Provvigione dell’agente immobiliare: quando spetta

Rogito, preliminare, mutuo e informazioni omesse: cosa deve sapere chi compra, vende o gestisce immobili Quando si acquista o si vende un immobile, il momento in cui l’agenzia può chiedere il compenso è una delle questioni che generano più contrasti. Molti sono convinti che senza rogito notarile non si debba pagare nulla. Altri ritengono che basti aver visitato un appartamento con un’agenzia per essere tenuti a versarle la provvigione. Nessuna delle due convinzioni è esatta. La soluzione dipende da come è stato costruito il rapporto, da cosa è stato firmato e da cosa ha realmente fatto l’intermediario. Per un cittadino che compra casa e per un imprenditore che gestisce un patrimonio immobiliare, sapere dove passa il confine può far risparmiare somme rilevanti. Natura dell’intermediazione e soggetti obbligati al pagamento Il codice civile definisce il mediatore come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato a nessuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o rappresentanza (art. 1754 c.c.). L’art. 1755 c.c. aggiunge che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. In altri termini, il compenso nasce dal risultato raggiunto grazie alla sua attività, e non da un modulo firmato da entrambi i contraenti. Ne discende che non è corretto sostenere che paghi soltanto chi ha sottoscritto l’incarico. È altrettanto scorretto dire che paghino sempre venditore e acquirente. Occorre guardare alla funzione concretamente svolta dall’agenzia. Se promuove in modo imparziale l’incontro tra le parti, siamo nell’ambito della mediazione. Se invece cura esclusivamente l’interesse di chi le ha dato l’incarico, come farebbe un mandatario, non si può trasferire automaticamente sull’altra parte l’obbligo di pagare. Contano anche il comportamento di chi si è avvalso consapevolmente dell’opera dell’agenzia e gli accordi sul compenso. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19161 del 2 agosto 2017, hanno riconosciuto la configurabilità della mediazione negoziale atipica, anche unilaterale, e hanno chiarito che l’intermediazione immobiliare resta soggetta ai requisiti professionali previsti dalla legislazione speciale. È una pronuncia di grande rilievo, ma va applicata guardando il contenuto del singolo rapporto e non per automatismi. Quando l’affare è concluso: proposta, preliminare e rogito La conclusione dell’affare non coincide necessariamente con il passaggio di proprietà davanti al notaio. La Corte di cassazione, sezione seconda civile, con l’ordinanza n. 9395 pubblicata il 10 aprile 2025, ha ribadito che l’affare è concluso quando tra le parti si costituisce un vincolo che consente di agire per l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, ai sensi dell’art. 2932 c.c., oppure per il risarcimento del danno derivante dal mancato conseguimento del risultato programmato. Un contratto preliminare può dunque far maturare la provvigione, senza attendere il rogito. Questo non significa che ogni proposta accettata faccia nascere il diritto al compenso. Il nome dato al documento, che sia «proposta», «compromesso» o «accordo preliminare», non risolve la questione. Bisogna chiedersi quali obbligazioni siano effettivamente sorte. Una lettera d’intenti o un accordo preparatorio, che segna solo una tappa delle trattative, non è sufficiente. Una proposta accettata può invece valere come vero preliminare, se esprime un impegno vincolante e sufficientemente determinato. Il fatto che sia prevista una scrittura successiva non rende irrilevante l’accordo precedente: bisogna verificare se quella scrittura debba soltanto riprodurre un vincolo già nato o sia necessaria per definirlo. L’acquisto subordinato al mutuo e il successivo mancato rogito È molto frequente che l’acquirente condizioni l’acquisto all’ottenimento di un finanziamento. Sentiamo spesso dire che senza mutuo l’agenzia non si paga, ma la formula è imprecisa. L’art. 1757 c.c. stabilisce che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. Se invece la condizione è risolutiva, il diritto non viene meno al verificarsi dell’evento. Tutto dipende allora da come è scritta la clausola. Un conto è subordinare l’efficacia dell’acquisto alla concessione del finanziamento, e allora si ha una vera condizione sospensiva. Un altro conto è limitarsi a indicare che il prezzo sarà pagato con un mutuo, e allora la condizione non c’è. Se la condizione è validamente prevista e non si avvera, manca il presupposto temporale della provvigione. Se però era già stato concluso un preliminare efficace, l’inserimento di una condizione in un momento successivo richiede una ricostruzione cronologica e non cancella automaticamente il credito dell’intermediario. Allo stesso modo, il rogito che salta per inadempimento di una delle parti dopo la conclusione dell’affare non significa che il diritto al compenso non sia mai esistito. Nesso causale, trattative dirette e pluralità di agenzie Un altro scenario molto comune è quello in cui le parti, dopo aver conosciuto l’immobile tramite un’agenzia, proseguono da sole, concludono dopo la scadenza dell’incarico o si rivolgono a un secondo intermediario. Qui il criterio è il collegamento causale richiesto dall’art. 1755 c.c.: l’affare deve essere concluso per effetto dell’intervento del mediatore. La sola successione nel tempo tra la visita e l’acquisto non dimostra nulla. D’altra parte, il fatto che l’agenzia non abbia partecipato alle ultime trattative non basta a escluderne il diritto, se l’affare è comunque effetto della sua attività precedente. Il foglio di visita può documentare un contatto, ma non è un titolo automatico di pagamento. Occorre ricostruire cosa le parti sapessero dell’immobile e della controparte, quale attività abbia svolto l’agenzia, perché le trattative si siano interrotte e come si colleghino all’accordo finale. Quando intervengono più agenzie, l’art. 1758 c.c. riconosce a ciascun mediatore una quota della provvigione se l’affare è concluso per l’intervento di più intermediari. Bisogna però distinguere l’attività concorrente sull’unico affare da una prima iniziativa rimasta priva di efficacia causale. Non è vero che il cliente debba sempre pagare due provvigioni intere, e non è vero che abbia diritto al compenso soltanto l’ultima agenzia intervenuta. Obblighi informativi e restituzione della provvigione Il mediatore è tenuto a riferire le circostanze che conosce o che dovrebbe conoscere secondo la diligenza qualificata della sua categoria, se incidono sul buon esito dell’affare (art. 1759 c.c.). La stessa ordinanza n. 9395 del 10 aprile
Muffa e infiltrazioni: come farsi risarcire

Prove, tempi e comportamenti che il danneggiato deve curare per ottenere il ristoro integrale dei danni. La macchia che compare sul soffitto dopo un temporale viene spesso trattata come un fastidio da rimandare. Chi la subisce in un appartamento di condominio tende ad aspettare, a imbiancare e a sperare che il problema scompaia. Sul piano giuridico è l’atteggiamento che costa di più. Il risarcimento non viene mai riconosciuto in modo automatico. Va costruito con prove, tempestività e scelte processuali precise, e le prime settimane dopo l’infiltrazione sono spesso decisive. Il fondamento della pretesa: la responsabilità del custode Quando l’acqua proviene da una parte comune, come il lastrico solare, la copertura, le facciate o le colonne di scarico, la strada ordinaria è l’art. 2051 c.c. Questa norma pone a carico di chi ha in custodia una cosa l’obbligo di risarcire i danni da essa prodotti, salvo che dimostri il caso fortuito. In altri termini, il condominio risponde dei danni causati dai beni comuni che deve vigilare e mantenere. Il danneggiato non deve provare la colpa del condominio. Deve provare il danno e il collegamento causale tra la cosa e il danno stesso. Spetta poi al custode dimostrare un evento eccezionale e imprevedibile che interrompa quel collegamento. La muffa richiede una cautela in più. La sua presenza non prova da sola un difetto delle parti comuni. Può dipendere da infiltrazioni, da condensa, da ponti termici o da scarsa ventilazione, spesso da più fattori insieme. Per questo conta individuare la causa prima di attribuire la responsabilità. Se l’origine è nell’unità sovrastante o in un impianto privato, il soggetto da chiamare in causa cambia. La segnalazione: scritta, datata e con una richiesta chiara Il primo gesto utile è la comunicazione all’amministratore, che rappresenta il condominio anche nei giudizi di danno. Va fatta per iscritto, con PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno, e descrivere con precisione i fatti. Se la fonte è un’unità privata, la stessa comunicazione va indirizzata al proprietario o al conduttore di quell’unità. Se esiste una polizza del fabbricato, conviene sollecitare anche l’apertura del sinistro. La lettera deve contenere una vera costituzione in mora. Non basta scrivere che c’è un problema. Occorre chiedere espressamente l’eliminazione della causa e il risarcimento dei danni, fissando un termine. Solo un atto con questo contenuto interrompe la prescrizione, ai sensi dell’art. 2943 c.c. Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento da illecito è di cinque anni (art. 2947 c.c.). Ogni lettera successiva, se completa, fa ripartire il conteggio da capo. Il tempo che passa: due domande, due decorrenze Qui nasce l’equivoco più diffuso, ossia l’idea che “ormai sono passati troppi anni”. Quando la causa delle infiltrazioni continua a operare, siamo davanti a un illecito permanente, e le due domande che il danneggiato può proporre non seguono le stesse regole temporali. La domanda di eliminazione della causa, cioè di condanna alle opere necessarie a far cessare le infiltrazioni, rientra nella reintegrazione in forma specifica (art. 2058 c.c.). Finché la condotta lesiva persiste, la prescrizione non decorre. L’antichità dell’opera o della prima macchia non basta quindi a rendere inammissibile la richiesta di intervento. Per il risarcimento in denaro il discorso cambia. Il termine quinquennale decorre giorno per giorno, man mano che i singoli pregiudizi si verificano. I danni più risalenti, se non sono stati interrotti da atti idonei, possono essere colpiti dall’eccezione di prescrizione, mentre quelli verificatisi nel quinquennio utile restano risarcibili. Chi attende anni nella speranza che la situazione si risolva non perde necessariamente il diritto alle opere, ma rischia di perdere una parte consistente del risarcimento. Per questo l’atto interruttivo non va rimandato. La prova tecnica: la perizia prima delle riparazioni La fase probatoria è quella in cui si vincono o si perdono la maggior parte di queste cause. Il documento centrale è la relazione di un tecnico abilitato. Con strumenti oggettivi come termocamera, igrometro o endoscopia, il tecnico individua il punto di origine dell’infiltrazione, descrive i danni e indica gli interventi necessari. Quando la controparte contesta o l’urgenza è evidente, conviene valutare un accertamento tecnico preventivo (art. 696 c.p.c.) oppure una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite (art. 696-bis c.p.c.). Entrambi servono a fissare lo stato dei luoghi davanti a un consulente nominato dal giudice, prima che i lavori lo modifichino. Il secondo ha anche una finalità conciliativa. Un errore frequente è eseguire riparazioni definitive prima della perizia. Se si stucca e si tinteggia, la prova dell’origine e dell’estensione del danno può andare perduta. Prima di intervenire occorre documentare tutto con fotografie e video datati, ripetuti nel tempo e dopo ogni episodio di pioggia. Le immagini da sole non bastano, ma danno forza alla relazione del tecnico. Le voci di danno e la loro dimostrazione Un risarcimento integrale presuppone che ogni voce sia indicata e provata. Rientrano anzitutto le spese di ripristino, cioè risanamento delle murature, trattamento antimuffa, intonaci, controsoffitti e pavimenti. Per queste servono computi metrici, preventivi dettagliati o fatture quietanzate. Vi sono poi i beni mobili rovinati, per i quali occorre dimostrare esistenza, valore e stato precedente. Senza queste prove il rimborso viene normalmente negato. Quando l’abitazione diventa inagibile, si aggiungono i costi della sistemazione alternativa. Se l’immobile è locato o in vendita, rilevano il mancato godimento e la perdita dei canoni, da provare con contratti, recessi dei conduttori o trattative sfumate. L’infiltrazione cronica può causare anche un deprezzamento del valore dell’immobile. Le spese del tecnico di parte, gli interessi e la rivalutazione completano il quadro. Il danno alla salute, per esempio patologie respiratorie o allergiche, richiede certificazione del medico curante, referti specialistici e una perizia medico-legale che dimostri il nesso causale con l’esposizione alla muffa. Il semplice disagio di vivere in un ambiente degradato, invece, è riconosciuto solo entro limiti ristretti e con prova rigorosa. Il dovere di limitare il danno Esiste un ultimo profilo, spesso sottovalutato. Il danneggiato non può restare inerte. L’art. 1227 c.c. riduce il risarcimento se il creditore ha concorso a causare il danno e lo esclude per i danni che avrebbe
Infiltrazioni dal piano di sopra: risponde anche il comproprietario

La Cassazione chiarisce la responsabilità del comproprietario per le infiltrazioni e i rischi dei ricorsi generici. Tutto nasce da un’infiltrazione d’acqua. La proprietaria di un appartamento al secondo piano di un fabbricato si accorge di danni al bagno e al soffitto e li attribuisce all’appartamento soprastante. Cita quindi in giudizio davanti al Giudice di Pace il proprietario di quell’immobile, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali, quantificati in poco più di duemila euro oltre IVA per i ripristini, e di quelli derivanti dall’impossibilità di utilizzare l’abitazione. Il convenuto si difende sostenendo di non essere la persona giusta da citare. Spiega di essere pieno proprietario soltanto di un terzo dell’immobile e nudo proprietario dei restanti due terzi. Il godimento, il possesso e la custodia spetterebbero in via esclusiva alla nonna, titolare dell’usufrutto, che sarebbe l’unica eventuale responsabile. Nel corso del giudizio la situazione cambia. All’udienza di novembre 2020 il difensore dell’attrice dichiara che i danni sono stati riparati e che i lavori sono stati eseguiti proprio dal convenuto. Le parti chiedono insieme di dichiarare cessata la materia del contendere. Il Giudice di Pace aderisce, ma condanna il convenuto al pagamento integrale delle spese di lite, applicando il criterio della soccombenza virtuale. Il giudice, cioè, ragiona su chi avrebbe perso se la causa fosse proseguita fino alla decisione. Il convenuto propone appello. Il Tribunale lo dichiara inammissibile con ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c. ritenendolo privo di una ragionevole probabilità di accoglimento. Secondo il Tribunale, la scelta di riparare l’appartamento della vicina equivaleva a una confessione stragiudiziale, e una registrazione telefonica prodotta in giudizio confermava la riconducibilità dell’intervento al convenuto. Il convenuto si rivolge allora alla Corte di cassazione, con un ricorso straordinario contro l’ordinanza d’appello e un ricorso ordinario contro la sentenza del Giudice di Pace. La Terza Sezione civile decide con l’ordinanza n. 26266/2026 di raccolta generale, pubblicata il 5 ottobre 2026. Il filtro in appello e il tempo della decisione Con il ricorso straordinario il ricorrente sostiene che l’ordinanza di inammissibilità sia nulla. L’art. 348-ter c.p.c. consente al giudice di pronunciarla soltanto prima di procedere alla trattazione della causa, mentre nel caso concreto erano già state tenute due udienze: una cartolare a giugno 2022 e una, sostituita dal deposito di note scritte, ad aprile 2023. Lamenta inoltre di non essere stato sentito sul punto. La Corte respinge la censura per un motivo di tecnica processuale, ma la sua motivazione richiama un principio utile. Ricorda che la verifica di ammissibilità e la garanzia del contraddittorio si radicano nella prima udienza prevista dall’art. 350 c.p.c.. Un rinvio disposto per adempimenti organizzativi, come l’acquisizione del fascicolo d’ufficio del primo grado, non consuma il potere del giudice di valutare l’ammissibilità dell’appello. Ciò vale purché non sia stata svolta una vera trattazione del merito. Qui sta il punto decisivo. Il ricorrente aveva contestato quanto accaduto alla seconda udienza, ma non aveva né trascritto né spiegato che cosa fosse stato verbalizzato nella prima. La Corte non è così in grado di stabilire se quella udienza fosse servita soltanto a un rinvio tecnico o se vi fosse stata una trattazione incompatibile con il filtro. Da qui il principio di diritto: è inammissibile, per difetto di specificità, la censura che denuncia un vizio proprio dell’ordinanza, assumendo che il filtro sia stato applicato troppo tardi, quando il ricorrente non allega e non dimostra le attività svolte nella prima udienza. Il ricorso ordinario e il principio di specificità Anche i due motivi contro la sentenza del Giudice di Pace vengono dichiarati inammissibili. La ragione principale è ancora l’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., che impone al ricorrente di indicare in modo specifico gli atti su cui si fonda il ricorso. Il ricorrente non aveva trascritto né riassunto i motivi di appello proposti davanti al Tribunale. In questo modo la Cassazione non poteva verificare se le questioni portate in sede di legittimità fossero state tempestivamente sottoposte al giudice di secondo grado. In termini semplici, la Corte non ricostruisce da sola il processo: spetta a chi ricorre mettere sul tavolo gli atti che servono a giudicare. Il secondo motivo, che denunciava la violazione delle regole sull’onere della prova (art. 2697 c.c.) e contestava la soccombenza virtuale, è dichiarato inammissibile per un’ulteriore ragione. Dietro la formale denuncia di una violazione di legge, la Corte vi legge la richiesta di riesaminare i fatti e di rivalutare l’attendibilità dei testimoni sentiti in primo grado. Il giudizio di legittimità non serve a questo. Il principio sulla responsabilità del comproprietario La parte più significativa per il pubblico riguarda il primo motivo, quello sulla legittimazione passiva. La Corte lo dichiara inammissibile, ma aggiunge che sarebbe stato comunque manifestamente infondato nel merito. È un’affermazione resa in aggiunta alla ragione che decide il caso, ma indica con chiarezza la linea della Sezione. Il ricorrente sosteneva di non dover rispondere perché nudo proprietario per due terzi. Tuttavia, osserva la Corte, egli stesso aveva riconosciuto di essere pieno comproprietario per un terzo. Questo basta, secondo i giudici, a riconoscergli la qualità di contitolare della custodia della cosa ai sensi dell’art. 2051 c.c.. La norma prevede che chi ha in custodia una cosa risponda dei danni da essa cagionati, salvo che provi il caso fortuito. La custodia, spiega la Corte, non dipende dal titolo giuridico che la legittima, ma dall’esercizio di una concreta ed effettiva signoria di fatto sul bene, anche se condivisa con altri. Ne discende l’applicazione dell’art. 2055 c.c.: quando più persone sono responsabili dello stesso danno, rispondono in solido. Il principio, formulato dalla Corte con riferimento a questo caso, è che la qualità di comproprietario pro indiviso dell’immobile da cui si è originato il danno, anche per una quota minoritaria, attribuisce normalmente la qualità di contitolare della custodia. Il danneggiato può quindi agire per l’intero risarcimento nei confronti di ciascuno dei contitolari. Che cosa cambia in pratica Per chi subisce un’infiltrazione, la lettura della Corte è rassicurante. Non è necessario ricostruire la catena dei diritti reali sull’appartamento di provenienza per sapere chi citare: chi risulta comproprietario può essere
Il dissuasore che divide il condominio: fin dove arriva il diritto di ciascuno sulla cosa comune

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione torna su un tema che nella pratica condominiale ricorre con sorprendente frequenza: l’installazione di un dissuasore mobile a protezione di un’area comune e i suoi riflessi sul diritto di un singolo condomino di accedere al proprio box auto. Tutto nasce dall’impugnazione, da parte di una condomina, di due delibere assembleari di un condominio con cui era stata prima decisa, poi ratificata, l’installazione di un dissuasore mobile in prossimità dei comandi del cancello elettrico dell’area condominiale. La condomina contestava, sotto il profilo procedurale, di non aver ricevuto il regolare avviso di convocazione per la prima assemblea e di non aver trovato la ratifica all’ordine del giorno della seconda; nel merito, sosteneva che il dissuasore rendesse difficoltose le manovre di ingresso e uscita dal proprio garage di proprietà esclusiva. Nel giudizio interveniva anche un altro condomino, direttamente interessato alla vicenda in quanto la sua auto occupava talvolta la medesima porzione di cortile. Il percorso nei gradi di merito Il giudice di primo grado, riunite le cause, accertò dapprima, con sentenza non definitiva, che l’installazione del dissuasore non costituiva un’innovazione ai sensi della disciplina condominiale. All’esito dell’istruttoria – nella quale erano state espletate due consulenze tecniche d’ufficio, pervenute a conclusioni tra loro difformi – rigettò integralmente le domande della condomina, condannandola alle spese di lite e di consulenza. In appello, la Corte territoriale confermò la decisione nel merito, ritenendo che gli esperimenti pratici svolti da entrambi i consulenti tecnici dimostrassero che il dissuasore non costituiva un ostacolo grave all’utilizzo del garage, sebbene le manovre risultassero più agevoli in sua assenza. La Corte osservò inoltre che il diritto di proprietà esclusiva della condomina doveva contemperarsi con le esigenze degli altri partecipanti al condominio, i quali non potevano tollerare che la sosta della sua vettura interferisse con l’apertura automatica del cancello carraio. Sul solo fronte delle spese processuali, la Corte d’appello riconobbe parzialmente le ragioni della condomina, compensandole per un terzo in considerazione di alcune irregolarità procedurali nella convocazione della prima assemblea e della rimozione del dissuasore nel corso del procedimento cautelare. I motivi del ricorso per cassazione Avverso la sentenza d’appello la condomina propose ricorso per cassazione articolato su quattro motivi, lamentando essenzialmente una scorretta applicazione delle regole sull’onere della prova, una motivazione fondata su un fatto non dimostrato, nonché l’omesso esame di elementi che a suo avviso sarebbero stati decisivi: la circostanza che un altro condomino avesse occupato la medesima posizione senza determinare gli stessi disagi, l’esistenza di una clausola regolamentare che vietava a tutti il parcheggio davanti ai garage, e infine la scelta della Corte territoriale di privilegiare le conclusioni della seconda consulenza tecnica rispetto alla prima. Sia il condominio sia l’altro condomino coinvolto proposero a loro volta ricorso incidentale, contestando la statuizione sulle spese processuali. L’uso della cosa comune secondo l’articolo 1102 del codice civile Il cuore della decisione ruota attorno all’art. 1102 c.c., norma che disciplina l’uso della cosa comune da parte di ciascun condomino, ammesso nei limiti del duplice divieto di alterarne la destinazione e di impedire agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. La Cassazione ha ribadito, richiamando propri precedenti, che la stabile occupazione di una porzione di cortile comune mediante il parcheggio prolungato della propria autovettura può configurare un abuso, in quanto impedisce agli altri condomini di godere dello spazio comune e altera l’equilibrio tra le concorrenti facoltà d’uso (Cass. n. 3640/2004). È stato inoltre precisato che l’art. 1102 c.c. non pone alcun margine minimo di tempo o di spazio per l’operatività di tali limiti, sicché anche un’occupazione di pochi minuti può risultare abusiva, ove impedisca agli altri di partecipare al godimento del bene comune (Cass. n. 3400/1978), principio riaffermato in tempi più recenti (Cass. n. 7618/2019). Onere della prova e confini del sindacato di legittimità La Corte ha poi colto l’occasione per ribadire la distinzione, spesso trascurata nei ricorsi, tra violazione delle regole sull’onere della prova ex art. 2697 c.c. e censura alla valutazione delle prove operata dal giudice di merito. Solo la prima ipotesi integra un vizio denunciabile in Cassazione; la seconda, per contro, attiene al libero convincimento del giudice ai sensi dell’art. 116 c.p.c. e resta sottratta al sindacato di legittimità, come ricordato dalle Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., n. 20867/2020) e da altra pronuncia coeva (Cass. n. 16016/2021). Analoghe considerazioni sono state svolte con riferimento all’art. 115 c.p.c., la cui violazione presuppone che il giudice abbia posto a fondamento della decisione prove mai introdotte dalle parti, e non già una diversa valutazione di quelle offerte (Cass. n. 13395/2018; Cass. n. 18092/2020). A ciò si aggiunge il limite, ancor più stringente, del “nuovo” art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.: quando le decisioni di primo e secondo grado convergono sulla medesima ricostruzione dei fatti – la cosiddetta “doppia conforme” – il motivo di omesso esame è ammissibile solo a condizioni rigorose, tra cui l’indicazione puntuale del “come” e del “quando” il fatto asseritamente omesso sia stato discusso tra le parti (Cass., Sez. Un., n. 8053/2014 e n. 8054/2014; tra le successive, Cass. n. 17005/2024). Consulenze tecniche discordanti: come si orienta il giudice Un ulteriore profilo di interesse pratico riguarda il caso, tutt’altro che raro, di due consulenze tecniche d’ufficio che giungano a conclusioni opposte. La Cassazione ha confermato che il giudice di merito può legittimamente aderire al parere che ritiene più congruo, dando conto delle ragioni della propria preferenza; quando intenda uniformarsi alla seconda consulenza, deve indicare perché disattende la prima, salvo che questa risulti già criticamente esaminata dalla nuova relazione (Cass. n. 19372/2021; in senso conforme, Cass. n. 29713/2024). Nel caso di specie, la Corte d’appello aveva dato atto che entrambi i consulenti avevano condotto esperimenti pratici di ingresso nel garage con autovetture di diverse dimensioni, e che tali esperimenti – esaminati congiuntamente, non in termini di preferenza tra un elaborato e l’altro – fornivano già una motivazione autosufficiente per escludere un grave ostacolo all’utilizzo del bene. La regola delle plurime ragioni autonome di decisione Un principio processuale di carattere generale,
Amministratore di condominio: perché nomina, compenso e cessazione non sono mai questioni di forma

Quando l’assemblea nomina l’amministratore, non sceglie soltanto una persona di fiducia a cui affidare la gestione dello stabile: stipula un contratto a contenuto legalmente conformato, che vincola condominio e amministratore secondo regole precise su durata, compenso, poteri e modalità di cessazione. Considerare la nomina un atto informale, privo di questa cornice, è all’origine di buona parte del contenzioso condominiale registrato negli ultimi anni. L’autonomia dell’assemblea opera infatti entro limiti dettati da norme inderogabili, a tutela del singolo condomino, dei creditori del condominio e dei terzi. La natura giuridica del rapporto Il primo equivoco da superare riguarda la qualificazione dell’incarico. L’amministratore non è un professionista intellettuale né un semplice mandatario: la giurisprudenza di legittimità lo inquadra come contraente di un contratto tipico, disciplinato in via primaria dagli artt. 1129, 1130 e 1131 c.c., con applicazione del mandato soltanto residuale, nella misura in cui risulti compatibile con lo statuto speciale della figura. Lo ha chiarito la pronuncia n. 7874 del 19 marzo 2021, escludendo che l’attività dell’amministratore integri una prestazione d’opera intellettuale ai sensi degli artt. 2229 e seguenti c.c.: non è richiesta l’iscrizione a un albo professionale, e il contenuto del rapporto risulta già interamente conformato dalle norme condominiali. Si tratta di un orientamento ormai consolidato, che consente di evitare due errori ricorrenti nella prassi: applicare direttamente l’art. 2237 c.c. in tema di recesso dal contratto d’opera intellettuale, oppure trattare l’amministratore come un mandatario puro, trascurando i doveri specifici e le cause di cessazione che il diritto condominiale gli riserva. Nomina, accettazione e requisiti di legge La figura dell’amministratore è obbligatoria quando i condomini superano il numero di otto; al di sotto di tale soglia la nomina resta facoltativa. Spetta all’assemblea deliberarla con la maggioranza qualificata dall’art. 1136, secondo comma, c.c.: la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno la metà del valore dell’edificio. La delibera, tuttavia, non esaurisce il procedimento negoziale: occorre l’accettazione dell’incaricato, che perfeziona il rapporto contrattuale. È quindi prudente che il verbale dia atto espressamente di tale accettazione, o richiami un preventivo scritto, sottoscritto o comunque accettato, allegato alla deliberazione o dichiarato parte integrante di essa. A questi profili si aggiunge il possesso dei requisiti di onorabilità e professionalità previsti dall’art. 71-bis disp. att. c.c., salve le eccezioni per il condomino che amministri il proprio stabile. Non si tratta di un adempimento formale: la pronuncia n. 28195 del 31 ottobre 2024 ha stabilito che la nomina di un amministratore privo di tali requisiti è nulla per contrarietà a norma imperativa, posta a tutela di interessi generali e non semplicemente privati. Ne discende una conseguenza spesso trascurata: la nullità della nomina impedisce anche il rinnovo tacito dell’incarico, secondo il principio per cui quod nullum est nullum producit effectum. Una corretta deliberazione dovrebbe quindi incorporare, oltre al preventivo analitico, anche la dichiarazione relativa alla sussistenza dei requisiti di legge e ai dati identificativi dell’amministratore. Il compenso analitico: un presidio di trasparenza È questo il tema su cui il legislatore ha scelto la sanzione più incisiva. L’art. 1129, comma 14, c.c. impone all’amministratore, all’atto dell’accettazione della nomina e del rinnovo, di specificare analiticamente l’importo dovuto per l’attività svolta, a pena di nullità della nomina stessa. La regola non va letta come un formalismo, ma come uno strumento che consente al condomino di conoscere, prima ancora di deliberare, quanto costa la gestione ordinaria e quali attività generano compensi aggiuntivi. Restano perciò fonte di contenzioso le clausole generiche del tipo “compenso secondo tariffa” o “onorario da concordare in sede di rendiconto”, quando non accompagnate da criteri oggettivi previamente approvati. La pronuncia n. 12927 del 22 aprile 2022 ha chiarito che la valida costituzione del rapporto richiede un documento approvato dall’assemblea contenente l’analitica determinazione del compenso, anche per rinvio a un preventivo dichiarato parte integrante della delibera; tale requisito non può considerarsi soddisfatto per implicito dalla mera approvazione del rendiconto. La pronuncia n. 14424 del 29 maggio 2025 ha ribadito il principio per le gestioni successive all’entrata in vigore della norma, precisando che l’approvazione del rendiconto non sana la mancanza originaria della specificazione analitica: la nullità della nomina è nullità testuale, e resta nulla anche la delibera che approvi, nel rendiconto, una voce di compenso non validamente predeterminata al momento della nomina o del rinnovo. Sullo stesso orientamento è intervenuta, nella medesima data, la pronuncia n. 14428 del 29 maggio 2025, che ha opportunamente precisato i confini pratici della regola: l’obbligo di analiticità non impone una quantificazione per singola prestazione, essendo sufficiente anche la previsione di un importo complessivo, comprensivo delle attribuzioni di cui all’art. 1130 c.c. e riferito all’intero incarico, fermo restando che le attività eccedenti l’ordinaria amministrazione possono formare oggetto di pattuizione separata nel corso del rapporto. Non si tratta di un contrasto tra le due pronunce, quanto di un chiarimento che bilancia il rigore della sanzione con un’applicazione non eccessivamente formalistica: il preventivo deve restare verificabile, ma non deve trasformarsi in un elenco casistico di ogni possibile prestazione. Durata, rinnovo e conferma dell’incarico L’incarico dura un anno e si intende rinnovato per eguale durata, senza che occorra necessariamente una nuova delibera di nomina; ciò non legittima, tuttavia, una gestione priva di controllo assembleare. Poiché l’art. 1129, comma 14, c.c. richiama espressamente anche il rinnovo, la soluzione prudenziale consiste nel far constare la permanenza del compenso analitico già pattuito, oppure nell’approvare un nuovo preventivo quando mutino le prestazioni, la complessità della gestione o il numero delle unità immobiliari. È utile distinguere tre fattispecie spesso confuse nella prassi: la prosecuzione legale dell’incarico per l’eguale durata annuale, la conferma espressa dell’amministratore da parte dell’assemblea e la nomina di un soggetto diverso. La loro sovrapposizione alimenta contestazioni sulla continuità dei poteri gestori, sul diritto al compenso e sulla validità degli atti compiuti nel periodo controverso. Revoca e dimissioni L’assemblea può revocare l’amministratore in ogni momento, con la stessa maggioranza prevista per la nomina. Si tratta dell’espressione del carattere fiduciario dell’incarico, e la validità della delibera non richiede l’esistenza di una giusta causa. La mancanza di una giusta causa, tuttavia, può incidere sulle conseguenze economiche
La vendita di un complesso immobiliare gravato da vizi urbanistici occulti: la Cassazione ridisegna l’onere della prova sul danno da evizione parziale

Quando il silenzio del venditore costa caro: i confini tra riduzione del prezzo e risarcimento del danno Una società acquirente stipula un contratto di compravendita per un complesso immobiliare destinato a un ambizioso progetto di riqualificazione turistico-ricettiva. Solo in un momento successivo scopre che una parte consistente dei fabbricati compresi nella vendita è abusiva e gravata da un ordine di demolizione, risalente a diversi anni prima e reso definitivo in sede amministrativa, di cui la parte venditrice non aveva fatto menzione alcuna in sede di trattative e di stipula. L’acquirente agisce quindi in giudizio per far accertare la responsabilità della venditrice per evizione parziale del bene, chiedendo sia la riduzione del prezzo pattuito, sia il risarcimento dei danni conseguenti, tra cui il mancato guadagno derivante dalla perdita di un’occasione di rivendita più vantaggiosa e il rimborso delle spese sostenute per la progettazione, rivelatasi inutile a causa della ridotta volumetria disponibile dopo le demolizioni imposte dal Comune. Il giudizio di primo grado, condotto con l’ausilio di una consulenza tecnica d’ufficio, riconosce all’acquirente il diritto alla riduzione del prezzo e al ristoro dei maggiori oneri finanziari sostenuti, ma respinge le pretese relative alla perdita di chance e al mancato conseguimento delle autorizzazioni edilizie. In appello, la Corte distrettuale riforma parzialmente la decisione, riducendo ulteriormente l’importo riconosciuto a titolo di riduzione del prezzo e negando integralmente il risarcimento del danno. La società acquirente propone quindi ricorso per cassazione, affidato a dodici motivi, che investono sia il metodo di calcolo della riduzione del prezzo, sia il criterio di riparto dell’onere della prova in tema di risarcimento del danno da evizione. La questione giuridica: come si calcola la riduzione del prezzo in caso di evizione parziale Il primo nucleo di censure riguarda il parametro temporale da utilizzare per quantificare la riduzione del prezzo prevista dagli artt. 1480 e 1484 c.c. in caso di evizione parziale, ossia quando il compratore scopre che una parte del bene acquistato non poteva essere legittimamente utilizzata come previsto. La Corte territoriale aveva stimato la diminuzione di valore dei manufatti da demolire facendo riferimento al loro costo di costruzione deprezzato al momento dell’ordinanza di demolizione, anziché confrontare il prezzo pattuito con il ricavato della successiva rivendita del bene residuo. La Suprema Corte censura questo approccio, chiarendo che il credito da riduzione del prezzo deve derivare da una vera e propria operazione aritmetica di sottrazione tra il prezzo iniziale e quello ottenuto dalla rivendita del bene depurato della parte evitta: solo così si ripristina l’equilibrio sinallagmatico alterato dal silenzio della parte venditrice sull’effettiva situazione urbanistico-amministrativa del compendio. Sotto altro profilo, la Cassazione ritiene fondate anche le censure relative all’omessa considerazione delle critiche mosse dalla parte ricorrente alla consulenza tecnica d’ufficio. Viene qui richiamato un principio consolidato: il giudice di merito che aderisce alle conclusioni del consulente esaurisce l’obbligo di motivazione indicando le fonti del proprio convincimento, senza dover necessariamente confutare ogni allegazione contraria dei consulenti di parte; tuttavia, quando le censure all’elaborato peritale sono puntuali, specifiche e denunciano l’assenza di giustificazione delle conclusioni, la sentenza che aderisce acriticamente a tali conclusioni, senza spiegarne le ragioni, è affetta da nullità per motivazione apparente. Il danno da perdita di chance: un motivo dichiarato inammissibile Diversamente, la Corte dichiara inammissibile il motivo relativo al mancato riconoscimento del danno da perdita di chance, collegato alla stipula di una lettera di intenti con un diverso soggetto interessato all’acquisto a condizioni più favorevoli. La pronuncia ribadisce un orientamento già espresso in materia: la lettera di intenti, nel linguaggio commerciale, esprime i propositi delle parti nella fase delle trattative precontrattuali che precedono un negozio soltanto eventuale, e non è di per sé sufficiente a dimostrare quel grado di concreta e consistente possibilità di conclusione dell’affare che la giurisprudenza richiede per la risarcibilità della chance perduta, la quale costituisce una situazione giuridica autonoma, distinta dal risultato sperato, la cui sussistenza deve comunque essere provata da chi la invoca. Il vero punto di svolta: l’onere della prova sul danno da evizione parziale L’aspetto di maggiore interesse pratico della pronuncia riguarda però il riparto dell’onere probatorio relativo al danno emergente, ossia alle spese di progettazione rese inutili dalla scoperta dei vizi urbanistici. La Corte d’appello aveva posto a carico dell’acquirente la prova del nesso causale tra la scoperta dell’ordinanza di demolizione e il ritiro del progetto immobiliare, ritenendo tale prova non fornita e negando quindi ogni ristoro. La Cassazione censura questa impostazione, evidenziando come la colpa della parte venditrice fosse, nel caso di specie, un dato pacifico del giudizio: essa aveva taciuto, al momento della stipula, l’esistenza di un provvedimento di demolizione ormai definitivo, senza fornire alcuna prova contraria circa la sua ignoranza incolpevole. In una simile situazione, avverte la Corte, il focus dell’onere della prova deve spostarsi dai principi specifici dell’art. 1489 c.c. ai principi generali di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1176 c.c., che impongono a ciascuna parte del rapporto obbligatorio di agire preservando gli interessi dell’altra, a prescindere da specifici obblighi contrattuali. Da qui il principio di diritto enunciato dalla Corte, destinato a orientare il giudizio di rinvio: ai fini del risarcimento del danno da evizione parziale, se la parte venditrice versa in colpa, è su di essa che incombe la prova contraria circa l’assenza di un nesso tra il proprio inadempimento e le conseguenze causalmente presumibili secondo un criterio di oggettiva normalità. Si tratta di un’inversione significativa rispetto all’impostazione tradizionale, che tende ad addossare al compratore l’intero onere di dimostrare il pregiudizio subito. Implicazioni pratiche Per chi acquista un immobile e successivamente scopre vizi urbanistici o edilizi non dichiarati, la pronuncia offre un argomento difensivo di rilievo: se la controparte venditrice è in colpa per aver taciuto una situazione di irregolarità di cui era o doveva essere a conoscenza, non è l’acquirente danneggiato a dover ricostruire analiticamente ogni passaggio causale che lo ha condotto al pregiudizio, ma è la parte in colpa a dover dimostrare che tale pregiudizio non discende, secondo un criterio di normalità causale, dal proprio inadempimento. Per le imprese
Esenzione IMU per abitazione principale: la Cassazione ammette la doppia unità immobiliare frutto di fusione di fatto

La Suprema Corte torna sui presupposti dell’esenzione IMU per abitazione principale e chiarisce gli effetti della sentenza della Consulta n. 209/2022 sui coniugi con residenze distinte Un contribuente proprietario di un immobile a Roma riceveva dal Comune un avviso di accertamento per omesso versamento dell’IMU relativa all’anno 2013. L’amministrazione comunale contestava che l’immobile non potesse godere dell’esenzione prevista per l’abitazione principale. Il contribuente si difendeva sostenendo che la propria unità immobiliare e quella contigua, di proprietà del coniuge e situata al medesimo piano dello stesso stabile, costituissero di fatto un unico compendio abitativo. A sostegno di tale tesi, evidenziava che nel 2010 le due unità erano state materialmente collegate mediante la realizzazione di una scala interna e che, in pari data, erano state presentate le rituali dichiarazioni catastali (Docfa) volte a denunciare l’unione di fatto ai fini fiscali delle due porzioni immobiliari, pur restando le stesse autonomamente accatastate in ragione della diversa titolarità. In primo grado il ricorso del contribuente veniva accolto. Il Comune impugnava però la decisione, e il giudice d’appello ribaltava l’esito, rilevando che i due immobili non erano mai stati oggetto di fusione catastale e che, soprattutto, il coniuge proprietario dell’altra unità aveva stabilito la propria residenza anagrafica in un diverso interno dello stesso stabile, distinto da quello occupato dal ricorrente. Il giudice di merito escludeva altresì l’applicabilità dei principi elaborati dalla Corte Costituzionale in tema di doppia agevolazione per i coniugi con residenze separate, ritenendo che tale giurisprudenza presupponesse necessariamente ragioni lavorative che impongano residenze in comuni diversi. Avverso questa decisione il contribuente proponeva ricorso per cassazione, affidato a un unico motivo. La questione giuridica Il nodo centrale sottoposto alla Suprema Corte riguardava, in primo luogo, se l’unione “di fatto” di due unità immobiliari catastalmente distinte, sebbene non fusa formalmente, potesse essere equiparata a un’unica unità immobiliare ai fini dell’esenzione IMU prevista dall’art. 13, comma 2, del d.l. n. 201/2011 (convertito dalla l. n. 214/2011). In secondo luogo, la Corte era chiamata a valutare le conseguenze, sul caso concreto, della sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità di alcune disposizioni in materia di residenza dei componenti del nucleo familiare ai fini della medesima esenzione. Il quadro normativo e l’orientamento consolidato sull’unicità dell’immobile La disciplina dell’esenzione IMU per l’abitazione principale richiede, per espressa previsione normativa, che l’agevolazione riguardi un immobile “iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare”. Si tratta di una formulazione che si discosta volutamente da quella, più permissiva, prevista in passato per l’ICI. La Cassazione ha ribadito che questa differenza testuale non è casuale: mentre in tema di ICI la giurisprudenza aveva ammesso una interpretazione più ampia del concetto di abitazione principale, includendo anche unità di fatto collegate, la disciplina IMU pone un vincolo letterale inequivocabile, che impone di guardare a un’unica unità catastale. Trattandosi di norma agevolativa, e dunque di stretta interpretazione, tale limite non può essere superato facendo leva sulla mera unificazione di fatto (attraverso opere edilizie o dichiarazioni catastali) qualora la fusione formale delle particelle non sia stata perfezionata. Su questo specifico profilo, la Corte ha quindi respinto la tesi del contribuente: la realizzazione di una scala interna di collegamento e le dichiarazioni Docfa presentate nel 2010, pur denunciando l’intento di unificazione ai fini fiscali, non erano sufficienti a produrre l’effetto voluto, mancando la fusione catastale delle due particelle, resa peraltro complessa dalla diversa titolarità dei due immobili. L’incidenza della sentenza della Corte Costituzionale n. 209/2022 Il punto decisivo della pronuncia riguarda però un diverso profilo, relativo alla residenza dei coniugi. Il giudice di merito aveva escluso l’esenzione ritenendo che, avendo il ricorrente e il coniuge stabilito la residenza in due immobili distinti nello stesso stabile, il beneficio potesse essere riconosciuto soltanto per l’abitazione del coniuge. Su questo aspetto la Suprema Corte richiama i principi fissati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 209 del 2022, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che subordinavano l’esenzione IMU alla condizione che l’abitazione principale fosse il luogo di residenza e dimora abituale non solo del possessore, ma anche dell’intero nucleo familiare. La Consulta aveva rilevato che una simile impostazione determinava un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto ai conviventi di fatto, i quali potevano beneficiare dell’esenzione per ciascun immobile in cui avessero effettivamente residenza e dimora, e aveva altresì osservato che, nell’attuale contesto sociale, non è infrequente che i coniugi vivano stabilmente in luoghi diversi pur mantenendo intatta la comunione familiare, sicché penalizzare fiscalmente tale scelta si pone in contrasto con gli artt. 3, 31 e 53 della Costituzione. Da questi principi la Cassazione trae una conseguenza diretta: ai fini dell’esenzione IMU rilevano esclusivamente la residenza anagrafica e la dimora abituale del possessore dell’immobile, considerate individualmente, senza che assuma alcun rilievo la diversa situazione abitativa degli altri componenti del nucleo familiare. Ne discende che il contribuente che risieda e dimori stabilmente nel proprio immobile ha diritto all’esenzione anche se il coniuge risieda in un’unità diversa, indipendentemente dal fatto che questa si trovi nello stesso comune o in un comune differente. La decisione Applicando questi principi al caso concreto, la Corte ha ritenuto erronea la sentenza impugnata nella parte in cui aveva negato l’esenzione al ricorrente sul presupposto che il diritto spettasse soltanto al coniuge. Il ricorrente, risiedendo anagraficamente e dimorando abitualmente nel proprio immobile, aveva diritto all’esenzione per tale abitazione, a prescindere dalla circostanza che il coniuge avesse fissato la propria residenza in un’unità diversa dello stesso edificio. Il ricorso è stato pertanto accolto, con cassazione della sentenza impugnata e decisione nel merito mediante accoglimento del ricorso originario del contribuente. Le spese di lite sono state compensate in ragione del consolidamento dell’orientamento giurisprudenziale, intervenuto successivamente alla proposizione del ricorso. Implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative su due fronti distinti, che è opportuno tenere separati. Per quanto riguarda la fusione di più unità immobiliari contigue, resta fermo che la sola unificazione di fatto, non accompagnata dalla fusione catastale formale delle particelle, non consente di estendere l’esenzione IMU a più unità: chi possieda due appartamenti contigui e intenda beneficiare dell’agevolazione come se si trattasse di
Conformità catastale nell’atto di trasferimento: quando la nullità è solo “di facciata”

La Cassazione conferma: se in atto c’è la dichiarazione di conformità, il contratto resta valido anche se i dati non sono veritieri, salvo che la falsità sia palese a chiunque La controversia nasce da un contratto preliminare avente ad oggetto un appartamento ad uso abitativo. Il promissario acquirente, non avendo ottenuto la stipula del contratto definitivo, cita in giudizio la controparte chiedendo che il tribunale disponga il trasferimento coattivo dell’immobile ai sensi dell’articolo 2932 del codice civile, norma che consente al giudice di emettere una sentenza che produce gli stessi effetti del contratto non concluso. Nel corso del giudizio emergono alcune contestazioni sulla genuinità della documentazione prodotta, che vengono tuttavia superate da una verificazione tecnica delle sottoscrizioni. Il giudice istruttore solleva d’ufficio la questione della regolarità urbanistica e catastale del bene: l’attore deposita allora, prima una dichiarazione sostitutiva di atto notorio sulla conformità dello stato di fatto ai titoli abilitativi e ai dati catastali, e successivamente un’attestazione di conformità a firma di un tecnico abilitato. Viene inoltre disposta una consulenza tecnica d’ufficio per accertare la regolarità urbanistica ed edilizia degli immobili. Il Tribunale accoglie la domanda e dispone il trasferimento della proprietà in favore dell’attore. La parte soccombente propone appello, lamentando che le difformità accertate tra lo stato di fatto e le planimetrie catastali avrebbero dovuto impedire la pronuncia traslativa. La Corte d’appello ribalta l’esito del giudizio: ritiene che la conformità catastale costituisca condizione dell’azione, che tale conformità debba sussistere realmente al momento della decisione e che, essendo stata accertata una difformità sostanziale, la domanda debba essere respinta. Il promissario acquirente ricorre allora per cassazione, sostenendo che la nullità prevista dalla legge abbia natura meramente formale e testuale, sicché la presenza in atti della dichiarazione o dell’attestazione di conformità sarebbe di per sé sufficiente a consentire l’effetto traslativo, indipendentemente dalla loro effettiva veridicità. La questione giuridica: cos’è la conformità catastale Al centro della vicenda si colloca l’articolo 29, comma 1-bis, della legge 27 febbraio 1985, n. 52, introdotto nel 2010 nell’ambito delle misure di contrasto all’evasione fiscale in materia immobiliare. La disposizione impone che gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi, aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, contengano, a pena di nullità, l’identificazione catastale dell’immobile, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione degli intestatari circa la conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie. Tale dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione rilasciata da un tecnico abilitato. La norma distingue due profili distinti. Il primo, definito conformità oggettiva, riguarda la corrispondenza tra la situazione reale dell’immobile e le risultanze catastali, ed è presidiato dalla sanzione della nullità. Il secondo, definito conformità soggettiva, riguarda invece la coincidenza tra l’intestazione catastale e le risultanze dei registri immobiliari: la relativa verifica compete al notaio, ma la legge non prevede per essa alcuna sanzione di nullità, bensì, al più, una responsabilità professionale del rogante. Il nodo interpretativo che la Cassazione è stata chiamata a sciogliere riguarda proprio la natura di questa nullità: se cioè essa colpisca la sola mancanza formale della dichiarazione o attestazione, oppure se richieda anche un accertamento sostanziale dell’effettiva corrispondenza tra dati catastali e realtà dei luoghi. Il quadro normativo e i precedenti La Corte inquadra la fattispecie nell’ambito dell’articolo 1418, terzo comma, del codice civile, che consente alla legge di prevedere ipotesi di nullità ulteriori rispetto a quelle generali disciplinate dai primi due commi della medesima norma. Si tratta, in altri termini, di una nullità speciale, che la giurisprudenza qualifica come “formale” o “testuale”, in quanto sanziona non la difformità sostanziale dell’immobile rispetto al catasto, bensì la mancata inclusione in atto della dichiarazione o dell’attestazione richieste dalla legge. La Cassazione richiama a questo proposito l’orientamento, ormai consolidato a partire dalla pronuncia delle Sezioni Unite n. 8230 del 2019, formatosi in tema di nullità urbanistica: anche in quel caso si è affermato che è sufficiente la menzione in atto degli estremi del titolo abilitativo, purché realmente esistente e riferibile all’immobile, indipendentemente dalla conformità sostanziale della costruzione al titolo stesso. Un principio analogo viene ora esteso, per evidenti ragioni di coerenza sistematica, alla materia catastale. Va peraltro segnalato che, dal 2017, l’articolo 29 è stato integrato con il comma 1-ter, che consente la sanatoria dell’atto nullo per mancanza delle menzioni prescritte, mediante un atto di conferma anche unilaterale, redatto nella medesima forma dell’atto originario. La decisione della Cassazione Con la sentenza n. 27531, pubblicata il 15 ottobre 2025, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione accoglie il ricorso e cassa la sentenza d’appello, rinviando la causa alla Corte d’appello in diversa composizione. Il principio di diritto affermato è netto: la nullità prevista dall’articolo 29, comma 1-bis, colpisce esclusivamente la mancata inclusione in atto della dichiarazione di parte o dell’attestazione tecnica sulla conformità catastale oggettiva. Ne consegue che, quando tale dichiarazione o attestazione sia presente, il contratto è valido a prescindere dalla sua veridicità, purché la difformità non emerga in modo palese dallo stato degli atti. La Corte precisa che, nel giudizio di esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto traslativo, la conformità catastale oggettiva costituisce una condizione dell’azione, che il giudice deve accertare limitandosi a verificare la presenza in atti della dichiarazione o dell’attestazione, senza alcun onere di controllarne l’effettiva rispondenza al vero. Fa eccezione soltanto l’ipotesi in cui la falsità sia conclamata, cioè rilevabile a colpo d’occhio anche da un soggetto privo di competenze tecniche: in tal caso la dichiarazione può essere considerata giuridicamente inesistente, con conseguente preclusione dell’effetto traslativo. La pronuncia chiarisce inoltre che l’eventuale mendacità della dichiarazione, pur non incidendo sulla validità dell’atto, espone comunque il dichiarante a responsabilità civile per i danni cagionati alla controparte e, in presenza dei relativi presupposti, a responsabilità penale per falso ideologico in atto pubblico ai sensi dell’articolo 483 del codice penale. Le implicazioni pratiche Per chi si accinge a stipulare un contratto traslativo di diritti reali immobiliari, la pronuncia offre un criterio operativo chiaro: la validità formale
Costruire troppo vicino al confine e poi usucapire il diritto di restarci: la Cassazione fa chiarezza

Una controversia tra vicini durata oltre quarant’anni consente alla Suprema Corte di ribadire un principio delicato: anche un’opera priva di titolo edilizio può, con il tempo, generare un diritto di servitù opponibile al vicino C’è un dato che, più di ogni massima giuridica, racconta la realtà del contenzioso civile italiano: la controversia decisa dalla Corte di Cassazione con la pronuncia n. 24767/2026, pubblicata il 25 agosto 2026, nasce nel 1983. I proprietari di un fabbricato situato in un comune del Salento convennero in giudizio i proprietari dell’edificio confinante, sostenendo che quest’ultimo fosse stato realizzato a una distanza inferiore a quella prescritta dal regolamento edilizio comunale, e ne chiesero l’arretramento. I convenuti resistettero e, a loro volta, chiesero l’arretramento del fabbricato degli attori. Il Tribunale, con sentenza del 2001, accolse la domanda principale e respinse quella riconvenzionale. Nel frattempo, però, alcune comproprietarie dell’immobile confinante, mai evocate nel primo giudizio, proposero un’opposizione di terzo: un rimedio processuale che consente a chi non ha partecipato a un processo, ma ne subisce gli effetti pregiudizievoli, di farlo riesaminare. Il Tribunale, pronunciandosi su questa opposizione nel 2006, condannò solidalmente tutti i comproprietari all’arretramento e respinse le loro domande di usucapione. La Corte d’appello di Lecce confermò questa impostazione nel 2010, ma la Cassazione, investita di un ricorso incidentale, cassò la decisione con rinvio per un vizio nella notifica dell’atto di appello: un problema puramente procedurale, che tuttavia impose di ripercorrere l’intero giudizio di merito. È solo con la sentenza della Corte d’appello di Lecce n. 632 del 2021, adottata in sede di rinvio dopo il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio, che il quadro si ribalta: le domande di arretramento vengono respinte e viene invece dichiarata l’intervenuta usucapione, a favore dei proprietari dell’edificio più vicino al confine, della servitù di mantenere la costruzione alla distanza già esistente. Contro questa decisione le eredi della parte originariamente vittoriosa hanno proposto ricorso per cassazione, cui ha resistito con ricorso incidentale la controparte. La trattazione scritta dell’udienza non viola il diritto di difesa Il primo motivo di ricorso solleva una questione di rilievo generale, che spiega perché la vicenda meriti attenzione anche al di là del caso concreto. Il giudizio di rinvio, per ragioni di diritto transitorio, era ancora soggetto al rito civile anteriore alla riforma del 1990, che prevedeva la discussione orale della causa davanti al collegio. L’udienza, tuttavia, si tenne nel gennaio 2021 in forma scritta, in applicazione della disciplina emergenziale introdotta durante la pandemia (art. 221, comma 4, del decreto-legge n. 34 del 2020, la cui efficacia era allora prorogata fino al 30 aprile 2021). La parte ricorrente ha lamentato che questa scelta abbia leso il contraddittorio e il diritto di difesa, negando una discussione orale ritualmente richiesta. La Cassazione respinge il motivo, affermando un principio chiaro: la disciplina emergenziale, in quanto ius singulare a tempo determinato, prevale per la durata della sua vigenza sulla disciplina ordinaria dell’udienza, indipendentemente dal rito applicabile al giudizio. In altri termini, l’oralità prevista dal vecchio codice di rito cedeva il passo, durante l’emergenza sanitaria, alla trattazione scritta, purché alle parti fosse garantito lo scambio paritario di note e repliche. La Corte precisa inoltre che tale conclusione non è messa in discussione dal contrasto giurisprudenziale attualmente pendente davanti alle Sezioni Unite (ordinanza interlocutoria n. 2010/2026), poiché quel contrasto riguarda una questione diversa, ossia la mancata fissazione dell’udienza di discussione nel regime ordinario previgente alla riforma del 2022, e non l’applicazione del regime emergenziale. Distanze legali, opera abusiva e usucapione: un rapporto delicato Il cuore della decisione riguarda però un secondo profilo, di grande interesse pratico per chiunque si occupi di rapporti di vicinato: può un manufatto costruito senza il rispetto delle distanze legali, e financo privo di regolare titolo edilizio, diventare fonte di un diritto di servitù per effetto del decorso del tempo? La Corte d’appello aveva accertato che il fabbricato era stato completato al rustico nel 1980 e che le successive varianti non ne avevano modificato la struttura nella parte che fronteggia l’edificio confinante. Da questo accertamento discendeva che il possesso utile ai fini dell’usucapione era iniziato nel 1980 e che, per una regola tecnica ma decisiva, gli atti interruttivi compiuti nel 1983 nei confronti di alcuni comproprietari non producevano effetto verso le comproprietarie rimaste estranee al primo giudizio: in materia di diritti reali, infatti, non trova applicazione il principio di solidarietà nell’interruzione della prescrizione previsto dall’art. 1310 del codice civile per le obbligazioni. Ne conseguiva che il termine ventennale si era già consumato quando, nel 2002, fu notificata la domanda che avrebbe potuto validamente interromperlo. Su questa base, la Cassazione conferma un orientamento ormai consolidato: è ammissibile l’acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dalla legge o dai regolamenti edilizi, anche quando l’opera sia abusiva. Il difetto del titolo edilizio, spiega la Corte, esaurisce la propria rilevanza sul piano del rapporto pubblicistico con l’amministrazione, senza incidere sui requisiti civilistici del possesso: l’opera, in quanto materialmente esistente e percepibile dal proprietario del fondo vicino, è comunque idonea a fondare quel possesso continuativo che l’art. 1158 del codice civile pone a fondamento dell’usucapione. Allo stesso modo, l’opposizione manifestata dal vicino fin dall’origine non esclude il carattere pacifico del possesso, che l’art. 1163 c.c. riferisce al solo momento di instaurazione del rapporto materiale con il bene, e non alla condotta successiva delle controparti: l’esercizio di azioni giudiziarie vale semmai a interrompere la prescrizione, non a mutare la natura del possesso già in corso. Le implicazioni pratiche per proprietari e amministratori La pronuncia offre indicazioni operative di rilievo non solo per i proprietari coinvolti in liti di confine, ma anche per tecnici, amministratori di condominio e chiunque debba valutare la regolarità di un fabbricato ai fini di una compravendita o di una ristrutturazione. Il primo insegnamento è che il tempo, in questa materia, non è mai neutro: un’opera realizzata in violazione delle distanze legali, se non contestata tempestivamente e con atti idonei a interrompere la prescrizione nei confronti di tutti
Intestare beni al coniuge: patto fiduciario, donazione indiretta o dovere di contribuzione familiare?

Il Tribunale di Milano fissa i confini Una vicenda giudiziaria decisa dal Tribunale di Milano (sentenza del 22 giugno 2026, R.G. n. 20305/2024) offre lo spunto per fare chiarezza su un tema che ricorre con frequenza nelle crisi matrimoniali: la sorte dei beni intestati a uno dei coniugi durante il matrimonio, quando l’altro sostenga di averne finanziato l’acquisto o la costituzione con l’intesa, mai messa per iscritto, di riaverli indietro in caso di necessità. Il caso riguardava una coppia sposata in regime di separazione dei beni, trasferitasi in Italia per motivi professionali. Nel corso degli anni il marito, affermatosi professionalmente fino a diventare partner di una struttura legale, avrebbe intestato alla moglie, secondo la propria ricostruzione, due polizze assicurative, un immobile a Milano, un immobile in Sudafrica e una somma di oltre trecentomila euro, con l’intento dichiarato di sottrarre il proprio patrimonio a eventuali azioni di responsabilità professionale. Cessata l’unione, l’uomo ha agito in giudizio chiedendo il ritrasferimento di tutti quei beni, sostenendo l’esistenza di un patto fiduciario orale risalente al 2008. La moglie, dal canto suo, ha negato qualunque intesa fiduciaria, sostenendo che le attribuzioni patrimoniali le fossero state fatte a titolo di compensazione per le rinunce professionali affrontate per la cura dei figli, e comunque in adempimento dei doveri di contribuzione ai bisogni della famiglia. La questione giuridica: patto fiduciario, donazione o dovere coniugale? Il nodo che il Tribunale è stato chiamato a sciogliere è tipico delle controversie post-matrimoniali: distinguere tra tre fattispecie giuridiche profondamente diverse quanto agli effetti. Se le attribuzioni derivano da un patto fiduciario, il coniuge che ha fornito la provvista ha diritto a ottenere la restituzione integrale del bene o del suo valore. Se, invece, si tratta di donazione indiretta di un immobile, la restituzione può riguardare al più la quota corrispondente a quanto effettivamente versato per l’acquisto, e solo in presenza di determinati presupposti di nullità o revocabilità. Se, infine, le attribuzioni integrano l’adempimento del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia previsto dall’art. 143 c.c., esse sono senz’altro irripetibili, perché sorrette da una causa giuridica autonoma. Il negozio fiduciario e il problema della forma Il Tribunale ricostruisce anzitutto la figura del negozio fiduciario, definendolo come lo strumento con cui un soggetto, il fiduciante, affida a un altro, il fiduciario, la titolarità o la gestione di un bene per il perseguimento di finalità specifiche, con obbligo di ritrasferimento. Si tratta di una figura che nella prassi assume forme molto diverse: può realizzarsi mediante trasferimento diretto dal fiduciante al fiduciario, oppure mediante l’acquisto compiuto dal fiduciario in nome proprio ma con denaro fornito dal fiduciante, come appunto sostenuto dall’attore in questo giudizio. Un punto storicamente controverso riguarda la forma di questi accordi quando abbiano ad oggetto beni immobili. Per lungo tempo la giurisprudenza ha assimilato il patto fiduciario al contratto preliminare, richiedendo quindi la forma scritta ad substantiam. Le Sezioni Unite n. 6459 del 2020 hanno superato questa impostazione, ricondotto il fenomeno allo schema del mandato senza rappresentanza e affermato il principio di libertà delle forme: il pactum fiduciae, trattandosi di atto meramente interno tra le parti, non richiede la forma scritta. Ne discende, tuttavia, un problema pratico rilevante: in assenza di un documento scritto, il patto fiduciario deve essere provato attraverso testimoni o presunzioni, con tutte le difficoltà che questo comporta. Perché il patto fiduciario non è stato ritenuto provato È proprio sul terreno della prova che la domanda principale dell’attore è naufragata. Il Tribunale ha innanzitutto escluso la prova per testimoni, poiché i capitoli di prova articolati erano diretti a raccogliere dichiarazioni de relato actoris, cioè informazioni riferite dai testimoni per averle apprese dallo stesso attore, con un valore probatorio sostanzialmente nullo. Quanto alla prova presuntiva, il giudice ha valorizzato una serie di elementi di segno contrario. In primo luogo, l’allegazione del patto è apparsa generica: l’attore ha collocato l’accordo genericamente nel 2008, senza precisare tempi e modalità di esecuzione, pur riferendolo a beni intestati alla moglie in anni diversi, fino al 2019. In secondo luogo, la finalità protettiva dichiarata risultava incoerente con la condotta patrimoniale complessiva dell’attore, che ha continuato a mantenere a proprio nome numerose altre polizze, conti correnti e depositi titoli: se l’obiettivo fosse stato davvero sottrarre il patrimonio a rischi professionali, sarebbe stato logico intestare alla moglie la maggior parte, e non solo una porzione, dei propri averi. In terzo luogo, gli strumenti scelti – polizze a premio costante, spesso a finalità previdenziale – si sono rivelati più coerenti con un’esigenza di risparmio e stabilità economica che con una strategia di protezione patrimoniale immediata. Infine, il Tribunale ha escluso che il ritrasferimento spontaneo di alcuni beni, avvenuto in anni successivi, potesse fungere da indizio grave e preciso dell’esistenza di un accordo fiduciario esteso a tutti gli altri beni, apparendo più plausibile una gestione familiare delle risorse non pianificata secondo uno schema unitario. L’immobile di Milano: quando il finanziamento parziale diventa donazione indiretta Esclusa la natura fiduciaria dell’operazione, il Tribunale ha comunque dovuto valutare la domanda subordinata riferita all’immobile acquistato a Milano nel 2011. Qui il giudice richiama un principio consolidato, espresso da Cass. n. 18541/2014: quando il denaro viene fornito da un soggetto quale mezzo per l’acquisto di un determinato immobile intestato a un altro, e sussiste un collegamento teleologico tra l’elargizione e l’acquisto, si configura una donazione indiretta dell’immobile stesso, e non una donazione diretta del denaro. Nel caso di specie, tuttavia, l’attore ha fornito prova documentale del versamento di una parte soltanto del prezzo complessivo dell’immobile, pari a 638.000 euro. Ne è derivato il riconoscimento di una donazione indiretta limitata alla quota corrispondente a quanto effettivamente documentato, e non il ritrasferimento integrale dell’immobile richiesto in citazione. Diversa sorte ha avuto la domanda relativa all’immobile situato in Sudafrica: qui il collegamento tra il bonifico effettuato dall’attore e l’acquisto specifico dell’immobile non è stato in alcun modo dimostrato, complice anche una causale del bonifico (“trasferimento fondi”) giudicata troppo generica per attestare un intento di liberalità o un vincolo di scopo. La somma di 300.000 euro e il