Videosorveglianza illecita e prescrizione: quando il tempo cancella il reato ma non il risarcimento

La Cassazione chiarisce come individuare il momento di commissione del delitto di interferenze nella vita privata e le conseguenze dell’estinzione per prescrizione La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8234/2026 della Quinta Sezione Penale, ha affrontato un caso delicato che tocca il confine tra tutela della privacy, tecnologia e decorso del tempo. La vicenda riguarda un titolare di un’attività commerciale accusato di aver installato un dispositivo per riprendere clandestinamente una sua dipendente mentre utilizzava la toilette del locale. La decisione offre importanti spiegazioni su come si determina il momento esatto in cui un reato viene commesso e quali siano le conseguenze quando questo diventa troppo remoto nel tempo. Il caso concreto e l’accusa Un datore di lavoro viene accusato del delitto previsto dall’art. 615-bis del codice penale, che punisce chiunque si procuri indebitamente immagini o informazioni relative alla vita privata altrui mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva. La norma tutela la riservatezza delle persone e sanziona condotte particolarmente invasive che violano gli spazi più intimi della vita di ciascuno. Nel caso specifico, il titolare del locale avrebbe ripreso la dipendente mentre espletava bisogni fisiologici all’interno del bagno del luogo di lavoro. La lavoratrice aveva scoperto le immagini che la ritraevano all’interno di un tablet posizionato sulla scaffalatura del bagno. Immediatamente dopo la scoperta, aveva sporto denuncia e si era costituita parte civile nel processo penale, chiedendo il risarcimento del danno subito. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Napoli avevano confermato la condanna dell’imputato, ritenendo provata la sua responsabilità. L’uomo aveva quindi proposto ricorso per Cassazione, sollevando diverse questioni tecniche e giuridiche. Le difese dell’imputato e la perizia informatica Il difensore dell’accusato aveva costruito la propria strategia difensiva su alcuni elementi emersi dalla perizia informatica disposta nel corso del procedimento. Gli accertamenti tecnici avevano infatti rivelato che il tablet sequestrato non era dotato di una videocamera idonea a effettuare riprese. Inoltre, nella galleria del dispositivo non erano presenti video, se non un unico file che risultava essere stato inviato da altro apparecchio tramite un’applicazione di messaggistica. Questo file era datato 24 novembre 2016. La difesa sosteneva che le dichiarazioni della parte offesa fossero inattendibili e in contrasto con le risultanze tecniche. Inoltre, argomentava che la norma dell’art. 615-bis c.p. richiede una condotta attiva di “procacciamento” di immagini mediante strumenti di ripresa, e che la mera detenzione di un video non sarebbe sufficiente a configurare il reato. Infine, e questo si rivelerà l’argomento decisivo, la difesa evidenziava che il reato sarebbe estinto per prescrizione, considerando che l’unico video rinvenuto risaliva a novembre 2016 e la sentenza d’appello era stata pronunciata nell’aprile 2025. La posizione della Cassazione sulla responsabilità I giudici di legittimità hanno esaminato con attenzione la motivazione della Corte d’Appello. Quest’ultima aveva ritenuto che le immagini rinvenute ritraessero effettivamente la dipendente proprio nella toilette del locale commerciale, che la donna le aveva riconosciute nel tablet scoperto sulla scaffalatura del bagno, che solo il titolare e la sua dipendente avevano accesso a quel bagno, e che pertanto nessun altro avrebbe potuto procurarsi quelle immagini. A sostegno di questa ricostruzione, la Corte territoriale aveva anche valorizzato il messaggio di scuse che l’imputato aveva rivolto alla lavoratrice dopo la scoperta. La Suprema Corte ha ritenuto che questo ragionamento non presentasse vizi di manifesta illogicità. La motivazione appariva coerente con le risultanze processuali e rispettava il canone della “plausibile opinabilità di apprezzamento” che caratterizza il sindacato di legittimità. In sostanza, la Cassazione ha chiarito che il ricorrente non aveva contestato in modo specifico gli elementi portanti della decisione: non aveva dimostrato che il video riguardasse un luogo diverso dal bagno del locale, né che altre persone potessero avervi accesso per installare dispositivi di ripresa. Il fatto che il tablet sequestrato non fosse dotato di videocamera non era decisivo. La ricostruzione operata dai giudici di merito indicava infatti che l’imputato si era procurato le immagini con un altro dispositivo dotato di funzione di videoripresa, per poi trasferirle tramite applicazione di messaggistica al tablet dove la dipendente le aveva scoperte. Non si trattava quindi di un’estensione indebita della condotta tipica del reato alla mera detenzione di immagini, ma del riconoscimento di una condotta completa di procacciamento seguita da trasferimento e memorizzazione. La questione della prescrizione: quando si commette il reato? Ed è proprio qui che interviene il punto centrale e risolutivo della sentenza. Per determinare se un reato sia prescritto, occorre individuare il momento esatto della sua commissione, il cosiddetto tempus commissi delicti. La Cassazione ha chiarito che nel caso di specie non poteva farsi riferimento alla data del 21 ottobre 2017, indicata nel capo d’imputazione come momento della scoperta delle immagini da parte della lavoratrice. Se le immagini erano state memorizzate nel tablet a seguito di invio da altro dispositivo con cui l’imputato se le era procurate, occorreva guardare alla data di quella memorizzazione per stabilire quando la condotta tipica del reato fosse stata completata. La perizia informatica aveva fatto risalire quella memorizzazione al 24 novembre 2016. Pertanto, l’imputato doveva essersi procurato le immagini in quella data o in data immediatamente prossima. Il delitto previsto dall’art. 615-bis c.p. è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Il termine massimo di prescrizione per un reato con questa cornice edittale è di sette anni e sei mesi. Partendo dal 24 novembre 2016, il termine prescrizionale sarebbe maturato il 24 maggio 2024. La sentenza d’appello era stata invece pronunciata il 30 aprile 2025, quindi quando il reato era ormai estinto. L’obbligo del giudice e l’annullamento senza rinvio La Corte di Cassazione ha ricordato un principio fondamentale del processo penale: il giudice ha l’obbligo di dichiarare immediatamente le cause di non punibilità previste dall’art. 129 del codice di procedura penale, anche in assenza di specifica eccezione della difesa. Tra queste cause rientra proprio l’estinzione del reato per prescrizione. Il giudice d’appello avrebbe quindi dovuto rilevare d’ufficio che il reato era prescritto e prosciogliere l’imputato. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali, dichiarando che

Buoni Postali Fruttiferi: la Cassazione esclude il risarcimento per mancata consegna del foglio informativo

Con la sentenza n. 3686/2026 la Prima Sezione Civile chiarisce quando la prescrizione del diritto al rimborso non genera responsabilità di Poste Italiane La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3686 del 18 febbraio 2026, ha affrontato una questione di grande rilevanza pratica per migliaia di risparmiatori: è possibile ottenere un risarcimento da Poste Italiane quando i buoni postali fruttiferi si prescrivono e l’ente non ha consegnato al momento della sottoscrizione il Foglio Informativo Analitico? La risposta della Suprema Corte è netta: no, non è configurabile alcuna responsabilità risarcitoria. Il caso esaminato dalla Cassazione La vicenda trae origine dalla richiesta di rimborso di tre buoni postali fruttiferi serie AA2, ciascuno del valore di 5.000 euro, emessi nell’ottobre 2001. Due risparmiatori si erano visti negare il rimborso da parte di Poste Italiane perché era decorso il termine di prescrizione decennale. Secondo i ricorrenti, questa prescrizione era imputabile alla mancata consegna, al momento dell’acquisto dei buoni, del cosiddetto FIA, il Foglio Informativo Analitico previsto dal decreto del Ministero del Tesoro del 19 dicembre 2000. Senza questo documento, sostenevano i risparmiatori, non avevano potuto conoscere la data di scadenza dei buoni e, di conseguenza, non avevano saputo quando iniziava a decorrere il termine di prescrizione. Il Tribunale di Napoli Nord aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Napoli aveva ribaltato la decisione, condannando Poste Italiane al pagamento di 15.000 euro. Secondo i giudici partenopei, la mancata consegna del FIA costituiva un inadempimento contrattuale che aveva impedito ai sottoscrittori di conoscere elementi essenziali dei buoni acquistati. Poste Italiane ha quindi proposto ricorso per cassazione. La natura giuridica dei buoni postali fruttiferi Per comprendere la soluzione adottata dalla Cassazione, è fondamentale chiarire cosa sono i buoni postali fruttiferi dal punto di vista giuridico. Come ribadito dalla giurisprudenza costante, questi strumenti di risparmio sono “titoli di legittimazione” ai sensi dell’articolo 2002 del codice civile, e non titoli di credito in senso proprio. Cosa significa? Significa che i buoni servono semplicemente a identificare chi ha diritto alla prestazione, ma non incorporano il diritto in modo letterale e autonomo come accade per cambiali o assegni. La conseguenza pratica è che la disciplina dei buoni non si trova solo nel documento cartaceo consegnato al risparmiatore, ma viene integrata automaticamente dalle norme contenute nei decreti ministeriali che istituiscono le varie serie. Questo meccanismo di integrazione automatica opera tramite l’articolo 1339 del codice civile, che prevede l’inserimento automatico di clausole imposte dalla legge al posto di quelle difformi apposte dalle parti. Il quadro normativo di riferimento Il decreto ministeriale del 19 dicembre 2000, emanato dopo il riordino della Cassa Depositi e Prestiti, prevedeva all’articolo 3 che per il collocamento dei buoni rappresentati da documento cartaceo venisse consegnato al sottoscrittore il titolo unitamente al foglio informativo contenente la descrizione delle caratteristiche dell’investimento. L’articolo 6 dello stesso decreto stabiliva inoltre che Poste Italiane esponesse nei propri locali aperti al pubblico un avviso sulle condizioni praticate, rinviando ai fogli informativi per la descrizione dettagliata. Per quanto riguarda la prescrizione, l’articolo 8 del medesimo decreto stabiliva che i diritti dei titolari dei buoni si prescrivevano trascorsi dieci anni dalla data di scadenza del titolo. Per i buoni serie AA2 oggetto della controversia, il successivo decreto ministeriale del 29 marzo 2001 prevedeva che potessero essere liquidati al termine del settimo anno successivo a quello di emissione. La soluzione della Suprema Corte La Cassazione, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha accolto il ricorso di Poste Italiane, ribaltando la decisione della Corte d’Appello. I giudici di legittimità hanno affermato un principio chiaro: la mancata consegna del Foglio Informativo Analitico non determina l’insorgere di un diritto al risarcimento a favore del sottoscrittore che lamenti l’intervenuta prescrizione del diritto al rimborso. Il ragionamento della Corte si articola su più livelli. Innanzitutto, la pubblicazione dei decreti ministeriali sulla Gazzetta Ufficiale assolve pienamente l’obbligo informativo nei confronti dei risparmiatori. La disciplina dei buoni, infatti, è contenuta proprio in quei decreti, che ne stabiliscono durata, scadenza, tassi di interesse e termini di prescrizione. Questi provvedimenti ministeriali sono accessibili a tutti e costituiscono la fonte normativa primaria della regolamentazione dei buoni postali. La Cassazione ha inoltre evidenziato che gli obblighi informativi previsti dai decreti ministeriali successivi al riordino della Cassa Depositi e Prestiti non sono preordinati a riequilibrare un’asimmetria informativa nella fase precontrattuale. Al contrario, si pongono a valle della sottoscrizione del buono e hanno una funzione meramente riepilogativa e ricognitiva dei termini dell’operazione già conclusa. In altre parole, servono a facilitare la memorizzazione delle condizioni, ma non costituiscono il momento essenziale di formazione del consenso. Il tema della prescrizione e dell’inerzia del creditore Un passaggio cruciale della motivazione riguarda la natura stessa dell’istituto della prescrizione. Come ricordato dalla Suprema Corte, la prescrizione rileva per il mero fatto dell’inerzia, senza che siano possibili connotazioni soggettive. Per determinare l’estinzione del diritto è sufficiente il suo mancato esercizio per il tempo determinato dalla legge, senza che occorra alcuna qualificazione o caratteristica particolare di questo mancato esercizio. Il legislatore, infatti, ha dato rilievo solo alla condotta dolosa del debitore come elemento idoneo a determinare la sospensione della prescrizione. L’articolo 2941 numero 8 del codice civile prevede espressamente la sospensione solo quando il debitore ha dolosamente occultato l’esistenza del debito. Nessun analogo effetto è ricollegato al comportamento meramente colposo del debitore. Ne consegue che nemmeno è possibile configurare una responsabilità risarcitoria basata sulla condotta colposa che avrebbe ostacolato l’esercizio tempestivo del diritto. Nel caso specifico, anche volendo ritenere che la mancata consegna del FIA costituisse una negligenza informativa, questa circostanza non avrebbe potuto impedire ai risparmiatori di venire a conoscenza delle caratteristiche essenziali dei buoni. Sarebbe stato infatti sufficiente consultare la Gazzetta Ufficiale dove erano stati pubblicati i decreti ministeriali, oppure informarsi presso gli uffici postali. L’impossibilità di far valere il diritto che, ai sensi dell’articolo 2935 del codice civile, impedisce il decorso della prescrizione, riguarda solo gli impedimenti di natura legale, non l’incertezza o la difficoltà nell’esercizio del diritto stesso. Il rapporto con il provvedimento dell’AGCM Nella sentenza, la Cassazione ha anche

Post sui social e diffamazione: la Cassazione tutela la critica politica e dichiara i reati prescritti

Una recente pronuncia della Suprema Corte chiarisce i confini tra libertà di espressione e diffamazione online, annullando una condanna per vizi di motivazione e intervenuto decorso della prescrizione. Con la sentenza n. 5359/2026, la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato la decisione con cui la Corte d’appello aveva confermato la condanna di un cittadino per il reato di diffamazione aggravata a mezzo social network, previsto dall’art. 595, commi 1 e 3, c.p. La vicenda traeva origine da alcuni commenti pubblicati su gruppi Facebook e sul profilo personale dell’imputato, in relazione a notizie di stampa riguardanti procedimenti giudiziari a carico di soggetti che rivestivano ruoli pubblici in un ente locale. I commenti, redatti nella forma tipica del dibattito politico online — interrogativi retorici, ironia, riferimenti a fatti riportati dall’informazione locale — erano stati ritenuti dai giudici di merito lesivi della reputazione di alcune persone. Il primo elemento di criticità individuato dalla Cassazione riguarda proprio la formulazione del capo d’imputazione. La Corte ha rilevato come l’editto accusatorio descrivesse le condotte in continuità narrativa, trattando di fatto il reato di diffamazione — che ha natura istantanea e si consuma nel momento preciso della pubblicazione — come se si trattasse di un reato permanente, indicando un arco temporale di quasi un anno. Questa impostazione ha generato una catena di equivoci nelle decisioni di merito, che si sono trovate costrette a ricostruire autonomamente la distinzione tra le singole condotte per poter pronunciare le condanne e le assoluzioni parziali. Il vizio della motivazione apparente Una volta individuata la corretta collocazione temporale dei singoli episodi — con date di pubblicazione che la Cassazione ha ricavato direttamente dagli atti processuali, correggendo un errore materiale in cui erano incorsi sia il Tribunale che la Corte d’appello — la pronuncia si è addentrata nell’analisi dei vizi motivazionali della sentenza impugnata. Il risultato è netto: la motivazione della Corte d’appello, pur articolata su trentaquattro pagine, viene definita “al limite dell’apparenza”. Le prime dieci pagine si risolvevano nel riassunto della sentenza di primo grado, le successive diciassette nella trascrizione integrale dei motivi di appello, mentre alle effettive ragioni della decisione erano dedicate pochissime pagine dal contenuto apodittico e lacunoso. La Suprema Corte ha censurato in particolare due omissioni fondamentali. La prima è la mancata valutazione del contesto in cui le espressioni erano state pronunciate: i post non erano stati esaminati nella loro collocazione reale all’interno di thread di discussione pubblica su vicende di interesse locale, né erano stati letti in relazione agli articoli di stampa che li avevano originati. In assenza di questa contestualizzazione, le affermazioni sul carattere “palesemente diffamatorio” e dalla “portata indiscutibilmente denigratoria e offensiva” dei commenti risultavano del tutto assertive, prive di qualsiasi ragionamento a sostegno. La seconda omissione riguardava la scriminante del diritto di critica: la Corte d’appello si era limitata a escluderla per mancata prova della verità del fatto, senza però specificare quale fosse il fatto da provare, né illustrare le ragioni per cui erano stati disattesi elementi istruttori che sembravano deporre nel senso di un fondamento fattuale delle osservazioni dell’imputato. Il diritto di critica e di satira: i principi della giurisprudenza La sentenza n. 5359/2026 ricostruisce con precisione il quadro ermeneutico consolidato in materia di diffamazione e libertà di espressione, richiamando i principi enucleati dalla giurisprudenza di legittimità e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il punto di partenza è la necessità di bilanciare la tutela dell’onore e della reputazione — presidiate dall’art. 595 c.p. — con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 Cost. e dall’art. 10 CEDU. Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, il diritto di critica si concretizza in un giudizio valutativo che, pur prendendo le mosse da fatti veri o da una convinzione incolpevole della loro veridicità, non richiede la stessa rigorosa obiettività della cronaca giornalistica: la critica ha per natura carattere congetturale e soggettivo, sicché non può pretendersi che sia asettica e priva di toni aspri o polemici. Sono dunque scriminati i commenti ironici, le iperboli, il linguaggio figurato o gergale, purché proporzionati all’opinione espressa e funzionali alla tutela di interessi e valori ritenuti compromessi (Cass. pen. Sez. I, n. 36045 del 13/06/2014, Rv. 261122; Cass. pen. Sez. 5, n. 25518 del 26/09/2016, Rv. 270284). Con specifico riguardo alla critica politica — che è quella più direttamente in gioco quando oggetto dei commenti sono soggetti che esercitano funzioni pubbliche — la Corte ribadisce che la diffusione di giudizi negativi sull’operato di amministratori pubblici costituisce legittimo esercizio del diritto di cui all’art. 51 c.p. a condizione che la critica prenda spunto da una notizia vera, si connoti di pubblico interesse e non trascenda in un attacco personale fine a se stesso (Cass. pen. Sez. 5, n. 4530 del 10/11/2022, dep. 2023, Rv. 283964-02; Cass. pen. Sez. 5, n. 31263 del 14/09/2020, Rv. 279909-01). La stessa Corte EDU ha recentemente ribadito che i soggetti pubblici che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni sono soggetti a limiti di critica più ampi rispetto ai privati (Corte EDU, Sez. 5, 6 novembre 2025, Baena Salamanca c. Spagna). Ne consegue che il giudice di merito, di fronte a post pubblicati su social network in commento a notizie di stampa, avrebbe dovuto prioritariamente accertare: da un lato, se i commenti fossero strettamente aderenti alle notizie riportate o ne travalicassero il contenuto introducendo fatti storici non veritieri; dall’altro, se le espressioni utilizzate — pur colorite o ironiche — trascendessero il perimetro della critica per tramutarsi in un attacco personale slegato da qualsiasi base fattuale. Nessuna di queste verifiche era presente nella sentenza impugnata. La prescrizione: calcolo e conseguenze processuali Annullata la sentenza per vizio di motivazione, la Cassazione ha proceduto a rilevare d’ufficio l’intervenuta prescrizione di tutti i residui reati, in assenza di elementi che potessero giustificare una pronuncia nel merito ex art. 129, comma 2, c.p.p. Il calcolo è preciso. Il termine massimo di prescrizione per il reato di diffamazione aggravata è pari a sette anni e sei mesi, ai sensi degli artt. 157 e 161 c.p. A questo termine si aggiungono 208 giorni

Costruzioni in zona sismica: quando la prescrizione salva dai reati edilizi

La Cassazione chiarisce i termini di prescrizione e l’applicabilità delle norme antisismiche alle strutture metalliche: principi fondamentali per proprietari e costruttori La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20124/2025 della Terza Sezione Penale, pubblicata il 9 ottobre 2025, ha affrontato questioni di grande rilevanza pratica in materia di reati edilizi commessi in zone sismiche. La decisione offre importanti chiarimenti su quando scattano e quando si prescrivono i reati legati alla costruzione abusiva di edifici, con particolare riferimento alle opere realizzate con strutture metalliche anziché in cemento armato. Il caso riguardava due persone che erano state condannate per aver realizzato opere edilizie in zona sismica in violazione della normativa antisismica prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica numero 380 del 2001. In particolare, erano stati contestati i reati previsti dagli articoli 44, lettera b, 64, 65, 71, 72, 93 e 94 del citato decreto. La Corte di Appello di Catania aveva confermato la condanna di primo grado, rideterminando la pena in tre mesi di arresto e ottomilatrecento euro di ammenda per ciascun imputato. La questione dei termini di prescrizione Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda il calcolo dei termini di prescrizione per i reati edilizi di natura permanente. La Suprema Corte ha accolto il primo motivo di ricorso, rilevando che la Corte di Appello non aveva correttamente considerato quando i termini prescrizionali erano maturati. La vicenda presenta una complessità particolare legata alla sospensione dei termini di prescrizione prevista dall’articolo 159, comma 2, del codice penale. Questa norma ha subito nel tempo diverse modifiche legislative che hanno inciso significativamente sul calcolo della prescrizione. In origine, l’articolo era stato riformulato dall’articolo 1, comma 1, lettera e, numero 1, della legge numero 3 del 2019, nota come “legge Bonafede”. Tale legge aveva introdotto, con decorrenza dal primo gennaio 2020, la previsione secondo cui il corso della prescrizione rimane sospeso dalla pronuncia della sentenza di primo grado o dal decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o alla irrevocabilità del decreto di condanna. Tuttavia, il legislatore è successivamente intervenuto con la legge numero 134 del 2021, che ha definitivamente abrogato l’articolo 2, comma 1, lettera a, introducendo l’articolo 161-bis del codice penale. In base a questa nuova normativa, il corso della prescrizione cessa definitivamente con la pronuncia della sentenza di primo grado. La stessa legge ha inoltre introdotto, per i reati commessi dal primo gennaio 2020, l’articolo 344-bis del codice di procedura penale, che prevede l’improcedibilità dell’azione penale in caso di mancata definizione del giudizio di appello e di cassazione entro determinati termini. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la recentissima sentenza numero 20989 del 12 dicembre 2024, hanno chiarito che la disciplina della sospensione del corso della prescrizione di cui all’articolo 159 del codice penale, nel testo introdotto dall’articolo 1 della legge 23 giugno 2017 numero 103, si applica ai reati commessi nel periodo compreso tra il 3 agosto 2017 e il 31 dicembre 2019, non essendo stata abrogata con effetti retroattivi dalla legge 9 gennaio 2019 numero 3, prima, e dalla legge 27 novembre 2021 numero 134. Per i reati commessi dall’1 gennaio 2020, invece, si applica la disciplina posta a sistema dalla legge numero 134 del 2021. Nel caso specifico, essendo stati i reati commessi il 7 luglio 2018, si applica la disciplina della sospensione del corso della prescrizione introdotta dall’articolo 1 della legge 23 giugno 2017 numero 103. Di conseguenza, la prescrizione maturerebbe in data 5 giugno 2026 senza considerare i periodi di sospensione del procedimento previsti dalla legge. Considerando anche le diverse sospensioni legate all’emergenza COVID-19 e ai rinvii per legittimo impedimento delle parti, il termine di prescrizione risultava comunque già decorso al momento della pronuncia della sentenza di primo grado avvenuta il 19 giugno 2023. La Corte ha inoltre ricordato che per i fatti commessi a decorrere dal 3 agosto 2017, la legge numero 103 del 2017 aveva modificato il previgente articolo 159, comma 2, del codice penale, introducendo la sospensione del corso della prescrizione sia dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della sentenza di condanna di primo grado, sia dalla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi. Le costruzioni con struttura metallica e la normativa antisismica Il secondo motivo di ricorso, anch’esso accolto dalla Cassazione, riguarda una questione tecnica di grande importanza pratica: quando si applicano gli articoli 64 e 65 del Decreto del Presidente della Repubblica numero 380 del 2001 che disciplinano le opere in cemento armato nelle zone sismiche? La Corte territoriale aveva ritenuto applicabile la disciplina penale prevista per le opere in cemento armato anche alle strutture realizzate con travi in ferro, basandosi esclusivamente sul fatto che l’opera presentava comunque una struttura metallica potenzialmente pericolosa in zona sismica. La Suprema Corte ha invece affermato un principio di diritto consolidato: la sfera di applicabilità degli articoli 64 e 65 del Decreto del Presidente della Repubblica numero 380 del 2001 non riguarda unicamente le opere che siano al tempo stesso costituite da cemento armato e struttura metallica, essendo evidente che il legislatore intende regolare anche, singolarmente, le opere che non sono composte di cemento armato ma possiedono una struttura metallica. La ratio della disposizione si spiega infatti in ragione della potenziale pericolosità della struttura metallica derivante dal materiale impiegato e della conseguente necessità che vengano adottate le particolari precauzioni previste per la costruzione in zona sismica. Tuttavia, la giurisprudenza della Cassazione ha anche precisato che la disciplina penale in materia di opere a struttura metallica si applica soltanto quando la statica delle opere eseguite è assicurata da elementi strutturali in acciaio o in altri metalli con funzione portante. Nel caso di specie, come emergeva chiaramente dalle dichiarazioni del tecnico del Comune che aveva effettuato il sopralluogo, le opere contestate non erano realizzate in cemento armato ma utilizzavano blocchi di poroton e travi in ferro. Pur non essendo l’opera realizzata in cemento armato, presentava quindi