Buca sulla strada: chi risarcisce?

Buca sulla strada: chi risarcisce?

La Cassazione: se la condotta imprudente del danneggiato è causa esclusiva, il custode non risponde Una mattina di pioggia, poco dopo le dieci e mezza, un uomo percorre in ciclomotore una strada urbana a senso unico, ampia e rettilinea, a poche centinaia di metri da casa sua. Ci abita da quasi quarant’anni. Sulla carreggiata corrono i binari di una metropolitana di superficie, posati nel 2003 e incassati in lastre di cemento chiaro, ben distinguibili dall’asfalto. Intorno al binario si è aperta una disconnessione del manto stradale, larga circa trenta centimetri, lunga quaranta e profonda venti. Il motociclista deve svoltare verso l’ingresso del piazzale di un mercato. Secondo la ricostruzione dei giudici, invece di superare la fine della rotaia, oltre la quale lo spazio per girare in sicurezza era ampio, anticipa la manovra e “taglia” la carreggiata. Attraversa così il binario in diagonale, proprio nel punto in cui il fondo è sconnesso. Cade e riporta un trauma contusivo e distorsivo, con sette giorni di prognosi e postumi permanenti valutati intorno al quindici per cento. Chiede al Comune un risarcimento di oltre cinquantunomila euro. Il percorso nei giudizi di merito Il Comune si difende negando la propria responsabilità e sostenendo che l’incidente sia stato provocato dalla condotta imprudente del conducente. Chiama inoltre in causa la propria compagnia assicuratrice per essere tenuto indenne. Il tribunale rigetta la domanda, ravvisando il caso fortuito nel comportamento del danneggiato. La corte d’appello conferma, con una motivazione che poggia su due argomenti autonomi, ciascuno sufficiente da solo a sostenere il rigetto. Il primo riguarda la prova del nesso causale. Secondo la corte, non era stato dimostrato che la caduta fosse stata provocata proprio dall’impatto con la buca, perché i due testimoni avevano visto il conducente soltanto quando era già a terra e il rapporto della polizia municipale dava atto del fondo bagnato. Il secondo argomento è che, anche ammettendo la dinamica dei fatti come raccontata, il comportamento del danneggiato era stato così imprudente da costituire da solo la causa dell’incidente. Il quadro normativo: la custodia e il caso fortuito L’art. 2051 c.c. prevede che chi ha in custodia una cosa risponda del danno da essa cagionato, salvo che provi il caso fortuito. In altri termini, il danneggiato non deve dimostrare che il custode sia stato negligente: la responsabilità è oggettiva. Il custode può liberarsi solo provando che l’evento è dipeso da un fattore estraneo alla sfera del suo controllo, e tra questi rientra anche il comportamento dello stesso danneggiato. Su questo si innesta l’art. 1227, primo comma, c.c., secondo cui, se il fatto colposo del danneggiato ha concorso a produrre il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze. Il punto delicato è stabilire quando la condotta del danneggiato riduca soltanto il risarcimento e quando, invece, lo escluda del tutto. Il ricorso e la decisione della Corte Il danneggiato ricorre in Cassazione con quattro motivi. L’ordinanza della Terza Sezione civile (Cass. civ., Sez. III, ord. n. di raccolta generale 27680/2026, pubblicata il 23/10/2026) li respinge tutti. Con il primo motivo il ricorrente sosteneva che il giudice d’appello avesse invertito l’onere della prova, trattando ogni caduta come dovuta a una causa ignota idonea a esonerare il custode. La Corte ricorda che la responsabilità oggettiva solleva il danneggiato dalla prova della colpa del custode, ma non dalla prova del nesso materiale tra la cosa e il danno. Questa regola, richiamata dall’ordinanza insieme a una pronuncia delle Sezioni Unite del 2022, non era stata violata: il giudice di merito aveva semplicemente ritenuto non assolto l’onere probatorio. Per il resto, la doglianza chiedeva di rivalutare le prove, il che in sede di legittimità non è consentito. Il secondo e il terzo motivo denunciavano il travisamento delle prove e la violazione delle regole sulla loro valutazione. La Corte li dichiara inammissibili. Il “travisamento” è un errore percettivo sul contenuto oggettivo di un documento o di una deposizione. Non comprende la contestazione del peso che il giudice ha attribuito alle prove, e il ricorrente si era limitato a contrapporre la propria versione dei fatti a quella accolta dalla corte d’appello. Il quarto motivo è quello di maggiore interesse teorico. Il ricorrente sosteneva che i giudici si fossero affidati a un orientamento minoritario o superato. La Corte lo respinge, affermando che la sentenza impugnata si conforma all’insegnamento delle Sezioni Unite e che è ormai consolidato l’indirizzo secondo cui può interrompere il nesso causale anche la semplice condotta oggettivamente colposa del danneggiato, purché si ponga come causa autonoma ed esclusiva dell’evento. A sostegno, l’ordinanza richiama due pronunce del 2024 e del 2025. Il principio di diritto La Corte formula il principio in questi termini: ai fini dell’esclusione del nesso causale, la condotta del danneggiato non deve necessariamente essere oggettivamente imprevedibile ed eccezionale, essendo sufficiente che sia oggettivamente colposa, cioè caratterizzata dall’inosservanza della normale cautela esigibile rispetto a un rischio percepibile o superabile con l’ordinaria diligenza. Quanto più il pericolo poteva essere previsto e superato con le cautele normalmente attese, tanto più l’imprudenza del danneggiato acquista efficacia causale esclusiva. In tal caso la cosa si riduce a mera occasione dell’evento dannoso. Nel caso concreto la Corte ha ritenuto non implausibile la valutazione dei giudici d’appello: guida sul margine sinistro anziché destro della corsia, contrariamente all’art. 143 del Codice della strada, svolta anticipata con fondo bagnato, ostacolo ben visibile di giorno e luoghi conosciuti da anni. Implicazioni pratiche Per chi subisce un incidente a causa di una buca o di una dissesto stradale, la decisione ricorda due cose. La prima è che la prova del nesso tra il difetto della strada e la caduta resta a carico del danneggiato e va costruita con cura. Servono testimoni che abbiano visto l’evento, fotografie, rilievi tempestivi e, se possibile, una documentazione che attesti l’esatta posizione del difetto. Chi è stato soccorso a terra, senza testimoni dell’impatto, rischia di non riuscire a dimostrare la dinamica. La seconda è che il comportamento del danneggiato viene valutato con rigore. Conoscenza dei luoghi, visibilità dell’ostacolo, condizioni meteorologiche

Mutuo solutorio nullo per TAEG errato o interessi? La Cassazione spiega perché no

Persona accasciata sul portatile in un ambiente cupo, con la scritta "Mutuo per ripagare la banca: è nullo?"

Credito cartolarizzato, mutuo solutorio, TAEG e ammortamento alla francese: i principi fissati dalla Cassazione Nel 2002 un istituto di credito concede un mutuo fondiario a una società in accomandita. Il contratto viene rinegoziato nel 2008. Nel frattempo la banca originaria confluisce in un gruppo bancario più grande. Nel 2017 il credito passa a una società veicolo, nell’ambito di una cartolarizzazione in blocco regolata dalla legge n. 130 del 1999 e dall’art. 58 del Testo unico bancario. Nei primi mesi del 2018 la società cessionaria, tramite una società mandataria incaricata del recupero, notifica un atto di precetto alla debitrice principale e ai garanti. Intima il pagamento di 361.290,89 euro per l’inadempimento del mutuo e dell’atto di rinegoziazione. Debitrice e garanti si oppongono davanti al Tribunale, con due giudizi poi riuniti, e sollevano quattro eccezioni: A sostegno della prima eccezione gli opponenti richiamavano una sentenza passata in giudicato, con cui lo stesso Tribunale aveva condannato la banca cedente a restituire quasi 198.000 euro per addebiti illegittimi e usurari sul conto corrente. Il Tribunale rigetta l’opposizione e la Corte d’appello conferma. La causa approda in Cassazione. La decisione della Suprema Corte Con l’ordinanza n. 27684/2026, pubblicata il 23 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta il ricorso. Il Collegio esamina quattro motivi: due vengono respinti nel merito, due dichiarati inammissibili in tutto o in parte e comunque infondati. Ne ricaviamo tre principi di diritto, utili a chi opera con crediti bancari ceduti in blocco e con mutui fondiari. La titolarità del credito cartolarizzato e il tempo delle contestazioni La questione di diritto è chi debba provare di essere titolare del credito quando questo è stato ceduto in blocco ai sensi dell’art. 58 del Testo unico bancario. La Corte ricorda che la titolarità è elemento costitutivo della domanda ed è rilevabile d’ufficio. Precisa però che l’onere di provarla grava sulla cessionaria solo se il debitore ceduto la contesta in modo specifico e tempestivo. In mancanza, il fatto può considerarsi pacifico. Nel caso esaminato gli opponenti avevano sollevato l’eccezione soltanto nella memoria conclusionale del giudizio di primo grado. Secondo la Corte la memoria conclusionale serve a illustrare domande ed eccezioni già ritualmente proposte, non a introdurre temi nuovi. Per la stessa ragione la replica della cessionaria non poteva essere la sua “prima difesa utile” per rispondere a una contestazione arrivata in ritardo. La cessionaria aveva quindi prodotto in appello l’avviso di cessione pubblicato in Gazzetta Ufficiale e la dichiarazione di conferma della banca cedente. Per la Corte questa produzione non viola il divieto di nuove prove in appello (art. 345 c.p.c.), perché è la risposta fisiologica a una contestazione mai formulata prima. I due documenti, insieme, costituiscono prova piena della cessione dello specifico credito. Il principio affermato è che una contestazione tardiva sulla titolarità consente alla cessionaria di produrre i documenti anche al momento della costituzione in appello. Il mutuo solutorio non è nullo Il punto di maggiore interesse riguarda il cosiddetto mutuo solutorio, cioè il mutuo le cui somme vengono subito destinate a ripianare un’esposizione del cliente verso la stessa banca che eroga il finanziamento. I ricorrenti sostenevano che il contratto avesse una causa illecita o fosse in frode alla legge (art. 1344 c.c.), perché finalizzato a coprire addebiti poi riconosciuti illegittimi. Il Collegio richiama le Sezioni Unite del 5 marzo 2025, n. 5841, secondo cui il mutuo solutorio è un vero mutuo tipico (art. 1813 c.c.), valido ed efficace. Il contratto si perfeziona quando la somma viene accreditata sul conto e il cliente ne acquista la disponibilità giuridica. L’uso successivo di quel denaro per estinguere debiti pregressi, tramite un semplice giroconto, è un atto dispositivo distinto. Resta estraneo alla causa del contratto e non ne intacca la validità. La Corte aggiunge due precisazioni. La prima: anche quando il mutuo fondiario serve a sostituire debiti chirografari, l’eventuale danno agli altri creditori non incide sulla validità del contratto né sul suo valore di titolo esecutivo. Può trovare rimedio solo nella revocatoria ordinaria o fallimentare, se ne ricorrono i presupposti. La seconda: l’accertamento dell’indebito bancario non travolge il mutuo. Trova tutela nella condanna della banca alla restituzione e non elimina l’obbligo di restituire il capitale effettivamente erogato. TAEG e ISC: un indicatore informativo Sul piano della trasparenza bancaria, i ricorrenti sostenevano la nullità delle clausole sugli interessi perché nel contratto mancava il TAEG/ISC, cioè l’indicatore che sintetizza il costo complessivo del finanziamento. La Corte richiama l’orientamento delle Sezioni Unite sul punto e conferma che questo indicatore non è un tasso, un prezzo o una condizione economica applicabile al contratto. Ha una funzione informativa e di trasparenza. La sua omessa o errata indicazione, nei mutui diversi dal credito al consumo, non determina la nullità della pattuizione sugli interessi ai sensi dell’art. 117 del Testo unico bancario. Non comporta nemmeno l’applicazione dei tassi sostitutivi dei BOT. Può al più fondare una responsabilità precontrattuale della banca, ma solo se il mutuatario prova di aver subito un danno concreto, per essere stato indotto a un contratto meno conveniente di altre offerte. L’ammortamento alla francese L’ultima censura riguardava l’ammortamento “alla francese”, con rata costante, che secondo i ricorrenti nasconderebbe un anatocismo e renderebbe indeterminato il contratto. La Corte richiama le Sezioni Unite n. 15130/2024. Quando il contratto indica con chiarezza capitale, durata, tasso e cadenza delle rate, l’oggetto è sufficientemente determinato. Non occorre spiegare il regime finanziario composto di calcolo. Non c’è nemmeno anatocismo: in ogni rata gli interessi si calcolano solo sul capitale residuo. La maggiore incidenza degli interessi nelle prime rate non è una capitalizzazione vietata, ma la conseguenza matematica del rimborso del capitale nel tempo. Le questioni dichiarate inammissibili Due motivi si fermano prima del merito. Il secondo, sulla manipolazione dell’Euribor, viene dichiarato inammissibile perché il ricorso non indicava in quale atto e in quali termini l’eccezione fosse stata sollevata in primo grado, né il riferimento al periodo dell’intesa accertata a livello europeo. Parte del quarto motivo cade per difetto di specificità: i ricorrenti non avevano trascritto la clausola dell’atto di rinegoziazione che, secondo la controparte, indicava

Infortunio a scuola: chi deve dare la prova?

Infortunio a scuola: chi deve dare la prova?

La Cassazione chiarisce l’onere della prova nel danno che l’alunno si procura durante l’educazione fisica Nel settembre del 2016, durante l’ora di educazione fisica, una studentessa di una scuola secondaria di primo grado si procura una frattura alla falange intermedia del quinto dito della mano sinistra. I genitori sostengono che la ragazza si trovasse nel cortile dell’istituto e sia stata colpita da un pallone. A loro avviso l’attività non si sarebbe dovuta svolgere in cortile, ritenuto luogo inidoneo, ma in palestra, e non ci sarebbe stata una vera partita. Imputano quindi alla scuola carenze di vigilanza e di prevenzione. I giudici di merito ricostruiscono il fatto in modo diverso. Secondo la sentenza d’appello, ripresa dalla Cassazione, la studentessa stava svolgendo un esercizio di tiri a canestro. Su un passaggio di un compagno, nel momento di afferrare il pallone, ha avvertito un forte dolore alla mano. Questa versione trae origine dalla relazione dell’insegnante presente, poi confermata sotto giuramento in giudizio. Il percorso giudiziario I genitori, agendo per la figlia minorenne, citano in giudizio il Ministero e l’istituto scolastico davanti al giudice di pace, chiedendo un risarcimento contenuto entro i cinquemila euro. Il Ministero e la scuola ottengono di chiamare in causa la compagnia assicurativa. Il giudice di pace dichiara il difetto di legittimazione passiva dell’istituto, cioè esclude che la scuola possa essere il soggetto da convenire, e rigetta la domanda verso il Ministero. Riconduce l’evento al caso fortuito: imprevedibile e non imputabile alla scuola né al docente. L’appello, proposto prima davanti a un tribunale poi dichiarato incompetente, viene riassunto dinanzi al tribunale competente e rigettato. Il tribunale precisa che il corretto inquadramento giuridico non è l’articolo 2048 del codice civile, ma la responsabilità contrattuale, con il regime probatorio dell’art. 1218 c.c.. Valorizza poi la relazione dell’insegnante e la sua conferma testimoniale per escludere l’evitabilità dell’evento, la pericolosità delle attrezzature, l’inadempimento dell’obbligo di vigilanza e il nesso causale tra condotta della scuola e danno. I genitori ricorrono in Cassazione, che decide con l’ordinanza n. 27244/2026 di raccolta generale, pubblicata il 19 ottobre 2026. La questione giuridica Il punto centrale è semplice da enunciare e meno semplice da applicare. Quando un alunno si fa male da solo durante l’attività scolastica, chi deve provare che cosa? Basta dimostrare che l’infortunio è avvenuto in orario di lezione perché la scuola risponda, oppure occorre individuare una condotta inadempiente dell’istituto o dell’insegnante? Il quadro normativo L’art. 2048 c.c. disciplina la responsabilità di genitori, tutori e insegnanti per il danno causato dal fatto illecito dei minori affidati alla loro vigilanza. In altri termini, riguarda il danno che l’allievo provoca a un terzo. L’art. 2043 c.c. è la clausola generale del risarcimento per fatto illecito. L’art. 2050 c.c. regola le attività pericolose, con una presunzione di colpa a carico dell’esercente. L’art. 1218 c.c. stabilisce che il debitore che non esegue la prestazione dovuta risponde del danno, se non prova che l’inadempimento deriva da impossibilità a lui non imputabile. La decisione della Corte La Corte, nell’esame congiunto dei primi due motivi, segue una linea in due tempi. Sul piano processuale, li dichiara in parte inammissibili. Il ricorso, secondo i giudici, è prolisso e ripetitivo e riproduce ampi brani di atti e sentenze. Mescola nello stesso motivo violazione di legge, omesso esame di fatti, travisamento della prova e critica alla valutazione delle prove, senza localizzare con precisione gli atti su cui si fonda. L’art. 366 c.p.c. richiede invece una esposizione chiara e specifica, e un ricorso trasformato in un assemblaggio di riproduzioni lascia alla Corte il compito di ricostruire la censura. Inammissibile è anche la denuncia di omesso esame di un fatto decisivo. Il ricorso è stato notificato nel settembre 2024, dopo l’entrata in vigore della disciplina che esclude questo motivo in caso di cosiddetta doppia conforme. Questa ricorre quando l’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni di fatto, e la Corte precisa che non occorre che le due sentenze siano identiche: basta lo stesso percorso logico-argomentativo, anche integrato da ulteriori argomenti del giudice d’appello. Nel merito, la Corte ritiene comunque i motivi infondati. Richiama le Sezioni Unite (n. 9346/2002), secondo cui il rapporto tra scuola e alunno ha natura contrattuale e la scuola assume un obbligo di protezione e vigilanza. L’istituto deve provare di aver adempiuto o che l’evento dipende da causa non imputabile. L’alunno, per parte sua, deve provare il nesso causale tra il fatto e il danno. La Corte richiama anche un’altra pronuncia, la n. 2114/2024, a conferma del principio. Ne discende che non basta affermare che l’infortunio è avvenuto durante l’orario scolastico: occorre indicare una condotta inadempiente e il suo legame causale con il danno. La Corte aggiunge un criterio specifico per la pratica sportiva. La responsabilità dell’istituto per il danno che l’alunno si cagiona da sé presuppone che il danno sia la concretizzazione di un rischio anomalo, cioè non connesso normalmente allo sport praticato, e che l’evento non fosse imprevedibile o inevitabile. La prova dell’imprevedibilità grava sul convenuto. Il giudizio sulla sua sussistenza, però, è fattuale e non è censurabile in sede di legittimità se non per difetto radicale di motivazione. Sono respinte anche le altre doglianze. Il richiamo all’art. 2050 c.c. non regge, perché il semplice svolgimento di esercizi o giochi con il pallone durante l’educazione fisica non rende, di per sé, pericolosa in senso tecnico l’attività. Non c’è nemmeno omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., perché il tribunale ha affrontato la qualificazione giuridica e ha ritenuto provata la non imputabilità dell’evento. Il mancato accoglimento della tesi dei ricorrenti non equivale a omessa pronuncia. Irrilevante infine che si trattasse di pallavolo o di pallacanestro, o che l’attività fosse in cortile anziché in palestra, perché la decisione si fonda sulla relazione dell’insegnante e sulla deposizione testimoniale. Le spese di lite Il terzo motivo riguarda le spese del giudizio d’appello. I ricorrenti sostengono che vi sarebbe stata soccombenza reciproca, perché il tribunale aveva respinto alcune eccezioni degli appellati, tra cui l’inammissibilità dell’appello. La Corte replica che chi ha visto respingere integralmente

Cliente professionale: tutele non azzerate

Cliente professionale: tutele non azzerate

L’attribuzione della qualifica di investitore professionale non esonera la banca dai suoi doveri di verifica Un investitore privato aveva sottoscritto con una banca tre contratti-quadro di deposito titoli e, sulla base di quei rapporti, aveva effettuato diverse operazioni in prodotti finanziari. Alcuni anni prima, in un momento preciso, aveva dichiarato per iscritto di voler essere trattato come cliente professionale, affermando di aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di quindici o venti a trimestre nei quattro trimestri precedenti. Analoga richiesta era stata presentata da un familiare delegato a operare sul conto. Gli investimenti non sono andati bene. L’investitore ha quindi agito in giudizio contro la banca, chiedendo il risarcimento dei danni per la violazione degli obblighi informativi e di verifica dell’adeguatezza e dell’appropriatezza delle operazioni, obblighi che il Testo unico della finanza e il regolamento Consob pongono a carico degli intermediari. La decisione dei giudici di merito Il Tribunale ha respinto la domanda, e la Corte d’appello ha confermato la decisione. Il ragionamento era lineare. Il cliente aveva chiesto di essere qualificato come professionale e aveva dichiarato di possedere i requisiti. Quella dichiarazione veniva considerata una confessione, e dunque un fatto provato contro di lui. Una volta attribuita la qualifica, la banca era ritenuta libera da ogni obbligo di informazione sulla natura e sull’adeguatezza degli investimenti. I giudici d’appello hanno aggiunto un passaggio significativo. Nei documenti della banca mancava l’indicazione del numero di operazioni in uno dei trimestri rilevanti. Secondo la Corte, però, ben poteva darsi che il cliente avesse operato in quel periodo con un altro intermediario, e il cliente non aveva fornito elementi per privare di efficacia la propria dichiarazione. Il ricorso in Cassazione L’investitore ha proposto ricorso per cassazione con un unico motivo, lamentando la violazione delle norme del regolamento Consob sulla classificazione dei clienti. Sosteneva che dagli stessi documenti della banca risultasse che, al momento della richiesta, i requisiti per la qualifica professionale non erano soddisfatti. Aggiungeva di non avere alcuna esperienza specifica nei prodotti oggetto di causa, e di dover quindi essere trattato come cliente al dettaglio, con tutte le tutele connesse. Con l’ordinanza n. 26039, pubblicata il 1° ottobre 2026, la Prima Sezione civile ha accolto il motivo, ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’appello in diversa composizione. Perché la dichiarazione non è una confessione Il primo errore individuato dalla Cassazione riguarda la nozione di confessione. L’art. 2730 c.c. definisce confessione la dichiarazione con cui una parte riconosce la verità di fatti a sé sfavorevoli e favorevoli all’altra parte. In altre parole, si confessa un fatto, non un’opinione. La richiesta di essere considerato cliente professionale, osserva la Corte, esprime un convincimento personale sulla propria esperienza e sulla propria propensione al rischio. È un giudizio, sebbene capace di produrre conseguenze giuridiche, e non una affermazione di scienza su un fatto oggettivamente verificabile. Per questa ragione non ha valore confessorio. La Corte richiama in proposito un orientamento già espresso in precedenti pronunce, in tema di dichiarazioni rese dal cliente sulla propria consapevolezza dei rischi. Il quadro normativo: l’Allegato 3 del regolamento Consob Il secondo errore è più rilevante sul piano pratico. L’Allegato 3 del regolamento Consob distingue i clienti professionali privati in due categorie: quelli di diritto e quelli su richiesta. Il caso riguarda la seconda. Per ottenere la qualifica su richiesta il cliente deve soddisfare almeno due tra tre requisiti: aver compiuto operazioni di dimensioni significative con una frequenza media di dieci a trimestre nei quattro trimestri precedenti; possedere un portafoglio di strumenti finanziari, depositi inclusi, superiore a cinquecentomila euro; lavorare o aver lavorato almeno un anno nel settore finanziario in una posizione che presuppone la conoscenza delle operazioni o dei servizi. La Cassazione però insiste su ciò che sta prima dell’elenco. L’Allegato premette che non è comunque consentito presumere che questi clienti abbiano conoscenze comparabili a quelle dei professionali di diritto. Premette inoltre che le regole di condotta previste per i clienti non professionali possono essere disapplicate solo dopo una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente. Occorre insomma che l’intermediario possa ragionevolmente ritenere il cliente in grado di decidere in modo consapevole e di comprendere i rischi che assume. Gli obblighi della banca Ne discende, secondo la Corte, che la qualifica professionale non esonera automaticamente l’intermediario dal valutare l’adeguatezza degli investimenti rispetto al profilo del cliente. Spetta alla banca dimostrare di aver correttamente disapplicato le regole di tutela. In mancanza di questa prova, anche il cliente professionale su richiesta conserva le garanzie informative, per quanto elevato sia il suo profilo di rischio. L’Allegato impone inoltre di adottare tutte le misure ragionevoli per accertare che il cliente possieda davvero i requisiti. Il controllo non si esaurisce al momento dell’attribuzione della qualifica. La Cassazione ricava il principio che, prima di eseguire ordini che espongano il cliente al rischio senza alcuna protezione, la banca deve verificare che le condizioni originarie permangano. Deve poi vigilare affinché persistano per tutta la durata dell’investimento, e adottare senza indugio i provvedimenti opportuni se emergono segnali di cambiamento. La sentenza impugnata, rileva la Corte, si era concentrata soltanto sul soddisfacimento formale dei parametri, ignorando questo quadro. Aveva inoltre fondato la prova di un requisito su un’ipotesi priva di riscontro, quella degli investimenti presso altro intermediario. Implicazioni pratiche Per l’investitore, la pronuncia indica che la dichiarazione sottoscritta in sede di classificazione non è un documento che chiude ogni discussione. Resta possibile contestare sia la sussistenza effettiva dei requisiti sia la condotta della banca, che deve poter documentare i controlli svolti al momento della classificazione e prima dei singoli acquisti. Ricordiamo però che la causa torna ora davanti alla Corte d’appello, e l’esito finale resta aperto. Per gli intermediari, la decisione è un richiamo a strutturare procedure interne scritte e verificabili. La classificazione non può ridursi a un modulo compilato: serve una valutazione motivata e un monitoraggio nel tempo. Per i professionisti che assistono risparmiatori in controversie finanziarie, infine, il principio della natura non confessoria delle dichiarazioni di autovalutazione offre un

Provvigione dell’agenzia immobiliare: si paga anche senza rogito?

Stretta di mano davanti a una casa in miniatura, sotto la scritta "Agenzia: si paga senza rogito?"

Rogito, preliminare, mutuo e informazioni omesse: cosa deve sapere chi compra, vende o gestisce immobili Quando si acquista o si vende un immobile, il momento in cui l’agenzia può chiedere il compenso è una delle questioni che generano più contrasti. Molti sono convinti che senza rogito notarile non si debba pagare nulla. Altri ritengono che basti aver visitato un appartamento con un’agenzia per essere tenuti a versarle la provvigione. Nessuna delle due convinzioni è esatta. La soluzione dipende da come è stato costruito il rapporto, da cosa è stato firmato e da cosa ha realmente fatto l’intermediario. Per un cittadino che compra casa e per un imprenditore che gestisce un patrimonio immobiliare, sapere dove passa il confine può far risparmiare somme rilevanti. Natura dell’intermediazione e soggetti obbligati al pagamento Il codice civile definisce il mediatore come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato a nessuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o rappresentanza (art. 1754 c.c.). L’art. 1755 c.c. aggiunge che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. In altri termini, il compenso nasce dal risultato raggiunto grazie alla sua attività, e non da un modulo firmato da entrambi i contraenti. Ne discende che non è corretto sostenere che paghi soltanto chi ha sottoscritto l’incarico. È altrettanto scorretto dire che paghino sempre venditore e acquirente. Occorre guardare alla funzione concretamente svolta dall’agenzia. Se promuove in modo imparziale l’incontro tra le parti, siamo nell’ambito della mediazione. Se invece cura esclusivamente l’interesse di chi le ha dato l’incarico, come farebbe un mandatario, non si può trasferire automaticamente sull’altra parte l’obbligo di pagare. Contano anche il comportamento di chi si è avvalso consapevolmente dell’opera dell’agenzia e gli accordi sul compenso. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19161 del 2 agosto 2017, hanno riconosciuto la configurabilità della mediazione negoziale atipica, anche unilaterale, e hanno chiarito che l’intermediazione immobiliare resta soggetta ai requisiti professionali previsti dalla legislazione speciale. È una pronuncia di grande rilievo, ma va applicata guardando il contenuto del singolo rapporto e non per automatismi. Quando l’affare è concluso: proposta, preliminare e rogito La conclusione dell’affare non coincide necessariamente con il passaggio di proprietà davanti al notaio. La Corte di cassazione, sezione seconda civile, con l’ordinanza n. 9395 pubblicata il 10 aprile 2025, ha ribadito che l’affare è concluso quando tra le parti si costituisce un vincolo che consente di agire per l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, ai sensi dell’art. 2932 c.c., oppure per il risarcimento del danno derivante dal mancato conseguimento del risultato programmato. Un contratto preliminare può dunque far maturare la provvigione, senza attendere il rogito. Questo non significa che ogni proposta accettata faccia nascere il diritto al compenso. Il nome dato al documento, che sia «proposta», «compromesso» o «accordo preliminare», non risolve la questione. Bisogna chiedersi quali obbligazioni siano effettivamente sorte. Una lettera d’intenti o un accordo preparatorio, che segna solo una tappa delle trattative, non è sufficiente. Una proposta accettata può invece valere come vero preliminare, se esprime un impegno vincolante e sufficientemente determinato. Il fatto che sia prevista una scrittura successiva non rende irrilevante l’accordo precedente: bisogna verificare se quella scrittura debba soltanto riprodurre un vincolo già nato o sia necessaria per definirlo. L’acquisto subordinato al mutuo e il successivo mancato rogito È molto frequente che l’acquirente condizioni l’acquisto all’ottenimento di un finanziamento. Sentiamo spesso dire che senza mutuo l’agenzia non si paga, ma la formula è imprecisa. L’art. 1757 c.c. stabilisce che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. Se invece la condizione è risolutiva, il diritto non viene meno al verificarsi dell’evento. Tutto dipende allora da come è scritta la clausola. Un conto è subordinare l’efficacia dell’acquisto alla concessione del finanziamento, e allora si ha una vera condizione sospensiva. Un altro conto è limitarsi a indicare che il prezzo sarà pagato con un mutuo, e allora la condizione non c’è. Se la condizione è validamente prevista e non si avvera, manca il presupposto temporale della provvigione. Se però era già stato concluso un preliminare efficace, l’inserimento di una condizione in un momento successivo richiede una ricostruzione cronologica e non cancella automaticamente il credito dell’intermediario. Allo stesso modo, il rogito che salta per inadempimento di una delle parti dopo la conclusione dell’affare non significa che il diritto al compenso non sia mai esistito. Nesso causale, trattative dirette e pluralità di agenzie Un altro scenario molto comune è quello in cui le parti, dopo aver conosciuto l’immobile tramite un’agenzia, proseguono da sole, concludono dopo la scadenza dell’incarico o si rivolgono a un secondo intermediario. Qui il criterio è il collegamento causale richiesto dall’art. 1755 c.c.: l’affare deve essere concluso per effetto dell’intervento del mediatore. La sola successione nel tempo tra la visita e l’acquisto non dimostra nulla. D’altra parte, il fatto che l’agenzia non abbia partecipato alle ultime trattative non basta a escluderne il diritto, se l’affare è comunque effetto della sua attività precedente. Il foglio di visita può documentare un contatto, ma non è un titolo automatico di pagamento. Occorre ricostruire cosa le parti sapessero dell’immobile e della controparte, quale attività abbia svolto l’agenzia, perché le trattative si siano interrotte e come si colleghino all’accordo finale. Quando intervengono più agenzie, l’art. 1758 c.c. riconosce a ciascun mediatore una quota della provvigione se l’affare è concluso per l’intervento di più intermediari. Bisogna però distinguere l’attività concorrente sull’unico affare da una prima iniziativa rimasta priva di efficacia causale. Non è vero che il cliente debba sempre pagare due provvigioni intere, e non è vero che abbia diritto al compenso soltanto l’ultima agenzia intervenuta. Obblighi informativi e restituzione della provvigione Il mediatore è tenuto a riferire le circostanze che conosce o che dovrebbe conoscere secondo la diligenza qualificata della sua categoria, se incidono sul buon esito dell’affare (art. 1759 c.c.). La stessa ordinanza n. 9395 del 10 aprile

Bene in prestito, responsabilità condivisa

Bene in prestito, responsabilità condivisa

La Cassazione chiarisce quando chi concede un bene in uso risponde dei danni causati da altri Un ente locale mette a disposizione gratuitamente di una cooperativa un palco da utilizzare per una manifestazione pubblica. Prima della consegna, il vertice dell’ente scrive agli uffici tecnici e li invita a fornire il necessario supporto per le operazioni di montaggio. Il supporto, però, non viene prestato in concreto. Terminato l’evento, la cooperativa procede allo smontaggio. Alle operazioni partecipa anche un uomo che non appartiene alla cooperativa e non ha alcuna esperienza specifica. Nessuna precauzione antinfortunistica viene adottata. Mentre lavora, l’uomo non si accorge che la pedana su cui si trova è già stata rimossa da altri, cade e riporta lesioni alla persona. Il percorso giudiziario Il danneggiato agisce per il risarcimento. In primo grado il giudice condanna la sola cooperativa, ritenendo non provato che l’ente avesse assunto alcun obbligo nel montaggio e nello smontaggio del palco. La cooperativa appella e, avendo chiamato in garanzia l’ente, ottiene una decisione diversa. La corte d’appello valorizza la nota con cui il vertice dell’ente aveva sollecitato il supporto tecnico: vi legge la consapevolezza che un palco richiede competenze specifiche e non può essere affidato senza informazioni e garanzie sulle modalità d’uso. Il danno viene quindi ripartito in misura paritaria tra tre soggetti: la cooperativa, che aveva smontato il palco senza cautele e aveva consentito la partecipazione di un estraneo inesperto; l’ente, che non aveva fornito il supporto promesso; e lo stesso danneggiato, che si era ingerito arbitrariamente in lavori pericolosi. Il risarcimento è stato perciò ridotto e posto a carico, in solido, della cooperativa e dell’ente. Sia l’ente sia il danneggiato ricorrono in Cassazione. Con l’ordinanza n. 26825/2026 di raccolta generale, pubblicata il 14 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta entrambi i ricorsi. Una questione preliminare sulla procura al difensore Prima di entrare nel merito, il Collegio segnala un profilo di irritualità nella nomina del nuovo difensore della cooperativa. La procura speciale era stata rilasciata unitamente alla comparsa di costituzione in sostituzione del precedente avvocato, e non nelle forme dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata. Il giudizio era iniziato prima dell’entrata in vigore della legge n. 69/2009. Per questo motivo non si applica la versione attuale dell’art. 83, terzo comma, c.p.c., che consente di conferire la procura a margine o in calce alla memoria di nomina del nuovo difensore. Resta valida la disciplina previgente, che per la nomina ammetteva soltanto le forme del secondo comma. La Corte richiama, a sostegno, un orientamento di legittimità costante. Nell’ordinanza questa osservazione non incide sull’esito: il Collegio procede all’esame di tutti i motivi e condanna i ricorrenti alle spese in favore della cooperativa. Domanda nuova o semplice riqualificazione? Il primo motivo dell’ente lamentava la violazione dell’art. 345 c.p.c., che vieta le domande nuove in appello. A suo avviso, la cooperativa avrebbe mutato la propria pretesa: in primo grado avrebbe fondato la responsabilità dell’ente sulla restituzione del palco prima dell’evento dannoso, mentre in appello l’avrebbe fondata sulla natura pubblica del bene. La Corte ritiene il motivo infondato. Richiama i principi consolidati secondo cui i fatti costitutivi della domanda si individuano sulla base dei soli elementi indispensabili a definire l’oggetto del contendere. Il giudice d’appello può inoltre qualificare la domanda in modo diverso da quello prospettato dalle parti o dal primo giudice, purché i fatti costitutivi coincidano o siano in rapporto di continenza con quelli già allegati. Nell’azione risarcitoria, ricorda il Collegio, il nucleo immodificabile della domanda si identifica con il bene della vita e con i fatti storico-materiali, non con il diritto sostanziale invocato. Nel caso esaminato i fatti erano rimasti identici nei due gradi: l’affidamento del palco, lo smontaggio e il danno. Era cambiata soltanto la lettura giuridica che ne davano il primo giudice e la corte d’appello, ed è questo, afferma la Cassazione, il compito che spetta al giudice. Motivazione apparente e omesso esame di un fatto Il secondo motivo denunciava una motivazione apparente, in violazione dell’art. 132, secondo comma, n. 4, c.p.c. La Corte lo respinge: la sentenza d’appello aveva spiegato in modo coerente le ragioni dell’obbligo dell’ente di accertarsi che i pericoli connessi all’uso del bene fossero neutralizzati. Quelle ragioni erano la natura del bene e la promessa di supporto tecnico. L’omissione di tale obbligo era stata poi collegata causalmente al danno. Il terzo motivo lamentava l’omesso esame di un fatto decisivo, ma è dichiarato inammissibile. L’ente sosteneva che la nota con cui si offriva il supporto tecnico fosse condizionata a una richiesta della cooperativa, mai pervenuta. Per la Corte non si trattava di un fatto trascurato, ma di una diversa interpretazione di un atto amministrativo. Una simile rilettura dei materiali probatori non è consentita in sede di legittimità. Bene pubblico o privato: perché non cambia l’esito Il quarto motivo contestava la qualificazione del palco come bene pubblico, sostenendo che fosse un bene del patrimonio disponibile e che la cessione fosse un comodato di diritto privato. La Corte dichiara il motivo inammissibile perché l’ente non aveva colto la vera ratio della decisione. L’espressione “bene pubblico” non aveva svolto alcun ruolo determinante, e la sentenza non ne precisava nemmeno il carattere demaniale o patrimoniale. Contavano piuttosto due dati di fatto: la natura del bene, un palco destinato a una pubblica manifestazione, e la promessa di un supporto tecnico. Questi elementi imponevano a chi concedeva il godimento, a prescindere dal titolo giuridico pubblicistico o privatistico, di adottare cautele adeguate e di assicurarsi che il destinatario avesse competenze e maestranze idonee. L’ente, prevedendo l’intervento del proprio ufficio tecnico, aveva peraltro riconosciuto la persistenza dei propri doveri di controllo e di custodia. Il concorso di colpa del danneggiato L’unico motivo del ricorso incidentale mirava a escludere ogni rilievo causale della condotta del danneggiato, ai sensi dell’art. 1227 c.c., che consente di ridurre il risarcimento quando il fatto colposo del danneggiato ha concorso a produrre il danno. La Corte lo respinge: la corte d’appello aveva indicato con chiarezza la negligenza di chi si era inserito in un lavoro pericoloso senza

Occhiali che registrano: chi risponde?

Occhiali che registrano: chi risponde?

Privacy dei passanti, segreti aziendali e poteri del datore di lavoro nell’era degli smart glasses Chi indossa un paio di occhiali comuni non desta attenzione. Se però quelle lenti nascondono una telecamera ad alta risoluzione, microfoni sensibili, una connessione a Internet e un sistema di intelligenza artificiale capace di tradurre, riconoscere oggetti o volti, la situazione cambia radicalmente. Gli smart glasses stanno uscendo dalla nicchia tecnologica per entrare nelle strade, negli uffici, nelle scuole e nelle corsie d’ospedale, e il diritto non può più considerarli un semplice gadget. Il problema riguarda tutti: chi li porta, chi viene ripreso senza saperlo, e soprattutto le imprese, che rischiano di ritrovarsi con una telecamera occulta in ogni reparto senza averla mai autorizzata. La questione: una ripresa che nessuno vede Il nodo centrale è l’asimmetria dell’informazione. Chi usa uno smartphone per filmare deve estrarlo e puntarlo, e chi lo osserva se ne accorge. Con un paio di occhiali la registrazione può avvenire in modo continuo e invisibile, catturando immagini, conversazioni di sottofondo e dati che permettono di identificare le persone. Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha affrontato il tema con lo Statement 1/2026, adottato il 13 ottobre 2026, definendolo un primo contributo interpretativo e richiamando l’attenzione sui rischi nei luoghi sensibili: ospedali, scuole, spogliatoi, servizi igienici e luoghi di lavoro. Chi viene ripreso, il cosiddetto terzo o passante, non ha scelto nulla e spesso non sa nemmeno di essere diventato oggetto di un trattamento di dati personali. Il quadro normativo: chi è il titolare del trattamento Il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) attribuisce gli obblighi a chi determina le finalità e i mezzi del trattamento (art. 4, n. 7). Nel caso degli smart glasses i soggetti possono essere più d’uno: l’utilizzatore, il produttore del dispositivo e il fornitore dell’applicazione o delle funzioni di intelligenza artificiale possono qualificarsi, a seconda dei casi, come titolari autonomi o contitolari (art. 26). Ciascuno risponde dei propri obblighi, e la posizione dell’uno non esonera quella dell’altro. L’utilizzatore privato può invocare l’esenzione per le attività esclusivamente personali o domestiche, prevista dall’art. 2, par. 2, lett. c, GDPR. Si tratta però di un’eccezione da interpretare in modo restrittivo: vale per chi condivide un video con la famiglia o usa il dispositivo per tradurre un menù, ma non per chi lo impiega per ragioni professionali o lo pubblica su un profilo social aperto a un pubblico indeterminato. In questi casi chi indossa gli occhiali diventa, a tutti gli effetti, titolare di un trattamento, con tutto ciò che ne consegue. La trasparenza e il consenso che non arriva mai Il principio di trasparenza (art. 5 GDPR) impone che le persone sappiano quando e perché i loro dati vengono raccolti. Un’informativa consegnata all’acquirente al momento dell’acquisto non dice nulla a chi attraversa la strada. Per questo si ragiona su segnali concreti, come LED luminosi ben visibili e difficili da disattivare, avvisi acustici all’avvio della registrazione e un design che renda gli occhiali riconoscibili rispetto a una montatura normale. Resta poi il problema della base giuridica. Raccogliere un consenso dal passante è praticamente impossibile e, comunque, un consenso successivo alla ripresa non sana ciò che è già avvenuto. Il legittimo interesse, a sua volta, è difficilmente invocabile quando i dati servono a profilare le persone, a usi commerciali ulteriori o ad addestrare modelli di intelligenza artificiale. La conclusione, per chi opera nel settore, è scomoda: il trattamento rischia di non avere una base solida. Il luogo di lavoro: segreti, colleghi e sicurezza È in azienda che il problema diventa più concreto. Un dipendente che entra in un reparto di ricerca e sviluppo con occhiali dotati di telecamera può registrare prototipi, processi produttivi, formule e documenti, esponendo l’impresa alla perdita di informazioni coperte dal segreto commerciale tutelato dall’art. 98 del Codice della proprietà industriale. Ma il rischio riguarda anche i colleghi, ripresi a loro insaputa nei momenti più diversi della giornata, e la sicurezza fisica: l’uso di un dispositivo che distrae o interferisce con i dispositivi di protezione individuale può comportare pericoli durante le lavorazioni o la conduzione di macchinari. Il datore di lavoro ha gli strumenti per reagire. Il potere direttivo e organizzativo, fondato sugli artt. 2086, 2104 e 2105 del codice civile e sull’art. 41 della Costituzione, e l’obbligo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori sancito dall’art. 2087 del codice civile legittimano un divieto motivato di introdurre e indossare smart glasses nelle aree sensibili. Il divieto e lo Statuto dei lavoratori Una questione spesso sollevata riguarda l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300), che disciplina gli strumenti dai quali derivi un controllo a distanza dell’attività dei dipendenti. A nostro avviso un divieto generale e motivato di usare dispositivi personali di questo tipo non rientra nell’ambito della norma: l’art. 4 regola gli strumenti che il datore installa per controllare, mentre qui l’impresa limita un dispositivo altrui per proteggere persone e informazioni. Vietare non equivale a sorvegliare, ed è anzi una misura di prevenzione coerente con il principio di responsabilizzazione imposto dal GDPR. Cosa devono fare le imprese Le imprese dovrebbero muoversi con una regolamentazione interna chiara. Occorre individuare le aree in cui gli occhiali con telecamera sono vietati in modo assoluto, come laboratori, linee produttive, spogliatoi e sale riunioni, e aggiornare la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati per considerare la ripresa involontaria e occulta ai danni dei dipendenti. Le politiche sull’uso dei dispositivi personali e i codici disciplinari vanno integrati con un divieto espresso e con le relative sanzioni. È opportuno affiggere avvisi all’ingresso dei reparti, fornire l’informativa prevista dall’art. 13 GDPR a lavoratori e visitatori e inserire nella formazione un modulo dedicato ai rischi dei dispositivi indossabili. Per i cittadini la lezione è altrettanto pratica. Chi viene ripreso senza consenso, e chi si accorge che una conversazione riservata è stata registrata, può far valere i propri diritti nei confronti dell’utilizzatore e, quando ne ricorrono i presupposti, anche del produttore del dispositivo. Conclusioni Gli smart glasses non sono ancora al centro del dibattito

Muffa e infiltrazioni in casa: come chiedere il risarcimento e in quanto tempo

Parete coperta da macchie scure di muffa in tonalità blu, accanto alla scritta "Muffa in casa: chi risarcisce?"

Prove, tempi e comportamenti che il danneggiato deve curare per ottenere il ristoro integrale dei danni. La macchia che compare sul soffitto dopo un temporale viene spesso trattata come un fastidio da rimandare. Chi la subisce in un appartamento di condominio tende ad aspettare, a imbiancare e a sperare che il problema scompaia. Sul piano giuridico è l’atteggiamento che costa di più. Il risarcimento non viene mai riconosciuto in modo automatico. Va costruito con prove, tempestività e scelte processuali precise, e le prime settimane dopo l’infiltrazione sono spesso decisive. Il fondamento della pretesa: la responsabilità del custode Quando l’acqua proviene da una parte comune, come il lastrico solare, la copertura, le facciate o le colonne di scarico, la strada ordinaria è l’art. 2051 c.c. Questa norma pone a carico di chi ha in custodia una cosa l’obbligo di risarcire i danni da essa prodotti, salvo che dimostri il caso fortuito. In altri termini, il condominio risponde dei danni causati dai beni comuni che deve vigilare e mantenere. Il danneggiato non deve provare la colpa del condominio. Deve provare il danno e il collegamento causale tra la cosa e il danno stesso. Spetta poi al custode dimostrare un evento eccezionale e imprevedibile che interrompa quel collegamento. La muffa richiede una cautela in più. La sua presenza non prova da sola un difetto delle parti comuni. Può dipendere da infiltrazioni, da condensa, da ponti termici o da scarsa ventilazione, spesso da più fattori insieme. Per questo conta individuare la causa prima di attribuire la responsabilità. Se l’origine è nell’unità sovrastante o in un impianto privato, il soggetto da chiamare in causa cambia. La segnalazione: scritta, datata e con una richiesta chiara Il primo gesto utile è la comunicazione all’amministratore, che rappresenta il condominio anche nei giudizi di danno. Va fatta per iscritto, con PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno, e descrivere con precisione i fatti. Se la fonte è un’unità privata, la stessa comunicazione va indirizzata al proprietario o al conduttore di quell’unità. Se esiste una polizza del fabbricato, conviene sollecitare anche l’apertura del sinistro. La lettera deve contenere una vera costituzione in mora. Non basta scrivere che c’è un problema. Occorre chiedere espressamente l’eliminazione della causa e il risarcimento dei danni, fissando un termine. Solo un atto con questo contenuto interrompe la prescrizione, ai sensi dell’art. 2943 c.c. Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento da illecito è di cinque anni (art. 2947 c.c.). Ogni lettera successiva, se completa, fa ripartire il conteggio da capo. Il tempo che passa: due domande, due decorrenze Qui nasce l’equivoco più diffuso, ossia l’idea che “ormai sono passati troppi anni”. Quando la causa delle infiltrazioni continua a operare, siamo davanti a un illecito permanente, e le due domande che il danneggiato può proporre non seguono le stesse regole temporali. La domanda di eliminazione della causa, cioè di condanna alle opere necessarie a far cessare le infiltrazioni, rientra nella reintegrazione in forma specifica (art. 2058 c.c.). Finché la condotta lesiva persiste, la prescrizione non decorre. L’antichità dell’opera o della prima macchia non basta quindi a rendere inammissibile la richiesta di intervento. Per il risarcimento in denaro il discorso cambia. Il termine quinquennale decorre giorno per giorno, man mano che i singoli pregiudizi si verificano. I danni più risalenti, se non sono stati interrotti da atti idonei, possono essere colpiti dall’eccezione di prescrizione, mentre quelli verificatisi nel quinquennio utile restano risarcibili. Chi attende anni nella speranza che la situazione si risolva non perde necessariamente il diritto alle opere, ma rischia di perdere una parte consistente del risarcimento. Per questo l’atto interruttivo non va rimandato. La prova tecnica: la perizia prima delle riparazioni La fase probatoria è quella in cui si vincono o si perdono la maggior parte di queste cause. Il documento centrale è la relazione di un tecnico abilitato. Con strumenti oggettivi come termocamera, igrometro o endoscopia, il tecnico individua il punto di origine dell’infiltrazione, descrive i danni e indica gli interventi necessari. Quando la controparte contesta o l’urgenza è evidente, conviene valutare un accertamento tecnico preventivo (art. 696 c.p.c.) oppure una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite (art. 696-bis c.p.c.). Entrambi servono a fissare lo stato dei luoghi davanti a un consulente nominato dal giudice, prima che i lavori lo modifichino. Il secondo ha anche una finalità conciliativa. Un errore frequente è eseguire riparazioni definitive prima della perizia. Se si stucca e si tinteggia, la prova dell’origine e dell’estensione del danno può andare perduta. Prima di intervenire occorre documentare tutto con fotografie e video datati, ripetuti nel tempo e dopo ogni episodio di pioggia. Le immagini da sole non bastano, ma danno forza alla relazione del tecnico. Le voci di danno e la loro dimostrazione Un risarcimento integrale presuppone che ogni voce sia indicata e provata. Rientrano anzitutto le spese di ripristino, cioè risanamento delle murature, trattamento antimuffa, intonaci, controsoffitti e pavimenti. Per queste servono computi metrici, preventivi dettagliati o fatture quietanzate. Vi sono poi i beni mobili rovinati, per i quali occorre dimostrare esistenza, valore e stato precedente. Senza queste prove il rimborso viene normalmente negato. Quando l’abitazione diventa inagibile, si aggiungono i costi della sistemazione alternativa. Se l’immobile è locato o in vendita, rilevano il mancato godimento e la perdita dei canoni, da provare con contratti, recessi dei conduttori o trattative sfumate. L’infiltrazione cronica può causare anche un deprezzamento del valore dell’immobile. Le spese del tecnico di parte, gli interessi e la rivalutazione completano il quadro. Il danno alla salute, per esempio patologie respiratorie o allergiche, richiede certificazione del medico curante, referti specialistici e una perizia medico-legale che dimostri il nesso causale con l’esposizione alla muffa. Il semplice disagio di vivere in un ambiente degradato, invece, è riconosciuto solo entro limiti ristretti e con prova rigorosa. Il dovere di limitare il danno Esiste un ultimo profilo, spesso sottovalutato. Il danneggiato non può restare inerte. L’art. 1227 c.c. riduce il risarcimento se il creditore ha concorso a causare il danno e lo esclude per i danni che avrebbe

Fidanzamento: quali obblighi?

Fidanzamento: quali obblighi?

Promessa di matrimonio, doni e contributi economici: cosa prevede la legge tra fidanzati Il fidanzamento è comunemente considerato una condizione di fatto, priva di rilievo giuridico. In realtà l’ordinamento gli attribuisce conseguenze precise, e il tema è tornato d’attualità con l’ordinanza della Corte di cassazione, Sezione III civile, n. 5497 di raccolta generale, pubblicata l’11 marzo 2026. Alla luce della decisione della Suprema Corte, conviene interrogarsi su cosa è, giuridicamente, il fidanzamento, e su quale sorte subiscono tutti i contributi economici versati in vista di una futura vita in comune. La questione: il fidanzamento crea obblighi? La domanda è se due persone che si promettono di sposarsi assumano obblighi reciproci e quali. Il codice civile non impone ai fidanzati i doveri del matrimonio, come fedeltà, assistenza o contribuzione ai bisogni della famiglia. Dedica però alla promessa di matrimonio tre norme, che ne disegnano un regime limitato ma concreto. Il quadro normativo: gli articoli 79, 80 e 81 del codice civile L’art. 79 c.c. stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a sposarsi né a eseguire ciò che le parti avessero convenuto per il caso di inadempimento. In altri termini, nessuno può essere costretto alle nozze, e nessuno può validamente promettere una penale o una somma per il caso in cui il matrimonio salti. Una clausola di questo tipo non produce effetti. L’art. 80 c.c. disciplina la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, quando il matrimonio non viene celebrato. La domanda deve essere proposta entro un anno dal rifiuto di celebrare le nozze o dalla morte di uno dei promessi sposi. L’art. 81 c.c. prevede il risarcimento del danno nei confronti di chi rifiuta di mantenere la promessa senza un giustificato motivo. L’obbligo riguarda le spese sostenute e le obbligazioni contratte a causa della promessa, ed è contenuto entro i limiti in cui queste corrispondono alla condizione delle parti. Anche questa domanda va proposta entro un anno dal rifiuto. La norma richiede inoltre che la promessa sia reciproca e rivesta una forma qualificata: atto pubblico, scrittura privata oppure richiesta di pubblicazione. Gli obblighi che i fidanzati possono assumersi Dal sistema emerge un’indicazione netta. I fidanzati non sono vincolati a sposarsi, ma rispondono delle conseguenze economiche della rottura quando questa avviene senza giustificato motivo, oppure quando è stata causata da un loro comportamento colpevole. Il risarcimento, però, non copre il mancato matrimonio: ristora soltanto le spese e gli impegni assunti in funzione di esso, come l’organizzazione della cerimonia, l’acquisto dell’arredo o gli impegni per la casa comune. I contributi economici: oltre gli articoli 79-81 L’ordinanza n. 5497 del 2026 evidenzia un punto di grande rilievo pratico: il fidanzamento non esaurisce il campo dei rapporti patrimoniali tra futuri coniugi. Spesso uno dei due versa somme di denaro, o acquista beni in capo all’altro, in vista della futura famiglia, e la rottura lascia aperta la questione di cosa ne sia di quei contributi. E’ ragionevole dedurre, quindi, che si va delineando un avvicinamento tra la disciplina del fidanzamento, della promessa di matrimonio e della convivenza prematrimoniale, da un lato, e le questioni conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla fine di un’unione di fatto, dall’altro. Per tutte queste situazioni deve farsi riferimento agli strumenti ordinari del diritto comune delle obbligazioni, fra cui la ripetizione dell’indebito e l’arricchimento ingiustificato, osservando che anche altri ordinamenti, con strumenti tecnici diversi, giungono a soluzioni analoghe. Sullo sfondo della questione si pongono poi le norme in materia di obbligazioni naturali tra conviventi di fatto, a conferma di quanto sia articolato il confine tra doveri morali e obblighi giuridicamente azionabili. Va detto che la Suprema Corte aveva avuto già modo di pronunciarsi sul tema con una pronuncia precedente, la Cass. civ. n. 29980 di raccolta generale, pubblicata il 25 ottobre 2021. In quel caso la Corte ricondusse alla donazione indiretta l’ipotesi del pagamento, da parte del futuro sposo, del prezzo di un immobile acquistato dalla sola futura sposa in vista della costituenda famiglia. Il commentatore osserva che la qualificazione adottata nel 2021 differisce da quella che egli prospetta per casi di questo genere. La questione della natura giuridica di tali attribuzioni, dunque, non è pacifica, e da essa dipende la possibilità di recuperare quanto versato. La prova della promessa Un profilo spesso trascurato riguarda la prova. Nella vicenda esaminata dalla Cassazione a marzo del 2026 la promessa risultava soltanto da prova orale, inammissibile perché eccedente il limite di valore previsto dall’art. 2721 c.c. per la prova testimoniale dei contratti. Tuttavia la parte interessata non aveva eccepito tempestivamente l’inammissibilità, cioè al momento dell’assunzione della prova o nella prima difesa successiva, e l’inammissibilità risultava perciò sanata. L’ordinanza richiama in proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. civ. n. 3959 di raccolta generale, pubblicata il 13 marzo 2012, da Cass. civ. n. 3956, pubblicata il 19 febbraio 2018, e da Cass. civ. n. 18971, pubblicata il 13 giugno 2022. Sulla portata dell’onere probatorio nell’azione fondata sull’art. 81 c.c. può essere ricordata anche la pronuncia Cass. civ. n. 9052 di raccolta generale, pubblicata il 15 aprile 2010. Le implicazioni pratiche Per chi è fidanzato, e magari sta per affrontare spese importanti, le conseguenze sono concrete. Chi intende sostenere costi rilevanti in vista del matrimonio, o contribuire all’acquisto di un bene intestato al partner, farebbe bene a documentare per iscritto la natura dell’attribuzione: un dono, un prestito, un contributo alla futura vita familiare. Una prova solo testimoniale, oltre i limiti di valore, espone al rischio di inammissibilità, e il fatto che la controparte possa non eccepirla non è una garanzia su cui fare affidamento. Chi riceve doni o somme dovrebbe sapere che, se il matrimonio non si celebra, la restituzione dei doni può essere chiesta nel termine di un anno. Per i professionisti che assistono le coppie, come notai e consulenti, la lezione è altrettanto chiara: le attribuzioni patrimoniali tra futuri coniugi vanno qualificate con cura fin dall’inizio, perché la qualificazione determina i rimedi disponibili. Conclusione Il fidanzamento non obbliga a sposarsi, ma non è giuridicamente neutro. Le norme

Il diritto alla riparazione

Il diritto alla riparazione

Dal 22 ottobre 2026 nuovi obblighi per produttori e nuove tutele per i consumatori Quando un elettrodomestico smette di funzionare poco dopo la scadenza della garanzia, la risposta più frequente è che riparare non conviene. Il ricambio costa troppo, il tecnico non è reperibile, il produttore non assiste più quel modello. Il risultato è l’acquisto di un bene nuovo e un rifiuto in più da smaltire. La riforma appena entrata nel nostro ordinamento punta a invertire questa logica, e riguarda da vicino tanto i consumatori quanto le imprese che producono, importano e vendono beni di consumo. Inquadramento generale e genesi normativa La riforma discende dalla Direttiva (UE) 2024/1799, che detta norme comuni per promuovere la riparazione dei beni. L’Italia l’ha recepita con il D.Lgs. n. 176, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre 2026 (n. 233). La finalità è favorire un’economia circolare, in cui i prodotti durano più a lungo e si riducono i rifiuti tecnologici. In altri termini, la legge vuole togliere di mezzo le barriere tecniche, economiche e informative che finora hanno scoraggiato la manutenzione e spinto verso la sostituzione. Sul piano temporale il decreto entra in vigore il 22 ottobre 2026. Per le modifiche alla garanzia legale di conformità, contenute negli artt. 129, 133, 135-bis e 135-ter del Codice del Consumo, vale invece una regola speciale: si applicano ai contratti stipulati a partire dal 31 luglio 2026. Chi ha acquistato un bene dopo quella data può quindi già beneficiare delle nuove tutele. La nuova architettura del Codice del Consumo (Titolo II-bis) Il legislatore ha inserito nella Parte IV del Codice del Consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) un intero Titolo II-bis, dedicato alla riparazione dei beni, che comprende gli artt. da 127-bis a 127-undecies. La novità è di rilievo. Finora il consumatore era tutelato quando il bene presentava un difetto di conformità durante la garanzia legale. Ora la tutela si estende anche ai guasti che si manifestano fuori garanzia o dopo la sua scadenza. L’art. 127-ter fissa le definizioni: il consumatore è la persona fisica che agisce per scopi estranei alla propria attività professionale; il riparatore è chiunque offra un servizio di riparazione nell’ambito della propria attività, compresi fabbricanti e venditori. L’obbligo di riparazione non vale per qualunque bene, ma per quelli soggetti a specifiche esigenze di ecodesign e riparabilità elencati nell’Allegato II-decies. Vi rientrano lavatrici e lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, televisori e monitor, aspirapolvere, smartphone e tablet, asciugabiancheria, apparecchi per il riscaldamento d’ambiente, server e prodotti di archiviazione dati, apparecchiature di saldatura e beni con batterie per la mobilità leggera. Obblighi del fabbricante e della catena distributiva fuori garanzia Il cuore della riforma è l’art. 127-quinquies. Per i beni dell’Allegato II-decies, il fabbricante deve riparare su richiesta del consumatore anche fuori garanzia, a titolo gratuito o a un prezzo ragionevole ed entro un tempo ragionevole. Può rifiutare soltanto nei casi di impossibilità tecnica oggettiva. Può subappaltare l’intervento a centri di assistenza terzi e, durante la lavorazione, mettere a disposizione un bene sostitutivo temporaneo. Se la riparazione è impossibile, può proporre un bene ricondizionato. Quando il fabbricante ha sede fuori dall’Unione europea, la norma prevede una responsabilità a cascata. Risponde per primo il rappresentante autorizzato nell’Unione; in mancanza, l’importatore; in mancanza ancora, il distributore. Chi subentra assume gli stessi obblighi del fabbricante. La disposizione vieta inoltre gli ostacoli alla riparazione indipendente. Il fabbricante non può impedire con clausole contrattuali o blocchi hardware e software l’uso di ricambi originali, usati, compatibili o realizzati con stampa 3D, purché conformi alle norme di sicurezza e di proprietà intellettuale. Non può nemmeno rifiutare l’intervento solo perché il bene è già stato riparato da un tecnico indipendente. Ricambi e strumenti devono essere offerti a prezzi non dissuasivi, e i prezzi indicativi delle riparazioni più comuni devono essere consultabili sul sito del fabbricante. L’obbligo dura per il periodo stabilito dalle norme europee di ecodesign, che di norma non è inferiore a dieci anni. Gli strumenti di trasparenza: modulo europeo e piattaforme informative Per ridurre l’asimmetria informativa, l’art. 127-quater introduce il Modulo Europeo di Informazioni sulla Riparazione, il cui modello è nell’Allegato II-novies. Il riparatore non è obbligato a rilasciarlo. Se però lo consegna su supporto durevole prima che il consumatore si vincoli, le condizioni indicate diventano vincolanti per almeno 30 giorni e non possono essere peggiorate. Il modulo indica prezzo totale o prezzo massimo, tempi di esecuzione, eventuale bene sostitutivo e costi accessori. È gratuito, salvo il caso in cui serva una diagnostica per accertare il guasto. Se il consumatore accetta il modulo e il riparatore poi non ripara, ha diritto al rimborso integrale delle spese di diagnostica. Gli artt. 127-septies, 127-octies e 127-novies istituiscono la sezione nazionale della piattaforma europea della riparazione, ad accesso gratuito. Possono registrarsi riparatori, venditori di beni ricondizionati, acquirenti di beni difettosi a fini di ricondizionamento e iniziative partecipative come i repair café. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è il punto di contatto nazionale. La riforma si collega anche al Passaporto Digitale del Prodotto, previsto da luglio 2026 a partire dal comparto batterie, e alla piattaforma RENTRI per la tracciabilità dei rifiuti. Modifiche alla garanzia legale di conformità e tutele per il consumatore Il decreto interviene anche sulla garanzia legale. Per i contratti stipulati dal 31 luglio 2026, se il bene ha un difetto di conformità originario e il consumatore sceglie la riparazione, la responsabilità del venditore è estesa una tantum di ulteriori 12 mesi (artt. 133, comma 1-bis, e 135-bis). Chi sceglie di riparare anziché sostituire, quindi, guadagna un anno di garanzia in più. Per questo l’art. 135-bis, comma 2-bis, impone al venditore di informare il consumatore, prima di erogare il rimedio, che può scegliere tra riparazione e sostituzione e che la riparazione estende la garanzia. L’omissione espone il venditore alle sanzioni dell’AGCM ai sensi dell’art. 135-vicies-quater. L’art. 135-ter conferma che i rimedi sono gratuiti, rapidi e senza notevoli inconvenienti. Durante la riparazione il venditore può fornire gratuitamente un bene sostitutivo temporaneo, anche ricondizionato. Su richiesta del consumatore può adempiere l’obbligo di