Diritto alla riparazione dal 22 ottobre 2026: quali nuovi obblighi per i produttori?

Dal 22 ottobre 2026 nuovi obblighi per produttori e nuove tutele per i consumatori Quando un elettrodomestico smette di funzionare poco dopo la scadenza della garanzia, la risposta più frequente è che riparare non conviene. Il ricambio costa troppo, il tecnico non è reperibile, il produttore non assiste più quel modello. Il risultato è l’acquisto di un bene nuovo e un rifiuto in più da smaltire. La riforma appena entrata nel nostro ordinamento punta a invertire questa logica, e riguarda da vicino tanto i consumatori quanto le imprese che producono, importano e vendono beni di consumo. Inquadramento generale e genesi normativa La riforma discende dalla Direttiva (UE) 2024/1799, che detta norme comuni per promuovere la riparazione dei beni. L’Italia l’ha recepita con il D.Lgs. n. 176, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre 2026 (n. 233). La finalità è favorire un’economia circolare, in cui i prodotti durano più a lungo e si riducono i rifiuti tecnologici. In altri termini, la legge vuole togliere di mezzo le barriere tecniche, economiche e informative che finora hanno scoraggiato la manutenzione e spinto verso la sostituzione. Sul piano temporale il decreto entra in vigore il 22 ottobre 2026. Per le modifiche alla garanzia legale di conformità, contenute negli artt. 129, 133, 135-bis e 135-ter del Codice del Consumo, vale invece una regola speciale: si applicano ai contratti stipulati a partire dal 31 luglio 2026. Chi ha acquistato un bene dopo quella data può quindi già beneficiare delle nuove tutele. La nuova architettura del Codice del Consumo (Titolo II-bis) Il legislatore ha inserito nella Parte IV del Codice del Consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) un intero Titolo II-bis, dedicato alla riparazione dei beni, che comprende gli artt. da 127-bis a 127-undecies. La novità è di rilievo. Finora il consumatore era tutelato quando il bene presentava un difetto di conformità durante la garanzia legale. Ora la tutela si estende anche ai guasti che si manifestano fuori garanzia o dopo la sua scadenza. L’art. 127-ter fissa le definizioni: il consumatore è la persona fisica che agisce per scopi estranei alla propria attività professionale; il riparatore è chiunque offra un servizio di riparazione nell’ambito della propria attività, compresi fabbricanti e venditori. L’obbligo di riparazione non vale per qualunque bene, ma per quelli soggetti a specifiche esigenze di ecodesign e riparabilità elencati nell’Allegato II-decies. Vi rientrano lavatrici e lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, televisori e monitor, aspirapolvere, smartphone e tablet, asciugabiancheria, apparecchi per il riscaldamento d’ambiente, server e prodotti di archiviazione dati, apparecchiature di saldatura e beni con batterie per la mobilità leggera. Obblighi del fabbricante e della catena distributiva fuori garanzia Il cuore della riforma è l’art. 127-quinquies. Per i beni dell’Allegato II-decies, il fabbricante deve riparare su richiesta del consumatore anche fuori garanzia, a titolo gratuito o a un prezzo ragionevole ed entro un tempo ragionevole. Può rifiutare soltanto nei casi di impossibilità tecnica oggettiva. Può subappaltare l’intervento a centri di assistenza terzi e, durante la lavorazione, mettere a disposizione un bene sostitutivo temporaneo. Se la riparazione è impossibile, può proporre un bene ricondizionato. Quando il fabbricante ha sede fuori dall’Unione europea, la norma prevede una responsabilità a cascata. Risponde per primo il rappresentante autorizzato nell’Unione; in mancanza, l’importatore; in mancanza ancora, il distributore. Chi subentra assume gli stessi obblighi del fabbricante. La disposizione vieta inoltre gli ostacoli alla riparazione indipendente. Il fabbricante non può impedire con clausole contrattuali o blocchi hardware e software l’uso di ricambi originali, usati, compatibili o realizzati con stampa 3D, purché conformi alle norme di sicurezza e di proprietà intellettuale. Non può nemmeno rifiutare l’intervento solo perché il bene è già stato riparato da un tecnico indipendente. Ricambi e strumenti devono essere offerti a prezzi non dissuasivi, e i prezzi indicativi delle riparazioni più comuni devono essere consultabili sul sito del fabbricante. L’obbligo dura per il periodo stabilito dalle norme europee di ecodesign, che di norma non è inferiore a dieci anni. Gli strumenti di trasparenza: modulo europeo e piattaforme informative Per ridurre l’asimmetria informativa, l’art. 127-quater introduce il Modulo Europeo di Informazioni sulla Riparazione, il cui modello è nell’Allegato II-novies. Il riparatore non è obbligato a rilasciarlo. Se però lo consegna su supporto durevole prima che il consumatore si vincoli, le condizioni indicate diventano vincolanti per almeno 30 giorni e non possono essere peggiorate. Il modulo indica prezzo totale o prezzo massimo, tempi di esecuzione, eventuale bene sostitutivo e costi accessori. È gratuito, salvo il caso in cui serva una diagnostica per accertare il guasto. Se il consumatore accetta il modulo e il riparatore poi non ripara, ha diritto al rimborso integrale delle spese di diagnostica. Gli artt. 127-septies, 127-octies e 127-novies istituiscono la sezione nazionale della piattaforma europea della riparazione, ad accesso gratuito. Possono registrarsi riparatori, venditori di beni ricondizionati, acquirenti di beni difettosi a fini di ricondizionamento e iniziative partecipative come i repair café. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è il punto di contatto nazionale. La riforma si collega anche al Passaporto Digitale del Prodotto, previsto da luglio 2026 a partire dal comparto batterie, e alla piattaforma RENTRI per la tracciabilità dei rifiuti. Modifiche alla garanzia legale di conformità e tutele per il consumatore Il decreto interviene anche sulla garanzia legale. Per i contratti stipulati dal 31 luglio 2026, se il bene ha un difetto di conformità originario e il consumatore sceglie la riparazione, la responsabilità del venditore è estesa una tantum di ulteriori 12 mesi (artt. 133, comma 1-bis, e 135-bis). Chi sceglie di riparare anziché sostituire, quindi, guadagna un anno di garanzia in più. Per questo l’art. 135-bis, comma 2-bis, impone al venditore di informare il consumatore, prima di erogare il rimedio, che può scegliere tra riparazione e sostituzione e che la riparazione estende la garanzia. L’omissione espone il venditore alle sanzioni dell’AGCM ai sensi dell’art. 135-vicies-quater. L’art. 135-ter conferma che i rimedi sono gratuiti, rapidi e senza notevoli inconvenienti. Durante la riparazione il venditore può fornire gratuitamente un bene sostitutivo temporaneo, anche ricondizionato. Su richiesta del consumatore può adempiere l’obbligo di
Amministratore di srl e cassa contanti: quando scatta il controllo giudiziario?

Il Tribunale di Bari indica quando la gestione dei fondi sociali giustifica il controllo giudiziario Il provvedimento è l’ordinanza del Tribunale di Bari, Sezione specializzata in materia di imprese, R.G. 1653/2026, pubblicata il 22 settembre 2026 In una società a responsabilità limitata a base familiare, un socio titolare di un terzo del capitale ha denunciato al Tribunale una serie di presunte gravi irregolarità dell’amministratore unico. Le contestazioni erano cinque. La società aveva ceduto la nuda proprietà del proprio compendio immobiliare a un’altra società, guidata dal coniuge dell’amministratore. Secondo il socio, il prezzo era incongruo e non era stato davvero pagato. Poi c’era il sospetto di uno sviamento di clientela verso la società acquirente, desunto dalla presenza di un cartellone. Il socio contestava inoltre la cassa contanti, per oltre sessantaseimila euro, e un contratto di leasing su un’autovettura di lusso, firmato mentre la società chiudeva l’esercizio in perdita. L’ultimo addebito riguardava un escavatore di proprietà di una società riconducibile allo stesso ricorrente e non restituito. Il socio chiedeva l’ispezione della società e, all’esito, la revoca dell’amministratore con nomina di un amministratore giudiziario. L’amministratore ha respinto ogni addebito. Il Tribunale ha nominato un curatore speciale per assicurare alla società una rappresentanza autonoma, e questi, esaminata la documentazione, ha concluso per l’assenza dei presupposti dell’intervento. Il ricorso è stato rigettato, con condanna del socio alle spese. Il quadro normativo: dal controllo giudiziario alla responsabilità Il procedimento era regolato dall’art. 2409 c.c., che consente al Tribunale di intervenire quando vi è fondato sospetto di gravi irregolarità di gestione che possano danneggiare la società. Il Tribunale precisa che la norma resta applicabile al caso perché il ricorso è anteriore alla sua abrogazione, che il provvedimento riconduce al D.Lgs. 27 marzo 2026, n. 47. Il rimedio sarebbe stato trasposto nel nuovo art. 2396-quater c.c., e i principi elaborati finora conserverebbero piena attualità. Il punto di partenza è questo. Il controllo giudiziario non serve a sindacare la convenienza delle scelte imprenditoriali né a risolvere i contrasti fra soci. Serve a ripristinare la legalità dell’amministrazione quando gli amministratori violano i loro doveri in modo grave. Per le somme che l’amministratore ha già impiegato male esiste invece la responsabilità verso la società, che si fa valere con l’azione di responsabilità (per le s.r.l., art. 2476 c.c.). Il Tribunale lo ricorda espressamente: i due piani sono distinti, e chi non ottiene l’ispezione può comunque agire in responsabilità, se ne ricorrono i presupposti. La cassa contanti come possibile indice di mala gestio Il passaggio più rilevante per chi amministra riguarda la liquidità. La cassa contanti era iscritta per euro 66.999,46 al 31 dicembre 2024, per euro 89.827,66 al 30 settembre 2025 e per euro 68.394,18 nel bilancio provvisorio al 31 dicembre 2025. In linea di principio, il Tribunale afferma che una cassa contanti di rilevante ammontare può essere un indice sintomatico di irregolarità amministrativa. Deve però trattarsi di una cassa non coerente con la natura dell’attività e non giustificata sul piano gestionale e documentale. Il sospetto si rafforza se si accompagna a movimentazioni non tracciate, a incongruenze contabili o a una mancata corrispondenza tra saldo contabile e disponibilità effettiva. Nel caso concreto, però, questi elementi mancavano. Il saldo era stabile da anni e risaliva a una gestione precedente. Il ricorrente non aveva dedotto prelievi ingiustificati, operazioni prive di documentazione o discrasie tra scritture e denaro effettivamente disponibile. Il dato quantitativo, da solo, è stato giudicato un elemento neutro, privo di valore dimostrativo. Per l’amministratore la lezione è chiara. Una cassa elevata non è di per sé una colpa, ma l’onere pratico di spiegarla ricade su chi gestisce. La difesa regge se la giacenza è storica, giustificata e riscontrabile nelle scritture. Diventerebbe vulnerabile se comparissero uscite non tracciate o saldi non riscontrabili. La tracciabilità dei pagamenti e il prezzo dell’immobile La seconda questione riguarda il prezzo di cessione della nuda proprietà. Il socio sosteneva che non fosse stato pagato, perché i debiti della società non risultavano diminuiti nel bilancio 2024. Il Tribunale ha respinto l’argomento: il bilancio 2024 non poteva registrare gli effetti di un atto stipulato nel settembre 2025. A pesare sono state invece le scritture contabili. Gli acconti ricevuti erano registrati nel mastrino del 2024 e poi azzerati con una scrittura di giroconto a titolo di pagamento dell’atto di acquisto. Questa sequenza ha dimostrato l’effettivo afflusso delle somme nel patrimonio della società venditrice. Anche il valore era stato fissato con una perizia giurata, non contrastata da una stima alternativa. Inoltre la società aveva riservato per sé l’usufrutto per tredici anni, e quindi continuava a godere del bene. Ne risulta un principio utile. Nella movimentazione dei fondi sociali la tracciabilità contabile è la prima difesa dell’amministratore. Non basta nemmeno il rapporto di coniugio tra gli amministratori delle due società per far presumere un’operazione dannosa: servono elementi concreti di sacrificio del patrimonio sociale o di vantaggio ingiustificato alla controparte. Le scelte gestorie opinabili: leasing ed escavatore Il leasing di un’autovettura di lusso è stato definito una scelta opinabile, per natura e valore del bene, per l’impegno dei canoni e per la situazione economica non florida. Il Tribunale la colloca però nel merito gestorio, che il giudice può sindacare solo sotto il profilo del percorso decisionale, della correttezza dell’informazione, dell’eventuale conflitto di interessi e della manifesta irragionevolezza. Non risultavano provati né un conflitto di interessi né un uso esclusivamente personale del veicolo né una palese sproporzione rispetto alle capacità della società. La perdita d’esercizio, poi, non basta a trasformare a posteriori una scelta discutibile in una grave irregolarità, perché la valutazione si fa ex ante. Il Tribunale aggiunge che i canoni sono la fisiologica esecuzione di un obbligo già assunto, e che uno scioglimento anticipato potrebbe esporre la società a conseguenze peggiori. Quanto all’escavatore, la società amministrata aveva versato canoni di locazione per un importo complessivo superiore al prezzo di vendita del mezzo. Una vicenda di questo tipo si risolve con i rimedi ordinari, non con il controllo giudiziario. Il Tribunale osserva anche che il danno lamentato avrebbe colpito la società del
Infiltrazioni dal piano di sopra: risponde anche il comproprietario dell’appartamento?

La Cassazione chiarisce la responsabilità del comproprietario per le infiltrazioni e i rischi dei ricorsi generici. Tutto nasce da un’infiltrazione d’acqua. La proprietaria di un appartamento al secondo piano di un fabbricato si accorge di danni al bagno e al soffitto e li attribuisce all’appartamento soprastante. Cita quindi in giudizio davanti al Giudice di Pace il proprietario di quell’immobile, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali, quantificati in poco più di duemila euro oltre IVA per i ripristini, e di quelli derivanti dall’impossibilità di utilizzare l’abitazione. Il convenuto si difende sostenendo di non essere la persona giusta da citare. Spiega di essere pieno proprietario soltanto di un terzo dell’immobile e nudo proprietario dei restanti due terzi. Il godimento, il possesso e la custodia spetterebbero in via esclusiva alla nonna, titolare dell’usufrutto, che sarebbe l’unica eventuale responsabile. Nel corso del giudizio la situazione cambia. All’udienza di novembre 2020 il difensore dell’attrice dichiara che i danni sono stati riparati e che i lavori sono stati eseguiti proprio dal convenuto. Le parti chiedono insieme di dichiarare cessata la materia del contendere. Il Giudice di Pace aderisce, ma condanna il convenuto al pagamento integrale delle spese di lite, applicando il criterio della soccombenza virtuale. Il giudice, cioè, ragiona su chi avrebbe perso se la causa fosse proseguita fino alla decisione. Il convenuto propone appello. Il Tribunale lo dichiara inammissibile con ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c. ritenendolo privo di una ragionevole probabilità di accoglimento. Secondo il Tribunale, la scelta di riparare l’appartamento della vicina equivaleva a una confessione stragiudiziale, e una registrazione telefonica prodotta in giudizio confermava la riconducibilità dell’intervento al convenuto. Il convenuto si rivolge allora alla Corte di cassazione, con un ricorso straordinario contro l’ordinanza d’appello e un ricorso ordinario contro la sentenza del Giudice di Pace. La Terza Sezione civile decide con l’ordinanza n. 26266/2026 di raccolta generale, pubblicata il 5 ottobre 2026. Il filtro in appello e il tempo della decisione Con il ricorso straordinario il ricorrente sostiene che l’ordinanza di inammissibilità sia nulla. L’art. 348-ter c.p.c. consente al giudice di pronunciarla soltanto prima di procedere alla trattazione della causa, mentre nel caso concreto erano già state tenute due udienze: una cartolare a giugno 2022 e una, sostituita dal deposito di note scritte, ad aprile 2023. Lamenta inoltre di non essere stato sentito sul punto. La Corte respinge la censura per un motivo di tecnica processuale, ma la sua motivazione richiama un principio utile. Ricorda che la verifica di ammissibilità e la garanzia del contraddittorio si radicano nella prima udienza prevista dall’art. 350 c.p.c.. Un rinvio disposto per adempimenti organizzativi, come l’acquisizione del fascicolo d’ufficio del primo grado, non consuma il potere del giudice di valutare l’ammissibilità dell’appello. Ciò vale purché non sia stata svolta una vera trattazione del merito. Qui sta il punto decisivo. Il ricorrente aveva contestato quanto accaduto alla seconda udienza, ma non aveva né trascritto né spiegato che cosa fosse stato verbalizzato nella prima. La Corte non è così in grado di stabilire se quella udienza fosse servita soltanto a un rinvio tecnico o se vi fosse stata una trattazione incompatibile con il filtro. Da qui il principio di diritto: è inammissibile, per difetto di specificità, la censura che denuncia un vizio proprio dell’ordinanza, assumendo che il filtro sia stato applicato troppo tardi, quando il ricorrente non allega e non dimostra le attività svolte nella prima udienza. Il ricorso ordinario e il principio di specificità Anche i due motivi contro la sentenza del Giudice di Pace vengono dichiarati inammissibili. La ragione principale è ancora l’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., che impone al ricorrente di indicare in modo specifico gli atti su cui si fonda il ricorso. Il ricorrente non aveva trascritto né riassunto i motivi di appello proposti davanti al Tribunale. In questo modo la Cassazione non poteva verificare se le questioni portate in sede di legittimità fossero state tempestivamente sottoposte al giudice di secondo grado. In termini semplici, la Corte non ricostruisce da sola il processo: spetta a chi ricorre mettere sul tavolo gli atti che servono a giudicare. Il secondo motivo, che denunciava la violazione delle regole sull’onere della prova (art. 2697 c.c.) e contestava la soccombenza virtuale, è dichiarato inammissibile per un’ulteriore ragione. Dietro la formale denuncia di una violazione di legge, la Corte vi legge la richiesta di riesaminare i fatti e di rivalutare l’attendibilità dei testimoni sentiti in primo grado. Il giudizio di legittimità non serve a questo. Il principio sulla responsabilità del comproprietario La parte più significativa per il pubblico riguarda il primo motivo, quello sulla legittimazione passiva. La Corte lo dichiara inammissibile, ma aggiunge che sarebbe stato comunque manifestamente infondato nel merito. È un’affermazione resa in aggiunta alla ragione che decide il caso, ma indica con chiarezza la linea della Sezione. Il ricorrente sosteneva di non dover rispondere perché nudo proprietario per due terzi. Tuttavia, osserva la Corte, egli stesso aveva riconosciuto di essere pieno comproprietario per un terzo. Questo basta, secondo i giudici, a riconoscergli la qualità di contitolare della custodia della cosa ai sensi dell’art. 2051 c.c.. La norma prevede che chi ha in custodia una cosa risponda dei danni da essa cagionati, salvo che provi il caso fortuito. La custodia, spiega la Corte, non dipende dal titolo giuridico che la legittima, ma dall’esercizio di una concreta ed effettiva signoria di fatto sul bene, anche se condivisa con altri. Ne discende l’applicazione dell’art. 2055 c.c.: quando più persone sono responsabili dello stesso danno, rispondono in solido. Il principio, formulato dalla Corte con riferimento a questo caso, è che la qualità di comproprietario pro indiviso dell’immobile da cui si è originato il danno, anche per una quota minoritaria, attribuisce normalmente la qualità di contitolare della custodia. Il danneggiato può quindi agire per l’intero risarcimento nei confronti di ciascuno dei contitolari. Che cosa cambia in pratica Per chi subisce un’infiltrazione, la lettura della Corte è rassicurante. Non è necessario ricostruire la catena dei diritti reali sull’appartamento di provenienza per sapere chi citare: chi risulta comproprietario può essere
Dissuasore mobile nel condominio: può impedire l’accesso al box del singolo condomino?

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione torna su un tema che nella pratica condominiale ricorre con sorprendente frequenza: l’installazione di un dissuasore mobile a protezione di un’area comune e i suoi riflessi sul diritto di un singolo condomino di accedere al proprio box auto. Tutto nasce dall’impugnazione, da parte di una condomina, di due delibere assembleari di un condominio con cui era stata prima decisa, poi ratificata, l’installazione di un dissuasore mobile in prossimità dei comandi del cancello elettrico dell’area condominiale. La condomina contestava, sotto il profilo procedurale, di non aver ricevuto il regolare avviso di convocazione per la prima assemblea e di non aver trovato la ratifica all’ordine del giorno della seconda; nel merito, sosteneva che il dissuasore rendesse difficoltose le manovre di ingresso e uscita dal proprio garage di proprietà esclusiva. Nel giudizio interveniva anche un altro condomino, direttamente interessato alla vicenda in quanto la sua auto occupava talvolta la medesima porzione di cortile. Il percorso nei gradi di merito Il giudice di primo grado, riunite le cause, accertò dapprima, con sentenza non definitiva, che l’installazione del dissuasore non costituiva un’innovazione ai sensi della disciplina condominiale. All’esito dell’istruttoria – nella quale erano state espletate due consulenze tecniche d’ufficio, pervenute a conclusioni tra loro difformi – rigettò integralmente le domande della condomina, condannandola alle spese di lite e di consulenza. In appello, la Corte territoriale confermò la decisione nel merito, ritenendo che gli esperimenti pratici svolti da entrambi i consulenti tecnici dimostrassero che il dissuasore non costituiva un ostacolo grave all’utilizzo del garage, sebbene le manovre risultassero più agevoli in sua assenza. La Corte osservò inoltre che il diritto di proprietà esclusiva della condomina doveva contemperarsi con le esigenze degli altri partecipanti al condominio, i quali non potevano tollerare che la sosta della sua vettura interferisse con l’apertura automatica del cancello carraio. Sul solo fronte delle spese processuali, la Corte d’appello riconobbe parzialmente le ragioni della condomina, compensandole per un terzo in considerazione di alcune irregolarità procedurali nella convocazione della prima assemblea e della rimozione del dissuasore nel corso del procedimento cautelare. I motivi del ricorso per cassazione Avverso la sentenza d’appello la condomina propose ricorso per cassazione articolato su quattro motivi, lamentando essenzialmente una scorretta applicazione delle regole sull’onere della prova, una motivazione fondata su un fatto non dimostrato, nonché l’omesso esame di elementi che a suo avviso sarebbero stati decisivi: la circostanza che un altro condomino avesse occupato la medesima posizione senza determinare gli stessi disagi, l’esistenza di una clausola regolamentare che vietava a tutti il parcheggio davanti ai garage, e infine la scelta della Corte territoriale di privilegiare le conclusioni della seconda consulenza tecnica rispetto alla prima. Sia il condominio sia l’altro condomino coinvolto proposero a loro volta ricorso incidentale, contestando la statuizione sulle spese processuali. L’uso della cosa comune secondo l’articolo 1102 del codice civile Il cuore della decisione ruota attorno all’art. 1102 c.c., norma che disciplina l’uso della cosa comune da parte di ciascun condomino, ammesso nei limiti del duplice divieto di alterarne la destinazione e di impedire agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. La Cassazione ha ribadito, richiamando propri precedenti, che la stabile occupazione di una porzione di cortile comune mediante il parcheggio prolungato della propria autovettura può configurare un abuso, in quanto impedisce agli altri condomini di godere dello spazio comune e altera l’equilibrio tra le concorrenti facoltà d’uso (Cass. n. 3640/2004). È stato inoltre precisato che l’art. 1102 c.c. non pone alcun margine minimo di tempo o di spazio per l’operatività di tali limiti, sicché anche un’occupazione di pochi minuti può risultare abusiva, ove impedisca agli altri di partecipare al godimento del bene comune (Cass. n. 3400/1978), principio riaffermato in tempi più recenti (Cass. n. 7618/2019). Onere della prova e confini del sindacato di legittimità La Corte ha poi colto l’occasione per ribadire la distinzione, spesso trascurata nei ricorsi, tra violazione delle regole sull’onere della prova ex art. 2697 c.c. e censura alla valutazione delle prove operata dal giudice di merito. Solo la prima ipotesi integra un vizio denunciabile in Cassazione; la seconda, per contro, attiene al libero convincimento del giudice ai sensi dell’art. 116 c.p.c. e resta sottratta al sindacato di legittimità, come ricordato dalle Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., n. 20867/2020) e da altra pronuncia coeva (Cass. n. 16016/2021). Analoghe considerazioni sono state svolte con riferimento all’art. 115 c.p.c., la cui violazione presuppone che il giudice abbia posto a fondamento della decisione prove mai introdotte dalle parti, e non già una diversa valutazione di quelle offerte (Cass. n. 13395/2018; Cass. n. 18092/2020). A ciò si aggiunge il limite, ancor più stringente, del “nuovo” art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.: quando le decisioni di primo e secondo grado convergono sulla medesima ricostruzione dei fatti – la cosiddetta “doppia conforme” – il motivo di omesso esame è ammissibile solo a condizioni rigorose, tra cui l’indicazione puntuale del “come” e del “quando” il fatto asseritamente omesso sia stato discusso tra le parti (Cass., Sez. Un., n. 8053/2014 e n. 8054/2014; tra le successive, Cass. n. 17005/2024). Consulenze tecniche discordanti: come si orienta il giudice Un ulteriore profilo di interesse pratico riguarda il caso, tutt’altro che raro, di due consulenze tecniche d’ufficio che giungano a conclusioni opposte. La Cassazione ha confermato che il giudice di merito può legittimamente aderire al parere che ritiene più congruo, dando conto delle ragioni della propria preferenza; quando intenda uniformarsi alla seconda consulenza, deve indicare perché disattende la prima, salvo che questa risulti già criticamente esaminata dalla nuova relazione (Cass. n. 19372/2021; in senso conforme, Cass. n. 29713/2024). Nel caso di specie, la Corte d’appello aveva dato atto che entrambi i consulenti avevano condotto esperimenti pratici di ingresso nel garage con autovetture di diverse dimensioni, e che tali esperimenti – esaminati congiuntamente, non in termini di preferenza tra un elaborato e l’altro – fornivano già una motivazione autosufficiente per escludere un grave ostacolo all’utilizzo del bene. La regola delle plurime ragioni autonome di decisione Un principio processuale di carattere generale,
Amministrazione di sostegno: prevale la volontà di chi è lucido, con disabilità fisica?

La Cassazione ribadisce che la misura non può sostituirsi alle scelte di chi conserva lucidità e capacità di autodeterminarsi Un uomo affetto da gravi patologie neurologiche e cardiologiche viene indicato dal figlio come persona non più in grado di provvedere autonomamente ai propri interessi. Il figlio chiede quindi al giudice tutelare l’apertura di un’amministrazione di sostegno in favore del padre. Nel procedimento si costituisce un altro familiare, opponendosi alla domanda, mentre altri soggetti coinvolti nel contraddittorio restano contumaci. Il giudice tutelare, dopo aver proceduto all’esame personale del beneficiando e disposto una consulenza tecnica d’ufficio, respinge il ricorso. Il provvedimento viene impugnato con reclamo, ma il Tribunale, in composizione collegiale, conferma il rigetto: valorizza l’esito dell’audizione personale, le conclusioni della CTU e la volontà espressamente contraria manifestata dall’interessato, rilevando che non sono emersi elementi idonei a dimostrare la sua incapacità di curare i propri interessi. Il figlio propone allora ricorso per cassazione, affidato a più motivi, sostenendo in sostanza che il giudice di merito avrebbe attribuito un peso decisivo alla lucidità e alla volontà del padre, trascurando la circostanza che le sue menomazioni fossero di natura esclusivamente fisica, e avrebbe omesso di valutare adeguatamente la documentazione medica prodotta, in particolare il riconoscimento dell’invalidità civile al cento per cento e dello stato di handicap grave da parte della commissione medica dell’INPS. La questione giuridica Il caso pone un interrogativo che ricorre con frequenza nella prassi: può la sola presenza di una grave disabilità fisica, accertata anche in sede previdenziale, giustificare l’apertura di un’amministrazione di sostegno, quando la persona interessata conserva piena lucidità mentale e manifesta una volontà contraria alla misura? E quale valore deve attribuire il giudice alla documentazione sanitaria prodotta dalla parte istante rispetto agli esiti dell’audizione personale e della consulenza tecnica? L’istituto dell’amministrazione di sostegno, disciplinato dall’art. 404 del codice civile, nasce per offrire una tutela flessibile a chi si trovi, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi. Proprio la sua flessibilità, tuttavia, impone al giudice un accertamento rigoroso: la misura non può essere applicata in modo automatico ogni volta che sussista una condizione di fragilità, ma richiede una valutazione in concreto dell’effettiva incidenza di tale condizione sulla capacità della persona di autodeterminarsi. Il principio affermato dalla Corte Con l’ordinanza n. 25747 del 2026, pubblicata il 23 settembre 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione respinge il ricorso, ribadendo un orientamento ormai consolidato. La Corte richiama anzitutto il principio secondo cui il discrimine tra amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione non risiede nel diverso grado di infermità o di incapacità della persona, bensì nella concreta idoneità dello strumento a soddisfare le esigenze di protezione dell’interessato, tenuto conto della flessibilità della misura e della possibilità di modularne il contenuto sul caso specifico. Nella medesima prospettiva, la misura non è diretta a sostituire la persona fragile nelle sue scelte di vita, né a fornire una tutela patrimoniale richiesta dai familiari, ma a garantirne il benessere e il miglior soddisfacimento dei bisogni effettivi, nel rispetto del principio di autodeterminazione sancito dagli articoli 2 e 13 della Costituzione e dall’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Da qui discende, secondo la Corte, che l’accertamento dei presupposti dell’amministrazione di sostegno deve essere condotto in modo specifico e circostanziato, verificando se le esigenze di protezione possano essere soddisfatte mediante strumenti alternativi e meno invasivi, quali un sistema di deleghe o un’adeguata rete familiare e sociale di supporto. Il beneficiario conserva uno spazio di autodeterminazione incomprimibile, e la sua volontà, quando provenga da soggetto lucido e consapevole, deve essere tenuta in particolare considerazione dal giudice, che può discostarsene soltanto quando ciò sia necessario per proteggere i suoi interessi. Tale rispetto assume un rilievo ancora maggiore quando le limitazioni riguardino prevalentemente il piano fisico, senza essere accompagnate da una compromissione delle capacità intellettive e decisionali. La giurisprudenza esclude infatti qualsiasi automatismo tra condizione invalidante e applicazione della misura: occorre sempre verificare se e in che misura la menomazione incida davvero sulla capacità della persona di curare i propri interessi. La valutazione dei motivi di ricorso Applicando questi criteri al caso concreto, la Corte ritiene che il Tribunale abbia correttamente valorizzato l’esito dell’audizione personale, nel corso della quale il beneficiando aveva manifestato in modo chiaro la propria opposizione alla misura, unitamente alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che avevano escluso deficit cognitivi e attestato la conservazione della capacità di giudizio e di autodeterminazione. Quanto alla documentazione della commissione medica INPS, la Cassazione precisa che essa non costituisce un fatto storico decisivo ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, del codice di procedura civile, ma un semplice elemento probatorio. Il vizio di omesso esame, ricorda la Corte richiamando un principio già affermato dalle Sezioni Unite, riguarda esclusivamente un fatto storico che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, e non può essere invocato per contestare la valutazione o il diverso peso attribuito dal giudice di merito ai singoli mezzi di prova: individuare le fonti del proprio convincimento e scegliere tra le risultanze istruttorie quelle più idonee rientra nella discrezionalità del giudice di merito, mentre alla Corte di legittimità spetta solo il controllo di correttezza logica e giuridica di tale valutazione. Nel caso specifico, peraltro, la parte ricorrente non aveva neppure chiarito quale fosse il concreto contenuto del verbale INPS né in che modo la relativa condizione incidesse sulla capacità del beneficiando di provvedere ai propri interessi. La Corte enuncia infine un principio di particolare interesse pratico: quando una persona compos mentis si trovi in una condizione di inabilità fisica, la necessità di assistenza materiale, pur accertata, non può di per sé fondare la nomina di un amministratore di sostegno, poiché rientra nella sfera di autodeterminazione del soggetto decidere come provvedervi, ad esempio assumendo personale domestico, secondo una valutazione personale che, se lucida e consapevole, non può essere sindacata dal giudice. La mera allegazione del riconoscimento dell’invalidità civile al cento per cento, dello stato di handicap grave e della necessità
Infissi su misura ordinati e poi ripensamento: si può recedere dal contratto?

La Cassazione torna sul confine tra vendita e appalto e sui limiti al diritto di recesso del consumatore per i beni personalizzati Una cliente si rivolge a un’azienda produttrice di infissi e serramenti per l’acquisto e la posa in opera di prodotti destinati a un proprio appartamento. Dopo alcune trattative, l’azienda invia una proposta d’ordine basata su un preventivo di oltre 135.000 euro; la cliente versa un acconto di circa 25.800 euro, ma il contratto formale non viene mai sottoscritto da lei personalmente, bensì dal marito, che firma la proposta e che risulta anche legale rappresentante di una diversa società a lei riconducibile. Anni dopo, la cliente comunica il proprio recesso, sostenendo di non essere mai stata vincolata da alcun contratto e, in subordine, di avere comunque diritto a recedere senza penalità in quanto consumatrice. L’azienda replica di considerare il contratto perfezionato fin dal 2003 e chiede in via riconvenzionale il risarcimento dei costi sostenuti e del mancato guadagno. Il Tribunale accoglie la domanda della cliente, dichiarando sciolto il contratto per legittimo recesso e disponendo la restituzione dell’acconto, ma al tempo stesso riconosce all’azienda un credito superiore a 52.000 euro. La Corte d’appello conferma integralmente questa decisione, respingendo sia il gravame della cliente sia quello incidentale dell’azienda. La cliente ricorre allora per cassazione, articolando cinque motivi che toccano altrettanti nodi centrali del diritto dei contratti. Vendita o appalto? Il criterio della prevalenza dell’attività lavorativa Il primo tema affrontato dalla Corte riguarda la qualificazione stessa dell’operazione: si tratta di una compravendita di beni standard oppure di un contratto d’appalto? La distinzione non è meramente teorica, perché da essa dipende l’intera disciplina applicabile, comprese le regole sul recesso. La Cassazione ribadisce un criterio consolidato: quando la prestazione del debitore consiste sia in un dare (la fornitura di un bene) sia in un facere (un’attività di produzione), occorre verificare se il lavoro necessario alla realizzazione del bene sia prevalente rispetto alla semplice fornitura del materiale, secondo la causa concreta dell’accordo, oppure se resti accessorio e strumentale rispetto a una fornitura che costituisce l’oggetto principale del negozio. Nel caso esaminato, gli infissi non erano prodotti in serie, ma progettati appositamente per le caratteristiche dell’immobile e sulla base di richieste specifiche della cliente: un’attività lavorativa di adattamento della cosa che i giudici di merito hanno correttamente qualificato come prevalente, riconducendo l’operazione allo schema dell’appalto piuttosto che a quello della vendita. Il contratto si era davvero concluso? Presunzioni e spendita del nome altrui Il secondo e il terzo motivo di ricorso contestavano che il contratto fosse mai stato validamente concluso, e che comunque i suoi effetti potessero essere imputati alla cliente, dal momento che la sottoscrizione era stata apposta dal marito. La ricorrente lamentava che i giudici avessero fondato la prova della conclusione dell’accordo su indizi ritenuti privi dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dagli articoli 2727 e seguenti del codice civile. La Corte ha ritenuto invece che il ragionamento presuntivo dei giudici di merito fosse adeguatamente motivato: il pagamento di un acconto calcolato in percentuale sul prezzo dell’appalto, la fattura che riconduceva esplicitamente l’acconto al contratto, la dichiarazione resa per ottenere un’agevolazione IVA che presupponeva l’esistenza di un rapporto contrattuale, e un successivo ordine di fornitura che richiamava i termini del contratto già firmato, costituivano nel loro complesso un quadro indiziario coerente e sufficiente. Quanto alla spendita del nome della moglie da parte del marito, la Cassazione richiama il principio, già affermato in precedenti pronunce di legittimità, secondo cui in tema di rappresentanza possono trovare applicazione i principi dell’apparenza del diritto e dell’affidamento incolpevole quando ricorrano, da un lato, la buona fede del terzo che ha contrattato con il falso rappresentante e, dall’altro, un comportamento colposo del rappresentato tale da ingenerare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentanza fosse stato effettivamente conferito. Nel caso di specie, il coinvolgimento diretto del marito nelle fasi esecutive del rapporto, unitamente al fatto che fosse convivente della cliente, è stato ritenuto sufficiente a giustificare l’imputazione degli effetti contrattuali in capo a quest’ultima. Il diritto di recesso del consumatore e l’eccezione dei beni personalizzati Il quarto motivo affronta il cuore della controversia dal punto di vista pratico: può un consumatore recedere liberamente da un contratto avente ad oggetto beni realizzati su misura? La disciplina consumeristica, sia nella sua versione originaria del 1992 sia in quella successiva del Codice del consumo, prevede infatti un’eccezione specifica al diritto di recesso per la fornitura di beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati. La Cassazione ricorda che questa esclusione affonda le proprie radici nel diritto europeo fin dalla fine degli anni Novanta, ed è stata più volte confermata anche dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo cui il recesso sarebbe inappropriato proprio perché il bene viene prodotto secondo le indicazioni individuali del consumatore, indipendentemente dal fatto che il contratto sia già stato eseguito o sia solo in corso di esecuzione. Poiché nel caso in esame gli infissi dovevano essere progettati e realizzati sulla base delle specifiche esigenze della cliente per un determinato immobile, la fattispecie rientra pienamente in questa eccezione, e il recesso esercitato a distanza di anni dalla conclusione dell’accordo non può dunque produrre gli effetti liberatori invocati. L’errore procedurale: la domanda subordinata mai esaminata È però il quinto motivo a determinare l’accoglimento parziale del ricorso. La cliente aveva chiesto, in subordine rispetto al recesso senza penalità, che venisse comunque accertata la risoluzione del contratto per inadempimento della controparte o, in ulteriore subordine, per mutuo dissenso: domande che avrebbero comunque consentito di recuperare la somma versata. La Corte d’appello, tuttavia, ha completamente omesso di pronunciarsi su questo specifico motivo di gravame, incorrendo in un vizio di omessa pronuncia rilevante ai sensi dell’articolo 112 del codice di procedura civile. Per questo unico profilo la Cassazione cassa la decisione impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione, affinché si pronunci sulla domanda rimasta priva di esame. Implicazioni pratiche per imprese e consumatori La pronuncia offre indicazioni utili sia a chi opera nel settore della
Amministratore di condominio: nomina, compenso e cessazione dell’incarico

Quando l’assemblea nomina l’amministratore, non sceglie soltanto una persona di fiducia a cui affidare la gestione dello stabile: stipula un contratto a contenuto legalmente conformato, che vincola condominio e amministratore secondo regole precise su durata, compenso, poteri e modalità di cessazione. Considerare la nomina un atto informale, privo di questa cornice, è all’origine di buona parte del contenzioso condominiale registrato negli ultimi anni. L’autonomia dell’assemblea opera infatti entro limiti dettati da norme inderogabili, a tutela del singolo condomino, dei creditori del condominio e dei terzi. La natura giuridica del rapporto Il primo equivoco da superare riguarda la qualificazione dell’incarico. L’amministratore non è un professionista intellettuale né un semplice mandatario: la giurisprudenza di legittimità lo inquadra come contraente di un contratto tipico, disciplinato in via primaria dagli artt. 1129, 1130 e 1131 c.c., con applicazione del mandato soltanto residuale, nella misura in cui risulti compatibile con lo statuto speciale della figura. Lo ha chiarito la pronuncia n. 7874 del 19 marzo 2021, escludendo che l’attività dell’amministratore integri una prestazione d’opera intellettuale ai sensi degli artt. 2229 e seguenti c.c.: non è richiesta l’iscrizione a un albo professionale, e il contenuto del rapporto risulta già interamente conformato dalle norme condominiali. Si tratta di un orientamento ormai consolidato, che consente di evitare due errori ricorrenti nella prassi: applicare direttamente l’art. 2237 c.c. in tema di recesso dal contratto d’opera intellettuale, oppure trattare l’amministratore come un mandatario puro, trascurando i doveri specifici e le cause di cessazione che il diritto condominiale gli riserva. Nomina, accettazione e requisiti di legge La figura dell’amministratore è obbligatoria quando i condomini superano il numero di otto; al di sotto di tale soglia la nomina resta facoltativa. Spetta all’assemblea deliberarla con la maggioranza qualificata dall’art. 1136, secondo comma, c.c.: la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno la metà del valore dell’edificio. La delibera, tuttavia, non esaurisce il procedimento negoziale: occorre l’accettazione dell’incaricato, che perfeziona il rapporto contrattuale. È quindi prudente che il verbale dia atto espressamente di tale accettazione, o richiami un preventivo scritto, sottoscritto o comunque accettato, allegato alla deliberazione o dichiarato parte integrante di essa. A questi profili si aggiunge il possesso dei requisiti di onorabilità e professionalità previsti dall’art. 71-bis disp. att. c.c., salve le eccezioni per il condomino che amministri il proprio stabile. Non si tratta di un adempimento formale: la pronuncia n. 28195 del 31 ottobre 2024 ha stabilito che la nomina di un amministratore privo di tali requisiti è nulla per contrarietà a norma imperativa, posta a tutela di interessi generali e non semplicemente privati. Ne discende una conseguenza spesso trascurata: la nullità della nomina impedisce anche il rinnovo tacito dell’incarico, secondo il principio per cui quod nullum est nullum producit effectum. Una corretta deliberazione dovrebbe quindi incorporare, oltre al preventivo analitico, anche la dichiarazione relativa alla sussistenza dei requisiti di legge e ai dati identificativi dell’amministratore. Il compenso analitico: un presidio di trasparenza È questo il tema su cui il legislatore ha scelto la sanzione più incisiva. L’art. 1129, comma 14, c.c. impone all’amministratore, all’atto dell’accettazione della nomina e del rinnovo, di specificare analiticamente l’importo dovuto per l’attività svolta, a pena di nullità della nomina stessa. La regola non va letta come un formalismo, ma come uno strumento che consente al condomino di conoscere, prima ancora di deliberare, quanto costa la gestione ordinaria e quali attività generano compensi aggiuntivi. Restano perciò fonte di contenzioso le clausole generiche del tipo “compenso secondo tariffa” o “onorario da concordare in sede di rendiconto”, quando non accompagnate da criteri oggettivi previamente approvati. La pronuncia n. 12927 del 22 aprile 2022 ha chiarito che la valida costituzione del rapporto richiede un documento approvato dall’assemblea contenente l’analitica determinazione del compenso, anche per rinvio a un preventivo dichiarato parte integrante della delibera; tale requisito non può considerarsi soddisfatto per implicito dalla mera approvazione del rendiconto. La pronuncia n. 14424 del 29 maggio 2025 ha ribadito il principio per le gestioni successive all’entrata in vigore della norma, precisando che l’approvazione del rendiconto non sana la mancanza originaria della specificazione analitica: la nullità della nomina è nullità testuale, e resta nulla anche la delibera che approvi, nel rendiconto, una voce di compenso non validamente predeterminata al momento della nomina o del rinnovo. Sullo stesso orientamento è intervenuta, nella medesima data, la pronuncia n. 14428 del 29 maggio 2025, che ha opportunamente precisato i confini pratici della regola: l’obbligo di analiticità non impone una quantificazione per singola prestazione, essendo sufficiente anche la previsione di un importo complessivo, comprensivo delle attribuzioni di cui all’art. 1130 c.c. e riferito all’intero incarico, fermo restando che le attività eccedenti l’ordinaria amministrazione possono formare oggetto di pattuizione separata nel corso del rapporto. Non si tratta di un contrasto tra le due pronunce, quanto di un chiarimento che bilancia il rigore della sanzione con un’applicazione non eccessivamente formalistica: il preventivo deve restare verificabile, ma non deve trasformarsi in un elenco casistico di ogni possibile prestazione. Durata, rinnovo e conferma dell’incarico L’incarico dura un anno e si intende rinnovato per eguale durata, senza che occorra necessariamente una nuova delibera di nomina; ciò non legittima, tuttavia, una gestione priva di controllo assembleare. Poiché l’art. 1129, comma 14, c.c. richiama espressamente anche il rinnovo, la soluzione prudenziale consiste nel far constare la permanenza del compenso analitico già pattuito, oppure nell’approvare un nuovo preventivo quando mutino le prestazioni, la complessità della gestione o il numero delle unità immobiliari. È utile distinguere tre fattispecie spesso confuse nella prassi: la prosecuzione legale dell’incarico per l’eguale durata annuale, la conferma espressa dell’amministratore da parte dell’assemblea e la nomina di un soggetto diverso. La loro sovrapposizione alimenta contestazioni sulla continuità dei poteri gestori, sul diritto al compenso e sulla validità degli atti compiuti nel periodo controverso. Revoca e dimissioni L’assemblea può revocare l’amministratore in ogni momento, con la stessa maggioranza prevista per la nomina. Si tratta dell’espressione del carattere fiduciario dell’incarico, e la validità della delibera non richiede l’esistenza di una giusta causa. La mancanza di una giusta causa, tuttavia, può incidere sulle conseguenze economiche
Bagagli persi su un volo nazionale: davanti a quale giudice si chiede il risarcimento?

Con la sentenza C‑876/24, pubblicata il 17 settembre 2026, la Corte di giustizia dell’Unione europea chiarisce che la Convenzione di Montreal disciplina la competenza territoriale anche sui voli interni a uno Stato membro. Chiarisce inoltre che l’acquisto online del biglietto non rende competente il tribunale del luogo in cui vive il passeggero. Una passeggera acquista online, dal proprio domicilio e tramite una piattaforma di vendita, un biglietto per un volo da Madrid a Barcellona previsto per l’8 novembre 2023. Il vettore è una compagnia aerea con sede sociale in Spagna. Giunta in aeroporto, la viaggiatrice conclude di persona anche un contratto per il trasporto dei bagagli, come servizio aggiuntivo rispetto al volo. Durante il tragitto i bagagli vanno persi. La passeggera se ne accorge solo all’arrivo a Barcellona, da dove riparte con un secondo volo diretto a Roma. Decisa a ottenere il risarcimento, si rivolge al tribunale di primo grado del luogo in cui risiede, invocando la Convenzione di Montreal. Ma il giudice non è sicuro di essere competente. Il dubbio del giudice e le tre domande alla Corte Il giudice osserva anzitutto che la Convenzione si applica ai soli trasporti «internazionali». Il volo in questione collegava due città spagnole e la passeggera non aveva prodotto alcun documento sull’acquisto del volo per Roma né su un eventuale rientro. Se la Convenzione non fosse applicabile, la competenza sarebbe pacifica, perché il codice di procedura civile spagnolo consente al consumatore di scegliere il foro del proprio domicilio. Se invece fosse applicabile, bisognerebbe capire se il tribunale della residenza possa dirsi competente come luogo in cui il vettore «possiede un’impresa che ha provveduto a stipulare il contratto», dato che il biglietto è stato acquistato online da quel luogo. E ancora: quale contratto conta, quello del volo, concluso online, o quello dei bagagli, concluso in aeroporto? Per sciogliere questi nodi il giudice ha sospeso il processo e ha interpellato la Corte con un rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE. La Corte non decide la lite, ma fornisce l’interpretazione del diritto europeo, cui il giudice nazionale deve poi attenersi. La risposta è contenuta nella sentenza della Terza Sezione, causa C‑876/24, pubblicata il 17 settembre 2026. Il quadro normativo in parole semplici La Convenzione di Montreal del 28 maggio 1999 regola la responsabilità dei vettori aerei. Per l’Unione europea è in vigore dal 28 giugno 2004 ed è parte integrante dell’ordinamento europeo. L’art. 33, par. 1, stabilisce dove il passeggero può agire per il risarcimento. A sua scelta, può rivolgersi al giudice del domicilio del vettore, della sede principale della sua attività, del luogo in cui il vettore possiede un’impresa che ha provveduto a stipulare il contratto, oppure del luogo di destinazione. Il par. 2 aggiunge un ulteriore foro, quello della residenza principale e permanente del passeggero, ma solo per i danni da morte o lesione personale e a condizioni legate alla presenza operativa del vettore in quello Stato. Il regolamento (CE) n. 2027/97, come modificato dal regolamento (CE) n. 889/2002, ha allineato il diritto dell’Unione alla Convenzione. Il suo art. 1 ne estende le disposizioni ai trasporti aerei effettuati in un unico Stato membro. L’art. 3, par. 1, prevede che la responsabilità del vettore aereo dell’Unione verso passeggeri e bagagli sia disciplinata da «tutte le pertinenti disposizioni» della Convenzione. Prima questione: la Convenzione vale anche sui voli nazionali? La Corte risponde di sì. Il capo III della Convenzione contiene sia le norme sostanziali sulla responsabilità del vettore sia quelle sull’azione di risarcimento, come l’art. 33. Il rinvio a «tutte le pertinenti disposizioni» comprende dunque anche la disciplina della competenza. Nessuna norma del regolamento subordina l’applicazione ai voli nazionali alla presenza di un elemento di estraneità. Non rileva quindi né che il volo non sia internazionale né che il contratto sia stato concluso tra parti stabilite nello stesso Stato. Lo scopo è creare un unico complesso di regole, con lo stesso livello e tipo di responsabilità a prescindere dal carattere nazionale o internazionale dei voli. La Corte ricorda anche un proprio precedente (sentenza C‑213/18 del 7 novembre 2019), secondo cui l’art. 33, par. 1, individua non solo lo Stato, ma anche il tribunale territorialmente competente al suo interno. Un dettaglio va segnalato: il dispositivo è formulato per l’azione proposta da una persona residente in uno Stato membro contro un vettore dell’Unione con sede sociale nello stesso Stato. Il ragionamento della Corte, tuttavia, esclude in termini generali la necessità di un elemento di estraneità. Seconda questione: comprare online avvicina il giudice a casa? Qui la risposta è negativa. Il giudice della residenza principale e permanente del passeggero non è competente solo perché il contratto è stato concluso online da quel luogo. La Corte applica le regole di interpretazione dei trattati della Convenzione di Vienna del 1969 (artt. 31 e 32). Queste impongono di guardare al senso comune dei termini, al contesto e allo scopo, e in via complementare ai lavori preparatori, senza affidarsi alle definizioni del diritto interno. Sul piano letterale, le versioni linguistiche esaminate (francese, inglese, spagnola e russa) non rinviano al luogo di residenza di chi agisce. Tutti i fori dell’art. 33, par. 1, richiamano invece una presenza fisica del vettore o un collegamento con il trasporto, come la destinazione. Sul piano del contesto, solo il par. 2 menziona la residenza del passeggero, e limitatamente a morte e lesioni. Leggere il par. 1 in senso estensivo priverebbe quella scelta di ogni effetto utile per i contratti online. Quanto allo scopo, la Convenzione tutela gli utenti ma cerca anche un giusto equilibrio con gli interessi dei vettori. Non sarebbe accettabile che, per il solo fatto di vendere online, questi rischiassero di essere convenuti davanti a tribunali di tutto il mondo, anche dove non hanno alcuna presenza né legame con il trasporto. I lavori preparatori mostrano infine che il foro del domicilio del passeggero fu discusso e poi ristretto alla sola ipotesi del par. 2, in un’epoca in cui la prenotazione online era già nota. Terza questione: conta il contratto del volo, non quello dei
Utili non distribuiti della società: contano nell’assegno di mantenimento del coniuge?

La Cassazione conferma: gli utili non distribuiti delle società partecipate dal coniuge obbligato concorrono a determinare l’assegno di mantenimento, anche se non sono mai entrati nelle sue tasche. Una separazione coniugale, dopo circa diciannove anni di matrimonio, approda in Corte d’Appello a Venezia per la sola questione della misura degli assegni di mantenimento riconosciuti dal Tribunale di Treviso. La Corte territoriale, sulla base di una consulenza tecnica che aveva ricostruito la situazione economica di entrambi i coniugi negli anni precedenti alla separazione, rileva una significativa disparità economica a svantaggio della moglie e rideterminate al rialzo gli importi: 1.500 euro mensili a titolo di mantenimento per la moglie e altrettanti quale contributo per il mantenimento della figlia minore, allora quasi sedicenne, collocata prevalentemente presso la madre. Il perito d’ufficio aveva evidenziato come il marito, titolare di una partecipazione dell’80% in una società, percepisse retribuzioni mensili consistenti, ai quali si aggiungevano canoni di locazione per un immobile di proprietà e, soprattutto, utili non distribuiti dalla società partecipata. La moglie, per contro, disponeva di un reddito da lavoro dipendente sensibilmente inferiore, gravato peraltro dalla rata di un mutuo per l’abitazione. Su queste basi la Corte d’Appello aveva ritenuto che il tenore di vita elevato goduto dalla famiglia in costanza di convivenza dovesse essere, per quanto possibile, preservato in capo alla moglie e alla figlia. Il marito ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione con sei distinti motivi di ricorso, contestando tra l’altro la decorrenza retroattiva degli aumenti, l’inclusione nel proprio reddito di utili societari non distribuiti e di beni non nella sua diretta disponibilità, i criteri di ripartizione del mantenimento della figlia, la valutazione del tenore di vita familiare e la ricostruzione del reddito della moglie, oltre alla condanna alle spese di lite. La Prima Sezione Civile, con l’ordinanza n. 24776, pubblicata il 26 agosto 2026, ha rigettato integralmente il ricorso. Il rilievo attribuito agli utili non distribuiti Il cuore della pronuncia, e il profilo di maggiore interesse pratico, riguarda il secondo motivo di ricorso, con cui si contestava che la Corte territoriale avesse considerato, ai fini della determinazione del mantenimento, gli utili non distribuiti realizzati dalla società di cui il ricorrente era socio all’80%, oltre a cespiti asseritamente non produttivi di reddito attuale. La Cassazione ribadisce un principio già consolidato nella propria giurisprudenza: il coniuge separato obbligato al versamento del mantenimento non può pretendere l’esclusione, dalla base di calcolo, degli utili non distribuiti dalla società partecipata. I risultati economici positivi realizzati dalla società, ancorché non tradotti in dividendi effettivamente percepiti, rientrano legittimamente nella valutazione comparativa che il giudice della separazione è chiamato a compiere per fissare l’obbligo di mantenimento e la sua esatta misura. La ratio è evidente: la capacità economica di chi controlla una società, specie con una quota di maggioranza così ampia come l’80%, non si esaurisce nel reddito formalmente percepito, ma comprende anche la ricchezza prodotta e trattenuta all’interno della compagine sociale, di cui il socio di controllo può normalmente disporre secondo le proprie scelte di gestione. Sotto un diverso profilo, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello avesse sovrastimato la propria forza economica, includendo cespiti non produttivi o riferibili a soggetti terzi. Su questo punto specifico la Cassazione dichiara il motivo inammissibile, perché si risolve in una critica all’accertamento di fatto sui redditi delle parti, compito riservato al giudice di merito e sottratto al sindacato di legittimità quando la motivazione sia idonea a rivelare l’iter logico seguito, secondo la lettura ormai consolidata dell’articolo 360, primo comma, numero 5, del codice di procedura civile, fissata dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 8053 del 2014. Nel caso specifico, la Corte territoriale aveva ricostruito con puntualità la posizione reddituale complessiva del marito: retribuzioni mensili pari a circa 5.044,58 euro, canoni di locazione per circa 700 euro mensili derivanti da un immobile di proprietà, e appunto gli utili non distribuiti della società partecipata all’80%, a fronte di un’esposizione debitoria residua per un prestito personale. Questo quadro, unitamente al riscontro di una capacità di spesa della famiglia rimasta costantemente elevata negli anni precedenti alla separazione (la Cassazione richiama, tra gli indici sintomatici valorizzati in sentenza, persino l’acquisto di un’autovettura di fascia alta), ha permesso alla Corte di merito di affermare, con motivazione ritenuta ampiamente sufficiente, la sussistenza di un tenore di vita agiato da preservare, nei limiti del possibile, in favore della moglie e della figlia. Gli altri principi affermati dall’ordinanza L’ordinanza offre l’occasione per ribadire ulteriori principi di rilievo pratico. Quanto alla decorrenza degli aumenti dell’assegno, la Corte conferma l’orientamento secondo cui la decorrenza dalla domanda giudiziale attiene all’an debeatur, mentre la diversa quantificazione operata in appello, se fondata sulla rivalutazione dei medesimi elementi fattuali già esistenti sin dall’origine e non su una sopravvenuta modificazione della situazione patrimoniale dell’obbligato, retroagisce anch’essa alla data della domanda, richiamando in proposito il principio ricordato da Cassazione, Sezioni Unite, n. 32914 del 2022. I provvedimenti presidenziali adottati ai sensi dell’articolo 708 del codice di procedura civile hanno infatti natura meramente interinale e non precludono che la sentenza definitiva integri, con effetto ex tunc, l’importo dell’assegno. Quanto al contributo per il mantenimento della figlia minore, la Cassazione conferma che il criterio della collocazione prevalente presso un genitore, unito alla diversa capacità economica dei genitori, giustifica legittimamente un onere proporzionalmente maggiore a carico del genitore più abbiente, in applicazione dell’articolo 337-ter, comma quarto, del codice civile. Infine, quanto al criterio del tenore di vita, l’ordinanza ribadisce che esso va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, comprensivo delle potenzialità reddituali, della capacità di spesa e delle prospettive future, richiamando precedenti risalenti ma mai superati. Implicazioni pratiche La pronuncia ha ricadute concrete significative per tutti coloro che, in sede di separazione o divorzio, sono titolari di partecipazioni societarie rilevanti. Chi detiene quote di controllo in una società non può limitarsi a dichiarare il proprio reddito personale formalmente percepito per contenere l’assegno di mantenimento: il giudice può legittimamente guardare “oltre lo schermo societario” e valorizzare anche
Cause seriali e spese di lite: il giudice può abbattere i compensi sotto i minimi?

Il giudice può abbattere i compensi dell’avvocato sotto i minimi tariffari se ritiene la controversia semplice? La Sezione Lavoro della Cassazione risponde di no Un pensionato aveva agito in giudizio contro l’INPS per ottenere il riconoscimento della maggiorazione della pensione prevista dall’art. 38 della legge n. 448 del 2001, proponendo ricorso ai sensi dell’art. 414 c.p.c. davanti al Tribunale di Nola. Nel corso del giudizio di primo grado, tuttavia, l’Istituto aveva riconosciuto in via amministrativa il beneficio richiesto, facendo così venir meno l’oggetto della controversia. Il Tribunale dichiarava pertanto cessata la materia del contendere. Restava da decidere la sorte delle spese di lite. Il giudice di primo grado le compensava nella misura del 50%, liquidando l’importo residuo in € 888,00; a questa somma, però, applicava un’ulteriore riduzione del 50%, giustificata dalla ritenuta “estrema semplicità e vocazione seriale” della controversia, portando il compenso effettivamente riconosciuto al difensore a soli € 444,00. La Corte d’Appello di Napoli confermava integralmente questa impostazione e condannava altresì il pensionato al pagamento delle spese del grado di appello. Avverso tale decisione il pensionato, assistito dal proprio difensore, proponeva ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, mentre l’INPS restava intimato senza costituirsi. La decisione della Cassazione Con l’ordinanza recante numero di raccolta generale 25188/2026, pubblicata il 10 settembre 2026, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha rigettato il primo motivo, accolto il secondo e dichiarato assorbito il terzo, cassando la sentenza impugnata limitatamente al capo relativo alle spese di lite e procedendo direttamente alla loro riliquidazione. Il potere discrezionale di compensazione (motivo respinto) Il primo motivo denunciava la violazione dell’art. 92, comma 2, c.p.c., sostenendo che la compensazione delle spese fosse stata disposta in assenza dei presupposti di legge. La Corte lo ha ritenuto infondato, ribadendo un principio consolidato nella propria giurisprudenza: il potere del giudice di merito di compensare, in tutto o in parte, le spese processuali ha natura discrezionale, e il sindacato di legittimità su tale scelta è circoscritto alla sola verifica che non sia stato violato il principio secondo cui le spese non possono mai essere poste, nemmeno parzialmente, a carico della parte totalmente vittoriosa. Al di fuori di questa ipotesi, resta censurabile in Cassazione soltanto la motivazione palesemente illogica, inconsistente o manifestamente erronea con cui il giudice di merito abbia giustificato la compensazione. Nel caso di specie, avendo il Tribunale ancorato la compensazione al sopravvenuto riconoscimento amministrativo del beneficio da parte dell’INPS, la Corte ha ritenuto corretto l’esercizio di tale potere discrezionale. Il divieto di liquidare compensi sotto i minimi tariffari (motivo accolto) Il secondo motivo, quello risolutivo, denunciava invece la violazione dell’art. 91 c.p.c. e del d.m. n. 55 del 2014, come modificato dal d.m. n. 37 del 2018, per aver il giudice di merito ulteriormente dimidiato l’importo dei compensi già ridotto per effetto della compensazione, in ragione della semplicità e della serialità della controversia. La Cassazione ha accolto la doglianza, richiamando un orientamento già espresso in precedenti pronunce: a seguito dell’entrata in vigore del d.m. n. 37 del 2018, applicabile ratione temporis alla fattispecie, il giudice non può più liquidare i compensi professionali al di sotto dei minimi tariffari. Si tratta di un limite diverso e più rigido rispetto al regime previgente, nel quale l’unico argine alla discrezionalità del giudice era rappresentato dal generico canone del decoro professionale dell’avvocato. Nel caso concreto, l’ulteriore riduzione del 50% applicata dal giudice di merito sull’importo di € 888,00 aveva condotto a una liquidazione di gran lunga inferiore ai minimi effettivamente dovuti, calcolati dalla Corte in € 442,50 per la fase di studio, € 370,00 per la fase introduttiva ed € 963,00 per la fase decisionale (esclusa la fase istruttoria, non espletata), per un totale di € 1.775,50. Il terzo motivo, relativo alla condanna alle spese del grado di appello nonostante il versamento della dichiarazione di esonero, è rimasto assorbito dall’accoglimento del secondo. Il principio affermato La pronuncia consolida un principio di rilievo pratico non trascurabile: la discrezionalità del giudice nella liquidazione delle spese di lite, per quanto ampia quanto all’an della compensazione, incontra un limite invalicabile nel quantum. Dal 2018 in poi, la “semplicità” o la “serialità” di una controversia — argomento ricorrente, ad esempio, nel contenzioso previdenziale seriale — non può giustificare compensi liquidati al di sotto delle soglie minime fissate dal decreto ministeriale tariffario. La motivazione fondata su tali criteri, per quanto in sé legittima ai fini della compensazione tra le parti, non può tradursi in un ulteriore abbattimento del compenso spettante al difensore. Implicazioni pratiche Per gli avvocati, in particolare per chi opera nel contenzioso previdenziale e in altri settori caratterizzati da un elevato numero di cause dal contenuto standardizzato, la pronuncia offre un argomento difensivo solido contro le liquidazioni “punitive” motivate dalla presunta serialità della materia: i minimi tariffari restano un presidio non derogabile, indipendentemente dalla semplicità della singola controversia. Per i pensionati e più in generale per gli assistiti, la decisione conferma che il riconoscimento tardivo di un diritto in via amministrativa, pur determinando la cessazione della materia del contendere, non giustifica di per sé una liquidazione delle spese difensive inferiore ai minimi di legge. Per gli enti previdenziali e le altre parti soccombenti, infine, la pronuncia segnala che il margine per contenere i costi del contenzioso attraverso la valorizzazione della “serialità” delle cause resta circoscritto alla sola compensazione, e non può estendersi alla quantificazione dei compensi liquidati alla controparte vittoriosa.