Il vuoto che sostiene: quando togliere significa costruire

Il diritto, come la scultura di Boniello, non è fatto soltanto di ciò che vi è scritto. È fatto anche, e in misura non minore, di ciò che manca

In collaborazione con la critica d’arte Daniela Piesco

Fausto Boniello è uno scultore giovane, uscito dall’Accademia con una tesi il cui titolo, Metamorfosi e divenire, già conteneva il programma di tutta la sua ricerca successiva. Nel suo lavoro il segno grafico diventa volume, l’idea prende corpo prima ancora di avere un nome, e le figure che ne risultano appaiono sempre sorprese a metà di una trasformazione: non più quello che erano, non ancora quello che saranno.

Il vuoto che sostiene

L’opera porta questa ricerca alla sua conseguenza più radicale. Boniello non aggiunge materia, la sottrae, e continua a sottrarla finché la forma non respira. Non è un togliere che impoverisce: è un togliere che libera. Ogni apertura scavata nella pietra diventa una domanda che la scultura pone a se stessa — cosa rimane, quando la materia smette di avere paura del vuoto? Rimane una colonna che è anche vento, un corpo che è anche radice, un grido verticale che non ha bisogno di voce per farsi sentire.

È un’immagine che, a chi pratica il diritto ogni giorno, dice qualcosa di molto preciso.

Il vuoto come categoria giuridica

Il diritto, esattamente come la scultura di Boniello, non è fatto soltanto di ciò che vi è scritto. È fatto anche, e in misura non minore, di ciò che manca: la lacuna che l’interprete deve colmare ricorrendo all’analogia, il silenzio del legislatore che va letto come scelta e non come dimenticanza, lo spazio bianco lasciato apposta tra una norma e l’altra perché sia il caso concreto, con la sua irriducibile singolarità, a riempirlo. L’art. 12 delle preleggi, quando impone all’interprete di ricercare l’intenzione del legislatore prima ancora della lettera della norma, riconosce implicitamente che il testo giuridico, come la pietra scolpita, vale anche per ciò che non dice.

C’è poi un vuoto ancora più operativo, quello che chi si occupa di mediazione conosce bene. La mediazione civile e commerciale disciplinata dal d.lgs. 28/2010 non funziona aggiungendo argomenti alle parti in conflitto, funziona sottraendo: sottraendo la rigidità delle posizioni iniziali, sottraendo il rumore delle rivendicazioni reciproche, finché non emerge uno spazio — un vuoto protetto, neutrale, condotto dal mediatore — dentro cui le parti possono ricostruire una relazione che il processo, per sua natura, non saprebbe restituire loro. Anche qui il vuoto non è assenza: è ciò che sostiene la possibilità di un accordo che prima non esisteva.

La metamorfosi come condizione del giurisprudenziale

L’altro filo che lega la ricerca di Boniello alla pratica forense è quello della metamorfosi. Le sue figure sono sorprese a metà di un divenire, e lo stesso si può dire degli orientamenti giurisprudenziali: nessun principio di diritto è mai definitivamente compiuto, ogni pronuncia delle Sezioni Unite che compone un contrasto interpretativo è già, in qualche misura, la premessa del contrasto successivo. Chi scrive un atto, un parere o una nota a sentenza lavora esattamente come lo scultore: prende una massa di materiale — fatti, norme, precedenti — e sottrae il superfluo finché non emerge la forma essenziale dell’argomento, quella capace di reggersi da sola davanti al giudice.

È un lavoro che richiede lo stesso coraggio che si intuisce nell’opera di Boniello: il coraggio di togliere anche quando si potrebbe aggiungere, di fidarsi che la struttura tenga anche dove la materia è stata scavata fino all’osso. Un atto sovraccarico di citazioni non necessarie, così come una scultura sovraccarica di materia, non comunica di più: comunica meno, perché soffoca la forma che dovrebbe sostenere.

Implicazioni pratiche per chi lavora nel diritto

Per un avvocato, per un mediatore, per chiunque si occupi professionalmente di diritto, l’opera di Boniello suggerisce un metodo prima ancora di un’immagine. Nella redazione degli atti, la sottrazione è spesso più efficace dell’accumulo: un’argomentazione essenziale, costruita secondo la logica del issue-rule-application-conclusion, comunica con maggiore forza di una ricostruzione ridondante. Nella gestione dei conflitti, il vuoto negoziale che la mediazione sa creare è spesso l’unico spazio in cui una soluzione diversa dalla sentenza può prendere forma. E nello studio del diritto vivente, accettare che ogni principio sia in divenire — mai scolpito una volta per tutte — è la premessa per continuare ad aggiornare la propria competenza invece di irrigidirsi su un orientamento che la giurisprudenza successiva potrebbe superare.

Conclusione

Il vuoto che sostiene non è soltanto il titolo di un’opera scultorea: è una lezione di metodo che il diritto, disciplina fatta di parole ma anche di silenzi, di norme ma anche di lacune, riconosce come propria. Per chi in questa disciplina lavora ogni giorno, imparare a togliere con la stessa disciplina con cui si impara ad aggiungere resta una delle competenze più difficili, e più necessarie, da coltivare.

Share the Post:

Related Posts