Un“Il centro che non si raggiunge” è un labirinto senza muri. Un’opera che pone, in linguaggio visivo, la stessa domanda che ogni avvocato dovrebbe tenere a mente ogni giorno
In collaborazione con la critica d’arte Daniela Piesco
C’è una domanda che Guido Di Nunzio non pone in astratto. La pone con un quadro, con segni che cifrano il mondo invece di rappresentarlo, con codici — il Braille, il QR, il codice Aura — che alcuni sanno decifrare e altri no. La sua domanda più profonda non è estetica: è civile. Chi ha il diritto di leggere il mondo?
Per chi pratica il diritto, è impossibile guardare “Il centro che non si raggiunge” senza sentire quella domanda rimbalzare direttamente sulla propria professione.

Un labirinto senza muri
L’opera costruisce una geometria centripeta di straordinaria precisione: tutto converge verso un punto al centro che non è un arrivo, ma un’assenza. L’occhio segue il percorso, accelera, poi sprofonda — e infine si ribella. Il bordo esplode in colore come se il quadro stesso resistesse alla propria legge interna. Di Nunzio non produce decorazione: produce pensiero visivo, un ordine perfetto come forma di vertigine. E quella vertigine è esattamente la sensazione di chi si avvicina per la prima volta a un sistema giuridico complesso.
Il diritto è strutturato come quella geometria. Possiede una sua coerenza interna, una logica di rinvii tra norme, un centro verso cui tutto sembra dover convergere: la tutela dei diritti fondamentali della persona. Ma tra la struttura formale e la possibilità concreta di raggiungerlo, quel centro, si apre uno spazio che molti non riescono ad attraversare. Il labirinto non ha muri visibili — nessun cartello dice “non puoi entrare” — eppure la complessità del linguaggio tecnico, i costi del processo, i tempi della giustizia, la difficoltà di orientarsi tra strumenti processuali alternativi costruiscono barriere altrettanto efficaci di qualunque ostacolo fisico.
Il codice come strumento di inclusione o di esclusione
Di Nunzio lavora con codici. Il Braille nasce per includere chi non vede nella circolazione delle informazioni scritte; il codice QR è leggibile solo da chi ha uno strumento adatto; il codice Aura richiede applicazioni specifiche per essere decifrato. Ogni codice, in altri termini, è simultaneamente un sistema di accesso e un sistema di esclusione: chi possiede la chiave entra, chi non la possiede resta fuori.
Il linguaggio giuridico funziona allo stesso modo. Il lessico tecnico del diritto — le eccezioni processuali, le preclusioni, i termini perentori, le forme degli atti — è un codice che chi ha ricevuto una formazione specialistica sa maneggiare e chi non l’ha ricevuta percepisce come una lingua straniera. Questo non è un difetto accidentale del sistema: è una caratteristica strutturale di qualsiasi ordinamento sufficientemente sviluppato. Il problema non è l’esistenza del codice, ma la distribuzione ineguale delle chiavi per leggerlo.
È qui che entra in gioco la funzione dell’avvocato nella sua dimensione più autentica. Non soltanto come tecnico che conosce le regole del gioco, ma come traduttore: qualcuno che porta il proprio cliente dal bordo esplosivo di colori — dove tutto sembra caotico e indecifrabile — verso il centro, o almeno il più vicino possibile ad esso. Una funzione che non è solo professionale ma, appunto come intuisce Di Nunzio, civile.
Il centro che non si raggiunge: la verità sul processo
C’è nella scelta del titolo una franchezza che merita di essere riconosciuta. “Il centro che non si raggiunge” non è un’affermazione nichilistica: è un’affermazione realistica. Nel diritto, il centro assoluto — la giustizia perfetta, la risoluzione che soddisfa pienamente tutti gli interessi in campo — è raramente raggiungibile. Il processo produce una decisione, non necessariamente la verità. La mediazione produce un accordo, non necessariamente la soluzione ottimale per tutti. La negoziazione produce un equilibrio, non necessariamente quello che ciascuna parte avrebbe preferito.
Eppure, il percorso verso quel centro ha un valore che è indipendente dall’arrivo. L’occhio che sprofonda nell’opera di Di Nunzio e poi si ribella non torna al punto di partenza: è cambiato nel tragitto, ha visto qualcosa che prima non vedeva, ha sviluppato una consapevolezza della geometria del sistema che prima non possedeva. Allo stesso modo, chi attraversa un percorso giudiziale o stragiudiziale assistito da un professionista competente non ottiene sempre ciò che cercava, ma ottiene qualcosa di cui aveva bisogno: la comprensione del proprio spazio giuridico, dei propri diritti reali, dei margini entro cui muoversi.
Il nero che assorbe, il colore che irrompe
C’è un’altra tensione nell’opera di Di Nunzio che risuona con la pratica legale: il nero che assorbe e poi la cromia che irrompe, inattesa, con la forza di chi ha aspettato troppo a lungo di essere visto. È la descrizione perfetta di quella fase, familiare a ogni avvocato, in cui una posizione apparentemente perduta trova improvvisamente un varco, un precedente trascurato, una prova acquisita in ritardo, un argomento che nessuno aveva ancora formulato con quella precisione. Il momento in cui il colore irrompe nel nero non è casuale: è il frutto di una costruzione paziente, di una cifratura del problema che solo chi lo ha osservato a lungo sa produrre.
Di Nunzio è giovane, disegnatore e restauratore. Restaura ciò che il tempo ha eroso e disegna ciò che ancora non esiste. Anche questo è un doppio registro che appartiene al diritto: si restaura il diritto violato — attraverso il risarcimento, la reintegrazione, l’annullamento dell’atto illegittimo — e si disegna quello futuro, nella redazione dei contratti, nella pianificazione successoria, nella strutturazione di operazioni societarie. L’arte e il diritto, ancora una volta, parlano la stessa lingua senza saperlo.
Ospitare la sua opera nel nostro studio è, in questo senso, qualcosa di più di un gesto culturale. È un modo per tenere in vista la domanda che non dobbiamo smettere di farci: chi stiamo aiutando a leggere il mondo, e chi rischiamo di lasciare al bordo?
Per approfondire il percorso della mostra “Il dubbio è senziente, l’Equilibrio è Arte” e le opere esposte, il nostro studio è disponibile per ogni informazione.

