Il lavoro della casalinga ha un valore economico: la Cassazione conferma il diritto al risarcimento anche senza spese sostenute per un aiuto domestico

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione torna a occuparsi del danno da perdita della capacità di lavoro domestico, ribadendo un principio che negli ultimi trent’anni ha progressivamente rafforzato la tutela di chi si dedica alla cura della casa e della famiglia. Il caso trae origine da un grave sinistro stradale nel quale una donna, trasportata su un veicolo coinvolto in uno scontro frontale, riportava lesioni personali di rilevante entità. La consulenza tecnica d’ufficio disposta nel giudizio di merito accertava non solo l’esistenza di un danno biologico permanente, ma anche una riduzione del 66% della capacità della vittima di svolgere le attività domestiche che la caratterizzavano prima dell’incidente. Sia il giudice di primo grado sia la Corte d’appello di Milano, pur non mettendo in dubbio l’accertamento medico-legale, negavano il risarcimento della componente patrimoniale legata a tale perdita. La ragione addotta era sempre la stessa: mancava la prova di spese effettivamente sostenute per sostituire, tramite l’intervento di terzi, l’attività domestica non più svolgibile. Secondo i giudici di merito, insomma, senza uno scontrino, una ricevuta o un contratto con una collaboratrice familiare, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro casalingo non poteva dirsi provato. La questione giuridica sottoposta alla Cassazione La ricorrente ha impugnato la decisione lamentando la violazione degli artt. 1223, 1226, 2056 e 2729 del codice civile, sostenendo che il giudice, una volta accertata l’esistenza del danno attraverso la c.t.u., avrebbe dovuto procedere alla sua liquidazione in via equitativa, senza subordinare il riconoscimento del risarcimento alla prova di esborsi specifici. Il nodo centrale della controversia, dunque, non riguardava l’an del danno – ossia se la vittima avesse effettivamente subito una compromissione della propria capacità domestica – bensì la modalità con cui tale pregiudizio potesse e dovesse essere provato e quantificato. Il valore giuridico del lavoro domestico La Corte, nell’accogliere il ricorso, ripercorre un orientamento che affonda le radici in pronunce risalenti agli anni Ottanta e che si è progressivamente consolidato fino ai giorni nostri. Il punto di partenza è un’affermazione di principio: il lavoro domestico non è confinato nell’area dell’irrilevanza giuridica per il solo fatto di non tradursi in una monetizzazione immediata. Chi si occupa della gestione della casa, del coordinamento dei bisogni familiari e dell’organizzazione della quotidianità svolge un’attività economicamente valutabile, e la sua compromissione, anche parziale, incide su un’utilità patrimoniale autonoma rispetto al danno alla salute. Questa distinzione tra danno biologico e danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa domestica non è meramente teorica. Il danno alla salute ristora la lesione dell’integrità psicofisica sul piano dinamico-relazionale, un interesse immateriale privo di equivalente di mercato; il danno patrimoniale, invece, compensa la perdita della capacità di rendere una prestazione economicamente apprezzabile, per la quale il mercato offre effettivamente un termine di paragone. Riconoscere entrambe le voci non genera, quindi, una duplicazione risarcitoria, ma dà atto della natura plurioffensiva della lesione alla persona. Il fondamento normativo di questa impostazione viene individuato dalla Corte in una pluralità di disposizioni: gli artt. 143, terzo comma, e 148 del codice civile, che attribuiscono rilievo alla capacità di lavoro casalingo nell’ambito del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia; l’art. 230-bis c.c., che valorizza il lavoro prestato all’interno del nucleo familiare; l’art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970, che ai fini dell’assegno divorzile impone di considerare il contributo di ciascun coniuge alla conduzione familiare. A monte, la Corte richiama gli artt. 4 e 37 della Costituzione, che tutelano rispettivamente la scelta di qualsiasi forma di lavoro e i diritti della donna lavoratrice. Perché la prova delle spese sostitutive non è necessaria Il cuore dell’ordinanza sta nel superamento definitivo dell’equazione, adottata dai giudici di merito, tra danno e spesa sostenuta per rimediarvi. La Corte chiarisce che il costo sopportato per l’intervento di un collaboratore domestico rappresenta soltanto una delle possibili modalità con cui la vittima può porre rimedio alle conseguenze della perdita della propria capacità, ma non ne costituisce il parametro identificativo. Il danno consiste, piuttosto, nella perdita stessa della capacità lavorativa: una volta accertato che la persona svolgeva attività domestiche e che, a seguito della lesione, non può più svolgerle in tutto o in parte, il pregiudizio patrimoniale sussiste indipendentemente dalla scelta, operata dal danneggiato, di ricorrere o meno all’aiuto di terzi, a titolo oneroso o gratuito. Questa impostazione, precisa la Corte, non equivale ad ammettere una figura di danno in re ipsa. Resta infatti necessario l’accertamento di due elementi: che la vittima svolgesse effettivamente il lavoro domestico prima del fatto lesivo, e che tale capacità sia stata compromessa, totalmente o parzialmente, dalle conseguenze della lesione. Su questo secondo profilo, la giurisprudenza richiamata nell’ordinanza ammette che la prova dello svolgimento dell’attività di casalinga possa essere desunta anche in via presuntiva, ex art. 2727 c.c., dalla semplice circostanza che la vittima non avesse un’occupazione lavorativa esterna, spostando semmai sulla parte che nega il danno l’onere di dimostrare il contrario. I criteri di liquidazione Una volta accertata l’esistenza del danno, la sua quantificazione avviene secondo il criterio equitativo previsto dall’art. 1226 c.c., richiamato dall’art. 2056 c.c. La Corte segnala che, nella prassi, si ricorre spesso al reddito figurativo di una collaborazione domestica, opportunamente adattato per tenere conto della maggiore ampiezza dei compiti effettivamente svolti dalla casalinga rispetto a quelli di una lavoratrice dipendente. In letteratura vengono utilizzati anche altri parametri, come il costo di sostituzione o il costo opportunità, che permettono di valutare il tempo dedicato al lavoro domestico in base a quanto la persona avrebbe potuto guadagnare impiegando le medesime ore nel mercato del lavoro retribuito. Implicazioni pratiche Per le vittime di sinistri stradali o di altri fatti illeciti, la pronuncia rappresenta un rafforzamento significativo della tutela risarcitoria: chi si dedica alla cura della casa e della famiglia non dovrà più dimostrare di aver sostenuto spese specifiche per ottenere il ristoro della perdita della propria capacità lavorativa domestica, essendo sufficiente la prova, anche presuntiva, dello svolgimento di tale attività e della sua compromissione. Per le compagnie assicurative e per i professionisti che le assistono, l’ordinanza impone una revisione dei criteri
Alberi caduti sulla strada statale: chi risponde dei danni tra responsabilità oggettiva e caso fortuito

Quando il maltempo non basta a esonerare l’ente proprietario della strada dalla responsabilità ex art. 2051 c.c. Lungo il ciglio di una strada statale, in un tratto della Via Appia gestito dall’ente proprietario, quattro pini di alto fusto crollano al suolo, abbattendosi su un fondo agricolo privato e sull’impresa che vi operava. Il proprietario del fondo agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni, invocando la responsabilità da cose in custodia prevista dall’art. 2051 del codice civile a carico dell’ente che ha in gestione la strada e, con essa, gli alberi che vi insistono. La domanda viene tuttavia respinta sia in primo grado sia in appello. La Corte d’Appello di Napoli ritiene che il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno sia stato interrotto da un caso fortuito, individuato nelle avverse condizioni atmosferiche del giorno del sinistro. A sostegno di questa conclusione, il giudice di merito valorizza tre elementi: un dato tecnico sulla velocità del vento fornito dal consulente tecnico d’ufficio, la circostanza che la caduta degli alberi non fosse un episodio isolato ma avesse interessato più esemplari lungo lo stesso tratto stradale, e la presenza di profonde buche nel terreno in corrispondenza dei punti in cui si trovavano i pini sradicati. La responsabilità da cose in custodia: un criterio oggettivo Il caso consente alla Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24158/2026, di ribadire l’impianto sistematico della responsabilità disciplinata dall’art. 2051 c.c., ormai consolidato a partire dalle note pronunce del 2018 e confermato da una giurisprudenza costante, inclusa quella delle Sezioni Unite. Si tratta di una responsabilità di natura oggettiva: il danneggiato non deve provare la colpa del custode, ma soltanto il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento dannoso. Specularmente, il custode può liberarsi da responsabilità unicamente dimostrando il caso fortuito, ossia un fattore esterno alla relazione di custodia, dotato di autonoma ed assorbente efficacia causale, tale da spezzare il collegamento tra la cosa e il danno. Quando il caso fortuito viene individuato in un evento atmosferico, la giurisprudenza di legittimità richiede un accertamento rigoroso: non basta il ricorso a nozioni di comune esperienza, ma occorre un’indagine fondata su dati scientifici di tipo statistico, riferiti al contesto specifico in cui la cosa custodita si trovava al momento dell’evento. Solo un fenomeno realmente imprevedibile ed eccezionale, verificato con questo grado di precisione, può assumere rilievo causale esclusivo ed escludere la responsabilità dell’ente. Perché la motivazione della Corte territoriale non ha retto Applicando questi principi al caso concreto, la Cassazione ha ritenuto che gli elementi posti a fondamento della decisione di appello fossero privi di reale concludenza. Il numero di alberi caduti nello stesso contesto, di per sé, non permette alcuna inferenza sull’intensità del vento, perché occorrerebbe conoscere la natura, la tipologia, le dimensioni e le condizioni specifiche di ciascuna pianta, elementi del tutto trascurati dalla sentenza impugnata. Le buche rinvenute accanto ai tronchi caduti, a loro volta, non fotografano lo stato dei luoghi al momento del sinistro, bensì una situazione successiva, generata dalla stessa operazione di estirpazione degli alberi ormai abbattuti: un posterius inidoneo a provare alcunché sulla dinamica dell’evento. Ma il punto più significativo riguarda il dato tecnico posto a fondamento della qualificazione del vento come “massimo grado di tempesta” secondo la scala Beaufort. La relazione peritale, trascritta senza alcun vaglio critico nella sentenza di merito, indicava una velocità di 5,8 metri al secondo definendola equivalente a 170 chilometri orari. Si tratta di un’equivalenza matematicamente errata: applicando la conversione corretta, 5,8 m/s corrispondono a circa 20,88 km/h, un valore che sulla scala Beaufort individua un vento moderato, non certo una tempesta di massima intensità. Di fronte a un’incongruenza così manifesta tra le due unità di misura, la Cassazione ha ricordato che il giudice di merito non può recepire acriticamente le conclusioni del consulente tecnico, ma è tenuto a esercitare un controllo sulla loro intrinseca razionalità. La decisione Sulla base di questi rilievi, la Corte ha accolto il ricorso, cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, per un nuovo esame che tenga conto dei principi enunciati e demandando al giudice del rinvio anche la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità. Le implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti per più categorie di soggetti. Per i proprietari di fondi confinanti con strade pubbliche o di alberature soggette a custodia altrui, la decisione conferma che l’onere probatorio a proprio carico si esaurisce nella dimostrazione del nesso causale tra la cosa e il danno, senza dover indagare profili di colpa dell’ente gestore. Per gli enti proprietari e gestori di strade, e più in generale per chiunque abbia in custodia beni potenzialmente pericolosi come alberature di alto fusto, l’ordinanza segnala che l’esimente del caso fortuito da evento atmosferico non può fondarsi su valutazioni generiche o su perizie tecniche non sottoposte a un effettivo controllo di coerenza interna: occorrono dati scientifici solidi, statisticamente riferiti al contesto specifico, e una motivazione che dia conto in modo puntuale della loro attendibilità. Per i professionisti che assistono le parti in controversie di questo tipo, la pronuncia rappresenta un utile riferimento sulla tecnica di contestazione delle CTU meteorologiche, spesso decisive in questo tipo di contenzioso. Conclusioni La vicenda ricorda come, in tema di responsabilità da cose in custodia, il rigore probatorio richiesto per la prova liberatoria del caso fortuito non ammetta scorciatoie argomentative, specie quando si tratti di eventi atmosferici: solo dati scientifici verificabili e coerenti possono spezzare il nesso causale che la legge presume a carico del custode. Il nostro studio è a disposizione per approfondire le implicazioni di questa pronuncia e per assistere chi si trovi ad affrontare controversie analoghe in materia di responsabilità da cose in custodia.
Negoziazione assistita ordinata dal giudice: l’invito va notificato all’avvocato, non alla parte

Un errore di notifica può travolgere l’intero giudizio: lo dice il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Tutto parte da una controversia patrimoniale non insolita nella prassi forense: un creditore procede a un’offerta reale per estinguere un debito derivante da una precedente sentenza di condanna, ottiene il deposito della somma presso un istituto di credito e chiede la cancellazione dell’ipoteca legale iscritta a garanzia del credito originario. Ne nasce però un contenzioso ulteriore, perché la parte che ha effettuato l’offerta pretende anche il rimborso delle spese sostenute per l’intera procedura – trascrizione della sentenza, preavviso di deposito, deposito giudiziario, notifica – oltre alla rifusione delle spese legali. La controparte si costituisce e contesta integralmente la pretesa. Il giudizio, incardinato presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, viene istruito, rinviato più volte e infine assegnato a un nuovo giudice, che alla prima udienza utile lo riserva in decisione concedendo i termini di legge per gli scritti conclusionali. La negoziazione assistita ordinata dal giudice Nel corso dell’istruttoria emerge un dato procedurale destinato a rivelarsi decisivo. Il giudice designato dispone, con ordinanza, che le parti attivino la procedura di negoziazione assistita entro un termine di quindici giorni. Si tratta di uno strumento di risoluzione alternativa della controversia disciplinato dal D.L. n. 132/2014, convertito nella L. n. 162/2014, il cui art. 3 impone, per le domande di pagamento di somme non eccedenti cinquantamila euro, di tentare preventivamente questa forma di composizione stragiudiziale prima di poter proseguire il giudizio, a pena di improcedibilità della domanda. Nel caso di specie l’onere non era stato assolto prima dell’introduzione della causa, ma il giudice, anziché dichiarare immediatamente l’improcedibilità, aveva concesso alle parti la possibilità di sanare la situazione disponendo l’attivazione della negoziazione in corso di giudizio. L’errore nella notifica dell’invito: alla parte anziché al difensore È qui che la vicenda assume il suo reale interesse pratico. In esecuzione dell’ordinanza, l’invito a stipulare la convenzione di negoziazione assistita viene trasmesso direttamente alla controparte, e non al suo procuratore costituito. Il convenuto eccepisce l’invalidità di questa modalità di notifica e, di conseguenza, l’improcedibilità della domanda per mancato corretto esperimento della procedura. Il Tribunale accoglie l’eccezione. Il ragionamento seguito muove da una premessa chiara: quando la negoziazione assistita viene disposta dal giudice nel corso di un processo già pendente, essa non costituisce un procedimento autonomo e distinto, bensì si inserisce come una parentesi endoprocessuale all’interno del giudizio in corso. Da questa qualificazione discende l’applicazione della regola generale dettata dall’art. 170, primo comma, c.p.c., secondo cui, una volta avvenuta la costituzione in giudizio, tutte le notificazioni e le comunicazioni relative a quel processo devono essere effettuate al procuratore costituito, e non direttamente alla parte personalmente. Il Tribunale richiama, a sostegno di questa lettura, precedenti di merito del Tribunale di Roma (nn. 10294/2022 e 1797/2023), segnalando quindi un orientamento già emerso in giurisprudenza di merito, sebbene non risultino, allo stato, pronunce della Cassazione specificamente dedicate a questo profilo: chi intenda verificare l’esistenza di eventuali arresti di legittimità sul punto può consultare la banca dati ufficiale della Corte di Cassazione. Poiché l’unico soggetto tecnicamente legittimato a ricevere l’atto e a interloquire con l’assistito, una volta costituita la difesa tecnica, è il difensore, l’invito notificato personalmente alla parte viene considerato tamquam non esset ai fini del corretto adempimento dell’onere procedurale. La domanda viene dunque dichiarata improcedibile, con integrale compensazione delle spese di lite in ragione della peculiarità della questione. Il principio affermato dal Tribunale La pronuncia, iscritta al n. 9519 del Ruolo Generale dell’anno 2022, consente di fissare un principio di ordine pratico ma di rilevanza tutt’altro che marginale: la negoziazione assistita disposta dal giudice in pendenza di causa non sfugge alle regole ordinarie sulle notificazioni processuali. Non si tratta di un procedimento parallelo e autonomo rispetto al giudizio, bensì di una fase che si innesta all’interno di esso, con la conseguenza che l’invito alla procedura segue le stesse regole di notifica di qualsiasi altro atto del processo pendente. Chi ha già nominato un difensore e lo ha costituito in giudizio non può quindi essere destinatario diretto dell’invito: è al procuratore che l’atto deve pervenire. Le conseguenze pratiche per professionisti e parti assistite Per gli avvocati, la pronuncia offre un’indicazione operativa che merita di essere annotata con attenzione: ogni volta che un’ordinanza giudiziale dispone l’attivazione della negoziazione assistita in un giudizio già pendente, l’invito alla controparte costituita va indirizzato esclusivamente al suo procuratore, mai alla parte personalmente, pena il rischio – non teorico, come dimostra il caso – di vedere dichiarata l’improcedibilità della propria domanda per un vizio procedurale del tutto evitabile. Per i clienti e per le parti in causa, la vicenda ricorda quanto la fase esecutiva di un’ordinanza giudiziale, per quanto marginale possa apparire rispetto al merito della controversia, richieda un controllo tecnico rigoroso: un errore di notifica, apparentemente formale, può travolgere anni di contenzioso e imporre la ripresentazione della domanda, con conseguente allungamento dei tempi e duplicazione dei costi. Il nostro studio segue con attenzione l’evoluzione della giurisprudenza in materia di negoziazione assistita e di procedure di risoluzione alternativa delle controversie: per una valutazione della corretta gestione degli adempimenti procedurali nel vostro specifico caso, il nostro team resta a disposizione per una consulenza dedicata.
Il patrocinio a spese dello Stato e l’indennità di accompagnamento: quando un sussidio assistenziale non è reddito

Una vicenda che nasce da un controllo dell’Agenzia delle Entrate Una persona invalida totale, titolare dal 2013 di un’indennità di accompagnamento di 551,53 euro mensili, era stata ammessa dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati competente al patrocinio a spese dello Stato. Un successivo controllo disposto dal giudice ed eseguito dall’Agenzia delle Entrate aveva però fatto emergere, sommando l’indennità alla pensione percepita, un reddito complessivo superiore alla soglia di legge, all’epoca fissata a 13.659,64 euro. Su questa base il Tribunale competente aveva revocato l’ammissione al beneficio. La persona interessata ha proposto opposizione ai sensi dell’art. 170 del d.P.R. 115/2002 e dell’art. 15 del d.lgs. 150/2011, sostenendo che l’indennità di accompagnamento non dovesse rientrare nel calcolo: senza di essa, il reddito rilevante si fermava a 9.514,67 euro, ampiamente al di sotto del limite. Il Tribunale di Grosseto, con il provvedimento reso nel procedimento RG 515/2026, ha accolto l’opposizione. La vicenda, nella sua linearità, restituisce con chiarezza un equivoco che da tempo attraversa la giurisprudenza di merito in materia di gratuito patrocinio: che cosa significhi davvero “reddito” ai fini dell’ammissione al beneficio. Il nodo interpretativo: redditi esenti e natura effettivamente reddituale L’art. 76, comma 1, del d.P.R. 115/2002 subordina l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato alla titolarità di un reddito imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore alla soglia periodicamente aggiornata dal Ministero della Giustizia. Il comma 3 della medesima disposizione aggiunge però che, ai fini della determinazione di quel limite, si tiene conto anche dei redditi esenti dall’imposta sulle persone fisiche o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposta sostitutiva. È proprio questa seconda previsione a generare il fraintendimento più diffuso nelle aule di giustizia: molti giudici di merito, leggendo il comma 3, hanno ritenuto che qualunque entrata esente da imposta dovesse comunque confluire nel calcolo, trattando la nozione di reddito ai fini del gratuito patrocinio come sostanzialmente sovrapponibile a quella tributaria, sia pure allargata alle esenzioni. La Corte di Cassazione ha invece più volte chiarito, come ricordato dal Tribunale di Grosseto, che il criterio distintivo non è la natura imponibile, esente o soggetta a ritenuta della somma, bensì la sua natura effettivamente reddituale. Concorrono al reddito rilevante le somme percepite a titolo risarcitorio quando sono destinate a reintegrare un danno consistito nella mancata percezione di redditi; non vi concorrono, viceversa, le somme che ristorano un pregiudizio di diversa natura, come un sussidio assistenziale. La soluzione del Tribunale di Grosseto Applicando questo criterio, il Tribunale ha ritenuto che l’indennità di accompagnamento per invalidità totale non rientri nella nozione di reddito di cui all’art. 76 del d.P.R. 115/2002, richiamando in tal senso l’orientamento espresso dalla Cassazione con le sentenze n. 26302 del 2018 e n. 24842 del 2015, entrambe relative proprio alla natura di sussidio destinato a fronteggiare gli oneri indispensabili di assistenza della persona disabile, e con la sentenza n. 27234 del 2020, che ha ribadito la medesima distinzione tra entrate propriamente reddituali e prestazioni di sostegno. Il Tribunale ha inoltre richiamato la sentenza n. 28810 del 2023, secondo cui la valutazione del reddito rilevante ai fini del beneficio deve seguire criteri differenti da quelli tributari, proprio perché risponde a una ratio diversa, quella di assicurare l’accesso alla giustizia a chi non dispone di mezzi economici adeguati. Sulla base di questi principi, il giudice ha escluso l’indennità dal computo, accertato che il reddito residuo si collocava sotto soglia, e ha riformato il provvedimento di revoca, ammettendo la parte opponente al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento in questione. Un orientamento non ancora consolidato Il provvedimento merita di essere segnalato anche per l’onestà con cui affronta lo stato dell’arte giurisprudenziale. Il Tribunale dà infatti atto dell’esistenza di indirizzi di segno opposto, più risalenti, secondo cui la determinazione del reddito dovrebbe tenere conto anche delle somme esenti da imposta indipendentemente dalla loro funzione, orientamento riconducibile alle pronunce n. 45159 del 2005 e n. 25194 del 2011. Pur dando conto di questo contrasto, il giudice ha ritenuto di aderire all’indirizzo più recente, definendolo espressamente non ancora consolidato ma maggiormente coerente con una lettura costituzionalmente orientata della norma, capace di distinguere tra chi percepisce redditi che incidono realmente sulla propria condizione patrimoniale e chi riceve somme prive di quella funzione. È un passaggio importante per chi opera nel settore: segnala che la questione, lungi dall’essere definitivamente risolta, resta esposta a letture difformi da parte dei diversi uffici giudiziari, e che l’esito di un’opposizione può ancora dipendere, in concreto, dall’orientamento cui il singolo giudice sceglie di aderire. Le implicazioni pratiche per chi assiste persone con disabilità Per i professionisti che assistono persone con invalidità e per gli stessi interessati, la vicenda offre indicazioni operative precise. Quando un ente previdenziale o l’Agenzia delle Entrate segnala il superamento della soglia reddituale includendo indennità di accompagnamento, assegni di invalidità o altre prestazioni a finalità assistenziale, non è affatto scontato che il calcolo sia corretto: occorre verificare, caso per caso, se la somma percepita abbia davvero natura sostitutiva di un reddito mancato oppure risponda a una funzione di sostegno a spese indispensabili legate alla disabilità. Nel secondo caso, l’opposizione ex art. 170 del d.P.R. 115/2002 resta uno strumento efficace, purché supportata da una ricostruzione puntuale della natura dell’emolumento e dalla giurisprudenza di legittimità più recente. Va infine segnalato un ulteriore profilo tecnico emerso dalla decisione: il giudice dell’opposizione contro la revoca dell’ammissione non può, nella stessa sede, liquidare i compensi del difensore, poiché quest’ultimo è titolare di un’autonoma legittimazione a tutela di un proprio diritto patrimoniale, da far valere nelle forme distinte previste dall’art. 83, comma 2, del medesimo decreto, come chiarito dalla Cassazione nella sentenza n. 14177 del 2025. In conclusione La decisione del Tribunale di Grosseto conferma un principio ormai sostenuto da una parte significativa, ma non unanime, della giurisprudenza di legittimità: la nozione di reddito rilevante per il patrocinio a spese dello Stato non coincide con quella tributaria, e le prestazioni assistenziali destinate a compensare gli oneri della disabilità non devono trasformarsi in un ostacolo all’accesso alla giustizia. Resta tuttavia un tema delicato,
Il CTU può acquisire documenti non prodotti dalle parti? La Cassazione fa chiarezza in tema di espropriazione

Quando la stima del terreno espropriato passa anche da un contratto trovato dal consulente Una proprietaria di un terreno situato in un comune dell’Emilia-Romagna, succeduta nella titolarità del bene all’originaria proprietaria, si è vista riconoscere dalla Corte d’appello di Bologna un’indennità di espropriazione calcolata sulla base del valore venale del fondo, ritenuto non edificabile. La Corte territoriale, dopo aver disposto due consulenze tecniche d’ufficio nel corso del giudizio, ha individuato il valore di riferimento richiamandosi a un atto notarile relativo a terreni agricoli limitrofi, nel quale il prezzo pattuito per metro quadro risultava significativamente inferiore rispetto a quanto sostenuto dalla proprietaria. Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione articolato su cinque motivi. Il nucleo della controversia, ai fini che qui interessano, riguardava in particolare il rapporto tra il criterio residuale del valore venale pieno e le più favorevoli valutazioni emerse dalle due consulenze tecniche svolte in corso di causa, oltre alla legittimità del rifiuto, da parte della Corte d’appello, di ammettere un contratto di affitto prodotto dalla parte proprio nel corso di una di quelle consulenze. La questione giuridica centrale: i poteri istruttori del consulente tecnico d’ufficio Il terzo motivo di ricorso, accolto dalla Corte, poneva una questione di particolare rilievo pratico per chi si occupa di contenzioso civile: può il consulente tecnico d’ufficio acquisire, nel corso delle proprie indagini, documenti che le parti non hanno tempestivamente prodotto negli atti processuali, senza che ciò determini l’inammissibilità di tale produzione? La Corte d’appello aveva risposto negativamente, dichiarando inammissibile l’acquisizione di un contratto di affitto ritenuto rilevante ai fini della stima del terreno secondo il criterio della capitalizzazione della redditività, in quanto tardivamente prodotto rispetto alle preclusioni istruttorie ordinarie. Il principio delle Sezioni Unite richiamato dall’ordinanza Per risolvere la questione, con ordinanza n. 22666 del 3 luglio 2026, la Corte di Cassazione ha richiamato un principio già affermato dalle Sezioni Unite, secondo cui il consulente tecnico nominato dal giudice, nei limiti dell’incarico affidatogli e nel rispetto del contraddittorio tra le parti, può acquisire autonomamente tutti i documenti necessari per rispondere ai quesiti posti, anche a prescindere dall’iniziativa delle parti stesse. Ciò perché al consulente non si applicano le preclusioni istruttorie che vincolano invece l’attività assertiva e probatoria delle parti in causa. Questo potere, tuttavia, non è illimitato: incontra un confine preciso nei fatti principali della controversia, ossia quei fatti costitutivi della domanda o delle eccezioni che rimangono onere esclusivo delle parti allegare e provare, salvo che si tratti di fatti rilevabili d’ufficio dal giudice. Al di fuori di questo perimetro — quindi per i fatti secondari, per gli elementi tecnici accessori e per i criteri operativi utilizzati nell’espletamento dell’incarico — l’acquisizione documentale del consulente resta pienamente legittima. L’applicazione al caso concreto: un criterio di stima, non un fatto principale Applicando questo principio al caso in esame, la Cassazione ha osservato che il contratto di affitto prodotto nel corso della consulenza tecnica non riguardava un fatto principale della controversia — che restava circoscritto all’entità del danno da esproprio e ai criteri legali applicabili — bensì unicamente uno strumento tecnico utile a individuare correttamente il criterio di stima del valore del terreno. Su questo piano, anzi, opera un principio ancora più ampio: è il giudice stesso a dover acquisire d’ufficio gli elementi necessari per pervenire a una corretta valutazione del bene. La Corte ha inoltre precisato un secondo profilo, altrettanto rilevante sul piano pratico: anche a voler ipotizzare una qualche irregolarità nell’acquisizione documentale, questa non avrebbe determinato una nullità assoluta rilevabile in ogni stato e grado, bensì una nullità relativa, sanabile se non eccepita tempestivamente dalla controparte nella prima difesa utile. Nel caso di specie, tale eccezione non risultava essere mai stata sollevata dal Comune controricorrente. Le implicazioni pratiche per il contenzioso civile Questa pronuncia offre indicazioni operative di sicuro interesse per chi assiste parti in giudizi che prevedono l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, non solo in materia di espropriazione ma in ogni ambito in cui la stima di un bene o la ricostruzione di un dato tecnico richieda l’apporto di un ausiliario del giudice. Per i professionisti che assistono privati cittadini, il principio rassicura sulla possibilità di veicolare, tramite il consulente, elementi tecnici sopravvenuti o non tempestivamente allegati, purché essi non riguardino direttamente i fatti costitutivi della domanda. Per le imprese e gli enti pubblici convenuti in giudizio, la pronuncia richiama invece l’attenzione su un profilo spesso trascurato: l’eventuale contestazione dei poteri istruttori del consulente deve essere sollevata tempestivamente, pena la sanatoria del vizio. Sul piano più generale, la Cassazione conferma inoltre, richiamando propri precedenti in materia di espropriazione, che il criterio del valore venale pieno resta la regola per i terreni non edificabili, salvo la dimostrazione di una destinazione intermedia riconducibile alla normativa vigente e non alla mera edificabilità di fatto. Conclusione L’ordinanza in commento consolida un principio di equilibrio tra rigore delle preclusioni processuali e funzionalità dell’istruttoria tecnica: il consulente d’ufficio resta uno strumento al servizio dell’accertamento tecnico, non un canale per aggirare le regole sull’allegazione dei fatti principali, ma nemmeno un ausiliario vincolato dalle stesse rigide preclusioni riservate alle parti. Il nostro studio è a disposizione per approfondire le implicazioni di questa pronuncia rispetto a controversie in materia di espropriazione, consulenze tecniche e contenzioso civile in generale.
Divorzio non ancora definitivo e secondo matrimonio: quando la nullità non può più essere fatta valere

La Cassazione chiarisce i confini tra passaggio in giudicato delle sentenze di divorzio consensuale e acquiescenza tacita all’atto di chi, con la propria condotta successiva, ne ha riconosciuto gli effetti Una coppia coniugata dal 1988 con rito concordatario giunge alla cessazione degli effetti civili del matrimonio nel 2013, con sentenza del Tribunale competente pronunciata su conclusioni congiunte delle parti. Nella fase di notificazione della sentenza, tuttavia, il difensore della moglie provvede a notificarla soltanto personalmente al marito, omettendo la notifica sia al Pubblico Ministero presso il Tribunale sia al Pubblico Ministero presso la Corte d’appello competente, sia infine ai procuratori domiciliatari della stessa moglie, presso i quali quest’ultima aveva formalmente eletto domicilio nel giudizio di divorzio. Sulla base della sola notifica personale, la cancelleria attesta, ai sensi dell’art. 124 disp. att. cod. proc. civ., la mancata proposizione di impugnazioni, e la sentenza viene annotata come definitiva a margine dell’atto di matrimonio. Pochi giorni dopo, il marito contrae un nuovo matrimonio civile con un’altra donna. Il 12 novembre 2013, appena cinque giorni dopo le nozze, l’uomo muore. Passano quasi dieci anni. Nel 2023 la prima moglie propone ricorso ex art. 473 bis cod. proc. civ. per far dichiarare la nullità del secondo matrimonio, sostenendo che, non essendo stata la sentenza di divorzio notificata correttamente né al Pubblico Ministero né ai suoi difensori, gli effetti della pronuncia non fossero divenuti definitivi se non allo spirare del termine lungo di sei mesi dalla pubblicazione, ossia il 25 dicembre 2013. Alla data del secondo matrimonio, quindi, il marito non avrebbe ancora goduto del requisito dello stato libero prescritto dall’art. 86 cod. civ., con conseguente nullità del vincolo ai sensi dell’art. 117 cod. civ. Si costituisce in giudizio la seconda moglie, la quale evidenzia come l’attestazione di cancelleria facesse piena prova, ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., del mancato esperimento di impugnazioni, e come la prima moglie avesse peraltro già agito, nel 2014, per ottenere una quota della pensione di reversibilità del defunto quale ex coniuge titolare di assegno divorzile, senza mai contestare in quella sede la validità del secondo matrimonio. Il percorso nei gradi di merito Sia il Tribunale di primo grado sia la Corte d’appello respingono la domanda di nullità. I giudici di merito ritengono che le sentenze di divorzio pronunciate su domanda congiunta, o su conclusioni conformi delle parti, debbano ritenersi passate in giudicato sin dal momento della pubblicazione, in assenza di una parte soccombente titolare di un interesse concreto all’impugnazione. La Corte d’appello sottolinea inoltre come la condotta della prima moglie, che nel 2014 aveva agito per il riconoscimento di una quota della pensione di reversibilità presupponendo così la validità del matrimonio tra l’uomo e la seconda moglie, configuri un comportamento oggettivamente incompatibile con la successiva azione di nullità, tale da configurare una tacita rinuncia all’azione stessa. A ciò si aggiunge, secondo i giudici territoriali, la considerazione che la proposizione della domanda a distanza di un decennio risulti lesiva dell’affidamento incolpevole maturato dalla seconda moglie sulla stabilità del proprio stato civile. La decisione della Cassazione Investita di cinque motivi di ricorso, la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 23887/2026, conferma integralmente le statuizioni di merito e rigetta il ricorso. Il principio di diritto richiamato dalla Corte, già affermato in un precedente del 2014, stabilisce che la sentenza resa a seguito di conclusioni comuni delle parti, nell’ambito di un procedimento di divorzio originariamente contenzioso, è assimilabile a quella pronunciata in un giudizio di divorzio congiunto. Ne consegue che, quando il giudice abbia integralmente recepito le conclusioni congiunte, la sentenza non è impugnabile dai coniugi, mentre resta impugnabile soltanto qualora le conclusioni siano state, anche solo parzialmente, disattese. Il Pubblico Ministero, in ogni caso, conserva la facoltà di impugnare la sentenza, ma limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli, secondo quanto previsto dall’art. 5, quinto comma, della legge n. 898 del 1970. La Corte chiarisce che questa ricostruzione trova fondamento nella natura di volontaria giurisdizione del procedimento di divorzio su domanda congiunta, che si configura come procedimento camerale unilaterale privo di parti in posizioni contrapposte. Proprio l’assenza di soccombenza, quale requisito essenziale per l’esercizio del diritto di impugnazione, esclude che una parte che abbia ottenuto quanto richiesto possa successivamente rimettere in discussione l’accordo raggiunto. A questo argomento strutturale la Cassazione affianca un rilievo relativo alla condotta processuale della ricorrente: agendo nel 2014 per ottenere il riconoscimento di una quota della pensione di reversibilità quale ex coniuge titolare di assegno divorzile, la ricorrente ha necessariamente presupposto la validità del secondo matrimonio, ponendo in essere un comportamento incompatibile con la successiva azione di nullità. Tale condotta configura, secondo la Corte, un’ipotesi di rinuncia tacita che il richiamo al principio contra factum proprium rafforza sul piano della lealtà e della correttezza processuale: sarebbe infatti contrario a tali canoni consentire ad una parte che abbia ottenuto ciò che aveva richiesto di “pentirsi” successivamente di quanto aveva voluto. Le implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti su due piani distinti. Sul piano processuale, essa consolida l’orientamento secondo cui, nei procedimenti di divorzio definiti su conclusioni congiunte, il termine per l’impugnazione perde di fatto rilevanza per le parti che abbiano ottenuto l’accoglimento integrale delle proprie domande: la sentenza si consolida sin dalla pubblicazione, a prescindere dalle vicende della notificazione, salva la posizione del Pubblico Ministero per gli interessi patrimoniali dei figli. Sul piano sostanziale, la decisione ricorda che l’imprescrittibilità dell’azione di nullità matrimoniale non equivale a un’assenza di limiti al suo esercizio: una condotta processuale pregressa, incompatibile con la successiva contestazione di validità di un vincolo, può precludere l’azione per acquiescenza tacita, specie quando siano trascorsi anni e si siano consolidati affidamenti di terzi in buona fede. Per i professionisti che assistono clienti in situazioni di successione di vincoli matrimoniali o in controversie previdenziali connesse allo stato civile, la pronuncia suggerisce cautela nella formulazione di domande che presuppongano, anche implicitamente, il riconoscimento della validità di rapporti giuridici che si intenda successivamente contestare. Per un approfondimento sul proprio caso specifico, lo studio resta a disposizione per una valutazione personalizzata
Contratto di assicurazione senza polizza firmata: basta lo scambio di mail per provarlo?

La Cassazione conferma che l’esistenza e il contenuto della polizza possono emergere anche da email, condotte delle parti e altri documenti, purché ne sia dimostrata la provenienza Una compagnia assicurativa conveniva in giudizio una società operante nel settore dell’autotrasporto merci, sostenendo di avere con essa concluso un contratto di assicurazione per la responsabilità civile e per i danni alle cose trasportate. La polizza prevedeva un meccanismo di regolazione del premio: una parte fissa annua e una parte variabile, calcolata in percentuale sul fatturato dell’assicurata al netto dell’IVA. Secondo la compagnia, la società di trasporti non aveva versato il conguaglio dovuto in base all’andamento del fatturato dichiarato. La società convenuta si difendeva negando di avere mai sottoscritto quel contratto. A suo dire, l’accordo effettivamente concluso – per il tramite di un diverso intermediario assicurativo – prevedeva un premio fisso, senza alcuna clausola di conguaglio. Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda della compagnia. La società di trasporti impugnava la decisione, ma la Corte d’appello di Milano confermava la condanna. I giudici di merito osservavano che il disconoscimento della sottoscrizione sulla polizza prodotta in giudizio era stato validamente operato dalla società, e che pertanto – in assenza di un’istanza di verificazione della scrittura privata – quel documento non poteva essere utilizzato come prova. Tuttavia, la stessa società di trasporti aveva ammesso di avere comunque concluso un contratto assicurativo con la controparte, e dallo scambio di corrispondenza elettronica intercorsa tra le parti, oltre che dalla loro condotta complessiva, risultava con sufficiente chiarezza che il contenuto sostanziale dell’accordo coincidesse con quello prospettato dalla compagnia: premio in quota fissa, con conguaglio a fine annualità. La società soccombente proponeva quindi ricorso per Cassazione, affidato a due motivi. La compagnia assicurativa resisteva con controricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale. La questione giuridica: la forma scritta del contratto di assicurazione Il primo motivo di ricorso poneva una questione di sicuro interesse pratico per chi opera nel settore assicurativo e, più in generale, per chiunque concluda contratti che la legge richiede in forma scritta ad probationem. L’articolo 1888 del codice civile impone infatti che il contratto di assicurazione sia provato per iscritto. La ricorrente sosteneva che, una volta disconosciuta validamente la sottoscrizione della polizza prodotta in giudizio, e in mancanza di un’istanza di verificazione della scrittura privata, la domanda avrebbe dovuto essere respinta senza possibilità di dimostrare altrimenti l’esistenza e il contenuto del contratto. La Corte di cassazione ha ritenuto infondata questa impostazione, richiamando un orientamento risalente e mai smentito, secondo cui il requisito della forma scritta ai fini della prova non impone necessariamente la produzione della polizza sottoscritta da entrambe le parti. L’esistenza e il contenuto del contratto possono infatti risultare anche da documenti diversi, purché provengano dalle parti stesse e ne siano sottoscritti, e purché da essi sia possibile desumere con sufficiente certezza l’accordo e le sue clausole essenziali. Applicando questo principio, la Corte ha ricordato che la giurisprudenza ha in passato attribuito valore di prova scritta, tra l’altro, allo scambio di messaggi di posta elettronica tra assicurato e assicuratore – anche in assenza di firma elettronica qualificata o digitale -, alla ricevuta provvisoria di copertura rilasciata dall’agente munito di potere di rappresentanza, e alla quietanza di pagamento dell’indennizzo rilasciata dall’assicurato. Nel caso concreto, la Corte d’appello aveva correttamente valorizzato lo scambio di email tra le parti – nel quale la compagnia richiedeva la regolazione del premio e la società comunicava l’ammontare del proprio fatturato – come elemento idoneo a dimostrare l’esistenza della clausola di conguaglio. La Cassazione ha inoltre precisato che stabilire se, in concreto, i documenti disponibili costituiscano prova sufficiente o insufficiente dell’esistenza del contratto e del suo contenuto è un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, salvo che entro i ristretti margini del vizio di sussunzione manifesto o del travisamento della prova. Il secondo motivo: obiter dictum e onere della prova Con il secondo motivo, la società ricorrente censurava un passaggio della sentenza d’appello in cui si osservava che essa, pur avendo ammesso di avere concluso un contratto assicurativo, non ne aveva depositato copia: a suo avviso, tale rilievo avrebbe illegittimamente invertito l’onere della prova a proprio carico. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo, chiarendo che il passaggio censurato costituiva un mero obiter dictum e non la ratio decidendi della pronuncia. La domanda della compagnia, infatti, era stata accolta non perché la società non avesse dimostrato l’esistenza del contratto da essa affermato, ma per la diversa e autonoma ragione che l’esistenza del contratto – nel contenuto sostenuto dalla compagnia – era stata ritenuta dimostrata dalla stessa compagnia attrice. Una distinzione tecnica ma rilevante: si può censurare in Cassazione solo ciò che ha effettivamente sorretto la decisione, non ogni singola affermazione contenuta nella motivazione. Il ricorso incidentale: omessa pronuncia sull’appello incidentale La compagnia assicurativa, dal canto suo, aveva proposto ricorso incidentale lamentando che la Corte d’appello avesse omesso qualsiasi pronuncia sui due motivi del proprio appello incidentale, relativi alla quantificazione del debito. La Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente fondato, avendo verificato che l’appello incidentale era stato effettivamente proposto e articolato nella comparsa di costituzione in appello, senza che la Corte territoriale ne avesse dato alcun conto in motivazione. La decisione La Corte ha pertanto rigettato il ricorso principale della società di trasporti, confermando il principio secondo cui l’esistenza e il contenuto di un contratto di assicurazione possono essere provati anche in assenza della polizza sottoscritta, tramite altri documenti provenienti dalle parti e idonei a dimostrarne l’accordo. Ha invece accolto il ricorso incidentale della compagnia, cassando la sentenza impugnata nella parte relativa all’omessa pronuncia sul quantum debeatur e rinviando la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Implicazioni pratiche Questa pronuncia della Corte di cassazione, pubblicata il 22 luglio 2026 (racc. gen. n. 23855/2026), offre indicazioni operative di rilievo per imprese e professionisti che operano nel settore assicurativo e per chiunque gestisca rapporti contrattuali soggetti a un requisito di forma
Test del capello nella separazione: la prova segreta di uso di stupefacenti è utilizzabile in giudizio?

L’accertamento tossicologico eseguito a insaputa del coniuge tra privacy, rischio penale e valore probatorio incerto Nei procedimenti di separazione capita sempre più spesso che un coniuge sospetti l’altro di fare uso di sostanze stupefacenti e cerchi di procurarsi una prova prima ancora di rivolgersi al giudice. Una delle modalità più discusse è il prelievo di capelli da un pettine o da una spazzola, seguito dall’invio del campione a un laboratorio privato per un’analisi tossicologica, il tutto senza che l’interessato ne sia a conoscenza. Il certificato così ottenuto viene poi prodotto in causa come prova dell’inidoneità genitoriale o dell’addebito. La domanda che si pone lo studio è se questo materiale possa davvero essere utilizzato dal giudice civile, e a quali condizioni. Il dato tossicologico è un dato sanitario a tutela rafforzata Il risultato di un’analisi condotta sui capelli per rilevare l’uso di stupefacenti non è un dato qualunque: costituisce un dato relativo alla salute ai sensi dell’art. 9 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e rientra, nell’ordinamento interno, tra le categorie particolari di dati disciplinate dall’art. 2-septies del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice Privacy). Si tratta di categorie il cui trattamento è vietato in via generale, salvo che ricorra una delle condizioni tassativamente previste dalla norma europea. Prelevare capelli da un pettine senza il consenso del titolare e inviarli a un laboratorio per un esame tossicologico integra dunque un trattamento di dati sanitari privo di base giuridica. Il prelievo a insaputa dell’interessato può avere rilevanza penale Chi acquisisce il campione in questo modo non corre soltanto un rischio sul piano civile. Il trattamento illecito di dati rientranti nelle categorie particolari dell’art. 9 GDPR, tra cui i dati sanitari, è sanzionato penalmente dall’art. 167, comma 2, del D.Lgs. 196/2003, quando dalla condotta derivi un nocumento all’interessato. Prima di procurarsi la prova in questo modo, chi intende farlo dovrebbe essere consapevole che la fase di acquisizione del campione può esporlo, a sua volta, a conseguenze penali. Nel processo civile non esiste una regola di esclusione automatica Qui si colloca il nodo più delicato per chi deve valutare se produrre in giudizio una prova di questo tipo. Il processo penale conosce, all’art. 191 c.p.p., l’inutilizzabilità delle prove acquisite in violazione di divieti di legge; il codice di procedura civile non contiene una regola equivalente. L’art. 160-bis del D.Lgs. 196/2003 si limita a rinviare alle disposizioni processuali per stabilire validità ed efficacia degli atti fondati su un trattamento di dati non conforme alla legge, e in assenza di una disposizione processuale specifica il risultato è che il giudice civile valuta la prova secondo il proprio prudente apprezzamento, ai sensi dell’art. 116, comma 1, c.p.c.. Giurisprudenza e dottrina prevalenti hanno elaborato, in particolare nel diritto di famiglia, un criterio di bilanciamento tra il diritto alla prova e il diritto alla riservatezza e alla dignità della persona, demandando al giudice del caso concreto la valutazione comparativa tra gli interessi in gioco. Il precedente di riferimento sul test del capello nei procedimenti di famiglia Un provvedimento di particolare interesse per la materia è l’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione I civile, del 19 gennaio 2026, n. 1008, resa in un procedimento riguardante l’affidamento dei figli in cui era in discussione proprio l’uso di stupefacenti da parte di un genitore. La Corte ha confermato che, in questo tipo di procedimenti, il giudice dispone di ampi poteri istruttori officiosi e può disporre d’ufficio l’esame del capello. Nel caso specifico, uno dei genitori si era presentato completamente depilato all’accertamento, rendendone di fatto impossibile l’esecuzione: la Corte territoriale aveva desunto da questo comportamento la prova positiva per presunzione semplice, ai sensi dell’art. 2729 c.c., qualificandolo come fatto univoco, preciso e concordante, e la Cassazione ha ritenuto corretta tale impostazione. E il prelievo effettuato in autonomia da un privato? Diverso è il caso in cui l’accertamento non venga disposto dal giudice, ma sia procurato in autonomia da una delle parti. Un precedente utile per inquadrare questa ipotesi, pur riguardando dati genetici raccolti da un’agenzia investigativa su mozziconi di sigaretta anziché capelli, è la sentenza della Cassazione civile, Sezione I, n. 21014/2013, che ha ritenuto illecito il prelievo e il successivo trattamento di dati genetici altrui, effettuato per finalità predittive anziché sanitarie, senza il consenso dell’interessato e senza l’autorizzazione dell’Autorità Garante. Il principio, per analogia, si attaglia anche al prelievo di capelli da un pettine a fini tossicologici: la mancanza di consenso e di base legittimante rende l’acquisizione del campione, a monte, un’operazione non conforme alla disciplina sulla protezione dei dati personali. Il valore probatorio del certificato privato: tre criticità Anche ammesso che il giudice, nell’esercizio del proprio bilanciamento, decida di non escludere a priori il certificato di laboratorio privato, questo tipo di prova presenta debolezze strutturali che ne riducono significativamente il peso. La prima riguarda la legittimità stessa dell’acquisizione, che può indurre il giudice a non valorizzarla nel bilanciamento tra gli interessi in gioco. La seconda attiene all’affidabilità scientifica del campione: trattandosi di materiale prelevato da un oggetto di uso comune anziché raccolto in sede con le dovute garanzie, la catena di custodia non è certificata e l’attendibilità del prelievo può essere agevolmente contestata dalla controparte. La terza criticità è di ordine strettamente processuale: anche qualora fosse ammessa, una prova unilaterale prodotta da una parte ha un peso persuasivo tendenzialmente inferiore rispetto a un accertamento tecnico disposto d’ufficio dal giudice, sul quale i tribunali di famiglia preferiscono normalmente fondare il proprio convincimento. La strategia processuale corretta Alla luce di questo quadro, la via più solida non è procurarsi autonomamente il certificato, ma chiedere al giudice della separazione di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, il test tossicologico sul capello nei confronti dell’altro coniuge, secondo una prassi già consolidata nei procedimenti sull’affidamento dei figli. In questo contesto, come insegna l’ordinanza n. 1008/2026, se il coniuge chiamato all’accertamento rifiuta di sottoporvisi o si presenta depilato, tale condotta può essere valorizzata dal giudice come argomento di prova ai sensi dell’art. 2729 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., con un effetto probatorio potenzialmente più incisivo
Licenziamento e incapacità naturale: le Sezioni Unite fissano i termini per l’impugnazione

Cosa succede se una lavoratrice, colpita da un grave disturbo psichico, riceve la lettera di licenziamento senza essere in condizione di comprenderne il contenuto? La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la pronuncia n. 23486/2026, ha risposto a questo interrogativo, chiudendo una vicenda giudiziaria complessa che ha attraversato tre gradi di giudizio, un rinvio alla Corte Costituzionale e una rimeditazione dei principi consolidati in materia di decadenza. La vicenda storica Una dipendente, assente ingiustificata dal lavoro per diciotto giorni consecutivi nell’estate del 2015, riceveva dalla società datrice di lavoro una contestazione disciplinare, cui non seguiva alcuna giustificazione nei termini concessi. Il datore di lavoro procedeva quindi al licenziamento senza preavviso, comunicato con lettera regolarmente ricevuta e sottoscritta dalla destinataria. Il termine di sessanta giorni previsto dall’art. 6 della legge n. 604 del 1966 per l’impugnazione, tuttavia, decorreva inutilmente: solo mesi dopo la lavoratrice contattava l’azienda, e soltanto con ricorso notificato alla fine del 2016 proponeva l’impugnazione giudiziale del recesso. A giustificazione del ritardo, la dipendente allegava di essere stata affetta, nel periodo rilevante, da una grave crisi depressiva con dissociazione dalla realtà, tale da comportare uno stato di incapacità di intendere e di volere, accertato attraverso una consulenza tecnica svolta in un separato giudizio di affidamento del figlio minore e confermata da un ausiliario nominato nel corso del giudizio di impugnazione del licenziamento. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Palermo respingevano tuttavia le sue ragioni, ritenendo maturata la decadenza e richiamando l’orientamento tradizionale secondo cui la validità degli atti recettizi prescinde dallo stato soggettivo del destinatario. La questione giuridica: decadenza e presunzione di conoscenza Il nodo interpretativo riguardava l’art. 1335 del codice civile, norma che disciplina l’efficacia degli atti recettizi (tra cui rientra la lettera di licenziamento) stabilendo che essi si reputano conosciuti nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario, salvo che questi provi di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia. Secondo l’orientamento risalente della Sezione Lavoro, tale prova contraria deve fondarsi su circostanze oggettive esterne (un disguido postale, un impedimento materiale nella consegna) e non può valorizzare condizioni soggettive del ricevente, quale l’incapacità naturale: diversamente, si finirebbe per introdurre una causa di sospensione della decadenza non prevista dalla legge, in contrasto con l’art. 2964 del codice civile. La ricorrente sosteneva invece che questa lettura, se applicata rigidamente al rapporto di lavoro, sacrificasse in modo sproporzionato diritti di rilievo costituzionale come il diritto alla salute, il diritto di difesa e il diritto al lavoro, tutti coinvolti quando il licenziamento colpisce una persona incapace di comprendere il significato dell’atto ricevuto. Il percorso processuale: dalla Sezione Lavoro alla Corte Costituzionale Investita del ricorso, la Sezione Lavoro rimetteva la questione alle Sezioni Unite, evidenziandone la particolare importanza. Le Sezioni Unite, dal canto loro, pur confermando l’interpretazione tradizionale dell’art. 1335 cod. civ. — la conoscenza rilevante ai fini della norma è una conoscenza legale, fondata sulla conoscibilità oggettiva, non una conoscenza psicologica effettiva — hanno ritenuto che l’irrigidimento di questo principio nel rapporto di lavoro subordinato potesse risultare costituzionalmente inadeguato, data la peculiare natura dei diritti in gioco rispetto alla ordinaria disciplina dei contratti. Hanno perciò sollevato, con ordinanza interlocutoria, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, primo comma, della legge n. 604 del 1966, nella parte in cui fa decorrere il termine di impugnazione dalla ricezione dell’atto anche quando il lavoratore versi, incolpevolmente, in stato di incapacità naturale. La pronuncia della Corte Costituzionale La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 111 del 2025, ha accertato il contrasto della norma con gli artt. 4 e 35 della Costituzione, che tutelano il diritto al lavoro. Ha però evitato di accogliere la soluzione originariamente prospettata — far decorrere il termine dalla cessazione dello stato di incapacità — perché ciò avrebbe introdotto un elemento di incertezza indefinita, incompatibile con la funzione stessa dell’istituto della decadenza. Ha optato invece per una soluzione intermedia: il lavoratore incapace è esonerato dall’onere di impugnazione, anche stragiudiziale, nel termine breve di sessanta giorni, ma resta comunque tenuto a proporre l’impugnazione giudiziale entro il più ampio termine di duecentoquaranta giorni dalla ricezione della comunicazione di recesso. La decisione delle Sezioni Unite Tornata la causa all’esame delle Sezioni Unite, la Corte ha preso atto che, nel caso concreto, anche il termine di duecentoquaranta giorni indicato dalla Consulta non era stato rispettato: a fronte di un licenziamento ricevuto a settembre 2015, l’impugnazione giudiziale era stata proposta soltanto a novembre 2016, ben oltre la scadenza. La Corte ha dunque rigettato il ricorso, confermando la sentenza impugnata sia pure con motivazione parzialmente diversa rispetto a quella dei giudici di merito, e ha disposto la compensazione integrale delle spese di lite, in ragione della complessità della vicenda e dell’esito solo parzialmente favorevole del giudizio costituzionale per la ricorrente. Implicazioni pratiche La pronuncia offre indicazioni operative rilevanti sia per i lavoratori sia per le imprese. Per i lavoratori, e in particolare per chi si trovi, o si sia trovato, in condizioni di fragilità psichica documentabile, la decisione chiarisce che l’incapacità naturale non paralizza indefinitamente i termini di decadenza, ma offre una finestra temporale più ampia — duecentoquaranta giorni anziché sessanta — entro cui attivarsi, anche attraverso l’intervento di familiari, tutori o delle istituzioni preposte alla protezione delle persone incapaci. Per i datori di lavoro, la pronuncia conferma la stabilità del principio dell’affidamento sulla definitività del recesso una volta decorso il termine massimo, riducendo il rischio di contestazioni tardive fondate su condizioni soggettive del lavoratore non tempestivamente fatte valere. Conclusioni La sentenza n. 23486/2026 delle Sezioni Unite rappresenta un tassello importante nel bilanciamento tra certezza dei rapporti giuridici e tutela dei diritti fondamentali della persona nel rapporto di lavoro. Chi si trovi ad affrontare una situazione analoga, in cui una condizione di salute abbia inciso sulla tempestività di un’impugnazione, farebbe bene a verificare con attenzione i termini applicabili: il nostro studio è a disposizione per una valutazione personalizzata del caso.
Associazioni professionali e IRAP: ecco quando l’imposta non è dovuta

La Consulta chiarisce i confini dell’esenzione: conta come si lavora, non come ci si chiama La vicenda: un’associazione notarile chiede il rimborso dell’imposta Tutto nasce da un’istanza di rimborso presentata da un’associazione professionale costituita fra notai, che aveva versato l’IRAP per l’anno 2022 ritenendo di non doverla. La tesi dell’associazione era semplice: dal 2022 la legge di bilancio ha escluso dall’imposta le persone fisiche che esercitano arti e professioni, e l’attività notarile, per sua natura, resta sempre riferibile al singolo notaio anche quando questi opera all’interno di un’associazione. Di qui la richiesta di restituzione del tributo versato. L’Agenzia delle entrate non ha accolto l’istanza, e contro il silenzio-rifiuto l’associazione ha proposto ricorso davanti alla Corte di giustizia tributaria di primo grado di Firenze. Il giudice fiorentino si è trovato di fronte a un ostacolo normativo che riteneva insuperabile in via interpretativa: se è vero che la legge n. 234 del 2021 esclude dall’IRAP le persone fisiche, è altrettanto vero che il testo unico delle imposte sui redditi equipara, ai fini fiscali, le associazioni professionali senza personalità giuridica alle società semplici, che per definizione legislativa scontano sempre l’imposta, indipendentemente dalla sussistenza di una reale organizzazione autonoma. Applicando meccanicamente questo schema, il ricorso sarebbe dovuto essere respinto.no la componente predominante. Nonostante l’importanza economica e affettiva di questi beni, molte famiglie continuano ad adottare approcci tradizionali che, pur consolidati nel tempo, potrebbero non essere più adeguati alle esigenze di un contesto normativo e fiscale in continua evoluzione. Il giudice rimettente riteneva, infatti, che la normativa censurata, escludendo dall’IRAP le persone fisiche esercenti arti o professioni ma non le associazioni professionali, determinasse un’irragionevole disparità di trattamento tra il notaio che esercita individualmente la propria attività e quello che opera nell’ambito di un’associazione. Da qui la scelta di sollevare questione di legittimità costituzionale. Il principio affermato dalla Consulta: quando l’IRAP non è dovuta Con la sentenza n. 153 del 2026 la Corte costituzionale ha fissato un principio destinato a incidere in modo diretto sulla posizione fiscale di moltissimi studi associati: l’esclusione dall’IRAP prevista per le persone fisiche esercenti arti e professioni si applica anche alle associazioni professionali, quando l’attività che ne costituisce l’oggetto non è effettivamente svolta in forma associata dai singoli professionisti. In questi casi l’imposta, semplicemente, non è dovuta. Il ragionamento della Corte muove da un dato testuale. Il testo unico delle imposte sui redditi, nell’equiparare le associazioni professionali alle società semplici, richiede espressamente che la professione sia esercitata «in forma associata». Non basta, quindi, che esista sulla carta un’associazione professionale o uno studio associato: occorre che l’attività sia realmente svolta in comune. Sulla base di una lettura costituzionalmente orientata, conforme agli articoli 3, 53 e 41 della Costituzione, la Consulta ha stabilito che, quando l’attività professionale è svolta personalmente, individualmente e autonomamente dai singoli professionisti, essa resta riferibile alle persone fisiche che compongono l’associazione, e non al soggetto collettivo. È questo il cuore della decisione: l’IRAP non trova applicazione anche se l’associazione esaurisce la propria funzione a meri fini organizzativi o economici interni, quali la ripartizione delle spese e dei proventi, la locazione di un ufficio, l’acquisto di beni strumentali o la regolamentazione delle prestazioni del personale ausiliario. In altre parole, uno studio associato che si limiti a condividere costi e struttura, lasciando che ciascun professionista mantenga l’incarico e la responsabilità personale verso il cliente, resta fuori dal perimetro dell’imposta. L’imposta viene invece in rilievo soltanto quando si verifica una «spersonalizzazione» dell’attività professionale, tale da renderla direttamente ascrivibile all’associazione come soggetto autonomo e distinto dai singoli professionisti che ne fanno parte. È questo lo spartiacque tracciato dalla Corte tra le associazioni che scontano l’IRAP e quelle che ne restano escluse. Il quadro normativo di riferimento La questione ruota attorno al combinato disposto di due norme. L’art. 1, comma 8, della legge 30 dicembre 2021, n. 234 esclude dall’IRAP, a decorrere dal 2022, le persone fisiche esercenti attività commerciali, artistiche o professionali. L’art. 5, comma 3, lettera c), del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (testo unico delle imposte sui redditi) equipara alle società semplici le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni, equiparazione richiamata anche dall’art. 3 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, istitutivo dell’IRAP. Per le società e gli enti, l’art. 2, comma 1, ultimo periodo, del d.lgs. n. 446 del 1997 stabilisce che l’attività da essi esercitata costituisce comunque presupposto d’imposta, senza che occorra alcuna verifica sull’effettiva organizzazione. La giurisprudenza di legittimità, con le note sentenze delle sezioni unite civili del 2016, aveva esteso questo automatismo anche alle associazioni professionali equiparate alle società semplici. La Consulta, pur non travolgendo questa impostazione, ne ha ora ridimensionato la portata, subordinando l’automatismo alla prova dell’effettivo esercizio in forma associata dell’attività. L’onere della prova: spetta all’amministrazione finanziaria Un aspetto di rilievo pratico, evidenziato dalla sentenza, riguarda la ripartizione dell’onere probatorio. È l’amministrazione finanziaria, e non l’associazione professionale, a dover dimostrare l’esistenza del requisito dell’esercizio «in forma associata» della professione. Si tratta di un’inversione di prospettiva significativa rispetto alla prassi finora seguita: l’associazione professionale non deve provare l’assenza di un’autonoma organizzazione, ma è l’ufficio a dover dimostrare che l’attività è effettivamente svolta in comune, e non dai singoli professionisti a titolo personale. La Corte affronta anche l’ipotesi, tutt’altro che infrequente nella prassi degli studi professionali, in cui all’interno della stessa associazione convivano un’attività svolta individualmente dai singoli associati e un’attività effettivamente prodotta in forma associata. In questi casi non è assoggettato a IRAP il reddito di esclusiva derivazione del lavoro professionale svolto dai singoli associati, purché sia adeguatamente separato, nella contabilità e nella documentazione, da quello prodotto dalle attività espletate avvalendosi dell’organizzazione dell’associazione professionale. Il caso delle associazioni notarili Quanto alle associazioni notarili, oggetto specifico del giudizio, la Corte ha rilevato che esse, di regola, assumono un rilievo meramente interno, attinente alla distribuzione degli onorari, senza alcuna interferenza sull’attività notarile, che resta personale anche in ragione dei connotati di pubblica funzione che la caratterizzano, quali la terzietà, il controllo di legalità e la