Mantenimento del nipote: i nonni paterni rispondono se i genitori non hanno mezzi?

Se i genitori sono incapienti, la nonna che mantiene la nipote può rivalersi sugli altri nonni Una bambina nasce nel 2010 in una famiglia che si spezza presto. I genitori si separano e il padre non versa mai il contributo di cinquecento euro mensili fissato dal giudice della separazione. La madre non ha mai lavorato e finisce per lasciare la figlia alle cure della propria madre. Nel 2019 il Tribunale per i minorenni affida formalmente la minore alla nonna materna, che fino a quel momento aveva provveduto da sola a tutte le esigenze della nipote, comprese le spese mediche e scolastiche. Finita questa lunga stagione di sostegno economico, la nonna decide di chiedere indietro quanto speso. Cita in giudizio il padre e i nonni paterni, domandando la condanna in solido al rimborso di cinquantaquattromila euro, pari a cinquecento euro per ciascun mese dalla nascita al novembre 2019. In via subordinata invoca l’ingiustificato arricchimento. Il Tribunale di Pescara accoglie la domanda principale e condanna tutti i convenuti. La Corte d’Appello de L’Aquila ribalta il verdetto soltanto nei confronti dei nonni paterni, lasciando ferma la condanna del padre. A suo avviso l’obbligo degli ascendenti è solo sussidiario e non solidale, e quindi non consente alcun regresso. Anche l’azione di arricchimento viene respinta, perché senza un obbligo giuridico accertato non vi sarebbe un arricchimento privo di causa. La nonna ricorre in Cassazione. La questione giuridica Il problema è questo. Chi mantiene un minore al posto dei genitori può recuperare una parte della spesa dagli altri nonni? E a quale titolo, visto che l’obbligo degli ascendenti non sostituisce quello dei genitori, ma interviene solo quando questi non possono provvedere? L’art. 316 bis c.c. stabilisce che i genitori devono adempiere l’obbligo di mantenimento in proporzione alle proprie sostanze e alla capacità di lavoro. Quando non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti sono tenuti a fornire loro quanto necessario perché possano adempiere i loro doveri verso i figli. In parole semplici, i nonni intervengono in seconda battuta, solo se i genitori non ce la fanno. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza n. 28166/2026, pubblicata il 30 ottobre 2026, la Prima Sezione civile accoglie i primi due motivi del ricorso e assorbe il terzo. Cassa la sentenza e rinvia alla Corte d’Appello de L’Aquila in diversa composizione. La Corte parte dall’orientamento consolidato richiamato dai giudici d’appello, ricordato nel provvedimento anche con riferimento a Cass. n. 3402/1995, n. 20509/2010 e n. 13345/2023. Secondo questo orientamento l’obbligo di mantenimento spetta primariamente ai genitori. Se uno dei due non può o non vuole adempiere, l’altro deve fare fronte per intero con le proprie sostanze e la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di agire contro l’inadempiente. Dunque agli ascendenti non ci si può rivolgere solo perché un genitore non contribuisce, se l’altro è in grado di provvedere. Per ravvisare l’obbligo dei nonni occorre che l’inadempimento dipenda da una vera mancanza di mezzi e che l’altro genitore non possa sostenere da solo le spese. Ma il caso era diverso. Secondo l’ordinanza risultava accertato che entrambi i genitori erano di fatto incapienti. La Corte territoriale aveva applicato precedenti riferiti a situazioni in cui almeno un genitore era in grado di mantenere il figlio, senza esaminare la concreta incapacità economica di entrambi. Quell’orientamento, dunque, non poteva essere esteso a questa fattispecie. Sussidiarietà e solidarietà: non si escludono Il passaggio più rilevante riguarda la natura dell’obbligazione. Secondo la Cassazione, quando è accertata l’impossibilità dei genitori di provvedere, l’obbligo grava in maniera unitaria su tutti e quattro gli ascendenti, materni e paterni. Il creditore può quindi rivolgersi indistintamente a uno qualsiasi dei quattro. Il vincolo nasce direttamente dalla legge ed è posto a tutela del supremo interesse del minore. Il fatto che l’obbligazione dei nonni sia sussidiaria rispetto a quella dei genitori non cambia le regole della solidarietà. Differisce soltanto nel tempo il momento in cui l’effetto solidale diventa esigibile, in modo del tutto compatibile con l’art. 1293 c.c. Questa norma, in sintesi, chiarisce che la solidarietà non viene meno per il fatto che i debitori siano tenuti con modalità o tempi diversi. L’ascendente che ha provveduto al mantenimento può poi agire in regresso, cioè chiedere agli altri coobbligati la loro quota di quanto pagato, ai sensi degli artt. 1288 e 1299 c.c. Ne consegue che l’art. 316 bis c.c. può considerarsi espressione del carattere solidale delle obbligazioni degli ascendenti. L’ordinanza aggiunge che l’obbligo di mantenimento non ha natura alimentare e decorre dalla nascita. Il rimborso pro quota spetta quindi anche all’ascendente che ha anticipato le spese, per l’intero periodo (richiamata Cass. n. 15063/2000). Il principio di diritto La Corte formula questo principio. L’obbligazione degli ascendenti ha carattere sussidiario rispetto a quella principale dei genitori e presuppone la loro incapienza o l’oggettiva impossibilità di farvi fronte. Presenta inoltre carattere solidale nei rapporti interni, a norma degli artt. 1292 ss. c.c. L’ascendente che ha sostenuto spese per il mantenimento del minore ha diritto di regresso pro quota nei confronti degli altri ascendenti, quali coobbligati solidali. Un’altra sentenza e l’assenza di contrasti Nella memoria difensiva la ricorrente aveva segnalato che, dopo il deposito del ricorso, la stessa Corte d’Appello, in diversa composizione, aveva condannato i nonni paterni a versare un contributo mensile a favore della nonna materna, in ragione della natura sussidiaria dell’obbligo. Quella pronuncia, tuttavia, era a sua volta impugnata in Cassazione e non era passata in giudicato. La Prima Sezione precisa che essa non influisce sulla decisione, riguardando una questione diversa anche se strettamente connessa. La Corte esclude inoltre i presupposti per rimettere la causa alla pubblica udienza o alle Sezioni Unite, perché sul nucleo della questione, cioè la spettanza del regresso all’ascendente che ha mantenuto il minore, non risultano decisioni sostanzialmente difformi. Che cosa cambia nella pratica Per le famiglie, il messaggio è che chi si fa carico del mantenimento di un nipote, quando i genitori non sono in grado di farlo, non resta isolato. Se esistono altri ascendenti, quelli dell’altro ramo familiare compresi, può chiedere loro una quota delle spese sostenute,
Casa venduta all’asta: come e quando si può contestare la vendita forzata

La Cassazione ricorda che i vizi dell’esecuzione si fanno valere con le opposizioni esecutive L’ordinanza della Terza Sezione civile, numero di raccolta generale 28017/2026, pubblicata il 28 ottobre 2026, nasce da una vicenda immobiliare complessa. Il passaggio che interessa chi vuole contestare una vendita forzata è però un altro: la Corte ricorda che certe censure vanno proposte nella sede giusta e nei tempi giusti. La vicenda storica Nel 2011 un immobile viene trasferito a un aggiudicatario con decreto del giudice dell’esecuzione, al termine di una procedura esecutiva immobiliare. Sul bene risultavano però trascritti due atti più antichi. Il primo era un contratto preliminare di vendita del 2004. Il secondo era una vendita del 2007 con costituzione di rendita vitalizia, cioè l’obbligo di pagare periodicamente una somma a vita. L’aggiudicatario agisce in giudizio per ottenere la cessazione degli effetti della trascrizione del preliminare, l’inopponibilità della rendita vitalizia e la cancellazione delle formalità. Il Tribunale accoglie la sua tesi: la rendita non costituisce esecuzione del preliminare e non ne conserva gli effetti prenotativi. Dichiara inoltre tardiva la costituzione dei convenuti e inammissibili la chiamata in causa di un istituto di credito e le loro domande riconvenzionali. La Corte d’appello conferma tutto, compresa la condanna per responsabilità aggravata, e aggiunge un rilievo decisivo: le lagnanze sull’andamento della procedura espropriativa avrebbero dovuto essere fatte valere con gli strumenti oppositivi propri del processo esecutivo. Il passaggio che interessa: la sede giusta per contestare La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso per ragioni in larga parte formali, che riguardano la tecnica dell’impugnazione. Il passaggio più istruttivo per chi opera nelle vendite forzate è un altro. Il Tribunale aveva respinto le domande perché i vizi della procedura che aveva portato al trasferimento dovevano essere dedotti nel giudizio esecutivo, con le opposizioni esecutive. La Corte d’appello aveva rilevato che questa ragione, da sola sufficiente a reggere la decisione, non era stata oggetto di alcun motivo di appello. In Cassazione i ricorrenti non si erano confrontati con essa, limitandosi a un rinvio generico a una pagina dell’atto di appello. L’ordinanza non entra nel dettaglio delle singole opposizioni. Si limita a confermare che chi lamenta vizi del pignoramento, dell’ipoteca o del trasferimento non può farli rivivere in un giudizio ordinario successivo se non li ha fatti valere nell’esecuzione. Le considerazioni che seguono sul funzionamento dei rimedi sono una mia illustrazione generale e non provengono dal testo della pronuncia. I rimedi nel processo esecutivo Il codice di procedura civile prevede strumenti diversi, a seconda di ciò che si contesta. L’opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) serve a contestare il diritto del creditore di procedere, per esempio perché il credito non esiste più, è prescritto o il titolo è inefficace. L’opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) riguarda invece la regolarità formale degli atti della procedura: la notifica del titolo, il pignoramento, l’avviso di vendita, l’aggiudicazione, lo stesso decreto di trasferimento. Questa opposizione è soggetta a un termine breve, in genere di venti giorni dal compimento dell’atto o dalla sua conoscenza, e per questo richiede una tempestività particolare. Chi invece vanta un diritto proprio sul bene pignorato può proporre l’opposizione di terzo (artt. 619 e seguenti c.p.c.), che di regola va fatta prima della vendita. Il terzo che interviene dopo può far valere il diritto sulla somma ricavata (art. 620 c.p.c.). La scelta del rimedio non è indifferente. Un’opposizione formalmente sbagliata, oppure proposta oltre il termine, può precludere ogni successiva contestazione. Perché non si può rimediare dopo La logica del sistema è proteggere la stabilità degli acquisti all’asta. L’aggiudicatario compra sulla base di una procedura che si presume regolare. Se ogni vizio potesse essere invocato anni dopo in un giudizio ordinario, le vendite forzate non attirerebbero offerenti e le procedure ne uscirebbero svuotate di funzione. Le norme sostanziali vanno nella stessa direzione: la nullità di atti esecutivi, ad esempio, non pregiudica in linea generale l’acquirente, salvo che abbia agito in collusione con il creditore (art. 2929 c.c.). Chi vuole contestare deve quindi farlo dentro la procedura, quando il rimedio è ancora effettivo. Il ricorso per cassazione e la lezione del processo La seconda lezione è processuale. Quando una sentenza si regge su più ragioni autonome, ciascuna sufficiente a sostenerla, il ricorso deve censurarle tutte. Se una resta ferma, le altre critiche perdono rilevanza. Il ricorso deve inoltre essere autosufficiente (art. 366, primo comma, n. 3, c.p.c.), cioè contenere tutti gli elementi necessari a far comprendere la controversia senza ricorrere ad altri atti. Nel caso in esame la Corte ha ritenuto che mancassero entrambi i requisiti. Le conseguenze sono state pesanti. I ricorrenti sono stati condannati in solido alle spese, liquidate in 5.500 euro oltre accessori, e al pagamento di un’ulteriore somma di 5.500 euro per responsabilità aggravata (art. 96 c.p.c.), perché hanno riproposto argomenti già confutati dai giudici di merito. Implicazioni pratiche Per chi subisce una procedura esecutiva immobiliare, il tempo è decisivo. Gli atti vanno controllati subito, e i vizi formali vanno fatti valere nel termine breve previsto. Attendere l’esito della vendita può significare perdere ogni possibilità di contestazione. Per chi acquista all’asta, la sentenza conferma la solidità del titolo derivante dal decreto di trasferimento. Resta tuttavia opportuno verificare le formalità trascritte sul bene, perché non tutti i pesi vengono automaticamente cancellati. Per chi vanta diritti sul bene, per esempio un preliminare o un diritto reale trascritto, vale la necessità di intervenire con tempestività nella procedura. Conclusioni L’ordinanza n. 28017/2026, pubblicata il 28 ottobre 2026, ricorda che nelle vendite forzate il rimedio va cercato nel posto giusto e al momento giusto. Per valutare quale opposizione proporre nel tuo caso e entro quando, lo studio è a disposizione per una consulenza personalizzata.
Esibizione bancaria: ricorso da blindare

La Cassazione ammette l’istanza di esibizione in corso di causa, ma boccia il ricorso non autosufficiente Una società a responsabilità limitata, insieme ai suoi fideiussori, cita in giudizio una banca. Chiede di accertare che il debito non esiste e di ottenere la restituzione di quanto pagato in più a titolo di interessi e commissioni. Contesta due rapporti di conto corrente e un mutuo ipotecario, in particolare il piano di rimborso con rata costante, il cosiddetto ammortamento alla francese. La banca risponde con una domanda riconvenzionale, cioè chiede a sua volta la condanna dei clienti al pagamento del proprio credito. Il Tribunale respinge le domande dei clienti e accoglie quella della banca. In appello l’esito non cambia. Per la Corte territoriale la società non ha prodotto la documentazione necessaria: mancano i contratti di apertura dei conti e il piano di ammortamento del mutuo, e le consulenze di parte, costruite su materiale incompleto, non sono attendibili. La banca, invece, ha depositato contratti ed estratti conto. Il giudice d’appello giudica inoltre esplorativa la richiesta di consulenza tecnica contabile e ritiene inammissibile l’istanza di esibizione dei documenti: la società aveva domandato la documentazione alla banca solo quando la causa era già pendente. Secondo la Corte d’appello, poi, quella disciplina potrebbe riguardare gli estratti conto, ma non i contratti, che il cliente riceve alla stipula e ha l’onere di conservare. I clienti ricorrono in Cassazione con cinque motivi. La Prima Sezione civile decide con l’ordinanza n. 27881/2026 (numero di raccolta generale), pubblicata il 27 ottobre 2026. La questione giuridica Il nodo è questo: il cliente che non riesce a ottenere dalla banca i documenti del rapporto può chiederne l’esibizione al giudice? E se può farlo, quando e con quali limiti? La domanda ha un peso concreto nel contenzioso bancario, dove senza i contratti e gli estratti conto è spesso impossibile dimostrare le proprie ragioni. Il quadro normativo L’art. 119, comma 4, del d.lgs. n. 385/1993 (Testo unico bancario) riconosce al cliente il diritto di ottenere, a proprie spese, copia della documentazione relativa alle singole operazioni degli ultimi dieci anni. La banca ha novanta giorni per consegnarla. L’art. 210 c.p.c., invece, consente al giudice di ordinare a una parte o a un terzo di esibire un documento in giudizio. Infine l’art. 2697 c.c. pone l’onere della prova a carico di chi fa valere un diritto. Questo punto è decisivo, perché l’esibizione non può servire a colmare le lacune probatorie di chi la chiede. L’evoluzione della giurisprudenza L’ordinanza ricostruisce due orientamenti. Il primo, più risalente e favorevole al cliente, riconosce il diritto al rendiconto anche in sede giudiziaria, provando la sola esistenza del rapporto, senza trasformare una facoltà di tutela in un onere vincolante. L’ordinanza lo riconduce a Cass. n. 3875/2019 e n. 24181/2020. Il secondo, più restrittivo e oggi prevalente, richiede che il cliente abbia prima chiesto la documentazione alla banca e che questa non abbia adempiuto senza giustificazione. L’ordinanza richiama in proposito Cass. n. 24641/2021, n. 23861/2022 e n. 9082/2023. Su queste basi la Corte precisa tre punti. Se la richiesta alla banca è stata fatta prima della causa, o anche durante, quando possibile, e la banca non ha risposto entro novanta giorni, il giudice può ordinare l’esibizione. L’ordine riguarda però soltanto la documentazione che il cliente poteva ottenere ai sensi dell’art. 119, e nei limiti dell’ultimo decennio (Cass. n. 10728/2026). Quella documentazione comprende non solo assegni, bonifici e prelievi, ma anche contratti, estratti conto e scalari (Cass. n. 8914/2025). Resta fermo il limite generale: se manca la richiesta preventiva, o se la banca non è rimasta inadempiente, non c’è spazio per l’ordine di esibizione. La soluzione della Corte La Cassazione dà ragione ai ricorrenti sul piano dei principi. Ritiene errata l’affermazione secondo cui la richiesta di esibizione sarebbe inammissibile se la domanda alla banca è avanzata solo in corso di causa. Quella conclusione non ha alcun appiglio letterale nel quarto comma dell’art. 119 ed è contraria all’orientamento più recente. La richiesta è possibile anche a giudizio pendente, a patto di rispettare due tempi: i novanta giorni concessi alla banca e le preclusioni istruttorie dell’art. 183, comma 6, c.p.c., cioè i termini oltre i quali non si possono più chiedere o produrre prove. Chi sceglie di scrivere alla banca a processo avviato deve quindi calcolare con precisione i tempi, salva la possibilità, valutata caso per caso, di ottenere la rimessione in termini se la condotta è stata diligente (Cass. n. 12993/2023). È errata anche l’esclusione dei contratti dall’ambito dell’esibizione. Il difetto di autosufficienza Nonostante questo, il motivo non viene accolto: è dichiarato inammissibile perché non autosufficiente. L’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c. impone al ricorso per cassazione di indicare i documenti su cui ogni motivo si fonda e di illustrarne il contenuto rilevante. In altre parole, il ricorso deve consentire alla Corte di decidere senza dover cercare le informazioni nel fascicolo. Secondo la Corte i ricorrenti non lo hanno fatto. Hanno dato conto della richiesta rivolta alla banca (la lettera è del dicembre 2016, quasi un anno prima della scadenza dei termini istruttori, fissata a novembre 2017) e hanno affermato di aver insistito per l’esibizione. Ma non hanno trascritto il contenuto essenziale della comunicazione, né localizzato nei fascicoli le istanze formulate. Il passaggio riferito al secondo grado non chiariva nulla sul primo. La Corte non ha potuto verificare se esistesse un’istanza ammissibile di esibizione dei contratti né se la lettera alla banca contenesse davvero la richiesta di consegnarli. Gli altri motivi sono stati dichiarati assorbiti, perché la loro decisione presupponeva l’acquisibilità dei documenti. I ricorrenti sono stati condannati alle spese. Implicazioni pratiche Per i clienti delle banche la lezione è duplice. Primo: la richiesta di documentazione va inviata presto, in modo formale e tracciabile, indicando in modo esplicito ciò che si chiede, contratti compresi, e senza attendere l’ultimo momento. Se si aspetta di essere in causa, bisogna contare i novanta giorni e verificare che finiscano prima delle preclusioni istruttorie. Secondo: ogni passaggio che sorregge il motivo di ricorso va documentato nel ricorso stesso,
Infortunio a scuola: chi deve dare la prova?

La Cassazione chiarisce l’onere della prova nel danno che l’alunno si procura durante l’educazione fisica Nel settembre del 2016, durante l’ora di educazione fisica, una studentessa di una scuola secondaria di primo grado si procura una frattura alla falange intermedia del quinto dito della mano sinistra. I genitori sostengono che la ragazza si trovasse nel cortile dell’istituto e sia stata colpita da un pallone. A loro avviso l’attività non si sarebbe dovuta svolgere in cortile, ritenuto luogo inidoneo, ma in palestra, e non ci sarebbe stata una vera partita. Imputano quindi alla scuola carenze di vigilanza e di prevenzione. I giudici di merito ricostruiscono il fatto in modo diverso. Secondo la sentenza d’appello, ripresa dalla Cassazione, la studentessa stava svolgendo un esercizio di tiri a canestro. Su un passaggio di un compagno, nel momento di afferrare il pallone, ha avvertito un forte dolore alla mano. Questa versione trae origine dalla relazione dell’insegnante presente, poi confermata sotto giuramento in giudizio. Il percorso giudiziario I genitori, agendo per la figlia minorenne, citano in giudizio il Ministero e l’istituto scolastico davanti al giudice di pace, chiedendo un risarcimento contenuto entro i cinquemila euro. Il Ministero e la scuola ottengono di chiamare in causa la compagnia assicurativa. Il giudice di pace dichiara il difetto di legittimazione passiva dell’istituto, cioè esclude che la scuola possa essere il soggetto da convenire, e rigetta la domanda verso il Ministero. Riconduce l’evento al caso fortuito: imprevedibile e non imputabile alla scuola né al docente. L’appello, proposto prima davanti a un tribunale poi dichiarato incompetente, viene riassunto dinanzi al tribunale competente e rigettato. Il tribunale precisa che il corretto inquadramento giuridico non è l’articolo 2048 del codice civile, ma la responsabilità contrattuale, con il regime probatorio dell’art. 1218 c.c.. Valorizza poi la relazione dell’insegnante e la sua conferma testimoniale per escludere l’evitabilità dell’evento, la pericolosità delle attrezzature, l’inadempimento dell’obbligo di vigilanza e il nesso causale tra condotta della scuola e danno. I genitori ricorrono in Cassazione, che decide con l’ordinanza n. 27244/2026 di raccolta generale, pubblicata il 19 ottobre 2026. La questione giuridica Il punto centrale è semplice da enunciare e meno semplice da applicare. Quando un alunno si fa male da solo durante l’attività scolastica, chi deve provare che cosa? Basta dimostrare che l’infortunio è avvenuto in orario di lezione perché la scuola risponda, oppure occorre individuare una condotta inadempiente dell’istituto o dell’insegnante? Il quadro normativo L’art. 2048 c.c. disciplina la responsabilità di genitori, tutori e insegnanti per il danno causato dal fatto illecito dei minori affidati alla loro vigilanza. In altri termini, riguarda il danno che l’allievo provoca a un terzo. L’art. 2043 c.c. è la clausola generale del risarcimento per fatto illecito. L’art. 2050 c.c. regola le attività pericolose, con una presunzione di colpa a carico dell’esercente. L’art. 1218 c.c. stabilisce che il debitore che non esegue la prestazione dovuta risponde del danno, se non prova che l’inadempimento deriva da impossibilità a lui non imputabile. La decisione della Corte La Corte, nell’esame congiunto dei primi due motivi, segue una linea in due tempi. Sul piano processuale, li dichiara in parte inammissibili. Il ricorso, secondo i giudici, è prolisso e ripetitivo e riproduce ampi brani di atti e sentenze. Mescola nello stesso motivo violazione di legge, omesso esame di fatti, travisamento della prova e critica alla valutazione delle prove, senza localizzare con precisione gli atti su cui si fonda. L’art. 366 c.p.c. richiede invece una esposizione chiara e specifica, e un ricorso trasformato in un assemblaggio di riproduzioni lascia alla Corte il compito di ricostruire la censura. Inammissibile è anche la denuncia di omesso esame di un fatto decisivo. Il ricorso è stato notificato nel settembre 2024, dopo l’entrata in vigore della disciplina che esclude questo motivo in caso di cosiddetta doppia conforme. Questa ricorre quando l’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni di fatto, e la Corte precisa che non occorre che le due sentenze siano identiche: basta lo stesso percorso logico-argomentativo, anche integrato da ulteriori argomenti del giudice d’appello. Nel merito, la Corte ritiene comunque i motivi infondati. Richiama le Sezioni Unite (n. 9346/2002), secondo cui il rapporto tra scuola e alunno ha natura contrattuale e la scuola assume un obbligo di protezione e vigilanza. L’istituto deve provare di aver adempiuto o che l’evento dipende da causa non imputabile. L’alunno, per parte sua, deve provare il nesso causale tra il fatto e il danno. La Corte richiama anche un’altra pronuncia, la n. 2114/2024, a conferma del principio. Ne discende che non basta affermare che l’infortunio è avvenuto durante l’orario scolastico: occorre indicare una condotta inadempiente e il suo legame causale con il danno. La Corte aggiunge un criterio specifico per la pratica sportiva. La responsabilità dell’istituto per il danno che l’alunno si cagiona da sé presuppone che il danno sia la concretizzazione di un rischio anomalo, cioè non connesso normalmente allo sport praticato, e che l’evento non fosse imprevedibile o inevitabile. La prova dell’imprevedibilità grava sul convenuto. Il giudizio sulla sua sussistenza, però, è fattuale e non è censurabile in sede di legittimità se non per difetto radicale di motivazione. Sono respinte anche le altre doglianze. Il richiamo all’art. 2050 c.c. non regge, perché il semplice svolgimento di esercizi o giochi con il pallone durante l’educazione fisica non rende, di per sé, pericolosa in senso tecnico l’attività. Non c’è nemmeno omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., perché il tribunale ha affrontato la qualificazione giuridica e ha ritenuto provata la non imputabilità dell’evento. Il mancato accoglimento della tesi dei ricorrenti non equivale a omessa pronuncia. Irrilevante infine che si trattasse di pallavolo o di pallacanestro, o che l’attività fosse in cortile anziché in palestra, perché la decisione si fonda sulla relazione dell’insegnante e sulla deposizione testimoniale. Le spese di lite Il terzo motivo riguarda le spese del giudizio d’appello. I ricorrenti sostengono che vi sarebbe stata soccombenza reciproca, perché il tribunale aveva respinto alcune eccezioni degli appellati, tra cui l’inammissibilità dell’appello. La Corte replica che chi ha visto respingere integralmente
Cliente professionale: tutele non azzerate

L’attribuzione della qualifica di investitore professionale non esonera la banca dai suoi doveri di verifica Un investitore privato aveva sottoscritto con una banca tre contratti-quadro di deposito titoli e, sulla base di quei rapporti, aveva effettuato diverse operazioni in prodotti finanziari. Alcuni anni prima, in un momento preciso, aveva dichiarato per iscritto di voler essere trattato come cliente professionale, affermando di aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di quindici o venti a trimestre nei quattro trimestri precedenti. Analoga richiesta era stata presentata da un familiare delegato a operare sul conto. Gli investimenti non sono andati bene. L’investitore ha quindi agito in giudizio contro la banca, chiedendo il risarcimento dei danni per la violazione degli obblighi informativi e di verifica dell’adeguatezza e dell’appropriatezza delle operazioni, obblighi che il Testo unico della finanza e il regolamento Consob pongono a carico degli intermediari. La decisione dei giudici di merito Il Tribunale ha respinto la domanda, e la Corte d’appello ha confermato la decisione. Il ragionamento era lineare. Il cliente aveva chiesto di essere qualificato come professionale e aveva dichiarato di possedere i requisiti. Quella dichiarazione veniva considerata una confessione, e dunque un fatto provato contro di lui. Una volta attribuita la qualifica, la banca era ritenuta libera da ogni obbligo di informazione sulla natura e sull’adeguatezza degli investimenti. I giudici d’appello hanno aggiunto un passaggio significativo. Nei documenti della banca mancava l’indicazione del numero di operazioni in uno dei trimestri rilevanti. Secondo la Corte, però, ben poteva darsi che il cliente avesse operato in quel periodo con un altro intermediario, e il cliente non aveva fornito elementi per privare di efficacia la propria dichiarazione. Il ricorso in Cassazione L’investitore ha proposto ricorso per cassazione con un unico motivo, lamentando la violazione delle norme del regolamento Consob sulla classificazione dei clienti. Sosteneva che dagli stessi documenti della banca risultasse che, al momento della richiesta, i requisiti per la qualifica professionale non erano soddisfatti. Aggiungeva di non avere alcuna esperienza specifica nei prodotti oggetto di causa, e di dover quindi essere trattato come cliente al dettaglio, con tutte le tutele connesse. Con l’ordinanza n. 26039, pubblicata il 1° ottobre 2026, la Prima Sezione civile ha accolto il motivo, ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’appello in diversa composizione. Perché la dichiarazione non è una confessione Il primo errore individuato dalla Cassazione riguarda la nozione di confessione. L’art. 2730 c.c. definisce confessione la dichiarazione con cui una parte riconosce la verità di fatti a sé sfavorevoli e favorevoli all’altra parte. In altre parole, si confessa un fatto, non un’opinione. La richiesta di essere considerato cliente professionale, osserva la Corte, esprime un convincimento personale sulla propria esperienza e sulla propria propensione al rischio. È un giudizio, sebbene capace di produrre conseguenze giuridiche, e non una affermazione di scienza su un fatto oggettivamente verificabile. Per questa ragione non ha valore confessorio. La Corte richiama in proposito un orientamento già espresso in precedenti pronunce, in tema di dichiarazioni rese dal cliente sulla propria consapevolezza dei rischi. Il quadro normativo: l’Allegato 3 del regolamento Consob Il secondo errore è più rilevante sul piano pratico. L’Allegato 3 del regolamento Consob distingue i clienti professionali privati in due categorie: quelli di diritto e quelli su richiesta. Il caso riguarda la seconda. Per ottenere la qualifica su richiesta il cliente deve soddisfare almeno due tra tre requisiti: aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di dieci a trimestre nei quattro trimestri precedenti; possedere un portafoglio di strumenti finanziari, depositi inclusi, superiore a cinquecentomila euro; lavorare o aver lavorato almeno un anno nel settore finanziario in una posizione che presuppone la conoscenza delle operazioni o dei servizi. La Cassazione però insiste su ciò che sta prima dell’elenco. L’Allegato premette che non è comunque consentito presumere che questi clienti abbiano conoscenze comparabili a quelle dei professionali di diritto. Premette inoltre che le regole di condotta previste per i clienti non professionali possono essere disapplicate solo dopo una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente. Occorre insomma che l’intermediario possa ragionevolmente ritenere il cliente in grado di decidere in modo consapevole e di comprendere i rischi che assume. Gli obblighi della banca Ne discende, secondo la Corte, che la qualifica professionale non esonera automaticamente l’intermediario dal valutare l’adeguatezza degli investimenti rispetto al profilo del cliente. Spetta alla banca dimostrare di aver correttamente disapplicato le regole di tutela. In mancanza di questa prova, anche il cliente professionale su richiesta conserva le garanzie informative, per quanto elevato sia il suo profilo di rischio. L’Allegato impone inoltre di adottare tutte le misure ragionevoli per accertare che il cliente possieda davvero i requisiti. Il controllo non si esaurisce al momento dell’attribuzione della qualifica. La Cassazione ricava il principio che, prima di eseguire ordini che espongano il cliente al rischio senza alcuna protezione, la banca deve verificare che le condizioni originarie permangano. Deve poi vigilare affinché persistano per tutta la durata dell’investimento, e adottare senza indugio i provvedimenti opportuni se emergono segnali di cambiamento. La sentenza impugnata, rileva la Corte, si era concentrata soltanto sul soddisfacimento formale dei parametri, ignorando questo quadro. Aveva inoltre fondato la prova di un requisito su un’ipotesi priva di riscontro, quella degli investimenti presso altro intermediario. Implicazioni pratiche Per l’investitore, la pronuncia indica che la dichiarazione sottoscritta in sede di classificazione non è un documento che chiude ogni discussione. Resta possibile contestare sia la sussistenza effettiva dei requisiti sia la condotta della banca, che deve poter documentare i controlli svolti al momento della classificazione e prima dei singoli acquisti. Ricordiamo però che la causa torna ora davanti alla Corte d’appello, e l’esito finale resta aperto. Per gli intermediari, la decisione è un richiamo a strutturare procedure interne scritte e verificabili. La classificazione non può ridursi a un modulo compilato: serve una valutazione motivata e un monitoraggio nel tempo. Per i professionisti che assistono risparmiatori in controversie finanziarie, infine, il principio della natura non confessoria delle dichiarazioni di autovalutazione offre un
Provvigione dell’agenzia immobiliare: si paga anche senza rogito?

Rogito, preliminare, mutuo e informazioni omesse: cosa deve sapere chi compra, vende o gestisce immobili Quando si acquista o si vende un immobile, il momento in cui l’agenzia può chiedere il compenso è una delle questioni che generano più contrasti. Molti sono convinti che senza rogito notarile non si debba pagare nulla. Altri ritengono che basti aver visitato un appartamento con un’agenzia per essere tenuti a versarle la provvigione. Nessuna delle due convinzioni è esatta. La soluzione dipende da come è stato costruito il rapporto, da cosa è stato firmato e da cosa ha realmente fatto l’intermediario. Per un cittadino che compra casa e per un imprenditore che gestisce un patrimonio immobiliare, sapere dove passa il confine può far risparmiare somme rilevanti. Natura dell’intermediazione e soggetti obbligati al pagamento Il codice civile definisce il mediatore come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato a nessuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o rappresentanza (art. 1754 c.c.). L’art. 1755 c.c. aggiunge che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. In altri termini, il compenso nasce dal risultato raggiunto grazie alla sua attività, e non da un modulo firmato da entrambi i contraenti. Ne discende che non è corretto sostenere che paghi soltanto chi ha sottoscritto l’incarico. È altrettanto scorretto dire che paghino sempre venditore e acquirente. Occorre guardare alla funzione concretamente svolta dall’agenzia. Se promuove in modo imparziale l’incontro tra le parti, siamo nell’ambito della mediazione. Se invece cura esclusivamente l’interesse di chi le ha dato l’incarico, come farebbe un mandatario, non si può trasferire automaticamente sull’altra parte l’obbligo di pagare. Contano anche il comportamento di chi si è avvalso consapevolmente dell’opera dell’agenzia e gli accordi sul compenso. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19161 del 2 agosto 2017, hanno riconosciuto la configurabilità della mediazione negoziale atipica, anche unilaterale, e hanno chiarito che l’intermediazione immobiliare resta soggetta ai requisiti professionali previsti dalla legislazione speciale. È una pronuncia di grande rilievo, ma va applicata guardando il contenuto del singolo rapporto e non per automatismi. Quando l’affare è concluso: proposta, preliminare e rogito La conclusione dell’affare non coincide necessariamente con il passaggio di proprietà davanti al notaio. La Corte di cassazione, sezione seconda civile, con l’ordinanza n. 9395 pubblicata il 10 aprile 2025, ha ribadito che l’affare è concluso quando tra le parti si costituisce un vincolo che consente di agire per l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, ai sensi dell’art. 2932 c.c., oppure per il risarcimento del danno derivante dal mancato conseguimento del risultato programmato. Un contratto preliminare può dunque far maturare la provvigione, senza attendere il rogito. Questo non significa che ogni proposta accettata faccia nascere il diritto al compenso. Il nome dato al documento, che sia «proposta», «compromesso» o «accordo preliminare», non risolve la questione. Bisogna chiedersi quali obbligazioni siano effettivamente sorte. Una lettera d’intenti o un accordo preparatorio, che segna solo una tappa delle trattative, non è sufficiente. Una proposta accettata può invece valere come vero preliminare, se esprime un impegno vincolante e sufficientemente determinato. Il fatto che sia prevista una scrittura successiva non rende irrilevante l’accordo precedente: bisogna verificare se quella scrittura debba soltanto riprodurre un vincolo già nato o sia necessaria per definirlo. L’acquisto subordinato al mutuo e il successivo mancato rogito È molto frequente che l’acquirente condizioni l’acquisto all’ottenimento di un finanziamento. Sentiamo spesso dire che senza mutuo l’agenzia non si paga, ma la formula è imprecisa. L’art. 1757 c.c. stabilisce che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. Se invece la condizione è risolutiva, il diritto non viene meno al verificarsi dell’evento. Tutto dipende allora da come è scritta la clausola. Un conto è subordinare l’efficacia dell’acquisto alla concessione del finanziamento, e allora si ha una vera condizione sospensiva. Un altro conto è limitarsi a indicare che il prezzo sarà pagato con un mutuo, e allora la condizione non c’è. Se la condizione è validamente prevista e non si avvera, manca il presupposto temporale della provvigione. Se però era già stato concluso un preliminare efficace, l’inserimento di una condizione in un momento successivo richiede una ricostruzione cronologica e non cancella automaticamente il credito dell’intermediario. Allo stesso modo, il rogito che salta per inadempimento di una delle parti dopo la conclusione dell’affare non significa che il diritto al compenso non sia mai esistito. Nesso causale, trattative dirette e pluralità di agenzie Un altro scenario molto comune è quello in cui le parti, dopo aver conosciuto l’immobile tramite un’agenzia, proseguono da sole, concludono dopo la scadenza dell’incarico o si rivolgono a un secondo intermediario. Qui il criterio è il collegamento causale richiesto dall’art. 1755 c.c.: l’affare deve essere concluso per effetto dell’intervento del mediatore. La sola successione nel tempo tra la visita e l’acquisto non dimostra nulla. D’altra parte, il fatto che l’agenzia non abbia partecipato alle ultime trattative non basta a escluderne il diritto, se l’affare è comunque effetto della sua attività precedente. Il foglio di visita può documentare un contatto, ma non è un titolo automatico di pagamento. Occorre ricostruire cosa le parti sapessero dell’immobile e della controparte, quale attività abbia svolto l’agenzia, perché le trattative si siano interrotte e come si colleghino all’accordo finale. Quando intervengono più agenzie, l’art. 1758 c.c. riconosce a ciascun mediatore una quota della provvigione se l’affare è concluso per l’intervento di più intermediari. Bisogna però distinguere l’attività concorrente sull’unico affare da una prima iniziativa rimasta priva di efficacia causale. Non è vero che il cliente debba sempre pagare due provvigioni intere, e non è vero che abbia diritto al compenso soltanto l’ultima agenzia intervenuta. Obblighi informativi e restituzione della provvigione Il mediatore è tenuto a riferire le circostanze che conosce o che dovrebbe conoscere secondo la diligenza qualificata della sua categoria, se incidono sul buon esito dell’affare (art. 1759 c.c.). La stessa ordinanza n. 9395 del 10 aprile
Bene in prestito, responsabilità condivisa

La Cassazione chiarisce quando chi concede un bene in uso risponde dei danni causati da altri Un ente locale mette a disposizione gratuitamente di una cooperativa un palco da utilizzare per una manifestazione pubblica. Prima della consegna, il vertice dell’ente scrive agli uffici tecnici e li invita a fornire il necessario supporto per le operazioni di montaggio. Il supporto, però, non viene prestato in concreto. Terminato l’evento, la cooperativa procede allo smontaggio. Alle operazioni partecipa anche un uomo che non appartiene alla cooperativa e non ha alcuna esperienza specifica. Nessuna precauzione antinfortunistica viene adottata. Mentre lavora, l’uomo non si accorge che la pedana su cui si trova è già stata rimossa da altri, cade e riporta lesioni alla persona. Il percorso giudiziario Il danneggiato agisce per il risarcimento. In primo grado il giudice condanna la sola cooperativa, ritenendo non provato che l’ente avesse assunto alcun obbligo nel montaggio e nello smontaggio del palco. La cooperativa appella e, avendo chiamato in garanzia l’ente, ottiene una decisione diversa. La corte d’appello valorizza la nota con cui il vertice dell’ente aveva sollecitato il supporto tecnico: vi legge la consapevolezza che un palco richiede competenze specifiche e non può essere affidato senza informazioni e garanzie sulle modalità d’uso. Il danno viene quindi ripartito in misura paritaria tra tre soggetti: la cooperativa, che aveva smontato il palco senza cautele e aveva consentito la partecipazione di un estraneo inesperto; l’ente, che non aveva fornito il supporto promesso; e lo stesso danneggiato, che si era ingerito arbitrariamente in lavori pericolosi. Il risarcimento è stato perciò ridotto e posto a carico, in solido, della cooperativa e dell’ente. Sia l’ente sia il danneggiato ricorrono in Cassazione. Con l’ordinanza n. 26825/2026 di raccolta generale, pubblicata il 14 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta entrambi i ricorsi. Una questione preliminare sulla procura al difensore Prima di entrare nel merito, il Collegio segnala un profilo di irritualità nella nomina del nuovo difensore della cooperativa. La procura speciale era stata rilasciata unitamente alla comparsa di costituzione in sostituzione del precedente avvocato, e non nelle forme dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata. Il giudizio era iniziato prima dell’entrata in vigore della legge n. 69/2009. Per questo motivo non si applica la versione attuale dell’art. 83, terzo comma, c.p.c., che consente di conferire la procura a margine o in calce alla memoria di nomina del nuovo difensore. Resta valida la disciplina previgente, che per la nomina ammetteva soltanto le forme del secondo comma. La Corte richiama, a sostegno, un orientamento di legittimità costante. Nell’ordinanza questa osservazione non incide sull’esito: il Collegio procede all’esame di tutti i motivi e condanna i ricorrenti alle spese in favore della cooperativa. Domanda nuova o semplice riqualificazione? Il primo motivo dell’ente lamentava la violazione dell’art. 345 c.p.c., che vieta le domande nuove in appello. A suo avviso, la cooperativa avrebbe mutato la propria pretesa: in primo grado avrebbe fondato la responsabilità dell’ente sulla restituzione del palco prima dell’evento dannoso, mentre in appello l’avrebbe fondata sulla natura pubblica del bene. La Corte ritiene il motivo infondato. Richiama i principi consolidati secondo cui i fatti costitutivi della domanda si individuano sulla base dei soli elementi indispensabili a definire l’oggetto del contendere. Il giudice d’appello può inoltre qualificare la domanda in modo diverso da quello prospettato dalle parti o dal primo giudice, purché i fatti costitutivi coincidano o siano in rapporto di continenza con quelli già allegati. Nell’azione risarcitoria, ricorda il Collegio, il nucleo immodificabile della domanda si identifica con il bene della vita e con i fatti storico-materiali, non con il diritto sostanziale invocato. Nel caso esaminato i fatti erano rimasti identici nei due gradi: l’affidamento del palco, lo smontaggio e il danno. Era cambiata soltanto la lettura giuridica che ne davano il primo giudice e la corte d’appello, ed è questo, afferma la Cassazione, il compito che spetta al giudice. Motivazione apparente e omesso esame di un fatto Il secondo motivo denunciava una motivazione apparente, in violazione dell’art. 132, secondo comma, n. 4, c.p.c. La Corte lo respinge: la sentenza d’appello aveva spiegato in modo coerente le ragioni dell’obbligo dell’ente di accertarsi che i pericoli connessi all’uso del bene fossero neutralizzati. Quelle ragioni erano la natura del bene e la promessa di supporto tecnico. L’omissione di tale obbligo era stata poi collegata causalmente al danno. Il terzo motivo lamentava l’omesso esame di un fatto decisivo, ma è dichiarato inammissibile. L’ente sosteneva che la nota con cui si offriva il supporto tecnico fosse condizionata a una richiesta della cooperativa, mai pervenuta. Per la Corte non si trattava di un fatto trascurato, ma di una diversa interpretazione di un atto amministrativo. Una simile rilettura dei materiali probatori non è consentita in sede di legittimità. Bene pubblico o privato: perché non cambia l’esito Il quarto motivo contestava la qualificazione del palco come bene pubblico, sostenendo che fosse un bene del patrimonio disponibile e che la cessione fosse un comodato di diritto privato. La Corte dichiara il motivo inammissibile perché l’ente non aveva colto la vera ratio della decisione. L’espressione “bene pubblico” non aveva svolto alcun ruolo determinante, e la sentenza non ne precisava nemmeno il carattere demaniale o patrimoniale. Contavano piuttosto due dati di fatto: la natura del bene, un palco destinato a una pubblica manifestazione, e la promessa di un supporto tecnico. Questi elementi imponevano a chi concedeva il godimento, a prescindere dal titolo giuridico pubblicistico o privatistico, di adottare cautele adeguate e di assicurarsi che il destinatario avesse competenze e maestranze idonee. L’ente, prevedendo l’intervento del proprio ufficio tecnico, aveva peraltro riconosciuto la persistenza dei propri doveri di controllo e di custodia. Il concorso di colpa del danneggiato L’unico motivo del ricorso incidentale mirava a escludere ogni rilievo causale della condotta del danneggiato, ai sensi dell’art. 1227 c.c., che consente di ridurre il risarcimento quando il fatto colposo del danneggiato ha concorso a produrre il danno. La Corte lo respinge: la corte d’appello aveva indicato con chiarezza la negligenza di chi si era inserito in un lavoro pericoloso senza
Fondo patrimoniale: protegge davvero i beni dai creditori?

Cosa protegge davvero il vincolo familiare, quali debiti restano esposti e perché l’atto notarile non basta Chi ha una casa, un’attività o un’esposizione verso le banche si imbatte prima o poi nel consiglio di «mettere tutto in fondo patrimoniale». Spesso viene presentato come la soluzione che rende il patrimonio di famiglia al riparo dai creditori. La realtà giuridica è molto più sfumata. Il fondo è uno strumento lecito e utile, ma la protezione che offre è limitata e condizionata, e chi lo costituisce senza conoscerne i limiti rischia di scoprirlo nel momento peggiore. Natura e funzione del fondo patrimoniale Gli artt. 167-171 c.c. consentono di destinare determinati beni ai bisogni della famiglia: immobili, mobili iscritti in pubblici registri e titoli di credito. Il fondo può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi con atto pubblico, oppure da un terzo, anche per testamento. Il fondo non è un soggetto giuridico autonomo e non è una cassaforte esterna al patrimonio dei coniugi. Si tratta di un vincolo di destinazione: i beni restano soggetti a regole particolari perché servono alla famiglia. Non è nemmeno una donazione ai figli. Il genitore che vincola un immobile non lo sta regalando alla prole, né sta regolando la propria successione. Come ogni vincolo, incide sul modo in cui il bene può essere gestito, venduto e aggredito dai creditori, ma non cambia di per sé chi ne è proprietario. I vantaggi effettivi: destinazione familiare e protezione selettiva Il cuore della disciplina è l’art. 170 c.c.: l’esecuzione sui beni del fondo e sui relativi frutti non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. In altri termini, la protezione richiede due condizioni distinte: il debito deve essere oggettivamente estraneo ai bisogni familiari, e il creditore deve averne conosciuto l’estraneità. Se manca anche una sola delle due, il pignoramento è possibile. Per bisogni della famiglia si intende molto più dello stretto indispensabile: rientrano le esigenze di mantenimento e di equilibrato sviluppo del nucleo familiare, compreso il potenziamento della capacità lavorativa. Restano fuori le spese voluttuarie o speculative. L’ampiezza di questa nozione spiega perché la tutela sia meno estesa di quanto lasci intendere certa pubblicità. I vantaggi reali sono dunque due. Il primo è l’imposizione ai beni di una destinazione familiare giuridicamente rilevante, utile anche a organizzare le risorse destinate al sostentamento della famiglia. Il secondo è la possibilità di opporre un limite all’esecuzione quando ricorrono tutte le condizioni dell’art. 170. C’è poi un terzo effetto: in presenza di figli minori, il fondo continua fino alla maggiore età dell’ultimo, anche dopo l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (art. 171 c.c.). La casa, però, non diventa intangibile per il solo fatto di essere stata inserita nel fondo. Debiti professionali e fideiussioni: la criticità centrale Per imprenditori, professionisti e garanti il problema si fa serio. L’origine imprenditoriale di un debito non risolve da sola la questione. Sarebbe sbagliato sostenere che tutti i debiti d’impresa siano estranei ai bisogni familiari, ma lo sarebbe altrettanto affermare che ogni debito professionale li soddisfi, solo perché dall’attività deriva il reddito di casa. Conta il collegamento concreto tra l’obbligazione e la funzione familiare. Nel caso di una fideiussione a favore di una società, non basta guardare alla qualità di garante o di socio. Bisogna considerare l’operazione garantita, la destinazione del finanziamento, il rapporto tra l’impresa e il nucleo familiare e ciò che il creditore poteva sapere. Il confine tra famiglia e gruppo imprenditoriale familiare, specie quando le società sono partecipate da figli maggiorenni economicamente autonomi, è tutt’altro che assestato, e la giurisprudenza continua a occuparsene. Pesa poi l’onere della prova. Chi invoca l’impignorabilità deve dimostrare la regolare costituzione del fondo, la sua opponibilità, l’estraneità del debito ai bisogni familiari e la conoscenza di tale estraneità da parte del creditore. Produrre l’atto notarile non è sufficiente. Conoscere l’esistenza del fondo, inoltre, non equivale a sapere che il debito è estraneo ai bisogni della famiglia: sono due oggetti di prova diversi. Pubblicità e ipoteche: perché il rogito non basta Un fondo validamente costituito non è automaticamente opponibile ai terzi. Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 21658 pubblicata il 13 ottobre 2009, hanno chiarito che per l’opponibilità è decisiva l’annotazione della convenzione a margine dell’atto di matrimonio. La sola trascrizione del vincolo sull’immobile non supplisce a quella mancanza. Su questo punto l’indirizzo è consolidato. Anche l’ipoteca incide sul fondo. Se i beni vincolati vengono validamente ipotecati, ai sensi dell’art. 169 c.c., il creditore ipotecario può farli espropriare per soddisfare il credito garantito, senza i limiti dell’art. 170. Chi concede una garanzia reale sul bene del fondo deve dunque sapere che ne sta riducendo in modo significativo la protezione. Nella pratica, verificare un fondo significa controllare l’annotazione, la sua data e la cronologia delle formalità pregiudizievoli, e non fermarsi al rogito. Revocatoria ed esecuzione diretta: il fondo non neutralizza i creditori La costituzione del fondo è un atto a titolo gratuito e può essere impugnata con l’azione revocatoria (art. 2901 c.c.), perché il vincolo può rendere più incerta la soddisfazione del credito. I presupposti dipendono dai tempi: se il fondo precede il sorgere del credito, occorre la dolosa preordinazione; se è successivo, rileva la consapevolezza del pregiudizio. Non basta, quindi, la formula semplificata secondo cui «si deve provare che il debitore voleva frodare». Esiste poi un percorso più rapido. L’art. 2929-bis c.c. permette al creditore munito di titolo esecutivo di procedere direttamente al pignoramento, senza una preventiva sentenza di inefficacia, quando l’atto gratuito è successivo al credito e ha per oggetto immobili o mobili registrati. Il pignoramento va trascritto entro un anno dalla trascrizione dell’atto. Trascorso quel termine non si ottiene però un’inattaccabilità generale e definitiva. Occorre dunque tenere distinti tre percorsi: l’esecuzione consentita perché non operano le condizioni dell’art. 170, la revocatoria del vincolo e l’esecuzione ai sensi dell’art. 2929-bis. Una preventiva revocatoria non è condizione di ogni pignoramento sui beni del fondo. Per questo il fondo
Muffa e infiltrazioni in casa: come chiedere il risarcimento e in quanto tempo

Prove, tempi e comportamenti che il danneggiato deve curare per ottenere il ristoro integrale dei danni. La macchia che compare sul soffitto dopo un temporale viene spesso trattata come un fastidio da rimandare. Chi la subisce in un appartamento di condominio tende ad aspettare, a imbiancare e a sperare che il problema scompaia. Sul piano giuridico è l’atteggiamento che costa di più. Il risarcimento non viene mai riconosciuto in modo automatico. Va costruito con prove, tempestività e scelte processuali precise, e le prime settimane dopo l’infiltrazione sono spesso decisive. Il fondamento della pretesa: la responsabilità del custode Quando l’acqua proviene da una parte comune, come il lastrico solare, la copertura, le facciate o le colonne di scarico, la strada ordinaria è l’art. 2051 c.c. Questa norma pone a carico di chi ha in custodia una cosa l’obbligo di risarcire i danni da essa prodotti, salvo che dimostri il caso fortuito. In altri termini, il condominio risponde dei danni causati dai beni comuni che deve vigilare e mantenere. Il danneggiato non deve provare la colpa del condominio. Deve provare il danno e il collegamento causale tra la cosa e il danno stesso. Spetta poi al custode dimostrare un evento eccezionale e imprevedibile che interrompa quel collegamento. La muffa richiede una cautela in più. La sua presenza non prova da sola un difetto delle parti comuni. Può dipendere da infiltrazioni, da condensa, da ponti termici o da scarsa ventilazione, spesso da più fattori insieme. Per questo conta individuare la causa prima di attribuire la responsabilità. Se l’origine è nell’unità sovrastante o in un impianto privato, il soggetto da chiamare in causa cambia. La segnalazione: scritta, datata e con una richiesta chiara Il primo gesto utile è la comunicazione all’amministratore, che rappresenta il condominio anche nei giudizi di danno. Va fatta per iscritto, con PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno, e descrivere con precisione i fatti. Se la fonte è un’unità privata, la stessa comunicazione va indirizzata al proprietario o al conduttore di quell’unità. Se esiste una polizza del fabbricato, conviene sollecitare anche l’apertura del sinistro. La lettera deve contenere una vera costituzione in mora. Non basta scrivere che c’è un problema. Occorre chiedere espressamente l’eliminazione della causa e il risarcimento dei danni, fissando un termine. Solo un atto con questo contenuto interrompe la prescrizione, ai sensi dell’art. 2943 c.c. Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento da illecito è di cinque anni (art. 2947 c.c.). Ogni lettera successiva, se completa, fa ripartire il conteggio da capo. Il tempo che passa: due domande, due decorrenze Qui nasce l’equivoco più diffuso, ossia l’idea che “ormai sono passati troppi anni”. Quando la causa delle infiltrazioni continua a operare, siamo davanti a un illecito permanente, e le due domande che il danneggiato può proporre non seguono le stesse regole temporali. La domanda di eliminazione della causa, cioè di condanna alle opere necessarie a far cessare le infiltrazioni, rientra nella reintegrazione in forma specifica (art. 2058 c.c.). Finché la condotta lesiva persiste, la prescrizione non decorre. L’antichità dell’opera o della prima macchia non basta quindi a rendere inammissibile la richiesta di intervento. Per il risarcimento in denaro il discorso cambia. Il termine quinquennale decorre giorno per giorno, man mano che i singoli pregiudizi si verificano. I danni più risalenti, se non sono stati interrotti da atti idonei, possono essere colpiti dall’eccezione di prescrizione, mentre quelli verificatisi nel quinquennio utile restano risarcibili. Chi attende anni nella speranza che la situazione si risolva non perde necessariamente il diritto alle opere, ma rischia di perdere una parte consistente del risarcimento. Per questo l’atto interruttivo non va rimandato. La prova tecnica: la perizia prima delle riparazioni La fase probatoria è quella in cui si vincono o si perdono la maggior parte di queste cause. Il documento centrale è la relazione di un tecnico abilitato. Con strumenti oggettivi come termocamera, igrometro o endoscopia, il tecnico individua il punto di origine dell’infiltrazione, descrive i danni e indica gli interventi necessari. Quando la controparte contesta o l’urgenza è evidente, conviene valutare un accertamento tecnico preventivo (art. 696 c.p.c.) oppure una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite (art. 696-bis c.p.c.). Entrambi servono a fissare lo stato dei luoghi davanti a un consulente nominato dal giudice, prima che i lavori lo modifichino. Il secondo ha anche una finalità conciliativa. Un errore frequente è eseguire riparazioni definitive prima della perizia. Se si stucca e si tinteggia, la prova dell’origine e dell’estensione del danno può andare perduta. Prima di intervenire occorre documentare tutto con fotografie e video datati, ripetuti nel tempo e dopo ogni episodio di pioggia. Le immagini da sole non bastano, ma danno forza alla relazione del tecnico. Le voci di danno e la loro dimostrazione Un risarcimento integrale presuppone che ogni voce sia indicata e provata. Rientrano anzitutto le spese di ripristino, cioè risanamento delle murature, trattamento antimuffa, intonaci, controsoffitti e pavimenti. Per queste servono computi metrici, preventivi dettagliati o fatture quietanzate. Vi sono poi i beni mobili rovinati, per i quali occorre dimostrare esistenza, valore e stato precedente. Senza queste prove il rimborso viene normalmente negato. Quando l’abitazione diventa inagibile, si aggiungono i costi della sistemazione alternativa. Se l’immobile è locato o in vendita, rilevano il mancato godimento e la perdita dei canoni, da provare con contratti, recessi dei conduttori o trattative sfumate. L’infiltrazione cronica può causare anche un deprezzamento del valore dell’immobile. Le spese del tecnico di parte, gli interessi e la rivalutazione completano il quadro. Il danno alla salute, per esempio patologie respiratorie o allergiche, richiede certificazione del medico curante, referti specialistici e una perizia medico-legale che dimostri il nesso causale con l’esposizione alla muffa. Il semplice disagio di vivere in un ambiente degradato, invece, è riconosciuto solo entro limiti ristretti e con prova rigorosa. Il dovere di limitare il danno Esiste un ultimo profilo, spesso sottovalutato. Il danneggiato non può restare inerte. L’art. 1227 c.c. riduce il risarcimento se il creditore ha concorso a causare il danno e lo esclude per i danni che avrebbe
Fidanzamento: quali obblighi?

Promessa di matrimonio, doni e contributi economici: cosa prevede la legge tra fidanzati Il fidanzamento è comunemente considerato una condizione di fatto, priva di rilievo giuridico. In realtà l’ordinamento gli attribuisce conseguenze precise, e il tema è tornato d’attualità con l’ordinanza della Corte di cassazione, Sezione III civile, n. 5497 di raccolta generale, pubblicata l’11 marzo 2026. Alla luce della decisione della Suprema Corte, conviene interrogarsi su cosa è, giuridicamente, il fidanzamento, e su quale sorte subiscono tutti i contributi economici versati in vista di una futura vita in comune. La questione: il fidanzamento crea obblighi? La domanda è se due persone che si promettono di sposarsi assumano obblighi reciproci e quali. Il codice civile non impone ai fidanzati i doveri del matrimonio, come fedeltà, assistenza o contribuzione ai bisogni della famiglia. Dedica però alla promessa di matrimonio tre norme, che ne disegnano un regime limitato ma concreto. Il quadro normativo: gli articoli 79, 80 e 81 del codice civile L’art. 79 c.c. stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a sposarsi né a eseguire ciò che le parti avessero convenuto per il caso di inadempimento. In altri termini, nessuno può essere costretto alle nozze, e nessuno può validamente promettere una penale o una somma per il caso in cui il matrimonio salti. Una clausola di questo tipo non produce effetti. L’art. 80 c.c. disciplina la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, quando il matrimonio non viene celebrato. La domanda deve essere proposta entro un anno dal rifiuto di celebrare le nozze o dalla morte di uno dei promessi sposi. L’art. 81 c.c. prevede il risarcimento del danno nei confronti di chi rifiuta di mantenere la promessa senza un giustificato motivo. L’obbligo riguarda le spese sostenute e le obbligazioni contratte a causa della promessa, ed è contenuto entro i limiti in cui queste corrispondono alla condizione delle parti. Anche questa domanda va proposta entro un anno dal rifiuto. La norma richiede inoltre che la promessa sia reciproca e rivesta una forma qualificata: atto pubblico, scrittura privata oppure richiesta di pubblicazione. Gli obblighi che i fidanzati possono assumersi Dal sistema emerge un’indicazione netta. I fidanzati non sono vincolati a sposarsi, ma rispondono delle conseguenze economiche della rottura quando questa avviene senza giustificato motivo, oppure quando è stata causata da un loro comportamento colpevole. Il risarcimento, però, non copre il mancato matrimonio: ristora soltanto le spese e gli impegni assunti in funzione di esso, come l’organizzazione della cerimonia, l’acquisto dell’arredo o gli impegni per la casa comune. I contributi economici: oltre gli articoli 79-81 L’ordinanza n. 5497 del 2026 evidenzia un punto di grande rilievo pratico: il fidanzamento non esaurisce il campo dei rapporti patrimoniali tra futuri coniugi. Spesso uno dei due versa somme di denaro, o acquista beni in capo all’altro, in vista della futura famiglia, e la rottura lascia aperta la questione di cosa ne sia di quei contributi. E’ ragionevole dedurre, quindi, che si va delineando un avvicinamento tra la disciplina del fidanzamento, della promessa di matrimonio e della convivenza prematrimoniale, da un lato, e le questioni conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla fine di un’unione di fatto, dall’altro. Per tutte queste situazioni deve farsi riferimento agli strumenti ordinari del diritto comune delle obbligazioni, fra cui la ripetizione dell’indebito e l’arricchimento ingiustificato, osservando che anche altri ordinamenti, con strumenti tecnici diversi, giungono a soluzioni analoghe. Sullo sfondo della questione si pongono poi le norme in materia di obbligazioni naturali tra conviventi di fatto, a conferma di quanto sia articolato il confine tra doveri morali e obblighi giuridicamente azionabili. Va detto che la Suprema Corte aveva avuto già modo di pronunciarsi sul tema con una pronuncia precedente, la Cass. civ. n. 29980 di raccolta generale, pubblicata il 25 ottobre 2021. In quel caso la Corte ricondusse alla donazione indiretta l’ipotesi del pagamento, da parte del futuro sposo, del prezzo di un immobile acquistato dalla sola futura sposa in vista della costituenda famiglia. Il commentatore osserva che la qualificazione adottata nel 2021 differisce da quella che egli prospetta per casi di questo genere. La questione della natura giuridica di tali attribuzioni, dunque, non è pacifica, e da essa dipende la possibilità di recuperare quanto versato. La prova della promessa Un profilo spesso trascurato riguarda la prova. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione a marzo del 2026 la promessa risultava soltanto da prova orale, inammissibile perché eccedente il limite di valore previsto dall’art. 2721 c.c. per la prova testimoniale dei contratti. Tuttavia la parte interessata non aveva eccepito tempestivamente l’inammissibilità, cioè al momento dell’assunzione della prova o nella prima difesa successiva, e l’inammissibilità risultava perciò sanata. L’ordinanza richiama in proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. civ. n. 3959 di raccolta generale, pubblicata il 13 marzo 2012, da Cass. civ. n. 3956, pubblicata il 19 febbraio 2018, e da Cass. civ. n. 18971, pubblicata il 13 giugno 2022. Sulla portata dell’onere probatorio nell’azione fondata sull’art. 81 c.c. può essere ricordata anche la pronuncia Cass. civ. n. 9052 di raccolta generale, pubblicata il 15 aprile 2010. Le implicazioni pratiche Per chi è fidanzato, e magari sta per affrontare spese importanti, le conseguenze sono concrete. Chi intende sostenere costi rilevanti in vista del matrimonio, o contribuire all’acquisto di un bene intestato al partner, farebbe bene a documentare per iscritto la natura dell’attribuzione: un dono, un prestito, un contributo alla futura vita familiare. Una prova solo testimoniale, oltre i limiti di valore, espone al rischio di inammissibilità, e il fatto che la controparte possa non eccepirla non è una garanzia su cui fare affidamento. Chi riceve doni o somme dovrebbe sapere che, se il matrimonio non si celebra, la restituzione dei doni può essere chiesta nel termine di un anno. Per i professionisti che assistono le coppie, come notai e consulenti, la lezione è altrettanto chiara: le attribuzioni patrimoniali tra futuri coniugi vanno qualificate con cura fin dall’inizio, perché la qualificazione determina i rimedi disponibili. Conclusione Il fidanzamento non obbliga a sposarsi, ma non è giuridicamente neutro. Le norme