Il guardrail troppo basso può costare la vita — e la responsabilità è dell’ente stradale

La Cassazione conferma: chi gestisce una strada risponde dei danni causati da barriere inadeguate, anche senza perizia tecnica Una mattina di maggio, un’autovettura percorre una rampa di accesso in direzione del mare. Il conducente sbanda verso il margine destro della carreggiata, urta il guardrail, lo sormonta e precipita nella scarpata sottostante. L’esito è mortale. Da questo tragico evento nasce una vicenda giudiziaria che ha impegnato i tribunali italiani per oltre quindici anni, fino all’ordinanza della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione n. 4875/2026, depositata il 4 marzo 2026. Con essa, la Suprema Corte ha fissato principi di notevole rilievo pratico in materia di responsabilità del custode di strade pubbliche, con specifico riferimento all’adeguatezza delle barriere di contenimento laterali. La vicenda aveva visto le congiunte del defunto — moglie, figlia e sorella — agire in giudizio contro l’ente proprietario della strada, chiedendo il risarcimento dei danni subiti sia a titolo personale (iure proprio) sia come eredi (iure hereditatis). Il Tribunale di primo grado aveva inizialmente rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Firenze aveva ribaltato quella decisione, accertando la responsabilità dell’ente nella misura del 60% e riconoscendo un concorso di colpa del conducente nella misura del 40%. La Cassazione ha ora confermato quella pronuncia. La responsabilità da custodia e la sua estensione alle pertinenze stradali Il fulcro giuridico della sentenza ruota attorno all’art. 2051 del codice civile, che disciplina la cosiddetta responsabilità del custode. La norma stabilisce che ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, a meno che non provi il caso fortuito. In altri termini, chi gestisce o possiede una cosa — nel nostro caso, una strada pubblica — è tenuto a rispondere dei danni che da essa derivano agli utenti, salvo eventi del tutto imprevedibili e inevitabili. La Corte di Cassazione ribadisce in questa occasione un principio già consolidato nella giurisprudenza della stessa Sezione (richiamando espressamente le sentenze nn. 9547/2015 e 26527/2020): la custodia esercitata dal proprietario o gestore di una strada pubblica non si limita alla sola carreggiata, ma si estende a tutti gli elementi accessori e alle pertinenze, ivi compresi i guardrail e le barriere laterali con funzione di contenimento. Questo significa che la responsabilità dell’ente stradale abbraccia anche lo stato e l’adeguatezza di questi dispositivi di sicurezza, considerati parte integrante dell’infrastruttura viaria. Il nesso causale: non serve la pericolosità astratta, conta l’inefficacia concreta Il punto più innovativo e di maggiore interesse pratico riguarda il thema probandum nella responsabilità da custodia. L’ente ricorrente sosteneva che la Corte d’Appello avesse accertato la pericolosità del guardrail su una base meramente “sensoriale” e soggettiva — la sua scarsa altezza rilevata nel verbale della Polizia Municipale — senza ricorrere a prove tecniche oggettive sulla non conformità del manufatto agli standard normativi. La Cassazione respinge questa impostazione, chiarendo che essa muove da un presupposto giuridico errato circa l’oggetto della prova nella responsabilità da custodia. Ai fini dell’art. 2051 c.c., la responsabilità del custode non presuppone necessariamente l’intrinseca pericolosità della cosa in sé, ma richiede il riscontro del suo ruolo causale o concausale nella produzione dell’evento dannoso e, solo in relazione a questo profilo, la verifica di una sua concreta inadeguatezza rispetto alla funzione di sicurezza cui è preposta. Nel caso di specie, il guardrail non era pericoloso in astratto: era semplicemente inefficace a contenere uno sbandamento laterale, esattamente la funzione per la quale era stato installato. Il giudizio sulla “scarsa altezza” non rappresentava dunque una percezione soggettiva del verbalizzante, bensì la constatazione di un difetto funzionale della pertinenza stradale, rivelatosi determinante nel consentire al veicolo di sormontare la barriera e precipitare nella scarpata. L’accertamento del nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento rimane comunque una valutazione di fatto riservata al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità. Il concorso di colpa del danneggiato e la sua irrilevanza ai fini del caso fortuito La Corte affronta anche il tema del concorso colposo del danneggiato, che nella specie era stato determinato nella misura del 40% per la condotta di guida imperita che aveva causato lo sbandamento. La questione giuridica è la seguente: può la condotta colposa dell’utente della strada integrare il caso fortuito, liberando così il custode da responsabilità? La risposta è no. La Cassazione chiarisce che il comportamento colposo del danneggiato, quand’anche non sia idoneo da solo a interrompere il nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento, può tuttavia integrare il concorso colposo del danneggiato nella produzione del danno ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., applicabile anche d’ufficio e richiamato dall’art. 2056 c.c. In forza di questo meccanismo, la responsabilità del custode viene diminuita in proporzione alla colpa del danneggiato, ma non eliminata. In altri termini, l’ente stradale non può invocare lo sbandamento dell’automobilista come esimente totale: la rilevanza causale dell’inadeguatezza del guardrail resta intatta, e con essa la quota di responsabilità dell’ente. La domanda di manleva e il principio di autosufficienza del ricorso Il procedimento aveva visto l’ente proprietario della strada chiamare in causa la società appaltatrice della manutenzione del tratto stradale, chiedendone la manleva in caso di condanna. La Corte d’Appello aveva rigettato questa domanda, ritenendo non dimostrato che il guardrail in questione fosse stato installato dalla società appaltatrice. In cassazione, l’ente aveva tentato di rilanciare la questione sostenendo che le clausole del capitolato d’appalto imponessero alla società manutentrice obblighi non solo di manutenzione e monitoraggio, ma anche di vigilanza, tempestiva comunicazione e rimozione degli elementi di pericolo. La Suprema Corte dichiara questo secondo motivo inammissibile per una triplice serie di ragioni concorrenti. In primo luogo, il ricorso non trascriveva integralmente le clausole contrattuali invocate né indicava con precisione dove queste fossero reperibili nel fascicolo processuale, violando così il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione sancito dall’art. 366, comma 1, n. 6 c.p.c. In secondo luogo, il motivo si limitava a prospettare un’interpretazione alternativa del contratto senza specificare quali precise regole di ermeneutica contrattuale — quelle di cui agli artt. 1362 e seguenti del codice civile — fossero state violate dalla Corte d’Appello. In terzo
Sinistro stradale: il concorso di colpa può essere riconosciuto anche d’ufficio dal giudice

La Cassazione chiarisce che il giudice può accertare la responsabilità concorrente della vittima indipendentemente dalle eccezioni di parte Un incidente stradale avvenuto lungo la Strada Statale Anagnina ha dato origine a una complessa vicenda giudiziaria che ha attraversato tutti e tre i gradi di giudizio, culminando con l’ordinanza n. 2271 del 4 febbraio 2026 della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione. La questione ruotava attorno a un caso tutt’altro che infrequente sulle nostre strade: un motociclista che sorpassava una fila di veicoli incolonnati veniva urtato da un furgone che si spostava improvvisamente dalla corsia verso sinistra in prossimità di una curva priva di visuale. L’impatto causava lesioni gravissime al conducente della moto, con fratture esposte, interventi chirurgici multipli e un’invalidità permanente riconosciuta al 35 per cento. La vicenda solleva un tema di grande rilevanza pratica: quando un sinistro stradale coinvolge più veicoli, come viene valutata la responsabilità di ciascun conducente? E soprattutto, può il giudice riconoscere un concorso di colpa della vittima anche se la controparte non lo ha espressamente eccepito in giudizio? Il quadro normativo di riferimento: dalla presunzione di pari responsabilità al concorso di colpa Il nostro ordinamento prevede due disposizioni fondamentali in materia di responsabilità da sinistro stradale. Da un lato, l’articolo 2054 del Codice Civile stabilisce una presunzione di pari responsabilità quando si verifica uno scontro tra veicoli: in caso di collisione, ciascun conducente è presunto responsabile del danno in misura paritaria, salvo che riesca a dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Questa norma ha lo scopo di tutelare i danneggiati facilitando l’onere della prova, ma può essere superata quando le risultanze istruttorie consentono di individuare con certezza le responsabilità. Dall’altro lato, l’articolo 1227, primo comma, del Codice Civile introduce il principio del concorso di colpa del danneggiato nella causazione del danno. Questo significa che se la vittima ha contribuito, anche solo parzialmente, a provocare l’evento dannoso attraverso un proprio comportamento colposo, il risarcimento deve essere ridotto in proporzione alla gravità della colpa e all’efficacia causale della condotta. La norma risponde a un’esigenza di giustizia sostanziale: non sarebbe equo che chi ha concorso a causare il proprio danno ottenga un risarcimento integrale come se fosse del tutto estraneo all’accaduto. L’iter processuale: tre giudizi, tre esiti diversi La vicenda ha conosciuto sviluppi processuali significativi. Il Tribunale di primo grado, dopo avere espletato una consulenza tecnica cinematica, acquisito testimonianze e raccolto la confessione di uno dei conducenti coinvolti, aveva concluso per la responsabilità esclusiva del conducente del furgone. Secondo il giudice di prime cure, le risultanze istruttorie consentivano di superare la presunzione di pari responsabilità e di individuare con certezza chi avesse causato l’incidente: il furgone si era spostato improvvisamente e senza le dovute cautele dalla fila di veicoli, invadendo la traiettoria del motociclo. Il danneggiato veniva quindi condannato, insieme alla compagnia assicuratrice, al pagamento di oltre duecentoventisei mila euro a titolo di risarcimento integrale. La Corte d’Appello, investita del gravame proposto dalla compagnia assicuratrice, giungeva però a conclusioni parzialmente diverse. I giudici di secondo grado, pur confermando la dinamica ricostruita in primo grado, ritenevano che anche il conducente della moto avesse tenuto un comportamento imprudente. In particolare, secondo la Corte territoriale il motociclista aveva effettuato un sorpasso a velocità inadeguata in prossimità di una curva priva di visuale, mentre stava superando una fila di veicoli fermi a causa del traffico. Questa condotta rappresentava una violazione delle regole di prudenza che governano la circolazione stradale e giustificava l’attribuzione di un concorso di colpa nella misura del 30 per cento. Il risarcimento veniva conseguentemente ridotto a poco più di centocinquantasette mila euro. I motivi del ricorso per Cassazione: due censure, due principi Il danneggiato proponeva ricorso per Cassazione articolando due distinti motivi. Con il primo motivo denunciava una violazione delle norme sulla valutazione delle prove e un travisamento delle risultanze istruttorie. Secondo il ricorrente, la Corte d’Appello aveva erroneamente attribuito la corresponsabilità basandosi su un presunto eccesso di velocità che non trovava riscontro nelle risultanze processuali. La consulenza tecnica aveva infatti accertato il rispetto dei limiti di velocità e confermato la dinamica così come ricostruita nel verbale redatto dalla Polizia Stradale. Pertanto, a suo avviso, non vi erano elementi per superare la decisione di primo grado che aveva riconosciuto la responsabilità esclusiva dell’altro conducente. Con il secondo motivo il ricorrente sollevava una questione di carattere processuale. Secondo la sua prospettazione, la Corte d’Appello aveva accolto un’eccezione di concorso di colpa sollevata per la prima volta in grado di appello, in violazione del divieto di domande nuove previsto dall’articolo 345 del Codice di Procedura Civile. L’eccezione di concorso di colpa, qualificabile come eccezione in senso stretto, avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile in quanto non proposta tempestivamente nel giudizio di primo grado. La decisione della Cassazione: valutazioni di merito e rilevabilità d’ufficio La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, fornendo due importanti chiarimenti in tema di responsabilità stradale e riparto dell’onere della prova. Con riferimento al primo motivo, i giudici di legittimità hanno ribadito un principio ormai consolidato: stabilire la dinamica di un sinistro stradale e valutare se sia stata vinta la presunzione di pari responsabilità costituisce una valutazione di fatto riservata al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata. La Cassazione ha quindi confermato la legittimità della decisione con cui la Corte d’Appello aveva ravvisato un concorso di colpa tra il conducente del motociclo che sorpassava una fila di veicoli incolonnati e l’automobilista che si svincolava dalla fila entrando in collisione con il mezzo in fase di sorpasso. Sul secondo motivo la Cassazione ha fornito un chiarimento di particolare rilevanza pratica. Il concorso di colpa del danneggiato nella causazione del proprio danno, ai sensi dell’articolo 1227, primo comma, del Codice Civile, non costituisce oggetto di eccezione in senso proprio ma può essere verificato dal giudice anche d’ufficio. Questa regola si fonda sulla distinzione tra due diverse situazioni: da un lato, il caso in cui il fatto colposo del danneggiato abbia concorso a causare il danno, che può essere
Incidente stradale mortale e risarcimento agli eredi: i limiti dell’azione diretta e il concorso di colpa

Una recente sentenza del Tribunale di Bari chiarisce quando gli eredi del trasportato deceduto possono agire contro l’assicurazione e come si ripartiscono le responsabilità quando tutti i soggetti coinvolti hanno contribuito al sinistro La perdita di un familiare in un incidente stradale rappresenta uno degli eventi più traumatici che una persona possa affrontare. Al dolore si aggiunge spesso la necessità di intraprendere un percorso giudiziario per ottenere il giusto risarcimento. Ma quali strumenti processuali hanno a disposizione gli eredi? E come incide il comportamento della stessa vittima sulla quantificazione del danno? Una recente pronuncia del Tribunale di Bari (procedimento n. 10522/2024 R.G.) offre importanti chiarimenti su questi delicati aspetti. Il caso esaminato La vicenda trae origine da un drammatico incidente stradale verificatosi in ore notturne, quando due autovetture si sono scontrate violentemente a un incrocio regolato da semaforo lampeggiante. Il passeggero di uno dei veicoli coinvolti, che non indossava la cintura di sicurezza, è stato sbalzato fuori dall’abitacolo a causa della forza dell’impatto, riportando lesioni fatali. La vedova ha quindi promosso azione risarcitoria nei confronti sia del conducente del veicolo su cui viaggiava il marito, sia della compagnia assicuratrice, chiedendo il ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. La questione dell’azione diretta: perché l’art. 141 del Codice delle Assicurazioni non si applica agli eredi Un primo, fondamentale profilo affrontato dalla sentenza riguarda la corretta individuazione dello strumento processuale esperibile dagli eredi del trasportato deceduto. Il Codice delle Assicurazioni Private (D.lgs. 209/2005) prevede due distinte azioni dirette: quella dell’art. 141, riservata al terzo trasportato danneggiato, e quella dell’art. 144, esperibile da qualunque danneggiato nei confronti dell’assicurazione del responsabile civile. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35318 del 30 novembre 2022, hanno definitivamente chiarito la natura eccezionale del rimedio previsto dall’art. 141 CAP. Questa norma, che consente al trasportato di agire direttamente contro l’assicurazione del veicolo su cui viaggiava (prescindendo dall’accertamento delle responsabilità), non può essere estesa agli eredi che agiscano per danni subiti iure proprio, ovvero in quanto tali e non quali successori del defunto. Il testo normativo, infatti, fa ripetuto riferimento al “veicolo a bordo del quale il danneggiato si trovava al momento del sinistro”: una formulazione che impedisce qualsiasi estensione interpretativa. La conseguenza pratica è rilevante: il congiunto del trasportato che agisca per danni propri deve seguire la via ordinaria dell’art. 144 CAP, con l’onere di allegare e provare tutti gli elementi costitutivi dell’illecito, senza poter beneficiare della semplificazione probatoria riconosciuta al trasportato diretto. Il giudicato penale e l’assicurazione: un rapporto complesso Nel caso esaminato, il conducente del veicolo era stato già condannato in sede penale per il reato di omicidio stradale (art. 589-bis c.p.), con contestuale condanna generica al risarcimento dei danni. Ci si è chiesti, quindi, se tale pronuncia vincolasse anche la compagnia assicuratrice, che non aveva partecipato al processo penale. Il Tribunale ha applicato l’orientamento consolidato della Cassazione secondo cui, nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria R.C. auto, responsabile del sinistro e assicuratore rispondono come condebitori solidali ad interesse unisoggettivo. Questo inquadramento comporta l’applicabilità dell’art. 1306 c.c., in base al quale il giudicato tra danneggiato e danneggiante non può essere opposto al terzo assicuratore, ma può solo essere da questi invocato se favorevole. In altri termini, la sentenza penale di condanna non vincola l’assicurazione, ma può comunque essere valutata dal giudice civile come documento rappresentativo di un fatto storico, utile a fondare il proprio convincimento. La ripartizione delle responsabilità: quando tutti hanno colpa L’aspetto più complesso della decisione riguarda l’accertamento delle responsabilità concorrenti. Il Tribunale ha individuato tre distinte condotte colpose che hanno contribuito all’evento mortale. Il conducente dell’altra autovettura ha violato l’obbligo di dare la precedenza, impegnando l’incrocio ad alta velocità e in stato di alterazione da alcol. Questa condotta è stata ritenuta la più grave in termini concorsuali, determinando l’attribuzione di una responsabilità del 40%. Il conducente del veicolo su cui viaggiava la vittima, pur godendo del diritto di precedenza, procedeva a velocità elevata (70 km/h in un tratto con limite di 50 km/h), in condizioni che avrebbero richiesto particolare prudenza: manto stradale bagnato, orario notturno, semaforo lampeggiante, prossimità di incrocio. Il giudice ha richiamato il consolidato principio giurisprudenziale secondo cui costituisce di per sé condotta negligente riporre fiducia nel comportamento diligente degli altri utenti della strada (Cass. civ. Sez. III, 21 novembre 2024, n. 30574). A questo conducente è stata attribuita una responsabilità del 35%. Infine, la stessa vittima ha contribuito all’evento non indossando la cintura di sicurezza. L’art. 1227, comma 1, c.c. esclude che sul danneggiante possa gravare quella parte di danno che non gli è causalmente imputabile. Nel caso specifico, se il trasportato avesse allacciato la cintura, con buona probabilità non sarebbe stato sbalzato fuori dall’abitacolo e avrebbe riportato lesioni meno gravi. Questo concorso colposo è stato quantificato nel 25%. La liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale Per la quantificazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, il Tribunale ha applicato le tabelle milanesi nella versione aggiornata ai principi espressi dalla Cassazione con la sentenza n. 10579/2021. Il nuovo sistema prevede un “valore-punto” (pari a 3.911 euro per la perdita di coniuge) moltiplicato per un punteggio determinato sulla base di cinque parametri: età della vittima primaria, età della vittima secondaria, convivenza, sopravvivenza di altri congiunti e qualità della relazione affettiva. Nel caso esaminato, considerata l’età dei coniugi, la convivenza e l’assenza di altri superstiti nel nucleo familiare primario, è stato attribuito un punteggio di 89 punti, corrispondente a un importo di 348.079 euro, poi ridotto a 261.059,25 euro per effetto del concorso di colpa della vittima. Il danno patrimoniale e i nuovi coefficienti di capitalizzazione Per il danno patrimoniale da perdita del contributo economico del coniuge, il Tribunale ha adottato i coefficienti di capitalizzazione elaborati dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano nel maggio 2023. Questi nuovi parametri superano le inadeguate tabelle del R.D. 1403/1922 e del CSM del 1989, proiettando correttamente la capitalizzazione solo sull’arco della vita lavorativa residua e non sull’intera vita fisica. Partendo dal reddito netto del defunto e dalla quota
Cinture di sicurezza non allacciate: quando il passeggero concorre alla propria lesione

La Cassazione chiarisce i limiti della responsabilità del conducente in caso di mancato uso dei dispositivi di protezione da parte del trasportato La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 23691/2021 pubblicata il 3 ottobre 2025, torna a pronunciarsi su una questione di rilevante interesse pratico: quali conseguenze comporta il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza da parte del passeggero ai fini della responsabilità risarcitoria dopo un incidente stradale? La risposta della Terza Sezione Civile offre importanti indicazioni per comprendere come vengono ripartite le responsabilità quando il danneggiato ha omesso di adottare le basilari misure di autoprotezione previste dal Codice della Strada. La vicenda trae origine da un sinistro stradale avvenuto il 14 ottobre 2009, nel quale un passeggero trasportato su un veicolo ha riportato gravi lesioni personali in seguito a una collisione. Il danneggiato ha quindi agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni subiti, lamentando di aver riportato lesioni consistite in trauma cranico, frattura delle ossa nasali, trauma distorsivo alla caviglia e distrazione delle rachidi cervicale. Il dato centrale della controversia, tuttavia, non riguardava tanto la dinamica del sinistro quanto un elemento apparentemente secondario ma di fondamentale importanza: al momento dell’impatto, il passeggero non indossava la cintura di sicurezza. Il primo giudice aveva respinto la domanda risarcitoria, mentre la Corte d’Appello di Roma, chiamata a riesaminare la questione, ha invece operato una diversa valutazione, riconoscendo che i comportamenti negligenti di entrambi i conducenti dovessero trovare spazio nella dinamica complessiva dell’evento dannoso. Il giudice di secondo grado ha quindi ritenuto che la responsabilità della collisione dovesse essere ripartita nella misura del cinquanta per cento tra i due veicoli coinvolti, pur rilevando che la causa unica ed esclusiva delle lesioni patite dal passeggero andasse ascritta al mancato uso della cintura di sicurezza da parte dello stesso. Avverso questa decisione è stato proposto ricorso per cassazione articolato su cinque motivi. La Suprema Corte ha dichiarato infondati i primi quattro motivi, che denunciavano violazioni procedurali e di merito relative all’omessa consulenza tecnica d’ufficio, all’individuazione delle lesioni e al rigetto della domanda risarcitoria nonostante il concorso di colpa riconosciuto. Su questi aspetti, la Cassazione ha ribadito alcuni principi consolidati. In primo luogo, ha chiarito che il giudice di merito non è vincolato alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio quando si tratta di risolvere questioni di natura tecnica o scientifica. Il principio del “iudex peritus peritorum”, sancito dalla giurisprudenza costante della Corte, comporta che il giudice possa ricorrere alle conoscenze specialistiche acquisite attraverso studi o ricerche personali, oppure esaminando direttamente la documentazione su cui si basa la relazione del consulente tecnico, per poi eventualmente disattenderne le argomentazioni o sostituirle con proprie diverse valutazioni. Ciò che rileva è che tale operazione sia supportata da motivazioni adeguate e non contraddittorie. Quanto alla questione della compatibilità tra le lesioni riportate e il mancato uso delle cinture di sicurezza, la Corte ha rilevato che costituisce circostanza di notoria comune conoscenza il fatto che un soggetto presente sul sedile anteriore di un autoveicolo possa essere gravato da lesioni al setto nasale anche quando non ha allacciato la cintura di sicurezza. Il giudice d’appello aveva quindi correttamente escluso che le lesioni si sarebbero comunque prodotte anche in presenza di un regolare allaccio della cintura. Il cuore della decisione riguarda però il quinto motivo di ricorso, che la Cassazione ha accolto. Il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello avesse rigettato la domanda risarcitoria nonostante avesse riconosciuto un concorso di colpa del trasportato solo minoritario, negando integralmente il risarcimento in un contesto in cui la compagnia assicuratrice aveva richiesto la concorsualità. La censura è stata ritenuta fondata. La Suprema Corte ha richiamato la propria consolidata giurisprudenza secondo cui, qualora la messa in circolazione dell’autoveicolo in condizioni di insicurezza sia ricollegabile all’azione o omissione non solo del trasportato ma anche del conducente, il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che essa avvenga in conformità delle norme di prudenza e sicurezza, si verifica un’ipotesi di cooperazione nel fatto colposo. In particolare, quando tra i soggetti coinvolti si è formato il consenso alla circolazione medesima con consapevole partecipazione di ciascuno alla condotta colposa dell’altro e accettazione dei relativi rischi, emerge una cooperazione nell’azione produttiva dell’evento dannoso. Solo in tale situazione può ritenersi risarcibile, a carico del conducente del veicolo antagonista, la responsabilità verso terzi ex art. 2054 cod. civ., tenuto conto che il comportamento del passeggero nell’ambito della cooperazione ipotizzata non può valere a interrompere il nesso causale tra la condotta del conducente e il danno, né a integrare un valido consenso alla lesione ricevuta. La giurisprudenza costante ha chiarito che il pregiudizio all’integrità fisica subito dal trasportato in conseguenza dell’incidente non può valere a interrompere il nesso causale fra la condotta del conducente ed il danno, né ad integrare un valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili, come già affermato da Cass. Sez. 3, ord. n. 11095 del 2020. Diversa è però la fattispecie in esame, nella quale la pretesa risarcitoria si indirizza esclusivamente nei confronti del proprietario e conducente del veicolo antagonista, unico convenuto in giudizio. In questo caso, la condotta colposa ascritta al danneggiato e consistente nel mancato uso della cintura di sicurezza, condotta alla quale il convenuto è rimasto per definizione estraneo, può esaurire l’intera efficienza causale del danno subito, a condizione che sia dimostrato in base a un accertamento di fatto non sindacabile in questa sede che l’impiego di tale strumento di protezione avrebbe neutralizzato le conseguenze del sinistro. Assumendo che, sulla base della consolidata giurisprudenza richiamata dalla stessa Corte, il mancato uso della cintura di sicurezza qualora accertato e dimostrato dal vettore o dalla sua compagnia non possa considerarsi concausa delle lesioni subite, ma può dare adito a un concorso di colpa minoritario del danneggiato, la Cassazione ha censurato la decisione del giudice d’appello. Quest’ultimo aveva riconosciuto una corresponsabilità di chi ha causato il sinistro nella misura dell’ottanta per cento e del settantacinque per cento, ponendo quindi la residuale quota minoritaria a carico del trasportato per via della propria negligenza