Foto dei figli online: la Cassazione fissa il prezzo del consenso

Con l’ordinanza n. 1169/2026 la Suprema Corte distingue tra danno non patrimoniale e danno patrimoniale nella pubblicazione non autorizzata dell’immagine del minore. Il Garante Privacy, con il provvedimento n. 314/2026, ribadisce la necessità del consenso di entrambi i genitori, mentre il disegno di legge n. 1136/2025 resta ancora all’esame del Senato. La pratica di condividere online fotografie e momenti di vita dei figli, nota come sharenting, ha smesso da tempo di essere una semplice questione di sensibilità familiare. Ogni immagine pubblicata concorre a costruire un’identità digitale che il minore non ha scelto e che, una volta immessa in rete, sfugge sostanzialmente al controllo di chi l’ha diffusa. La giurisprudenza più recente conferma che l’immagine del minore non appartiene a chi esercita la responsabilità genitoriale, bensì al minore stesso, e che ogni decisione in materia deve essere assunta nel suo esclusivo interesse. Il caso deciso dalla Cassazione: quale danno è risarcibile L’ordinanza n. 1169/2026 della Corte di Cassazione origina da una vicenda in cui un ente aveva pubblicato, sul proprio sito internet e su una pagina social, la fotografia di una minore senza il consenso dei genitori. Sia il giudice di primo grado sia la Corte d’appello avevano riconosciuto l’illiceità della pubblicazione, ma avevano rigettato la domanda risarcitoria per difetto di prova del danno. La Suprema Corte ha confermato solo in parte questa impostazione, distinguendo con nettezza due piani di tutela che è utile tenere separati. Danno non patrimoniale: nessun automatismo risarcitorio Sul primo piano, la Cassazione ribadisce un principio ormai consolidato: la mera violazione del diritto all’immagine non comporta automaticamente un danno risarcibile. Non basta cioè accertare l’illiceità della pubblicazione; occorre che venga provato un pregiudizio concreto alla dignità, alla privacy o alla serenità del minore. Si tratta di un orientamento che richiede, anche a chi assiste la parte lesa, un onere probatorio specifico e non presunto. Danno patrimoniale: il criterio del prezzo del consenso Sul secondo piano, la pronuncia introduce un elemento di significativo rilievo pratico. Il danno patrimoniale non richiede la prova di un intento di lucro diretto: è sufficiente che chi ha pubblicato l’immagine ne abbia tratto un vantaggio, anche solo in termini di visibilità o di attrattività comunicativa. In questi casi il pregiudizio economico può essere liquidato in via equitativa secondo il criterio del cosiddetto prezzo del consenso, ossia il compenso che il titolare dell’immagine avrebbe ragionevolmente richiesto per autorizzarne la pubblicazione. Ne discende un principio di sistema: l’immagine della persona, e a maggior ragione quella del minore, costituisce un bene economicamente valutabile a prescindere dalla natura, lucrativa o meno, di chi la utilizza. Il quadro normativo di riferimento Il ragionamento della Cassazione si innesta su un impianto normativo articolato. L’art. 10 c.c. sanziona l’abuso dell’immagine altrui; l’art. 96 della legge 22 aprile 1941, n. 633 disciplina il diritto al ritratto; il Codice Privacy, come modificato dal d.lgs. 101/2018 e integrato dal GDPR, fissa a quattordici anni la soglia del consenso digitale autonomo. A questo si affiancano gli artt. 316 e 320 c.c., che impongono l’accordo di entrambi i genitori per gli atti di straordinaria amministrazione: la pubblicazione di immagini online, incidendo sui diritti della personalità e sull’identità digitale futura del figlio, viene ormai pacificamente ricondotta a questa categoria, a prescindere dallo stato di convivenza o separazione dei genitori. Il provvedimento del Garante Privacy: consenso congiunto e limiti dell’ambito domestico Su questo impianto interviene anche l’Autorità di controllo. Con il provvedimento n. 314/2026, il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che la pubblicazione sui social network di immagini raffiguranti minori infraquattordicenni richiede il consenso di entrambi i genitori esercenti la responsabilità genitoriale. Il provvedimento esclude inoltre che possa invocarsi la cosiddetta esenzione domestica: la condivisione sui social eccede per definizione la sfera privata, rendendo i contenuti accessibili a una platea indeterminata. Allo stesso modo, un profilo impostato come privato non esclude la tutela, poiché nulla impedisce che i contenuti vengano salvati o inoltrati da terzi al di fuori del controllo di chi li ha pubblicati. Le prospettive normative: il disegno di legge n. 1136/2025 Sul piano legislativo, il quadro è ancora in movimento. Il disegno di legge n. 1136/2025, recante disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, risulta a oggi assegnato alla 8ª Commissione permanente del Senato e non è stato ancora approvato in via definitiva né pubblicato in Gazzetta Ufficiale: occorrerà l’approvazione di entrambi i rami del Parlamento perché le sue disposizioni diventino pienamente vigenti. Il testo, nelle versioni finora esaminate, prevede tra l’altro l’innalzamento a quindici anni dell’età minima per l’attivazione autonoma di account sui social network, oltre a un regime specifico per i minori che svolgono attività di influencer, con la necessità dell’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro oltre una determinata soglia di guadagni e la confluenza dei proventi in un conto vincolato accessibile solo al raggiungimento della maggiore età. Non esiste, allo stato, una legge organica dedicata specificamente allo sharenting: la materia resta regolata dalle norme generali appena richiamate e dagli interventi di Cassazione e Garante Privacy. Implicazioni pratiche per genitori, enti e professionisti Per i genitori, il principio di fondo è che la pubblicazione dell’immagine di un figlio minore di quattordici anni non può mai considerarsi una scelta unilaterale: in assenza di accordo, anche il genitore collocatario o affidatario non può procedere autonomamente, e la condotta del genitore che pubblica senza il consenso dell’altro può essere valutata anche ai fini della responsabilità genitoriale. Per gli enti, le associazioni e più in generale i soggetti che utilizzano immagini di minori a fini comunicativi, l’ordinanza n. 1169/2026 segna un rischio concreto: l’assenza di finalità lucrativa non esclude la responsabilità patrimoniale, se la pubblicazione produce comunque un vantaggio in termini di visibilità. Ne discende, per i professionisti che assistono famiglie in situazioni di conflitto o realtà associative e scolastiche, l’opportunità di richiamare l’attenzione dei clienti su una prassi che, per quanto diffusa, comporta oggi conseguenze giuridiche tutt’altro che teoriche. Gli strumenti di tutela disponibili Quando la pubblicazione sia già avvenuta senza il necessario consenso, l’ordinamento mette a disposizione più rimedi.
Amministratori e sindaci: la nuova architettura della responsabilità societaria dopo la riforma del 2086 c.c. e dell’art. 2407 c.c.

Come cambia il governo del rischio d’impresa tra obbligo di assetti adeguati e limiti risarcitori per i sindaci Negli ultimi anni il sistema della responsabilità di amministratori e sindaci di società di capitali ha attraversato una trasformazione che va ben oltre l’aggiornamento di singole norme. Al centro di questo mutamento si colloca la riforma dell’art. 2086 c.c., introdotta dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, che ha imposto a ogni imprenditore collettivo l’obbligo di dotarsi di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’attività. Si tratta di una disposizione che riguarda, potenzialmente, ogni società italiana: piccole e medie imprese, gruppi strutturati, cooperative. Il tema non è quindi confinato alle grandi realtà industriali, ma tocca il tessuto economico diffuso del Paese, fatto in larghissima parte di imprese di dimensioni contenute che spesso non hanno ancora metabolizzato la portata pratica di questo obbligo. Dalla patologia alla fisiologia: il nuovo baricentro della tutela Prima della riforma, il diritto societario interveniva soprattutto nel momento patologico, quando la crisi era già conclamata. Oggi il baricentro si è spostato alla fase fisiologica della gestione ordinaria: l’amministratore non è più chiamato a rispondere solo per avere causato un dissesto, ma per non essersi dotato degli strumenti idonei a percepirne per tempo i segnali. L’obbligo si articola su tre livelli concreti. L’assetto organizzativo richiede un organigramma aggiornato e una chiara ripartizione delle deleghe. L’assetto amministrativo impone flussi informativi strutturati, capaci di far risalire i dati rilevanti fino all’organo che decide. L’assetto contabile, infine, richiede il passaggio da una contabilità meramente consuntiva a una contabilità prognostica, fondata su budget previsionali e monitoraggio costante dei flussi di cassa. La conseguenza pratica di questa impostazione è quella che la dottrina definisce cecità organizzativa: la situazione in cui l’assenza di presidi adeguati impedisce all’amministratore di percepire in tempo il deterioramento della continuità aziendale. Tale ignoranza non costituisce un’esimente, ma la fonte stessa della responsabilità per l’aggravamento del dissesto. Un chiarimento importante viene dalla Cassazione, sezione prima, con l’ordinanza n. 10413 del 2024, che ha distinto la responsabilità per omessa e tardiva rilevazione della causa di scioglimento da quella, distinta, per i singoli atti gestori compiuti in violazione dell’obbligo di gestione conservativa del patrimonio. Gestione e vigilanza: due funzioni distinte ma non più isolate La riforma disegna una governance che potremmo definire collaborativa. Agli amministratori spetta il potere decisionale ed esecutivo, e con esso il compito di istituire gli assetti; ai sindaci compete un potere di vigilanza e di reazione, che si esercita attraverso la verifica dell’adeguatezza e del concreto funzionamento di quegli stessi assetti. Questa distinzione non elimina, tuttavia, un dato di fondo: l’obbligo organizzativo resta un’obbligazione di mezzi, non di risultato. Il giudice non può sindacare l’opportunità economica di una scelta imprenditoriale, ma può e deve valutare la razionalità del metodo con cui quella scelta è stata assunta. È qui che si inserisce la business judgment rule, la regola che protegge la discrezionalità gestoria dal sindacato giudiziale. Tale protezione, però, non è incondizionata: opera solo se la decisione nasce da un flusso informativo solido, garantito da assetti realmente funzionanti. In assenza di questi presidi, la scelta imprenditoriale non è più semplicemente rischiosa: diventa irrazionale, e come tale sindacabile. Un’indicazione operativa fondamentale in questo senso proviene dalla Cassazione, sezione prima, con l’ordinanza n. 28320 del 2024, secondo cui la prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale non genera automaticamente una responsabilità risarcitoria, restando comunque necessaria la prova rigorosa del nesso causale tra la condotta omissiva e il danno effettivamente prodotto al patrimonio sociale. Sul fronte della liquidazione del danno, la Cassazione, sezione prima, con l’ordinanza n. 5252 del 2024 e, nello stesso senso, con l’ordinanza n. 8069 del 2024, ha chiarito che i criteri dei netti patrimoniali previsti dall’art. 2486, terzo comma, c.c. costituiscono un meccanismo di liquidazione equitativa del danno, applicabile anche ai giudizi già pendenti al momento dell’entrata in vigore della norma. Il sindaco e il nuovo tetto risarcitorio: una riforma ancora in assestamento Il capitolo più delicato riguarda la posizione del sindaco. Per lungo tempo il collegio sindacale ha operato come una sorta di garante universale delle colpe gestorie, esposto a una responsabilità solidale con gli amministratori praticamente automatica in caso di omessa vigilanza. La legge 14 marzo 2025, n. 35, entrata in vigore il 12 aprile 2025, ha riscritto l’art. 2407 c.c. su due fronti. Da un lato ha soppresso l’automatismo della responsabilità solidale, richiedendo oggi la prova di un nesso causale specifico tra l’omessa vigilanza e il danno, secondo una logica di prognosi postuma: occorre cioè dimostrare che, se il sindaco avesse tempestivamente segnalato la crisi, il danno sarebbe stato evitato o quantomeno contenuto. Dall’altro lato, ha introdotto un tetto massimo alla responsabilità patrimoniale, parametrato a un multiplo del compenso annuo deliberato al sindaco, articolato su tre fasce in funzione dell’importo del compenso, e operante nei soli casi di colpa e non di dolo. Su un punto specifico è opportuno segnalare un’evoluzione giurisprudenziale che merita attenzione, perché la disciplina intertemporale della riforma non si è ancora del tutto assestata. Una prima ordinanza del Tribunale di Bari, la n. 1981 del 24 aprile 2025, aveva ritenuto applicabile il nuovo tetto risarcitorio anche ai fatti anteriori all’entrata in vigore della legge, qualificando la norma come latamente processuale. Questo orientamento, tuttavia, è stato smentito dalla Corte di Cassazione, sezione prima, con la sentenza n. 1390 e l’ordinanza n. 1392, entrambe del 22 gennaio 2026, che hanno escluso in modo netto l’efficacia retroattiva del nuovo art. 2407, secondo comma, c.c. Secondo la Suprema Corte, il diritto al risarcimento sorge integralmente nel momento in cui si produce il danno, e la relativa disciplina, anche quantitativa, resta cristallizzata a quel momento: applicare retroattivamente il tetto risarcitorio comprimerebbe un diritto già maturato e determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra amministratori e sindaci. Va segnalato, per completezza e a riprova della persistente instabilità del quadro, che un ulteriore provvedimento del medesimo Tribunale di Bari, di poco successivo alle pronunce di legittimità, ha nuovamente affermato l’applicabilità retroattiva della limitazione, ponendosi
La responsabilità del CTU: quando la consulenza tecnica diventa un rischio professionale

Perché un ausiliario del giudice deve rispondere come un pubblico ufficiale Quando un professionista accetta l’incarico di consulente tecnico d’ufficio non si limita a mettere a disposizione della giustizia la propria competenza tecnica: assume una funzione pubblica, sia pure temporanea, che lo rende partecipe dell’accertamento dei fatti su cui il giudice fonderà la propria decisione. Il magistrato, infatti, non possiede necessariamente gli strumenti tecnici per valutare una perizia contabile, una stima immobiliare o un accertamento medico-legale, e per questo delega tale compito a chi detiene lo strumento della scienza. La giurisprudenza ha da tempo chiarito la natura di questo ruolo: la Corte d’Appello di Palermo, nella sentenza n. 206/2023, ha affermato che il consulente tecnico d’ufficio, pur non esercitando funzioni giudiziarie in senso proprio, svolge una pubblica funzione quale ausiliario del giudice nell’interesse generale della giustizia. Questa investitura pubblica non è un dettaglio formale privo di conseguenze: è il presupposto da cui discende un sistema di responsabilità particolarmente articolato, disciplinato dall’art. 64 del codice di procedura civile, che merita di essere conosciuto non solo dai tecnici che accettano incarichi di CTU, ma anche dagli avvocati e dalle parti dei processi civili, poiché da una consulenza errata può dipendere l’esito stesso della controversia. La struttura piramidale della responsabilità: dal dolo alla colpa lieve L’art. 64 c.p.c. costruisce un sistema di responsabilità che può essere rappresentato come una piramide, nella quale la gravità della condotta determina l’intensità della sanzione. Al vertice si colloca la responsabilità penale più severa, quella per falsa perizia: il primo comma della norma rinvia all’art. 373 c.p., estendendo al consulente civile i medesimi reati previsti per il perito nel processo penale. Qui il legislatore punisce il dolo, cioè la condotta di chi afferma il falso o tace il vero con piena consapevolezza e volontà. Un gradino più in basso si colloca una fattispecie più recente e per certi versi più insidiosa, introdotta dal secondo comma della medesima disposizione: la responsabilità penale per colpa grave nell’esecuzione dell’incarico. In questo caso non è necessario il dolo, ma è sufficiente una negligenza macroscopica o un’imperizia inescusabile per esporre il tecnico a sanzioni comunque rilevanti, quali l’arresto fino a un anno o l’ammenda fino a 10.329 euro. Alla base della piramide si trova infine la responsabilità civile, che rappresenta il livello più ampio e, nella pratica, quello con cui il consulente si confronta più di frequente. Fino al 1985 la responsabilità civile del CTU era legata a quella penale dal termine “inoltre”, quasi a suggerire una dipendenza tra i due piani. La legge n. 281/1985 ha sostituito quella congiunzione con l’espressione “in ogni caso”, sancendo l’autonomia piena della responsabilità civile rispetto a quella penale: oggi il consulente risponde civilmente anche per colpa lieve, indipendentemente dal fatto che la sua condotta integri o meno un reato. Se dalla consulenza deriva un danno, sorge l’obbligo di risarcirlo, a prescindere dall’elemento soggettivo che ha caratterizzato l’errore. Accanto a questi tre livelli, occorre ricordare che il tecnico può incorrere anche in responsabilità disciplinare, quando la sua condotta non risulti conforme ai doveri deontologici richiesti dall’iscrizione all’albo, e in responsabilità amministrativo-contabile, qualora il suo operato produca un danno erariale, con conseguente chiamata in giudizio davanti alla Corte dei conti. CTU e stimatore delle esecuzioni immobiliari: differenze che non eliminano la responsabilità Il sistema descritto non riguarda soltanto il consulente tecnico nominato nei giudizi di cognizione, ma si estende anche alla figura dell’esperto stimatore incaricato nelle procedure esecutive immobiliari. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18313/2015, ha equiparato le due figure sotto il profilo della responsabilità ex art. 64 c.p.c., equiparazione poi confermata dall’ordinanza n. 21444/2025. Le differenze funzionali restano comunque significative. Il consulente tecnico d’ufficio interviene per risolvere una controversia tra le parti di un giudizio di cognizione, mentre lo stimatore fornisce al giudice dell’esecuzione gli elementi tecnici necessari alla vendita forzata del bene, con una funzione essenzialmente informativa. Cambia anche il momento in cui si esercita il contraddittorio: nel caso del CTU esso è preventivo e obbligatorio, mentre per lo stimatore è spesso differito, in quanto le osservazioni delle parti intervengono solo dopo il deposito della stima. Vi è infine una differenza che rivela un diverso approccio epistemologico ai due incarichi: il CTU giura di far conoscere al giudice la verità, secondo la formula dell’art. 193 c.p.c., mentre lo stimatore giura più pragmaticamente di adempiere fedelmente alle operazioni affidategli, come previsto dall’art. 161 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile. Nonostante queste differenze, entrambe le figure condividono lo stesso punto critico: sono ausiliari della giustizia che non possono tradire la fiducia riposta in loro dal giudice, pena il risarcimento del danno eventualmente causato. Perché il tecnico è così esposto: la deferenza cognitiva del giudice La ragione per cui il consulente tecnico è particolarmente esposto al rischio risarcitorio risiede in un meccanismo che potremmo definire di deferenza cognitiva: non potendo sindacare nel merito le valutazioni tecniche, il giudice tende a fare proprie le conclusioni dell’ausiliario, attribuendo così alla relazione peritale un’efficacia causale determinante sulla decisione finale. Il giudice, tuttavia, non perde il proprio ruolo di controllo: resta custode del metodo con cui l’accertamento tecnico è stato condotto, anche quando non ne possiede la competenza specialistica. In questa prospettiva assume un significato particolare il contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, che non va inteso come un adempimento burocratico, ma come una verifica sostanziale della tenuta delle conclusioni raggiunte: se le osservazioni critiche dei consulenti di parte non riescono a intaccare le conclusioni del CTU, la relazione ne esce rafforzata; se invece individuano errori fondati, la loro funzione preventiva evita che l’errore si consolidi in una decisione giudiziaria. Un aspetto pratico rilevante riguarda la distinzione tra l’errore di valutazione e l’errore di accertamento: la responsabilità colpisce raramente il consulente che esprime un giudizio valutativo opinabile, rientrante nel margine fisiologico delle opinioni tecniche, mentre colpisce con maggiore severità chi commette un errore nell’attività istruttoria, ad esempio misurando in modo scorretto una superficie o ignorando una servitù regolarmente trascritta. È in questa fase, quella dell’accertamento
Estinzione anticipata del prestito: la Cassazione chiude definitivamente il caso dei costi non rimborsati

Con la raccolta generale n. 13328/2026, la Prima Sezione civile consolida il diritto del consumatore al rimborso integrale di tutti i costi sostenuti, compresi quelli versati agli intermediari, e sceglie il criterio pro rata temporis come metro di calcolo più favorevole e trasparente Quante volte un cittadino ha estinto anticipatamente un prestito personale o una cessione del quinto, convinto di aver fatto un buon affare, senza sapere che la banca avrebbe dovuto restituirgli molto di più di quanto effettivamente rimborsato? Per anni le banche hanno applicato un criterio selettivo: rimborsavano solo una parte dei costi, quelli cosiddetti recurring, cioè quelli legati alla durata residua del contratto, trattenendo invece i costi definiti up front, ossia le spese sostenute nella fase iniziale di stipula, come le commissioni versate alla rete distributiva o all’intermediario del credito. Questa distinzione, a lungo avallata dalle circolari della Banca d’Italia, è stata definitivamente smontata da un percorso giurisprudenziale che ha coinvolto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la Corte Costituzionale italiana e, ora, in modo sistematico e definitivo, la Corte di Cassazione. Il quadro normativo: dalla vecchia alla nuova versione dell’art. 125-sexies TUB Il punto di partenza è la Direttiva europea n. 2008/48/CE sui contratti di credito ai consumatori, recepita in Italia con il d.lgs. n. 141/2010 attraverso l’introduzione dell’art. 125-sexies del Testo Unico Bancario. Nella sua formulazione originaria, la norma riconosceva al consumatore il diritto a una riduzione del costo totale del credito, pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del contratto. La Banca d’Italia aveva interpretato questa disposizione nel senso di escludere dal rimborso i costi up front, considerandoli definitivamente maturati al momento della stipula. La svolta è arrivata il 1° settembre 2019, quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza nella causa C-383/18 (c.d. sentenza Lexitor), ha chiarito in modo inequivoco che il diritto alla riduzione del costo totale del credito include tutti i costi posti a carico del consumatore, senza distinzione tra up front e recurring. La logica è semplice e convincente: se la riduzione fosse limitata ai soli costi che il finanziatore, unilateralmente, qualifica come dipendenti dalla durata del contratto, il consumatore che decidesse di estinguere il prestito dopo pochi mesi perderebbe somme ingenti, rendendo l’estinzione anticipata un vantaggio solo per la banca. Il legislatore italiano ha reagito in modo ambivalente. Con la legge n. 106/2021 ha riformulato l’art. 125-sexies, recependo i principi Lexitor per i contratti stipulati dal 25 luglio 2021 in avanti, ma con una norma transitoria — l’art. 11-octies, comma 2 — ha tentato di congelare il vecchio regime per i contratti anteriori, stabilendo che continuassero ad applicarsi le disposizioni della Banca d’Italia vigenti all’epoca. Questo tentativo è stato dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 263 del 22 dicembre 2022, che ha eliminato il rinvio alle norme secondarie della Banca d’Italia, aprendo la strada all’interpretazione Lexitor anche per i contratti precedenti al 2021. La sentenza della Cassazione: cinque motivi, una sola risposta Con l’ordinanza identificata dalla raccolta generale n. 13328/2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha rigettato tutti e cinque i motivi di ricorso proposti da un istituto di credito avverso la sentenza di merito che lo aveva condannato a restituire a un consumatore la quota di commissioni non goduta a seguito dell’estinzione anticipata di un contratto di cessione del quinto della pensione. Il nodo del regime transitorio e dell’interpretazione conforme Il primo e il secondo motivo di ricorso ruotavano attorno a una tesi che le banche hanno riproposto in mille varianti: per i contratti anteriori al 25 luglio 2021, il vecchio art. 125-sexies TUB dovrebbe essere interpretato nel senso di limitare il rimborso ai soli costi recurring, e la sentenza Lexitor non potrebbe imporsi contro il chiaro dato testuale della norma nazionale. La Cassazione respinge questa impostazione con argomenti precisi. Anzitutto, ricorda che la Corte Costituzionale ha già risolto il nodo: dopo la pronuncia n. 263/2022, l’art. 125-sexies nella formulazione originaria “può accogliere il suo contenuto normativo conforme alla sentenza Lexitor“. Il testo della norma non è ostativo a questa interpretazione, perché la locuzione “costi dovuti per la vita residua del contratto” è semanticamente ambigua: la preposizione “per” può riferirsi tanto ai costi maturati nel tempo (i recurring) quanto ai costi da ridurre in funzione della durata residua (tutti i costi). È quest’ultimo significato a prevalere, perché coerente con il riferimento al “costo totale del credito” quale parametro della riduzione. Interpretare diversamente significherebbe operare contra legem rispetto al diritto eurounitario, il che non è consentito. A conferma di questo orientamento ormai consolidato, la Cassazione richiama le proprie recenti pronunce, tra cui la sez. I, 28 maggio 2024 n. 14836, la sez. I, 13 giugno 2024 n. 16550 e la sez. I, 16 ottobre 2024 n. 26917. Un ulteriore argomento viene tratto dalla nuova formulazione dell’art. 11-octies, comma 2, come riscritta dalla legge n. 103/2023: il testo novellato esordisce con un esplicito richiamo al “rispetto del diritto dell’Unione europea, come interpretato dalle pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea”. Questo richiamo, secondo la Corte, conferma che anche per i contratti pregressi la norma deve essere letta in conformità alla sentenza Lexitor. L’efficacia retroattiva della sentenza Lexitor Il terzo motivo di ricorso chiedeva di riconoscere all’istituto di credito una tutela dell’affidamento: la banca aveva per anni applicato l’interpretazione avallata dalla Banca d’Italia, e non era prevedibile che la sentenza Lexitor avrebbe imposto un diverso calcolo retroattivamente. La Cassazione ribatte che le sentenze interpretative della Corte di Giustizia hanno natura vincolante ed effetto retroattivo, come già affermato dalla stessa Cassazione (tra le altre, con la pronuncia dell’8 febbraio 2016 n. 2468). Il potere di limitare nel tempo la propria efficacia compete alla sola Corte di Giustizia, che nella sentenza Lexitor non ha esercitato tale facoltà. I principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento non possono essere invocati dal giudice nazionale per sterilizzare l’obbligo di interpretazione conforme, come precisa la stessa CGUE nella sentenza Dansk Industri (causa C-441/14 del 19 aprile 2016). Le
Influencer marketing e responsabilità delle imprese: cosa deve sapere chi ingaggia un creator

Prima di firmare un contratto con un influencer, le aziende devono conoscere le regole del gioco. Il quadro normativo italiano ed europeo impone obblighi precisi, e le sanzioni — come ha dimostrato il caso Ferragni-Balocco — possono essere salatissime. Negli ultimi anni l’influencer marketing si è trasformato da strumento di comunicazione “alternativo” a leva commerciale strutturale per imprese di ogni dimensione. Brand del lusso, aziende alimentari, startup del benessere e studi professionali si affidano quotidianamente a creator digitali per raggiungere i propri pubblici. Ma questa evoluzione ha portato con sé un sistema di regole che molte imprese ancora sottovalutano, con rischi reputazionali, sanzionatori e risarcitori tutt’altro che teorici. Che cosa rende “giuridicamente pericolosa” una campagna con un influencer? Il punto di partenza è capire la natura del rapporto che si instaura. Quando un’azienda ingaggia un influencer, non sta semplicemente acquistando uno spazio pubblicitario: sta sfruttando un legame fiduciario già costruito tra il creator e il suo pubblico. I follower percepiscono le raccomandazioni dell’influencer come autentiche e disinteressate — una percezione che il diritto della concorrenza sleale e la normativa a tutela dei consumatori considerano meritevole di protezione. Questo significa che quando quel legame fiduciario viene usato per fini commerciali senza adeguata trasparenza, la responsabilità non ricade solo sull’influencer. L’azienda committente può essere chiamata a rispondere in solido. Il quadro normativo: tre livelli da tenere presenti La disciplina che le imprese devono conoscere si articola su tre livelli distinti ma interconnessi. Il primo è quello europeo. La Direttiva sulle pratiche commerciali sleali (2005/29/CE) — recepita in Italia nel Codice del Consumo — stabilisce che ogni comunicazione commerciale deve essere immediatamente riconoscibile come tale. Il Digital Services Act impone obblighi di trasparenza pubblicitaria alle piattaforme e vieta i cosiddetti “dark pattern”, cioè quei meccanismi di interfaccia progettati per indurre scelte non consapevoli nel consumatore. La Direttiva Omnibus ha poi rafforzato le sanzioni e introdotto rimedi individuali a favore dei consumatori lesi. Il secondo livello è quello nazionale. In Italia, oltre al Codice del Consumo, opera il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi (TUSMA) e, soprattutto, la Delibera AGCOM n. 7/24/CONS del 2024, che equipara gli influencer con oltre un milione di follower e alto tasso di engagement agli editori di servizi media. Questo significa che per le campagne condotte con creator di quella fascia, le regole applicabili si avvicinano a quelle dell’editoria audiovisiva, con obblighi di identificazione del contenuto commerciale particolarmente stringenti. Il terzo livello, spesso trascurato, è quello contrattuale. L’assenza di norme specifiche sull’influencer marketing italiano — a differenza della Francia, che nel 2023 ha adottato una legge organica che introduce la responsabilità solidale tra influencer, agente e committente — rende il contratto lo strumento di protezione principale per le imprese. Un contratto mal redatto è il primo fattore di rischio in caso di controversia. Il caso Ferragni-Balocco: una lezione per le imprese Il “Pandorogate” non è semplicemente una vicenda di cronaca mediatica: è un caso-studio che ogni ufficio marketing e ogni consulente legale d’impresa dovrebbe avere presente. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e il Tribunale di Torino hanno accertato una pratica commerciale ingannevole nella campagna promozionale di un prodotto da forno legata a una raccolta fondi benefica. Il meccanismo era apparentemente semplice: i consumatori venivano indotti a credere che l’acquisto contribuisse direttamente a una donazione in favore di un ospedale pediatrico, mentre la donazione era già stata effettuata in misura fissa, indipendentemente dal volume delle vendite. L’elemento giuridicamente rilevante per le imprese è l’asimmetria informativa deliberatamente sfruttata: il consumatore è stato indotto a credere di partecipare attivamente a un’azione solidale, quando invece stava semplicemente acquistando un prodotto commerciale. Il caso ha anche accelerato l’iter del D.D.L. 1704/2024, che introdurrà obblighi informativi precontrattuali rigorosi per tutte le campagne che associano la vendita di prodotti a finalità benefiche. Per le aziende la lezione è chiara: la responsabilità per la comunicazione ingannevole non si ferma all’influencer. Chi progetta la campagna, ne determina il messaggio e ne trae vantaggio economico è esposto alle stesse sanzioni. Cosa deve contenere un contratto di influencer marketing Data l’atipicità di questi accordi — che mescolano elementi del contratto d’opera intellettuale, della sponsorizzazione e della licenza di diritti — la solidità contrattuale è la principale forma di protezione per l’impresa. Alcune clausole sono imprescindibili. La definizione delle prestazioni deve essere chirurgica: numero e tipologia di contenuti (post, storie, video, reel), piattaforme coinvolte, tempistiche di pubblicazione, hashtag obbligatori e diciture di trasparenza richieste dalla legge (come #adv o #sponsorizzato conformemente alle Linee Guida AGCOM e al Codice IAP). La clausola di trasparenza pubblicitaria deve imporre contrattualmente all’influencer l’obbligo di identificare ogni contenuto commerciale, trasferendo sull’influencer stesso l’onere e la responsabilità in caso di omissione, con previsione di penali adeguate. La cosiddetta moral clause — clausola di moralità — consente all’azienda di risolvere immediatamente il contratto se l’influencer adotta comportamenti lesivi dei valori del brand, anche nella sfera privata. Questa clausola è oggi considerata una tutela minima irrinunciabile, specie per brand con un posizionamento valoriale definito. La regolazione della proprietà intellettuale deve stabilire con chiarezza chi è titolare dei contenuti prodotti e in che misura l’azienda può riutilizzarli dopo la campagna — su newsletter, sito web, materiali promozionali offline — evitando contestazioni successive. Infine, le clausole di esclusiva e non concorrenza devono impedire all’influencer di promuovere brand concorrenti durante la campagna e per un congruo periodo successivo, con durata proporzionata all’investimento effettuato. La questione fiscale: un rischio sottovalutato dalle imprese Un aspetto che spesso le imprese trascurano riguarda la qualificazione fiscale del compenso corrisposto all’influencer. L’Agenzia delle Entrate ha progressivamente abbandonato la tesi per cui il guadagno dell’influencer costituirebbe mero sfruttamento del diritto d’immagine (una categoria di reddito “diverso” ai sensi del TUIR): oggi l’orientamento prevalente inquadra l’attività come prestazione professionale abituale, con conseguente obbligo di apertura di partita IVA e ritenuta d’acconto sui compensi. Per l’azienda committente questo significa dover verificare la posizione fiscale del creator prima di formalizzare il pagamento, per non incorrere in responsabilità solidale in materia di ritenute o in irregolarità nella gestione
La maternità surrogata tra reato universale e diritti del minore: l’Italia al bivio

Mentre il legislatore punta sulla repressione globale, la Corte Costituzionale rimette al centro la tutela del bambino già nato. Un sistema in tensione permanente tra istanze punitive e garanzie costituzionali. C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui l’ordinamento italiano affronta oggi il tema della gestazione per altri. Da un lato, un legislatore che allunga il braccio del diritto penale fin oltre i confini nazionali; dall’altro, una Corte Costituzionale che ricuce pazientemente i vuoti di tutela che quella stessa politica legislativa rischia di produrre a danno dei minori già nati. È in questa tensione irrisolta che si consuma uno dei capitoli più complessi del biodiritto italiano contemporaneo. La riforma che ha fatto discutere: il “reato universale” di surrogazione Con il D.d.l. n. 824/2024 il Parlamento italiano ha modificato l’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004, elevando la surrogazione di maternità a cosiddetto “reato universale”. La norma prevede che il cittadino italiano possa essere perseguito penalmente anche quando la gestazione per altri sia praticata all’estero, indipendentemente dalla legalità della pratica nello Stato in cui essa avviene. La pena prevista va da tre mesi a due anni di reclusione, con sanzioni accessorie fino a un milione di euro. La qualifica di “reato universale” è storicamente riservata ai crimini più gravi contro l’umanità: genocidio, crimini di guerra, tortura. Applicarla a una condotta che in numerosi ordinamenti — dalla California alla Grecia — è perfettamente lecita e regolamentata genera un’anomalia giuridica di non poco conto. In particolare, la riforma ignora il principio della doppia incriminazione, secondo cui un fatto dovrebbe essere reato anche nel Paese in cui è stato commesso perché possa essere perseguito all’estero. Il risultato pratico è che un cittadino italiano che abbia fatto ricorso alla gestazione per altri in uno Stato che la consente pienamente si troverebbe comunque esposto a un procedimento penale nel proprio Paese al rientro. La Corte Costituzionale e la sentenza n. 68/2025: il bambino al centro Mentre la politica costruisce barriere repressive, la Corte Costituzionale fa un passo in direzione opposta. Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge n. 40/2004 nella parte in cui non consentiva il riconoscimento del rapporto di filiazione tra il nato e la cosiddetta “madre intenzionale” — ovvero la donna che ha voluto e progettato la nascita ma non ha portato avanti la gravidanza — nei casi di procreazione medicalmente assistita eterologa praticata all’estero. La Corte ha abbandonato la visione esclusivamente biologica della maternità, spostando il fulcro verso quella che potremmo chiamare responsabilità generativa: ciò che conta non è chi ha partorito, ma chi ha assunto l’impegno concreto di crescere e accudire il bambino. In questo senso, la sentenza ha ritenuto che l’esclusione della madre intenzionale dal riconoscimento del nato violasse l’art. 2 della Costituzione — ledendo l’identità personale del minore — l’art. 3, per l’irragionevole disparità rispetto ai figli di coppie eterosessuali, e l’art. 30, che impone ai genitori doveri di cura, istruzione e mantenimento. Il bambino ha diritto a uno stato giuridico certo e stabile sin dalla nascita: questo il principio cardine affermato dalla Consulta. Il “vicolo cieco” della sentenza n. 69/2025: le donne single restano escluse La stessa Corte Costituzionale, però, con la contestuale sentenza n. 69/2025, ha confermato la legittimità del divieto di accesso alla procreazione medicalmente assistita per le donne single. La Consulta ha tracciato una distinzione netta: il desiderio di genitorialità, inteso come aspirazione individuale ancora non realizzata, può essere disciplinato — e limitato — dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità politica; i diritti del minore già nato, invece, non possono essere sacrificati sull’altare di alcuna scelta di valore. In altri termini, prima che il bambino venga al mondo lo Stato può fissare condizioni e requisiti; una volta che egli esiste, la sua tutela diventa priorità assoluta e inderogabile. Questo doppio binario produce un risultato che non manca di suscitare riflessioni critiche: l’ordinamento italiano chiude la porta all’accesso alla PMA per la donna sola, ma al tempo stesso — attraverso la sentenza n. 68/2025 — tutela il bambino che sia comunque nato da percorsi intrapresi all’estero. La dimensione europea: la sentenza CEDU del 9 ottobre 2025 Il quadro si arricchisce di una prospettiva sovranazionale con la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 9 ottobre 2025. In quel caso, la Corte di Strasburgo ha ritenuto che l’Italia non avesse violato l’art. 8 della Convenzione EDU — che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare — nell’ambito di una controversia relativa al mancato riconoscimento della madre intenzionale. La motivazione della Corte si fonda su un rilievo procedurale di rilievo: i genitori avevano a disposizione lo strumento dell’adozione in casi particolari, previsto dall’art. 44 della legge n. 184/1983, e avevano scelto di non percorrere quella via, contribuendo di fatto all’incertezza giuridica che aveva poi colpito il minore. Significativa, in senso contrario, è l’opinione dissenziente allegata alla sentenza: è accettabile, si chiede la giudice dissenziente, che un bambino debba vivere anni in un limbo identitario e giuridico solo perché i genitori hanno optato per una strategia processuale rivelatasi errata? La “colpa” di una scelta difensiva sbagliata non può ricadere sull’identità e sulla stabilità di un essere umano innocente. Il confronto con altri modelli: la via californiana Guardare oltre confine aiuta a mettere a fuoco le alternative praticabili. Il modello californiano — elaborato a partire dal caso deciso con la sentenza Johnson v. Calvert — si fonda sul concetto di procreative intent: genitore è chi ha voluto e progettato la nascita, a prescindere dal contributo biologico. La legge californiana prevede il Written Assisted Reproduction Agreement, un accordo che deve essere stipulato prima del concepimento con l’assistenza obbligatoria di legali indipendenti per ciascuna parte, consenso informato e revocabile, copertura integrale delle spese mediche da parte dei genitori intenzionali e screening psicologici preventivi. È un sistema che coniuga tutela della gestante e certezza giuridica del nato, dimostrando che repressione e protezione non sono le sole alternative disponibili. Implicazioni pratiche: cosa cambia per chi si trova in
La delega alla mediazione rilasciata all’avvocato: cosa deve contenere e quale forma è richiesta?

La Cassazione chiarisce i requisiti della procura sostanziale e sgombra il campo da equivoci pratici che rischiavano di bloccare l’accesso alla giustizia La mediazione obbligatoria è ormai parte integrante del percorso che chiunque deve affrontare prima di poter adire il giudice in numerose materie, dal condominio alle locazioni, dalle responsabilità mediche alle controversie in materia di società. Eppure, ancora oggi, uno degli aspetti più controversi di questo istituto riguarda una questione apparentemente semplice: cosa succede quando la parte non può — o non vuole — presentarsi di persona all’incontro di mediazione e decide di farsi rappresentare dal proprio avvocato? La risposta a questa domanda non è mai stata del tutto pacifica, e ha generato un contenzioso significativo. Alcune pronunce di merito avevano sostenuto che la delega rilasciata alla mediazione dovesse essere necessariamente autenticata dal notaio, pena l’irregolarità dell’intera procedura e, conseguentemente, l’improcedibilità dell’azione giudiziaria. Una tesi che, com’è facile intuire, rischiava di trasformare una formalità in un ostacolo insormontabile. Oggi, grazie all’intervento della Corte di Cassazione e all’applicazione di questi principi da parte della Corte d’Appello di Milano, il quadro è finalmente più chiaro. Il principio di base: la parte può farsi sostituire, ma serve la procura “giusta” Il punto di partenza è l’art. 8, comma 4, del D.Lgs. 28/2010 — il decreto che disciplina la mediazione civile e commerciale, nel testo oggi vigente dopo le modifiche del D.Lgs. 2016 del 27 dicembre 2024. La norma stabilisce che le parti devono, di regola, partecipare personalmente agli incontri di mediazione. La ratio è chiara: il dialogo diretto tra le parti e il mediatore favorisce la composizione del conflitto in modo genuino, perché solo chi ha vissuto la vicenda conosce davvero le sfumature umane ed economiche in gioco. Tuttavia, la stessa norma ammette una deroga: in presenza di giustificati motivi, la parte può delegare un rappresentante. Il delegato deve essere a conoscenza dei fatti e deve essere munito dei poteri necessari per la composizione della controversia. Non è quindi sufficiente mandare “qualcuno” all’incontro: occorre che questa persona sia in grado di trattare e, se del caso, di concludere un accordo che sia realmente vincolante. La questione che ha occupato a lungo i tribunali riguarda però la forma di questa delega. È necessaria l’autenticazione notarile? E la delega deve necessariamente riferirsi a una specifica controversia, oppure può essere conferita in modo più ampio? La procura sostanziale: diversa dalla procura alle liti Il primo chiarimento fondamentale operato dalla giurisprudenza riguarda la distinzione — spesso trascurata nella pratica — tra due figure che sembrano simili ma hanno natura profondamente diversa. La procura alle liti è l’atto con cui la parte conferisce al proprio avvocato il potere di rappresentarla nel processo. Può contenere anche il potere di “transigere e conciliare”, eppure questo non basta. Secondo Cass. ord. 27 marzo 2019, n. 8473, la procura alle liti, anche se amplissima, non è idonea a conferire al difensore il potere di partecipare alla mediazione in sostituzione della parte. E questo perché la partecipazione alla mediazione non è un atto processuale, ma un atto di natura sostanziale: si tratta di disporre dei propri diritti, di valutare soluzioni negoziali, di sottoscrivere eventualmente un accordo transattivo che ha valore di titolo esecutivo. Per questo motivo, la parte che vuole farsi rappresentare in mediazione deve rilasciare una procura speciale sostanziale: un atto separato, distinto dalla procura alle liti, che attribuisca al delegato tutti i poteri necessari per disporre in modo pieno dei diritti controversi e per concordare qualsiasi soluzione transattiva idonea a eliminare la necessità del giudizio. Come ha precisato Cass. sent. 31 maggio 2025, n. 14676, il rappresentante deve poter operare “senza limitazioni”, essendo questo il presupposto perché la mediazione possa avere un esito utile. L’autenticazione notarile non è necessaria (salvo eccezioni) Il secondo chiarimento riguarda la forma della procura sostanziale. Per anni ha circolato l’opinione — sposata da alcune pronunce di merito — che questa procura dovesse essere autenticata dal notaio. Si trattava di un’interpretazione non priva di logica apparente: se la procura ha natura sostanziale, essa deve seguire la forma dell’atto che il rappresentante è chiamato a compiere (art. 1392 c.c.). La Cassazione e la Corte d’Appello di Milano, con la sentenza del 25 settembre 2025, n. 2634, hanno però chiarito che questo ragionamento porta a conclusioni sbagliate nel contesto della mediazione. Il procedimento di mediazione, per esplicita previsione normativa (art. 3, comma 3, D.Lgs. 28/2010), si svolge senza formalità. L’accordo raggiunto in mediazione non richiede, di regola, alcuna autenticazione. La firma autenticata è richiesta solo in un caso specifico: quando le parti concludono un accordo che ha per oggetto uno degli atti elencati dall’art. 2643 c.c. — vale a dire atti soggetti a trascrizione nei registri immobiliari, come il trasferimento della proprietà di un immobile. In tutti gli altri casi, la semplice scrittura privata non autenticata è sufficiente. La stessa conclusione vale per la delega. Seguendo il principio di corrispondenza di forma tra procura e atto da compiere (art. 1392 c.c.), poiché l’accordo di mediazione non richiede di norma l’autenticazione, nemmeno la procura per parteciparvi la richiede. La Corte d’Appello di Milano ha ribadito che imporre l’autenticazione notarile come requisito generalizzato è contrario sia alla lettera della legge sia al principio di accessibilità alla procedura di mediazione. Sul punto è altresì significativo che Cass. n. 14676/2025 abbia espressamente richiamato i principi della Corte di Giustizia UE (sentenza 18 marzo 2010, causa Alassini, e sentenza 14 giugno 2017, causa Menini), secondo cui le condizioni di procedibilità delle domande giudiziali non devono essere interpretate in modo da rendere eccessivamente difficoltoso l’accesso alla giurisdizione, come sancito dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. La delega non deve indicare la specifica controversia Il terzo chiarimento è altrettanto importante sul piano pratico. Cass. n. 14676/2025 ha stabilito che la procura sostanziale per la mediazione non deve necessariamente contenere un riferimento espresso alla singola controversia oggetto della procedura. Non esiste, né in via letterale né in via sistematica, alcun argomento normativo che imponga questa specificità. Questo significa, in concreto, che una procura
Spese straordinarie per i figli: come distinguerle da quelle ordinarie e quando serve l’accordo tra i genitori

I protocolli dei tribunali italiani offrono una guida chiara per evitare conflitti nella gestione dei costi extra rispetto all’assegno di mantenimento Uno dei terreni più scivolosi che i genitori separati si trovano ad affrontare riguarda la gestione delle spese per i figli che vanno oltre l’assegno di mantenimento mensile. Una visita odontoiatrica, un corso di inglese, una gita scolastica: sono costi da dividere? Chi deve autorizzarli? E soprattutto, come distinguere ciò che è già incluso nell’assegno da ciò che invece richiede un contributo aggiuntivo? La confusione su questi aspetti genera spesso tensioni tra i genitori, con il rischio che a pagarne le conseguenze siano proprio i figli. Per questo motivo, diversi tribunali italiani hanno elaborato protocolli d’intesa che offrono linee guida dettagliate e uniformi, trasformando un potenziale campo di battaglia in un percorso condiviso e chiaro. La distinzione fondamentale: spese ordinarie e spese straordinarie Il punto di partenza per comprendere il sistema è la distinzione tra due categorie di spese che hanno natura e modalità di gestione completamente diverse. Le spese ordinarie rappresentano i costi prevedibili e quotidiani necessari per la crescita del figlio. Parliamo dei bisogni di tutti i giorni: il vitto, l’abbigliamento ordinario, le spese per la casa, le cure mediche di routine come le visite dal pediatra o l’acquisto di farmaci da banco. Queste spese sono interamente coperte dall’assegno di mantenimento periodico che il genitore non collocatario versa mensilmente. L’assegno, infatti, è stato calcolato proprio per garantire la copertura di tutte queste necessità quotidiane, senza che sia necessario ogni volta rinegoziare o dividere i singoli costi. Le spese straordinarie, invece, sono costi imprevedibili, eccezionali o comunque rilevanti ed esorbitanti dalla sfera quotidiana. Si tratta di esborsi che non possono essere previsti e inclusi nel calcolo dell’assegno mensile, proprio perché la loro natura è occasionale o la loro entità è particolarmente significativa. Questi costi non sono coperti dall’assegno di mantenimento e devono essere ripartiti tra i genitori, solitamente in misura pari al cinquanta per cento per ciascuno, salvo diversi accordi o specifiche decisioni del giudice che tengano conto delle effettive capacità economiche di ciascun genitore. I protocolli dei tribunali: uniformità e certezza del diritto La necessità di creare criteri univoci e condivisi ha portato diversi tribunali italiani, tra cui quello di Milano che rappresenta un punto di riferimento nazionale, a elaborare protocolli d’intesa sul tema delle spese straordinarie. Questi protocolli hanno una duplice funzione: da un lato offrono ai genitori una guida chiara e precisa su quali spese rientrino in una categoria piuttosto che nell’altra, dall’altro riducono il contenzioso giudiziario, permettendo ai giudici di applicare criteri uniformi e prevedibili. I protocolli distinguono le spese straordinarie in due sottocategorie fondamentali, ciascuna con regole operative diverse. Alcune spese, per la loro urgenza o necessità, non richiedono un accordo preventivo tra i genitori: un genitore può sostenerle autonomamente e poi chiedere il rimborso all’altro. Altre spese, invece, richiedono il consenso di entrambi i genitori prima di essere effettuate, proprio perché rappresentano scelte educative o discrezionali che devono essere condivise. Le spese mediche: quando l’urgenza prevale sull’accordo Nel settore sanitario, la distinzione tra spese che richiedono e non richiedono accordo è strettamente legata al concetto di urgenza e necessità. Le visite mediche urgenti, come quelle effettuate al pronto soccorso, i trattamenti sanitari erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, l’acquisto di farmaci prescritti dal pediatra o dal medico curante e gli interventi chirurgici necessari e indifferibili rientrano nella categoria delle spese che non richiedono preventivo accordo. In questi casi, la salute del figlio ha priorità assoluta e non si può attendere il consenso formale dell’altro genitore. Il genitore che sostiene la spesa potrà poi documentarla e richiedere il rimborso della quota di competenza. Al contrario, le visite specialistiche private non urgenti, le cure odontoiatriche e ortodontiche, i percorsi di psicoterapia o logopedia e i trattamenti termali o fisioterapici richiedono l’accordo preventivo di entrambi i genitori. Queste spese, pur essendo importanti per il benessere del figlio, riguardano scelte che vanno oltre le cure di base e che quindi devono essere condivise. La ragione è semplice: si tratta di decisioni che comportano un impegno economico significativo e che possono seguire orientamenti terapeutici diversi, sui quali entrambi i genitori hanno diritto di esprimersi. Le spese scolastiche: tra obbligatorietà e opportunità Nel contesto scolastico, i protocolli distinguono tra ciò che è essenziale per garantire il diritto allo studio e ciò che rappresenta un’opportunità aggiuntiva. Le tasse di iscrizione e i contributi per le scuole pubbliche, i libri di testo obbligatori e il materiale di corredo scolastico di inizio anno, comprensivo anche della dotazione informatica come computer o tablet necessari per la didattica, sono considerate spese straordinarie che non richiedono accordo preventivo. Si tratta di costi necessari per permettere al figlio di seguire il proprio percorso formativo e che quindi devono essere sostenuti a prescindere dalla volontà di entrambi i genitori. Diversamente, l’iscrizione a scuole o università private, le gite scolastiche e i viaggi d’istruzione, i corsi di recupero o le ripetizioni private e i corsi di specializzazione o master post-universitari richiedono il consenso di entrambi. Queste spese offrono opportunità aggiuntive rispetto al percorso formativo standard e comportano scelte educative che vanno concordate, poiché non sono strettamente obbligatorie e possono avere un impatto economico rilevante. Le spese ricreative, sportive e culturali: la discrezionalità educativa Le attività extrascolastiche rappresentano un capitolo particolarmente delicato, perché toccano le scelte educative e i valori che ciascun genitore intende trasmettere ai figli. I corsi di musica, di lingua o le attività sportive, insieme al relativo abbigliamento e attrezzatura, i campi estivi, i soggiorni studio o le vacanze senza i genitori, le spese per il conseguimento della patente di guida e l’acquisto di dispositivi elettronici per svago rientrano tra le spese che richiedono un accordo preventivo. È importante notare, tuttavia, che l’evoluzione della giurisprudenza e dei protocolli stessi ha portato a riconoscere alcune attività come sempre più integrate nel percorso formativo standard dei ragazzi. Corsi di lingua straniera o attività sportive diffuse, se sostenuti a costi ragionevoli, vengono considerati con maggiore favore dai tribunali,
Sovraindebitamento e mutuo prima casa: il privilegio fondiario che può vanificare la protezione del debitore

La Cassazione chiarisce i limiti della procedura: quando la banca può comunque procedere con il pignoramento dell’abitazione Quando le difficoltà economiche si accumulano e i debiti diventano insostenibili, la procedura di sovraindebitamento rappresenta per molti l’ultima ancora di salvezza. Eppure, una recente sentenza della Cassazione civile (n. 22914 del 2024) ha messo in evidenza un aspetto critico che può compromettere in modo significativo la tutela sperata dai debitori: il privilegio fondiario delle banche nella liquidazione controllata. Per comprendere appieno la portata di questa decisione, è necessario partire dal quadro generale delle soluzioni disponibili quando una persona si trova in una situazione di crisi debitoria. Le strade percorribili per chi è in difficoltà con il mutuo Quando un debitore non riesce più a pagare regolarmente le rate del mutuo o di altri prestiti, la prima reazione dovrebbe essere quella di agire tempestivamente. L’inadempimento, infatti, innesca una serie di conseguenze progressive: dall’applicazione degli interessi di mora alla segnalazione nei sistemi di informazione creditizia, fino alla risoluzione del contratto e, nel peggiore degli scenari, al pignoramento e alla vendita all’asta dell’immobile. Prima di arrivare a questo punto, esistono diverse opzioni che il debitore può valutare con l’assistenza di un professionista. Le soluzioni stragiudiziali, basate sul dialogo diretto con la banca, includono la rinegoziazione delle condizioni contrattuali, la surroga del mutuo presso un altro istituto di credito, la sospensione temporanea delle rate o, in casi estremi, il saldo e stralcio, ossia un accordo per chiudere il debito pagando una somma inferiore al totale dovuto. Queste opzioni, tuttavia, presuppongono che il debitore sia in grado di sostenere un nuovo piano di pagamenti e che abbia un unico creditore o pochi creditori disposti a negoziare. Quando la situazione è più complessa, con debiti multipli verso banche, fisco e altri soggetti, diventa necessario ricorrere a uno strumento più strutturato: la procedura di sovraindebitamento. La procedura di sovraindebitamento: un’opportunità con dei limiti La procedura di sovraindebitamento, disciplinata dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, è stata concepita per offrire una seconda opportunità ai debitori non fallibili, come consumatori, professionisti e piccole imprese, che si trovano in una grave e duratura situazione di squilibrio economico. La procedura ha carattere globale: coinvolge la totalità dei creditori e si svolge sotto la supervisione di un tribunale. Uno dei vantaggi più significativi di questa procedura è la sospensione automatica di tutte le azioni esecutive e cautelari in corso dal momento del deposito della domanda. Questo significa che i pignoramenti, le vendite all’asta e altre iniziative dei creditori vengono bloccate, offrendo al debitore il tempo necessario per riorganizzare la propria situazione finanziaria con l’assistenza di un Organismo di Composizione della Crisi. Al termine del piano omologato e regolarmente eseguito, il debitore può ottenere l’esdebitazione, ossia la liberazione definitiva dai debiti residui non pagati. Questo principio, noto come “fresh start”, offre una reale possibilità di ripartenza. Tuttavia, esiste un limite significativo che può compromettere la protezione dell’abitazione principale, e proprio su questo punto si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 22914 del 2024. Il privilegio fondiario: quando la banca può aggirare la procedura L’articolo 41 del Testo Unico Bancario conferisce alle banche che hanno concesso un mutuo fondiario un “privilegio processuale”. In parole semplici, questo privilegio consente alla banca di avviare o proseguire l’azione esecutiva sull’immobile ipotecato anche in presenza di una procedura di sovraindebitamento. La Cassazione ha chiarito che questo rischio è particolarmente concreto nella procedura di liquidazione controllata. A differenza del piano di ristrutturazione dei debiti, nel quale il giudice può sospendere le azioni esecutive dei creditori, nella liquidazione controllata la banca con privilegio fondiario può procedere autonomamente con la vendita all’asta dell’immobile, vanificando in parte la finalità protettiva della legge. Cosa significa questo per il debitore? Significa che, pur avendo attivato la procedura di sovraindebitamento e pur trovandosi sotto la supervisione del tribunale, potrebbe comunque perdere la propria abitazione se la banca decide di esercitare il proprio privilegio. Questo scenario è particolarmente preoccupante per chi si affida alla liquidazione controllata sperando di salvaguardare l’immobile in cui vive. Le implicazioni pratiche per i debitori Questa pronuncia della Cassazione ha importanti ripercussioni concrete. Innanzitutto, rende ancora più cruciale la scelta del tipo di procedura da avviare. Il debitore che intende proteggere la propria abitazione principale dovrà valutare con estrema attenzione se optare per un piano di ristrutturazione dei debiti, nel quale il giudice ha maggiori poteri di sospensione delle azioni esecutive, piuttosto che per la liquidazione controllata. In secondo luogo, questa decisione sottolinea l’importanza di agire tempestivamente. Prima che la banca attivi formalmente la procedura esecutiva, vi sono maggiori margini di negoziazione e di protezione attraverso gli strumenti previsti dalla legge. Attendere che la situazione degeneri può significare trovarsi in una condizione in cui nemmeno la procedura di sovraindebitamento è in grado di offrire una protezione piena. Infine, emerge con forza la necessità di un’assistenza professionale qualificata. Un avvocato esperto in diritto della crisi e del sovraindebitamento può guidare il debitore nella scelta della strategia più adeguata, valutando caso per caso la presenza di privilegi fondiari, la tipologia dei creditori coinvolti e le concrete possibilità di proteggere il patrimonio immobiliare. Quando rivolgersi a un professionista Le difficoltà economiche possono colpire chiunque, spesso in modo improvviso e inaspettato. Un licenziamento, una malattia, una riduzione dell’orario di lavoro possono compromettere la capacità di far fronte ai propri impegni finanziari. In questi casi, la tentazione di chiudere gli occhi e sperare che la situazione si risolva da sola è forte, ma è anche il peggior errore che si possa commettere. La gestione del debito richiede un approccio proattivo, trasparente e professionalmente assistito. Le soluzioni esistono, ma vanno individuate e implementate tempestivamente, con una chiara comprensione dei propri diritti e dei limiti di ciascuno strumento giuridico. La sentenza della Cassazione n. 22914 del 2024 ci ricorda che anche le procedure pensate per proteggere i debitori in difficoltà hanno dei confini che devono essere conosciuti e rispettati. Solo con una consulenza adeguata è possibile trasformare una crisi debitoria da un percorso verso l’insolvenza
Reverse Charge IVA

La Guida Semplice per Capire Cos’è e Come Funziona Normalmente, quando si parla di IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), il meccanismo è semplice: un venditore vende un bene o un servizio, aggiunge l’IVA al prezzo, la incassa dal cliente e infine la versa allo Stato. È un flusso lineare e intuitivo. Esiste però un’eccezione a questa regola, un meccanismo speciale chiamato reverse charge o inversione contabile. Come suggerisce il nome, questo sistema “inverte” la procedura standard. Non è più il venditore a gestire l’IVA, ma direttamente l’acquirente. Questa guida ti spiegherà in modo chiaro e semplice chi paga, come funziona e, soprattutto, perché esiste questo meccanismo apparentemente complesso. 1. Il Concetto Chiave: Chi Paga Realmente l’IVA? La differenza fondamentale tra il sistema IVA tradizionale e il reverse charge sta nello spostamento di un’unica, cruciale responsabilità: il versamento dell’imposta allo Stato. La tabella seguente mette a confronto i due flussi. Flusso dell’IVA a Confronto Sistema Normale Sistema con Reverse Charge Chi emette la fattura con IVA? Il venditore emette una fattura con l’addebito dell’IVA. Il venditore emette una fattura senza addebito dell’IVA. Chi riceve il pagamento dell’IVA? Il venditore incassa l’IVA dal cliente. Nessuno (l’acquirente la versa direttamente allo Stato). Chi versa l’IVA allo Stato? Il venditore. L’acquirente. In sintesi, con il reverse charge l’onere del versamento dell’IVA si sposta dal venditore all’acquirente. Il venditore riceve solo il pagamento per il bene o il servizio, mentre l’acquirente si fa carico di calcolare e versare l’imposta dovuta direttamente all’Erario. Per capire meglio come funziona questa inversione nella pratica, vediamo un esempio concreto. 2. Come Funziona in Pratica: L’Esempio dell’Acquisto di un Computer Immaginiamo di essere un’azienda italiana che acquista un computer da un fornitore estero per 1.000,00 €. L’operazione avviene in tre passaggi. Ora che abbiamo visto il meccanismo in azione, la domanda sorge spontanea: perché complicare le cose in questo modo? 3. Lo Scopo Principale: Perché Esiste il Reverse Charge? La risposta è semplice: il reverse charge è una potente misura anti-frode. Nel sistema normale, esiste un rischio concreto di evasione. Un venditore disonesto potrebbe: Il reverse charge elimina questo rischio alla radice. Togliendo al venditore il compito di incassare e versare l’IVA, si impedisce che l’imposta possa essere trattenuta indebitamente. L’obbligo di versamento passa direttamente all’acquirente, un soggetto generalmente più strutturato e controllabile, assicurando che l’IVA arrivi effettivamente nelle casse dello Stato. Per combattere l’evasione, il reverse charge non è l’unico strumento speciale; è utile distinguerlo da un altro meccanismo chiamato split payment. Differenza con lo Split Payment Sebbene entrambi siano meccanismi antifrode, funzionano in modo diverso. La differenza fondamentale è: Nello split payment, quindi, l’IVA è esposta in fattura, ma il pagamento viene “scisso” (dall’inglese to split). Nel reverse charge, l’IVA non viene proprio addebitata dal venditore. 4. Panoramica Finale: I Punti Chiave da Ricordare Per padroneggiare il concetto di reverse charge, è sufficiente ricordare questi tre punti essenziali. Operazione Neutra per l’Acquirente Per un acquirente che sia soggetto passivo IVA (un’impresa o un professionista), l’operazione ha un impatto finanziario nullo. Grazie alla doppia registrazione contabile (nel registro acquisti e vendite), l’IVA a debito e l’IVA a credito si compensano. Ciò non toglie che richieda una gestione contabile attenta e corretta per evitare sanzioni. Inversione dei Ruoli È il cuore del meccanismo. L’obbligo di assolvere e versare l’IVA non è più del venditore, ma si trasferisce interamente sull’acquirente. Il primo emette fattura senza IVA, il secondo la integra e la versa. Misura Anti-Evasione Lo scopo primario del reverse charge è combattere le frodi fiscali. Si applica infatti in settori considerati a maggior rischio, come: Edilizia: prestazioni di pulizia, demolizione, installazione impianti e completamento edifici. Commercio elettronico: cessioni di telefoni cellulari, console da gioco, tablet e laptop. Metalli e rottami: commercio di cascami e metalli ferrosi. Settore energetico: cessioni di gas ed energia elettrica a rivenditori.