritto è sufficiente il suo mancato esercizio per il tempo determinato dalla legge, senza che occorra alcuna qualificazione o caratteristica particolare di questo mancato esercizio. Il legislatore, infatti, ha dato rilievo solo alla condotta dolosa del debitore come elemento idoneo a determinare la sospensione della prescrizione. L’articolo 2941 numero 8 del codice civile prevede espressamente la sospensione solo quando il debitore ha dolosamente occultato l’esistenza del debito. Nessun analogo effetto è ricollegato al comportamento meramente colposo del debitore. Ne consegue che nemmeno è possibile configurare una responsabilità risarcitoria basata sulla condotta colposa che avrebbe ostacolato l’esercizio tempestivo del diritto. Nel caso specifico, anche volendo ritenere che la mancata consegna del FIA costituisse una negligenza informativa, questa circostanza non avrebbe potuto impedire ai risparmiatori di venire a conoscenza delle caratteristiche essenziali dei buoni. Sarebbe stato infatti sufficiente consultare la Gazzetta Ufficiale dove erano stati pubblicati i decreti ministeriali, oppure informarsi presso gli uffici postali. L’impossibilità di far valere il diritto che, ai sensi dell’articolo 2935 del codice civile, impedisce il decorso della prescrizione, riguarda solo gli impedimenti di natura legale, non l’incertezza o la difficoltà nell’esercizio del diritto stesso. Il rapporto con il provvedimento dell’AGCM Nella sentenza, la Cassazione ha anche

Leasing, usura e clausole vessatorie: la Cassazione fa il punto su tre questioni cruciali dei contratti bancari

Con l’ordinanza n. 3559/2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione consolida principi fondamentali in tema di interessi moratori usurari, approvazione delle clausole onerose e trasparenza nei contratti di leasing immobiliare. Un contratto di leasing immobiliare, la sua risoluzione per inadempimento e le contestazioni mosse dalla parte utilizzatrice: è questo il contesto in cui la Cassazione, con l’ordinanza n. 3559/2026 depositata il 17 febbraio 2026, ha avuto l’occasione di intervenire su alcune delle questioni più dibattute nel diritto bancario e contrattuale. Il ricorso, articolato in quattro motivi, è stato integralmente respinto, ma la motivazione merita attenzione perché fotografa con precisione lo stato attuale della giurisprudenza su temi di grande rilevanza pratica per imprese e professionisti. La doppia firma sulle clausole vessatorie: quando basta e quando non basta Il secondo motivo del ricorso portava all’attenzione della Corte un problema molto comune nella pratica contrattuale: la validità della doppia sottoscrizione prevista dagli artt. 1341 e 1342 c.c. per le clausole cosiddette “vessatorie”. Si tratta delle clausole che, inserite nelle condizioni generali di contratto predisposte da una sola parte, limitano la responsabilità del predisponente, restringono la libertà contrattuale della controparte o la pongono in posizione di svantaggio: la deroga alla competenza territoriale è un esempio classico. La legge richiede che queste clausole vengano specificamente approvate per iscritto, con una firma separata rispetto a quella apposta sull’intero contratto. Il punto controverso era se tale requisito fosse rispettato quando la seconda sottoscrizione riguardasse un insieme promiscuo di clausole, alcune vessatorie e alcune no. La risposta della Cassazione è articolata ma chiara: l’approvazione per iscritto è valida anche quando il richiamo cumulativo riguarda clausole onerose e non, a patto che il richiamo non si limiti alla mera indicazione del numero d’ordine, ma contenga almeno un’indicazione sommaria del loro contenuto. Detto in altri termini, ciò che conta non è che la seconda firma riguardi esclusivamente le clausole sfavorevoli, ma che il testo consenta all’aderente di sapere concretamente su cosa sta approvando. Il principio, già affermato in precedenti pronunce, viene qui confermato con nitore e applicato per rigettare la censura del ricorrente. Interessi moratori e usura: il nodo del tasso soglia La questione più tecnica e al tempo stesso più rilevante per chi si confronta con il contenzioso bancario riguarda la verifica dell’usurarietà degli interessi moratori. L’usura bancaria è regolata dalla legge n. 108/1996 e dall’art. 1 del d.l. n. 394/2000: in sintesi, è vietato pattuire interessi a un tasso superiore alla soglia stabilita trimestralmente per ogni categoria di operazione. Ma come si calcola il tasso soglia per gli interessi di mora? La Cassazione ribadisce con fermezza che interessi corrispettivi e interessi moratori svolgono funzioni radicalmente diverse: i primi remunerano il capitale prestato nel corso fisiologico del rapporto, i secondi costituiscono una penale per l’inadempimento. Non è quindi possibile sommarli ai fini della verifica antiusura: il calcolo va condotto separatamente per ciascuna categoria. Per gli interessi moratori, la soglia usuraria si determina prendendo il TEGM — il Tasso Effettivo Globale Medio rilevato nei decreti ministeriali — e incrementandolo della maggiorazione media praticata dagli operatori professionali, nella misura del 2,1%. Questo metodo si applica quando i decreti ministeriali riportano la rilevazione di tale maggiorazione; in caso contrario, la comparazione va effettuata tra il TEG del singolo contratto (comprensivo degli interessi moratori) e il TEGM così come rilevato. La pronuncia richiama sul punto l’importante intervento delle Sezioni Unite n. 19597/2020, secondo cui, in caso di accertata usurarietà degli interessi moratori, questi non vengono azzerati ma restano dovuti nella misura degli interessi corrispettivi lecitamente convenuti, ai sensi dell’art. 1224, comma 1, c.c. Si tratta di una soluzione equilibrata, che evita l’applicazione meccanica dell’art. 1815, comma 2, c.c. — il quale prevede la gratuità del prestito in caso di pattuizione di interessi usurari — agli interessi di mora, considerata la loro natura funzionalmente distinta. La clausola di salvaguardia: un presidio contrattuale a carico della banca Connessa al tema dell’usura è la questione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ossia quella previsione contrattuale con cui la banca si impegna a non applicare mai, per tutta la durata del rapporto, interessi superiori alla soglia massima consentita dalla legge. La Cassazione ne chiarisce la natura giuridica: tale clausola trasforma il divieto legale in una vera e propria obbligazione contrattuale a carico dell’istituto di credito. Ne consegue che, in caso di contestazione, l’onere della prova di aver rispettato tale impegno grava sulla banca, secondo le regole della responsabilità contrattuale. Non spetta quindi al cliente dimostrare il superamento della soglia, ma è la banca a dover provare il regolare adempimento. Trasparenza bancaria e determinabilità dell’oggetto L’ultimo profilo esaminato riguarda la trasparenza bancaria imposta dall’art. 117 del Testo Unico Bancario, che richiede che i contratti bancari indichino in forma scritta i tassi di interesse e le condizioni applicate. La ricorrente lamentava che il contratto di leasing fosse scritto in caratteri illeggibili e che la determinazione degli interessi implicasse calcoli di tale complessità da essere incomprensibili per l’utilizzatore. La Cassazione respinge entrambe le censure. Sul fronte della leggibilità, il giudice di merito aveva accertato che, sebbene il testo fosse redatto in caratteri di piccole dimensioni, il contenuto era comunque individuabile e passibile di lettura: tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità. Quanto alla determinabilità degli interessi, la Corte ribadisce il principio per cui nei contratti di leasing immobiliare la mancata indicazione esplicita del “tasso leasing” non viola l’art. 117, comma 4, t.u.b., se il tasso è determinabile per relationem, ossia mediante rinvio a criteri prestabiliti e a elementi estrinseci obiettivamente individuabili, senza margini di incertezza o discrezionalità per la società di leasing. Implicazioni pratiche: cosa cambia per imprese e professionisti L’ordinanza n. 3559/2026 offre indicazioni preziose su almeno tre fronti pratici. Per chi redige o negozia contratti bancari e di leasing, il messaggio è che la clausola di salvaguardia antiusura è uno strumento contrattuale che può risultare decisivo in caso di contenzioso, ma che va strutturata correttamente, poiché sarà la banca a dover dimostrarne il rispetto. Per chi contesta la validità di clausole nei contratti per adesione,

Il compenso dell’avvocato e la prescrizione presuntiva: cosa succede se il cliente dice di aver già pagato?

La Cassazione con l’ordinanza n. 2588/2026 chiarisce gli strumenti di tutela del professionista e i limiti della prova testimoniale nel recupero del credito per prestazioni legali. Il professionista che vuole recuperare il proprio compenso può trovarsi di fronte a un ostacolo insidioso: la prescrizione presuntiva. Si tratta di un istituto giuridico poco noto al grande pubblico, ma capace di paralizzare anche un credito reale e documentato, con conseguenze molto concrete per gli avvocati e per qualsiasi altro professionista che eroga prestazioni d’opera intellettuale. La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2588/2026 pubblicata il 6 febbraio 2026, ha offerto importanti chiarimenti su questo tema, confermando un orientamento rigoroso e tracciando con precisione i confini entro i quali il creditore può difendersi. Che cos’è la prescrizione presuntiva e perché colpisce i professionisti Prima di esaminare il caso deciso dalla Cassazione, occorre comprendere di cosa si tratta. La prescrizione ordinaria estingue il diritto per il decorso del tempo senza che il titolare lo abbia esercitato. La prescrizione presuntiva funziona in modo diverso e, per certi versi, ancora più severo: essa non si fonda sul semplice trascorrere del tempo, ma su una presunzione di pagamento. In altre parole, la legge presume che certi debiti, di natura ricorrente e legati alla vita quotidiana, vengano normalmente estinti a breve distanza dalla loro nascita. L’articolo 2956 del codice civile prevede che si prescrivano in tre anni i diritti dei professionisti, tra cui gli avvocati, per le prestazioni rese nell’esercizio della loro attività. Ma la vera peculiarità sta nell’effetto: decorso questo termine, il cliente non deve dimostrare di aver pagato, basta affermare di non ricordare se il pagamento sia avvenuto. È la legge stessa a presumere che il debito sia stato soddisfatto. Il professionista, a quel punto, si trova in una posizione processuale delicata, perché non può semplicemente presentare documenti o testimoni per dimostrare che il credito esiste ancora: deve superare la presunzione legale con strumenti specifici e tassativi, indicati dagli articoli 2957, 2958 e 2959 c.c. Il caso deciso dalla Cassazione: una vicenda emblematica La vicenda che ha dato origine all’ordinanza n. 2588/2026 è emblematica delle difficoltà pratiche che il professionista può incontrare. Un avvocato, dopo aver rinunciato al mandato difensivo conferito da un cliente, aveva chiesto al Tribunale competente la liquidazione del compenso maturato, avvalendosi del procedimento speciale previsto dall’art. 14 del d.lgs. n. 150/2011 e, per i giudizi introdotti prima della riforma Cartabia, dall’art. 28 della legge n. 794/1942. Questo rito, riservato alle controversie tra avvocati e clienti per onorari e diritti, prevede la trattazione davanti a un tribunale in composizione collegiale. Il Tribunale aveva rigettato la domanda in entrambe le fasi di merito — la prima sentenza era stata addirittura dichiarata nulla dalla Cassazione con l’ordinanza n. 15980/2024 per un vizio formale di sottoscrizione — ritenendo maturata la prescrizione presuntiva triennale. In particolare, i giudici di merito avevano osservato che gli atti interruttivi erano stati inviati alla debitrice con intervalli superiori a tre anni e che, a fronte dell’eccezione della controparte (la quale sosteneva di aver già pagato), il professionista non aveva fatto ciò che la legge imponeva: ottenere dalla debitrice una dichiarazione di non avvenuto pagamento, oppure deferirle il giuramento decisorio. La Cassazione ha confermato questa impostazione, rigettando tutti e quattro i motivi di ricorso. Il principio cardine: come si vince la prescrizione presuntiva Il cuore della decisione riguarda le modalità con cui il creditore può superare la presunzione di pagamento. La Corte ribadisce, richiamando il consolidato orientamento (Cass. 16/6/2021, n. 17061; Cass. 28/10/2019, n. 27471), che la prova contraria alla presunzione può essere fornita esclusivamente attraverso due strumenti: il primo è il giuramento decisorio: il creditore può chiedere al debitore di giurare solennemente in giudizio di avere effettivamente pagato. Se il debitore si rifiuta di giurare o ammette di non aver pagato, la prescrizione presuntiva perde il suo effetto. Il secondo è l’ammissione giudiziale: se nel corso del giudizio il debitore stesso dichiara di non aver adempiuto, tale dichiarazione neutralizza la presunzione. Ricorda la Corte — con un principio già fissato da Cass. 14/10/2019, n. 25838 e Cass. 14/12/2017, n. 30058 — che la prescrizione presuntiva non può nemmeno essere invocata da chi abbia apertamente ammesso il mancato adempimento. Ciò che non è sufficiente, come confermato dall’ordinanza n. 2588/2026, è la prova testimoniale. Il ricorrente aveva chiesto di essere ammesso a prova per testi, ma il Tribunale aveva ritenuto tale richiesta superflua. La Cassazione approva questa impostazione: nel sistema della prescrizione presuntiva, la testimonianza non è uno strumento idoneo a vincere la presunzione legale di pagamento. Questo limite può apparire severo, ma risponde alla logica dell’istituto: se bastassero i testimoni, la presunzione perderebbe ogni concreta operatività. Gli altri profili processuali: immutabilità del giudice e giudizio di rinvio L’ordinanza si segnala anche per le precisazioni in materia processuale. Sul tema della composizione del collegio, la Corte chiarisce che nel rito “cartolare” — il modello di trattazione scritta introdotto ormai stabilmente dall’art. 127-ter c.p.c. — il principio di immutabilità del giudice sancito dall’art. 276, comma 1, c.p.c. va riferito al momento dell’ultima attività processuale rilevante, non all’intera durata del giudizio. Se la composizione del collegio cambia dopo la scadenza del termine per il deposito delle note scritte, ma prima della decisione, ciò non integra alcuna nullità. Il principio era già stato affermato in relazione al rito pandemico (Cass. 21/7/2025, n. 20523) ed ora viene esteso con coerenza al rito cartolare a regime. Sul tema del giudizio di rinvio, la Cassazione ribadisce che, nel rinvio c.d. prosecutorio, la riassunzione del processo — anche ad opera di una sola parte — ripristina la situazione processuale originaria. Il giudice del rinvio è quindi tenuto a pronunciarsi su tutte le domande ed eccezioni suo tempo proposte, indipendentemente dal fatto che la parte non costituita le abbia formalmente riproposte (Cass. 3/7/2024, n. 12065; Cass. 17/3/2022, n. 8773). Le implicazioni pratiche: cosa deve fare il professionista Per i professionisti — non solo avvocati, ma anche medici, commercialisti, architetti e qualsiasi figura soggetta alle prescrizioni presuntive

Patto Commissorio Mascherato: La Cassazione Vieta il Frazionamento dell’Indagine

La Suprema Corte richiede un’analisi complessiva dell’intera operazione negoziale per smascherare i patti commissori vietati dalla legge Con l’ordinanza n. 2023/2026 del 30 gennaio 2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione affronta una questione di estrema rilevanza pratica: come individuare l’esistenza di un patto commissorio vietato quando questo viene dissimulato attraverso una serie di atti apparentemente leciti. La vicenda riguarda un debitore in difficoltà economica che, per evitare l’esecuzione forzata, sottoscrive una serie di accordi con un creditore, culminanti nella vendita dell’immobile a un soggetto terzo (la madre del creditore). Il patto commissorio è quella convenzione, vietata dall’articolo 2744 del codice civile, con cui il creditore acquisisce automaticamente la proprietà di un bene del debitore in caso di mancato pagamento del debito. La ratio del divieto è tutelare il debitore da pressioni indebite in un momento di debolezza, impedendo che accetti condizioni vessatorie pur di ottenere credito. Il caso concreto: una vendita o una garanzia mascherata? La fattispecie esaminata dalla Cassazione presenta una concatenazione di atti particolarmente complessa. Un soggetto, gravato da procedure esecutive, stringe rapporti con un professionista che si offre di aiutarlo a superare la situazione debitoria. Vengono stipulati: un contratto preliminare di vendita di un immobile, con accollo dei debiti da parte del promissario acquirente; una procura irrevocabile a vendere rilasciata dal debitore in favore del creditore; infine, un atto di compravendita definitivo in cui l’acquirente risulta essere la madre novantenne del creditore. Il Tribunale di primo grado aveva dichiarato la nullità dell’intera operazione per violazione del divieto di patto commissorio. La Corte d’appello di Napoli aveva invece ribaltato la decisione, ritenendo che mancasse la prova dell’erogazione del prestito e che, comunque, il trasferimento immobiliare fosse avvenuto a titolo di datio in solutum, cioè come libera scelta per estinguere un debito pregresso, e non come garanzia coattivamente imposta. Il principio di diritto affermato dalla Cassazione La Suprema Corte cassa la sentenza d’appello con un principio di diritto di notevole portata pratica. I giudici di legittimità affermano che l’articolo 2744 del codice civile deve essere interpretato in maniera funzionale. Ciò significa che risulta colpito da nullità non solo il “patto” commissorio in senso stretto, ma qualunque tipo di convenzione, quale ne sia il contenuto e la forma, che venga impiegata per conseguire il risultato concreto vietato dall’ordinamento giuridico: l’illecita coercizione del debitore a sottostare alla volontà del creditore, accettando preventivamente il trasferimento della proprietà di un suo bene quale conseguenza della mancata estinzione del debito. La Corte biasima l’approccio “atomistico” e “parcellizzato” adottato dai giudici d’appello, che avevano valutato il solo atto di vendita finale, qualificandolo come datio in solutum. Secondo la Cassazione, invece, occorre una valutazione unitaria e complessiva dell’intera concatenazione di atti che ha condotto al perfezionamento dell’atto traslativo, considerando quest’ultimo quale ultima “tappa” di un iter articolato. L’indagine richiesta: dal preliminare alla procura irrevocabile I giudici di legittimità evidenziano che la Corte d’appello ha omesso di esaminare alcuni fatti decisivi. In particolare, avrebbe dovuto indagare sul nesso funzionale tra la prestazione del mutuo (o l’accollo dei debiti) e la stipulazione del contratto preliminare di vendita, oltre che sul significato del rilascio della procura irrevocabile a vendere. Un elemento particolarmente significativo era la previsione, contenuta in una delle proroghe del preliminare, dell’obbligo di conferire una procura speciale irrevocabile a vendere in favore del creditore, a pena di risoluzione della promessa. Solo una valutazione dinamica e correlata di tutti questi atti avrebbe potuto permettere un giudizio corretto sulla funzione solutoria o di garanzia dell’atto di vendita finale. La Cassazione precisa che non è sufficiente che il versamento del prezzo da parte del compratore non si configuri come contestuale erogazione di un mutuo, ma occorre ponderare se il trasferimento del bene abbia risposto a una finalità solutoria oppure alla finalità di costituire una posizione di garanzia provvisoria, destinata a evolversi diversamente a seconda dell’adempimento o meno del debitore. Il collegamento negoziale: elemento chiave dell’indagine La Suprema Corte sottolinea che il patto commissorio è configurabile quando il debitore sia costretto al trasferimento di un bene a tacitazione dell’obbligazione, mentre l’integrazione del patto è esclusa solo quando tale trasferimento sia frutto di una scelta libera. Non si può prescindere dal nesso di interdipendenza negoziale, tale da far emergere la funzionale preordinazione dei negozi collegati allo scopo finale di garanzia piuttosto che a quello di scambio. I giudici ribadiscono che, ai fini dell’accertamento della violazione del divieto di patto commissorio, restano irrilevanti sia la natura obbligatoria o reale del contratto (o dei contratti), sia il momento temporale in cui l’effetto traslativo è destinato a verificarsi, sia quali siano gli strumenti negoziali destinati alla sua attuazione, e perfino l’identità dei soggetti che hanno stipulato i negozi collegati. Ciò significa che il patto commissorio può realizzarsi anche attraverso persone interposte, come nel caso in cui l’acquirente formale sia un familiare del creditore. La preesistenza del credito non esclude il patto commissorio Un ulteriore aspetto rilevante della pronuncia riguarda la questione della preesistenza del credito. La Corte d’appello aveva ritenuto che, ammettendo anche l’esistenza di un prestito precedente, la sua anteriorità rispetto al rilascio della procura e alla vendita avrebbe escluso la violazione del divieto di patto commissorio, in quanto il trasferimento sarebbe avvenuto per soddisfare un precedente credito rimasto insoluto. La Cassazione ritiene invece che anche un contratto preliminare di compravendita può dissimulare un mutuo con patto commissorio, purché sia dimostrato il nesso di strumentalità tra i due negozi. Anche quando il trasferimento è previsto a titolo di coazione per l’adempimento di un debito anteriore, può configurarsi un patto commissorio vietato, se il trasferimento del bene non risponde a una finalità solutoria ma alla finalità di costituire una posizione di garanzia provvisoria. Le implicazioni pratiche per cittadini e professionisti Questa pronuncia ha importanti ricadute pratiche in molteplici ambiti. Innanzitutto, rafforza la tutela dei debitori in difficoltà economica, impedendo che la loro situazione di debolezza contrattuale venga sfruttata attraverso operazioni apparentemente lecite ma sostanzialmente volte ad aggirare il divieto di patto commissorio. Per i professionisti legali, la sentenza impone un approccio

Spese straordinarie per i figli: come distinguerle da quelle ordinarie e quando serve l’accordo tra i genitori

I protocolli dei tribunali italiani offrono una guida chiara per evitare conflitti nella gestione dei costi extra rispetto all’assegno di mantenimento Uno dei terreni più scivolosi che i genitori separati si trovano ad affrontare riguarda la gestione delle spese per i figli che vanno oltre l’assegno di mantenimento mensile. Una visita odontoiatrica, un corso di inglese, una gita scolastica: sono costi da dividere? Chi deve autorizzarli? E soprattutto, come distinguere ciò che è già incluso nell’assegno da ciò che invece richiede un contributo aggiuntivo? La confusione su questi aspetti genera spesso tensioni tra i genitori, con il rischio che a pagarne le conseguenze siano proprio i figli. Per questo motivo, diversi tribunali italiani hanno elaborato protocolli d’intesa che offrono linee guida dettagliate e uniformi, trasformando un potenziale campo di battaglia in un percorso condiviso e chiaro. La distinzione fondamentale: spese ordinarie e spese straordinarie Il punto di partenza per comprendere il sistema è la distinzione tra due categorie di spese che hanno natura e modalità di gestione completamente diverse. Le spese ordinarie rappresentano i costi prevedibili e quotidiani necessari per la crescita del figlio. Parliamo dei bisogni di tutti i giorni: il vitto, l’abbigliamento ordinario, le spese per la casa, le cure mediche di routine come le visite dal pediatra o l’acquisto di farmaci da banco. Queste spese sono interamente coperte dall’assegno di mantenimento periodico che il genitore non collocatario versa mensilmente. L’assegno, infatti, è stato calcolato proprio per garantire la copertura di tutte queste necessità quotidiane, senza che sia necessario ogni volta rinegoziare o dividere i singoli costi. Le spese straordinarie, invece, sono costi imprevedibili, eccezionali o comunque rilevanti ed esorbitanti dalla sfera quotidiana. Si tratta di esborsi che non possono essere previsti e inclusi nel calcolo dell’assegno mensile, proprio perché la loro natura è occasionale o la loro entità è particolarmente significativa. Questi costi non sono coperti dall’assegno di mantenimento e devono essere ripartiti tra i genitori, solitamente in misura pari al cinquanta per cento per ciascuno, salvo diversi accordi o specifiche decisioni del giudice che tengano conto delle effettive capacità economiche di ciascun genitore. I protocolli dei tribunali: uniformità e certezza del diritto La necessità di creare criteri univoci e condivisi ha portato diversi tribunali italiani, tra cui quello di Milano che rappresenta un punto di riferimento nazionale, a elaborare protocolli d’intesa sul tema delle spese straordinarie. Questi protocolli hanno una duplice funzione: da un lato offrono ai genitori una guida chiara e precisa su quali spese rientrino in una categoria piuttosto che nell’altra, dall’altro riducono il contenzioso giudiziario, permettendo ai giudici di applicare criteri uniformi e prevedibili. I protocolli distinguono le spese straordinarie in due sottocategorie fondamentali, ciascuna con regole operative diverse. Alcune spese, per la loro urgenza o necessità, non richiedono un accordo preventivo tra i genitori: un genitore può sostenerle autonomamente e poi chiedere il rimborso all’altro. Altre spese, invece, richiedono il consenso di entrambi i genitori prima di essere effettuate, proprio perché rappresentano scelte educative o discrezionali che devono essere condivise. Le spese mediche: quando l’urgenza prevale sull’accordo Nel settore sanitario, la distinzione tra spese che richiedono e non richiedono accordo è strettamente legata al concetto di urgenza e necessità. Le visite mediche urgenti, come quelle effettuate al pronto soccorso, i trattamenti sanitari erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, l’acquisto di farmaci prescritti dal pediatra o dal medico curante e gli interventi chirurgici necessari e indifferibili rientrano nella categoria delle spese che non richiedono preventivo accordo. In questi casi, la salute del figlio ha priorità assoluta e non si può attendere il consenso formale dell’altro genitore. Il genitore che sostiene la spesa potrà poi documentarla e richiedere il rimborso della quota di competenza. Al contrario, le visite specialistiche private non urgenti, le cure odontoiatriche e ortodontiche, i percorsi di psicoterapia o logopedia e i trattamenti termali o fisioterapici richiedono l’accordo preventivo di entrambi i genitori. Queste spese, pur essendo importanti per il benessere del figlio, riguardano scelte che vanno oltre le cure di base e che quindi devono essere condivise. La ragione è semplice: si tratta di decisioni che comportano un impegno economico significativo e che possono seguire orientamenti terapeutici diversi, sui quali entrambi i genitori hanno diritto di esprimersi. Le spese scolastiche: tra obbligatorietà e opportunità Nel contesto scolastico, i protocolli distinguono tra ciò che è essenziale per garantire il diritto allo studio e ciò che rappresenta un’opportunità aggiuntiva. Le tasse di iscrizione e i contributi per le scuole pubbliche, i libri di testo obbligatori e il materiale di corredo scolastico di inizio anno, comprensivo anche della dotazione informatica come computer o tablet necessari per la didattica, sono considerate spese straordinarie che non richiedono accordo preventivo. Si tratta di costi necessari per permettere al figlio di seguire il proprio percorso formativo e che quindi devono essere sostenuti a prescindere dalla volontà di entrambi i genitori. Diversamente, l’iscrizione a scuole o università private, le gite scolastiche e i viaggi d’istruzione, i corsi di recupero o le ripetizioni private e i corsi di specializzazione o master post-universitari richiedono il consenso di entrambi. Queste spese offrono opportunità aggiuntive rispetto al percorso formativo standard e comportano scelte educative che vanno concordate, poiché non sono strettamente obbligatorie e possono avere un impatto economico rilevante. Le spese ricreative, sportive e culturali: la discrezionalità educativa Le attività extrascolastiche rappresentano un capitolo particolarmente delicato, perché toccano le scelte educative e i valori che ciascun genitore intende trasmettere ai figli. I corsi di musica, di lingua o le attività sportive, insieme al relativo abbigliamento e attrezzatura, i campi estivi, i soggiorni studio o le vacanze senza i genitori, le spese per il conseguimento della patente di guida e l’acquisto di dispositivi elettronici per svago rientrano tra le spese che richiedono un accordo preventivo. È importante notare, tuttavia, che l’evoluzione della giurisprudenza e dei protocolli stessi ha portato a riconoscere alcune attività come sempre più integrate nel percorso formativo standard dei ragazzi. Corsi di lingua straniera o attività sportive diffuse, se sostenuti a costi ragionevoli, vengono considerati con maggiore favore dai tribunali,

Lavori stradali e incidenti: chi risponde quando la strada resta aperta al traffico?

La Cassazione chiarisce la responsabilità tra ente proprietario e appaltatore e l’importanza delle clausole di manleva nel contratto d’appalto Quando si verificano incidenti stradali in tratti interessati da lavori in corso, chi è tenuto a rispondere dei danni? La questione diventa particolarmente delicata quando la strada, pur essendo oggetto di interventi, rimane aperta alla circolazione. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (ordinanza n. 33683/2025, Sezione III Civile, pubblicata il 22 dicembre 2025) offre importanti chiarimenti su questo tema, affrontando sia i rapporti tra danneggiati e responsabili, sia i rapporti interni tra committente e appaltatore. Il caso alla base della sentenza La vicenda trae origine da un tragico incidente stradale verificatosi sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, in un tratto interessato da lavori di ammodernamento e adeguamento. I familiari della vittima hanno agito in giudizio contro l’ente proprietario della strada per ottenere il risarcimento dei danni. L’ente, nel costituirsi in giudizio, ha chiamato in causa il consorzio di imprese appaltatrici dei lavori, formulando due distinte richieste: in via principale, ha chiesto di riconoscere la responsabilità esclusiva o almeno concorrente dell’appaltatore nei confronti dei danneggiati; in via subordinata, ha chiesto di essere manlevato dall’appaltatore in base alle clausole del contratto d’appalto, qualora fosse stato condannato al risarcimento. Il Tribunale di Salerno aveva condannato l’ente proprietario a risarcire i danni nella misura del 50%, riconoscendo un pari concorso di colpa della vittima, senza però pronunciarsi sulla posizione del consorzio appaltatore. La Corte d’Appello di Salerno, investita del gravame, ha invece condannato sia l’ente proprietario che il consorzio appaltatore in via solidale al risarcimento del danno, riconoscendo la loro corresponsabilità. La Corte d’Appello, tuttavia, non si è pronunciata sulla seconda domanda dell’ente proprietario, quella relativa alla manleva contrattuale. Il principio di diritto: responsabilità solidale verso i terzi La Suprema Corte ha ricordato un principio ormai consolidato in materia di responsabilità da custodia ai sensi dell’articolo 2051 del codice civile. Questa norma stabilisce che ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. Nel caso di cantieri stradali, il principio si articola in due distinte situazioni. Quando l’area di cantiere risulta completamente enucleata, delimitata e affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore, con conseguente assoluto divieto di traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all’interno di quest’area risponde esclusivamente l’appaltatore, che ne è l’unico custode. Questa situazione si verifica tipicamente quando il cantiere è chiuso e isolato dalla circolazione ordinaria. Quando invece l’area su cui vengono eseguiti i lavori rimane ancora adibita al traffico e quindi utilizzata a fini di circolazione, questa situazione denota la conservazione della custodia da parte dell’ente titolare della strada, sia pure insieme all’appaltatore. Ne consegue che la responsabilità, ai sensi dell’articolo 2051 del codice civile, sussiste sia a carico dell’appaltatore che dell’ente proprietario, che rispondono in solido nei confronti dei terzi danneggiati. Il fondamento di questa soluzione risiede nell’articolo 21, comma 2, del Codice della Strada, che impone a chiunque esegua lavori o depositi materiali sulle aree destinate alla circolazione di adottare gli accorgimenti necessari per la sicurezza e la fluidità della circolazione, mantenendoli in perfetta efficienza sia di giorno che di notte. L’obbligo di vigilanza sulla strada pubblica, quando questa resta aperta al traffico, grava dunque su entrambi i soggetti, che ne rispondono a pari titolo verso i terzi. La questione della manleva nei rapporti interni Ed è proprio su questo punto che la sentenza della Cassazione interviene con un importante chiarimento. Se è vero che, nei confronti dei terzi danneggiati, l’ente proprietario e l’appaltatore rispondono in solido senza che rilevi la ripartizione interna delle responsabilità, è altrettanto vero che nei rapporti interni tra committente e appaltatore il contratto di appalto può avere un rilievo decisivo. In particolare, il contratto di appalto può prevedere clausole di manleva, con le quali l’appaltatore si impegna a tenere indenne il committente da tutte le conseguenze pregiudizievoli derivanti da danni causati a terzi durante l’esecuzione dei lavori. Tali clausole sono lecite e pienamente valide nei rapporti tra le parti contraenti, anche se non possono pregiudicare i diritti dei terzi danneggiati, che conservano sempre la facoltà di agire contro entrambi i responsabili in via solidale. La Corte di Cassazione ha censurato la sentenza della Corte d’Appello proprio per aver omesso di pronunciarsi sulla domanda di manleva formulata dall’ente proprietario. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte territoriale, dopo aver correttamente affermato la responsabilità solidale di entrambi i soggetti nei confronti dei danneggiati, avrebbe dovuto valutare se, in base al contratto di appalto, l’appaltatore fosse tenuto o meno a manlevare il committente. Si trattava di una domanda autonoma e distinta rispetto a quella di corresponsabilità verso i terzi, che richiedeva una specifica valutazione e una pronuncia espressa. Le implicazioni pratiche della decisione Questa pronuncia offre indicazioni preziose per tutti i soggetti coinvolti in appalti di lavori pubblici o privati su infrastrutture stradali. Per gli enti proprietari delle strade, la sentenza conferma che, quando la strada resta aperta al traffico durante i lavori, non è possibile sottrarsi alla responsabilità verso i terzi danneggiati invocando l’affidamento dei lavori all’appaltatore. La custodia della strada rimane infatti condivisa. Tuttavia, gli enti possono tutelarsi nei rapporti interni inserendo nel contratto di appalto specifiche clausole di manleva, che obbligano l’appaltatore a tenere indenne il committente da ogni pretesa risarcitoria. È fondamentale che tali clausole siano redatte in modo chiaro e inequivocabile, specificando ambito e limiti della garanzia. Per le imprese appaltatrici, la decisione ricorda che la responsabilità verso i terzi sussiste sempre quando la strada resta aperta al traffico, indipendentemente da quanto previsto nel contratto con il committente. Le imprese devono quindi adottare tutte le misure di sicurezza previste dal Codice della Strada e garantire la corretta segnalazione e delimitazione dei cantieri. Sul piano contrattuale, le imprese devono prestare particolare attenzione alle clausole di manleva, che possono comportare l’obbligo di rimborsare integralmente il committente delle somme pagate ai danneggiati, anche quando la responsabilità del sinistro sia solo parzialmente riconducibile all’appaltatore. Per i danneggiati e i loro familiari, la sentenza conferma che possono sempre

L’AVVENTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: SOSTITUIRÀ PRIMA GLI AVVOCATI O I GIUDICI?

Una riflessione sulle trasformazioni in corso nel mondo del diritto I. LA DOMANDA CHE INQUIETA LE PROFESSIONI LEGALI Il 14 marzo 2025, il Tribunale di Firenze è stato teatro di un episodio che potrebbe segnare una svolta nel rapporto tra intelligenza artificiale e giustizia in Italia. Un avvocato aveva depositato una memoria citando sentenze della Cassazione che, si è poi scoperto, non esistevano affatto. Le «decisioni» erano state generate da ChatGPT e utilizzate senza alcuna verifica. I giudici del Tribunale di Firenze, Sezione Imprese, nelle motivazioni dell’ordinanza parlarono di «allucinazioni giurisprudenziali». Il caso fece clamore, ma rappresentava solo la punta dell’iceberg di una trasformazione già in corso. La domanda che oggi attraversa gli uffici giudiziari e gli studi legali è tanto semplice quanto inquietante: l’intelligenza artificiale sostituirà prima gli avvocati o i giudici? Per rispondere, dobbiamo andare oltre le paure e le suggestioni, analizzando con rigore scientifico cosa l’IA sa realmente fare oggi, come si stanno evolvendo le due professioni e quali sono i fattori strutturali che determineranno il ritmo del cambiamento. I dati parlano chiaro: secondo lo studio Censis-Confcooperative del 2024, nei prossimi dieci anni 15 milioni di lavoratori italiani saranno esposti all’impatto dell’intelligenza artificiale, di cui 6 milioni a rischio sostituzione. Tra le professioni considerate «ad alta complementarità» con l’IA figurano proprio avvocati e magistrati, insieme a notai ed esperti legali. Ma il concetto di «complementarità» merita un’analisi più approfondita: significa trasformazione, non eliminazione. Intanto, già oggi esistono sistemi di risoluzione automatizzata delle controversie che gestiscono milioni di casi: eBay risolve 60 milioni di dispute all’anno, il 90% delle quali viene gestito automaticamente senza alcun intervento umano. Questa realtà, spesso ignorata nel dibattito italiano, ci offre una finestra concreta sul futuro della giustizia digitale – e sulle sue condizioni di possibilità. II. IL NUOVO QUADRO NORMATIVO: LE REGOLE DEL GIOCO SONO CAMBIATE L’AI Act europeo e la sua implementazione Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act, UE 2024/1689), entrato in vigore nell’agosto 2024, ha stabilito un principio cardine: l’IA potrà rappresentare un prezioso strumento di supporto per il lavoro dei magistrati, facilitando la ricerca di precedenti giurisprudenziali, la gestione dei procedimenti o la redazione di atti, ma l’essenza stessa della funzione giurisdizionale dovrà sempre restare nelle mani dei giudici. La timeline di implementazione si è ormai definita: dal febbraio 2025 sono in vigore i divieti per le pratiche a rischio inaccettabile, inclusa la «giustizia predittiva penalmente rilevante»; dall’agosto 2025 operano le norme sui modelli di IA per finalità generali; dall’agosto 2026 entreranno in vigore le regole per i sistemi «ad alto rischio», categoria nella quale l’Allegato III, punto 8, include espressamente i sistemi «destinati a essere usati da un’autorità giudiziaria o per suo conto per assistere un’autorità giudiziaria nella ricerca e nell’interpretazione dei fatti e del diritto». Il 10 luglio 2025 la Commissione europea ha pubblicato la versione finale del General-Purpose AI Code of Practice, strumento di soft regulation che accompagnerà l’industria verso la conformità. La Legge italiana n. 132/2025: un primato europeo Il 25 settembre 2025, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Legge n. 132/2025 (in vigore dal 10 ottobre), l’Italia è diventata il primo Paese europeo a dotarsi di una legge quadro nazionale in materia di intelligenza artificiale, affiancandosi all’AI Act con una disciplina che ne specifica l’applicazione all’ordinamento interno. Il legislatore italiano ha adottato un approccio dichiaratamente «antropocentrico», enunciando principi quali la centralità della persona umana, la trasparenza e spiegabilità dei sistemi, la non discriminazione, la protezione dei dati personali e la responsabilità degli operatori. Due articoli definiscono il perimetro per le professioni legali: L’articolo 13 disciplina le professioni intellettuali, stabilendo che l’utilizzo di sistemi di IA è consentito «esclusivamente per attività strumentali e di supporto», con «prevalenza del lavoro intellettuale» oggetto della prestazione. Soprattutto, introduce un obbligo di informativa preventiva al cliente circa l’eventuale utilizzo di tali sistemi, specificandone finalità e modalità. Si configura così un nuovo standard deontologico: la «disclosure tecnologica» entra a pieno titolo nel dovere di lealtà e correttezza professionale. L’articolo 15 disciplina l’attività giudiziaria con un principio netto: è «sempre riservata al magistrato la decisione sulla interpretazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sulla adozione di ogni provvedimento». Il Ministero della Giustizia disciplina gli impieghi dei sistemi di IA per l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario, autorizzando sperimentazione e impiego negli uffici giudiziari previa consultazione di AGID e ACN. È significativo che l’articolo 17 attribuisca al Tribunale (escluso il Giudice di Pace) la competenza esclusiva sulle cause riguardanti il funzionamento di sistemi di IA: si prospetta la nascita di un contenzioso specializzato in materia di algoritmi, nuovo terreno professionale per gli avvocati. III. LA DELIBERA DEL CSM: LA MAGISTRATURA TRACCIA I PROPRI CONFINI L’8 ottobre 2025, a soli due giorni dall’entrata in vigore della L. 132/2025, il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato le «Raccomandazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’amministrazione della giustizia», primo quadro organico di riferimento per i magistrati italiani. La delibera merita un’analisi attenta, perché rivela la postura culturale con cui la magistratura italiana affronta la sfida dell’automazione. Divieti espliciti e utilizzi ammessi Il CSM vieta espressamente l’uso di ChatGPT, Copilot, Gemini e sistemi generativi simili per scrivere sentenze o motivazioni. Vieta l’uso di sistemi di IA non autorizzati nell’attività giudiziaria in senso stretto. Vieta la «giustizia predittiva» nel senso di decisioni automatizzate. Sono invece ammessi, nella fase transitoria, alcuni utilizzi in ambiente protetto e tracciato: consultazione di banche dati giurisprudenziali e dottrinali, costruzione di stringhe di ricerca complesse, sintesi di provvedimenti per classificazione e archiviazione, redazione di report statistici, bozze di relazioni o pareri su incarichi direzionali. Le proposte operative Il CSM propone: la creazione di un registro nazionale delle applicazioni IA certificate; percorsi formativi obbligatori per i magistrati in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura; tavoli tecnici congiunti con il Ministero della Giustizia; un piano strategico per l’introduzione dell’IA in giustizia entro il 2026; un sistema IA interno al «dominio giustizia», basato su infrastrutture pubbliche. Una tensione istituzionale latente La delibera segnala una criticità significativa: il mancato coinvolgimento del

Domanda rigettata e spese processuali: quale scaglione si applica quando l’attore indica “o quella minore ritenuta di giustizia”?

La Cassazione chiarisce come determinare il valore della causa per liquidare le spese a carico del soccombente quando la richiesta contiene una somma specifica con alternativa al ribasso Quando si perde una causa, il giudice condanna il soccombente al pagamento delle spese legali della controparte. Ma come si calcola l’importo? Il parametro fondamentale è il valore della causa, che determina lo “scaglione” di riferimento per la liquidazione degli onorari secondo le tariffe professionali. E qui nascono i problemi: cosa succede quando l’attore chiede una somma determinata ma aggiunge “o quella minore che si riterrà di giustizia”? Quale scaglione va applicato se la domanda viene completamente rigettata? La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31996/2025 pubblicata il 9 dicembre 2025, ha fornito una risposta chiara che risolve un contrasto interpretativo di lunga data. La decisione rappresenta un importante punto di riferimento per avvocati, giudici e tutti coloro che si trovano a gestire le conseguenze economiche della soccombenza processuale. Il caso: un avvocato chiede il risarcimento per lite temeraria La vicenda trae origine da una causa per risarcimento danni da sinistro stradale. Un avvocato, oltre ad assistere il proprio cliente, aveva proposto in proprio una domanda di risarcimento nei confronti della compagnia assicurativa convenuta, invocando l’art. 96 c.p.c. sulla responsabilità processuale aggravata. L’avvocato aveva chiesto la condanna della compagnia al pagamento di “euro 1.000,00 o in quel minor importo meglio ritenuto di giustizia e/o di equità”. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dichiarato inammissibile la domanda dell’avvocato, ritenendolo privo di legittimazione ad agire in proprio. Di conseguenza, l’avvocato era stato condannato alle spese processuali. Ma qui sorgeva il problema: quale scaglione applicare per liquidare le spese a suo carico? Il Tribunale aveva liquidato le spese nell’intero in euro 1.200,00, facendo riferimento allo scaglione da euro 1.100,00 a euro 5.200,00, basandosi sul valore della domanda principale proposta dal cliente (circa 4.600 euro). L’avvocato, tuttavia, sosteneva che si sarebbe dovuto applicare lo scaglione inferiore, quello fino a euro 1.100,00, poiché la sua domanda personale era pari a soli 1.000 euro. Il quadro normativo: come si determina il valore della causa Il sistema processuale italiano prevede regole precise per determinare il valore di una controversia. L’art. 14 c.p.c. stabilisce che “nelle cause relative a somme di danaro o a beni mobili, il valore si determina in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall’attore”. Si tratta del cosiddetto principio del “disputatum”: conta ciò che l’attore domanda, non quanto effettivamente ottiene. Per la liquidazione degli onorari degli avvocati, il d.m. n. 55 del 2014 all’art. 5, comma 1, richiama espressamente le norme del codice di procedura civile. Quindi, per stabilire quanto il soccombente deve pagare alla controparte a titolo di spese legali, bisogna guardare al valore dichiarato nella domanda e applicare lo scaglione tariffario corrispondente. Ma quando la domanda viene formulata con espressioni come “somma X o quella maggiore/minore ritenuta di giustizia”, si apre un problema interpretativo: il valore va considerato determinato o indeterminabile? Il contrasto giurisprudenziale risolto dalle Sezioni Unite Sulla questione si erano formati due orientamenti contrapposti nella giurisprudenza di legittimità. Un primo indirizzo riteneva che quando l’attore chiede una somma specifica ma aggiunge “o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore della causa deve essere considerato indeterminabile. La ratio di questo orientamento era che, ai sensi dell’art. 1367 c.c. applicabile anche agli atti processuali, non si può presumere che tale espressione sia una semplice clausola di stile. Al contrario, si deve ritenere che l’attore abbia voluto indicare solo un valore orientativo, rimettendo la quantificazione effettiva al giudice. In questi casi, secondo tale orientamento (Cass. n. 10984/2021, n. 19455/2018, n. 15306/2018, n. 6053/2013), si applica lo scaglione previsto per le cause di valore indeterminabile. Un secondo orientamento, invece, sosteneva che anche in presenza della formula “somma maggiore o minore ritenuta di giustizia”, il valore resta comunque determinato almeno nel suo importo minimo. Secondo questa tesi (Cass. Sez. 3, n. 35966/2023), la somma “eventualmente minore” rappresenta solo una domanda subordinata. La prova di questa interpretazione starebbe nel fatto che, se il giudice condannasse a una somma inferiore a quella espressamente richiesta, l’appello dell’attore per ottenere il maggiore importo sarebbe certamente ammissibile, non potendosi sostenere che l’attore avesse rimesso completamente al giudice la quantificazione. A risolvere il contrasto sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione che, con sentenza n. 20805 del 23 luglio 2025, hanno affermato il seguente principio di diritto: nel caso di integrale rigetto della domanda di condanna al pagamento di una somma determinata di denaro, contenente l’indicazione alternativa del “diverso importo che dovesse risultare dovuto in corso di causa”, la liquidazione delle spese in favore della parte vittoriosa si determina sulla base dello scaglione corrispondente alla somma specificamente indicata dall’attore, qualora lo stesso attribuisca compensi superiori rispetto a quelli previsti per le cause di valore indeterminabile. La soluzione della Cassazione: conta la somma specificamente indicata Applicando il principio fissato dalle Sezioni Unite al caso concreto, la Terza Sezione Civile ha accolto il ricorso dell’avvocato. La Corte ha chiarito che nella fattispecie in esame la situazione era ancora più netta rispetto a quella esaminata dalle Sezioni Unite, perché l’avvocato non aveva chiesto “1.000 euro o quella maggiore o minore ritenuta di giustizia”, bensì “1.000 euro o quella minore ritenuta di giustizia”. In altri termini, l’alternativa posta nella domanda riguardava solo un possibile ribasso, non anche un eventuale aumento. Se c’è dunque incertezza, questa riguarda unicamente il limite minimo dell’importo richiesto, mentre il limite massimo resta fermamente determinato in euro 1.000,00. La Cassazione ha evidenziato inoltre un profilo logico-sistematico decisivo: sarebbe contraddittorio liquidare spese di soccombenza commisurandole a un importo (quello della domanda principale del cliente, pari a circa 4.600 euro) per il quale non si era verificata alcuna soccombenza, essendo anzi la parte assistita dall’avvocato risultata vittoriosa. La domanda proposta dall’avvocato in proprio era oggettivamente e soggettivamente distinta da quella proposta nell’interesse del cliente. Si trattava di un credito risarcitorio autonomo, che l’avvocato riteneva (erroneamente, secondo i giudici di merito) di poter richiedere direttamente in quanto anticipatario delle

Responsabilità disciplinare dell’avvocato: quando il mancato pagamento verso i terzi diventa illecito deontologico

Le Sezioni Unite della Cassazione chiariscono i confini della condotta sanzionabile e l’elemento soggettivo richiesto per l’illecito ex art. 64 del Codice Deontologico Forense Può un avvocato essere sanzionato disciplinarmente per non aver pagato un debito contratto nella sua vita privata? La risposta è sì, se quel debito compromette la dignità della professione e l’affidamento dei terzi. Con l’ordinanza n. 30771/2025, pubblicata il 22 novembre 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno fatto chiarezza su una questione delicata che tocca da vicino la deontologia forense: quando l’inadempimento dell’avvocato a obbligazioni assunte nei confronti di terzi integra un illecito disciplinare. Il caso esaminato dalla Suprema Corte La vicenda trae origine da un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista che aveva commissionato lavori di manutenzione su un proprio natante per un importo di oltre 10.000 euro. Nonostante l’esecuzione dei lavori, l’avvocato non aveva mai corrisposto quanto dovuto all’impresa, costringendo il creditore ad instaurare un procedimento monitorio per ottenere il pagamento. Il Consiglio dell’Ordine territoriale aveva contestato la violazione degli articoli 4, 9 comma 2 e 63 comma 1 del Codice Deontologico Forense, ritenendo che tale condotta avesse arrecato disdoro alla professione. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina Forense aveva applicato una sanzione di quattro mesi di sospensione dall’esercizio della professione. Il Consiglio Nazionale Forense, in sede di gravame, aveva confermato la responsabilità disciplinare ma ridotto la sanzione a due mesi, riconducendo la fattispecie all’articolo 64 del Codice Deontologico, che disciplina specificamente l’obbligo di provvedere all’adempimento di obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. L’avvocato aveva proposto ricorso per cassazione lamentando, tra l’altro, l’involontarietà della propria condotta, adducendo precarie condizioni di salute, l’età avanzata e le vicende legate a un lungo processo penale conclusosi con assoluzione. Aveva inoltre evidenziato di aver avanzato una proposta transattiva per ottenere la rateizzazione del debito e contestato la rilevanza della natura voluttuaria della spesa contratta. Il quadro normativo di riferimento L’articolo 64 del Codice Deontologico Forense stabilisce l’obbligo per l’avvocato di provvedere all’adempimento delle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi. Questa disposizione rappresenta un presidio fondamentale per tutelare la dignità e il prestigio della professione forense, evitando che comportamenti irresponsabili in ambito privatistico possano riflettersi negativamente sull’immagine dell’intera categoria. Il codice deontologico non si limita a regolare la condotta professionale stricto sensu, ma si estende anche alla sfera dei rapporti privati dell’avvocato quando questi assumono rilevanza tale da compromettere la fiducia che i cittadini ripongono nella professione legale. Si tratta di un principio consolidato nella giurisprudenza disciplinare, che riconosce come l’avvocato debba essere un modello di correttezza non solo nell’esercizio del mandato professionale, ma anche nei rapporti della vita quotidiana. L’articolo 21 del medesimo Codice Deontologico, richiamato dalle Sezioni Unite, attribuisce agli organi disciplinari il potere di applicare sanzioni adeguate e proporzionate alla violazione commessa, valutando il comportamento complessivo dell’incolpato. La sanzione deve essere commisurata alla gravità del fatto, al grado della colpa, all’eventuale sussistenza del dolo e alla sua intensità, nonché al comportamento dell’incolpato precedente e successivo al fatto, tenuto conto delle circostanze soggettive e oggettive nelle quali è avvenuta la violazione. Il principio affermato dalle Sezioni Unite Le Sezioni Unite hanno respinto il ricorso, affermando un principio di grande rilevanza pratica: affinché sia integrato l’illecito disciplinare di cui all’articolo 64 del Codice Deontologico Forense, non è necessario che l’avvocato abbia la coscienza dell’antigiuridicità della propria condotta. È sufficiente che il comportamento sia volontariamente posto in essere. In altri termini, l’elemento soggettivo richiesto per configurare l’illecito si concretizza nella coscienza e volontarietà dell’azione o dell’omissione, ma non richiede anche la consapevolezza che tale comportamento integri una violazione deontologica sanzionabile. L’avvocato che non paga un debito, dunque, non può difendersi sostenendo di non sapere che tale inadempimento potesse costituire un illecito disciplinare: è sufficiente che abbia volontariamente scelto di non adempiere. La Suprema Corte ha tuttavia precisato che può venire in rilievo un’assoluta impossibilità della prestazione derivante da causa obiettiva estranea alla volontà dell’avvocato, quale il caso fortuito o la forza maggiore. In presenza di tali circostanze eccezionali, l’elemento soggettivo dell’illecito potrebbe essere escluso o attenuato. Tuttavia, nel caso di specie, il Consiglio Nazionale Forense aveva accertato che l’obbligazione era stata contratta quando i problemi di salute dell’avvocato erano già parzialmente presenti, che aveva avuto ad oggetto spese per un bene voluttuario e che non emergeva alcuna causa di forza maggiore idonea a escludere o attenuare l’elemento soggettivo dell’illecito. I limiti del sindacato di legittimità Le Sezioni Unite hanno ribadito l’orientamento consolidato in materia di ricorsi per cassazione avverso le decisioni del Consiglio Nazionale Forense. Tali decisioni sono impugnabili soltanto per incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge o per difetto del “minimo costituzionale” di motivazione. Ne consegue che l’accertamento del fatto e la valutazione della sua rilevanza ai fini della individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare, nonché la determinazione dell’adeguatezza della sanzione, non possono essere oggetto del controllo di legittimità se non nei limiti di una verifica di ragionevolezza. Il ricorrente, nel caso esaminato, aveva sostanzialmente richiesto un riesame della fattispecie di merito, lamentando l’ingiustizia della decisione e invocando un nuovo apprezzamento delle circostanze del caso concreto. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno rilevato che il motivo di ricorso si sostanziava in una diffusa critica della decisione impugnata senza sussumere le ragioni di censura nelle tassative categorie logiche contemplate dall’articolo 36, comma 6, della legge n. 247 del 2012, che disciplina il ricorso per cassazione in materia disciplinare forense. Le censure non allegavano l’omesso esame di fatti storici oggetto di discussione tra le parti e aventi carattere decisivo, ma sollecitavano un diverso esame, più favorevole al ricorrente, di fatti tutti comunque presi in considerazione dal Consiglio Nazionale Forense. Tale richiesta eccede i limiti del sindacato di legittimità sulla motivazione, come risultanti dall’interpretazione costante dell’articolo 360, comma 1, numero 5, e dell’articolo 132, comma 2, numero 4, del codice di procedura civile. Implicazioni pratiche per gli avvocati Questa pronuncia delle Sezioni Unite riveste un’importanza fondamentale per la categoria forense, in quanto chiarisce i confini entro i quali anche i comportamenti privati dell’avvocato possono assumere rilevanza