Quello che l’argilla di Rossella Mazzitelli sussurra a chi è avvocato

In collaborazione con la critica d’arte Daniela Piesco

Due opere, un destino comune: quando l’arte racconta il mestiere della tutela

Nelle mani di Rossella Mazzitelli l’argilla non si piega, si racconta. È questa la prima cosa che colpisce di fronte a “Il corno e la strega”, l’opera che lo studio ospita e che, a ben guardare, ha molto da dire a chi ogni giorno esercita la professione forense. L’artista prende il corno portafortuna, simbolo che i sanniti conoscono da sempre e che ancora oggi si porta al collo o si appende sulle porte, e lo riconduce alla sua origine più antica: la strega di Benevento. Non la caricatura da cartolina, non il folklore consumato dal turismo, ma la figura vera, quella che abita il confine tra il mondo visibile e ciò che gli sta accanto, quella che ha attraversato la paura prima di poter portare fortuna. Due corni emergono da un volto che non sorride e non spaventa: si limita a osservare. Uno, rosso, brucia. L’altro, dorato, benedice. Opere separate, insegna il titolo, ma destino comune.

Chi lavora nel diritto riconosce in questa immagine qualcosa di familiare. La materia grezza con cui si confronta l’avvocato, siano fatti narrati da un cliente o disposizioni normative da interpretare, non obbedisce a un’applicazione meccanica: dialoga, richiede ascolto, restituisce senso solo a chi sa attendere che il ragionamento, come il fuoco sull’argilla, riveli ciò che l’intuizione aveva solo percepito. È il metodo stesso dell’ermeneutica giuridica, quello che prima di sussumere un fatto in una norma pretende di comprenderlo nella sua interezza, senza forzature. La fretta interpretativa produce oggetti fragili quanto un vaso mal cotto: apparentemente solidi, destinati a incrinarsi alla prima sollecitazione.

La strega come figura di confine e la funzione dell’avvocatura

C’è poi la figura della strega, e qui il parallelo con la professione forense si fa più diretto. La strega di Benevento, nella lettura che ne dà Mazzitelli, non è un soggetto da temere ma un soggetto che ha attraversato la paura per giungere dall’altra parte, dove risiede la protezione. È esattamente la funzione che il nostro ordinamento affida a chi assiste le parti in conflitto, e in particolare a chi pratica la mediazione: non l’eliminazione dello scontro, ma il suo attraversamento consapevole, fino a un punto in cui la contrapposizione si trasforma in composizione. L’avvocato mediatore, come la figura raffigurata nell’opera, sta sulla soglia tra due mondi, quello del conflitto irrisolto e quello dell’accordo possibile, e il suo valore si misura proprio nella capacità di reggere quella soglia senza fuggirla. Il decreto legislativo n. 28 del 2010, che disciplina la mediazione civile e commerciale, non chiede diversamente: chiede a chi la esercita di condurre le parti oltre la paura del conflitto verso una soluzione che le protegga entrambe, non verso la vittoria dell’una sull’altra.

Anche la duplicità dei due corni, quello che brucia e quello che benedice, si presta a una lettura che chi fa il nostro mestiere conosce bene. Il diritto porta in sé la stessa ambivalenza: una funzione sanzionatoria, che può scottare chi la subisce, e una funzione di tutela, che protegge chi ne ha bisogno. Sono facce della stessa medaglia normativa, così come i due corni nascono dallo stesso volto. Un buon avvocato non ignora mai questa doppiezza: sa che la norma che oggi difende un interesse domani può doverne limitare un altro, e che il compito della tutela non consiste nel negare questa tensione ma nel governarla con equilibrio.

Memoria millenaria e fragilità umana: la stessa vocazione del diritto

L’opera racconta anche una doppia memoria, quella geologica e millenaria della terra e quella umana e fragilissima di chi la lavora. È la stessa dialettica che attraversa ogni sistema giuridico maturo. Il diritto affonda le proprie radici in una tradizione che si misura in secoli, spesso in millenni: gli istituti che oggi applichiamo portano dentro di sé stratificazioni che risalgono al diritto romano, alla prassi medievale, alle grandi codificazioni ottocentesche. Eppure questa continuità millenaria non serve a se stessa: serve a proteggere l’interesse umano, per sua natura fragile e contingente, che si presenta oggi allo sportello di uno studio legale. Un contratto, una successione, una separazione, una crisi d’impresa sono sempre vicende profondamente umane, che la tradizione giuridica ha il compito di accogliere senza schiacciarle sotto il peso della propria antichità.

Mazzitelli opera nella tradizione come si opera in una lingua madre: senza citarla, parlandola. È forse la definizione più precisa che si possa dare del buon giurista. Chi cita la giurisprudenza senza averla compresa, chi richiama la norma senza averne colto la ratio, lavora in una lingua straniera appresa sui manuali. Chi invece ha interiorizzato il metodo, la struttura argomentativa, il rispetto per il precedente e insieme la capacità di distinguerlo quando il caso lo richiede, parla il diritto come lingua propria, senza bisogno di esibirne costantemente le fonti.

Un’arte che interroga la professione

Ospitare quest’opera nei nostri spazi non è un gesto decorativo. È un modo per tenere davanti agli occhi, ogni giorno, ciò che la pratica forense rischia di dimenticare quando si riduce a procedura: che dietro ogni fascicolo c’è una materia grezza da ascoltare, un confine da attraversare senza scorciatoie e una tradizione da abitare con la stessa naturalezza con cui si abita una lingua madre.

Chi desidera vedere l’opera dal vivo o approfondire il percorso artistico di Rossella Mazzitelli può contattare lo studio: continueremo a raccontare, in questo spazio, il dialogo tra arte e diritto che anima la nostra sede.

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