Mantenimento del nipote: i nonni paterni rispondono se i genitori non hanno mezzi?

Anziano con gli occhiali e il telefono in mano parla con una bambina, accanto alla scritta "Pagano i nonni?"

Se i genitori sono incapienti, la nonna che mantiene la nipote può rivalersi sugli altri nonni Una bambina nasce nel 2010 in una famiglia che si spezza presto. I genitori si separano e il padre non versa mai il contributo di cinquecento euro mensili fissato dal giudice della separazione. La madre non ha mai lavorato e finisce per lasciare la figlia alle cure della propria madre. Nel 2019 il Tribunale per i minorenni affida formalmente la minore alla nonna materna, che fino a quel momento aveva provveduto da sola a tutte le esigenze della nipote, comprese le spese mediche e scolastiche. Finita questa lunga stagione di sostegno economico, la nonna decide di chiedere indietro quanto speso. Cita in giudizio il padre e i nonni paterni, domandando la condanna in solido al rimborso di cinquantaquattromila euro, pari a cinquecento euro per ciascun mese dalla nascita al novembre 2019. In via subordinata invoca l’ingiustificato arricchimento. Il Tribunale di Pescara accoglie la domanda principale e condanna tutti i convenuti. La Corte d’Appello de L’Aquila ribalta il verdetto soltanto nei confronti dei nonni paterni, lasciando ferma la condanna del padre. A suo avviso l’obbligo degli ascendenti è solo sussidiario e non solidale, e quindi non consente alcun regresso. Anche l’azione di arricchimento viene respinta, perché senza un obbligo giuridico accertato non vi sarebbe un arricchimento privo di causa. La nonna ricorre in Cassazione. La questione giuridica Il problema è questo. Chi mantiene un minore al posto dei genitori può recuperare una parte della spesa dagli altri nonni? E a quale titolo, visto che l’obbligo degli ascendenti non sostituisce quello dei genitori, ma interviene solo quando questi non possono provvedere? L’art. 316 bis c.c. stabilisce che i genitori devono adempiere l’obbligo di mantenimento in proporzione alle proprie sostanze e alla capacità di lavoro. Quando non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti sono tenuti a fornire loro quanto necessario perché possano adempiere i loro doveri verso i figli. In parole semplici, i nonni intervengono in seconda battuta, solo se i genitori non ce la fanno. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza n. 28166/2026, pubblicata il 30 ottobre 2026, la Prima Sezione civile accoglie i primi due motivi del ricorso e assorbe il terzo. Cassa la sentenza e rinvia alla Corte d’Appello de L’Aquila in diversa composizione. La Corte parte dall’orientamento consolidato richiamato dai giudici d’appello, ricordato nel provvedimento anche con riferimento a Cass. n. 3402/1995, n. 20509/2010 e n. 13345/2023. Secondo questo orientamento l’obbligo di mantenimento spetta primariamente ai genitori. Se uno dei due non può o non vuole adempiere, l’altro deve fare fronte per intero con le proprie sostanze e la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di agire contro l’inadempiente. Dunque agli ascendenti non ci si può rivolgere solo perché un genitore non contribuisce, se l’altro è in grado di provvedere. Per ravvisare l’obbligo dei nonni occorre che l’inadempimento dipenda da una vera mancanza di mezzi e che l’altro genitore non possa sostenere da solo le spese. Ma il caso era diverso. Secondo l’ordinanza risultava accertato che entrambi i genitori erano di fatto incapienti. La Corte territoriale aveva applicato precedenti riferiti a situazioni in cui almeno un genitore era in grado di mantenere il figlio, senza esaminare la concreta incapacità economica di entrambi. Quell’orientamento, dunque, non poteva essere esteso a questa fattispecie. Sussidiarietà e solidarietà: non si escludono Il passaggio più rilevante riguarda la natura dell’obbligazione. Secondo la Cassazione, quando è accertata l’impossibilità dei genitori di provvedere, l’obbligo grava in maniera unitaria su tutti e quattro gli ascendenti, materni e paterni. Il creditore può quindi rivolgersi indistintamente a uno qualsiasi dei quattro. Il vincolo nasce direttamente dalla legge ed è posto a tutela del supremo interesse del minore. Il fatto che l’obbligazione dei nonni sia sussidiaria rispetto a quella dei genitori non cambia le regole della solidarietà. Differisce soltanto nel tempo il momento in cui l’effetto solidale diventa esigibile, in modo del tutto compatibile con l’art. 1293 c.c. Questa norma, in sintesi, chiarisce che la solidarietà non viene meno per il fatto che i debitori siano tenuti con modalità o tempi diversi. L’ascendente che ha provveduto al mantenimento può poi agire in regresso, cioè chiedere agli altri coobbligati la loro quota di quanto pagato, ai sensi degli artt. 1288 e 1299 c.c. Ne consegue che l’art. 316 bis c.c. può considerarsi espressione del carattere solidale delle obbligazioni degli ascendenti. L’ordinanza aggiunge che l’obbligo di mantenimento non ha natura alimentare e decorre dalla nascita. Il rimborso pro quota spetta quindi anche all’ascendente che ha anticipato le spese, per l’intero periodo (richiamata Cass. n. 15063/2000). Il principio di diritto La Corte formula questo principio. L’obbligazione degli ascendenti ha carattere sussidiario rispetto a quella principale dei genitori e presuppone la loro incapienza o l’oggettiva impossibilità di farvi fronte. Presenta inoltre carattere solidale nei rapporti interni, a norma degli artt. 1292 ss. c.c. L’ascendente che ha sostenuto spese per il mantenimento del minore ha diritto di regresso pro quota nei confronti degli altri ascendenti, quali coobbligati solidali. Un’altra sentenza e l’assenza di contrasti Nella memoria difensiva la ricorrente aveva segnalato che, dopo il deposito del ricorso, la stessa Corte d’Appello, in diversa composizione, aveva condannato i nonni paterni a versare un contributo mensile a favore della nonna materna, in ragione della natura sussidiaria dell’obbligo. Quella pronuncia, tuttavia, era a sua volta impugnata in Cassazione e non era passata in giudicato. La Prima Sezione precisa che essa non influisce sulla decisione, riguardando una questione diversa anche se strettamente connessa. La Corte esclude inoltre i presupposti per rimettere la causa alla pubblica udienza o alle Sezioni Unite, perché sul nucleo della questione, cioè la spettanza del regresso all’ascendente che ha mantenuto il minore, non risultano decisioni sostanzialmente difformi. Che cosa cambia nella pratica Per le famiglie, il messaggio è che chi si fa carico del mantenimento di un nipote, quando i genitori non sono in grado di farlo, non resta isolato. Se esistono altri ascendenti, quelli dell’altro ramo familiare compresi, può chiedere loro una quota delle spese sostenute,

Casa venduta all’asta: come e quando si può contestare la vendita forzata

Soggiorno con scatoloni e una chitarra, due persone sdraiate sul tappeto viste dall'alto, con la scritta "Asta: si può contestare?"

La Cassazione ricorda che i vizi dell’esecuzione si fanno valere con le opposizioni esecutive L’ordinanza della Terza Sezione civile, numero di raccolta generale 28017/2026, pubblicata il 28 ottobre 2026, nasce da una vicenda immobiliare complessa. Il passaggio che interessa chi vuole contestare una vendita forzata è però un altro: la Corte ricorda che certe censure vanno proposte nella sede giusta e nei tempi giusti. La vicenda storica Nel 2011 un immobile viene trasferito a un aggiudicatario con decreto del giudice dell’esecuzione, al termine di una procedura esecutiva immobiliare. Sul bene risultavano però trascritti due atti più antichi. Il primo era un contratto preliminare di vendita del 2004. Il secondo era una vendita del 2007 con costituzione di rendita vitalizia, cioè l’obbligo di pagare periodicamente una somma a vita. L’aggiudicatario agisce in giudizio per ottenere la cessazione degli effetti della trascrizione del preliminare, l’inopponibilità della rendita vitalizia e la cancellazione delle formalità. Il Tribunale accoglie la sua tesi: la rendita non costituisce esecuzione del preliminare e non ne conserva gli effetti prenotativi. Dichiara inoltre tardiva la costituzione dei convenuti e inammissibili la chiamata in causa di un istituto di credito e le loro domande riconvenzionali. La Corte d’appello conferma tutto, compresa la condanna per responsabilità aggravata, e aggiunge un rilievo decisivo: le lagnanze sull’andamento della procedura espropriativa avrebbero dovuto essere fatte valere con gli strumenti oppositivi propri del processo esecutivo. Il passaggio che interessa: la sede giusta per contestare La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso per ragioni in larga parte formali, che riguardano la tecnica dell’impugnazione. Il passaggio più istruttivo per chi opera nelle vendite forzate è un altro. Il Tribunale aveva respinto le domande perché i vizi della procedura che aveva portato al trasferimento dovevano essere dedotti nel giudizio esecutivo, con le opposizioni esecutive. La Corte d’appello aveva rilevato che questa ragione, da sola sufficiente a reggere la decisione, non era stata oggetto di alcun motivo di appello. In Cassazione i ricorrenti non si erano confrontati con essa, limitandosi a un rinvio generico a una pagina dell’atto di appello. L’ordinanza non entra nel dettaglio delle singole opposizioni. Si limita a confermare che chi lamenta vizi del pignoramento, dell’ipoteca o del trasferimento non può farli rivivere in un giudizio ordinario successivo se non li ha fatti valere nell’esecuzione. Le considerazioni che seguono sul funzionamento dei rimedi sono una mia illustrazione generale e non provengono dal testo della pronuncia. I rimedi nel processo esecutivo Il codice di procedura civile prevede strumenti diversi, a seconda di ciò che si contesta. L’opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) serve a contestare il diritto del creditore di procedere, per esempio perché il credito non esiste più, è prescritto o il titolo è inefficace. L’opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) riguarda invece la regolarità formale degli atti della procedura: la notifica del titolo, il pignoramento, l’avviso di vendita, l’aggiudicazione, lo stesso decreto di trasferimento. Questa opposizione è soggetta a un termine breve, in genere di venti giorni dal compimento dell’atto o dalla sua conoscenza, e per questo richiede una tempestività particolare. Chi invece vanta un diritto proprio sul bene pignorato può proporre l’opposizione di terzo (artt. 619 e seguenti c.p.c.), che di regola va fatta prima della vendita. Il terzo che interviene dopo può far valere il diritto sulla somma ricavata (art. 620 c.p.c.). La scelta del rimedio non è indifferente. Un’opposizione formalmente sbagliata, oppure proposta oltre il termine, può precludere ogni successiva contestazione. Perché non si può rimediare dopo La logica del sistema è proteggere la stabilità degli acquisti all’asta. L’aggiudicatario compra sulla base di una procedura che si presume regolare. Se ogni vizio potesse essere invocato anni dopo in un giudizio ordinario, le vendite forzate non attirerebbero offerenti e le procedure ne uscirebbero svuotate di funzione. Le norme sostanziali vanno nella stessa direzione: la nullità di atti esecutivi, ad esempio, non pregiudica in linea generale l’acquirente, salvo che abbia agito in collusione con il creditore (art. 2929 c.c.). Chi vuole contestare deve quindi farlo dentro la procedura, quando il rimedio è ancora effettivo. Il ricorso per cassazione e la lezione del processo La seconda lezione è processuale. Quando una sentenza si regge su più ragioni autonome, ciascuna sufficiente a sostenerla, il ricorso deve censurarle tutte. Se una resta ferma, le altre critiche perdono rilevanza. Il ricorso deve inoltre essere autosufficiente (art. 366, primo comma, n. 3, c.p.c.), cioè contenere tutti gli elementi necessari a far comprendere la controversia senza ricorrere ad altri atti. Nel caso in esame la Corte ha ritenuto che mancassero entrambi i requisiti. Le conseguenze sono state pesanti. I ricorrenti sono stati condannati in solido alle spese, liquidate in 5.500 euro oltre accessori, e al pagamento di un’ulteriore somma di 5.500 euro per responsabilità aggravata (art. 96 c.p.c.), perché hanno riproposto argomenti già confutati dai giudici di merito. Implicazioni pratiche Per chi subisce una procedura esecutiva immobiliare, il tempo è decisivo. Gli atti vanno controllati subito, e i vizi formali vanno fatti valere nel termine breve previsto. Attendere l’esito della vendita può significare perdere ogni possibilità di contestazione. Per chi acquista all’asta, la sentenza conferma la solidità del titolo derivante dal decreto di trasferimento. Resta tuttavia opportuno verificare le formalità trascritte sul bene, perché non tutti i pesi vengono automaticamente cancellati. Per chi vanta diritti sul bene, per esempio un preliminare o un diritto reale trascritto, vale la necessità di intervenire con tempestività nella procedura. Conclusioni L’ordinanza n. 28017/2026, pubblicata il 28 ottobre 2026, ricorda che nelle vendite forzate il rimedio va cercato nel posto giusto e al momento giusto. Per valutare quale opposizione proporre nel tuo caso e entro quando, lo studio è a disposizione per una consulenza personalizzata.

Fisco, prove tardive e plusvalenze

Fisco, prove tardive e plusvalenze

Documenti prodotti in giudizio e valori di registro: i limiti dell’Amministrazione secondo la Cassazione Una società immobiliare riceve dall’Agenzia delle Entrate un avviso di accertamento. L’Ufficio ha confrontato i corrispettivi dichiarati nelle compravendite di immobili con i valori più alti accertati o concordati ai fini dell’imposta di registro. La differenza è stata recuperata a tassazione ai fini delle imposte sui redditi, in base all’art. 39, comma 2, lett. d-bis, d.P.R. n. 600/1973. La società impugna l’atto. Nel giudizio interviene anche la persona che ne era stata socia unica e che, prima della vicenda, aveva ceduto le proprie quote. L’ex socia aveva ricevuto un distinto avviso, per la partecipazione nella società, ma non l’aveva impugnato. Il giudice di primo grado dichiara inammissibile l’intervento e respinge il ricorso. In appello la decisione cambia. Il giudice regionale ammette l’intervento, sia pure limitatamente alle difese che riguardano la posizione della società. Accoglie inoltre in parte il gravame sulla detraibilità dell’IVA, per un importo superiore a ottantamila euro, perché la società aveva dimostrato il diritto alla detrazione esibendo i libri contabili nel corso del processo. Secondo i giudici regionali, nessuna norma vieta di produrre in giudizio la documentazione che attesta le proprie ragioni. L’Agenzia ricorre per cassazione. La società propone a sua volta ricorso incidentale. Con l’ordinanza n. 27985/2026 (numero di raccolta generale), pubblicata il 28 ottobre 2026, la Sezione tributaria della Corte di cassazione decide su entrambi. L’intervento di chi non ha impugnato: quando è ammesso La prima questione riguarda chi può partecipare al giudizio tributario. L’Agenzia sosteneva che l’intervento dell’ex socia fosse radicalmente inammissibile. Non era destinataria dell’atto impugnato, non era titolare del rapporto tributario controverso e aveva perso la qualità di socia da anni. La Corte respinge il motivo. Ricorda che l’art. 14, comma 3, d.lgs. n. 546/1992 consente l’intervento adesivo dipendente, anche in appello, in tutti i casi in cui l’atto impositivo può pregiudicare i diritti di un terzo producendo effetti giuridici nei suoi confronti. In altri termini, chi non è formalmente il destinatario dell’atto può comunque partecipare, se dall’esito della controversia dipende in qualche modo la propria posizione. Nel caso esaminato l’interesse è “mediato”, ma esiste. Quando una società di capitali a ristretta base partecipativa subisce un accertamento per ricavi non contabilizzati, la sua validità è presupposto indefettibile della presunzione che attribuisce gli utili extracontabili ai soci. Se l’atto societario cade per vizi di merito, cade anche la pretesa nei confronti del socio. L’ex socia ha quindi titolo per sostenere le difese della società. Resta preclusa, però, ogni difesa riferita alla sua posizione personale, a partire dall’impiego concreto degli utili. Il suo avviso era ormai definitivo. Le prove tardive: quando i documenti restano utilizzabili Il secondo motivo dell’Agenzia è il più rilevante per la pratica quotidiana. L’art. 32 d.P.R. n. 600/1973 prevede che i documenti non esibiti in risposta agli inviti dell’Ufficio nella fase precontenziosa non possano essere presi in considerazione a favore del contribuente. Questa inutilizzabilità, ricorda la Corte, è automatica e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado. Il contribuente può evitarla producendo i documenti con l’atto introduttivo del giudizio e dichiarando di non averli potuti esibire per causa a lui non imputabile. Nella vicenda i libri contabili erano stati depositati solo con una memoria, nel corso del primo grado. Secondo l’Agenzia, ciò bastava a renderli inutilizzabili. La Corte osserva che la sanzione presuppone un adempimento preliminare dell’Amministrazione. Prima dell’accertamento, l’Ufficio deve aver rivolto al contribuente un invito puntuale e specifico all’esibizione, con l’avvertimento delle conseguenze dell’inottemperanza. La Corte richiama sul punto l’interpretazione data dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 137/2025. La prova di aver formulato un invito di questo tipo spetta all’Amministrazione. Nel caso concreto l’Agenzia non l’aveva fornita e non aveva nemmeno dedotto la circostanza nel ricorso. Il motivo è stato respinto. La regola ha una portata chiara. L’inutilizzabilità dei documenti non è una conseguenza che scatta da sé. Scatta solo se l’Ufficio dimostra di aver chiesto, in modo preciso, i documenti e di aver avvertito il contribuente del rischio. La motivazione della sentenza d’appello La società lamentava anche che il giudice regionale si fosse limitato ad aderire alle deduzioni dell’Agenzia, senza dar conto delle ragioni. La Corte non condivide. Dopo la riforma dell’art. 360, n. 5, c.p.c., il controllo di legittimità sulla motivazione è limitato al cosiddetto “minimo costituzionale”. La nullità sussiste solo se la motivazione manca del tutto, è meramente apparente, si fonda su affermazioni inconciliabili o è incomprensibile. Qui le ragioni della decisione erano comprensibili. Il giudice aveva ritenuto plausibile il criterio di valutazione dei fabbricati basato sui prezzi dichiarati nelle cessioni. Aveva inoltre affermato, con motivazione, la non vincolatività dei precedenti giurisprudenziali invocati dalla contribuente. Il motivo è stato quindi respinto. Il valore di registro non basta a presumere un maggior corrispettivo La società ottiene invece ragione sul punto di merito più rilevante. L’art. 5, comma 3, d.lgs. n. 147/2015 è una norma di interpretazione autentica, e quindi con efficacia retroattiva. Dispone che, per le cessioni di immobili e di aziende, l’esistenza di un maggior corrispettivo non possa essere presunta soltanto sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro o delle imposte ipotecaria e catastale. La Corte dà continuità al recente orientamento in materia. L’Amministrazione non può determinare in via induttiva la plusvalenza usando soltanto il valore rilevante ai fini del registro. Deve individuare ulteriori indizi gravi, precisi e concordanti che sostengano la tesi di un corrispettivo superiore a quello dichiarato. Solo a quel punto spetta al contribuente fornire la prova contraria. La norma opera anche per gli accertamenti già emessi. Il giudice d’appello non aveva applicato questa disciplina. La sentenza è stata quindi cassata e la causa rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado, in diversa composizione. Il giudice del rinvio dovrà accertare l’eventuale maggior reddito tenendo conto di indici presuntivi ulteriori rispetto alle quotazioni OMI. Resta assorbito il motivo che lamentava l’omessa pronuncia sulla stessa norma. Cosa cambia in concreto Per le imprese e i professionisti emergono tre indicazioni. Chi riceve un

Esibizione bancaria: ricorso da blindare

Esibizione bancaria: ricorso da blindare

La Cassazione ammette l’istanza di esibizione in corso di causa, ma boccia il ricorso non autosufficiente Una società a responsabilità limitata, insieme ai suoi fideiussori, cita in giudizio una banca. Chiede di accertare che il debito non esiste e di ottenere la restituzione di quanto pagato in più a titolo di interessi e commissioni. Contesta due rapporti di conto corrente e un mutuo ipotecario, in particolare il piano di rimborso con rata costante, il cosiddetto ammortamento alla francese. La banca risponde con una domanda riconvenzionale, cioè chiede a sua volta la condanna dei clienti al pagamento del proprio credito. Il Tribunale respinge le domande dei clienti e accoglie quella della banca. In appello l’esito non cambia. Per la Corte territoriale la società non ha prodotto la documentazione necessaria: mancano i contratti di apertura dei conti e il piano di ammortamento del mutuo, e le consulenze di parte, costruite su materiale incompleto, non sono attendibili. La banca, invece, ha depositato contratti ed estratti conto. Il giudice d’appello giudica inoltre esplorativa la richiesta di consulenza tecnica contabile e ritiene inammissibile l’istanza di esibizione dei documenti: la società aveva domandato la documentazione alla banca solo quando la causa era già pendente. Secondo la Corte d’appello, poi, quella disciplina potrebbe riguardare gli estratti conto, ma non i contratti, che il cliente riceve alla stipula e ha l’onere di conservare. I clienti ricorrono in Cassazione con cinque motivi. La Prima Sezione civile decide con l’ordinanza n. 27881/2026 (numero di raccolta generale), pubblicata il 27 ottobre 2026. La questione giuridica Il nodo è questo: il cliente che non riesce a ottenere dalla banca i documenti del rapporto può chiederne l’esibizione al giudice? E se può farlo, quando e con quali limiti? La domanda ha un peso concreto nel contenzioso bancario, dove senza i contratti e gli estratti conto è spesso impossibile dimostrare le proprie ragioni. Il quadro normativo L’art. 119, comma 4, del d.lgs. n. 385/1993 (Testo unico bancario) riconosce al cliente il diritto di ottenere, a proprie spese, copia della documentazione relativa alle singole operazioni degli ultimi dieci anni. La banca ha novanta giorni per consegnarla. L’art. 210 c.p.c., invece, consente al giudice di ordinare a una parte o a un terzo di esibire un documento in giudizio. Infine l’art. 2697 c.c. pone l’onere della prova a carico di chi fa valere un diritto. Questo punto è decisivo, perché l’esibizione non può servire a colmare le lacune probatorie di chi la chiede. L’evoluzione della giurisprudenza L’ordinanza ricostruisce due orientamenti. Il primo, più risalente e favorevole al cliente, riconosce il diritto al rendiconto anche in sede giudiziaria, provando la sola esistenza del rapporto, senza trasformare una facoltà di tutela in un onere vincolante. L’ordinanza lo riconduce a Cass. n. 3875/2019 e n. 24181/2020. Il secondo, più restrittivo e oggi prevalente, richiede che il cliente abbia prima chiesto la documentazione alla banca e che questa non abbia adempiuto senza giustificazione. L’ordinanza richiama in proposito Cass. n. 24641/2021, n. 23861/2022 e n. 9082/2023. Su queste basi la Corte precisa tre punti. Se la richiesta alla banca è stata fatta prima della causa, o anche durante, quando possibile, e la banca non ha risposto entro novanta giorni, il giudice può ordinare l’esibizione. L’ordine riguarda però soltanto la documentazione che il cliente poteva ottenere ai sensi dell’art. 119, e nei limiti dell’ultimo decennio (Cass. n. 10728/2026). Quella documentazione comprende non solo assegni, bonifici e prelievi, ma anche contratti, estratti conto e scalari (Cass. n. 8914/2025). Resta fermo il limite generale: se manca la richiesta preventiva, o se la banca non è rimasta inadempiente, non c’è spazio per l’ordine di esibizione. La soluzione della Corte La Cassazione dà ragione ai ricorrenti sul piano dei principi. Ritiene errata l’affermazione secondo cui la richiesta di esibizione sarebbe inammissibile se la domanda alla banca è avanzata solo in corso di causa. Quella conclusione non ha alcun appiglio letterale nel quarto comma dell’art. 119 ed è contraria all’orientamento più recente. La richiesta è possibile anche a giudizio pendente, a patto di rispettare due tempi: i novanta giorni concessi alla banca e le preclusioni istruttorie dell’art. 183, comma 6, c.p.c., cioè i termini oltre i quali non si possono più chiedere o produrre prove. Chi sceglie di scrivere alla banca a processo avviato deve quindi calcolare con precisione i tempi, salva la possibilità, valutata caso per caso, di ottenere la rimessione in termini se la condotta è stata diligente (Cass. n. 12993/2023). È errata anche l’esclusione dei contratti dall’ambito dell’esibizione. Il difetto di autosufficienza Nonostante questo, il motivo non viene accolto: è dichiarato inammissibile perché non autosufficiente. L’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c. impone al ricorso per cassazione di indicare i documenti su cui ogni motivo si fonda e di illustrarne il contenuto rilevante. In altre parole, il ricorso deve consentire alla Corte di decidere senza dover cercare le informazioni nel fascicolo. Secondo la Corte i ricorrenti non lo hanno fatto. Hanno dato conto della richiesta rivolta alla banca (la lettera è del dicembre 2016, quasi un anno prima della scadenza dei termini istruttori, fissata a novembre 2017) e hanno affermato di aver insistito per l’esibizione. Ma non hanno trascritto il contenuto essenziale della comunicazione, né localizzato nei fascicoli le istanze formulate. Il passaggio riferito al secondo grado non chiariva nulla sul primo. La Corte non ha potuto verificare se esistesse un’istanza ammissibile di esibizione dei contratti né se la lettera alla banca contenesse davvero la richiesta di consegnarli. Gli altri motivi sono stati dichiarati assorbiti, perché la loro decisione presupponeva l’acquisibilità dei documenti. I ricorrenti sono stati condannati alle spese. Implicazioni pratiche Per i clienti delle banche la lezione è duplice. Primo: la richiesta di documentazione va inviata presto, in modo formale e tracciabile, indicando in modo esplicito ciò che si chiede, contratti compresi, e senza attendere l’ultimo momento. Se si aspetta di essere in causa, bisogna contare i novanta giorni e verificare che finiscano prima delle preclusioni istruttorie. Secondo: ogni passaggio che sorregge il motivo di ricorso va documentato nel ricorso stesso,

Buca sulla strada: chi risarcisce?

Buca sulla strada: chi risarcisce?

La Cassazione: se la condotta imprudente del danneggiato è causa esclusiva, il custode non risponde Una mattina di pioggia, poco dopo le dieci e mezza, un uomo percorre in ciclomotore una strada urbana a senso unico, ampia e rettilinea, a poche centinaia di metri da casa sua. Ci abita da quasi quarant’anni. Sulla carreggiata corrono i binari di una metropolitana di superficie, posati nel 2003 e incassati in lastre di cemento chiaro, ben distinguibili dall’asfalto. Intorno al binario si è aperta una disconnessione del manto stradale, larga circa trenta centimetri, lunga quaranta e profonda venti. Il motociclista deve svoltare verso l’ingresso del piazzale di un mercato. Secondo la ricostruzione dei giudici, invece di superare la fine della rotaia, oltre la quale lo spazio per girare in sicurezza era ampio, anticipa la manovra e “taglia” la carreggiata. Attraversa così il binario in diagonale, proprio nel punto in cui il fondo è sconnesso. Cade e riporta un trauma contusivo e distorsivo, con sette giorni di prognosi e postumi permanenti valutati intorno al quindici per cento. Chiede al Comune un risarcimento di oltre cinquantunomila euro. Il percorso nei giudizi di merito Il Comune si difende negando la propria responsabilità e sostenendo che l’incidente sia stato provocato dalla condotta imprudente del conducente. Chiama inoltre in causa la propria compagnia assicuratrice per essere tenuto indenne. Il tribunale rigetta la domanda, ravvisando il caso fortuito nel comportamento del danneggiato. La corte d’appello conferma, con una motivazione che poggia su due argomenti autonomi, ciascuno sufficiente da solo a sostenere il rigetto. Il primo riguarda la prova del nesso causale. Secondo la corte, non era stato dimostrato che la caduta fosse stata provocata proprio dall’impatto con la buca, perché i due testimoni avevano visto il conducente soltanto quando era già a terra e il rapporto della polizia municipale dava atto del fondo bagnato. Il secondo argomento è che, anche ammettendo la dinamica dei fatti come raccontata, il comportamento del danneggiato era stato così imprudente da costituire da solo la causa dell’incidente. Il quadro normativo: la custodia e il caso fortuito L’art. 2051 c.c. prevede che chi ha in custodia una cosa risponda del danno da essa cagionato, salvo che provi il caso fortuito. In altri termini, il danneggiato non deve dimostrare che il custode sia stato negligente: la responsabilità è oggettiva. Il custode può liberarsi solo provando che l’evento è dipeso da un fattore estraneo alla sfera del suo controllo, e tra questi rientra anche il comportamento dello stesso danneggiato. Su questo si innesta l’art. 1227, primo comma, c.c., secondo cui, se il fatto colposo del danneggiato ha concorso a produrre il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze. Il punto delicato è stabilire quando la condotta del danneggiato riduca soltanto il risarcimento e quando, invece, lo escluda del tutto. Il ricorso e la decisione della Corte Il danneggiato ricorre in Cassazione con quattro motivi. L’ordinanza della Terza Sezione civile (Cass. civ., Sez. III, ord. n. di raccolta generale 27680/2026, pubblicata il 23/10/2026) li respinge tutti. Con il primo motivo il ricorrente sosteneva che il giudice d’appello avesse invertito l’onere della prova, trattando ogni caduta come dovuta a una causa ignota idonea a esonerare il custode. La Corte ricorda che la responsabilità oggettiva solleva il danneggiato dalla prova della colpa del custode, ma non dalla prova del nesso materiale tra la cosa e il danno. Questa regola, richiamata dall’ordinanza insieme a una pronuncia delle Sezioni Unite del 2022, non era stata violata: il giudice di merito aveva semplicemente ritenuto non assolto l’onere probatorio. Per il resto, la doglianza chiedeva di rivalutare le prove, il che in sede di legittimità non è consentito. Il secondo e il terzo motivo denunciavano il travisamento delle prove e la violazione delle regole sulla loro valutazione. La Corte li dichiara inammissibili. Il “travisamento” è un errore percettivo sul contenuto oggettivo di un documento o di una deposizione. Non comprende la contestazione del peso che il giudice ha attribuito alle prove, e il ricorrente si era limitato a contrapporre la propria versione dei fatti a quella accolta dalla corte d’appello. Il quarto motivo è quello di maggiore interesse teorico. Il ricorrente sosteneva che i giudici si fossero affidati a un orientamento minoritario o superato. La Corte lo respinge, affermando che la sentenza impugnata si conforma all’insegnamento delle Sezioni Unite e che è ormai consolidato l’indirizzo secondo cui può interrompere il nesso causale anche la semplice condotta oggettivamente colposa del danneggiato, purché si ponga come causa autonoma ed esclusiva dell’evento. A sostegno, l’ordinanza richiama due pronunce del 2024 e del 2025. Il principio di diritto La Corte formula il principio in questi termini: ai fini dell’esclusione del nesso causale, la condotta del danneggiato non deve necessariamente essere oggettivamente imprevedibile ed eccezionale, essendo sufficiente che sia oggettivamente colposa, cioè caratterizzata dall’inosservanza della normale cautela esigibile rispetto a un rischio percepibile o superabile con l’ordinaria diligenza. Quanto più il pericolo poteva essere previsto e superato con le cautele normalmente attese, tanto più l’imprudenza del danneggiato acquista efficacia causale esclusiva. In tal caso la cosa si riduce a mera occasione dell’evento dannoso. Nel caso concreto la Corte ha ritenuto non implausibile la valutazione dei giudici d’appello: guida sul margine sinistro anziché destro della corsia, contrariamente all’art. 143 del Codice della strada, svolta anticipata con fondo bagnato, ostacolo ben visibile di giorno e luoghi conosciuti da anni. Implicazioni pratiche Per chi subisce un incidente a causa di una buca o di una dissesto stradale, la decisione ricorda due cose. La prima è che la prova del nesso tra il difetto della strada e la caduta resta a carico del danneggiato e va costruita con cura. Servono testimoni che abbiano visto l’evento, fotografie, rilievi tempestivi e, se possibile, una documentazione che attesti l’esatta posizione del difetto. Chi è stato soccorso a terra, senza testimoni dell’impatto, rischia di non riuscire a dimostrare la dinamica. La seconda è che il comportamento del danneggiato viene valutato con rigore. Conoscenza dei luoghi, visibilità dell’ostacolo, condizioni meteorologiche

Mutuo solutorio nullo per TAEG errato o interessi? La Cassazione spiega perché no

Persona accasciata sul portatile in un ambiente cupo, con la scritta "Mutuo per ripagare la banca: è nullo?"

Credito cartolarizzato, mutuo solutorio, TAEG e ammortamento alla francese: i principi fissati dalla Cassazione Nel 2002 un istituto di credito concede un mutuo fondiario a una società in accomandita. Il contratto viene rinegoziato nel 2008. Nel frattempo la banca originaria confluisce in un gruppo bancario più grande. Nel 2017 il credito passa a una società veicolo, nell’ambito di una cartolarizzazione in blocco regolata dalla legge n. 130 del 1999 e dall’art. 58 del Testo unico bancario. Nei primi mesi del 2018 la società cessionaria, tramite una società mandataria incaricata del recupero, notifica un atto di precetto alla debitrice principale e ai garanti. Intima il pagamento di 361.290,89 euro per l’inadempimento del mutuo e dell’atto di rinegoziazione. Debitrice e garanti si oppongono davanti al Tribunale, con due giudizi poi riuniti, e sollevano quattro eccezioni: A sostegno della prima eccezione gli opponenti richiamavano una sentenza passata in giudicato, con cui lo stesso Tribunale aveva condannato la banca cedente a restituire quasi 198.000 euro per addebiti illegittimi e usurari sul conto corrente. Il Tribunale rigetta l’opposizione e la Corte d’appello conferma. La causa approda in Cassazione. La decisione della Suprema Corte Con l’ordinanza n. 27684/2026, pubblicata il 23 ottobre 2026, la Terza Sezione civile rigetta il ricorso. Il Collegio esamina quattro motivi: due vengono respinti nel merito, due dichiarati inammissibili in tutto o in parte e comunque infondati. Ne ricaviamo tre principi di diritto, utili a chi opera con crediti bancari ceduti in blocco e con mutui fondiari. La titolarità del credito cartolarizzato e il tempo delle contestazioni La questione di diritto è chi debba provare di essere titolare del credito quando questo è stato ceduto in blocco ai sensi dell’art. 58 del Testo unico bancario. La Corte ricorda che la titolarità è elemento costitutivo della domanda ed è rilevabile d’ufficio. Precisa però che l’onere di provarla grava sulla cessionaria solo se il debitore ceduto la contesta in modo specifico e tempestivo. In mancanza, il fatto può considerarsi pacifico. Nel caso esaminato gli opponenti avevano sollevato l’eccezione soltanto nella memoria conclusionale del giudizio di primo grado. Secondo la Corte la memoria conclusionale serve a illustrare domande ed eccezioni già ritualmente proposte, non a introdurre temi nuovi. Per la stessa ragione la replica della cessionaria non poteva essere la sua “prima difesa utile” per rispondere a una contestazione arrivata in ritardo. La cessionaria aveva quindi prodotto in appello l’avviso di cessione pubblicato in Gazzetta Ufficiale e la dichiarazione di conferma della banca cedente. Per la Corte questa produzione non viola il divieto di nuove prove in appello (art. 345 c.p.c.), perché è la risposta fisiologica a una contestazione mai formulata prima. I due documenti, insieme, costituiscono prova piena della cessione dello specifico credito. Il principio affermato è che una contestazione tardiva sulla titolarità consente alla cessionaria di produrre i documenti anche al momento della costituzione in appello. Il mutuo solutorio non è nullo Il punto di maggiore interesse riguarda il cosiddetto mutuo solutorio, cioè il mutuo le cui somme vengono subito destinate a ripianare un’esposizione del cliente verso la stessa banca che eroga il finanziamento. I ricorrenti sostenevano che il contratto avesse una causa illecita o fosse in frode alla legge (art. 1344 c.c.), perché finalizzato a coprire addebiti poi riconosciuti illegittimi. Il Collegio richiama le Sezioni Unite del 5 marzo 2025, n. 5841, secondo cui il mutuo solutorio è un vero mutuo tipico (art. 1813 c.c.), valido ed efficace. Il contratto si perfeziona quando la somma viene accreditata sul conto e il cliente ne acquista la disponibilità giuridica. L’uso successivo di quel denaro per estinguere debiti pregressi, tramite un semplice giroconto, è un atto dispositivo distinto. Resta estraneo alla causa del contratto e non ne intacca la validità. La Corte aggiunge due precisazioni. La prima: anche quando il mutuo fondiario serve a sostituire debiti chirografari, l’eventuale danno agli altri creditori non incide sulla validità del contratto né sul suo valore di titolo esecutivo. Può trovare rimedio solo nella revocatoria ordinaria o fallimentare, se ne ricorrono i presupposti. La seconda: l’accertamento dell’indebito bancario non travolge il mutuo. Trova tutela nella condanna della banca alla restituzione e non elimina l’obbligo di restituire il capitale effettivamente erogato. TAEG e ISC: un indicatore informativo Sul piano della trasparenza bancaria, i ricorrenti sostenevano la nullità delle clausole sugli interessi perché nel contratto mancava il TAEG/ISC, cioè l’indicatore che sintetizza il costo complessivo del finanziamento. La Corte richiama l’orientamento delle Sezioni Unite sul punto e conferma che questo indicatore non è un tasso, un prezzo o una condizione economica applicabile al contratto. Ha una funzione informativa e di trasparenza. La sua omessa o errata indicazione, nei mutui diversi dal credito al consumo, non determina la nullità della pattuizione sugli interessi ai sensi dell’art. 117 del Testo unico bancario. Non comporta nemmeno l’applicazione dei tassi sostitutivi dei BOT. Può al più fondare una responsabilità precontrattuale della banca, ma solo se il mutuatario prova di aver subito un danno concreto, per essere stato indotto a un contratto meno conveniente di altre offerte. L’ammortamento alla francese L’ultima censura riguardava l’ammortamento “alla francese”, con rata costante, che secondo i ricorrenti nasconderebbe un anatocismo e renderebbe indeterminato il contratto. La Corte richiama le Sezioni Unite n. 15130/2024. Quando il contratto indica con chiarezza capitale, durata, tasso e cadenza delle rate, l’oggetto è sufficientemente determinato. Non occorre spiegare il regime finanziario composto di calcolo. Non c’è nemmeno anatocismo: in ogni rata gli interessi si calcolano solo sul capitale residuo. La maggiore incidenza degli interessi nelle prime rate non è una capitalizzazione vietata, ma la conseguenza matematica del rimborso del capitale nel tempo. Le questioni dichiarate inammissibili Due motivi si fermano prima del merito. Il secondo, sulla manipolazione dell’Euribor, viene dichiarato inammissibile perché il ricorso non indicava in quale atto e in quali termini l’eccezione fosse stata sollevata in primo grado, né il riferimento al periodo dell’intesa accertata a livello europeo. Parte del quarto motivo cade per difetto di specificità: i ricorrenti non avevano trascritto la clausola dell’atto di rinegoziazione che, secondo la controparte, indicava

Documenti tardivi, preclusione ridimensionata

Documenti tardivi, preclusione ridimensionata

La Cassazione, sulla scia della Consulta, restringe l’inutilizzabilità delle prove non consegnate al Fisco Il socio unico di una società a responsabilità limitata si vede recapitare un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2007. L’Amministrazione finanziaria gli contesta un maggiore reddito di capitale, e la storia comincia da una compravendita. Il 29 gennaio 2007 la società aveva venduto un immobile. L’Ufficio, ritenendo non dichiarato parte del reddito derivante da quell’operazione, aveva rideterminato il reddito imponibile dell’ente con un atto notificato alla società e mai impugnato. La somma, superiore a novecentomila euro, era stata qualificata come utile extracontabile e quindi presunta distribuita al socio, da cui l’avviso ai fini IRPEF. Il contribuente si difende sostenendo che quegli utili non gli sono mai stati distribuiti. In ogni caso, afferma, almeno una parte del ricavato era stata impiegata per altre finalità. La Commissione tributaria provinciale respinge il ricorso. Il contribuente propone allora appello e spiega perché non aveva potuto documentare la destinazione delle somme. Dal 20 maggio 2007 non era più amministratore della società, e il verbale che ne dava atto era stato depositato presso il Registro delle imprese solo il 9 agosto 2010, prima della notifica dell’avviso. Non aveva quindi la disponibilità materiale delle scritture e dei documenti. Solo nel corso del giudizio era riuscito a ottenere alcune fatture, allegate all’atto di appello, che provavano lavori di ristrutturazione sull’immobile venduto per quasi cinquecentomila euro. La Commissione tributaria regionale del Lazio respinge anche l’appello. Ritiene tardiva la documentazione prodotta soltanto in giudizio, per effetto della preclusione prevista dall’art. 32 del d.P.R. n. 600/1973. Il contribuente ricorre per cassazione, con un unico motivo. Che cosa dice l’articolo 32 Per capire la decisione occorre partire dalla norma. L’art. 32, quarto comma, del d.P.R. n. 600/1973 consente all’Amministrazione finanziaria di invitare il contribuente a fornire dati, notizie e documenti. Se il contribuente non risponde, o non esibisce quanto richiesto, quei documenti non possono essere presi in considerazione né in sede amministrativa né in giudizio. Il quinto comma prevede però una via d’uscita. Il contribuente può depositare i documenti non consegnati insieme al ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, dichiarando di non aver potuto rispondere all’invito per causa a lui non imputabile. La giurisprudenza di legittimità ricorda che la finalità dell’invito è instaurare un dialogo preventivo tra Fisco e contribuente, nel rispetto dei canoni di lealtà e correttezza, per definire le rispettive posizioni ed evitare il contenzioso. L’inutilizzabilità scatta automaticamente in caso di inottemperanza e può essere rilevata d’ufficio dal giudice, anche senza eccezione dell’Ufficio. La dichiarazione di non imputabilità deve essere resa in modo chiaro ed esplicito nel ricorso di primo grado, e spetta al giudice verificarne la sussistenza e la plausibilità. Il vaglio della Corte costituzionale L’ordinanza, identificata con il numero di raccolta generale 27658/2026 e pubblicata il 23 ottobre 2026, dedica ampio spazio alla sentenza n. 137/2025 della Corte costituzionale. Quella pronuncia ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità sollevate sull’art. 32, commi quarto e quinto, con riferimento, tra gli altri, al diritto di difesa e al giusto processo. Il principio nemo tenetur se detegere, cioè il diritto a non autoincriminarsi, è parte essenziale del diritto di difesa. Poiché l’inutilizzabilità produce effetti non solo processuali ma anche sostanziali, la norma supera il controllo di costituzionalità solo se letta in senso fortemente restrittivo, come strumento per spingere il contribuente a collaborare e non come sanzione. Da questa premessa la Corte costituzionale, come richiamata dalla Cassazione, ricava due indicazioni. La prima è che la preclusione opera soltanto per gli elementi informativi dal contenuto univocamente «a favore del contribuente». Sono quelli che, se consegnati subito, avrebbero potuto impedire l’accertamento o ridurre la pretesa dell’Amministrazione. Restano fuori i documenti a contenuto misto, ad esempio un registro con annotazioni anche sfavorevoli al contribuente. La seconda è che il principio per cui non si possono chiedere documenti già in possesso dell’Amministrazione va ampliato, alla luce delle nuove banche dati. La decisione della Cassazione Applicando questi principi, la Suprema Corte accoglie il motivo e cassa la sentenza. Il giudice regionale aveva dichiarato inutilizzabili le fatture senza compiere le verifiche necessarie. La Cassazione le indica in un ordine preciso. Il giudice deve accertare anzitutto se l’invito fosse stato rivolto davvero al contribuente e non, per esempio, alla società. Deve poi verificare se il questionario contenesse un invito specifico a depositare i documenti idonei a contestare la pretesa erariale. Infine deve valutare se la documentazione, che nel caso aveva contenuto unicamente favorevole al contribuente, potesse comunque entrare nel giudizio. Questo accade se nel ricorso di primo grado era stata dichiarata la non imputabilità dell’inadempimento, oppure se in appello il contribuente aveva dedotto di esserne venuto in possesso solo dopo l’inizio della lite, senza colpa. La Corte giustifica la necessità di dedurre la causa non imputabile con l’esigenza di un controllo del giudice sulla ricorrenza e sulla plausibilità di circostanze che non dipendano da un mero atteggiamento soggettivo del contribuente. La causa è rinviata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio, in diversa composizione, per un nuovo esame e per le spese. Che cosa cambia in pratica Per i contribuenti la decisione conferma che la preclusione dell’art. 32 non è una ghigliottina. Prima di dichiarare inutilizzabile un documento, il giudice deve accertare a chi l’invito fosse indirizzato, quanto fosse specifico e quale contenuto abbia il documento. Chi è stato amministratore di una società e ha perso l’accesso alle scritture, come nel caso esaminato, può far valere la circostanza. Lo stesso vale per chi entra in possesso di una prova solo dopo l’avvio del giudizio, purché la ragione sia dedotta tempestivamente e sia credibile. Per imprese e professionisti il messaggio è duplice. Da un lato conviene rispondere sempre agli inviti dell’Ufficio, perché la collaborazione resta la regola. Dall’altro, se non è possibile farlo, la causa dell’impedimento va dichiarata in modo chiaro già nel ricorso di primo grado, e documentata quanto più possibile. Un questionario generico, o rivolto a un soggetto diverso dal contribuente, non è sufficiente a far scattare

Accordi di separazione e divorzio

Accordi di separazione e divorzio

La Cassazione distingue clausole necessarie, negozi autonomi e patti nulli: cosa sopravvive al divorzio Si sposano nel 1989 con rito concordatario e hanno tre figlie. Dopo trent’anni di vita comune, nel febbraio 2019, i coniugi chiudono la crisi con una separazione consensuale davanti al Tribunale. L’accordo è articolato e non si limita alla casa e ai figli. La moglie recede dalla società familiare. Viene assunta come dipendente nella nuova società del marito, con uno stipendio mensile di 1.200 euro. Il marito si impegna a versarle un contributo al mantenimento di 1.300 euro al mese, aggiornato all’ISTAT e accompagnato dall’assunzione a suo carico di oneri fiscali. Quel contributo sale a 2.400 euro se la moglie lascia volontariamente il lavoro. Con una scrittura aggiuntiva dei giorni precedenti, un assegno di pari importo scatta anche in caso di licenziamento illegittimo, accanto al trasferimento di una quota societaria. Alla fine compare la clausola numero 13, con cui i coniugi stabiliscono che tutto quanto pattuito troverà conferma anche nell’eventuale giudizio di divorzio. Nel febbraio 2022 il marito chiede il divorzio e contesta l’assegno, sostenendo che la sua situazione economica sia peggiorata e quella dell’ex moglie migliorata. La moglie replica che quelle condizioni sono il frutto di accordi negoziali non rivedibili in sede divorzile. Il Tribunale pronuncia il divorzio e qualifica le clausole patrimoniali come contenuto eventuale della separazione, quindi non modificabili. Esclude poi l’assegno divorzile, perché la donna sarebbe già adeguatamente compensata dall’assetto concordato. La Corte d’appello ribalta la decisione. Qualifica come contenuto necessario le clausole sul mantenimento e le ritiene superabili. Nega efficacia vincolante alla clausola 13, ma la considera un indizio del riconoscimento, da parte degli stessi coniugi, dell’apporto della moglie alla famiglia. Riconosce così un assegno divorzile di 1.000 euro mensili, valorizzando la durata trentennale del matrimonio. Entrambi ricorrono per cassazione. La questione giuridica La Prima Sezione civile decide con la sentenza n. 27533/2026 di raccolta generale, pubblicata il 22 ottobre 2026. Rigetta sia il ricorso principale sia quello incidentale e compensa le spese. La causa è stata trattata in pubblica udienza per il rilievo nomofilattico delle questioni, cioè per la loro importanza nel garantire un’applicazione uniforme del diritto. Il tema è se, e in che misura, gli accordi presi con la separazione condizionino il giudice del divorzio quando decide sull’assegno. La specificità dell’appello e il giudicato interno Il ricorrente sosteneva che l’appello della moglie fosse privo della specificità richiesta dagli artt. 342 e 343 c.p.c., perché non avrebbe criticato ogni passaggio della sentenza di primo grado. La Corte osserva che il Tribunale non aveva negato lo squilibrio economico né il contributo della donna alla famiglia. Aveva rigettato la domanda per un motivo preliminare e autonomo: la funzione perequativo-compensativa dell’assegno sarebbe già soddisfatta dall’assetto patrimoniale della separazione. L’appello ha contestato proprio quel presupposto, e questo basta. La Corte formula un principio di diritto. Per verificare la specificità dell’impugnazione conta che l’appellante investa la ratio decidendi, cioè la ragione fondante della decisione, senza dover censurare singolarmente ogni elemento della domanda. In questi casi viene devoluto al giudice dell’appello l’intero capo sull’assegno e sui suoi presupposti, senza che si formi giudicato interno sulle questioni che ne sono sviluppo o conseguenza. Il giudicato, richiama la Corte, si forma sulla statuizione come unità decisoria e non sui singoli argomenti che la sorreggono. Nessuna violazione dell’art. 112 c.p.c., dunque, e nessuna pronuncia ultra petita. Tre categorie di clausole Sul ricorso incidentale la Corte fissa il criterio per qualificare gli accordi di separazione. Distingue tre ipotesi, con tre regimi diversi. La prima riguarda le clausole che hanno la loro causa nella separazione e attuano i doveri di solidarietà coniugale, anche se realizzate con prestazioni atipiche. Sono il contenuto necessario dell’accordo. Possono essere superate dalla disciplina del divorzio, dopo un autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno. La seconda riguarda i negozi patrimoniali autonomi, che nella separazione trovano solo l’occasione e non la causa concreta. Qui il giudice del divorzio si ferma alla qualificazione della clausola, e il rapporto resta governato dall’autonomia privata e dai canoni ermeneutici degli artt. 1362 e seguenti c.c. La distinzione si compie guardando alla funzione concretamente perseguita dalle parti e non alla tipicità o atipicità della prestazione. La terza categoria riguarda le clausole necessarie ma prive di efficacia vincolante, perché nulle per illiceità della causa. Rientra qui la pattuizione con cui i coniugi pretendono di predeterminare l’assetto del futuro divorzio. Per la Corte il limite non nasce dal carattere patrimoniale dell’accordo, ma dalla sua idoneità a interferire con diritti indisponibili ai sensi dell’art. 160 c.c. e con il giudizio riservato al giudice. L’autonomia privata resta piena sugli interessi patrimoniali disponibili. Come la Corte ha applicato questi criteri La Corte d’appello, osserva la Cassazione, non ha trattato gli accordi del 2019 come un blocco inscindibile. Ha ricondotto al regolamento autonomo il recesso dalla società e la definizione dei rapporti societari, e ha considerato a parte il rapporto di lavoro. Ha escluso dalla propria cognizione il trasferimento del cinque per cento delle quote e la ripartizione del canone dell’immobile comune. Ha invece individuato nelle clausole 5, 7 e 8, nella parte sul mantenimento e sugli oneri fiscali connessi, una funzione unitaria di sostegno alla coniuge nella fase separativa. Quelle sono state ritenute superate dal divorzio. La clausola 13 non vincola il giudice. Può però essere valorizzata sul piano probatorio e indiziario, come fatto storico che concorre a ricostruire il contributo dato dalla richiedente alla vita comune. La Corte richiama sul punto l’utilità del ragionamento presuntivo e il principio di acquisizione probatoria, per cui le risultanze del processo appartengono al processo e sono utilizzabili. L’accertamento dell’assegno Quanto ai motivi del ricorso principale sul merito dell’assegno, la Cassazione richiama le Sezioni Unite n. 18287 del 2018. La comparazione delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi è il punto di partenza, ma una disparità significativa non basta da sola. Va messa in relazione con il contributo dato alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge, tenendo conto della durata del matrimonio e dell’età. La Corte d’appello ha

Il Fisco dissente, decide Lussemburgo

Il Fisco dissente, decide Lussemburgo

La Cassazione rinvia alla Corte di Giustizia UE il cram down fiscale nel concordato preventivo Una società operante nel settore edile, nel giugno 2022, chiede di essere ammessa al concordato preventivo in continuità aziendale indiretta, con transazione fiscale. L’amministrazione finanziaria è tra i creditori e vota contro la proposta, con un dissenso formale e motivato. Il suo credito è però così rilevante che, senza di esso, la maggioranza necessaria all’approvazione non sarebbe stata raggiunta. Il Tribunale di Brindisi omologa comunque il concordato nel giugno 2023: l’offerta al Fisco risultava più conveniente della liquidazione fallimentare e non peggiore delle alternative concretamente praticabili. La Corte d’appello di Lecce respinge il reclamo dell’amministrazione, ritenendo che il giudice debba valutare in modo pragmatico la migliore soddisfazione possibile dei crediti tributari, senza indagare sulla meritevolezza del debitore. L’amministrazione ricorre per cassazione. Sostiene che la società abbia sistematicamente violato gli obblighi fiscali, costruito riserve di patrimonio netto fittizie e poi assorbito le perdite con sopravvenienze passive prive di una giustificazione contabile chiara. Il risultato sarebbe una crisi preordinata, risolta con l’esdebitazione di un debito pubblico pagato solo in parte, a danno delle imprese che pagano le imposte. Con l’ordinanza interlocutoria n. 27546/2026, pubblicata il 22 ottobre 2026, la Prima Sezione civile non decide il ricorso: sospende il giudizio e interpella la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Il quadro normativo applicabile La domanda di concordato è anteriore all’entrata in vigore del Codice della crisi, perciò si applica la legge fallimentare. L’art. 177 l.fall. richiede, per l’approvazione, la maggioranza dei crediti ammessi al voto. L’art. 180, comma 4, l.fall. prevede il cosiddetto cram down fiscale. Quando l’adesione dell’amministrazione finanziaria o degli enti previdenziali è determinante per raggiungere la maggioranza, il tribunale omologa anche se questi creditori hanno votato contro. Il giudice verifica soltanto che la proposta sia conveniente rispetto alla liquidazione fallimentare e, se un creditore con almeno il venti per cento dei crediti si oppone, che il suo credito non sia soddisfatto in misura inferiore alle alternative concretamente praticabili. In altri termini, il voto negativo del Fisco viene trasformato dalla legge in voto favorevole, con una finzione giuridica. L’ordinanza ricorda che questo assetto è diritto vivente e richiama tre precedenti della stessa Corte, che cita come Cass. n. 1033/2024, n. 9981/2025 e n. 5866/2026. Le citazioni sono tratte dal testo dell’ordinanza e vanno verificate sulle banche dati ufficiali prima di ogni uso in atti. I dubbi del Collegio sulla compatibilità interna La Corte riconosce che il sistema ha una sua coerenza interna. Il tribunale non giudica la fondatezza della pretesa tributaria e si limita a estenderne il trattamento. L’interesse fiscale, tutelato dall’art. 53 della Costituzione, non prevale in modo irragionevole sugli altri crediti. Il giudizio di convenienza attenua l’effetto espropriativo sul credito pubblico. Per il diritto italiano, inoltre, la meritevolezza del debitore non è un requisito di accesso al concordato e un comportamento illecito pregresso, se fin dall’inizio rivelato ai creditori, non basta a revocare l’ammissione ai sensi dell’art. 173 l.fall. Il problema europeo: la direttiva 2019/1023 Il dubbio nasce dal diritto dell’Unione. La direttiva (UE) 2019/1023 sui quadri di ristrutturazione preventiva riconosce il diritto di voto ai creditori incisi dal piano e affida all’autorità giudiziaria o amministrativa l’esame dei diritti di voto in sede di omologa. Secondo la Cassazione non è chiaro se questa verifica sia un semplice controllo aritmetico o un esame sostanziale della volontà e delle ragioni del dissenso. Non è chiaro neppure se sia compatibile una norma che costringe il creditore pubblico a subire la conversione del suo voto e, per tutelarsi, a contestare la convenienza della proposta in giudizio, con un onere processuale ulteriore. Il secondo nodo riguarda i destinatari della direttiva. Fin dai primi considerando essa si rivolge a imprenditori in difficoltà ma «sani». La Corte si domanda se tra questi possa rientrare anche chi abbia causato l’insolvenza in modo deliberato e preordinato, occultando utili e simulando scritture contabili per sottrarsi al Fisco. Valorizza poi il considerando 33, che consente agli Stati di prevedere presunzioni di rifiuto della ristrutturazione in caso di inadempimenti fiscali rilevanti, e l’art. 23, che permette di negare o limitare l’esdebitazione al debitore disonesto o in malafede. A questo proposito richiama le sentenze della Corte di Giustizia del 16 marzo 2017 (causa C-493/15) e del 10 aprile 2025 (causa C-723/23), citate nell’ordinanza. Il profilo degli aiuti di Stato L’ultimo profilo riguarda gli aiuti di Stato. L’art. 107 TFUE vieta gli aiuti che falsano la concorrenza, e per le imprese in difficoltà valgono gli Orientamenti della Commissione del 2014. Secondo il Collegio, l’azzeramento di quote significative del debito tributario, imposto dalla legge a un’impresa già insolvente contro il voto del Fisco, potrebbe configurare una rinuncia a entrate pubbliche. Avrebbe i caratteri di un vantaggio selettivo, capace di incidere sulla concorrenza rispetto alle imprese che pagano regolarmente le imposte. L’ordinanza richiama anche una sentenza della Corte di Giustizia del 24 settembre 2026 (cause riunite C-503/25 e C-504/25), in materia di imprese in amministrazione straordinaria. I quesiti alla Corte di Giustizia La Cassazione ritiene che non vi sia né un «acte clair» né un «acte éclairé». Pone quindi due quesiti. Il primo chiede se la direttiva osti a una disciplina interna secondo cui il debitore può avere causato l’insolvenza deliberatamente e preordinatamente, e l’omologazione è obbligatoria nonostante il voto negativo del Fisco, se determinante, purché la proposta sia più conveniente della liquidazione. Il secondo chiede se tale approvazione forzosa sia compatibile con la disciplina degli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà. Il giudizio resta sospeso fino alla pronuncia europea. Implicazioni pratiche Per le imprese in crisi, la decisione non cambia le regole oggi in vigore, ma introduce un elemento di incertezza per le transazioni fiscali fondate sul cram down. Chi presenta una proposta dovrebbe curare con particolare attenzione la trasparenza sulle cause della crisi, perché la disclosure iniziale resta il presidio più solido. Per i professionisti che redigono attestazioni e piani, la completezza della ricostruzione dei fatti pregressi diventa ancora più importante. Per i creditori pubblici, l’ordinanza apre

Infortunio a scuola: chi deve dare la prova?

Infortunio a scuola: chi deve dare la prova?

La Cassazione chiarisce l’onere della prova nel danno che l’alunno si procura durante l’educazione fisica Nel settembre del 2016, durante l’ora di educazione fisica, una studentessa di una scuola secondaria di primo grado si procura una frattura alla falange intermedia del quinto dito della mano sinistra. I genitori sostengono che la ragazza si trovasse nel cortile dell’istituto e sia stata colpita da un pallone. A loro avviso l’attività non si sarebbe dovuta svolgere in cortile, ritenuto luogo inidoneo, ma in palestra, e non ci sarebbe stata una vera partita. Imputano quindi alla scuola carenze di vigilanza e di prevenzione. I giudici di merito ricostruiscono il fatto in modo diverso. Secondo la sentenza d’appello, ripresa dalla Cassazione, la studentessa stava svolgendo un esercizio di tiri a canestro. Su un passaggio di un compagno, nel momento di afferrare il pallone, ha avvertito un forte dolore alla mano. Questa versione trae origine dalla relazione dell’insegnante presente, poi confermata sotto giuramento in giudizio. Il percorso giudiziario I genitori, agendo per la figlia minorenne, citano in giudizio il Ministero e l’istituto scolastico davanti al giudice di pace, chiedendo un risarcimento contenuto entro i cinquemila euro. Il Ministero e la scuola ottengono di chiamare in causa la compagnia assicurativa. Il giudice di pace dichiara il difetto di legittimazione passiva dell’istituto, cioè esclude che la scuola possa essere il soggetto da convenire, e rigetta la domanda verso il Ministero. Riconduce l’evento al caso fortuito: imprevedibile e non imputabile alla scuola né al docente. L’appello, proposto prima davanti a un tribunale poi dichiarato incompetente, viene riassunto dinanzi al tribunale competente e rigettato. Il tribunale precisa che il corretto inquadramento giuridico non è l’articolo 2048 del codice civile, ma la responsabilità contrattuale, con il regime probatorio dell’art. 1218 c.c.. Valorizza poi la relazione dell’insegnante e la sua conferma testimoniale per escludere l’evitabilità dell’evento, la pericolosità delle attrezzature, l’inadempimento dell’obbligo di vigilanza e il nesso causale tra condotta della scuola e danno. I genitori ricorrono in Cassazione, che decide con l’ordinanza n. 27244/2026 di raccolta generale, pubblicata il 19 ottobre 2026. La questione giuridica Il punto centrale è semplice da enunciare e meno semplice da applicare. Quando un alunno si fa male da solo durante l’attività scolastica, chi deve provare che cosa? Basta dimostrare che l’infortunio è avvenuto in orario di lezione perché la scuola risponda, oppure occorre individuare una condotta inadempiente dell’istituto o dell’insegnante? Il quadro normativo L’art. 2048 c.c. disciplina la responsabilità di genitori, tutori e insegnanti per il danno causato dal fatto illecito dei minori affidati alla loro vigilanza. In altri termini, riguarda il danno che l’allievo provoca a un terzo. L’art. 2043 c.c. è la clausola generale del risarcimento per fatto illecito. L’art. 2050 c.c. regola le attività pericolose, con una presunzione di colpa a carico dell’esercente. L’art. 1218 c.c. stabilisce che il debitore che non esegue la prestazione dovuta risponde del danno, se non prova che l’inadempimento deriva da impossibilità a lui non imputabile. La decisione della Corte La Corte, nell’esame congiunto dei primi due motivi, segue una linea in due tempi. Sul piano processuale, li dichiara in parte inammissibili. Il ricorso, secondo i giudici, è prolisso e ripetitivo e riproduce ampi brani di atti e sentenze. Mescola nello stesso motivo violazione di legge, omesso esame di fatti, travisamento della prova e critica alla valutazione delle prove, senza localizzare con precisione gli atti su cui si fonda. L’art. 366 c.p.c. richiede invece una esposizione chiara e specifica, e un ricorso trasformato in un assemblaggio di riproduzioni lascia alla Corte il compito di ricostruire la censura. Inammissibile è anche la denuncia di omesso esame di un fatto decisivo. Il ricorso è stato notificato nel settembre 2024, dopo l’entrata in vigore della disciplina che esclude questo motivo in caso di cosiddetta doppia conforme. Questa ricorre quando l’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni di fatto, e la Corte precisa che non occorre che le due sentenze siano identiche: basta lo stesso percorso logico-argomentativo, anche integrato da ulteriori argomenti del giudice d’appello. Nel merito, la Corte ritiene comunque i motivi infondati. Richiama le Sezioni Unite (n. 9346/2002), secondo cui il rapporto tra scuola e alunno ha natura contrattuale e la scuola assume un obbligo di protezione e vigilanza. L’istituto deve provare di aver adempiuto o che l’evento dipende da causa non imputabile. L’alunno, per parte sua, deve provare il nesso causale tra il fatto e il danno. La Corte richiama anche un’altra pronuncia, la n. 2114/2024, a conferma del principio. Ne discende che non basta affermare che l’infortunio è avvenuto durante l’orario scolastico: occorre indicare una condotta inadempiente e il suo legame causale con il danno. La Corte aggiunge un criterio specifico per la pratica sportiva. La responsabilità dell’istituto per il danno che l’alunno si cagiona da sé presuppone che il danno sia la concretizzazione di un rischio anomalo, cioè non connesso normalmente allo sport praticato, e che l’evento non fosse imprevedibile o inevitabile. La prova dell’imprevedibilità grava sul convenuto. Il giudizio sulla sua sussistenza, però, è fattuale e non è censurabile in sede di legittimità se non per difetto radicale di motivazione. Sono respinte anche le altre doglianze. Il richiamo all’art. 2050 c.c. non regge, perché il semplice svolgimento di esercizi o giochi con il pallone durante l’educazione fisica non rende, di per sé, pericolosa in senso tecnico l’attività. Non c’è nemmeno omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., perché il tribunale ha affrontato la qualificazione giuridica e ha ritenuto provata la non imputabilità dell’evento. Il mancato accoglimento della tesi dei ricorrenti non equivale a omessa pronuncia. Irrilevante infine che si trattasse di pallavolo o di pallacanestro, o che l’attività fosse in cortile anziché in palestra, perché la decisione si fonda sulla relazione dell’insegnante e sulla deposizione testimoniale. Le spese di lite Il terzo motivo riguarda le spese del giudizio d’appello. I ricorrenti sostengono che vi sarebbe stata soccombenza reciproca, perché il tribunale aveva respinto alcune eccezioni degli appellati, tra cui l’inammissibilità dell’appello. La Corte replica che chi ha visto respingere integralmente