La Suprema Corte compone un contrasto giurisprudenziale ventennale e riconosce il danno da perdita del rapporto parentale anche a chi non era ancora nato al momento dell’illecito
Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 2006 un uomo perse la vita presso il pronto soccorso di un ospedale della provincia di Caserta, a causa di un’ostruzione coronarica non tempestivamente diagnosticata che aveva provocato un edema polmonare. La moglie, in proprio e quale esercente la responsabilità genitoriale sulla figlia minore, convenne in giudizio i medici che avevano avuto in cura il paziente e l’Azienda Sanitaria Locale, chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti al decesso.
Un elemento della vicenda merita particolare attenzione: la figlia, per la quale veniva richiesto anche il danno da perdita del rapporto parentale, non era ancora nata al momento della morte del padre, ma soltanto concepita.

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con sentenza del 2016, accolse parzialmente la domanda, condannando la struttura sanitaria e i sanitari al risarcimento di una somma complessiva superiore al milione di euro, comprensiva anche del danno da perdita del rapporto parentale riconosciuto alla figlia, sebbene questa non fosse ancora nata al momento del fatto.
La Corte d’appello di Napoli, chiamata a pronunciarsi sui gravami proposti dalle parti, ribaltò questo specifico capo di decisione: pur confermando la responsabilità sanitaria e rideterminando le somme dovute, escluse il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in favore della figlia, sul presupposto che, non essendo ella ancora nata al momento del decesso, non fosse configurabile né un pregiudizio dinamico-relazionale né un pregiudizio morale soggettivo.
Avverso questa statuizione la madre, in proprio e quale rappresentante della figlia, propose ricorso per cassazione.
La questione giuridica: il danno parentale spetta a chi non era ancora nato?
Il cuore della controversia, come definito dalla stessa Cassazione, era il seguente: il risarcimento del danno per perdita del rapporto parentale spetta anche al figlio che, al momento del decesso del padre causato dall’illecito di un terzo, non era ancora nato, ma soltanto concepito?
Si tratta di una questione che tocca da vicino un tema delicato del diritto civile: il rapporto tra concepimento, nascita e sorgere dei diritti risarcitori. La Terza Sezione Civile della Corte, nella sentenza pubblicata il 27 giugno 2026 (numero di raccolta generale 22064/2026), ha dato atto dell’esistenza, nella propria giurisprudenza, di due orientamenti tra loro contrapposti.
I due orientamenti a confronto
Un primo indirizzo, più risalente, riconosceva il diritto al risarcimento anche al soggetto nato dopo la morte del genitore, quando l’illecito si fosse verificato durante la gestazione. Questo orientamento poggiava su tre argomenti principali: il riconoscimento del diritto risarcitorio non presupponeva la soluzione del problema dogmatico della soggettività giuridica del concepito, poiché il diritto sorgeva comunque al momento della nascita; gli elementi costitutivi dell’illecito potevano manifestarsi in momenti diversi senza spezzare il nesso causale; e la relazione con il proprio padre naturale costituisce un rapporto affettivo ed educativo protetto dall’ordinamento indipendentemente dal fatto che il figlio fosse già nato o soltanto concepito al momento della morte.
Un secondo orientamento, più recente, negava invece il risarcimento in casi di illecito perpetrato contro il congiunto prima della nascita del presunto danneggiato, ritenendo che mancasse sia il nesso di causalità materiale, sia quello di causalità giuridica, poiché la giurisprudenza delle Sezioni Unite richiedeva, ai fini della risarcibilità dei cosiddetti danni riflessi o di rimbalzo, anche la preesistenza di un legame affettivo significativo rispetto all’illecito.
La soluzione della Corte: distinguere il rapporto genitoriale da quello parentale in senso lato
Il Collegio ha ritenuto che il contrasto si attenuasse alla luce della diversità delle fattispecie esaminate dai due orientamenti. Il primo riguardava infatti il caso, analogo a quello in esame, del figlio nato dopo la morte del padre naturale; il secondo riguardava invece l’ipotesi, ben diversa, di fratelli nati successivamente che rivendicavano il risarcimento per la lesione del rapporto con il proprio germano, verificatasi quando essi non erano ancora nemmeno concepiti.
Su questa base la Corte ha tracciato una distinzione netta tra il rapporto genitoriale, tipizzato dall’articolo 315-bis del codice civile come un vero e proprio statuto di diritti e doveri reciproci tra genitore e figlio, e il più generico rapporto parentale tra fratelli, per il quale la legge non prevede una disciplina altrettanto specifica.
Con riguardo al rapporto genitoriale, i giudici di legittimità hanno affermato che l’instaurazione della relazione tra padre e figlio è conseguenza normale del concepimento, e che pertanto, se tale relazione non può instaurarsi a causa della morte del genitore provocata dall’illecito di un terzo, la perdita del legame affettivo ed educativo costituisce conseguenza normale e prevedibile di quell’illecito. Sussiste dunque, secondo la regola della causalità adeguata, il nesso causale tra la condotta illecita e il danno-evento, rappresentato dalla lesione del diritto del bambino a godere del rapporto con il padre: un diritto che sorge al momento della nascita, sulla sfera giuridica del figlio, rendendo irrilevante la questione della capacità giuridica del concepito.
Quanto al nesso di causalità giuridica tra l’evento lesivo e le conseguenze dannose, la Corte ha chiarito che la preesistenza del legame affettivo rispetto all’illecito non costituisce elemento indispensabile, dovendosi piuttosto valutare l’intensità del legame e l’incidenza della lesione subita dalla vittima primaria sul suo svolgimento: presupposti che, quando la vittima sia il padre della persona già concepita, non possono in alcun modo essere messi in dubbio.
La Corte ha inoltre precisato che, diversamente dalle ipotesi di danno riflesso esaminate dal secondo orientamento, la fattispecie in esame non configura un pregiudizio sofferto da un soggetto diverso dalla vittima dell’illecito, poiché la condotta del terzo incide direttamente sul diritto del figlio al godimento del rapporto genitoriale, qualificabile pertanto come danno diretto e non come danno di rimbalzo. Né, infine, può rilevare la circostanza che le conseguenze dannose si manifestino in un momento successivo rispetto alla condotta illecita, trattandosi di un fenomeno ricorrente nella responsabilità civile, come dimostrano le teoriche del danno futuro e del pregiudizio lungolatente.
La decisione
Sulla base di queste premesse, la Cassazione ha accolto il motivo di ricorso relativo alla spettanza del danno da perdita del rapporto parentale, dichiarando assorbiti gli altri motivi, e ha cassato con rinvio la sentenza impugnata, affidando alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione, il riesame del capo di domanda relativo al risarcimento del danno subìto dalla figlia per la perdita del rapporto genitoriale con il padre defunto.
Implicazioni pratiche
La pronuncia ha una portata applicativa significativa per tutte le ipotesi di responsabilità civile, e in particolare di responsabilità sanitaria, in cui il decesso di un genitore avvenga durante la gestazione del figlio. Per le famiglie coinvolte in simili vicende, la decisione chiarisce che il concepimento, e non la nascita, rappresenta il momento rilevante ai fini della tutela risarcitoria del rapporto genitoriale: chi era già concepito al momento della morte del genitore ha diritto al risarcimento per la perdita di quel rapporto, senza necessità di provare in concreto l’esistenza di un legame affettivo già instaurato, trattandosi di pregiudizio presunto iuris et de iure in ragione della peculiarità dello statuto genitoriale.
Per le imprese e le strutture sanitarie, la pronuncia amplia il perimetro dei soggetti legittimati a richiedere il risarcimento in caso di responsabilità per morte di un paziente, con evidenti riflessi anche sotto il profilo assicurativo e della quantificazione del rischio.
Il nostro studio è a disposizione per approfondimenti su questa e altre pronunce in materia di responsabilità sanitaria e danno da perdita del rapporto parentale.

